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Racconti su problemi sociali

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La Dignità è a letto

Il corpo, avvenente di forme, non faceva caso allo spirito ingenuo che ancora dimorava tra la mente e il cuore.. e che a volte sospirava di sogni apparentemente facili..
Aveva dalla sua la giovane età che non si curava di comportamenti, ma incalzava di ragionamenti su come arrivare a conoscere addobbi di lustrini di notorietà.
La via da percorrere appariva essere indicata principalmente dalla tv e dai giornali di gossip, dove altri corpi avevano già fittizi spazi di luce come estrosi manichini a comando di sensuali danze e storie, sempre con espressioni ammiccanti a rendere così schiavi e pronti i probabili mecenati del piacere.
Il corpo, ecco che così iniziò a proporsi in foto, poi ecco provini con piglio determinato o timido, usando parole e sorrisi anche senza senso o profonde affermazioni di volontà per invogliare qualsiasi occasione giungendo così alla grande baldoria di incontri tra sconosciuti valutanti l'esteriore capacità ma soprattutto l'intimità.. da raccomandare e da tenere in catalogo per un veloce eventuale richiamo...
Ecco, il corpo ciarliero e illuso di presunto riconoscimento va a feste, semplici manifestazioni per integrare il sospirato successo con inviti spesso a predisporsi in vie orizzontali tra battute e complimenti, tra promesse e pagamenti...
Un attimo... ma deve lavorare solo il corpo... e il talento dov'è? Ma sì, ci vuole talento anche per gestire il comportamento da tenere con cellulari e ricordi infine per incastrare eventualmente gli anfitrioni.
Il corpo, tra caos d'incertezze e sputtanamenti, capisce in conclusione che tutto distorto appare ora l'originario pensiero coltivato...
Fame di popolarità è per lo più solo ingenuità per chi è anonimo e non preparato all'arte della vita, per chi pensa che l'avvenenza sia lo strumento più adatto e infine obbligato per un risultato insperato.
Stanco di lazzi e ironie sull'essere considerato solo prostituto senza cervello, medita...
Basta! Io corpo voglio dedic

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   2 commenti     di: Marhiel Mellis


Disoccupazione di un altro tempo

Non avevo mai pensato di sentirmi solo tra la gente. Cammino col capo chino, incurante del caos che mi sta intorno. La velocità del tempo ha provato, come sempre, a fare scempio degli eventi di ogni momento. Emozioni calpestate dall'accidentalità, senza cuore, senza senso, di tutto ciò che accade attorno. In quella strada buia c'è qualcuno che muore di gelo in compagnia della sua fame. In quel vicolo senza nome c'è uno stupro consumato in fretta da chi teme la luce del suo eventuale pentimento. Meglio il buio, che nasconde l'inutilità di tante dissacranti soprafazioni. L'ospedale che sta più in là stringe a se gli ultimi attimi di chi sta per partire. Per fortuna oltre quella linea c'è una guerra che ci parla, ci dice con chiarezza, perché qualcuno muore. È bello immaginare di poter essere nato con la camicia, che fa se poi in fretta e furia tra un overdose ed una coppa di champagne mi faccio a pezzi con un bolide di famiglia, mai pagato, mai veramente desiderato. C'è chi vive di conquiste, mentre altri si accontentano, almeno, di respirare in pace. Le frane delle nostre assenze di coerenza, i fremiti inaspettati di tanti eroici terremoti. I diluvi, come tante lacrime dei nostri errori. La lama, sempre pronta di tante nostre belle e stupide vendette. L'uomo piccolo che non sapeva parlare, a stento si reggeva in piedi, finalmente è cresciuto, ha imparato ogni verbo, meno quello del rispetto. Io cammino verso il mare, sempre attento in ogni mio passo. Cerco di non farmi male. Mentre osservo l'onda che va, penso sempre a tutti quei miei cari, che in ogni tempo vanno via, come l'onda di quel mare, verso l'orizzonte, per poi sparire senza più tornare. Mentre guardo quella linea, mi accorgo di poter vedere più in là. Nessuno va via per sempre, chi si ama, chi ci ama, lascia sempre un'impronta di se, del suo passaggio. Quando è un padre che ci lascia, io come tanti altri ho pensato: Che sarà della mia vita?. Non potrò mai dimenticare i miei passi dietro

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   0 commenti     di: Costantino Posa


