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Racconti su problemi sociali

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Fa male due volte

Il treno filava bello veloce, quel giorno. Nessun ritardo, per fortuna, e Mattia anche per questo era stranamente contento. Sarebbe arrivato a casa in tempo, per una volta, e avrebbe potuto abbracciare finalmente i suoi genitori, che ormai non vedeva da sei mesi. Mattia fece un sorriso pensando alla faccia che avrebbero fatto i suoi vedendolo. Sicuramente non lo avrebbero riconosciuto. Si era fatto crescere una lunga e ispida barba, che lo invecchiava almeno di cinque o sei anni; e ne aveva solo ventidue. La barba però non era l'unica cosa che in quei mesi era cambiata; era mutato anche il suo approccio alla vita, ed egli era più solare, più vivo rispetto a prima. Era scappato di casa per quel motivo, e ora era pronto a rimediare al suo errore. Nel periodo in cui si trovava a vagabondare di città in città, sfruttando il suo simpatico pollicione per farsi dare uno strappo in macchina da un qualsiasi sconosciuto, da stupido e incapace bamboccione era diventato un uomo, e non solo per la barba forte e nera che gli era cresciuta. Aveva capito che le cose bisogna guadagnarsele da soli, e che mamma e papà erano un aiuto di cui poteva fare volentieri a meno. Tuttavia sentiva la loro mancanza ogni giorno di più, e la nostalgia cresceva forte nel suo cuore, specialmente dopo che, mentre attraversava a nuoto un fiume, aveva perso l'unica fotografia che lo ritraeva felice con i suoi. Mentre pensava a tutto ciò, Mattia scriveva come un ossesso. Poesie, poesie e ancora poesie. Un giorno qualcuno sarebbe stato disposto a pubblicarle, pensava sempre. Le raccoglieva gelosamente in un piccolo bloc notes ingiallito e macchiato di inchiostro nero, che però non nascondeva le parole. Aprendolo per caso, Mattia scoppiò in lacrime. Era la poesia che aveva scritto per Michel, un suo amico francese, morto per overdose di eroina due settimane prima.

Sfiorando la morte che insegue
Solcano dune infuocate
I beduini

Strappati alla vita al tramonto

Lasciavano il campo al matt

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   0 commenti     di: Andrea


morte di una rosa

La ragazza guardava nel vuoto in attesa del suo momento.
Tutto quel parlare con le amiche sul sesso, sugli uomini, sulla dolcezza di un bacio con la lingua, sui misteriosi piaceri di un rapporto carnale, completo ed appagante, ora le sembravano solo inutili ed insignificanti chiacchiericci di donnette fantasiose ed immature.
Quante volte ci aveva pensato, da sola, nella semioscurità della sua silenziosa cameretta, al riparo da occhi indiscreti.
Quanti sogni e fantasticherie, alle quali si era lasciata andare completamente, abbandonandosi al leggero tocco delle proprie dita che giocavano da prima col morbido profilo dei suoi piccoli seni, dai quali sbocciavano due turgidi capezzoli rosati, per poi scendere indiscrete verso il centro del suo impellente desiderio.
Allora si scostava con due dita della mano sinistra le mutandine, mentre con l'indice ed il medio della mano destra iniziava a massaggiare lentamente la parte alta della sua natura cercando di aprire con delicatezza le grandi labbra esterne fino a sentire sotto le dita l'immediata risposta del clitoride.
La mente era lontana, seguiva miraggi evanescenti nei quali apparivano volti di uomini a lei cari ed amati, sentiva le loro dita impossessarsi del suo corpo di bambina, sentiva il loro membro possente fremere nelle sue mani e nel suo corpo, sentiva la loro lingua percorrere ogni centimetro della sua pelle soffermandosi proprio lì dove ora si stava freneticamente toccando in attesa di un attimo di sublime piacere che le rendesse tollerabile la sua solitudine.
Veniva quasi di seguito una, due, tre volte per poi ritrovarsi sudata ed esausta nell'assoluto silenzio della sua clausura pomeridiana, mentre un'ondata acuta di depressione saliva da remoti recessi della sua disperazione a ricordarle la sua vergognosa fragilità.
Pensava che con l'avvento delle mestruazioni, circa sei o sette anni prima, fosse arrivato per lei il momento di esser donna a tutti gli effetti, si illudeva che il mondo notasse qu

