A volte si perde la speranza, quel segno di vita che dovrebbe accendere gli occhi. È come rimanere sotto un inferno di macerie e l'aria è flebile talmente flebile che preghi di morire, piuttosto che vivere a quel modo; e così io persi lei... in una notte tersa e bastarda.
Era bellissima, un respiro di cielo fatto carne... un suono di arpe che vibrava nei miei giorni. Non so perché e per chi, lentamente, le sue certezze si sgretolarono e divennero angusti deliri di sopravvivenza. So che piano a piano la vidi staccarsi da me... arenarsi tra le rive della morte che mangiava ogni giorno un po' del suo futuro.
Era Novembre quando ebbero inizio i primi disturbi, quei sadici annullamenti dell'essere. Ricordo che stavamo camminando per il Duomo quando sentì un peso al petto che le annientò il respiro; neppure il tempo di afferrarla che cadde ai miei piedi svenuta. La corsa in ospedale, l'attesa interminabile e poi nulla: "È solo stress" dissero i medici ma quello stress era l'anticamera della fine.
Un anno dopo il semplice stress era divenuto delirio, disperazione, invocazione di morte! Ed oggi sono qui a piangere le sue spoglie!
Nessuna cura ha alleviato quel male; nessun luminare della psiche ha esorcizzato il suo dolore...
"E adesso io cosa farò senza te... come potrò camminare senza avere la tua mano accanto che mi stringe e mi conforta. Sarò un tintinnio di pioggia che piangerà per sempre o un gelido freddo che non vedrà calore... chissà dove sei e se finalmente hai imparato a vivere... se dopo il tuo suicidio qualcuno ha carezzato le tue ombre... ti penso sempre e vorrei vederti sbocciare al mattino sulla terrazza del mio destino..."
Io sono l'Addetto alla Registrazione delle Entrate, Ufficio 5, Sottosezione 3, ma tutti qui mi chiamano Addetto all'entrata. Non ricordo da quanto tempo lavoro nella Grande Azienda: i giorni si susseguono tutti uguali, come i mesi e gli anni fiscali.
Alla fine di ogni giornata il Presidente mi da una pacca sulla spalla e mi sorride, soddisfatto.
Alla fine di ogni mese il Presidente mi da 1100 euro in una busta bianca e mi sorride, soddisfatto. Alla fine di ogni anno fiscale il Presidente commenta con me l'andamento dell'Azienda, i progressi e i recessi e mi sorride, soddisfatto. Mi dice di pensare a riposarmi, di andare a sonnecchiare su qualche spiaggia tropicale come lui sicuramente farà con la segretaria, all'insaputa della moglie.
Ma io non posso mica. E poi non ne ho mica bisogno. Mia moglie comincia, ogni primavera, la sua tiritera per convincermi a portare i bambini da qualche parte. Ma io non posso mica. Non me la sento di lasciare la città, non voglio allontanarmi dall'ufficio, dalle mie carte tutte in ordine, dal pessimo caffè della macchinetta, dal Presidente che sorridente mi promette un aumento che non arriva mai, prima di darmi una pacca sulla spalla e chiudersi nell'ufficio con la segretaria.
Io sono l'Addetto alla Registrazione delle Entrate, Ufficio 5, Sottosezione 3, e ogni mattina, puntuale, alle 8 sono seduto alla mia piccola scrivania bianca, poggiata su un pavimento bianco, nel mio piccolo cubicolo bianco vicino all'ingresso. Afferro la mia penna bianca, allargo un po' il nodo della cravatta, e rimango in attesa. Rimango in attesa di un cliente o di un collega, di qualcuno che voglia entrare nell'Ufficio 5, Sottosezione 3. Quando arriva qualcuno, gli occhi mi si riempiono di gioia: finalmente posso fare la mia parte, far roteare il mio ingranaggio in quel complesso macchinario che è la Grande Azienda. "Prego identificarsi" chiedo con la voce monotona più giusta, con la voce che ci vuole, dice il Presidente, per dare un'idea di profes
Me lo ricordo da quando ero piccolo, almeno da quando avevo dodici o tredici anni, e nella mia memoria non è quasi cambiato. Aldo è alto, bruno, capelli ondulati, occhi scuri, liquidi, persi girando chissa’ quale angolo sbagliato.
