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Racconti su problemi sociali

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Lettera ai razzisti

La gentaglia degli inferi, come voi razzisti siete, non ha bisogno di essere additata come ignobile, perché lo fa da sé. Un grasso ominide che disprezza le altre razze, perché accanto a esse grugnisce il suo odio, chiamandolo intelligenza e superiorità razziale, accusa di buonismo chi non è volgare come è lui, e sputa il rancido prodotto del suo masticare rabbia, senza poter reggere il proprio sguardo quando passa davanti a uno specchio. Nugoli di mosche ne accompagnano il cammino, respirando le esalazioni di morte che lascia dietro di sé, orgoglioso di essere solo, in un mondo di individui abbruttiti come lui è, inneggianti al male. Quando governano imbrogliano rubano e uccidono, dichiarando guerre alle quali non partecipano, e ghignano quando entrano nei cimiteri che hanno riempito di innocenti, fuggiti da dittatori che sono come tutti gli esseri che godono del privilegio di essersi alleati con l'ombra che oscura la luce, quella che illumina tutti gli esseri, riscaldando le loro anime.

   39 commenti     di: massimo vaj


Il venditore dell'incrocio

Jairo si sveglia alle 5 della mattina per arrivare in quel puzzolente incrocio, per vendere piccoli accessori per automobile, sotto il sole cocente di Citta' del Mexico, alle sei della tarde jairo si e' guadagnato quei tre quattro dannati dollari e i sui polmoni si sono avvelenati di idrocarburi per dare il benvenuto ad un cancro che non lo fara' campare più di trent'anni. Non e' negro Jairo, la sua pelle e' manciata e sudicia, incallita, a soli 12 anni Jairo ma e' li' in quell'incrocio gia' da quattro, prima andava a scuola, ma in famiglia non ci sono ne' soldi per il trasporto e ne soldi per i libri e quindi il suo destino e' quell'incrocio.
Le due arterie viarie hanno un flusso di due milioni di autoveicoli il giorno, molti ignorano la presenza di Jairo, ma lui riceve da ogni autiveicolo un biglietto di sola andata per il paradiso, dove la sua pelle non sara' piu sudicia e manciata e quei milioni di automobilisti che lo hanno ucciso finalmente lo conosceranno. Era il venditore di piccoli accessori per le loro macchine.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Una civetta che vede alla luce del sole

Non voleva saperne niente di quegli urli…vedeva ombre dappertutto e questo le bastava. Ombre nere, piccole, fugaci che la circondavano, l’atterrivano;simili a piccole bestioline malefiche…Poteva gridare quanto voleva;lei non avrebbe scostato la tenda per lasciarsi ferire gli occhi dal sole ormai alto, non avrebbe spalancato la finestra per far tacere quella voce violenta, diabolica, che congela il sangue…lo avrebbe lasciato ammazzare sua moglie, a chi importava d’altronde? Nessuno la credeva quando gridava dalla sua soffitta che quell’umo era un ubriacone, scansafatiche, pazzo…Già pazzo, detto da lei che vedeva le ombre;che non apriva mai le finestre, che usciva solo di notte come le civette…E civetta era il suo soprannome nel paese, e come quel animale dal canto lugubre anche lei era riconosciuta come una portatrice di sventure:sarebbe bastato un suo sguardo, dicevano, per avere un biglietto di sola andata per l’inferno…Era una medusa dell’era moderna;una donna che vedeva le ombre, cioè il diavolo, quindi da tenere alle dovute distanze, da non guardare mai negli occhi e se questo accadeva bisognava subito scappare verso la prima chiesa confessarsi e farsi benedire…Un sistema utile per far placare quelle urla, il suono delle botte sul volto di quella donna, che si era dimenticata da tempo di essere umana ed assumeva sempre più le sembianze di una pietra da scalfire, violentare, gettare da una rupe e dimenticare…
Ma oggi non ne aveva voglia;non voleva vedere gli occhini quella donna che guardavano verso la sua finestra come quando si guarda il sole dopo la tempesta…chiedeva pietà.. ma un pazzo può provare pietà? Non trovava risposte in quella stanza buia, piena solo delle foto dei suoi due amati genitori, illuminate da candele funeree;no, non poteva provare pietà, perché per provare pietà bisognava soffrire e della sofferenza lei, nell’arco dei suoi trentacinque ani non ne aveva mai visto l’ombra…
Il mondo fuori soffriva;il sole che faceva invecchiare

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Stefania brucia!