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   1 commenti     di: Stefano Monti


Semplicemente perfetta

Devo solo arrivare a domani, si tratta di resistere qualche ora.
Ripenso a quello che mi ha detto la mia amica: "Quando ti prende lo sconforto, accenditi una sigaretta e beviti un caffè, basta che arrivi al giorno dopo."
Stringo i denti e tiro fuori il pacchetto di sigarette che tengo nascosto sotto la biancheria, ne accendo una e la fumo nervosamente. Forse dovrei prendere quelle stramaledettissime pillole.
Respiro profondamente e tiro un'altra boccata, devo solo stare calma e passerà tutto.
"Mai mostrarsi deboli, controllarsi sempre. La mia vita deve essere votata alla perfezione."Mi ripeto meccanicamente come un mantra.
Le immagini stanno diventando sfocate, come se fossi sott'acqua, magari sto esagerando o magari questa è solo una prova che renderà ancora più soddisfacente il risultato.
Le mani mi tremano, sento freddo. Non so che devo fare, se solo ci fosse qualcuna in chat potrebbe darmi una mano.
Scatto verso il PC, ma le gambe sembrano di pastafrolla e cedono sotto il mio peso, cado a terra con un tonfo sordo mentre il mondo trema e si capovolge.
Sono debole, sto male, ma devo resistere, lo faccio per il mio bene. Tutto questo è necessario per la mia salute, per il mio futuro.
Da quando ho smesso con le cattive abitudini, sto diventando più bella. La mia pelle è più luminosa, i muscoli più tonici e riesco a capire chi mi ama veramente e chi invece è solo ipocrita.
Mi girò sulla pancia e appoggio la guancia a terra, lasciando che il freddo delle mattonelle assorba il caldo di questa febbre che mi consuma da un paio di settimane.
"Vedrai, ci vorranno pochi giorni, poi il corpo si abitua." Mi ha detto una del gruppo. "Ti aiutiamo noi, non sei sola, ce la puoi fare."
Ripenso a quelle parole dolcissime. A loro importa di me, non come ai miei che a malapena mi rivolgono la parola, come mio padre, che si trascina oltre la porta come uno zombie e si piazza davanti al televisore senza rivolge la parola a nessuno. Non è rimasto nulla della p

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   16 commenti     di: Noir Santiago


In una piccola città

erano le sei, pieno pomeriggio, estate.
le persone non si preoccupano di ciò che fai, quando sei in un certo modo tutti ti evitano.
cambiano lo sguardo, e se guardano, guardano con disprezzo.
è brutto da dire ma meno brutto da vivere, anzi non si sente nemmeno la presenza dell'ignoranza delle persone verso chi si distingue dalla massa.
"mi servono tre grammi"disse lei.
"tieni".
" ci si vede presto."
eccola, incamminarsi verso i giardini pubblici, prendere in mano il necessario, e prepararsi.

2 giorni dopo.
ragazza sedicenne morta per overdose.

il bello, qual'è? beh che non c'è niente di bello. tutto si ripete, solo con persone diverse.



