Racconti sui problemi sociali: povertà, fame, guerra, malattia
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Racconti su problemi sociali

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Disoccupazione di un altro tempo

Non avevo mai pensato di sentirmi solo tra la gente. Cammino col capo chino, incurante del caos che mi sta intorno. La velocità del tempo ha provato, come sempre, a fare scempio degli eventi di ogni momento. Emozioni calpestate dall'accidentalità, senza cuore, senza senso, di tutto ciò che accade attorno. In quella strada buia c'è qualcuno che muore di gelo in compagnia della sua fame. In quel vicolo senza nome c'è uno stupro consumato in fretta da chi teme la luce del suo eventuale pentimento. Meglio il buio, che nasconde l'inutilità di tante dissacranti soprafazioni. L'ospedale che sta più in là stringe a se gli ultimi attimi di chi sta per partire. Per fortuna oltre quella linea c'è una guerra che ci parla, ci dice con chiarezza, perché qualcuno muore. È bello immaginare di poter essere nato con la camicia, che fa se poi in fretta e furia tra un overdose ed una coppa di champagne mi faccio a pezzi con un bolide di famiglia, mai pagato, mai veramente desiderato. C'è chi vive di conquiste, mentre altri si accontentano, almeno, di respirare in pace. Le frane delle nostre assenze di coerenza, i fremiti inaspettati di tanti eroici terremoti. I diluvi, come tante lacrime dei nostri errori. La lama, sempre pronta di tante nostre belle e stupide vendette. L'uomo piccolo che non sapeva parlare, a stento si reggeva in piedi, finalmente è cresciuto, ha imparato ogni verbo, meno quello del rispetto. Io cammino verso il mare, sempre attento in ogni mio passo. Cerco di non farmi male. Mentre osservo l'onda che va, penso sempre a tutti quei miei cari, che in ogni tempo vanno via, come l'onda di quel mare, verso l'orizzonte, per poi sparire senza più tornare. Mentre guardo quella linea, mi accorgo di poter vedere più in là. Nessuno va via per sempre, chi si ama, chi ci ama, lascia sempre un'impronta di se, del suo passaggio. Quando è un padre che ci lascia, io come tanti altri ho pensato: Che sarà della mia vita?. Non potrò mai dimenticare i miei passi dietro

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   0 commenti     di: Costantino Posa


Il nulla più totale

Essere ultimi del mondo, litigarsi la mondezza con i cani per mangiare, vivere su un cartone lurido dividendo con gli scarafaggi le notti sudicie, di questo sudicio mondo, infettato dall'arroganza dei potenti, il bene di pochi, controbilanciato alle miserie di tanti, un fiume di liquame che si abbate sui poveri, rovesciatagli dai plutocrati maniaci sessuali che con i milioni di dollari si riconquistano la liberta', maiali, sciacalli viziosi, che si scandalizzano per un niente, che vivono un quitidiano surreale, che non allungano una mano ai quei bambini affamati, pisciosi che sono vita come lui, cagnaccio rognoso di un potente che ti riunisci in faziosi hotel pieni di cibo per parlare della fame del mondo, ti odio e se ti incontro ti uccido.
Dedicato a tutti coloro che non possono nemmeno pensare di scrivere una poesia, per quel miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Forse un giorno

Sono sbagliato. Non c’è altra spiegazione. Sono un errore genetico. Il mio DNA è stato trascritto male al momento del concepimento. Sono certo sia una cosa del genere.
Dio ha detto che la donna è affidata all’uomo ed essi amandosi dovranno procreare, il matrimonio stesso è concesso solo fra uomo e donna…a parte in poche nazioni che fanno eccezione.
Dunque io non sono normale. Io come tutti quelli come me.
La normalità esiste, mia madre mi ha insegnato che normale è tutto ciò che fa la maggior parte della gente e ciò che non crea scandalo. Quindi poiché io creo scandalo ovunque vada e non faccio cose che la maggior parte degli altri fa, io non sono normale.
Quelli come me vengono puniti, guardati male, discriminati, maltrattati, sfottuti…ed è giusto perché non sono cose che si fanno quelle che la gente come me fa.
Forse con le punizioni la smetterò un giorno.
Forse un giorno in questo modo potrò diventare normale e guarire da questa malattia.
Forse un giorno riuscirò a diventare quello che dovevo diventare da piccolo.
Forse prima o poi non mi ecciterò più guardando i ragazzi, forse i sogni smetteranno, forse il mio corpo risponderà ai miei comandi…chissà.
Forse un giorno smetterò di essere omosessuale.
Lo spero. Non ho scelta, devo sforzarmi e far di tutto affinché sia così…altrimenti se mia madre lo scopre muore. Piuttosto che accettarmi si ucciderebbe.
E poi come posso pretendere di farmi accettare da qualcuno se prima non mi accetto io?
Ma come posso?
Voglio dire…è inaccettabile essere così mostruoso.
Sento spesso i discorsi di mia madre, dice che i gay sono peggio degli animali. Quando sento certi discorsi da mia madre è come se venissi pugnalato mille volte.
Vorrei andare da lei e piangendo chiederle in ginocchio perdono per quello che sono, dirle anche che non è colpa mia…e supplicarla di non considerarmi peggio degli animali…pregarla di amarmi lo stesso.
Ma poi non ce la faccio mai.
Sono solo un vigl

