Essere ultimi del mondo, litigarsi la mondezza con i cani per mangiare, vivere su un cartone lurido dividendo con gli scarafaggi le notti sudicie, di questo sudicio mondo, infettato dall'arroganza dei potenti, il bene di pochi, controbilanciato alle miserie di tanti, un fiume di liquame che si abbate sui poveri, rovesciatagli dai plutocrati maniaci sessuali che con i milioni di dollari si riconquistano la liberta', maiali, sciacalli viziosi, che si scandalizzano per un niente, che vivono un quitidiano surreale, che non allungano una mano ai quei bambini affamati, pisciosi che sono vita come lui, cagnaccio rognoso di un potente che ti riunisci in faziosi hotel pieni di cibo per parlare della fame del mondo, ti odio e se ti incontro ti uccido.
Dedicato a tutti coloro che non possono nemmeno pensare di scrivere una poesia, per quel miliardo di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno.
Circa metà della popolazione mondiale (tre miliardi di persone) vive con meno di due dollari al giorno.
Le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno sono un miliardo e trecento milioni.
È allucinante, il rumore del silenzio intorno a questa realta', ogni individuo che vive dignitosamente quando si sveglia la mattina si lava il viso, deve pensare che questa azione e' un gran privilegio, abbiamo il dovere ogni giorno di ricordarcelo, anche se il nostro bagno non e' fatto in cristalli di Murano, e' un gran privilegio.
Le nostre scarpe, i nostri vestiti, son una grande fortuna averli, non usarli e non donarli e' una grande mancanza di rispetto verso quattro miliardi di persone, pensate al vostro benessere, ne avete diritto, ma non mancate di fare un gesto semplice di aiuto verso chi soffre, verso di chi nella vita e' meno di nulla.
FERRO E LEGNO
La discesa si apre all’improvviso all’incrocio di un lungo vialone che prosegue rettilineo per parecchi kilometri, uno dei tanti che delineano l’assetto stretto e lungo della città, non ho bisogno di chiedere informazioni, so benissimo dove andare, ed anche se non lo sapessi, ci arriverei lo stesso seguendo la processione dei camion.
Non c’è modo di sbagliarsi, sono a soli tre a quattro silometri dalla Piazza principale della città, ma sembra, svoltando l’angolo, di passare dalla normale realtà di una normale cittadina aquella di una disastrata periferia terzomondista, che potrebbe appartenere ad una qualsiasi metropoli Africana, o Sud Americana, ed invece appartiene alla parte più a Sud dell’Europa, quella che per molti è Nord Africa, e chissà…. forse è così.
Mi avvicino al gabbiotto all’entrata, c’è un vecchio dalla pelle di cartone dentro:
“Scusi, sono nuovo, dove devo andare per i tre mesi”?
“Avanti, segui u canaluni”
U canaluni non è altro che un fiumiciattolo immondo, di colore indefinito, costituito di liquami vari, sicuramente da grasso di motore e residui di gasolio, misto a chissà che altro.
A sinistra lo spiazzo dell’autorimessa con l’officina annessa, tanti camion in fila, la maggior parte palesemente fuori uso, alcuni meccanici che si aggirano tra di essi senza degnarli di attenzione, alcuni mezzi leggeri ai lati del vialetto che sto percorrendo, ed un paio di gabbiani tisici che mi volano sopra, c’è puzza di decadenza.
All’improvviso, misto al fetore, mi giunge in una piccola parte della narice un profumo agonizzante, familiare, destabilizzante, è iodio, allora realizzo che a non più di trenta metri da dove mi trovo c’è il mare, e che mia suocera mi raccontava che dopo la guerra, in questo stesso punto e per molti kilometri a seguire, si veniva a fare il bagno, e c’erano persino alcuni lidi, la gente usciva di casa e dopo cinque minuti era in spiaggia a guardare
Un forte vento scompigliava la cima della casa alimentando un flusso ininterrotto di foglie che si andavano a posare sul giardino.
Henver guardava incuriosito pensando che un vento così l’aveva osservato quando suo padre scendeva dalla montagna e si recava in città a salutare il fratello.
