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Racconti su problemi sociali

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Semplicemente perfetta

Devo solo arrivare a domani, si tratta di resistere qualche ora.
Ripenso a quello che mi ha detto la mia amica: "Quando ti prende lo sconforto, accenditi una sigaretta e beviti un caffè, basta che arrivi al giorno dopo."
Stringo i denti e tiro fuori il pacchetto di sigarette che tengo nascosto sotto la biancheria, ne accendo una e la fumo nervosamente. Forse dovrei prendere quelle stramaledettissime pillole.
Respiro profondamente e tiro un'altra boccata, devo solo stare calma e passerà tutto.
"Mai mostrarsi deboli, controllarsi sempre. La mia vita deve essere votata alla perfezione."Mi ripeto meccanicamente come un mantra.
Le immagini stanno diventando sfocate, come se fossi sott'acqua, magari sto esagerando o magari questa è solo una prova che renderà ancora più soddisfacente il risultato.
Le mani mi tremano, sento freddo. Non so che devo fare, se solo ci fosse qualcuna in chat potrebbe darmi una mano.
Scatto verso il PC, ma le gambe sembrano di pastafrolla e cedono sotto il mio peso, cado a terra con un tonfo sordo mentre il mondo trema e si capovolge.
Sono debole, sto male, ma devo resistere, lo faccio per il mio bene. Tutto questo è necessario per la mia salute, per il mio futuro.
Da quando ho smesso con le cattive abitudini, sto diventando più bella. La mia pelle è più luminosa, i muscoli più tonici e riesco a capire chi mi ama veramente e chi invece è solo ipocrita.
Mi girò sulla pancia e appoggio la guancia a terra, lasciando che il freddo delle mattonelle assorba il caldo di questa febbre che mi consuma da un paio di settimane.
"Vedrai, ci vorranno pochi giorni, poi il corpo si abitua." Mi ha detto una del gruppo. "Ti aiutiamo noi, non sei sola, ce la puoi fare."
Ripenso a quelle parole dolcissime. A loro importa di me, non come ai miei che a malapena mi rivolgono la parola, come mio padre, che si trascina oltre la porta come uno zombie e si piazza davanti al televisore senza rivolge la parola a nessuno. Non è rimasto nulla della p

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   16 commenti     di: Noir Santiago


La prigione

Ci sono prigioni invisibili ma reali. Sono i vicoli ciechi nei quali la vita certe volte ti rinserra, senza lasciarti possibilità di evasione. Sono i condizionamenti di carattere ambientale, famigliare, sociale di cui, talvolta non si ha nemmeno consapevolezza. Sono le paure che ti sono state inoculate nell'infanzia, a piccole o a massicce dosi, ma costantemente da chi ha avuto la stupidaggine di pensare che la paura possa avere un valore pedagogico. Con lo strumento della paura si distrugge, non si costruisce niente di buono. Si costruiscono, appunto, prigioni. I prigionieri sono bambini, accarezzati da un affetto che può essere grande e sincero perché chi costruisce la loro prigione crede di proteggerli, di metterli al riparo da errori, dall' intraprendere un cammino pericoloso. Alcuni sono fortunati o perché hanno un carattere forte che la paura non scalfisce o perché il potere impetuoso della vita spezza le loro sbarre. Altri soccombono. Possono vivere una vita normale, trovare l' amore, impegnare il loro cuore e la loro mente in tanti interessi ma, dentro, sentiranno sempre un tarlo che a volte sembra essere scomparso o addirittura morto, ma che improvvisamente fa sentire la sua implacabile, ossessiva voce. Forse oggi i bambini vengono spaventati meno con antiche paure ma il mondo in cui viviamo riversa sui loro cuori paure ancora più terribili e corrompe le loro anime con falsi valori.
Tempo fa ho scritto un racconto dal tono divertente: "Attenti ai bambini!" come a dire. scherzosamente: "Guardatevi dai bambini. Sono bravissimi a spiazzarvi, a darvi scacco matto". Ora voglio dire: "Stiamo attenti ai bambini. Cerchiamo di farli crescere sereni. Non depositiamo nei loro cuori il seme amaro della paura. Trasmettiamo gioia, fantasia, voglia di giocare. Educhiamo le loro menti e i loro cuori con delicatezza. Non abbiamo paura del loro spirito critico. Anzi, aiutiamoli a spingerlo nella giusta direzione per liberarsi degli idoli che la "moderna" società ci

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Carne da galera.