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   1 commenti     di: Astrid Basso


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Nel buio, quattro uomini scendono le scale con un pesante fardello. In silenzio, attenti a non fare rumore, e soprattutto per evitare di far sbattere la cassa sulle pareti. Una volta fuori, la mettono su una macchina che si era fermata di sotto. Dopo averla legata e assicurata bene, la macchina partì. L'accompagnano con gli occhi fino alla sua scomparsa, e poi si allontanano in direzioni diverse.

Un giovane uomo, viaggiando in autostrada, fa attenzione a non oltrepassare la velocità massima, solo problemi con la polizia, no. Sopra la macchina una cassa da bagaglio a forma di barca. L'effetto di alcol è passato lasciando posto a disagio, dolore, stanchezza e una sorta di pentimento. A volte asciuga qualche lacrima. E, di tanto in tanto, un sospiro. Deve passare alcuni Stati, i primi li ha lasciati alle spalle. E, con loro, una parte di ansia e paura. Spesso vede il tetto della cabina e mormora alcune parole, parti di preghiera interrotte da un pianto lento. È entrato in terra rumena... l'ansia sembra lasciare il posto alla stanchezza ed alla fatica. Gli occhi stanno per chiudersi. Si allarma. Dovrebbe arrivare vivo. Vede un autogrill. Decide di fermarsi, un paio di minuti, prendere un caffè e poi partire di nuovo. Perché il tempo non aspetta, deve arrivare in fretta... nessun altro pensiero.

Ferma la macchina, si trascina rapidamente verso l'autogrill, ordina e a aspetta con impazienza il caffè, poi lo beve in fretta. Si sente un po' meglio, almeno le gambe sono più leggere. Esce e cammina dove l'ha lasciato la macchina. Improvvisamente... non crede a suoi occhi. La vettura è lì, con il colore metallo grigio lucida di un beffardo sottotono, la merce è mancante. No, non è possibile, non può succedere. Si sente un pezzo di ghiaccio dal cuoio capelluto fino alle dita dei piedi. È un sogno, un incubo. Dio, ti prego, dimmi... che non è vero... Povero me... Le gambe non la tengono più, la disperazione sta per farlo stramazza

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   1 commenti     di: suzana Kuqi


La prima volta avevo sei anni

Le pagine del libro di Isabelle Aubry sono pagine vere di vita, in cui la protagonista racconta se stessa, l’infanzia rubata dal padre che prima abusa di lei e poi la offre come merce a coppie scambiste, facendola partecipare anche a delle orge.
In quelle notti “apparecchiate” dal padre, Isabelle è costretta a staccare il cervello e a concedersi a più uomini, anche dieci in una notte.
Nell’arco di due anni la Aubry colleziona circa cinquecento rapporti, ma il padre è felice di aver trasformato la figlia in un “automa” efficiente e funzionale ai propri bisogni.
Di tutto ciò, la madre sembra non accorgersi, ella conserva una naturale neutralità come se non fosse un obbligo di madre indagare e custodire l’integrità di una bambina incapace di difendersi da un padre violento e perverso.
La madre di Isabelle le negherà il dialogo, l’affetto, la protezione, in cambio però le offre il suo silenzio.
La storia di Isabelle è soprattutto una storia di profonda solitudine dove a pagare è la parte più debole, all’interno di in una società che ha elevato l’apparenza a verità e sostituito i buoni sentimenti con il perbenismo e il benessere economico.
Dall’incesto Isabelle Aubry non ne esce, la sua testimonianza è un lungo elenco di disturbi scatenati dalla mancanza di amore, di serenità, di gioia.
Un libro assolutamente da non perdere per comprendere il dramma dell’incesto, le conseguenze che genera su chi lo subisce, gli aspetti legislativi, la mentalità corrente.
Un libro forte, vero, terribile, disperato.
Ma è anche un libro che parla dell’amore, cercato a lungo dalla protagonista e trovato nella nascita di un figlio e nella stabilità di un matrimonio appagante, equilibrato e sincero.
Isabelle Aubry: 45 anni, presidente dell’Associazione internazionale vittime dell’incesto (AIVI).
Il sito che offre informazioni utili e che è in grado di dare un aiuto alle vittime dell’incesto è: http://aivi. org.

