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Racconti sulla pace

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Io sono il mio mondo

Stanotte ho fatto un sogno bellissimo:
camminavo sopra un lenzuolo di foglie secche a piedi nudi, le calpestavo sapendo di nutrire così il mondo, e la Terra respirava sotto i miei passi.
Non c'era un angolo grigio intorno a me ed il mondo era vasto e limpido davanti ai miei occhi. Potevo vedere lontano perché l'oscurità non respirava più, non mormorava più, non strisciava più in nessun luogo, men che meno nei miei ricordi piu remoti.
Lì, in quel giardino immenso in cui ognuno era libero di andare e sorridere, tutti ricevevano il proprio calore e la propria acqua direttamente dalle generose mani del pianeta; l'oscurità era morta. Ogni cosa girava all'unisono in una ballata armoniosa in cui non potevi non avere il tuo ruolo, la tua meravigliosa ed unica collaborazione al tutto.
Ricordo che perennemente, ma senza fretta, una luce calda mi chiamava a sé ed io nella sua immagine mi rispecchiavo ed avevo un obiettivo fisso nel cuore: dovevo condividere il mio amore. A tutti i costi.
Soltanto questo mi premeva, soltanto questo desideravo e nel mentre in cui lo desideravo, accadeva, e sulla mia testa, nonostante non avessi alzato mai lo sguardo, sentivo l'amore di un'immensa schiera di astri luminosi e manti d'argento fluttuanti nell'aria infinita e pulita. Altri cuori liberi erano lassù e tanti ancora ce n'erano intorno a me a formare un'unica immensa volontà ibrida ad ogni forma di vita, ad ogni forma di vita. Eravamo un tutt'uno ed ogni concepibile pensiero era vita, poiché la vita era la sola certezza, non la morte.
Poi il sogno è mutato:
uno squarcio nel suolo mi ha scosso e spaventato. Ed ho visto punte metalliche uscirne e fumi salire dalla superficie del mondo, portavano rumori e dolori nell'aria, ed ogni cosa ch'era stata colorata di luce, veniva a scurirsi sotto un manto d'ombra nera e pesante.
Coloro che conducevano le creature di ferro si dicevano figli di Dio... dell'unico Dio, e costui doveva essere immensamente importante per essi poich

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   3 commenti     di: ciro la ferola


Solidarietà

Conoscete il Commercio Equo e Solidale? È una forma alternativa di commercio basata su una logica opposta a quella del libero mercato che libero non è perché basato sulla legge del massimo profitto, costi quel che costi. E il cosiddetto libero mercato costa moltissimo, esattamente 40 milioni di morti, per fame, ogni anno.

Stanno tutti del Sud del mondo, un Sud che sopravvive e muore avendo a disposizione il 20% delle risorse del pianeta mentre il Nord, tutto l'occidente, dispone dell'80% di risorse. Questo iniquo rapporto è garantito dal WTO
(Organizzazione mondiale del commercio) che protegge le multinazionali con leggi capestro per i paesi in via di sviluppo che meglio sarebbe chiamare impoveriti dall'Occidente prima attrsverso la conquista territoriale ed ora attraverso la colonizzazione economica. Basti pensare che i grandi latifondi del Brasile sono tenuti a pascolo o adibiti alla coltivazione di frutta esotica mentre i Paesi del Terzo Mondo sono costretti a comprare i cereali dall'America a prezzi altissimi fissati a Londra e Chicago. Il Commercio Equo e Solidale (Comes) vuole aiutare i Paesi sfruttati. non con aiuti economici che, quando arrivano vanno a finire nelle tasche delle oligarchie locali, ma acquistando prodotti dei Paesi poveri a prezzi mediamente superiori del 30% a quelli pagati dalle multinazionali. Sono prodotti di largo consumo come il the e il caffè che sono buonissimi. Il caffè è in prevalenza
qualità arabica al 100%. In Italia ci sono più di 250 Botteghe del Comes che si chiamano Botteghe del Mondo. Sono quasi tutte gestite da volontari che prestano la loro opera gratuitamente. Oltre ai prodotti alimentari potete trovare in queste Botteghe un artigianato proveniente dall' Asia, dall'Africa, dall'America Latina.
Il Comes non risolve il problema della fame ma, oltre al valore di testimonianza,
costituisce un piccolo ma concreto aiuto ai piccoli produttori del Sud organizzati in Cooperative. Un esempio per tutti: L

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Profeti di speranza: Tomas Balduino

Ho conosciuto Tomas Balduino in un incontro organizzato a Pescara da Pax Christi. Ricordo che, tra le altr cose, raccontò, sorridendo soddisfatto, un episodio della lunga battaglia dei contadini brasiliani ( I Senza Terra) per la riforma agraria e contro il latifondo...