Il sistema la vuole debole, ubbidiente e portata all'autodistruzione; la rende eroica per ripulire i confini, martire per sostener le croci.
Al momento opportuno diventa crocevia di voti e per meglio conservarla nel tempo, viene imbalsamata con il mutuo soccorso che l'avvolge dolcemente in una rete d'illussione e fedeltà.
Poi finiti i comizi il sistema torna tale, la carne nuovamente sola, diventa pallida percorsa dal tempo, un improvviso sbalzo di temperatura le ridona la vita, confusa si agita contorcendosi tra il sangue e le viscere ormai nauseabonde, ribellandosi così in un vuoto di rabbia incolmabile.
Il sistema impaurito la inchioda il più in alto possibile,
il macellaio travestito da giustizia, la divide in tante piccole parti distribuendole alla folla che sbavandone il sangue grida:
Carne da galera! Carne da galera!
Il macellaio osservando il sistema risponde:
Tranquilli ne abbiamo a volontà...

   12 commenti     di: ALESSIO SANNA


Cari mamma e papà

Toc toc, toc toc…Il rumore della pioggia che cade fuori mi tormenta… È un rumore implacabile, senza fine, come quel tarlo che ormai alberga nel mio cervello, quella voce che non tace mai, che inesorabilmente continua a parlarmi… Alcuni la chiamano coscienza… Io non so darle un nome, non so cosa sia, so solo che mi rende impossibile vivere questa vita… Continua a ripetermi che quello che faccio è sbagliato, che causa solo sofferenza, in me e nelle persone che mi stanno attorno, che mi amano, o che almeno credono di amarmi, nei miei genitori… Riesco quasi ad immaginarmi i loro sguardi attoniti, colpevoli se sapessero tutto, se sapessero come la loro amata figlioletta passa le giornate… Se solo sapessero come la loro innocente figlia irretisce gli uomini, solo per guadagnare quegli sporchi soldi che poi le servono per procurarsi un’altra dose di veleno, da spararsi nelle vene senza pietà, senza alcuna remore, con l’unico desiderio di dimenticare tutto, di non pensare più, di cancellare dalla propria mente quel tormento, quella tristezza… E funziona, sì funziona, almeno fino alla prima crisi di astinenza…
E quindi ho deciso… Eh sì cari genitori, per la prima volta nella propria vita la vostra cara figlioletta ha preso una decisione... Siete fieri di lei?
Ho deciso, questa volta farò quello che occorre fare, quello che è giusto…
Questa sarà l’ultima volta che mi farò, che mi inquinerò con quella porcheria… Ho preparato tutto con cura… Ho comperato la dose, e mi sono rifugiata nella mia cameretta, consapevole di essere da sola in questa casa, almeno per le prossime due tre ore… Attorno a me oggetti di un’infanzia lontana, che mi sembra di non aver mai vissuto… In una mano una siringa, che vaga sul braccio alla ricerca della vena, di quel collegamento fra me e la morte… Lentamente il liquido va giù, sento come una scarica di adrenalina, all’ennesima potenza, come risvegliarsi all’improvviso da un terribile incubo

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   2 commenti     di: arianna nuvola


Gli occhi del suo bambino

Era seduta in un angolo, con suo figlio tra le braccia. Sulle guance i segni della disperazione. Gli occhi grandi, pieni di paura. Fissava il vuoto. "È un incubo", continuava a ripetere. Aspettava solo il momento in cui si sarebbe svegliata e la realtà le avrebbe sorriso di nuovo, come sempre. Invece no. L'incubo era realtà. Lo capì dal pianto incosciente del suo bambino. Non riusciva a trovare una spiegazione a tutto quello che le stava succedendo. Non l'avrebbe mai immaginato. Eppure era successo. Lui le aveva messo le mani addosso, non per accarezzarla. Le aveva graffiato il cuore, annebbiato l'anima. Non riusciva a muoversi. Il dolore l'aveva paralizzata. La stanza era vuota, umida. Non c'erano più mobili, sedie, quadri. Era sparito tutto. Intorno a lei solo quattro mura bianche, divorate dal buio. Era disperata. Pensò a quando era piccola. Giocava con le bambole, sognando una famiglia. Si sarebbe sposata e avrebbe vissuto nella felicità. Il candore dei suoi sogni non conosceva le ombre che si stavano affacciando sulla sua vita da adulta. Si guardò intorno, cercava un interruttore per accendere la luce in quella stanza, voleva uscire dall'incubo. Niente. C'era solo vuoto. Pianse, abbassando gli occhi per la disperazione. Fu in quel momento che incrociò lo sguardo del suo bambino, che le sorrideva con la gioia dei suoi pochi mesi di vita. Eccola la luce. L'interruttore che avrebbe schiarito il buio intorno a lei. Aveva trovato la forza per andare avanti. Gli occhi di suo figlio asciugarono le lacrime che le rigavano il volto, cancellarono i segni della disperazione. Si guardò di nuovo intorno. La stanza era di nuovo piena, la luce era tornata. Si rialzò, pronta a vivere la sua vita, armata del suo bambino.



