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Racconti su problemi sociali

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Per il periodico, Insieme

In un periodo di recessione economica e di crisi dei valori, anche il concetto della carità ne esce stravolto dal significato originario. "Se ricevessi un poco di carità arriverei a fine mese" oppure: "Potrei essere caritatevole, purché non mi chiediate del tempo e del denaro" queste frasi udite in contesti sociali differenziati esprimono con chiarezza la nozione fondamentale che la gente possiede nei riguardi della carità. Secondo il sentimento comune la carità è meglio riceverla, piuttosto che farla. Un abbraccio, uno sguardo compassionevole, un sorriso solenne sono da preferire piuttosto che mettere mano al proprio portafogli, o a rinunciare ad una porzione del proprio tempo libero per fare del volontariato. Il volto più conosciuto di quello che secondo noi è il gesto caritatevole, spesso coincide con l'elemosina. Vale a dire il disfarsi alla prima occasione di quello che avanza. Secondo il mio punto di vista per essere disposti verso le attività caritatevoli, occorre un buon grado di preparazione psicologica e spirituale che si acquisisce dopo un cammino comunitario, nel quale ci si spoglia dei tanti luoghi comuni, come ad esempio: la paura di diventare poveri, se non lo si è già, la deificazione del tempo libero, il compiacimento del proprio orgoglio, l'ambizione di raggiungere il potere, tutti elementi che ci impediscono di vivere una vita come Dio vorrebbe e ben al di sotto delle nostre potenzialità.
Ma anche gli operatori e gli animatori impegnati nella parrocchia, che vogliono svolgere un servizio responsabile, serio ed onesto orientato all'affermazione della solidarietà, del bene comune, della giustizia sociale e della gratuità non hanno vita facile. I rischi di chi fa il volontariato caritas in parrocchia sono ad esempio, la sensazione che l'aiuto che si sta offrendo al povero sia del tutto inadeguato rispetto alle esigenze, mentre invece l'obiettivo rimane quello del cambiamento della realtà che gravita attorno al bisognoso. La caritas

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Occhi di Luna

Ognuno di noi ha un compito da portare a termine.
Selene si aggiustò meglio il niquab che le copriva tutto il volto, ad eccezione degli occhi, azzurri e luminosi come poche donne della zona potevano vantare. Teneva la testa bassa, per non rischiare che i suoi occhi la tradissero. La conoscevano in molti in quel quartiere, uno dei più pericolosi e malfamati di Medina, e la conoscevano soprattutto con l'epiteto "occhi di luna". E ora che si trovava in missione segreta, nessuno doveva accorgersi di lei. Si muoveva velocemente per le stradine affollate e polverose, camminando vicino ai muri delle casette, cercando di non andare a sbattere contro gli altri passanti. Un gruppo di bambini che correva, forse alle prese con qualche gioco, le tagliò la strada talmente all'improvviso che Selene rischiò di cadere per terra, lunga distesa. Riuscì a recuperare l'equilibrio in tempo per aggrapparsi ad un muro, graffiandosi però tutti i polpastrelli. Riprese a camminare, più velocemente. Doveva sbrigarsi se voleva davvero essere d'aiuto. Svoltò l'angolo un paio di volte e si trovò di fronte ad una casa più malandata delle altre. Non bussò alla porta principale. Si diresse sul retro e cercò il punto in cui non l'avrebbe vista nessuno. Si guardò attorno diverse volte, prima di salire su un bidone di spazzatura e scavalcare la recinzione che proteggeva il cortile. Quando fu all'interno, si spolverò il lungo e nero niquab e si diresse furtiva verso un'apertura nel muro della casetta.
-Fadwa... Fadwa, sono qui. - bisbigliò, entrando cautamente nell'abitazione. La stanza era buia e l'aria calda e polverosa le seccava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Il solito odore di stantio le invase le narici.
- Fadwa!-
Selene oltrepassò il salottino e si diresse verso la stanza da letto dove spesso Fadwa la aspettava, in seguito alla nascita della bambina. La trovava lì, a cullarla tra le braccia, cantando una nenia che profumava di riti ancestrali di un passato magico.

