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Racconti su problemi sociali

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Bullo Dentro

Il linguaggio, le parole, le espressioni che colorano i nostri discorsi, la nostra vita quotidiana cambiano anche a seconda degli eventi, di ciò che i mass – media ci propongono.
È così che nascono nuove parole, che cambiano il loro antico significato per lasciare spazio a quello più moderno.
Cosa voleva dire “bullo” nel passato? Il bullo era un ragazzo poco serio, propenso allo scherzo, un po’ scanzonato; questa parola veniva spesso usata in senso positivo, non per indicare colui che oggi conosciamo come tale: il ragazzo cattivo, sempre pronto a far del male al prossimo.
I telegiornali ci abituano alla visione di scene raccapriccianti in cui gruppi di ragazzi prendono a pugni e calci i propri coetanei e, in maniera del tutto gratuita, esprimono il loro disprezzo verso l’essere umano, abbassandolo poi come se fosse allo stesso livello di una cosa, un oggetto, un essere inconsistente.
È qui che si individuano le caratteristiche della vittima, spesso spinta contro un muro, debole, sola, incapace di difendersi. La vittima del bullo è quasi sempre un soggetto tranquillo ed insicuro. È più facile esercitare la propria forza su persone deboli fisicamente: infatti, il bullo ha caratteristiche opposte a quelle della vittima: è forte, abile in tutti gli sport, sicuro di sé, spavaldo.
Esistono diversi tipi di bullismo, possiamo trovarci di fronte ad azioni collettive o individuali ad esempio, di tipo fisico: la vittima viene presa a pugni e calci, oppure, bullismo verbale: offese, derisioni, insulti, minacce; c’è anche il bullismo indiretto che consiste nel diffondere pettegolezzi, calunniare le vittima per isolarla dal gruppo.
Ma il bullismo è solo un fenomeno della società moderna o è sempre esistito? Se il bene e il male fanno parte dell’animo umano, dobbiamo presumere che ci sia sempre stato chi, per imporre la sua supremazia sugli altri, abbia goduto a far del male ad un coetaneo all’uscita della scuola, nei corridoi o per strada. So

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   1 commenti     di: Stella Spina


Miniracconto neo razzista

Venti minuti fa, in una delle piazzette vicine a casa mia, nel quartiere Golosine, vicino alla fiera e a Verona Sud, per intenderci.
Quartiere popolare da sempre, adiacente alla zona industriale, un tempo officina di laboriosissima gente quasi esclusivamente autoctona, ora miscellanea di genti, razze e culture non sempre autorizzate, non sempre integrate. Alcuni palazzi, i più vecchi e decadenti sono abitati al 100% da neri e slavi extracomunitari. Oppure ormai neanche più extra. Comunitari e basta.
Di ritorno dall'ora d'aria, farmacia, giornalaio, alimentari, scorgo in lontananza un gruppetto di persone accucciate o sedute su e giù da un marciapiede, al bordo di un parcheggio quasi vuoto. Davanti a loro una miriade di vetri rotti di diversi colori, resti evidenti di bottiglie appena scolate e poi infrante. Penso che una gliela infrangerei volentieri su per il culo e faccio per cambiare strada. Ma poi cambio idea e tiro dritto per passare appena davanti a loro e ai loro vetri rotti.
Stanno tranquillamente pasteggiando con panini e altre bischerate, bevendo e cazzeggiando tra loro, come nulla fosse. E spargendo cartacce e rifiuti come neanche un ippopotamo coi propri escrementi.
Ad un tratto, quando sono quasi davanti a loro, fingendo indifferenza ma in realtà squadrandoli bene da dietro gli occhiali fotocromatici, ne sento uno, anzi una, che, ad alta voce, dice agli altri: "ma 'ndo éla l'Antonela, stamattina, la sarà mia sul serio dentro el casoneto?" Gli altri e le altre rispondono a tono nella stessa inconfondibile e grezza cadenza dialettale. La mia.
Tiro dritto e cinquanta metri dopo sono davanti al supermercato, sempre nella stessa piazzetta. Il nero che sta vicino alla fila dei carrelli mi saluta affabilmente e io gli rispondo altrettanto gentilmente a mezza voce. Altri cinquanta metri e un'auto si ferma per lasciarmi attraversare la strada: dentro un altro nero, che abita nella scala vicino alla mia e mi guarda e mi fa un cenno al quale rispond