Co-raggio di luna II

Un corvo spiccò il volo. L'aveva impaurito un sasso, un sasso caduto non troppo distante provocando un lieve fruscio delle foglie ingiallite di un tiglio. Un buco nell'acqua. Luigi prese da terra un'altra pietra e la lanciò in direzione di quei silenziosi guardiani della storia, arbusti che avevano visto il passaggio di molteplici eserciti, gente dalle varie provenienze che approfittava della disgregazione delle persone che abitavano da diverso tempo quei territori. Era un buco nell'acqua con quei soggetti, impegnati a inseguire qualche fine da cui sperare di trarre un vantaggio, un piccolo miglioramento, anziché inseguire il fine. Che sarebbe stato un nuovo inizio. Salì sul suo cavallo e si addentrò nella selva. Subito si accorse di un profumo diverso, un profumo nuovo, un profumo che non aveva mai percepito dalle sue parti. Come se avesse bevuto un sorso di guaranito, come se fosse tornato nuovamente in Brasile, come se fosse stato in preda a una sensazione di piacere. I ricordi lo ubriacarono offrendo un terreno fertile per i suoi pensieri. Solo quando passava delle serate con Gabriele e Giovanni consumando del vino percepiva simili stati d'animo ed aveva solo una certezza in quel momento, tutto ciò che gli stava venendo alla mente non poteva che essere la verità. Lì era legge, pensò. In quella piccola comunità il silenzio, la pace, quel profumo erano diventati legge sulla base di un tacito accordo, di una volontà comune. Strattonò il suo cavallo ed invertì la corsa. Stava percorrendo un sentiero illuminato dalla luna. Era grande, luminosa e proprio davanti a lui. Sapeva che non l'avrebbe raggiunta ma aveva intuito che era quella la direzione giusta da seguire.
Sono più le persone che appoggerebbero l'operazione che quelli che la ostacolerebbero. Alla maggior parte della gente non gliene frega un cazzo, basta lasciargli il loro orto da coltivare per renderli felici, ma anche molti commercianti se ne sbattono. Gli unici ad aver paura sono i nobili

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   0 commenti     di: vasily biserov


Balla Anita

Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b

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   3 commenti     di: silvia leuzzi


apri gli occhi

Non potevo stare in casa, ero preso dall’agitazione e dall’ansia, ho preso la moto e sono andato a sesto per vedere se la lettera che avevo appeso era già stata staccata da Maddy, arrivato ho visto che era ancora lì, preso dallo sconforto ho pensato magari la staccherà più tardi, non sapevo dove andare era la mia mattina libera e allora un po’ con malavoglia, nel bisogno di rifugiarmi in un ambiente felice che magari mi avrebbe potuto non far pensare a niente ho deciso di fare un giro alla mia ex scuola l’I. S. A. di Monza, guardandomi intorno ho visto che l’ambiente era sempre lo stesso, mi sentivo un estraneo perché guardandomi intorno vedevo che i ragazzi e le ragazze che mi circondavano erano tutti più piccoli di me, rasta, punk, ragazze dai capelli tinti dall’aspetto un po’ ribelle, gli alunni finita la pausa non entravano in classe, la professoressa era dovuta addirittura uscire dall’aula per dirgli di entrare per l’appello,……. l’ambiente non era cambiato, nel vedere quella scena mi era venuto da sorridere,……com’era bello, alla fine ero felice di essere lì, io ero andato lì per andare a trovare i miei ex professori, circondarmi di un ambiente a me caro, guardandomi intorno ho visto che i miei professori di laboratorio Tumin e Breviglier non c’erano così ho chiesto informazioni a dei ragazzi, poi ho chiesto della professoressa Tornagh, i ragazzi mi avevano risposto dicendomi che era andata in pensione perché era andata fuori di testa, io scherzando gli risposi che lo era sempre stata, e loro mi risposero che qualche anno fa aveva avuto un ictus cerebrale che quando gli era passata era tornata ad insegnare ma l’anno scorso hanno deciso di mandarla in pensione perché non ragionava più,……dissi che non lo sapevo, i ragazzi capirono che mi dispiaceva,……quando ero a scuola, quella professoressa ci raccontava che la terra era piatta perché il nostro occhio la percepiva così, la cosa mi piaceva perché era una person

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