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Racconti su problemi sociali

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L'ultima fumata

Eddie non ne poteva più, proprio più, di vivere in quella casa. Era vero, aveva tutto quello che gli serviva ma non era abbastanza.
Aveva un tetto, cibo a volontà, una stanza comoda, una bella fidanzata, un cane e persino un giardino. Soprattutto aveva tutto il crack che voleva a portata di mano. Lo fumava sempre più spesso. Era una sensazione pazzescamente bella e a lui ormai non importava nient’altro al mondo.
Il suo spacciatore abitava nella stessa casa, al piano di sopra. Per Eddie era un gioco da ragazzi, appena aveva qualche soldo o della merce rubata da scambiare, andare di sopra e farsi dare la sua dose. Solo che la dose non bastava mai. A prescindere da quanto gliene davano. Non poteva bastare e non sarebbe mai bastata. Come può il più buono di tutti i frutti proibiti essere mai abbastanza?
Doveva andarsene se voleva sopravvivere ma non poteva e non ci sarebbe mai riuscito da solo. Neanche Megan, la sua fidanzata, avrebbe mai potuto convincerlo. Anzi ormai si era quasi arresa. Quando Eddie era sobrio – il che succedeva sempre più raramente - era simpatico e divertente come quando lo aveva conosciuto ma appena si attaccava alla pipa di vetro era finita. Diventava una specie di automa il cui unico scopo nella vita era rimepire la pipa e svuotarla.
Eddie aveva tutto del crackomane: la testa rasata con un grosso tatuaggio di una tarantola in una ragnatela sul cranio pelato, il modo di fare punk, lo sguardo spento e penetrante allo stesso tempo, l’aspetto trasandato da vagabondo e la cattiveria necessaria per farsi rispettare dalla gente con cui inevitabilmente doveva avere a che fare. Ultimamente andava a rubare sempre più spesso per alimentare la sua sempre più costosa abitudine. Rubava computer dalle università oppure entrava nelle casa in cerca di contanti e gioielli. Quella sera gli era andata molto meglio del solito. Nel comodino della camera da letto della casa in cui era entrato aveva trovato un rotolo con 500 dollari di cont

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   1 commenti     di: davide sher


Sonno di un bambino

I
Piove, scende fitta e silenziosa, una manna da questo cielo sempre più strano per irrigare la terra assetata da troppi giorni. Sono già le sei, apro di malavoglia la luce e resto in ascolto: silenzio, nessun movimento dalla tua camera, solo il ticchettare dell’orologio in corridoio smorza questo gelo che sopprime le mie sicurezze. Mentre mi rivesto della vestaglia, rivolgo l’orecchio alla strada con un groppo in gola: un’auto rallenta sulla curva di casa nostra, tra un po’ si aprirà il cancello e tu rientrerai finalmente con passo furtivo e consapevole del tuo ingiustificato ritardo. Io qui ad aspettarti a braccia conserte, come spesso ho fatto negli ultimi anni. No,…… L’auto prosegue, l’attesa continua incessante. Mi appoggio alla finestra e guardo fuori, con le dita mi strofino gli occhi pesanti mentre un mix di pensieri ed emozioni si accavallano in questi minuti lenti e monotoni: dove sei tesoro mio? Mi fa paura,…. D’impulso prendo il cellulare e controllo le chiamate: nulla, assolutamente niente da ieri sera, né un sms, né uno squillo caduto a vuoto, il nulla e questo silenzio, solo il gocciolare piano dalle grondaie,…… Prima di uscire, mi avevi abbracciato teneramente rassicurandomi: “Mamma, tranquilla, torno presto, non faccio come lo scorso sabato, vado solo a farmi un giro con Diego giù a Lignano,…Ok?” Uno sguardo ingenuo illuminava il tuo viso ancora di ragazzino, tu e Diego, sempre voi due, tutti i fine settimana assieme come Cip e Ciop,……. altro che trovarti la morosa, quella sarebbe solo un optional per te! Quegli occhi blu mare,…. “ Va bene, ma non bere troppo, che poi se ti fanno la prova, devo chiamare papà per farti venire a prendere!” Girandoti, mi sorridevi rassegnato: “Ma mamma,……”.
Il sole sta facendo capolino da sotto le nuvole dense, finalmente un po’ di sereno dopo due giorni di pioggia. Vago su e giù per la stanza in preda ai miei demoni interiori. Sì, è vero non sono sempre st

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No Comment

Nel buio, quattro uomini scendono le scale con un pesante fardello. In silenzio, attenti a non fare rumore, e soprattutto per evitare di far sbattere la cassa sulle pareti. Una volta fuori, la mettono su una macchina che si era fermata di sotto. Dopo averla legata e assicurata bene, la macchina partì. L'accompagnano con gli occhi fino alla sua scomparsa, e poi si allontanano in direzioni diverse.

