Cammino per la strada e non mi sento a mio agio. Le persone mi guardano come se fossi malato. Le donne mi schivano, e gli uomini m'insultano. Mentre i bambini hanno paura di me, come se fossi un lupo cattivo. Non capisco? Non hanno niente da temere. Sono un uomo pio e vado ogni domenica in chiesa. Ascolto la parola di Dio e cerco di metterla in pratica. In ogni caso non c'è niente da fare. Io non sono nessuno per loro. Cerco in tutti i modi di farmi apprezzare ed amare. Faccio comunemente la cosa giusta, ma per loro non va bene lo stesso. Trovano sempre qualche scusante per accusarmi. Quando mi trovo sull'autobus mi alzo e faccio sedere le donne nonostante molti posti siano liberi. Mi aspetto delle grazie, invece: "Adesso vattene!" Pulisco i giardini de Signori e ricevo una misera paga. Sorrido sempre e non mi faccio mai vedere scontento, e mi dicono: "Che fai mi prendi in giro". Mi faccio insultare e non rispondo, e dicono di me che sono violento e maleducato. Mi hanno chiuso in prigione per reati che non ho mai commesso. Spiegando loro la verità: " Non sono stato io a rubare in quel negozio.". Non mi credono e dicono che sono un bugiardo. Allora mi domando: " Qual è il mio sbaglio?" Essere nato negli anni '50, nel nord America e d avere la pelle di colore nera. È forse questa la mia colpa.
È contenta Leda, mentre percorre senza fretta le vie del centro.
È in anticipo, e può permettersi di procedere lentamente, guardando le vetrine dei negozi aperti da pochi minuti.
Ecco, quelle scarpe col tacco alto per esempio, starebbero benissimo con quel vestitino stretto che ha comprato l’altro ieri, così attillato, così efficace nel sottolineare le sue curve morbide, eleganti, e subito indossato per tutto il giorno, (Leda non è quel tipo di ragazza che, una volta comprato un qualsiasi prodotto, specialmente se è un capo di abbigliamento, aspetta l’occasione giusta per utilizzarlo, anzi, spesso mette nella confezione il vestito che indossava quando è entrata nel negozio e tiene addosso quello appena acquistato, anche se è inadatto all’ora o alla circostanza), e quella trousse contiene proprio tutte le sfumature di colore che lei preferisce, e allora Leda entra nel negozio, del resto non ha problemi di tempo, non più .
Una volta all’interno dell’esercizio la ragazza comincia a vagare tra gli scaffali, rapita da quella sinfonia ordinata di prezzi, flaconi, contenitori, stoffe, bottoni, cerniere lampo, tacchi, luci, camerini, tutto lì, tutto a sua disposizione, ed anche il personale, anche le commesse, la cassiera, i magazzinieri, e su su salendo con l’immaginazione tutta la scala gerarchica dell’esercizio fino alla proprietà, sono lì per lei, per soddisfare in ogni modo a loro possibile le sue esigenze, non è fantastico?
Non è una sensazione inebriante?
Non dà i brividi sapere di essere all’apice della piramide economica?
Sapere che tutta quella gente dipende dalle sue possibilità di acquistare i prodotti che dagli scaffali implorano un suo sguardo interessato?
Si, lo è, e Leda ne è completamente rapita, completamente dipendente, come drogata, lo sa e non gliene importa niente.
Esatto, non gliene importa proprio niente, (anche se Leda non userebbe esattamente questa espressione, ma tenderebbe ad esprimersi con
In quest'ultimo periodo il dibattito, negli Stati Uniti, sulla pena di morte si è fatto ancor più forte a causa degli sconvolgimenti economici dovuti al periodo di crisi, trascurando la dimensione etica ed umana della pena capitale.
Lo stato americano dell'Illinois, ad esempio, nel 2011 ha abolito la pena di morte, in quanto un rapporto elaborato da una commissione istituita proprio per calcolare i costi della pena capitale, ha stimato che dal 2003 al 2010 le spese dello stato ammontavano a 100 milioni di dollari.
Parlando sempre di cifre, uno studio ha mostrato che nel solo anno 2008 la California ha speso 137 milioni di dollari, in aggiunta la commissione ha dichiarato che se la condanna a morte fosse stata tramutata in ergastolo a vita la spesa sarebbe stata di soli 11, 5 milioni di dollari. Il paradosso di questi 137 milioni di dollari è che non vi è stato neanche un condannato è lo stato continua ad avere nella sua legislazione questo tipo di pena, anche se un referendum popolare a novembre potrebbe far cambiare le cose.
