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Racconti su problemi sociali

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Carne da galera.

Il sistema la vuole debole, ubbidiente e portata all'autodistruzione; la rende eroica per ripulire i confini, martire per sostener le croci.
Al momento opportuno diventa crocevia di voti e per meglio conservarla nel tempo, viene imbalsamata con il mutuo soccorso che l'avvolge dolcemente in una rete d'illussione e fedeltà.
Poi finiti i comizi il sistema torna tale, la carne nuovamente sola, diventa pallida percorsa dal tempo, un improvviso sbalzo di temperatura le ridona la vita, confusa si agita contorcendosi tra il sangue e le viscere ormai nauseabonde, ribellandosi così in un vuoto di rabbia incolmabile.
Il sistema impaurito la inchioda il più in alto possibile,
il macellaio travestito da giustizia, la divide in tante piccole parti distribuendole alla folla che sbavandone il sangue grida:
Carne da galera! Carne da galera!
Il macellaio osservando il sistema risponde:
Tranquilli ne abbiamo a volontà...

   12 commenti     di: ALESSIO SANNA


L'ultima fumata

Eddie non ne poteva più, proprio più, di vivere in quella casa. Era vero, aveva tutto quello che gli serviva ma non era abbastanza.
Aveva un tetto, cibo a volontà, una stanza comoda, una bella fidanzata, un cane e persino un giardino. Soprattutto aveva tutto il crack che voleva a portata di mano. Lo fumava sempre più spesso. Era una sensazione pazzescamente bella e a lui ormai non importava nient’altro al mondo.
Il suo spacciatore abitava nella stessa casa, al piano di sopra. Per Eddie era un gioco da ragazzi, appena aveva qualche soldo o della merce rubata da scambiare, andare di sopra e farsi dare la sua dose. Solo che la dose non bastava mai. A prescindere da quanto gliene davano. Non poteva bastare e non sarebbe mai bastata. Come può il più buono di tutti i frutti proibiti essere mai abbastanza?
Doveva andarsene se voleva sopravvivere ma non poteva e non ci sarebbe mai riuscito da solo. Neanche Megan, la sua fidanzata, avrebbe mai potuto convincerlo. Anzi ormai si era quasi arresa. Quando Eddie era sobrio – il che succedeva sempre più raramente - era simpatico e divertente come quando lo aveva conosciuto ma appena si attaccava alla pipa di vetro era finita. Diventava una specie di automa il cui unico scopo nella vita era rimepire la pipa e svuotarla.
Eddie aveva tutto del crackomane: la testa rasata con un grosso tatuaggio di una tarantola in una ragnatela sul cranio pelato, il modo di fare punk, lo sguardo spento e penetrante allo stesso tempo, l’aspetto trasandato da vagabondo e la cattiveria necessaria per farsi rispettare dalla gente con cui inevitabilmente doveva avere a che fare. Ultimamente andava a rubare sempre più spesso per alimentare la sua sempre più costosa abitudine. Rubava computer dalle università oppure entrava nelle casa in cerca di contanti e gioielli. Quella sera gli era andata molto meglio del solito. Nel comodino della camera da letto della casa in cui era entrato aveva trovato un rotolo con 500 dollari di cont

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   1 commenti     di: davide sher