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   4 commenti     di: *Sunflower*


In una piccola città

erano le sei, pieno pomeriggio, estate.
le persone non si preoccupano di ciò che fai, quando sei in un certo modo tutti ti evitano.
cambiano lo sguardo, e se guardano, guardano con disprezzo.
è brutto da dire ma meno brutto da vivere, anzi non si sente nemmeno la presenza dell'ignoranza delle persone verso chi si distingue dalla massa.
"mi servono tre grammi"disse lei.
"tieni".
" ci si vede presto."
eccola, incamminarsi verso i giardini pubblici, prendere in mano il necessario, e prepararsi.

2 giorni dopo.
ragazza sedicenne morta per overdose.

il bello, qual'è? beh che non c'è niente di bello. tutto si ripete, solo con persone diverse.



Frammenti di diario

Ogni qualvolta il quotidiano mi diventa pesante,
mi rifuggo nella mia torre eburnea,
fatta di immagini, di sogni onirici,
alla ricerca di nuove idee per scrivere poesie
e sognare un mondo migliore.
Ora questo mondo ha subito dei tracolli immani,
da sentirci inadeguati, fragili,
stressati in questa frenetica Babele.
Ovunque volgi lo sguardo,
vedi tantissime cose che non ci piacciono,
storie di violenze, aggressioni verbali e fisiche,
guerra tra popoli, razze, religioni,
generata da menti folli, devastanti,
che infieriscono sui più deboli e fragili.
Ogni carnefice si accanisce sulla vittima sacrificale.
Allora, ecco che si fugge il reale,
alitando su pensieri leggeri,
lasciandosi trasportare lontano per un approdo sicuro
sulla tua navicella spaziale.
Questo rifugio è fatto di suoni, colori, musica
da riportare serenità alla tua mente.
E finalmente ti senti te stessa e ti riappropri,
della tua armonia del cuore.

   17 commenti     di: Dora Forino


La prima volta avevo sei anni

Le pagine del libro di Isabelle Aubry sono pagine vere di vita, in cui la protagonista racconta se stessa, l’infanzia rubata dal padre che prima abusa di lei e poi la offre come merce a coppie scambiste, facendola partecipare anche a delle orge.
In quelle notti “apparecchiate” dal padre, Isabelle è costretta a staccare il cervello e a concedersi a più uomini, anche dieci in una notte.
Nell’arco di due anni la Aubry colleziona circa cinquecento rapporti, ma il padre è felice di aver trasformato la figlia in un “automa” efficiente e funzionale ai propri bisogni.
Di tutto ciò, la madre sembra non accorgersi, ella conserva una naturale neutralità come se non fosse un obbligo di madre indagare e custodire l’integrità di una bambina incapace di difendersi da un padre violento e perverso.
La madre di Isabelle le negherà il dialogo, l’affetto, la protezione, in cambio però le offre il suo silenzio.
La storia di Isabelle è soprattutto una storia di profonda solitudine dove a pagare è la parte più debole, all’interno di in una società che ha elevato l’apparenza a verità e sostituito i buoni sentimenti con il perbenismo e il benessere economico.
Dall’incesto Isabelle Aubry non ne esce, la sua testimonianza è un lungo elenco di disturbi scatenati dalla mancanza di amore, di serenità, di gioia.
Un libro assolutamente da non perdere per comprendere il dramma dell’incesto, le conseguenze che genera su chi lo subisce, gli aspetti legislativi, la mentalità corrente.
Un libro forte, vero, terribile, disperato.
Ma è anche un libro che parla dell’amore, cercato a lungo dalla protagonista e trovato nella nascita di un figlio e nella stabilità di un matrimonio appagante, equilibrato e sincero.
Isabelle Aubry: 45 anni, presidente dell’Associazione internazionale vittime dell’incesto (AIVI).
Il sito che offre informazioni utili e che è in grado di dare un aiuto alle vittime dell’incesto è: http://aivi. org.