Negli Stati Uniti, come si può notare, il dibattito politico, sulla pena di morte, ha spostato la sua attenzione dalla dimensione etica a quella economica, anche se come si vedrà gli USA sono fra gli stati più garantisti dei diritti umani fra quelli che adottano nella loro legislazione la pena capitale, grazie forse, all'introduzione di discipline pluraliste, infatti il dispendio di milioni di dollari è dovuto proprio a questo: le spese processuali, la detenzione dei condannati sino alla condanna e delle persone in attesa di giudizio sono circa 30 volte superiori rispetto ad altri procedimenti penali.
Al contrario l'Arabia Saudita si contraddistingue rispetto ad altri stati che adottona la pena capitale in quanto connotata da norme religiose. Infatti va a punire crimini come l'apostasia (il distaccarsi dalla religione islamica per un'altra), l'esercizio di arti magiche e il traffico di droga, inoltre durante il periodo del Ramad
Nascosto, quasi sepolto dietro cumuli di piatti, bicchieri, avanzi, coltelli, cucchiai, forchette, non dovrebbe esserci tempo per riflettere, per pensare. Non c’è modo di essere più veloce di quanto i clienti riescano a sporcare, e nonostante dopo qualche ora i movimenti si siano fatti rapidi e precisi, le stoviglie continuano ad accumularsi, separandomi dal resto della cucina e del mondo. Allora continuo con movimenti studiati, quasi coreografici, poetici a loro modo: circolari per i piatti e le pentole, decisi e verticali per le posate, mentre per i bicchieri tengo ferma la spugna e faccio ruotare questi ultimi. La cosa più logica da fare in queste condizioni sarebbe quella di concentrarsi esclusivamente sulla manualità del lavoro, escludendo qualsiasi pensiero possa farmi prendere coscienza della situazione, ma non ci riesco. Osservo quanto lasciato dai clienti nei piatti, pezzi di braciole di pesce spada, un gamberone grigliato intero, mezzo piatto di linguine allo scoglio, molliche di pane; e nei bicchieri generose quantità di vino bianco da dodici euro a bottiglia. So già che mi farà male, ma non riesco a bloccare l’associazione di idee che mi si forma in mente troppo rapidamente per controllarla: da una lato tutta questa gente che viene nel locale, ordina cibi costosi anche senza avere fame, (se no perché tutti quegli avanzi nel piatto?), poi si alza, paga conti assurdi senza battere ciglio, e và, sentendo appieno il dovere di esserne appagati, in quei posti dove si deve andare per forza per essere “giusti”; e dall’altro un lavapiatti che riflette su tutto questo, ma in fondo capisce che tutto ciò serve solo a reprimere una sola cosa : il senso schiacciante, oppressivo, del fallimento. Quella presa di coscienza che ti colpisce in pieno all’improvviso mentre paragoni i brandelli di discussioni inutili e piene di errori grammaticali che capti dai tavoli e le paragoni alle tue letture di Croce, Nietzsche, Schopenhauer, le letture in cui,
[continua a leggere...]Mio padre. Un alcolizzato. Chissà in che lurido bar della zona Termini si era ridotto così male, quella sera, bevendo le sue birre, scolando vinaccio.
Poteva darsi che era a corto di denaro, e allora si era accontentato del vino in cartone del supermercato.
Lo immaginai ubriaco in compagnia del suo amico fallito, conosciuto come Rana. Li immaginai proprio come due straccioni, di quelli che se muoiono per strada nessuno ci fa caso.
Scavando nei miei ricordi, anche quand'ero solo un bambino la figura di mio padre era sempre quella di un uomo trasandato, quasi sempre attaccato a una bottiglia. Quasi mai lucido. Privo di dignità.
A volte, quando entravo in camera sua giusto per accertarmi che fosse ancora vivo e quella merda non gli avesse fatto scoppiare il fegato, mi assaliva lo schifo dell'alcol vomitato. Una mattina l'avevo trovato riverso sul pavimento, vestito, impigliato tra lenzuola e coperte che si era portato via cadendo dal letto.
Non mi allarmavo, ormai, se non lo vedevo uscire dalla sua camera per tutto il giorno: smaltiva la sbornia, dormiva collassato. Si alzava solo per andare in bagno, quando riusciva a fare in tempo. Nemmeno ti riconosceva. Mi chiamava Rana, come l'amico fallito.
Comunque quel sabato sera lui e il suo amico avevano iniziato a cantare per strada, sotto le finestre della gente.
Qualcuno aveva chiamato la polizia, e la polizia aveva chiamato me.
Ero lì, e Rana mi tirava per un braccio: non voleva che portavo via mio padre e non voleva saperne di restare solo. «Lascialo in pace» mi disse. «Non vedi che stiamo festeggiando? » Aveva gli occhi tutti rossi e la sua camicia era uno straccio, lurida del vino che si era rovesciato addosso.