Un giovane uomo, viaggiando in autostrada, fa attenzione a non oltrepassare la velocità massima, solo problemi con la polizia, no. Sopra la macchina una cassa da bagaglio a forma di barca. L'effetto di alcol è passato lasciando posto a disagio, dolore, stanchezza e una sorta di pentimento. A volte asciuga qualche lacrima. E, di tanto in tanto, un sospiro. Deve passare alcuni Stati, i primi li ha lasciati alle spalle. E, con loro, una parte di ansia e paura. Spesso vede il tetto della cabina e mormora alcune parole, parti di preghiera interrotte da un pianto lento. È entrato in terra rumena... l'ansia sembra lasciare il posto alla stanchezza ed alla fatica. Gli occhi stanno per chiudersi. Si allarma. Dovrebbe arrivare vivo. Vede un autogrill. Decide di fermarsi, un paio di minuti, prendere un caffè e poi partire di nuovo. Perché il tempo non aspetta, deve arrivare in fretta... nessun altro pensiero.

Ferma la macchina, si trascina rapidamente verso l'autogrill, ordina e a aspetta con impazienza il caffè, poi lo beve in fretta. Si sente un po' meglio, almeno le gambe sono più leggere. Esce e cammina dove l'ha lasciato la macchina. Improvvisamente... non crede a suoi occhi. La vettura è lì, con il colore metallo grigio lucida di un beffardo sottotono, la merce è mancante. No, non è possibile, non può succedere. Si sente un pezzo di ghiaccio dal cuoio capelluto fino alle dita dei piedi. È un sogno, un incubo. Dio, ti prego, dimmi... che non è vero... Povero me... Le gambe non la tengono più, la disperazione sta per farlo stramazza

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   1 commenti     di: suzana Kuqi


Lucidità

A fatica aprivo gli occhi, intorno a me la solita merda, un cumulo di cose di ogni genere sparse in ogni parte senza alcun senso. Faceva freddo ed era buio, filtravano dalla finestra sbarrata pungoli di luce, qua e la, dipingendo, forse realmente, o solamente nella mia mente, giochi di luce e ombre lugubri, demoni straziati dal dolore, dipinti da lacrime di sangue, ombre riflesse del mio essere, frutto di un'insensata razionalità, parte costante della mia persona. Libri buttati dappertutto, vestiti in terra, ogni sorta di lerciume avvinghiato alle pareti, ai pavimenti, ai vestiti. Il puzzo trasaliva da ogni parte della stanza, una fogna circondata da quattro mura di cemento spesso, rifugio di anime dannate, una latrina ripugnante, esempio del mio modo di essere, senza limite ne vergogna. Mi tirai su, ovviamente mi ero addormentato a terra, avevo ancora al braccio il laccio emostatico improvvisato, una cintura di cuoio, di quelle belle, alla moda, esempio di una vecchia vita, che quasi non ricordo più. La siringa, sporca di sangue rappreso appoggiata sulla bustina vuota di quella sostanza che tanto odiavo ma indispensabile come l'acqua e il cibo. "Grazie a Dio prima di partire, ero riuscito a togliermela dal braccio, chi sa che cosa sarebbe successo se l'avessi lasciata infilata nella vena, si sarebbe potuto spezzare l'ago, e si sarebbe squarciata la vena, forse sarebbe stato meglio così". Ed ecco che si fece sentire, quel morso gelido alla bocca dello stomaco, quel terrore insensato che attanagliava ogni pensiero, avevo bisogno di quel bacio gelido; avevo bisogno della mia carceriera, della mia salvatrice, avevo bisogno dell'eroina. Niente viveva più in me, solo il desiderio indomabile della ricerca di quel primo viaggio di due anni prima. Già, due anni fa... Era molto diversa la vita due anni fa. Maledetto quel giorno di due anni fa, maledetto! Pensavo che forse avrei dovuto farla finita li, avrei dovuto fare un ultimo viaggio, quello più intenso e senza rito

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   1 commenti     di: gabriele


Costi umani o costi disumani?

In quest'ultimo periodo il dibattito, negli Stati Uniti, sulla pena di morte si è fatto ancor più forte a causa degli sconvolgimenti economici dovuti al periodo di crisi, trascurando la dimensione etica ed umana della pena capitale.
Lo stato americano dell'Illinois, ad esempio, nel 2011 ha abolito la pena di morte, in quanto un rapporto elaborato da una commissione istituita proprio per calcolare i costi della pena capitale, ha stimato che dal 2003 al 2010 le spese dello stato ammontavano a 100 milioni di dollari.
Parlando sempre di cifre, uno studio ha mostrato che nel solo anno 2008 la California ha speso 137 milioni di dollari, in aggiunta la commissione ha dichiarato che se la condanna a morte fosse stata tramutata in ergastolo a vita la spesa sarebbe stata di soli 11, 5 milioni di dollari. Il paradosso di questi 137 milioni di dollari è che non vi è stato neanche un condannato è lo stato continua ad avere nella sua legislazione questo tipo di pena, anche se un referendum popolare a novembre potrebbe far cambiare le cose.
Negli Stati Uniti, come si può notare, il dibattito politico, sulla pena di morte, ha spostato la sua attenzione dalla dimensione etica a quella economica, anche se come si vedrà gli USA sono fra gli stati più garantisti dei diritti umani fra quelli che adottano nella loro legislazione la pena capitale, grazie forse, all'introduzione di discipline pluraliste, infatti il dispendio di milioni di dollari è dovuto proprio a questo: le spese processuali, la detenzione dei condannati sino alla condanna e delle persone in attesa di giudizio sono circa 30 volte superiori rispetto ad altri procedimenti penali.
Al contrario l'Arabia Saudita si contraddistingue rispetto ad altri stati che adottona la pena capitale in quanto connotata da norme religiose. Infatti va a punire crimini come l'apostasia (il distaccarsi dalla religione islamica per un'altra), l'esercizio di arti magiche e il traffico di droga, inoltre durante il periodo del Ramad

