Luigi Maffezzoli, impegnato nell'attività di sindacalista, anche come formatore, ha scritto questo libro che raccoglie cinque racconti, specchi di realtà diverse, alcune tenere, altre tragiche, tutte che inducono a riflettere e a guardare dentro di noi per conoscerci e conoscere gli altri. Molto originale "Il profumo dei fiori di tarassaco" il cui protagonista eccitato e poi inquietato da un misterioso potere che, improvviso, gli si rivela una mattina, costringendolo a confrontarsi con gli altri da una nuova prospettiva, finalmente trova la pace in un parco, seduto su una panchina accanto ad un vecchio dalla barba bianca che ha visto trascorrere molte stagioni, ha vissuto tanto dolore ed ha trovato la serenità ascoltando i canti degli uccelli, riuscendo a riconoscere. attraverso le
diverse modulazioni, i diversi cantori.
L'ultimo racconto, di grande attualità, segue il protagonista incalzato dal suo destino di clandestino, disperatamente alla ricerca di un posto dove posare il capo per dormire. Lo trova tra le foglie di una magnolia che lo accolgono, come un uccello spaurito, a piangere la morte del suo amico, clandestino come lui, e quella di una bambina, vittima, anche lei, di tempi in cui la pietà e l'amore sembrano sepolti per sempre sotto una coperta di ghiaccio.
Il linguaggio è asciutto ma non distaccato e la lettura coinvolge e commuove.
L'Autore devolve tutti i proventi del suo libro alla Comune di Baires. Un motivo in più per leggere questo affascinante libro.
A fatica aprivo gli occhi, intorno a me la solita merda, un cumulo di cose di ogni genere sparse in ogni parte senza alcun senso. Faceva freddo ed era buio, filtravano dalla finestra sbarrata pungoli di luce, qua e la, dipingendo, forse realmente, o solamente nella mia mente, giochi di luce e ombre lugubri, demoni straziati dal dolore, dipinti da lacrime di sangue, ombre riflesse del mio essere, frutto di un'insensata razionalità, parte costante della mia persona. Libri buttati dappertutto, vestiti in terra, ogni sorta di lerciume avvinghiato alle pareti, ai pavimenti, ai vestiti. Il puzzo trasaliva da ogni parte della stanza, una fogna circondata da quattro mura di cemento spesso, rifugio di anime dannate, una latrina ripugnante, esempio del mio modo di essere, senza limite ne vergogna. Mi tirai su, ovviamente mi ero addormentato a terra, avevo ancora al braccio il laccio emostatico improvvisato, una cintura di cuoio, di quelle belle, alla moda, esempio di una vecchia vita, che quasi non ricordo più. La siringa, sporca di sangue rappreso appoggiata sulla bustina vuota di quella sostanza che tanto odiavo ma indispensabile come l'acqua e il cibo. "Grazie a Dio prima di partire, ero riuscito a togliermela dal braccio, chi sa che cosa sarebbe successo se l'avessi lasciata infilata nella vena, si sarebbe potuto spezzare l'ago, e si sarebbe squarciata la vena, forse sarebbe stato meglio così". Ed ecco che si fece sentire, quel morso gelido alla bocca dello stomaco, quel terrore insensato che attanagliava ogni pensiero, avevo bisogno di quel bacio gelido; avevo bisogno della mia carceriera, della mia salvatrice, avevo bisogno dell'eroina. Niente viveva più in me, solo il desiderio indomabile della ricerca di quel primo viaggio di due anni prima. Già, due anni fa... Era molto diversa la vita due anni fa. Maledetto quel giorno di due anni fa, maledetto! Pensavo che forse avrei dovuto farla finita li, avrei dovuto fare un ultimo viaggio, quello più intenso e senza rito
[continua a leggere...]La gente assiepata nel bus su cui Angela saliva ogni giorno per recarsi al lavoro, cercava di aderire il meno possibile al corpo del vicino, evitando di alitargli sul viso, sforzandosi di non incontrare lo sguardo volgendo gli occhi altrove anche se lo spazio tra i due era meno di dieci centimetri. Improbo e vano sforzo. Ad ogni fermata l'onda della ressa si piegava ora a destra ora a sinistra ed il vago sorriso di sopportazione si mutava in urlo di paura per l'improvvisa ed assai probabile intera caduta.