Avvicinandosi ad un accampamento di contadini che
avevano occupato una terra, vide un gran polverone.
Raggiunse l'accampamento: tante donne, armate di scope, spazzavano a tutta forza il terreno alzando, appunto, un gran polverone. "Ma che fate?- chiese Tomas. "Spazziamo
via le orme degli oppressori". Tuttsa la sala applaudì: un omaggio ai Senza Terra.
Vorrei proporre una sintesi di due interviste rilasciate recentemente a Caros Amigos, numero speciale sulla riforma agraria, e al Giornal do Brasil. Nella
intervista a Caros Amigos Balduino dice che il potere giudiziario sta difendendo la proprietà della terra come
un diritto assoluto, senza tenere in conto la funzione
sociale della terra, garantita dalla Costituzione.
E continua: "Ci sono tre fprme di violenza in questo momento nelle campagne 1) la violenza dei latifondisti con
le loro milizie armate chwe utilizzano armi che può utilizzare solo l'esercito.
2) la violenza della giustizia che non mostra il minimo rispetto per le vite umane.
3) la violenza dei media che provoca gravi danni e rende più difficile una riforma agraria di massa e di qualità
come Lula ha promesso di fare. È una campagna quotidiana, un fuoco che non si spegne. L'impunità continua a trionfare.
Di fronte ai 976 assassinati tra l'85 e il '96 ci sono
in carcere solo 5 persone. È importante che il governo mantenga la coerenza come sta facendo... Le misure che
preludano allariforma agraria sono: 1) il piano raccolto
per cui chi lavora nelle campagne riceverà il finanziamento per il raccolto 2003/2004, cosa che finoad ora era privilegio dell'agrobusiness.
2) il piano di Emergenza che garantisce a chi lavora una
cesta di base che, speriamo, consentirà l'in

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Profeti di speranza: Arturo Paoli

Nel suo libro "Prima che l'amore finisca" R. La Valle ha detto che la minaccia dell'estinzione del genere umano a causa della tragica situazione planetaria dominata dalla violenza, dal culto del denaro e del potere, dalla militarizzazione dei territori, dai conflitti in atto e dalla devastazione ambientale, non si realizzerà fino a che ci sarà l'amore, l'amore per tutta la comunità umana.

Di donne e uomini colmi di un amore che li spinge a vivere con i poveri, come i poveri, ce ne sono tanti. Io li chiamo Profeti di speranza e vorrei trovare le parole adeguate per parlare di uno di loro: A. Paoli D'accordo con l'economista Susan Geoge, Paoli è convinto che il neoliberismo è un sistema che uccide milioni e milioni di persone e che uomini e donne di buona volontà, credenti e non credenti, debbano unirsi per opporsi e sconfiggere, con la nonviolenza attiva, questo mostro che si traveste da progresso, da portatore di benessere. Benessere di chi? Di un quinto dell'umanità. E gli altri quattro quinti? È stato documentato che questi quattro quinti valgono meno di una mucca il cui allevamento ha un costo che varia (da Paese a Paese) dai 2 ai 5 dollari al giorno. La stragrande maggioranza dei quattro quinti vive con 1 dollaro o meno di 1 dollaro al giono. Ma torniamo ad Arturo Paoli. È nato nel 1912 a Lucca. È stato dirigente dell'Azione cattolica giovanile; poi ha conosciuto i Piccoli Fratelli della Congregazione di P. Charles de Foucauld ed è diventato uno di loro. Ordinato sacerdote nel 1938, nel 1959 parte per l'America del Sud. Vive in comunità in Argentina e in Venezuela e infine si ferma in Brasile, a Foz de Jguacu, un luogo bellissimo che attira molti turisti. Ma Arturo non è un turista, Non ama la beneficenza. Vuole giustizia. Per realizzarla si mette subito all'opera, sostenendo le lotte dei contadini che reclamano la fiforma agraria. Ha condiviso con loro momenti molto duri quando hanno occupato le terre ed hanno dovuto fronteggiare i poliziotti sc

