LA II RIVOLUZIONE FRANCESE, SAGGIO DI FANTASTORIA
Prefazione
Lasciate che la “Molitudine” costruisca solidi baluardi di fantasia, grande madre della realtà, che nel dolore ne partorirà altre migliori.
Prologo
Nei loro discorsi di natale e delle grandi e piccole occasioni, papi e imperatori si battevano il petto e dicevano che bisognava fare qualcosa per cambiare il mondo, ma poi, terminato il discorso se ne tornavano nei loro caldi castelli e satolli i ventri, in cuor loro pregavano, speravano e combattevano per far sì che niente cambiasse, finché un giorno, le mura dei caldi castelli comiciarono a tremare al rumore dei passi della Moltitudine che marciava per le strade del mondo.
CAPITOLO I
Stato dell’arte del mondo agli inizi del terzo millennio
Sin dalla fine del XX secolo e durante le prime decadi del XXI, complessi organismi nazionali e internazionali sorti in seguito alle trasformazioni capitalistiche avvenute nei più potenti paesi occidentali, regnavano incontrastati, uniti e solidali nel perseguire un’unica logica di potere volta a sostenere, promuovere con cieca ostinatezza e imporre al mondo il proprio credo secondo il quale il Modello di Crescita Economica Globale era il migliore ai fini dell’esistenza e del progresso dell’umanità.
I sostenitori di tale politica si guardavano bene dall’ammettere di essere degenerati in una nuova forma di assolutismo culturale, economico e finanziario in stridente contrasto con l’affermazione degli stati democratici consolidatisi nel corso della seconda metà del XX secolo e peggiore di quello monarchico dei secoli passati, in quanto capace di annullare la volontà degli individui massificandola.
Questa trasformazione del potere, detenuto da un insieme di entità, che andavano al di là dei singoli stati e tendevano a dominare l’intero pianeta, era stata definita da alcuni studiosi di quei tempi, Regime di Potere Assolutistico Globale. D’altra parte, molti avevano compreso che
Non voleva saperne niente di quegli urli…vedeva ombre dappertutto e questo le bastava. Ombre nere, piccole, fugaci che la circondavano, l’atterrivano;simili a piccole bestioline malefiche…Poteva gridare quanto voleva;lei non avrebbe scostato la tenda per lasciarsi ferire gli occhi dal sole ormai alto, non avrebbe spalancato la finestra per far tacere quella voce violenta, diabolica, che congela il sangue…lo avrebbe lasciato ammazzare sua moglie, a chi importava d’altronde? Nessuno la credeva quando gridava dalla sua soffitta che quell’umo era un ubriacone, scansafatiche, pazzo…Già pazzo, detto da lei che vedeva le ombre;che non apriva mai le finestre, che usciva solo di notte come le civette…E civetta era il suo soprannome nel paese, e come quel animale dal canto lugubre anche lei era riconosciuta come una portatrice di sventure:sarebbe bastato un suo sguardo, dicevano, per avere un biglietto di sola andata per l’inferno…Era una medusa dell’era moderna;una donna che vedeva le ombre, cioè il diavolo, quindi da tenere alle dovute distanze, da non guardare mai negli occhi e se questo accadeva bisognava subito scappare verso la prima chiesa confessarsi e farsi benedire…Un sistema utile per far placare quelle urla, il suono delle botte sul volto di quella donna, che si era dimenticata da tempo di essere umana ed assumeva sempre più le sembianze di una pietra da scalfire, violentare, gettare da una rupe e dimenticare…
Ma oggi non ne aveva voglia;non voleva vedere gli occhini quella donna che guardavano verso la sua finestra come quando si guarda il sole dopo la tempesta…chiedeva pietà.. ma un pazzo può provare pietà? Non trovava risposte in quella stanza buia, piena solo delle foto dei suoi due amati genitori, illuminate da candele funeree;no, non poteva provare pietà, perché per provare pietà bisognava soffrire e della sofferenza lei, nell’arco dei suoi trentacinque ani non ne aveva mai visto l’ombra…
Il mondo fuori soffriva;il sole che faceva invecchiare
Ognuno di noi ha un compito da portare a termine.
