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Racconti sulla pace

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Cosa possono scatenare gli occhi di un bambino alle persone?

Ecco. Il sole finalmente stava uscendo... Alcuni raggi di sole, coprirono il viso delle persone. C'era il sole, ma non per tutti il sole significava felicità. Non vuol dire che se c'era il sole, c'era l'allegria. E infatti, per alcuni non era affatto così. In un angolo della strada, c'era seduto un bambino, su un marciapiede. Se ne stava lì, con occhi bassi, a guardare il vuoto, sperando, che qualcuno gli dedicasse attenzioni. Ma ormai ci aveva fatto l'abitudine, nessuno gli degnava di uno sguardo, le persone attorno a lui, facevano le cose tranquillamente, mentre lui, aveva sempre avuto bisogno di un attenzione, di un gesto, di un qualcosa che lo avrebbe reso felice e mai assente, come ora. Invisibile, e spesso trattato come fosse Niente. Era trattato come una semplice foglia, che, quando si va in giro, quella foglia si può calpestare e fare quel che si vuole. Ma quella foglia, aveva dei sentimenti, rappresentava molto. Ma le persone non lo prendevano mai sul serio. Non erano mai interessati dei suoi discorsi, ognuno faceva i propri affari. Ognuno si dedicava del tempo, e chi invece, avrebbe perso tempo con un bambino come lui? ''Di anime buone, non ce ne sono. Di anime che ti guardano ancora con occhi dolci. Sono tutti disinteressati e si interessano soltanto al proprio lavoro, ai loro figli e mai ai figli degli altri, oppure a chi è in difficoltà... La cattiveria nel mondo può arrivare fino a questo punto? Se me lo chiedessero, gli risponderei di sì, può arrivare a questo punto, e con me se la stanno prendendo. Con me che sono solo un ragazzino. In questi casi si dovrebbero tirar fuori gli artigli, ma purtroppo non ne ho la forza. E sai che c'è? Sarebbe inutile e devastante. Sprecheresti solo parole, con persone che non ascoltano le tue idee. Direbbero che sono solo un bambino, come sempre, alla fine. Ci si fa l'abitudine, tutto qui.'' Diceva sempre lui, accovacciato. Girò lo sguardo verso i passanti, guardava alcune famiglie, che sorridevano e scherz

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   0 commenti     di: Martina Di Toro


Samya e l'altra metà del mondo

Sette del mattino. È lunedì di un uggioso novembre.
La testa mi scoppia, ho gli occhi gonfi, l’umore tenta di svincolarsi e liberarsi da un’ingombrante apatia e inquietudine.
Non ho dormito, il pensiero continuo e divorante va alla nostra ultima telefonata. Mi è arrivata addosso la sua voce rauca e stanca e una pungente sfiducia mista ad accettazione. Ha detto che al suo ritorno dal viaggio di lavoro avremmo dovuto parlare di noi. Non facciamo altro ultimamente.
“ … anche se Giorgio cerca di convincerti che avrete un futuro insieme, stai certa che non lascerà sua moglie. Non si sposa mai l’amante Mara, mai... ” mi dice sempre mia madre, col suo solito modo diretto e il tono preoccupato per il mio entusiasmo adolescenziale verso quella relazione.
Non la ascolto, sono frasi che si dicono in queste circostanze ma non è il mio caso, io e Giorgio siamo così innamorati, uniti dalla passione, dalla complicità, abbiamo ancora l’espressione inebetita dei primi appuntamenti e ci diciamo le frasi insensate prese dal linguaggio degli amanti, sentiamo il bisogno di viverci, di accoglierci!
Già penso a come avrei arredato la casa in cui saremo andati ad abitare in primavera. Con sua moglie sono separati in casa da mesi, vivono in due ali distinte dell’abitazione e lui passa ogni momento libero con me.
Ma quale amante!
Io sono la donna che lui ama. Non sono l’incontro di due volte a settimana, a cui non è permesso un futuro insieme. Mi ha sempre presentato a tutti come la sua donna. Non devo fare altro che aspettare che ottenga il divorzio.
Da qualche settimana, però, fatico a proseguire accanto a lui, mi impiglio sempre più spesso nei suoi mille impegni, nei ritmi di vita forsennati, inciampo nel suo umore intrattabile. .
La complicità prosegue con qualche attrito, la passione ha perso il bagliore accecante di un tempo.
Sette e quindici. Mi scrollo da questi mesti pensieri che possono di diventare grigi nuvoloni sulla mia giornat

