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Racconti su problemi sociali

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La sfida

Quando varcai la soglia della Casa di Riposo dove ero deciso ad affrontare la sfida col volontariato (e con me stesso...), devo confessarvi che ero emozionato.
La baldanza e la sicurezza che da sempre mi hanno caratterizzato erano svanite in un nano-secondo.
Presentatomi alla responsabile dell'animazione molto affabilmente mi mise al corrente del "percorso" che ci sarebbe stato da affrontare con gli "ospiti" della Casa.
Indubbiamente aveva notato il mio iniziale riserbo (che chiamerei imbarazzo...), ma mi mise a mio agio col suo sorriso accattivante che spalanca ogni cuore.
L'indomani era la festa della mamma, celebrazione questa molto sentita e partecipata da molti.
Andai e un altro responsabile dell'animazione, con una naturalezza che mi disarmò, mi porse un microfono dicendomi: "Dai, cantaci una canzone", e diede inizio lui stesso ad intonare la prima dando il via a quel che poi fu un vero e proprio karaoke con tutti i partecipanti.
Non è stato facile "tenere" la tonalità, specie vicino a dieci, venti persone che cantano ognuno nella propria intonazione e a modo loro. Ma tutto andò per il meglio e la festa si concluse allegramente.
Poi mi fu fatta visitare la struttura nei suoi vari reparti.
Camerette pulite, ampie sale per l'animazione, ordine e pulizia regnante in una struttura moderna e ospitale dove quel che ti cattura è il sorriso degli operatori.
Quel che mi colpì maggiormanete è che gli ospiti non sono trattati da malati, ma da esser umani, da persone che hanno bisogno d'aiuto, anche da noi volontari, che dobbiamo dare il nostro personale grazie e il nostro sorriso perché ricordiamo che, come disse Padre Faber:

"Nessuno ha più bisogno di un sorriso come colui che ad altri non da donarlo".

Questo è quello che ho potuto osservare in tutti i reparti che ho visitato: il sorriso.
L'accompagnamento, una carezza, l'imbocco, il porgere un braccio per un contatto umano più familiare, il provvedere ai più piccoli bisogni,

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   26 commenti     di: Bruno Briasco


Una storia come tante

Era notte fonda ormai.
Lei, raggomitolata in un angolo del pavimento di quella gelida stanza, continuava a dondolarsi. Quel corpo di donna, nudo e sporco, inconsciamente si lasciava cullare dalla sua disperazione.
Era seduta lì da ore ormai.. e, a guardarla in viso pareva non provasse più nessun tipo di emozione se, a tradirla non fossero stati i suoi occhi intenti a fissare il nulla.
Nella stanza regnava il silenzio assoluto, nonostante il temporale e i vetri bagnati della finestra lasciassero intravedere le luci della città che, naturalmente, continuava a vivere infischiandone di tutto quanto accadesse tra le sue mura.
"-No... non è possibile... non può essere accaduto davvero! È soltanto un incubo, tra un po' mi sveglierò e resterà soltanto un brutto sogno"!
Continuava a ripetersi.
Un lampo improvvisamente illuminò la stanza per pochi istanti, si guardò intorno e fu allora che cominciò a realizzare quanto accadde qualche ora prima. Fissò il letto e le fu inevitabile rivivere ancora una volta quegli attimi terribili e di nuovo si ritrovò a dover subire le morbose angherie di colui che un tempo fu il suo primo ed unico amore.
Era stata chiarissima nel dirgli che era stanca di essere la sua "bambolina", pronta all'uso
ogni qualvolta ne avvertisse l'urgenza e la voglia! Era una donna ed aveva necessità di essere desiderata per amore e non per bisogno, ma questo lui lo aveva dimenticato da tempo ormai e lei, aveva deciso di non dargliela più vinta.
"No.. ho detto di no... NON VOGLIO"! Gridò.
Quelle parole morirono sulle sue labbra sanguinanti, così come per l'ennesima volta il lei morì la dignità di donna..
Ogni volta che tentava di opporsi anche solo al suo pensiero, lui reagiva nel solito modo, picchiandola selvaggiamente.
La prima volta fu per sbaglio, disse, ma fu soltanto l'inizio.
La picchiò in viso e le spaccò il labbro superiore con l'anello, quel "suggello d'amore "che custodiva quella formula

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   12 commenti     di: Lucia


Abbandonato

Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?
Le preoccupazioni mi assalgono,
il terrore divampa.
Non ho denaro, Dio mio.
Mi rinfacciano la mia condotta.
" Prova a fare qualcosa... ".
Dio mio, io ho aiutato coloro ai quali chiedo aiuto.
Ma loro danno con l'umiliazione.
Incutono insicurezze nel mio animo che si sta abbandonando a te.
Dio mio, Dio mio, non mi abbandonare.
Gli stenti e le umiliazioni che soffro siano le messe a cui manco.
Dio mio io ti cerco.
Dammi la possibilità di andare avanti.
Così è stato finora nonostante i duri colpi della vita.
Dio mio perché mi hai riscattato?
Per lasciarmi forse in balia degli ingrati?
Moltiplico le preghiere, pratico l'elemosina, perdono al mio prossimo, porgo la guancia e abbasso la testa.
Dio mio, Dio mio dove sei?
L'urlo del mio intimo ascolta e venga a me la tua pace.