Baci, abbracci e salamelecchi.
Lui ne approfittava:nonostante il sonno accettava di alzarsi alle quattro di mattina.
Dopo una colazione a base di formaggio s’infilava nel carretto e continuava a dormire aggrappato ad una esile coperta. Nel dormiveglia pensava e non capiva perché il padre fosse così parsimonioso con i figli e invece magnanimo con i parenti.
Lui, ad esempio, sgobbava nei campi, da mane a sera, ma si doveva accontentare di una misera scodella di fagioli.
La luce dell’alba aveva poi il potere di sciogliere queste immagini contorte.
Si svegliava e conversava a monosillabi con il padre.
Poi un giorno era sopraggiunto un uomo, a cavallo di una vecchia Mercedes.
Si faceva chiamare Pasquale. Aveva preso alloggio in una locanda.
Spesso si spingeva oltre, visitando alture e paesi circostanti.
Gli abitanti apprezzavano i suoi vestiti e si avvicinavano a lui solo quando li intratteneva con racconti estemporanei sull’Italia.
Henver non prestava ascolto a quello che diceva, ciononostante aumentava la sua insofferenza verso il lavoro quotidiano.
Una mattina, incontrò Pasquale su una ripida scalinata.
Era una via di accesso alle montagne. I giovani desistevano ma qualche uomo maturo si spingeva ancora oltre, cimentandosi con la durezza che quel cammino comportava.
Pasquale masticava erbe, era rilassato ma il suo viso cedeva ad una improvvisa rassegnazione.
- Cosa fai qui? Torno a casa.
- Ma quale, quella vecchia stamberga?
- Non ho altro!
- Potresti non accontentarti. Replicò.
- Tu parli ma non sai cosa dici.
- Fidati ogni tanto.
- Sei comodo, ti muovi... e poi crei scompiglio.
- Credi?
- La ge
Mi trovo a Milano per una delle mie rare trasferte per la nascita di un mio nipotino ed ero ospite naturalmente di mio figlio in un appartamentino, se cosi lo vogliamo chiamare, cosi composto: da una stanza da letto ed una cucina a soggiorno piu bagno, insomma quello che si può permettere un impiegato a basso stipendio a Milano in un quartiere popolare.-Era di maggio e si sa che in questo periodo incomincia l'afa, ma sempre era una buona giornata assolata, rispetto alla nebbia dell'inverno. Stavo affacciato al balcone e in lontananza sentivo arrivare una musica che si avvicinava sempre più, chiedo a mio figlio se ci fosse una festa nelle vicinanze, abituato come ero alle nostre feste popolari in Sicilia, e mi dice di non saperne alcuna perchè li poi non si usa. Intanto quella fanfara si avvicinava sempre di più ed ero sempre più curioso di sapere di cosa si trattasse. La musica ancora sempre più vicina sembrava suonata da una banda musicale. Incuriosito volevo scendere in strada, ma avrei dovuto attraversare tutto il cortile, non ne ho avuto il tempo perchè la banda girò l'angolo e me la trovai sotto casa. Il pezzo che suonavano era la marcetta <bella ciao="">Quella fanfara era composta da due tzigani di cui, uno con la tromba e l'altro con fisarmonica, questa era la fanfara che sentivo da lontano Appena mi videro smisero di suonare pensando di aver disturbato la quiete di quel pomeriggio afoso, in realtà alcuni avevano protestato se pur timidamente ma a me quella musica non dispiaceva affatto, anzi, con mio figlio apprezzavamo il loro modo di interpretare quel brano da discreti intenditori quali eravamo e godevamo della nostra posizione di spettatori privilegiati da quel balcone. Quando si sono fatti sotto al balcone abbiamo chiesto se avessero mangiato e a gesti abbiamo cercato un 'intesa, anche perchè non parlavano e non capivano bene la nostra lingua. A gesti ci facevano capire che più del pranzo avevano bisogno di scarpe e indumenti,
[continua a leggere...]Il direttore Locascio, detto il digitale, aveva davanti a sé quattro diversi cellulari e un Ipad, tutti di ultimissima generazione. Non è mai stato certo che fosse capace di usarli ma a lui piaceva farli vedere. Spesso, magari a un tavolo di lavoro internazionale, si lasciava cogliere indaffarato mentre armeggiava con la nuova tecnologia. Credeva gli desse un buon tono, come a chi non sfugge nulla, sempre aggiornato dalle ultime news in tempo reale
Il questore, riguardoso, gli aveva ceduto il posto alla scrivania di legno massiccio. Una piazza d'armi di tre metri e cinquanta per due protetta da un vetro molato scuro e spesso. Di fianco la grande finestra, drappeggiata con tende un po' logore ma pulite. Alle spalle la parete era stracarica di ogni sorta di oggetto. La collezione completa dei calendari della Polizia di Stato, gli stemmi delle divisioni operative speciali e decine di altri ammennicoli erano appesi, come ex voto, tutt'intorno alla foto ufficiale del Presidente della Repubblica. Sul tramezzo di fronte alcune vecchie cornici, riproduzioni sbiadite di militari in divisa d'epoca, contornavano un'enorme pannello con la veduta del golfo.