Selene si aggiustò meglio il niquab che le copriva tutto il volto, ad eccezione degli occhi, azzurri e luminosi come poche donne della zona potevano vantare. Teneva la testa bassa, per non rischiare che i suoi occhi la tradissero. La conoscevano in molti in quel quartiere, uno dei più pericolosi e malfamati di Medina, e la conoscevano soprattutto con l'epiteto "occhi di luna". E ora che si trovava in missione segreta, nessuno doveva accorgersi di lei. Si muoveva velocemente per le stradine affollate e polverose, camminando vicino ai muri delle casette, cercando di non andare a sbattere contro gli altri passanti. Un gruppo di bambini che correva, forse alle prese con qualche gioco, le tagliò la strada talmente all'improvviso che Selene rischiò di cadere per terra, lunga distesa. Riuscì a recuperare l'equilibrio in tempo per aggrapparsi ad un muro, graffiandosi però tutti i polpastrelli. Riprese a camminare, più velocemente. Doveva sbrigarsi se voleva davvero essere d'aiuto. Svoltò l'angolo un paio di volte e si trovò di fronte ad una casa più malandata delle altre. Non bussò alla porta principale. Si diresse sul retro e cercò il punto in cui non l'avrebbe vista nessuno. Si guardò attorno diverse volte, prima di salire su un bidone di spazzatura e scavalcare la recinzione che proteggeva il cortile. Quando fu all'interno, si spolverò il lungo e nero niquab e si diresse furtiva verso un'apertura nel muro della casetta.
-Fadwa... Fadwa, sono qui. - bisbigliò, entrando cautamente nell'abitazione. La stanza era buia e l'aria calda e polverosa le seccava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Il solito odore di stantio le invase le narici.
- Fadwa!-
Selene oltrepassò il salottino e si diresse verso la stanza da letto dove spesso Fadwa la aspettava, in seguito alla nascita della bambina. La trovava lì, a cullarla tra le braccia, cantando una nenia che profumava di riti ancestrali di un passato magico.
Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Le preoccupazioni mi assalgono,
il terrore divampa.
Non ho denaro, Dio mio.
Mi rinfacciano la mia condotta.
" Prova a fare qualcosa... ".
Dio mio, io ho aiutato coloro ai quali chiedo aiuto.
Ma loro danno con l'umiliazione.
Incutono insicurezze nel mio animo che si sta abbandonando a te.
Dio mio, Dio mio, non mi abbandonare.
Gli stenti e le umiliazioni che soffro siano le messe a cui manco.
Dio mio io ti cerco.
Dammi la possibilità di andare avanti.
Così è stato finora nonostante i duri colpi della vita.
Dio mio perché mi hai riscattato?
Per lasciarmi forse in balia degli ingrati?
Moltiplico le preghiere, pratico l'elemosina, perdono al mio prossimo, porgo la guancia e abbasso la testa.
Dio mio, Dio mio dove sei?
L'urlo del mio intimo ascolta e venga a me la tua pace.
Amen
Gasparinu Piloru guardava l'aria piena di gregne di spighe di russellu e non poteva fare a meno di sentirsi salire dentro la gioia, una grande soddisfazione a vedere su quello spiazzo ricavato in un costone del feudo del Conzo. Quell'anno il grano era venuto 'ngranatu, spighe lunghe a ottu carri, tutto lasciava presagire che il grano prodotto sarebbe stato tanto e di buona qualità. Avrebbe potuto, pagando le spese delle mezzadria, di mettere da parte il grano per la mancia e forse qualcosa ancora da vendere, depositando poi il denaro ricavato in banca.
Certo quel raccolto, sin dall'inizio, si era presentato con molte difficoltà climatiche. Le prime piogge che solitamente arrivavano a settembre, quell'anno si erano fatte attendere così a lui pi simari primintiu non era rimasto altro chi sciaccari a siccu la terra che era dura come la roccia. Gli animali si torcevano sutta lu juvu, tiravano l'aratro che appena scalfiva il terreno mentre il vento di scirocco che soffiava impietoso, faceva alzare nugoli di polvere e pagliuzze che accecavano i poveri animali ed il loro padrone
Vento, vento, vento che soffiava impetuoso quando era necessario che esso calasse e vento che necessitava e si faceva aspettare, lo sapeva bene Gasparino che aveva coltivato quella tenuta con grandi difficoltà, tra i ritagli di tempo, magari mentre gli animali che stava pascolando, sazi di erbe, si fermavano a riposare. Il vento di gennaio aveva soffiato su quelle pianticelle al punto che il pover'uomo, guardandole, aveva imprecato sulla malasorte e disperato per qualche settimana aveva evitato di passare da quella tenuta per evitare di rattristarsi ulteriormente. Ma ancora una volta si dimostrò vero il vecchio detto: "Asinu puta e Diu fa racina. Volendo con questo dire che le componenti della natura possono distruggere una pianta e successivamente ridarle vitalità e vigore. Marzo fu soleggiato ed i venti leggeri accarezzarono a lungo quelle piantine di grano che ripresero vigore. Il gran
Divenire. Non siamo altro che un continuo e perenne divenire. Una fase ciclica che parte ma no, non cessa mai. Non ci rimane altro che adeguarci. Continuare il nostro spettacolo su quel palcoscenico su cui la vita ci pone mettendoci continuamente alla prova. Così, semplicemente, per constatare fino a che punto abbiamo la capacità di cogliere e affrontare al massimo ciascuna di quelle sfide.