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Falliti

Mio padre. Un alcolizzato. Chissà in che lurido bar della zona Termini si era ridotto così male, quella sera, bevendo le sue birre, scolando vinaccio.
Poteva darsi che era a corto di denaro, e allora si era accontentato del vino in cartone del supermercato.
Lo immaginai ubriaco in compagnia del suo amico fallito, conosciuto come Rana. Li immaginai proprio come due straccioni, di quelli che se muoiono per strada nessuno ci fa caso.
Scavando nei miei ricordi, anche quand'ero solo un bambino la figura di mio padre era sempre quella di un uomo trasandato, quasi sempre attaccato a una bottiglia. Quasi mai lucido. Privo di dignità.
A volte, quando entravo in camera sua giusto per accertarmi che fosse ancora vivo e quella merda non gli avesse fatto scoppiare il fegato, mi assaliva lo schifo dell'alcol vomitato. Una mattina l'avevo trovato riverso sul pavimento, vestito, impigliato tra lenzuola e coperte che si era portato via cadendo dal letto.
Non mi allarmavo, ormai, se non lo vedevo uscire dalla sua camera per tutto il giorno: smaltiva la sbornia, dormiva collassato. Si alzava solo per andare in bagno, quando riusciva a fare in tempo. Nemmeno ti riconosceva. Mi chiamava Rana, come l'amico fallito.
Comunque quel sabato sera lui e il suo amico avevano iniziato a cantare per strada, sotto le finestre della gente.
Qualcuno aveva chiamato la polizia, e la polizia aveva chiamato me.
Ero lì, e Rana mi tirava per un braccio: non voleva che portavo via mio padre e non voleva saperne di restare solo. «Lascialo in pace» mi disse. «Non vedi che stiamo festeggiando? » Aveva gli occhi tutti rossi e la sua camicia era uno straccio, lurida del vino che si era rovesciato addosso.
«Togliti dai piedi, pezzente» gli dissi. L'avevo spinto via.
«Mi hai fatto male, coglione» disse lui. «Sei proprio un coglione» ghignò. «Farebbe bene tuo padre a prenderti a calci» disse, «quando non è ridotto così. Fancùlo. Dovrebbe insegnarti l'educazione. »
«Parla anco

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   3 commenti     di: roberto cavuoto


Jack non vuole morire.

"Liberamente ispirato ad una storia vera".


Jack non vuole morire perché ha paura.
Jack non è né un santo né un eroe, per questo teme di scomparire nel nulla. Ha solo quarant’anni e la sua vita è fluita in modo stranamente troppo normale.
Jack sa che deve morire. Il male si è incuneato nelle sue membra come un verme nella terra umida e nessuno al mondo sa come stanarlo. Jack ha girato tanto, in lungo e in largo; cliniche specializzate e specialisti con svariati riconoscimenti, ospedali di fama nazionale e professori con fama di successo. Nulla è servito a niente, tranne nel far scomparire e poi apparire i suoi neri capelli, adesso ridotti a ciuffi isolati, per effetto della chemio.
Jack adesso è a casa. Mangia poco per via dell’ascite. La sua bocca è amara come l’inferno ma le sue condizioni sono abbastanza buone. È notte, sua moglie e i suoi due figli sono già a letto.
La casa è silenziosa, un silenzio quasi surreale, apatico, inverosimile se accostato al turbinio di emozioni negative che la sua famiglia sta vivendo.
Jack si avvicina alla stanza dei suoi figli che ha la porta aperta, li guarda dormire nella loro alcova incantata, sapientemente costruita, mattone dopo mattone, dalle sue mani e dalla sua mente in vent’anni di lavoro. Dormono. Forse sognano. Loro sanno già tutto e non smettono di mai di pregare per un padre “normale” ammalato di un male, dicono, incurabile.
Jack soffre perché i suoi figli sono illusi, tremendamente illusi. Continuano a pregare di nascosto, magari di sera quando la luce soffusa delle stelle accarezza i vetri della loro stanza. Hanno solo quattordici anni lui e dodici lei.
Jack ama i suoi figli. Questo provoca in lui sensazioni indescrivibili. È la forza dell’amore che se miscelata alla paura di alienarsi per sempre, distaccarsi da sentimenti purissimi, diviene un atroce tortura. Preferirebbe cento cicli di chemio e non la consapevolezza che a breve essi piangeranno sul suo corpo, seg

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