Aldo ha sempre la barba lunga, fuma, indossa sporchi vestiti sgualciti, delle cuffie collegate ad un walk-man nascosto in una tasca del K-Way con cui ascolta una musica che nessuno conosce, e cammina, cammina, cammina sempre.
Ho sentito dire che la sua è una famiglia ricca e che lui, più o meno quando aveva diciassette-diciotto anni, ha subito una delusione da cui non si è più ripreso: altri dicono semplicemente che è un drogato del cazzo, e che sta al mondo solo per consumare i marciapiedi col suo incessante andirivieni.
Non l’ho mai visto parlare con nessuno, non ho mai sentito nessuno dire di averci parlato o di volerci parlare, e non l’ho mai visto tentare di parlare con qualcuno, Aldo cammina, e basta, e quando Aldo cammina, sembra che le strade perdano la loro consistenza materiale per assecondare i suoi pensieri.
Perché i pensieri di Aldo procedono in linea retta, rifiutando curve, angoli, rotatorie, dislivelli, divieti, persone; e sembrano farlo ad una velocità tale che il suo corpo è costretto ad arrancare costantemente dietro di loro, sempre in ritardo, sempre troppo sfinito per afferrarne la complessità; e forse, al culmine di una maestosa accelerazione che li ha portati troppo lontano dalla mente che li ha generati, i pensieri di Aldo sono arrivati in una lontanissima zona indefinita, maligna, dove il corpo arrancante dell’uomo non è più riuscito a seguirli, lasciandolo lì, a proseguire come un maratoneta cieco.
Ultimamente Aldo ha lasciato le zone centrali della città, da sempre le sue preferite, per spostarsi verso la periferia, dove ancora si incontrano case basse, palazzi a due, tre piani, e vicoli stretti a dividere le miserie e le paranoie degli uomini che vi abitano, ed a me è venu
Quella che sto per raccontarvi è la storia di una ragazza di non molte pretese. Avrei desiderato semplicemente una vita normale fatta di comuni banalità come avere l'acqua calda con cui fare un bagno o dormire su di un materasso che non puzzi di umido.
Vivo a Boston, in periferia, in un quartiere dove mancano i colori, ogni cosa appare grigia, come il carbone che ogni giorno siamo costretti ad estrarre dalle miniere.
La mia casa è uguale alle altre: una lugubre costuzione dalle tristi finestre che non sorridono. Alle volte, ritornandoci, mi capita di "rientrare" dai miei vicini perchè le loro abitazione è identica alla mia. Perfino le tendine si somigliano: mostrano, crude, l'emblema della povertà, non un riccetto, un merletto, che denotano il lusso di una vanità di che non possiamo permetterci. Mio padre è un intelletuale costretto al lavoro di miniera per mantenere me e i miei quattro fratelli. Le sue idee scintillano di libertà e ugualianza fra le classi sociali, così, dopo gli sfruttamenti della della classe dirigente nei confronti degli operai, si è messo in sciopero ad oltranza insieme ad un gruppo di colleghi disperati, per le condizioni disumane in cui si lavora.
Infatti il lavoro in miniera è il più brutto al mondo, il cunicolo è stretto, buio, non si respira e si rischia di cadere perchè è molto ripido e ci si arrampica un po' avunque, alle viscere di quella terra umida e viscida, che ci castiga, ci umilia; nel profondo di quegli abissi ci sentiamo abbandonati dal mondo intero.
