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Racconti su problemi sociali

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Riflessioni di un lavapiatti

Nascosto, quasi sepolto dietro cumuli di piatti, bicchieri, avanzi, coltelli, cucchiai, forchette, non dovrebbe esserci tempo per riflettere, per pensare. Non c’è modo di essere più veloce di quanto i clienti riescano a sporcare, e nonostante dopo qualche ora i movimenti si siano fatti rapidi e precisi, le stoviglie continuano ad accumularsi, separandomi dal resto della cucina e del mondo. Allora continuo con movimenti studiati, quasi coreografici, poetici a loro modo: circolari per i piatti e le pentole, decisi e verticali per le posate, mentre per i bicchieri tengo ferma la spugna e faccio ruotare questi ultimi. La cosa più logica da fare in queste condizioni sarebbe quella di concentrarsi esclusivamente sulla manualità del lavoro, escludendo qualsiasi pensiero possa farmi prendere coscienza della situazione, ma non ci riesco. Osservo quanto lasciato dai clienti nei piatti, pezzi di braciole di pesce spada, un gamberone grigliato intero, mezzo piatto di linguine allo scoglio, molliche di pane; e nei bicchieri generose quantità di vino bianco da dodici euro a bottiglia. So già che mi farà male, ma non riesco a bloccare l’associazione di idee che mi si forma in mente troppo rapidamente per controllarla: da una lato tutta questa gente che viene nel locale, ordina cibi costosi anche senza avere fame, (se no perché tutti quegli avanzi nel piatto?), poi si alza, paga conti assurdi senza battere ciglio, e và, sentendo appieno il dovere di esserne appagati, in quei posti dove si deve andare per forza per essere “giusti”; e dall’altro un lavapiatti che riflette su tutto questo, ma in fondo capisce che tutto ciò serve solo a reprimere una sola cosa : il senso schiacciante, oppressivo, del fallimento. Quella presa di coscienza che ti colpisce in pieno all’improvviso mentre paragoni i brandelli di discussioni inutili e piene di errori grammaticali che capti dai tavoli e le paragoni alle tue letture di Croce, Nietzsche, Schopenhauer, le letture in cui,

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Troppo Occupato

Sono occupato…. maledettamente occupato…. e lo sono ormai da più di quattro anni.
Appena sveglio, e dopo una rapida doccia, (inutile svegliare mia moglie quando posso fare io, inoltre Mariella è sempre debole, stanca, depressa, no…meglio di no), sveglio dolcemente il bambino, lo lavo, lo vesto, facciamo colazione insieme e poi, scherzando come sempre, lo porto a scuola.
Di certo non mi azzardo a lasciarlo nei dintorni dell’edificio scolastico, se ne sentono di tutti i colori di questi tempi, e come ogni giorno mi godo il cenno di compiacimento della bidella verso questo padre così attento.
Tornando a casa mi fermo a comprare il necessario per oggi, ormai esercito con maestria l’arte del fare la spesa e già da lontano valuto e soppeso con precisione melanzane, pomodori, zucchine, arance; conosco i prezzi di mercato a memoria e supero senza degnarli di uno sguardo quegli esercizi che hanno prezzi troppo alti per puntare con sicurezza verso quelli con quelli più convenienti.
Sono molto occupato.
Torno a casa per le nove, e mentre comincio a pensare alle faccende domestiche ascolto in sottofondo il respiro regolare di Mariella, so già che si sveglierà intorno a mezzogiorno, del resto perché dovrebbe alzarsi prima? No…meglio lasciarla dormire, forse in queste ore mattutine riuscirà a riposare per davvero.
Mi muovo con consumata sicurezza e millimetrica precisione per casa, ed impiegando il miglior rapporto possibile tra sforzo fisico e tempo impiegato nell’arco di due ore ho lavato i piatti rimasti dalla cena, spolverato, messo a mollo i vestitini che Marco ha sporcato giocando con la terra nel parco, pulito il bagno e stirato, (a stirare per la verità non sono molto bravo, ma sto migliorando anche se molto lentamente; non ho molto tempo da dedicare a questa attività perché si sa…sono sempre molto occupato).