IL corpo di Angela era serrato in un alto busto rigido per la rottura di due vertebre e non le era facile rimanere in piedi sopportando i forti dolori guizzanti che le percorrevano la schiena. Sperava che qualcuno se ne accorgesse ma ognuno era talmente preoccupato di mantenere una propria dignitosa posizione, che ostentava una imperturbabile espressione indifferente.
Il braccio nudo di un giovane appoggiato al palo d'acciaio lungo la corsia dei passeggeri, premeva sul lato del suo collo come cosa ovvia, inevitabile data la situazione. Il corpo del ragazzo spingeva contro quello di Angela in un continuo movimento che Angela non capiva se fosse di infastidito rifiuto o di pretesa.
Con un piccolo gesto di insofferenza, Angela cercò di recuperare una posizione meno incresciosa ma si sentì apostrofare:
"Signora, lei mi ha rotto...!" ed all'amico che gli era accanto: "M'intriga", sogghignò ad alta voce.
Mentre lo guardava diritto negli occhi s'accorse del volto piatto del giovane Down.
L'ira sparì di colpo lasciandole il bisogno urgente di togliersi da quella situazione.
"Venga signora, venga avanti, qui c'è libero un posto per invalidi. "Cerchiamo un attimino di avere rispetto per gli ammalati!"
Sospinta dalla ressa e con le guance avvampate Angela si lanciò in avanti per guadagnare il posto dove con mossa un po' scomposta riuscì a sedersi. Si ricompose e sorrise alla signora che l'aveva aiutata.
Si sentì rilassata "tra virgolette".
Venti minuti fa, in una delle piazzette vicine a casa mia, nel quartiere Golosine, vicino alla fiera e a Verona Sud, per intenderci.
Quartiere popolare da sempre, adiacente alla zona industriale, un tempo officina di laboriosissima gente quasi esclusivamente autoctona, ora miscellanea di genti, razze e culture non sempre autorizzate, non sempre integrate. Alcuni palazzi, i più vecchi e decadenti sono abitati al 100% da neri e slavi extracomunitari. Oppure ormai neanche più extra. Comunitari e basta.
Di ritorno dall'ora d'aria, farmacia, giornalaio, alimentari, scorgo in lontananza un gruppetto di persone accucciate o sedute su e giù da un marciapiede, al bordo di un parcheggio quasi vuoto. Davanti a loro una miriade di vetri rotti di diversi colori, resti evidenti di bottiglie appena scolate e poi infrante. Penso che una gliela infrangerei volentieri su per il culo e faccio per cambiare strada. Ma poi cambio idea e tiro dritto per passare appena davanti a loro e ai loro vetri rotti.
Stanno tranquillamente pasteggiando con panini e altre bischerate, bevendo e cazzeggiando tra loro, come nulla fosse. E spargendo cartacce e rifiuti come neanche un ippopotamo coi propri escrementi.
Ad un tratto, quando sono quasi davanti a loro, fingendo indifferenza ma in realtà squadrandoli bene da dietro gli occhiali fotocromatici, ne sento uno, anzi una, che, ad alta voce, dice agli altri: "ma 'ndo éla l'Antonela, stamattina, la sarà mia sul serio dentro el casoneto?" Gli altri e le altre rispondono a tono nella stessa inconfondibile e grezza cadenza dialettale. La mia.
