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Racconti su problemi sociali

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La guerra fredda

Giovanna era stata la prima inquilina degli alloggi protetti in quella palazzina gialla con le imposte di legno scuro, per questo era stata lei a tagliare il nastro all’inaugurazione della “Residenza Girasole”, sotto lo sguardo soddisfatto del Sindaco e delle Autorità locali.
Pietro era arrivato qualche settimana dopo, annunciato dai mobilieri rumorosi che arredavano il suo appartamento al piano di sotto. E quell’arrivo tardivo lo aveva irritato non poco: lui che un decennio addietro aveva servito la comunità come consigliere comunale prima e come Assessore poi, non meritava certo un trattamento simile.
No, quella non gliela dovevano proprio fare.
Non a lui che alle sedute del Consiglio aveva firmato decine di interpellanze e interrogazioni sulle politiche sociali a favore degli anziani.
Perché, se quel che è giusto è giusto, a lui spettava il ruolo di primo inquilino e inauguratore ufficiale, non a quella Giovanna, ex-consigliera dell’opposizione, tanto brava a esprimere voto contrario quando le proposte di Pietro arrivavano sul tavolo del Sindaco.
Pietro gliel’aveva detto in faccia a quell’usurpatrice di gloria che non si faceva così. Senza peli sulla lingua, perché senza le sue battaglie Giovanna se lo sarebbe sognato l’appartamento alla “Residenza Girasole” dove tutto era talmente nuovo da sembrare finto.

E la “Guerra Fredda” interrotta anni prima era ripresa con nuove modalità.
Giovanna aveva appeso i portavasi in ferro battuto all’esterno del balcone e i gerani parigini crescevano rigogliosi dentro le vaschette in coccio. E a chi le chiedeva come mai i suoi fiori fossero i più belli di tutto il circondario rispondeva “bisogna evitare il ristagno d’acqua”. Non specificava, però, che dei sottovasi non c’era neanche l’ombra e l’acqua cadeva a fiotti sul balcone di Pietro, innaffiando la biancheria appesa allo stendino.
Lui saliva infuriato al piano di sopra ma, siccome non si parlavano, non suonava

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La prigione

Ci sono prigioni invisibili ma reali. Sono i vicoli ciechi nei quali la vita certe volte ti rinserra, senza lasciarti possibilità di evasione. Sono i condizionamenti di carattere ambientale, famigliare, sociale di cui, talvolta non si ha nemmeno consapevolezza. Sono le paure che ti sono state inoculate nell'infanzia, a piccole o a massicce dosi, ma costantemente da chi ha avuto la stupidaggine di pensare che la paura possa avere un valore pedagogico. Con lo strumento della paura si distrugge, non si costruisce niente di buono. Si costruiscono, appunto, prigioni. I prigionieri sono bambini, accarezzati da un affetto che può essere grande e sincero perché chi costruisce la loro prigione crede di proteggerli, di metterli al riparo da errori, dall' intraprendere un cammino pericoloso. Alcuni sono fortunati o perché hanno un carattere forte che la paura non scalfisce o perché il potere impetuoso della vita spezza le loro sbarre. Altri soccombono. Possono vivere una vita normale, trovare l' amore, impegnare il loro cuore e la loro mente in tanti interessi ma, dentro, sentiranno sempre un tarlo che a volte sembra essere scomparso o addirittura morto, ma che improvvisamente fa sentire la sua implacabile, ossessiva voce. Forse oggi i bambini vengono spaventati meno con antiche paure ma il mondo in cui viviamo riversa sui loro cuori paure ancora più terribili e corrompe le loro anime con falsi valori.
Tempo fa ho scritto un racconto dal tono divertente: "Attenti ai bambini!" come a dire. scherzosamente: "Guardatevi dai bambini. Sono bravissimi a spiazzarvi, a darvi scacco matto". Ora voglio dire: "Stiamo attenti ai bambini. Cerchiamo di farli crescere sereni. Non depositiamo nei loro cuori il seme amaro della paura. Trasmettiamo gioia, fantasia, voglia di giocare. Educhiamo le loro menti e i loro cuori con delicatezza. Non abbiamo paura del loro spirito critico. Anzi, aiutiamoli a spingerlo nella giusta direzione per liberarsi degli idoli che la "moderna" società ci