Prima di uscire per prendere Marco  da scuola preparo anche il sugo, per risparmiare tempo, e mentre soffriggo le cipolle pens

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La mia Ombra e la mia musa

Era una bella giornata di sole. La solita routine dava inizio alle danze. Quella mattina camminavo con passo veloce, e mentre cercavo di schivare autisti impazziti e mogli inviperite con i loro mariti, il mio corpo era immerso in sane emozioni, brividi d'amore che si hanno quando si ha una cotta per qualcuno. Mi sedetti ai primi banchi di una grossa aula della mia facoltà. L'aula era particolarmente fredda quella mattina, ma non me ne preoccupai più di tanto perché ad un tratto vidi lei, la mia musa poetica, ispiratrice di tutte le mie virtù, dei miei canti segreti e delle mie insonnie notturne. Il suo sorriso accarezzava dolcemente la mia pelle ruvida che diveniva limpida per magia dell'amore, e quella che inizialmente sarebbe stata una classica lezione universitaria divenne la mia lezione più bella e non capivo come mai lei avesse questo grande potere su di me, o ero io che mi facevo influenzare da lei, visto lo stato in cui mi trovavo. Ogni volta che mi passava accanto, giravo lo sguardo, respiravo affannosamente mentre, madido di sudore, cercavo di non attirare la sua attenzione, poiché molto probabilmente non avrei potuto proferire parola. La giornata trascorse tranquillamente in sguardi furtivi scambiati da lontano, mentre tutte le storie raccontate dal professore rimanevano nell'aria, aria piena dei miei pensieri e di tutte le mie paure che stavano iniziando a prendere forma cominciando seriamente a spaventarmi. Queste paure le vedevo riunirsi dinanzi a miei occhi, formavano l'Ombra di quell'Alessio tanto sensibile e spesso frainteso dai suoi amici.
Il ricordo di quella giornata riflette, in parte, anche quello che sono ora, ciò che posso fare o che la mia mente dice di non poter fare. Lo stravagante Alessio, avvilito, pieno di emozioni, emozioni che di solito non prova, uno strato di ghiaccio che spesso raffredda il suo organismo ma che alimenta la sua Ombra che lo segue anche nei posti più luminosi del pianeta. Mi sono sempre chiesto come può un

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   0 commenti     di: Alessio


Mohamed sull' Albero

Luigi Maffezzoli, impegnato nell'attività di sindacalista, anche come formatore, ha scritto questo libro che raccoglie cinque racconti, specchi di realtà diverse, alcune tenere, altre tragiche, tutte che inducono a riflettere e a guardare dentro di noi per conoscerci e conoscere gli altri. Molto originale "Il profumo dei fiori di tarassaco" il cui protagonista eccitato e poi inquietato da un misterioso potere che, improvviso, gli si rivela una mattina, costringendolo a confrontarsi con gli altri da una nuova prospettiva, finalmente trova la pace in un parco, seduto su una panchina accanto ad un vecchio dalla barba bianca che ha visto trascorrere molte stagioni, ha vissuto tanto dolore ed ha trovato la serenità ascoltando i canti degli uccelli, riuscendo a riconoscere. attraverso le
diverse modulazioni, i diversi cantori.
L'ultimo racconto, di grande attualità, segue il protagonista incalzato dal suo destino di clandestino, disperatamente alla ricerca di un posto dove posare il capo per dormire. Lo trova tra le foglie di una magnolia che lo accolgono, come un uccello spaurito, a piangere la morte del suo amico, clandestino come lui, e quella di una bambina, vittima, anche lei, di tempi in cui la pietà e l'amore sembrano sepolti per sempre sotto una coperta di ghiaccio.
Il linguaggio è asciutto ma non distaccato e la lettura coinvolge e commuove.
L'Autore devolve tutti i proventi del suo libro alla Comune di Baires. Un motivo in più per leggere questo affascinante libro.



Lettera ai razzisti

La gentaglia degli inferi, come voi razzisti siete, non ha bisogno di essere additata come ignobile, perché lo fa da sé. Un grasso ominide che disprezza le altre razze, perché accanto a esse grugnisce il suo odio, chiamandolo intelligenza e superiorità razziale, accusa di buonismo chi non è volgare come è lui, e sputa il rancido prodotto del suo masticare rabbia, senza poter reggere il proprio sguardo quando passa davanti a uno specchio. Nugoli di mosche ne accompagnano il cammino, respirando le esalazioni di morte che lascia dietro di sé, orgoglioso di essere solo, in un mondo di individui abbruttiti come lui è, inneggianti al male. Quando governano imbrogliano rubano e uccidono, dichiarando guerre alle quali non partecipano, e ghignano quando entrano nei cimiteri che hanno riempito di innocenti, fuggiti da dittatori che sono come tutti gli esseri che godono del privilegio di essersi alleati con l'ombra che oscura la luce, quella che illumina tutti gli esseri, riscaldando le loro anime.