Balla Anita

Il marciapiede lucido in cui si specchiavano i lampioni pigri della notte, sembrava un mare scuro e calmo, le ricordava quando ci passeggiava da bambina la notte, tanto non la cercava nessuno, perchè nessuno era interessato ad una bimbetta magra ma aveva solo cinque anni.
Le macchine sembravano distratte, non si lavorava questa notte.
L'aria calda del vento estivo, le spiagge di sabbia finissima e una bimba dodicenne dalle movenze troppo femminili per la sue età... troppo bella.. l'adocchiò il padron, adocchiò il suo morbido volto bruno.
Ballava Anita, ballava lungo la spiaggia in mezzo alle baracche di cartone, ballava e il suo corpo fremeva dietro alla sua musica interiore. Il sole, il sole caldo sembrava inturgidire i suoi seni e un liquido interiore la scaldava e lei ballava. Troppo bella per la sua età, troppo sinuoso il suo corpo.
Ancora sentiva sotto i suoi piedi il calore di quella sabbia. Sembrava addolcire il peso di quei tacchi così fini. Era difficile ballare con quelle catene ai piedi ma Anita voleva offrire al vento quel suo ballo, che l'aveva condannata lì in quella notte di attese.
Ballare come un veleno, ballare e godere nel veder gli altri godere del suo corpo mozzafiato. Ballare tenendo gli occhi chiusi e fingendo di non sentire il puzzo di rhum che ha invaso la stanza. Solo lei, solo lei così minuta ma con quelle movenze, solo lei e si sentiva regina, regina di tutte quelle mani postulanti e vogliose.
La prima volta un dolore lacerante represso da rhum e lingue sguscianti e una nausea, una nausea feroce ma non poteva tornare indietro gli occhi felici di sua madre, il vestito nuovo per sua sorella e i sigari per suo padre.
Poi la vita ci pettina e ci doma e Anita imparò a ballare anche su quei letti sudici del retro saloon, era il pezzo più costoso, la minorenne e tanti famelici padri la guardavano indurendo la spada, senza vergogna e senza timore di quel Dio, paravento inutile di una morale inesistente. Il culo di Anita val b

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   3 commenti     di: silvia leuzzi


apri gli occhi

Non potevo stare in casa, ero preso dall’agitazione e dall’ansia, ho preso la moto e sono andato a sesto per vedere se la lettera che avevo appeso era già stata staccata da Maddy, arrivato ho visto che era ancora lì, preso dallo sconforto ho pensato magari la staccherà più tardi, non sapevo dove andare era la mia mattina libera e allora un po’ con malavoglia, nel bisogno di rifugiarmi in un ambiente felice che magari mi avrebbe potuto non far pensare a niente ho deciso di fare un giro alla mia ex scuola l’I. S. A. di Monza, guardandomi intorno ho visto che l’ambiente era sempre lo stesso, mi sentivo un estraneo perché guardandomi intorno vedevo che i ragazzi e le ragazze che mi circondavano erano tutti più piccoli di me, rasta, punk, ragazze dai capelli tinti dall’aspetto un po’ ribelle, gli alunni finita la pausa non entravano in classe, la professoressa era dovuta addirittura uscire dall’aula per dirgli di entrare per l’appello,……. l’ambiente non era cambiato, nel vedere quella scena mi era venuto da sorridere,……com’era bello, alla fine ero felice di essere lì, io ero andato lì per andare a trovare i miei ex professori, circondarmi di un ambiente a me caro, guardandomi intorno ho visto che i miei professori di laboratorio Tumin e Breviglier non c’erano così ho chiesto informazioni a dei ragazzi, poi ho chiesto della professoressa Tornagh, i ragazzi mi avevano risposto dicendomi che era andata in pensione perché era andata fuori di testa, io scherzando gli risposi che lo era sempre stata, e loro mi risposero che qualche anno fa aveva avuto un ictus cerebrale che quando gli era passata era tornata ad insegnare ma l’anno scorso hanno deciso di mandarla in pensione perché non ragionava più,……dissi che non lo sapevo, i ragazzi capirono che mi dispiaceva,……quando ero a scuola, quella professoressa ci raccontava che la terra era piatta perché il nostro occhio la percepiva così, la cosa mi piaceva perché era una person