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Provate a indovinare

Erano le 5 e un quarto. Di già. E lei non c'era. Aspettando vedevo gente passare in continuazione, donne e uomini, persone che ridevano, scherzavano beate, altre in lacrime, qualcuno si guadagnava da vivere suonando la chitarra, chi mendicando mentre gli altri passavano con un grande senso di superiorità, non degnando nessuno di alcuno sguardo. Io mi soffermavo sui loro occhi. Non tutti erano accesi, non tutti brillavano allo stesso modo. E provate a indovinare quali erano i più spenti? I loro, sì, proprio i loro, quelli che portavano quell'atteggiamento di superiorità, con magari un buon lavoro, ben retribuito e assicurato, una bella casa, una Mercedes bianca, una moglie con cui ogni giorno rischiavano il divorzio, un figlio viziato e il giro di puttane. Loro, quelli che hanno più potere in questa società.
E grazie al cazzo che è chiamata l'epoca delle passioni tristi - pensai - guarda che branco di depressi sta ai vertici di questo sistema.
Mi venne subito in mente Levi-Strauss, un antropologo, proprio questo era ciò di cui avevamo bisogno, di una società incentrata sull'uomo. I miei pensieri incominciavano a sbocciare così decisi di rollarmi una sigaretta. Forse per spianare a loro la strada. Oppure per dargli un po' di carburante. L'intento preciso neanch'io lo sapevo. Già dopo la prima boccata iniziai a ragionare, intuii la necessità di fare qualcosa, stringere legami, diffondere idee, costruire alternative partendo da un nuovo modo di convivenza, parlare ad amici e parenti ed ascoltare. Tutti.
Mi alzai per buttare la sigaretta nel posacenere. Il sole era calato oltre la chiesa di San Petronio da diverso tempo, il flusso di gente iniziava a diminuire mentre io ero ancora lì ad aspettare. Legami, idee, alternative. Sogni. Con questi propositi decisi di andarle incontro. Alla vita.

   2 commenti     di: vasily biserov


Il cieco

Lo vedevo ogni mattino quando meccanicamente alzavo gli occhi dal
mio giornale richiamato dai rapidi tocchetii del suo bastone, mi scostavo per farlo passare e riponendomi il giornale nella tasca osservavo le sue goffe movenze. Era un uomo sulla settantina con una
lunga barba incolta ed un viso scavato, ma a differenza di tutti gli altri ciechi non portava i soliti occhiali neri per nascondere la opacità
cristallina dei suoi occhi.
Si fermò un istante e all'improvviso decise di attraversare dall'altra
parte della strada e drizzò il suo bastone quasi a volere con quel segno
confermare la sua decisione, mi spostai e lo avvicinai vedendo che
stava per attraversare con poca cautela e gli dissi :
- Aspettate Signore che vi accompagno io dall'altra parte, così rischiate di farvi investire da qualche auto.
- Non importa signore rispose!
- Ma come non importa avete in così poco conto la vostra vita?
- Cosa volete che conti la vita di un povero cieco rispose.
- Non sapevo cosa rispondergli, poiché mi aspettavo uno di quei soliti ciechi che quando li aiuti, o richiedono il tuo aiuto, si profondono in mille ringraziamenti. Cercai di saperne di più e così dissi:
- Sapete che ogni mattina sento il battere del vostro bastone sul selciato puntuale come un orologio ed allora sento che è ora di
- richiudere il mio giornale e di recarmi al lavoro.
- Egli afferrò il mio braccio lo strinse con vigore e poi mi disse :
- Signore nessuno vi ha chiesto compassione, lasciatemi per la mia strada, non vi curate di me anche se finissi sotto un auto per voi non sarebbe poi una gran perdita, sarebbe come se aveste perso il vostro orologio, per un po' ne sareste infastidito di questa perdita, ma poi son sicuro che finireste per compravene un altro,
- cioè vi fissereste su qualche altro essere abitudinario cosicché
- avreste in poco tempo rimediato.
- Mi sentii umiliato, poiché egli aveva scavato nel mio essere con quelle parole mettendo a nudo la viltà e la poch

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Fai schifo al mondo

Gli autobus mi mettono ansia.
Prendi il pullman con gli auricolari nelle orecchie e per quanto provi a distaccarti non ne esci.
Sei in piedi vicino a una signora anziana che tanto per cambiare si lamenta dei giovani, della maleducazione, della sua vitaccia.
Nel frattempo una nordafricana lascia che la carrozzina di suo figlio scivoli lentamente, dolorosamente sopra il tuo piede destro
che lentamente e silenziosamente arretra.
Odio gli auobus perchè senti tutto il lamento del mondo. Come se sviluppassi una sorta di sesto senso e percepisci ogni pensiero.
La mente si affolla e vorresti urlare contro chi ti grida il suo dolore cn uno sguardo appena.

Una ragazza che accompagna una ragazza disabile, forse una sorella, forse un'amica.
Non fa tempo a scendere alla sua fermata, nonostante chieda al conducente di riaprire le porte.
Ed è una rivolta popolare di indignazione.
I signorotti borbottano, altri si fissano le scarpe, altri manifestano il loro disappunto, ma standosene ben lontani.
E quando la signora scende alal fermata successiva e si avvicina al conducente, quello riparte, senza degnarla di una spiegazione, di una scusa.

