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Alessandra

Quella maledetta canzone.
Testo banale, lo riconosceva. La solita storia d'amore finita male o, forse, neanche iniziata. A cantarla era una voce ruvida, profonda e dal sapore antico. La melodia era straziante. Antonella riteneva che quella canzone fosse pura poesia, fonte sicura di lacrime, il modo migliore per sfogarsi in un'uggiosa giornata primaverile. Attaccava, quindi, chiunque osasse criticare l'autore, ritenuto dai più uno snob, un pedante visionario, buono solo a sparare paroloni presi direttamente dal vocabolario.
Erano davvero in pochi a sapere che quella canzone le ricordava lui. Come avrebbero potuto sospettarlo? Aveva trascorso l'ultimo anno nella maniera più allucinata possibile. Non era solita mentire spesso, d'altra parte i momenti passati con lui erano talmente pochi che non aveva avuto il bisogno di crearsi una doppia vita. Era il dolore la cosa più difficile da nascondere, nonostante non fosse visibile a occhio nudo. I sentimenti provati erano troppi e contrastanti tra loro.
Non riusciva a dormire. I ricordi che seppelliva di giorno riaffioravano di notte sotto forma di incubi da cui non riusciva a sottrarsi in alcun modo. Si alzava dal letto in continuazione, cercava modi sempre nuovi di rilassarsi: tutto inutile. I fantasmi che si portava dentro la terrorizzavano ogni volta, lasciandola inerme alle luci dell'alba, pronti a tornare al calare delle tenebre.
Ora l'incubo era finito ma Alessandra desiderava ripiombarci dentro piuttosto che affogare in quell'oceano vuoto in cui galleggiava sempre più a fatica.
Per Alessandra quello era un "sabato no". Uno di quei giorni da trascorrere interamente a letto, nel più completo abbandono. Mangiare? Bere? Lavarsi? Tutto superfluo. Coperte sgualcite e una triste playlist erano tutto ciò che le serviva per crogiolarsi nella malinconia. Il masochismo non le era mai stato del tutto estraneo. Ora non pensate che fosse solita lasciarsi frustare dal primo venuto. Il masochismo di Alessandra consisteva in quel turpe amore per tutto ciò che può essere etichettato come "passato".
Avendo davanti a sé il trivio del prima, durante e dopo, la ragazza preferiva intraprendere il sentiero del passato, piuttosto che avventurarsi negli altri due intrepidi percorsi. In un attimo si ritrovava piacevolmente catapultata in un meraviglioso film, di cui era sia regista che attrice protagonista. Poter vedere a rallentatore quelle scene che tanto la avevano emozionata le faceva perdere il controllo. Falsificava i dettagli, si soffermava sui momenti belli ed edulcorava quelli brutti.
Nel suo privato palcoscenico lui troneggiava. Appariva bello, irresistibile. Fidatevi, non lo era. Una matassa di capelli arruffati, denti larghi e quell'accento tipico di chi ha vissuto troppi anni in un luogo dimenticato da Dio. Alessandra, però, non era talmente ammattita da credere fosse davvero attraente. Al contempo, avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di accarezzare quei riccioli, pur di sentire ancora una volta la sua parlata strana.
Da abile artista qual era aveva creato un collage perfetto. Aveva buttato via le litigate, i sotterfugi, gli attacchi di ansia notturni, conservava gelosamente il suo idillio di cristallo.
A volte, sentiva il suolo iniziare a sgretolarsi sotto i piedi. Allora, una nube pesante l'investiva col suo fiato venefico. La copriva, la schiacciava inesorabilmente. Alessandra respirava in maniera affannosa. Non vedeva alcuna via di uscita in questi momenti di disperazione. Soltanto precipitarsi a letto riusciva a darle temporaneo sollievo.
Su quello stesso letto era stata con lui la prima volta. Erano stati istanti concitati. Lui non le aveva neanche dato il tempo di assaporare il momento, di fissarlo nella memoria. Irruento, animalesco, l'aveva travolta. "Abbiamo poco tempo" continuava a ripetere tra i denti, mentre le strappava i vestiti di dosso.
Aveva perso ogni speranza. Non credeva più che lui potesse varcare quella soglia, prenderla in braccio e farla sua. Era un sogno a cui aveva rinunciato da tempo.
Non era innamorata, era malata.

 

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