Amen



Balla Anita

Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b

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   3 commenti     di: silvia leuzzi


Guardando i treni, la gioventù che brucia

Di corsa, di fretta, un'elevazione, un balzo, un cellullare dimenticato, una sgommata di merda sul water, mangia, bevi, fuma, divertiti, apri le gambe, fatti possedere e succhia. Succhia la vita lentamente, leccandola, come si lecca un ghiacciolo. E fai in fretta, colazione, doccia, denti, una spruzzata di deodorante, e a studiare, lavorare, ancor meglio cazzeggiare, l'importante è non fermarsi. E sali su un treno, lo raggiungi di fretta, magari ti sta un po' stretta, la vita, ma tu la stupri, proprio come la trama di quel film, King Kong e Cleopatra, due perfetti sconosciuti, due che secondo la logica non avrebbero mai dovuto incrociarsi, ma così il destino ha voluto e lo fanno lo stesso, scelta non ne hanno. E così tu, gli impegni, la figa, e così noi, la macchina, la moneta, e così tutti, un branco di spermatozoi che si spintonano per uscire dal cazzo all'atto di una sega. E tutta la forza, l'entusiasmo, la vitalità diventano nulle, solo liquido che macchia la nostra via. I binari della vita sono colmi di spettatori, gli eroi fra le fiamme eterne, ed io mi ritrovo qua, dove sono assenti perfino i più umili passeggeri.

   3 commenti     di: vasily biserov


La rapina

L'anziano Ugo, quel giorno era in ritardo. Come ogni venerdì, aveva un appuntamento dal suo medico per dei problemi di salute che, una certa età, spesso porta con sé e regala. Non erano, però , soltanto le troppe primavere vissute a causargli una serie di fastidi, più o meno gravi: era stato anche il suo vissuto, che da qualche anno, lo aveva messo con le spalle al muro. Erano troppe le cicatrici e le ferite ancora aperte che portava sul suo corpo. La vita era sempre stata dura con lui, ma, di recente, il dolore era diventato un pasto quotidiano.

Aveva anche smesso di andare a Messa. All'inizio, quando iniziarono i problemi, la fede divenne il suo unico rifugio e, così, cominciò a partecipare alle celebrazioni non soltanto la domenica e festivi, ma tutti i giorni, sperando che prima o poi, arrivasse un aiuto dall'alto. Aiuto che, però, non giunse mai. Così, il nostro uomo, deluso giorno dopo giorno sempre di più, lentamente smise di andare in chiesa. E non solo. Buttò anche via il piccolo crocefisso a cui era molto legato, e che teneva stretto tra le mani nei momenti più difficili delle sua vita. Non sia mai, poi, che qualcuno gli parlasse di Dio: andava su tutte le furie. "Dove è Dio quando lo invoco?" rispondeva. "Che senso ha avuto la sua morte in croce?" si domandava, "a cosa è servita la sua morte, se il mondo continua a girare all'incontrario?". La domanda che però avrebbe voluto rivolgere direttamente all'Onnipotente, non senza una certa dose di superbia, era: " Perché invece di farti appendere ad un legno, non ti sei eretto dall'alto del tuo potere, annientando con la tua divina forza il male? Avresti visto," pensava "come tutti allora ti avrebbero dato ascolto!".

Quel giorno era davvero in ritardo. Scese le scale del suo palazzo in fretta, o meglio, quanto più veloce poteva col suo fisico. Fuori faceva freddo, ed il cielo era cupo.
Arrivato nell'androne, notò dietro ad un pilastro un'ombra che lo aspettava. Er

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   13 commenti     di: Ezio T.


Questa è la mia prigione

Lo so, Padre, ho sbagliato.
Sono stato ingenuo, vigliacco, bugiardo, ma non sono mai stato un violento.

Qua dentro l'aria puzza di sangue e merda, di lacrime.
L'odore di Cif sul pavimento non basta a coprire questa puzza metifica.

Solo un alito di vento.
Solo un alito di vento può cambiare l'aria qua dentro.
Aria fresca, aria pulita, in questa periferia dimenticata da tutti.
Forse anche te, Padre, ti sei dimenticato di noi?

Un alito di vento sta entrando tra le sbarre della finestra nell'atrio, di fronte alla mia cella.
Mi metto la sciarpa, per difendere quella salute che, qua dentro, è un vestito da signori.
Mi può fare male, il vento, ma lo invidio lo stesso.

Il vento può entrare e uscire da questa cazzo di prigione quando vuole.
Come un Robin Hood coi superpoteri ruba la mia prigionia, elude le guardie, porta il mio sguardo lontano, oltre quelle nuvole che, dietro alle sbarre e alla porta

blindata, non posso che intuire, imaginare là, nel cielo.

Qui dentro nessuno ride, nessuno canta, nessuno ama.
Sono tutti prigionieri, i carcerati quanto i carcerieri, e il vento è il solo che esce leggero da qua dentro.

Lo so, Padre, che sei con me, ma a volte la tentazione di uscire da questa vita, aprendomi una porta sui polsi, si fa davvero sentire.

Dopo una vita passata nel lusso, capisco che LUSSO non significa RICCHEZZA.
Io per questo fraintendimento ci ho rimesso un'infanzia, una giovinezza, e adesso anche i primi anni di un matrimonio insperato.
E ho un cuore debole, malato.

Quale direzione? Quale strada prendere?
Quale, tra una che riporta al gelido inferno della Camorra, alle vane certezza di una vita al servizio della morte, e una che, dopo un lungo cammino, porta al fallimento del Golgota?

Questa è la mia prigione, tiepida, grigia, nauseante.
La mediocre prigione di chi si ferma.

   2 commenti     di: Desio Sicario



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