Era scomparsa così, come uno di quei fiori che si usano come segna libro e che appassiti vengono divorati dal fiume di parole nulle, gettate lì chissà da quale poeta lontano millenni dal suo tempo. Come nessuno aveva mai immaginato, se n’era andata, inghiottita ora in quella medaglietta fredda sul petto della madre, caldo d’amore e di lacrime amare…
In quella goccia di metallo, era rinchiusa lei, i suoi lineamenti, il suo volto, le sue lacrime, le sue paure, le sue speranze. C’era lei, la sua Stefania….? cioè, quale Stefania? Quella che da piccolina non andava a dormire se lei non andava a darle il bacio della buona notte, che voleva dormire con la luce accesa, che stringeva Bobo, un orsacchiotto senza un braccio, che si era fratturata la mano la prima volta che aveva provato ad andare in bici, che odiava mangiare la carne e volentieri si sarebbe abbuffata di verdure, che si era impuntata di voler fare la boxe e non la ginnastica ritmica come le sue compagne di classe, che ad otto anni, non aveva espresso il desiderio di fare la dottoressa, la mamma, la maestra ma di fare il pilota, per volare lontano, e sfiorare l’eternità…Ieri, era proprio andata così;aveva sfiorato l’eternità;era volata via, lontana dal gomitolo delle vite umane;era diventata un filo indipendente e ballava, vagava, vorticava, negli abissi del suo io, lontana come non mai, con tale impeto che il filo pian piano si è indebolito, si è reciso, e lei è stata scaraventata a terra, in una fossa un metro e settanta per un metro accanto ad una croce ignota, ed ad una signora di settanta anni, con la tomba circondata da mille fiori finti…
Ieri una ragazza di venti due anni era stata trovata con un ago nel braccio sinistro, nel bagno della stazione, morta…
Era quella la sua Stefania?
Una che comunemente, con disprezzo definiscono una tossica? Una di quelle che “si buca”;che è disposta a tutto pur di procurarsi il “pane quotidiano”, una qualsiasi dose, una qualsiasi sostanza, per riempirsi il braccio di livi

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Frantumi di me

Distrattamente accese il computer, gesto ormai meccanico da due settimane. Una mano tra i capelli e una sul mouse. Aspettò di poter aprire la sua cartella di musica, scelse un pezzo di Allevi e incominciò a rilassarsi. Da quanto tempo era lì? Troppo, si disse. Non usciva, non vedeva gente, la sua unica vita sociale si stava sviluppando al pc. Msn, Netlog, Nirvam, You tube, Poesieracconti. I siti in cui parlava con qualcuno. Qualcuno che non la vedeva, che non sapeva delle sue lacrime mentre scriveva. Sapeva essere simpatica, sapeva far ridere uno sconosciuto. Ma a cosa serviva, se poi quella persona l'avrebbe salutata e l'avrebbe lasciata sola? Nessun messaggio sul cellulare, nessuno la stava contattando per chiederle cosa avrebbe fatto quella sera. Completamente sola andò in cucina. Aprì le ante, aveva fame. Cereali, latte, frutta, verdura, yoghurt, non le andava quella roba. Aveva voglia di un gelato, di qualcosa di dolce in cui poter affogare quella tristezza. Ma non c'era nulla. Sua madre vietava categoricamente grassi e zuccheri nella sua dieta. Non per cattiveria o per idolatria dei canoni moderni di bellezza. Era solo prouccupata della sua salute, in fondo era una madre presente nella sua vita. A testa bassa tornò nella piccola stanza, ormai rifugio della sua esistenza. Un rettangolo arancione. Marco. Cliccò sull'icona e lesse: ohi. Rispose con un sorriso virtuale che in fondo non era davvero nato sulle sue labbra. Una conversazione breve, gli argomenti mancavano: cosa ha da dire una persona che non vive?