La sera del 23

Ramon stasera (ore 19. 30-20. 00), 23gennaio, la temperatura più o meno la potete intuire, ha già bevuto e ha dei puntini rossi sul viso non per il vino ma per via della sacrosanta voglia soddisfatta in quel luogo repressivo che è la sauna gay giacché ormai quello è l'unico modo, poco originale per altro, di fingere a Emily la propria serenità riguardo quella particolare sfera, non certo sessuale, quanto affettiva e l'affetto disinteressato di un maschio che tradisce la propria donna non lo puoi equiparare con l'interesse, più simile a un mutuo, di una donna tipo Emily - finto matrimonio cattolico in chiesa come tutti, o quasi, i pecoroni della penisola del mare Nostrum - che avrebbe voluto un amante come Ramon solo per non aver mai avuto l'inflessibilità di non sposare un marito come il marito che s'è beccata, manco si trattasse di un ceppo virale (eo virile) raro e il suo interesse, adesso, è salvaguardare la propria condizione di donna serena e moglie grata ai continui mal di testa non suoi ma del marito - ai cui malori improvvisamente femminili, lei non fa una piega proprio come ogni camicia (naturalmente di lui) dopo le sudate e solerti stirate (ovviamente di lei) vaporose e linde - via per chissà quali appuntamenti con fantomatici gruppi e capi di ufficio, in camicie che resteranno lapalissianamente in riga con le righe blu del motivo su sfondo azzurrino, anche se sottoposte alle torsioni del busto (con il palmo della destra schiacciato sul dorso della sinistra e il palmo sinistro stretto sulla rotula destra della gamba accavallata e pendula), ai riavvolgimenti del busto per guardare indietro, in fondo alla sala e fingere di cercare invisibili colleghi-amici pur di non scegliere la più smaccata ma onesta e coraggiosa voglia di urlare al mondo Ehi, sono qui! Vi avverto che non mi state notando come dovreste! e anche la sudorazione nervosa dorsale del tessuto pigiato tra la schiena, la giacca, lo schienale di stoffa della sedia, non potrà nulla con

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Occhi di Luna

Ognuno di noi ha un compito da portare a termine.
Selene si aggiustò meglio il niquab che le copriva tutto il volto, ad eccezione degli occhi, azzurri e luminosi come poche donne della zona potevano vantare. Teneva la testa bassa, per non rischiare che i suoi occhi la tradissero. La conoscevano in molti in quel quartiere, uno dei più pericolosi e malfamati di Medina, e la conoscevano soprattutto con l'epiteto "occhi di luna". E ora che si trovava in missione segreta, nessuno doveva accorgersi di lei. Si muoveva velocemente per le stradine affollate e polverose, camminando vicino ai muri delle casette, cercando di non andare a sbattere contro gli altri passanti. Un gruppo di bambini che correva, forse alle prese con qualche gioco, le tagliò la strada talmente all'improvviso che Selene rischiò di cadere per terra, lunga distesa. Riuscì a recuperare l'equilibrio in tempo per aggrapparsi ad un muro, graffiandosi però tutti i polpastrelli. Riprese a camminare, più velocemente. Doveva sbrigarsi se voleva davvero essere d'aiuto. Svoltò l'angolo un paio di volte e si trovò di fronte ad una casa più malandata delle altre. Non bussò alla porta principale. Si diresse sul retro e cercò il punto in cui non l'avrebbe vista nessuno. Si guardò attorno diverse volte, prima di salire su un bidone di spazzatura e scavalcare la recinzione che proteggeva il cortile. Quando fu all'interno, si spolverò il lungo e nero niquab e si diresse furtiva verso un'apertura nel muro della casetta.
-Fadwa... Fadwa, sono qui. - bisbigliò, entrando cautamente nell'abitazione. La stanza era buia e l'aria calda e polverosa le seccava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Il solito odore di stantio le invase le narici.
- Fadwa!-
Selene oltrepassò il salottino e si diresse verso la stanza da letto dove spesso Fadwa la aspettava, in seguito alla nascita della bambina. La trovava lì, a cullarla tra le braccia, cantando una nenia che profumava di riti ancestrali di un passato magico.