Facile.
Quello è uno stronzo
Ma
Se non avesse visto nello specchietto retrovisore la povera signora che voleva scendere?
Troppo impegnato a pensare agli alimenti arretrati che deve a sua moglie, alla sua bambina. Quanto è bella la sua bambina? quanto tempo è che non parlano un po?
Richiamato alla realtà dalle urla di un signore che lo accusa di insensibilità, di menefreghismo, di crudeltà.
E quando realizza l'accaduto è lui il primo a sentirsi piccolo, ma è troppo piccolo per chiedere scusa.
Per affronatre gli occhi inquisitori e rassegnati e disperati e rancorosi di una donna che è stanca di tanta sofferenza.
Si sente piccolo. Per sua figlia che ha un padre menefreghista, per quella donna, per tutti gli sguardi che lo cercano e giudicano in uno specchietto
retrovisore. Si sente piccolo piccolo e si mette addoss

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   1 commenti     di: Grazia stomesti


LU VENTU FA ed il vento disfa

Gasparinu Piloru guardava l'aria piena di gregne di spighe di russellu e non poteva fare a meno di sentirsi salire dentro la gioia, una grande soddisfazione a vedere su quello spiazzo ricavato in un costone del feudo del Conzo. Quell'anno il grano era venuto 'ngranatu, spighe lunghe a ottu carri, tutto lasciava presagire che il grano prodotto sarebbe stato tanto e di buona qualità. Avrebbe potuto, pagando le spese delle mezzadria, di mettere da parte il grano per la mancia e forse qualcosa ancora da vendere, depositando poi il denaro ricavato in banca.
Certo quel raccolto, sin dall'inizio, si era presentato con molte difficoltà climatiche. Le prime piogge che solitamente arrivavano a settembre, quell'anno si erano fatte attendere così a lui pi simari primintiu non era rimasto altro chi sciaccari a siccu la terra che era dura come la roccia. Gli animali si torcevano sutta lu juvu, tiravano l'aratro che appena scalfiva il terreno mentre il vento di scirocco che soffiava impietoso, faceva alzare nugoli di polvere e pagliuzze che accecavano i poveri animali ed il loro padrone
Vento, vento, vento che soffiava impetuoso quando era necessario che esso calasse e vento che necessitava e si faceva aspettare, lo sapeva bene Gasparino che aveva coltivato quella tenuta con grandi difficoltà, tra i ritagli di tempo, magari mentre gli animali che stava pascolando, sazi di erbe, si fermavano a riposare. Il vento di gennaio aveva soffiato su quelle pianticelle al punto che il pover'uomo, guardandole, aveva imprecato sulla malasorte e disperato per qualche settimana aveva evitato di passare da quella tenuta per evitare di rattristarsi ulteriormente. Ma ancora una volta si dimostrò vero il vecchio detto: "Asinu puta e Diu fa racina. Volendo con questo dire che le componenti della natura possono distruggere una pianta e successivamente ridarle vitalità e vigore. Marzo fu soleggiato ed i venti leggeri accarezzarono a lungo quelle piantine di grano che ripresero vigore. Il gran

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A volte

A volte si perde la speranza, quel segno di vita che dovrebbe accendere gli occhi. È come rimanere sotto un inferno di macerie e l'aria è flebile talmente flebile che preghi di morire, piuttosto che vivere a quel modo; e così io persi lei... in una notte tersa e bastarda.

Era bellissima, un respiro di cielo fatto carne... un suono di arpe che vibrava nei miei giorni. Non so perché e per chi, lentamente, le sue certezze si sgretolarono e divennero angusti deliri di sopravvivenza. So che piano a piano la vidi staccarsi da me... arenarsi tra le rive della morte che mangiava ogni giorno un po' del suo futuro.

Era Novembre quando ebbero inizio i primi disturbi, quei sadici annullamenti dell'essere. Ricordo che stavamo camminando per il Duomo quando sentì un peso al petto che le annientò il respiro; neppure il tempo di afferrarla che cadde ai miei piedi svenuta. La corsa in ospedale, l'attesa interminabile e poi nulla: "È solo stress" dissero i medici ma quello stress era l'anticamera della fine.
Un anno dopo il semplice stress era divenuto delirio, disperazione, invocazione di morte! Ed oggi sono qui a piangere le sue spoglie!

Nessuna cura ha alleviato quel male; nessun luminare della psiche ha esorcizzato il suo dolore...

"E adesso io cosa farò senza te... come potrò camminare senza avere la tua mano accanto che mi stringe e mi conforta. Sarò un tintinnio di pioggia che piangerà per sempre o un gelido freddo che non vedrà calore... chissà dove sei e se finalmente hai imparato a vivere... se dopo il tuo suicidio qualcuno ha carezzato le tue ombre... ti penso sempre e vorrei vederti sbocciare al mattino sulla terrazza del mio destino..."

   5 commenti     di: Luca



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