Tiro dritto e cinquanta metri dopo sono davanti al supermercato, sempre nella stessa piazzetta. Il nero che sta vicino alla fila dei carrelli mi saluta affabilmente e io gli rispondo altrettanto gentilmente a mezza voce. Altri cinquanta metri e un'auto si ferma per lasciarmi attraversare la strada: dentro un altro nero, che abita nella scala vicino alla mia e mi guarda e mi fa un cenno al quale rispond
“Mi piace venire in questo posto, non appena mi è possibile, ascoltare il silenzio che qui regna sovrano. Chiudo gli occhi e vedo immagini che nessun altro potrà mai vedere: sono ricordi che si riallacciano al presente, volti di cui non ricordo più il nome e che si avvicendano nella mente, oppure sembrano uscirne quasi a strappi, come i coriandoli lanciati per carnevale. S’alternano a visioni di paesaggi di località che non ho mai visto, ma che tanto mi sarebbe piaciuto visitare; sono sprazzi dipinti nel cervello che si compongono secondo l’estro del momento e come le idee che nascono all’improvviso mi provocano un senso di stupore, come l’aver scoperto qualche cosa che era sempre stato lì, ma che i miei occhi non riuscivano a scorgere.
Sì, mai come in questo posto riesco a creare con una forza insopprimibile che ha solo la necessità di un ambiente adatto per poter prorompere.
Passano gli anni, le stagioni si avvicendano, oggi cammino sulle foglie morte, che ancora, svolazzando, cadono dagli alberi. Gli alberi, così silenziosi, muti, ma che parlano con le loro forme, spesso contorte come se anche per loro esistesse la sofferenza di vivere, loro che ogni anno sembrano morire in questo periodo, per tornare poi a rivivere la primavera successiva. A me non è concesso un simile privilegio e già l’autunno è in corso, una lunga estenuante stagione che mi intorpidisce lentamente, in un silenzio interno che poco a poco, senza che me ne potessi accorgere, mi ha sopraffatto.
L’unica voce che è in me è quella della mente, appunto con queste immagini che riesce a creare per abituarmi al distacco e così si affievolisce la realtà, le emozioni si smorzano, nulla può turbare questo deserto dei sensi.
Io chiamo tutte queste cose i silenzi sospesi, perché per gli altri non ci sono, ma sono come a mezz’aria, all’intorno, dentro di me, in ogni mia cellula e quando questo stato di equilibrio precario verrà meno ne resterà solo uno, totale, defi
Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b
La camera di Marcone era impregnata di un odore così dolciastro da far venire la nausea.
-Come fa a non venirti la nausea, con questo profumo?- disse Andrea, sdraiato sul letto con le mani dietro la testa. Fissava il lampadario di plastica che pioveva dal soffitto al quale era agganciato un acchiappasogni formato da tre cerchi.
Marcone gli era di spalle, seduto alla scrivania addossata alla parete, il volto illuminato dalla prepotente luce elettronica dello schermo del portatile. Con la mano destra agitava il mouse sul tappetino fermandosi di tanto in tanto per cliccare qualcosa. Nella sinistra gli fumava una canna.
-Questo è il profumo del paradiso, amico mio. Il profumo del paradiso.
-Mi sta facendo venire il mal di testa. Non c'è un sistema di aereazione o che ne so, per questo coso?
-Si chiama Grow Box. No, non ce lo voglio. Devo immergermi in questo profumo, amico, capisci. Non posso permettere che si disperda al vento.
Andrea sospirò.
-Non possiamo sentire qualcosa di meno aggressivo?- disse.
-E chi sei, mia nonna? Sei mia nonna. Senti come spaccano questi ragazzi. Senti questa, per esempio. Si intitola Visetto. Parla di uno che la tipa lo hai tradito con un tale che lui conosceva, e questo canta augurandogli le peggio cose a entrambi, ma sai, mi piace proprio il modo in cui dice le cose, mi piace proprio il tono che usa, capisci, senti che belle parole, senti.
Marcone si era rilassato stravaccandosi sulla poltrona reclinabile, il volto fisso al soffitto, lo sguardo perso nei pensieri, dondolandosi un poco con i piedi sulle rotelle della sedia, portandosi la canna alla bocca ogni quattro-dieci secondi e tirando lunghe boccate facendo crepitare la brace e rilasciando nell'aria polverosa della stanza nuvole di fumo filiformi e fiocchi di carta incenerita.
Andrea fissava l'acchiappasogni sopra di lui.
Poi la canzone smiagolò nel nulla.
-Bella, eh?
-Hm, hmm.
Marcone tirò un'ultima boccata dalla canna stringendo il mozzicone tra
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