Masturzo si era sistemato dall'altra parte, in compagnia di due funzionari della Protezione Civile e tre dei suoi più fidati collaboratori.
- Bene signori, stanotte agiremo.
Annunciò serio Locascio, poi entrò nei dettagli
- Sarà un'azione multi forze. Avremo tre elicotteri d'appoggio e centocinquanta uomini tra agenti di polizia, carabinieri e finanza. Se sarà necessario si aggregherà una squadra speciale del 9° battaglione "Col Moschin". Il presidente li ha appena fatti rientrare dal Libano. Arriveranno stasera alla base Nato di Capodichino. A valle dieci fuoristrada della protezione civile vigileranno le vie di fuga. Troisi e il suo gruppo non devono sfuggirci ne va della poltrona.
Masturzo, sorpreso, pensò a quanto fosse esagerato un intervento del genere. Si schiarì la voce e intervenne
Erano tutti vuoti quei posti e le sue gambe non reggevano più. Ma la volontà era più forte... non doveva sedersi! Non poteva sedersi! Quelli erano posti riservati: RISERVATI AI BIANCHI!
Lei aveva un bel colore nocciola, grandi occhi scuri, capelli neri lucenti e lunghe gambe ambrate. Da bambina aveva sognato di vivere in città. Lei era nata e vissuta in campagna fino a quando aveva deciso di abbandonarla. Abitava in una fattoria dell'Alabama con la madre e una sorella e conduceva una vita umile ma serena. Aveva conosciuto solo gente di colore, aveva avuto molti amici, di quelli buoni, fedeli per la vita. Quando partì per cercare lavoro in città, in una torrida mattina del 26 giugno 1954, fu un giorno triste per tutti, ma non per lei. Sua madre aveva le lacrime agli occhi e i suoi amici non osavano parlare per via di quel groppo alla gola che ti prende in queste circostanze e non ti lascia libero fino a quando in solitudine sfoghi tutta la tua angoscia. Lei non era triste, solo un po' malinconica per il fatto di doversi allontanare dai suoi affetti. Aveva tante aspettative e la gioia di vivere che appartiene a una quindicenne che non ha ancora conosciuto la delusione o ancora peggio la disillusione. La città era grande, ci sarebbe stato posto anche per lei e presto l'avrebbero raggiunta sua madre e sua sorella. Contrariamente alla maggior parte dei figli di contadini lei era andata a scuola, una piccolissima scuola di campagna dove aveva imparato le principali nozioni. Adorava leggere e il suo sogno era diventare giornalista. Sapeva che la città l'avrebbe aiutata a realizzare il suo sogno, credeva che la città l'avrebbe accolta, con le sue grandi strade, i negozi illuminati, i ristoranti, i bar, i teatri e le biblioteche. Sognava ad occhi aperti di perdersi tra gli scaffali pieni di libri delle biblioteche, lei non ne aveva mai posseduto uno, la sua insegnante gliene prestava di tanto in tanto e lei li accettava con gratitudine ed emozione e leggeva vor
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