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Il vino è cosa buona

Un uomo che dalla vita aveva avuto molto, non riusciva ad essere felice. Si rivolse ad un santo eremita a cui erano state attribuite guarigioni spirituali, il quale gli disse:
- Per tre giorni il tuo insegnante sarà il vino. Va e torna domani.
L'uomo entrò in un'osteria, e dopo il primo bicchiere di vino sentì il freddo svanire, al secondo i pensieri diventare leggeri, al terzo una strana euforia coinvolgerlo in un ballo, al quarto si avventurò con una donna sconosciuta.
L'indomani ritornò dal santo eremita, il quale gli chiese:
- Cosa ti ha insegnato il vino?
L'uomo rispose:
- Il vino sa rendere alla vita quello smalto che talvolta perdiamo. Il vino è cosa buona.
Il santo eremita lo congedò dicendo:
- Va e torna domani.
L'uomo incominciò a bere, un bicchiere di vino dietro l'altro con grande avidità, perdendo completamente il controllo delle proprie azioni.
L'indomani ritornò dal santo eremita il quale gli fece la stessa domanda:
- Cosa ti ha insegnato il vino?
L'uomo visibilmente sconvolto disse:
- L'eccesso rende anche qualcosa di benevolo come il vino, dannoso. Il vino è cosa buona.
Il vecchio lo congedò dicendo:
- Va e torna domani.
L'uomo stavolta comprò delle bottiglie di vino, ma non sentì il desiderio di bere. L'indomani raggiunse il santo eremita, il quale gli chiese come ogni volta:
- Cosa ti ha insegnato il vino?
E l'uomo:
- Il vino mi ha insegnato la moderazione, e che ogni cosa va presa con la stessa filosofia, tutti gli eccessi conducono alla distruzione.
Il vecchio sorrise, dicendo:
- Ora puoi andare, come vedi non sono io a dare le risposte alle domande della vita, ma è la vita stessa a rispondere.



Una scuola libera.

Oggi ricorre l'anniversario della nascita di un grande scrittore e grande uomo. Vorrei ricordarlo in una sua veste meno conosciuta. quella di pedagogista. Nel 1859 Tolstoj aprì una scuola proprio a Jasnaja Poliana dove era nato e che faceva parte dei beni di famiglia. L'impostazione della scuola richiama la pedagogia di Rousseau, fondata sulla libertà dell'educando, ma c'è una grande differenza.
Rousseau elabora una teoria, Tolstoj fa pratica educativa. La sua scuola è fondata su una libertà "estrema". I ragazzi entrano nella scuola quando vogliono e quando vogliono ne escono. Non portano libri, non sono costretti ad ascoltare lezioni. Acquisiscono le conoscenze attraverso le esperienze che si fanno nella scuola, attraverso il dialogo fra loro e il maestro il quale è disponibile a fare lezione se i ragazzi lo chiedono. Tolstoj che, ricordiamolo, si era convertito al Vangelo dal quale aveva assorbito la lezione dell'amore e della nonviolenza, fa un'importante distinzione fra istruzione ed educazione. La prima è legittima, la seconda no. Nessuno ha il diritto di formare una persona secondo un suo modello di uomo. "Il diritto di educare non esiste"- dice.
E prosegue: " Lasciate che i bambini decidano da sé qual è il loro bene.
Essi lo sanno non peggio di voi. Lasciate dunque che si educhino da se stessi e che segnino la via che essi stessi sceglieranno." Nonostante queste affermazioni che risentono del nichilista che Tolstoj era stato, egli fu un educatore: con il suo esempio, la sua cultura, le sue esperienze, la sua sensibilità sociale. Volendo essere coerente con la sua sequela del Vangelo aveva donato tutte le sue terre ai contadini.
Penso che la migliore forma di educazione sia l'esempio e il rispetto di chi si vuole far crescere. "L'anima è il più alto ideale - dice Tolstoj - Essa è inviolabile: può essere vinta solo da chi la rispetti: dall'amore".

Nota: questo testo è stato scritto il 29 agosto 2005



Una giornata di relax

Il lago di Castello, uno specchio d’acqua dolce, azzurro intenso, come il cielo che vi si riflette.
Odo le voci allegre dei bambini che giocano nell’acqua schizzandosi.
Chiudo gli occhi e dopo qualche minuto la mia mente si rilassa, allontanando ogni preoccupazione.
Non c’è più nessuno, ci sono solo io e il lago, mio dolce amico.
Il rumore dell’acqua sul bagnasciuga è musica per le mie orecchie.
Distesa sul lettino lascio che il sole, con i suoi raggi, accarezzi la mia pelle donandole un colore dorato.
Una lieve brezza di vento rende ancora più piacevole l’abbraccio del sole per il mio corpo. Ogni tanto apro gli occhi e guardo dinanzi a me. Vedo la splendida cupola del palazzo papale che sovrasta la collinetta di fronte al lago.
Che spettacolo stupendo!!
Mi piace tantissimo il contrasto del verde degli alberi, che spingono i loro rami verso l’alto, con l’azzurro del cielo e dell’acqua.
Mi sento invasa da una sensazione di serenità che mi fa sentire bene con me stessa e in pace col mondo intero.
È questa la felicità? Credo di sì.
È saper cogliere attimi di gioia e lasciarli penetrare nella profondità della propria anima, assaporandoli lentamente.
Sono pillole di serenità che mi rimarranno per sempre dentro e si scioglieranno nella mia anima nei momenti bui regalandomi la giusta positività per affrontarli.
Adoro il lago di Castelgandolfo che ho visto specchio del sole che sorge, del sole che tramonta, della luna e delle stelle e complice delle coppie di innamorati.
L’ho visto a tutte le ore e sempre l’ho amato per la pace, la serenità, la dolcezza e il languore che risveglia dentro di me.