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   6 commenti     di: mauri huis


apri gli occhi

Non potevo stare in casa, ero preso dall’agitazione e dall’ansia, ho preso la moto e sono andato a sesto per vedere se la lettera che avevo appeso era già stata staccata da Maddy, arrivato ho visto che era ancora lì, preso dallo sconforto ho pensato magari la staccherà più tardi, non sapevo dove andare era la mia mattina libera e allora un po’ con malavoglia, nel bisogno di rifugiarmi in un ambiente felice che magari mi avrebbe potuto non far pensare a niente ho deciso di fare un giro alla mia ex scuola l’I. S. A. di Monza, guardandomi intorno ho visto che l’ambiente era sempre lo stesso, mi sentivo un estraneo perché guardandomi intorno vedevo che i ragazzi e le ragazze che mi circondavano erano tutti più piccoli di me, rasta, punk, ragazze dai capelli tinti dall’aspetto un po’ ribelle, gli alunni finita la pausa non entravano in classe, la professoressa era dovuta addirittura uscire dall’aula per dirgli di entrare per l’appello,……. l’ambiente non era cambiato, nel vedere quella scena mi era venuto da sorridere,……com’era bello, alla fine ero felice di essere lì, io ero andato lì per andare a trovare i miei ex professori, circondarmi di un ambiente a me caro, guardandomi intorno ho visto che i miei professori di laboratorio Tumin e Breviglier non c’erano così ho chiesto informazioni a dei ragazzi, poi ho chiesto della professoressa Tornagh, i ragazzi mi avevano risposto dicendomi che era andata in pensione perché era andata fuori di testa, io scherzando gli risposi che lo era sempre stata, e loro mi risposero che qualche anno fa aveva avuto un ictus cerebrale che quando gli era passata era tornata ad insegnare ma l’anno scorso hanno deciso di mandarla in pensione perché non ragionava più,……dissi che non lo sapevo, i ragazzi capirono che mi dispiaceva,……quando ero a scuola, quella professoressa ci raccontava che la terra era piatta perché il nostro occhio la percepiva così, la cosa mi piaceva perché era una person

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Il matto Klim Klim

Girovagava nelle strade della mia città un simpatico personaggio. Alto, col viso scarnito, barba e lunghi capelli che teneva legati in una coda. Era molto gioviale, gentile e dalle maniere alquanto raffinate. Girovagava dal mattino al tramonto col suo elegante completo scuro un po' consunto dal troppo uso e nonostante il caldo afoso non toglieva mai la giacca.
Sempre vestido a festa percorreva instancabilmente le strade alla continua ricerca di denaro per poter acquistare latte e pane per i suoi orfanelli, per quei poveri bambini a cui procurava del cibo.
Abitava in un quartiere della periferia ed ogni mattino prendeva l'autobus per recarsi in centro. Camminava spensierato per le strade senza fretta né affanno e sulle sue spalle portava un fardo coi suoi tesori.
Era solito ad attirare l'attenzione della gente che incrociava e molte volte mi sono ritrovata a camminare sul suo stesso marciapiede. Era un uomo molto singolare e col suo sorriso garbato, impartirtiva benedizioni a chiunque si trovasse di fronte a lui, come un prete di strada senza chiesa né fedeli. A cambio chiedeva qualche spicciolo come elemosina.
Sotto il sole o sotto la pioggia non conosceva riposo. Era un continuo trotterellare per le vie del centro. Nella sua mente frastornata custodiva segreti e nel suo cuore generoso celava i suoi dispiaceri. Nessuno sapeva cosa le era capitato per ridurlo in quello stato di follia.
Io credevo che fosse un mancato sacerdote ma qualche tempo fa ho saputo che da giovane lavorava presso uno studio legale ma un giorno, senza nessuna spiegazione, non ci tornò più e cominciò la sua odissea e la sua vita di benevolo e caritatevole pellegrino nelle vie del Signore. Serviva il prossimo e nutriva un affetto particolare per i bambini di cui si occupava.
Nella città questo generoso signore veniva chiamato con un nomignolo alquanto singolare, Klim klim perche nei suoi tempi migliori quando la follia ancora non regnava nella sua mente, mentre an

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Uevos fritos con papas

Sono le dieci di mattina, Anita è appoggiata alla sedia.
Ha ascoltato la radio, si è poi messa a lavorare aprendo il quaderno e dando i numeri.
Ne combina alcuni cercando la serie vincente.
Oramai ha completato tutte le pagine, solleva con il pollice e l'indice uno scontrino della spesa.
Riesce a scrivere sei numeri sul retro del foglietto. Non è la prima volta non sarebbe l'ultima se riuscisse ad azzeccare una combinazione vincente.
Esce di casa fermandosi sul pianerottolo, si accorge che tutti sono usciti.
Lungo la strada si ravviva i capelli.
È bruna, gli occhi da "fulminata", un nasone grande e storto ed un mento piccolo e sfuggente.
L'avanzare degli anni ha smussato talune asperità del viso e accentuato altre rotondità del corpo, ma le si considera sempre una " dei migliori esemplari dell'umanità".
Ed hanno un bel dire quei ragazzi, che durante la passeggiata pomeridiana, si avvicinano e le sussurrano frasi indecorose.
Parole.
Parole aleggianti in aria.

Eccola ora al supermercato.
Allunga la mano su una confezione di pane integrale biologico.
Si orienta verso i condimenti, raccoglie l'olio, il burro e il sale.
Una breve occhiata ai vini e poi la lettura delle riviste.
Appena giunta nell'androne di casa si ferma, ha bisogno di respirare.
È concentrata, inspira ed espira, inspira ed espira, poi sale il più velocemente possibile le scale aggrappandosi al corrimano.