   3 commenti     di: Fabio Mancini


La mia Ombra e la mia musa

Era una bella giornata di sole. La solita routine dava inizio alle danze. Quella mattina camminavo con passo veloce, e mentre cercavo di schivare autisti impazziti e mogli inviperite con i loro mariti, il mio corpo era immerso in sane emozioni, brividi d'amore che si hanno quando si ha una cotta per qualcuno. Mi sedetti ai primi banchi di una grossa aula della mia facoltà. L'aula era particolarmente fredda quella mattina, ma non me ne preoccupai più di tanto perché ad un tratto vidi lei, la mia musa poetica, ispiratrice di tutte le mie virtù, dei miei canti segreti e delle mie insonnie notturne. Il suo sorriso accarezzava dolcemente la mia pelle ruvida che diveniva limpida per magia dell'amore, e quella che inizialmente sarebbe stata una classica lezione universitaria divenne la mia lezione più bella e non capivo come mai lei avesse questo grande potere su di me, o ero io che mi facevo influenzare da lei, visto lo stato in cui mi trovavo. Ogni volta che mi passava accanto, giravo lo sguardo, respiravo affannosamente mentre, madido di sudore, cercavo di non attirare la sua attenzione, poiché molto probabilmente non avrei potuto proferire parola. La giornata trascorse tranquillamente in sguardi furtivi scambiati da lontano, mentre tutte le storie raccontate dal professore rimanevano nell'aria, aria piena dei miei pensieri e di tutte le mie paure che stavano iniziando a prendere forma cominciando seriamente a spaventarmi. Queste paure le vedevo riunirsi dinanzi a miei occhi, formavano l'Ombra di quell'Alessio tanto sensibile e spesso frainteso dai suoi amici.
Il ricordo di quella giornata riflette, in parte, anche quello che sono ora, ciò che posso fare o che la mia mente dice di non poter fare. Lo stravagante Alessio, avvilito, pieno di emozioni, emozioni che di solito non prova, uno strato di ghiaccio che spesso raffredda il suo organismo ma che alimenta la sua Ombra che lo segue anche nei posti più luminosi del pianeta. Mi sono sempre chiesto come può un

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   0 commenti     di: Alessio


#pandora

Racconto vincitore nella categoria D'Onore al concorso di Scienza Narrata 2014!



"Nella mitologia greca, il vaso di Pandora è conosciuto come un leggendario contenitore di tutti i mali esistenti."
  Christian Lerner era dinanzi ad una platea di ragazzi di età compresa tra i 14 e 18 anni, insieme ai loro genitori, e mentre esponeva il suo discorso si sentiva sempre più a disagio. Non gli era mai piaciuto parlare davanti ad una folla: aveva sempre l'impressione di non essere ascoltato. "Il mito narra" continuò "di una giovane donna, Pandora, creata dal fabbro Vulcano, su ordine di Zeus, per punire gli uomini della loro superbia."
Questa volta, però, quella di Lerner non era semplicemente un'impressione. V'era in quella sala un'aria distratta: i ragazzi, sebbene richiamati talvolta dai professori a seguire il discorso, erano impegnati in tutt'altre faccende - molti stavano usando il proprio smartphone di ultimo modello: chi aggiornava il proprio stato su un social network, chi chattava con l'amico lontano, chi si scattava foto di nascosto. Non meno distratti erano i genitori, presi quasi tutti da una singolare fretta di andar via: qualche padre era impegnato a parlare a telefono con chissà quale socio in affari su chissà quale grande progetto; alcuni guardavano freneticamente l'orologio al polso; qualche mamma, invece, era presa in un'interessante conversazione con la propria vicina di sedia, quasi come se una chiacchierata potesse accorciare il tempo che erano costrette a trascorrere in quella scuola.
Lerner si schiarì la voce e cercò un modo per destare l'attenzione dei presenti. "Conoscete tutti il Mito del vaso di Pandora, no?" alzò il tono della voce mentre diceva quelle parole, ma sebbene alcuni si degnassero di prestargli attenzione, ciò non fu comunque sufficiente a suscitare l'interesse generale. "Immagino sappiate che Pandora" riprese a parlare "ricevette dal dio Ermes il dono de

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   3 commenti     di: Sara



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