«Togliti dai piedi, pezzente» gli dissi. L'avevo spinto via.
«Mi hai fatto male, coglione» disse lui. «Sei proprio un coglione» ghignò. «Farebbe bene tuo padre a prenderti a calci» disse, «quando non è ridotto così. Fancùlo. Dovrebbe insegnarti l'educazione. »
«Parla anco
Era notte fonda ormai.
Lei, raggomitolata in un angolo del pavimento di quella gelida stanza, continuava a dondolarsi. Quel corpo di donna, nudo e sporco, inconsciamente si lasciava cullare dalla sua disperazione.
Era seduta lì da ore ormai.. e, a guardarla in viso pareva non provasse più nessun tipo di emozione se, a tradirla non fossero stati i suoi occhi intenti a fissare il nulla.
Nella stanza regnava il silenzio assoluto, nonostante il temporale e i vetri bagnati della finestra lasciassero intravedere le luci della città che, naturalmente, continuava a vivere infischiandone di tutto quanto accadesse tra le sue mura.
"-No... non è possibile... non può essere accaduto davvero! È soltanto un incubo, tra un po' mi sveglierò e resterà soltanto un brutto sogno"!
Continuava a ripetersi.
Un lampo improvvisamente illuminò la stanza per pochi istanti, si guardò intorno e fu allora che cominciò a realizzare quanto accadde qualche ora prima. Fissò il letto e le fu inevitabile rivivere ancora una volta quegli attimi terribili e di nuovo si ritrovò a dover subire le morbose angherie di colui che un tempo fu il suo primo ed unico amore.
Era stata chiarissima nel dirgli che era stanca di essere la sua "bambolina", pronta all'uso
ogni qualvolta ne avvertisse l'urgenza e la voglia! Era una donna ed aveva necessità di essere desiderata per amore e non per bisogno, ma questo lui lo aveva dimenticato da tempo ormai e lei, aveva deciso di non dargliela più vinta.
"No.. ho detto di no... NON VOGLIO"! Gridò.
Quelle parole morirono sulle sue labbra sanguinanti, così come per l'ennesima volta il lei morì la dignità di donna..
Ogni volta che tentava di opporsi anche solo al suo pensiero, lui reagiva nel solito modo, picchiandola selvaggiamente.
La prima volta fu per sbaglio, disse, ma fu soltanto l'inizio.
La picchiò in viso e le spaccò il labbro superiore con l'anello, quel "suggello d'amore "che custodiva quella formula
Maggio 2021: il macabro ritrovamento di 215 resti di bambini presso la Scuola Residenziale di Kamloops, in Canada, scatena una eccezionale ondata mediatica. I rilevamenti con il GPR (Ground Penetration Radar) attestano la presenza di corpi senza una lapide, senza un segno, senza neppure l'indicazione che questo fosse un cimitero. Tombe senza nome, appunto.
Il fenomeno, purtroppo, non è nuovo nell'America del Nord, ma, per farlo comprendere ai lettori Italiani, e fare chiarezza sull'intero processo che porterà al viaggio di Papa Francesco, l'Autrice decide di iniziare una puntuale inchiesta.
Lo scopo della prima parte del libro è quello di mostrare dettagliatamente la vera natura delle Scuole Residenziali, a partire dalla loro fondazione. Attraverso testimonianze dei Nativi, documenti nascosti nelle Scuole e il ritrovamento dei cimiteri senza nome emerge l'aberrante fenomeno che le trasformò in veri e propri "inferni in terra". Freddo, fame, malattie ed inoltre ripetute violenze fisiche e abusi sessuali. Per comprendere ciò che i Nativi hanno passato, le testimonianze sono riportate senza giri di parole, con cruda essenzialità.
È necessario, anche se difficile, leggere facendosi forza.
Nessuno difendeva questi bambini, anzi la riduzione del numero dei Nativi era spinta dai governi, anche attraverso contagi deliberati e sterilizzazioni forzate.
Nella seconda parte viene analizzata "L'epoca delle scuse" a partire dagli anni 2000. Si scusano alcuni stati, alcune chiese, ma i Nativi chiedono le scuse della Chiesa Cattolica, vista come la principale responsabile per l'alto numero di persone implicate. Questo richiede il coinvolgimento del Papa, che riceve una delegazione di Nativi in Vaticano, e in seguito affronta un "viaggio penitenziale" in Canada.
Infine, le parole del papa vengono analizzate da diversi punti di vista, in particolare si esamina la differenza tra "chiedere scusa" e "chiedere perdono", al riguardo sono riportati estratti da diver
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