In cucina appoggia la pentola sul fornello, un leggero sfrigolio la infastidisce, la pancia borbotta e lei brontola.

Comincia.
Scalda l'olio preferendolo al burro, rompe direttamente le uova nel tegamino, le sala ( e ci macina sopra un po' di pepe ).
Cuoce adagiandovi sopra un coperchio.
Così, pensa, fa meno rumore.
Sono passati sei minuti e gli albumi sono rappresi, posa il tegame sul piatto e se le serve.
Lei che è stata servita da tutti, ora si serve da sola.
Avrebbe dovuto aggiungere un etto di spinaci ma doveva ben strizzarli e non ne aveva voglia.

Dall'altra parte de

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   3 commenti     di: Roberto Estavio


LA MILLEUNESIMA NOTTE (un racconto su Bagdad)

Alla vigilia gli uccelli si staccano tutti insieme dai rami più alti degli alberi, volando inquieti in direzioni contrarie.

Nel mare il canto delle sirene si confonde col grido delle bestie che partoriscono con sofferenza le proprie angosce.

Laggiù, in una piccola casa senza cortile né giardino, assetata senza speranza, si vanno accumulando mucchi di panni sporchi.

Rash sembra impazzito, e continua ad abbaiare al cielo senza capire cosa stia accadendo, sdraiandosi infine esausto di fianco al letto, ansimante per la stanchezza.

All'improvviso aprono il fuoco.

Gli uomini gridano e le donne piangono. Tutto è confusione e terrore.

Per un istante non si sentono più né canti, né le sirene, né nient'altro. Arriva un frastuono assordante. I bambini si abbracciano ai ventri esclamando ''Mamma!''

E adesso sono le donne che gridano, mentre gli uomini piangono. La natura sembra avere smarrito il senno.

Un odore penetrante e irriconoscibile entra dalla piccola finestra di legno.
Gli occhi scuri e a mandorla di una donna improvvisano un racconto nel quale gli angeli si adirano e combattono, perchè qualcuno si è comportato male.

E tutte le notti seguenti accade lo stesso. Un delirio da milleunesima notte

Antiche visioni a forma di fungo dal più nero e fiammeggiante dei pensieri umani si protendono verso gli inferni,.

Poi, con immane fatica, si arriva infine a vedere l'alba.

Nahyra ha appena sette anni. I suoi unici giocattoli sono una bambola fatta di carta e stracci e il piccolo castello di sabbia che ha costruito accanto alla porta: lo custodisce gelosamente, perché dice che ci abita l'anima di suo padre.

Il giorno si trascorre raccogliendo i resti di ciò che manca. La porta si apre e si chiude in continuazione, fino allo sfinimento, ogni volta riconoscendo e riconoscendosi nel volto disperato dei vicini.

Al calare del sole, Nahyra prende la sua bambola e comincia a pregare insieme al resto della famiglia

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La ricerca della felicità

Ieri sera ho visto questo film, La ricerca della Felicità;
Dopo tanti spot di presentazione e memore dei tanti elogi ricevuti quando uscì nelle sale cinematografiche, non me lo sarei assolutamente perso. Prima che iniziasse la proiezione, mi è venuto in mente un detto... uno dei tanti... di quelli antichi, che recita così :
””SE I SOLDI NON FANNO LA FELICITA' FIGURIAMOCI LA POVERTA'””
Bene, anche se non necessitava conferma, conferma ho avuto dalla vicenda narrata nel film. Onore e gloria a questo giovane, magistralmente interpretato da Will Smith, nel riuscire a rimanere una persona onesta, integerrima, sempre sulla soglia della disperazione e mai oltre; ad essere un padre da portare ad esempio diventando l'eroe di suo figlio (un baby attore bellissimo e straordinario nel suo piccolo grande ruolo... forse favorito dal fatto che è veramente figlio di Will Smith... Jaden Smith) perdendo però l'amore e la stima della moglie che non è riuscita a sopportare le mille difficoltà in cui navigavano quotidianamente... o forse perché solamente non convinta della possibilità che il sogno del marito potesse essere raggiungibile.
Non sto a raccontarvi tutto il film (presumo che in tanti lo avrete visto... e se non lo avete fatto... ve lo consiglio) per cui arrivo subito al nocciolo che mi ha portato a scrivere queste poche scomposte righe, arrabbiate!!
È mai possibile che in una nazione civile come gli Stati Uniti d'America... prima potenza economico militare decisionale della Terra e dello spazio... debbano o possano esistere situazioni simili??.
Come ci si può meravigliare se poi una persona, appena appena più debole di quel giovane (Chris Gardner... personaggio reale della storia... ora miliardario) possa varcare la linea forte ma debole dell'onesta ad ogni costo??.
Oggi, a Forum... su Canale5, discutono un caso di un signore di 72anni che varcando questa linea dell'onestà si è intrufolato in una vettura per rubare qualcosa, spinto da una dispe

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