20/08/2007



Eccolo

Non odo nulla, sono qui solo in questa grotta. Ho freddo, molto freddo.
Fatico a respirare e il mio corpo è dolorante. Non rammento chi sono e cosa mi è successo. Mi alzo lentamente e le fasce che mi coprono cadono a terra.
Ho sangue su tutto il corpo. Chi mai può avermi torturato così crudelmente?
Sono forse un assassino? Mi hanno crocefisso, sicuramente. Ho ferite
dolorosissime alle mani ed ai piedi. Percepisco amore intorno a me. Fuori dalla grotta parlano animatamente.
Mi avvicino ed ascolto
- ti dico che è lui il messia. Quando ha reclinato la testa ed è spirato, il cielo era
sereno, improvvisamente le cataratte del cielo si sono aperte e tuoni e fulmini hanno fatto fuggire tutti. Solo due discepoli ed una donna sono rimasti. Io li ho aiutati a deporre la croce e l'abbiamo lavato e fasciato secondo le loro usanze. Toccare quell'uomo mi ha cambiato. Non posso spiegartelo, ma ne sono certo, quello li' dentro non è di questo mondo. Non è uno di noi. Lui è ciò che afferma di essere: il figlio di Dio.

Io il messia, l'uomo dei cieli, colui che tutti i profeti hanno annunciato.
Mi allontano lentamente per non fargli capire che sono vivo. Mi siedo sulla lastra
di marmo dove mi hanno deposto e penso. Sono di carne ed ossa, sono ferito,
ho dolore e soffro terribilmente, come posso essere il messia ed aver permesso
che mi facessero tutto questo? Ma sento l'amore che pervade il mio cuore, non
odio chi mi ha fatto questo, lo capisco e lo perdono. Amo il mio popolo.
Improvvisa questa frase si compone nella mia mente: il mio popolo, io sono
forse un re? Impossibile, un re non verrebbe sepolto in una grotta come questa,
ma perché la consapevolezza di amare queste persone che hanno tentato di
uccidermi è così forte in me. Sento le forze che lentamente ritornano e la mia
mente inizia a percepire una forza misteriosa.
Mi avvicino nuovamente all'ingresso della grotta
-che sciocco sei. Ti sei fatto abbindolare da quella setta di

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   1 commenti     di: cesare righi


Canti per la pace.

Sono andata a sentire un concerto di Moni Ovadia. Tema: "Canti per la pace". Mi aspettavo canti più o meno conosciuti e, andando al teatro, cercavo di richiamare alla mia memoria quelli che conosco.
Ovadia mi ha spiazzato. Quello che ha sentito una sala affollatissima è stata una straordinaria operazione culturale. Moni Ovadia è cantante e attore, nato in Bulgaria da una famiglia ebraica. Parla un italiano perfetto e colto. Ha introdotto i canti che lui stesso, insieme ad altri cantanti, ha interpretato. Ha spiegato che i canti delle tre culture monoteiste, quella cristiana, quella ebraica e la musulmana sono splendidi esempi di reciproca, feconda contaminazione ed ha negato con pacatezza, ma con forza che lo scontro di civiltà che l'odierno pensiero unico dominante vorrebbe accreditare, è una menzogna. Le tre culture, nonostante le persecuzioni e le intolleranze, nel corso dei secoli hanno sempre convissuto pacificamente incrociandosi e fecondandosi a vicenda.
Lo spettacolo è stato una testimonianza di quanto affermato da Ovadia.
L'orchestra, il Theatrum Instrumentorum, è formata da strumenti tipici delle tre culture: violino, percussioni, cennamella, rebab, oud, viella, flauto da tamburo. Le voci sono di italiani, serbi, croati, palestinesi. I canti, bellissimi, evocano suoni orientali, iberici, italiani. I temi vanno dall'amore alla preghiera, dallo scherzo alla meditazione coranica. La sintonia tra strumenti, voci, gesti è di un rigore matematico, ma anche di un calore sconvolgente. La voce di Faisal Thaer, palestinese, ha un'ampiezza di registro incredibile: passa dai toni acuti a bassi profondi, sostenuti a lungo.
Merita una sottolineatura l'abbigliamento maschile e femminile, ispirato anch'esso alla bellezza delle diversità: dal severo grigio allo scintillio di scialli rossi, gialli, turchini, agitati in sintonia con il ritmo dell'orchestra.
Il pubblico ha capito il messaggio e, con l'insistenza degli applausi, ha richiamato più volte i cant

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