Occhi di Luna

Ognuno di noi ha un compito da portare a termine.
Selene si aggiustò meglio il niquab che le copriva tutto il volto, ad eccezione degli occhi, azzurri e luminosi come poche donne della zona potevano vantare. Teneva la testa bassa, per non rischiare che i suoi occhi la tradissero. La conoscevano in molti in quel quartiere, uno dei più pericolosi e malfamati di Medina, e la conoscevano soprattutto con l'epiteto "occhi di luna". E ora che si trovava in missione segreta, nessuno doveva accorgersi di lei. Si muoveva velocemente per le stradine affollate e polverose, camminando vicino ai muri delle casette, cercando di non andare a sbattere contro gli altri passanti. Un gruppo di bambini che correva, forse alle prese con qualche gioco, le tagliò la strada talmente all'improvviso che Selene rischiò di cadere per terra, lunga distesa. Riuscì a recuperare l'equilibrio in tempo per aggrapparsi ad un muro, graffiandosi però tutti i polpastrelli. Riprese a camminare, più velocemente. Doveva sbrigarsi se voleva davvero essere d'aiuto. Svoltò l'angolo un paio di volte e si trovò di fronte ad una casa più malandata delle altre. Non bussò alla porta principale. Si diresse sul retro e cercò il punto in cui non l'avrebbe vista nessuno. Si guardò attorno diverse volte, prima di salire su un bidone di spazzatura e scavalcare la recinzione che proteggeva il cortile. Quando fu all'interno, si spolverò il lungo e nero niquab e si diresse furtiva verso un'apertura nel muro della casetta.
-Fadwa... Fadwa, sono qui. - bisbigliò, entrando cautamente nell'abitazione. La stanza era buia e l'aria calda e polverosa le seccava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Il solito odore di stantio le invase le narici.
- Fadwa!-
Selene oltrepassò il salottino e si diresse verso la stanza da letto dove spesso Fadwa la aspettava, in seguito alla nascita della bambina. La trovava lì, a cullarla tra le braccia, cantando una nenia che profumava di riti ancestrali di un passato magico.

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   4 commenti     di: *Sunflower*


Co-raggio di luna II

Un corvo spiccò il volo. L'aveva impaurito un sasso, un sasso caduto non troppo distante provocando un lieve fruscio delle foglie ingiallite di un tiglio. Un buco nell'acqua. Luigi prese da terra un'altra pietra e la lanciò in direzione di quei silenziosi guardiani della storia, arbusti che avevano visto il passaggio di molteplici eserciti, gente dalle varie provenienze che approfittava della disgregazione delle persone che abitavano da diverso tempo quei territori. Era un buco nell'acqua con quei soggetti, impegnati a inseguire qualche fine da cui sperare di trarre un vantaggio, un piccolo miglioramento, anziché inseguire il fine. Che sarebbe stato un nuovo inizio. Salì sul suo cavallo e si addentrò nella selva. Subito si accorse di un profumo diverso, un profumo nuovo, un profumo che non aveva mai percepito dalle sue parti. Come se avesse bevuto un sorso di guaranito, come se fosse tornato nuovamente in Brasile, come se fosse stato in preda a una sensazione di piacere. I ricordi lo ubriacarono offrendo un terreno fertile per i suoi pensieri. Solo quando passava delle serate con Gabriele e Giovanni consumando del vino percepiva simili stati d'animo ed aveva solo una certezza in quel momento, tutto ciò che gli stava venendo alla mente non poteva che essere la verità. Lì era legge, pensò. In quella piccola comunità il silenzio, la pace, quel profumo erano diventati legge sulla base di un tacito accordo, di una volontà comune. Strattonò il suo cavallo ed invertì la corsa. Stava percorrendo un sentiero illuminato dalla luna. Era grande, luminosa e proprio davanti a lui. Sapeva che non l'avrebbe raggiunta ma aveva intuito che era quella la direzione giusta da seguire.
Sono più le persone che appoggerebbero l'operazione che quelli che la ostacolerebbero. Alla maggior parte della gente non gliene frega un cazzo, basta lasciargli il loro orto da coltivare per renderli felici, ma anche molti commercianti se ne sbattono. Gli unici ad aver paura sono i nobili

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   0 commenti     di: vasily biserov



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