LU VENTU FA ed il vento disfa

Gasparinu Piloru guardava l'aria piena di gregne di spighe di russellu e non poteva fare a meno di sentirsi salire dentro la gioia, una grande soddisfazione a vedere su quello spiazzo ricavato in un costone del feudo del Conzo. Quell'anno il grano era venuto 'ngranatu, spighe lunghe a ottu carri, tutto lasciava presagire che il grano prodotto sarebbe stato tanto e di buona qualità. Avrebbe potuto, pagando le spese delle mezzadria, di mettere da parte il grano per la mancia e forse qualcosa ancora da vendere, depositando poi il denaro ricavato in banca.
Certo quel raccolto, sin dall'inizio, si era presentato con molte difficoltà climatiche. Le prime piogge che solitamente arrivavano a settembre, quell'anno si erano fatte attendere così a lui pi simari primintiu non era rimasto altro chi sciaccari a siccu la terra che era dura come la roccia. Gli animali si torcevano sutta lu juvu, tiravano l'aratro che appena scalfiva il terreno mentre il vento di scirocco che soffiava impietoso, faceva alzare nugoli di polvere e pagliuzze che accecavano i poveri animali ed il loro padrone
Vento, vento, vento che soffiava impetuoso quando era necessario che esso calasse e vento che necessitava e si faceva aspettare, lo sapeva bene Gasparino che aveva coltivato quella tenuta con grandi difficoltà, tra i ritagli di tempo, magari mentre gli animali che stava pascolando, sazi di erbe, si fermavano a riposare. Il vento di gennaio aveva soffiato su quelle pianticelle al punto che il pover'uomo, guardandole, aveva imprecato sulla malasorte e disperato per qualche settimana aveva evitato di passare da quella tenuta per evitare di rattristarsi ulteriormente. Ma ancora una volta si dimostrò vero il vecchio detto: "Asinu puta e Diu fa racina. Volendo con questo dire che le componenti della natura possono distruggere una pianta e successivamente ridarle vitalità e vigore. Marzo fu soleggiato ed i venti leggeri accarezzarono a lungo quelle piantine di grano che ripresero vigore. Il gran

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La bambina dalle scarpette celesti

Che il sogno dei bambini abbandonati diventi realtà.

Nel cortile, il vocio dei bambini, che allegramente giocavano, il baccano scomposto, tutto era saturo della dolcezza dell'infanzia. E una bambina, in disparte, sotto l'albero dei sogni. Così lo chiamava, ogni volta che voleva sognare si rifugiava sotto di lui.
Mentre osservava l'andirivieni delle nuvole nell'azzurro del cielo, immaginava come sarebbe stato bello uscire a passeggio, la domenica, con delle scarpette celesti y un vestitino di tulle e perle. Una donna la portava per mano e il suo sguardo amoroso seguiva il soave ricciolo dei neri capelli della bambina, mosso dal vento pomeridiano. La bambina portava in mano, un delizioso gelato multicolore e nelle sue labbra aveva stampato il sorriso della felicità. Era la sua mamma, la mamma che la aveva scelta, un pomeriggio d'inverno, in un gelido orfanotrofio. Il suo sguardo pieno d'entusiasmo, che rispecchiava la sua speranza di essere adottata, arrivò dritto al cuore di quella nobile donna, cui la vita aveva negato figli propri. L'amore materno, fiorì all'istante, di fronte a quella dolce bambina e da quel momento i loro cuori sarebbero stati uniti per sempre.

Il suono del fischietto che portava la maestra, svegliò la bambina dal suo mondo di sogni. La tristezza s'impadronì della sua anima e una lacrima scivolò soave nella tenera guancia. Era stato un sogno... solamente un sogno. E la realtà la avvolse col suo manto grigio, era ancora rinchiusa in quel gelido orfanotrofio, dove un giorno sua madre, bussò alla porta per lasciarla... affinché qualcuno di buon cuore e di nobile anima, gli offrisse una vita migliore.




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