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Fa male due volte

Il treno filava bello veloce, quel giorno. Nessun ritardo, per fortuna, e Mattia anche per questo era stranamente contento. Sarebbe arrivato a casa in tempo, per una volta, e avrebbe potuto abbracciare finalmente i suoi genitori, che ormai non vedeva da sei mesi. Mattia fece un sorriso pensando alla faccia che avrebbero fatto i suoi vedendolo. Sicuramente non lo avrebbero riconosciuto. Si era fatto crescere una lunga e ispida barba, che lo invecchiava almeno di cinque o sei anni; e ne aveva solo ventidue. La barba però non era l'unica cosa che in quei mesi era cambiata; era mutato anche il suo approccio alla vita, ed egli era più solare, più vivo rispetto a prima. Era scappato di casa per quel motivo, e ora era pronto a rimediare al suo errore. Nel periodo in cui si trovava a vagabondare di città in città, sfruttando il suo simpatico pollicione per farsi dare uno strappo in macchina da un qualsiasi sconosciuto, da stupido e incapace bamboccione era diventato un uomo, e non solo per la barba forte e nera che gli era cresciuta. Aveva capito che le cose bisogna guadagnarsele da soli, e che mamma e papà erano un aiuto di cui poteva fare volentieri a meno. Tuttavia sentiva la loro mancanza ogni giorno di più, e la nostalgia cresceva forte nel suo cuore, specialmente dopo che, mentre attraversava a nuoto un fiume, aveva perso l'unica fotografia che lo ritraeva felice con i suoi. Mentre pensava a tutto ciò, Mattia scriveva come un ossesso. Poesie, poesie e ancora poesie. Un giorno qualcuno sarebbe stato disposto a pubblicarle, pensava sempre. Le raccoglieva gelosamente in un piccolo bloc notes ingiallito e macchiato di inchiostro nero, che però non nascondeva le parole. Aprendolo per caso, Mattia scoppiò in lacrime. Era la poesia che aveva scritto per Michel, un suo amico francese, morto per overdose di eroina due settimane prima.

Sfiorando la morte che insegue
Solcano dune infuocate
I beduini

Strappati alla vita al tramonto

Lasciavano il campo al matt

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   0 commenti     di: Andrea


EUTANASIA... No è un 'altra cosa!

La medicina ha fatto molti progressi ma forse più la tecnica. Un giorno potremmo ritrovarci con tanti uomini incurabili sdraiati in un letto di dolore attaccati a macchine fatte dall' uomo che non possono raggiungere l'aldilà perchè la nostra tecnica glielo impedisce. Quando un male è incurabile ed il paziente implora come Welby di essere staccato da una macchina dobbiamo rispettare la sua volontà perchè Dio lo avrebbe fatto già morire se non si fosse messo di mezzo l'uomo con i suoi macchinari che, se fanno del bene li accettiamo, ma se portano al male, alla sofferenza bisogna fare la volontà di Dio. Dio è più misericordioso dell'uomo! Vogliamo una morte naturale non una vita artificiale!

   16 commenti     di: MD L.


Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale
Sono Attilio, ti ricordi di me? quel bimbo che ha il padre ciabattino. Mio papà ha il negozio in Vico della Rosa nei vicoli di Genova Vecchia. Lavora, sì più che altro con quelle Signore sempre in ghingheri che han bisogno dei tacchi delle scarpe sempre nuovi per poter lavorare, hai capito di chi parlo?
Comunque, come ben sai, ho sette anni ed ora sono bravo anche a scrivere, così ne approfitto per chiederti una cosa. Certo, se puoi, altrimenti fa lo stesso. Potresti far trovare sotto l'albero, una casa con una stanza in più al mio Papi? Sai, in quelle due stanze stiamo un po' strettini e non abbiamo rubinetti, così tutte le mattine la mia Mamma, per lavarmi il faccino và a prendere l'acqua dai truogoli, grazie a Dio sono vicino casa, altrimenti sai che fatica per la mia Mamma?
Ti chiedo questo perchè stamattina, a scuola, ho incontrato il mio amichetto Yusef, che è arrivato da poco a Genova, dall'Africa, col suo Papi e la sua Mamma e, fortunatamente, gli è già stata assegnata una bella casa con tante stanze. Pensa, Caro Babbo Natale, in casa hanno persino la cucina che è il doppio di quella che ha la mia mamma, con rubinetti più piccoli di quelli dei truogoli ma esce tanta acqua, una bella comodità per la Mamma di Yusef, così non deve faticare come la mia Mamma. Il suo papi, non ha ancora trovato lavoro ma, presto la Sindaco glielo troverà, nel frattempo la Signora li stà aiutando e per Natale gli comprerà anche il panettone genovese. Sappi che per questo, sono molto contento perchè il mio amico è un bravo bimbo anche se non molto fortunato. Già, poi non parla ancora molto bene l'italiano ma, ci penserò io ad insegnarglielo, caro Babbo.
Questo mese, il mio papi non ha lavorato molto, ciononostante, facendo sacrifici è riuscito a pagare la tasse come tutti gli altri, come è giusto che sia.
Sai, caro Babbo, spero che gli avanzi qualche soldino così potrà comprare anche a me il buon panettone genovese. Qui, vicino casa

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