A questo punto vi chiederete perchè parlo al plurale mentre descrivo la miniera, è perchè anch'io ci lavoro, di nascosto a mio padre mi intrufolo nella folla degli operai che non partecipano allo sciopero e contro i quali il mio papà lancia grida di insulti come "venduti!". MI fa male la voce di mio padre che libero come un gabbiano che vola su un mare in tempesta urla a quella folla grigia e triste senza sapere che proprio li, ci sono anch'io, ch
Accade molte volte che giovani, ragazzi di grandi promesse finiscano per un motivo o per un altro a non soddisfare chi credeva in loro. E'la storia di Fortunato. Il nome non rispecchia la sua reale natura, mai la dea bendata seppe accompagnarlo nella vita. Amante della letteratura, ha vissuto leggendo dai 10 anni alla sua morte una cultura pari a quella di professori liceali, ma purtroppo nella società moderna non sembra essere più importante la cultura e ragazzi molto interessati, finiscono ingloriosamente la carriera scolastica, colpevole un debole in una materia pratica:lingue, matematica, lingue morte.
È ciò che accadde a Fortunato. Complice nettamente anche i professori che lo reputavano debole, asociale incapace. E fu così che Fortunato finì troppo presto la scuola. Aveva idee ben chiare su attualità, storia, letteratura ma il timore di intervenire, rispondere ed una netta balbuzie rese impossibile esprimere la sua conoscenza. Tremante, punto debole era il suo arrosamento che lo rendevano quasi irriconoscibile e nelle mani nonostante la sua tenera età sopraelevavano eccessivamente le vene, e muoveva ritmicamente la testa verso sinistra come un tic e (la gioventù , si sa, non possiede compassione) i suoi compagni ridevano fragorosamente, i professori senza alcuna capacità di imporsi sui giovani neanche un aiuto diedero al povero Fortunato.
Non è sicuramente facile allevare un figlio cosi, necessitava uno psicologo delle attenzioni che la madre non aveva intenzione di concedergli. Era una donna consumata dal tempo lavorò una vita speranzosa che uno dei suoi figli potesse soddisfarla, infatti oltre Fortunato, generò due figli più grandi che non diedero sicuramente soddisfazioni, si sposarono giovani ed avevano un travaglio modesto, uniche persone con le quali, se non messo sotto pressione, Fortunato riusciva a comunicare e socializzare, ed era evidente come la sua cultura spiazzava i fratelli. Dunque una situazione familiare usuale ma con una ma
Erano le 5 e un quarto. Di già. E lei non c'era. Aspettando vedevo gente passare in continuazione, donne e uomini, persone che ridevano, scherzavano beate, altre in lacrime, qualcuno si guadagnava da vivere suonando la chitarra, chi mendicando mentre gli altri passavano con un grande senso di superiorità, non degnando nessuno di alcuno sguardo. Io mi soffermavo sui loro occhi. Non tutti erano accesi, non tutti brillavano allo stesso modo. E provate a indovinare quali erano i più spenti? I loro, sì, proprio i loro, quelli che portavano quell'atteggiamento di superiorità, con magari un buon lavoro, ben retribuito e assicurato, una bella casa, una Mercedes bianca, una moglie con cui ogni giorno rischiavano il divorzio, un figlio viziato e il giro di puttane. Loro, quelli che hanno più potere in questa società.
E grazie al cazzo che è chiamata l'epoca delle passioni tristi - pensai - guarda che branco di depressi sta ai vertici di questo sistema.
Mi venne subito in mente Levi-Strauss, un antropologo, proprio questo era ciò di cui avevamo bisogno, di una società incentrata sull'uomo. I miei pensieri incominciavano a sbocciare così decisi di rollarmi una sigaretta. Forse per spianare a loro la strada. Oppure per dargli un po' di carburante. L'intento preciso neanch'io lo sapevo. Già dopo la prima boccata iniziai a ragionare, intuii la necessità di fare qualcosa, stringere legami, diffondere idee, costruire alternative partendo da un nuovo modo di convivenza, parlare ad amici e parenti ed ascoltare. Tutti.
Mi alzai per buttare la sigaretta nel posacenere. Il sole era calato oltre la chiesa di San Petronio da diverso tempo, il flusso di gente iniziava a diminuire mentre io ero ancora lì ad aspettare. Legami, idee, alternative. Sogni. Con questi propositi decisi di andarle incontro. Alla vita.
Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b
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