   3 commenti     di: Fabio Mancini


La guerra fredda

Giovanna era stata la prima inquilina degli alloggi protetti in quella palazzina gialla con le imposte di legno scuro, per questo era stata lei a tagliare il nastro all’inaugurazione della “Residenza Girasole”, sotto lo sguardo soddisfatto del Sindaco e delle Autorità locali.
Pietro era arrivato qualche settimana dopo, annunciato dai mobilieri rumorosi che arredavano il suo appartamento al piano di sotto. E quell’arrivo tardivo lo aveva irritato non poco: lui che un decennio addietro aveva servito la comunità come consigliere comunale prima e come Assessore poi, non meritava certo un trattamento simile.
No, quella non gliela dovevano proprio fare.
Non a lui che alle sedute del Consiglio aveva firmato decine di interpellanze e interrogazioni sulle politiche sociali a favore degli anziani.
Perché, se quel che è giusto è giusto, a lui spettava il ruolo di primo inquilino e inauguratore ufficiale, non a quella Giovanna, ex-consigliera dell’opposizione, tanto brava a esprimere voto contrario quando le proposte di Pietro arrivavano sul tavolo del Sindaco.
Pietro gliel’aveva detto in faccia a quell’usurpatrice di gloria che non si faceva così. Senza peli sulla lingua, perché senza le sue battaglie Giovanna se lo sarebbe sognato l’appartamento alla “Residenza Girasole” dove tutto era talmente nuovo da sembrare finto.

E la “Guerra Fredda” interrotta anni prima era ripresa con nuove modalità.
Giovanna aveva appeso i portavasi in ferro battuto all’esterno del balcone e i gerani parigini crescevano rigogliosi dentro le vaschette in coccio. E a chi le chiedeva come mai i suoi fiori fossero i più belli di tutto il circondario rispondeva “bisogna evitare il ristagno d’acqua”. Non specificava, però, che dei sottovasi non c’era neanche l’ombra e l’acqua cadeva a fiotti sul balcone di Pietro, innaffiando la biancheria appesa allo stendino.
Lui saliva infuriato al piano di sopra ma, siccome non si parlavano, non suonava

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La dea bendata

Accade molte volte che giovani, ragazzi di grandi promesse finiscano per un motivo o per un altro a non soddisfare chi credeva in loro. E'la storia di Fortunato. Il nome non rispecchia la sua reale natura, mai la dea bendata seppe accompagnarlo nella vita. Amante della letteratura, ha vissuto leggendo dai 10 anni alla sua morte una cultura pari a quella di professori liceali, ma purtroppo nella società moderna non sembra essere più importante la cultura e ragazzi molto interessati, finiscono ingloriosamente la carriera scolastica, colpevole un debole in una materia pratica:lingue, matematica, lingue morte.
È ciò che accadde a Fortunato. Complice nettamente anche i professori che lo reputavano debole, asociale incapace. E fu così che Fortunato finì troppo presto la scuola. Aveva idee ben chiare su attualità, storia, letteratura ma il timore di intervenire, rispondere ed una netta balbuzie rese impossibile esprimere la sua conoscenza. Tremante, punto debole era il suo arrosamento che lo rendevano quasi irriconoscibile e nelle mani nonostante la sua tenera età sopraelevavano eccessivamente le vene, e muoveva ritmicamente la testa verso sinistra come un tic e (la gioventù , si sa, non possiede compassione) i suoi compagni ridevano fragorosamente, i professori senza alcuna capacità di imporsi sui giovani neanche un aiuto diedero al povero Fortunato.
Non è sicuramente facile allevare un figlio cosi, necessitava uno psicologo delle attenzioni che la madre non aveva intenzione di concedergli. Era una donna consumata dal tempo lavorò una vita speranzosa che uno dei suoi figli potesse soddisfarla, infatti oltre Fortunato, generò due figli più grandi che non diedero sicuramente soddisfazioni, si sposarono giovani ed avevano un travaglio modesto, uniche persone con le quali, se non messo sotto pressione, Fortunato riusciva a comunicare e socializzare, ed era evidente come la sua cultura spiazzava i fratelli. Dunque una situazione familiare usuale ma con una ma

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   0 commenti     di: antonio imbesi



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