Tutto cambia. A distanza di poco. Quasi senza neppure darci la possibilità di realizzare, di capire ciò che avviene intorno a noi. Eppure noi ne siamo i soggetti, i protagonisti. Coloro che dovrebbero avere il controllo assoluto sulla vita, sul mondo. Ma, nonostante ciò, non sempre è così. O, forse, lo è. Dipende da prospettive, punti di vista, circostanze. Il mondo porta con sé progressi, rinnovamenti. A volte, semplifica la vita. Fa avverare sogni e desideri. Ma tutto ciò viene introdotto nella quotidianità dal mondo o dall’uomo? Il mondo assorbe le volontà dell’uomo. È solo quest’ultimo che, con le proprie mani, ha il potere di plasmarsi un’esistenza più adeguata alle proprie esigenze, ai propri bisogni. Semplicemente a sé.
In tempi più remoti e lontani, l’uomo, con lo svegliarsi della propria intelligenza, vedendo far capolino nel cielo quell’enorme ammasso lunare, sognò, un giorno, di potervi andare su. Ma “l’uomo non potrà mai andare sulla Luna”. Qualcuno disse proprio così. E invece? Invece ha dato tutto se stesso perché i sogni portano a tanto. Quei desideri ardevano e pulsavano così forte dentro lui che, alla fine, è riuscito a far sì che si concretizzassero.
Quest’evoluzione gli ha permesso di avere “tutto e subito”.
Un “tutto e subito” relativo però.
Ha introdotto mezzi di comunicazione che agevolano fabbisogni, occorrenze, necessità. Ha reso più agiata la propria vita tramite quella tecnologia che è paragonabile alle due facce di un’unica medaglia. Due facce che si trovano agli antipodi, che rapp
Devo solo arrivare a domani, si tratta di resistere qualche ora.
Ripenso a quello che mi ha detto la mia amica: "Quando ti prende lo sconforto, accenditi una sigaretta e beviti un caffè, basta che arrivi al giorno dopo."
Stringo i denti e tiro fuori il pacchetto di sigarette che tengo nascosto sotto la biancheria, ne accendo una e la fumo nervosamente. Forse dovrei prendere quelle stramaledettissime pillole.
Respiro profondamente e tiro un'altra boccata, devo solo stare calma e passerà tutto.
"Mai mostrarsi deboli, controllarsi sempre. La mia vita deve essere votata alla perfezione."Mi ripeto meccanicamente come un mantra.
Le immagini stanno diventando sfocate, come se fossi sott'acqua, magari sto esagerando o magari questa è solo una prova che renderà ancora più soddisfacente il risultato.
Le mani mi tremano, sento freddo. Non so che devo fare, se solo ci fosse qualcuna in chat potrebbe darmi una mano.
Scatto verso il PC, ma le gambe sembrano di pastafrolla e cedono sotto il mio peso, cado a terra con un tonfo sordo mentre il mondo trema e si capovolge.
Sono debole, sto male, ma devo resistere, lo faccio per il mio bene. Tutto questo è necessario per la mia salute, per il mio futuro.
Da quando ho smesso con le cattive abitudini, sto diventando più bella. La mia pelle è più luminosa, i muscoli più tonici e riesco a capire chi mi ama veramente e chi invece è solo ipocrita.
Mi girò sulla pancia e appoggio la guancia a terra, lasciando che il freddo delle mattonelle assorba il caldo di questa febbre che mi consuma da un paio di settimane.
"Vedrai, ci vorranno pochi giorni, poi il corpo si abitua." Mi ha detto una del gruppo. "Ti aiutiamo noi, non sei sola, ce la puoi fare."
Ripenso a quelle parole dolcissime. A loro importa di me, non come ai miei che a malapena mi rivolgono la parola, come mio padre, che si trascina oltre la porta come uno zombie e si piazza davanti al televisore senza rivolge la parola a nessuno. Non è rimasto nulla della p
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