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   4 commenti     di: *Sunflower*


Balla Anita

Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b

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   3 commenti     di: silvia leuzzi


25 |o5| 2011

Mi trovo a Milano per una delle mie rare trasferte per la nascita di un mio nipotino ed ero ospite naturalmente di mio figlio in un appartamentino, se cosi lo vogliamo chiamare, cosi composto: da una stanza da letto ed una cucina a soggiorno piu bagno, insomma quello che si può permettere un impiegato a basso stipendio a Milano in un quartiere popolare.-Era di maggio e si sa che in questo periodo incomincia l'afa, ma sempre era una buona giornata assolata, rispetto alla nebbia dell'inverno. Stavo affacciato al balcone e in lontananza sentivo arrivare una musica che si avvicinava sempre più, chiedo a mio figlio se ci fosse una festa nelle vicinanze, abituato come ero alle nostre feste popolari in Sicilia, e mi dice di non saperne alcuna perchè li poi non si usa. Intanto quella fanfara si avvicinava sempre di più ed ero sempre più curioso di sapere di cosa si trattasse. La musica ancora sempre più vicina sembrava suonata da una banda musicale. Incuriosito volevo scendere in strada, ma avrei dovuto attraversare tutto il cortile, non ne ho avuto il tempo perchè la banda girò l'angolo e me la trovai sotto casa. Il pezzo che suonavano era la marcetta <bella ciao="">Quella fanfara era composta da due tzigani di cui, uno con la tromba e l'altro con fisarmonica, questa era la fanfara che sentivo da lontano Appena mi videro smisero di suonare pensando di aver disturbato la quiete di quel pomeriggio afoso, in realtà alcuni avevano protestato se pur timidamente ma a me quella musica non dispiaceva affatto, anzi, con mio figlio apprezzavamo il loro modo di interpretare quel brano da discreti intenditori quali eravamo e godevamo della nostra posizione di spettatori privilegiati da quel balcone. Quando si sono fatti sotto al balcone abbiamo chiesto se avessero mangiato e a gesti abbiamo cercato un 'intesa, anche perchè non parlavano e non capivano bene la nostra lingua. A gesti ci facevano capire che più del pranzo avevano bisogno di scarpe e indumenti,

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   5 commenti     di: salvo ragonesi


Genitori e figli

Sempre più spesso si parla delle situazioni di disagio e di malessere che vivono molti ragazzi oggi…
Spesso sono portata a riflettere sul ruolo che deve avere un genitore e spesso mi confronto con tanti genitori che come me hanno l’abitudine di mettersi in discussione per cercare di migliorare…anche se poi risulta sempre molto difficile trovare la strada giusta.

Sono convinta che fare il genitore sia in assoluto il compito più difficile. Non esistono ricette, istruzioni per l’uso, manuali validi.

Ogni figlio poi è diverso dall’altro e, quanto è facile sbagliare!

Spesso gli errori non sono fatti con consapevolezza;spesso li commettiamo per il troppo amore e per il desiderio di dare loro quello che a noi è stato negato.

Purtroppo così facendo subentrano una serie di problemi, e, quando ce ne rendiamo conto, talvolta è tardi.

Perché?

Spesso tendiamo ad accontentare i nostri figli (grandi o piccoli che siano) nei loro richieste(oserei dire talvolta capricci…);spesso è proprio la stanchezza che ci porta ad assecondarli…È più facile dire di sì…
Purtroppo però non prendiamo nella dovuta considerazione le conseguenze del nostro frequente accondiscendere a tutte le loro richieste…..

Assecondandoli in tutto e per tutto non li aiutiamo a crescere perché avere tutto e subito significa non fargli capire ed apprezzare il valore di ogni singola cosa….

1) Quante volte i nostri bambini non riescono a giocare con i giocattoli per più di pochi minuti e poi si annoiano?

2) Perché tante volte capita che loro stessi non sanno più esprimere un desiderio?( hanno tutto, troppo, non sanno più che cosa chiedere..)

3) Perché sono spesso insoddisfatti ed annoiati e talvolta aggressivi?

4) Perché hanno difficoltà a relazionarsi con i loro coetanei?

5) Perché i nostri figli, in particolare gli adolescenti, sono spesso in crisi e sono particolarmente fragili emotivamente?


Queste sono solo alcune delle do

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   2 commenti     di: Betty Fais



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