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L' uomo inedito

Nella sua sana razionalità, come dice parlando di lui R. La Valle, Ernesto Balducci, nelle sue opere e nelle sue relazioni, parlava di un uomo inedito, un uomo nuovo che sperava sarebbe emerso dal processo evolutivo della storia umana. Quest'uomo non sarebbe stato più lupo all'uomo, ma, dell'uomo, amico e fratello. La guerra sarebbe entrata nell'era preistorica e il mondo non sarebbe stato più il luogo di conflitti, tensioni, competizioni, ma il luogo d'incontro fra uomini solidali nella costruzione di una società liberata e regolata da una democrazia non formale e imperfetta ma sostanziale e compiuta.
A chi gli contestava questa speranza, definendola utopica, Balducci rispondeva: o un mondo così o nessun mondo. Le parole non erano esattamente queste, ma questo il concetto. E parlava di realismo dell'utopia.
Vivendo questo momento tragico della storia umana mi chiedo se la speranza di un profeta come Balducci sia definitivamente morta. Sarebbe terribile, apocalittico. Bush ha parlato di guerra preventiva ed infinita. Preventiva. Infinita. Due parole che, a breve o a lungo termine, sono in grado di fermare non l'evoluzione della storia, ma addirittura di porre fine alla storia e, con essa, a tutta l'umanità.
Tempo fa lessi un ironico e profondo articolo di Benni. Immaginava Bush e Blair rimasti soli in un mondo distrutto. E non erano desolati, ma, con le armi in pugno, scrutavano l'immensa devastazione per assicurarsi che non ci fossero più nemici. La scena è paradossale, ma i due potenti uomini mi appaiono come la metafora di un mondo ricco e potente che considera la parte povera e debole come una nemica che mette in pericolo il suo stile di vita e la sua sicurezza e che, quindi, va combattuta. Essa è il male che va estirpato in nome della democrazia e della libertà. E', questa, un'operazione di stravolgimento della verità che lascia allibiti.
Tornando al realismo dell'utopia di Balducci, mi sembra non del tutto improbabile che l'umanità si auto

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Croci di guerra

La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
- Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
- E lei chi è?
- Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
- Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io:
mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
- Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
- Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
- Un mezzo sangue, allora.
- Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
- Venuto a sciare? La neve non manca.
- No, sono venuto a cercare.
- A cercare?
- Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
- Questa è fortuna! Tony sono me.
Wiener rimase non poco perplesso a questa affermazione, perché chi gli era davanti, più che una guida, dava tutta l’aria di essere lo scemo del paese.
Tony parve rendersi conto della titubanza del suo interlocutore e lo prevenne: - Sì, non mi presento bene. Sono sempre stato così fin da piccolo; anche mamma diceva che ero un po’ strano e me ne accorgo pure io, ma sono serio, onesto e sgobbo per mantenermi.
Nel dire così allungò la mano destra a cercare quella di Wiener; questi esitò, ma quando sentì la stretta calorosa e la voce ferma del suo interlocutore che si presentava - Piacere, Tony Balcher?" non poté fare a meno di contraccambiare.
- Signor Wiener, perché ha bisogno di me?
- È una storia lunga e, come le dicevo, sono alla ricerca di una persona. Mi hanno detto che lei conosce tutti i cimiteri di guerra della zona. Se potesse accompagnarmi, le sarei grato e, ovviamente, la ricomp

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Il lumino 4

Quando si svegliò il collo gli doleva e nel massaggiarselo si rese conto di avere anche una mano fradicia di saliva: Sansone, il meticcio bianco aveva appena smesso di leccargliela per accucciarsi rassegnato a terra col muso proprio sopra una sua pantofola.
Doveva alzarsi.
Una nebbia luminosa gli annunciava che il sole era già alto.
Non chiudeva più le persiane da quando il male lo aveva assalito, e poi il cane doveva uscire.
Si alzò a fatica e con altrettanta fatica constatò che non c'erano luci di fiammella intorno. Il cero dunque si era spento e, dalla sensazione di freddo percepita toccando il vetro, dedusse da parecchio tempo.
<< Visto Sansone? Si è stancato anche Lui... vieni andiamo fuori... solo tu non ti stanchi mai. >>
Il cane cominciò a guaire impaziente mentre Polifemo, l'altro meticcio nero da fuori gli rispondeva grattando la porta.
<< Piano, non mi fate cadere, quanta fretta avete uno di uscire e l'altro di entrare. Quanto è vero che sto per diventare cieco nessuno è contento della propria condizione in questo mondo!>>
Appena fuori, come i suoi cani si ritrovò ad annusare un'aria dolce e di quella mitezza si riempì i polmoni spiegandoli come vecchie vele di nuovo al vento.
Sentiva che non faceva freddo come la sera prima e da quel profumo di campi fioriti stillava l'essenza di un giorno speciale nel calendario della sua vita assurda in una casa isolata, in compagnia di due amici fedeli.

Sansone e Polifemo incominciarono ad abbaiare ancora prima che egli udisse il rombo del motore.
Dopo pochi secondi suo figlio Marco era davanti al cancello con la auto.
Il loro fu un lungo abbraccio silenzioso seguito da pacche affettuose e circondato da guaiti scodinzolanti.

Il perché della visita glielo disse davanti ad una tazza di caffè: la prima bevuta insieme dopo tanto tempo.
Veramente c'era più di un motivo, ma il suo figliolo preferì andare per gradi ed iniziare con quello che gli stava più a cuore

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   1 commenti     di: loretta zoppi



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