   39 commenti     di: massimo vaj


Una storia come tante

Era notte fonda ormai.
Lei, raggomitolata in un angolo del pavimento di quella gelida stanza, continuava a dondolarsi. Quel corpo di donna, nudo e sporco, inconsciamente si lasciava cullare dalla sua disperazione.
Era seduta lì da ore ormai.. e, a guardarla in viso pareva non provasse più nessun tipo di emozione se, a tradirla non fossero stati i suoi occhi intenti a fissare il nulla.
Nella stanza regnava il silenzio assoluto, nonostante il temporale e i vetri bagnati della finestra lasciassero intravedere le luci della città che, naturalmente, continuava a vivere infischiandone di tutto quanto accadesse tra le sue mura.
"-No... non è possibile... non può essere accaduto davvero! È soltanto un incubo, tra un po' mi sveglierò e resterà soltanto un brutto sogno"!
Continuava a ripetersi.
Un lampo improvvisamente illuminò la stanza per pochi istanti, si guardò intorno e fu allora che cominciò a realizzare quanto accadde qualche ora prima. Fissò il letto e le fu inevitabile rivivere ancora una volta quegli attimi terribili e di nuovo si ritrovò a dover subire le morbose angherie di colui che un tempo fu il suo primo ed unico amore.
Era stata chiarissima nel dirgli che era stanca di essere la sua "bambolina", pronta all'uso
ogni qualvolta ne avvertisse l'urgenza e la voglia! Era una donna ed aveva necessità di essere desiderata per amore e non per bisogno, ma questo lui lo aveva dimenticato da tempo ormai e lei, aveva deciso di non dargliela più vinta.
"No.. ho detto di no... NON VOGLIO"! Gridò.
Quelle parole morirono sulle sue labbra sanguinanti, così come per l'ennesima volta il lei morì la dignità di donna..
Ogni volta che tentava di opporsi anche solo al suo pensiero, lui reagiva nel solito modo, picchiandola selvaggiamente.
La prima volta fu per sbaglio, disse, ma fu soltanto l'inizio.
La picchiò in viso e le spaccò il labbro superiore con l'anello, quel "suggello d'amore "che custodiva quella formula

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   12 commenti     di: Lucia


Semplicemente perfetta

Devo solo arrivare a domani, si tratta di resistere qualche ora.
Ripenso a quello che mi ha detto la mia amica: "Quando ti prende lo sconforto, accenditi una sigaretta e beviti un caffè, basta che arrivi al giorno dopo."
Stringo i denti e tiro fuori il pacchetto di sigarette che tengo nascosto sotto la biancheria, ne accendo una e la fumo nervosamente. Forse dovrei prendere quelle stramaledettissime pillole.
Respiro profondamente e tiro un'altra boccata, devo solo stare calma e passerà tutto.
"Mai mostrarsi deboli, controllarsi sempre. La mia vita deve essere votata alla perfezione."Mi ripeto meccanicamente come un mantra.
Le immagini stanno diventando sfocate, come se fossi sott'acqua, magari sto esagerando o magari questa è solo una prova che renderà ancora più soddisfacente il risultato.
Le mani mi tremano, sento freddo. Non so che devo fare, se solo ci fosse qualcuna in chat potrebbe darmi una mano.
Scatto verso il PC, ma le gambe sembrano di pastafrolla e cedono sotto il mio peso, cado a terra con un tonfo sordo mentre il mondo trema e si capovolge.
Sono debole, sto male, ma devo resistere, lo faccio per il mio bene. Tutto questo è necessario per la mia salute, per il mio futuro.
Da quando ho smesso con le cattive abitudini, sto diventando più bella. La mia pelle è più luminosa, i muscoli più tonici e riesco a capire chi mi ama veramente e chi invece è solo ipocrita.
Mi girò sulla pancia e appoggio la guancia a terra, lasciando che il freddo delle mattonelle assorba il caldo di questa febbre che mi consuma da un paio di settimane.
"Vedrai, ci vorranno pochi giorni, poi il corpo si abitua." Mi ha detto una del gruppo. "Ti aiutiamo noi, non sei sola, ce la puoi fare."
Ripenso a quelle parole dolcissime. A loro importa di me, non come ai miei che a malapena mi rivolgono la parola, come mio padre, che si trascina oltre la porta come uno zombie e si piazza davanti al televisore senza rivolge la parola a nessuno. Non è rimasto nulla della p

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   16 commenti     di: Noir Santiago



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