Racconti sui problemi sociali: povertà, fame, guerra, malattia - Pagina 4
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Racconti su problemi sociali

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A volte

A volte si perde la speranza, quel segno di vita che dovrebbe accendere gli occhi. È come rimanere sotto un inferno di macerie e l'aria è flebile talmente flebile che preghi di morire, piuttosto che vivere a quel modo; e così io persi lei... in una notte tersa e bastarda.

Era bellissima, un respiro di cielo fatto carne... un suono di arpe che vibrava nei miei giorni. Non so perché e per chi, lentamente, le sue certezze si sgretolarono e divennero angusti deliri di sopravvivenza. So che piano a piano la vidi staccarsi da me... arenarsi tra le rive della morte che mangiava ogni giorno un po' del suo futuro.

Era Novembre quando ebbero inizio i primi disturbi, quei sadici annullamenti dell'essere. Ricordo che stavamo camminando per il Duomo quando sentì un peso al petto che le annientò il respiro; neppure il tempo di afferrarla che cadde ai miei piedi svenuta. La corsa in ospedale, l'attesa interminabile e poi nulla: "È solo stress" dissero i medici ma quello stress era l'anticamera della fine.
Un anno dopo il semplice stress era divenuto delirio, disperazione, invocazione di morte! Ed oggi sono qui a piangere le sue spoglie!

Nessuna cura ha alleviato quel male; nessun luminare della psiche ha esorcizzato il suo dolore...

"E adesso io cosa farò senza te... come potrò camminare senza avere la tua mano accanto che mi stringe e mi conforta. Sarò un tintinnio di pioggia che piangerà per sempre o un gelido freddo che non vedrà calore... chissà dove sei e se finalmente hai imparato a vivere... se dopo il tuo suicidio qualcuno ha carezzato le tue ombre... ti penso sempre e vorrei vederti sbocciare al mattino sulla terrazza del mio destino..."

   5 commenti     di: Luca


Disoccupazione di un altro tempo

Non avevo mai pensato di sentirmi solo tra la gente. Cammino col capo chino, incurante del caos che mi sta intorno. La velocità del tempo ha provato, come sempre, a fare scempio degli eventi di ogni momento. Emozioni calpestate dall'accidentalità, senza cuore, senza senso, di tutto ciò che accade attorno. In quella strada buia c'è qualcuno che muore di gelo in compagnia della sua fame. In quel vicolo senza nome c'è uno stupro consumato in fretta da chi teme la luce del suo eventuale pentimento. Meglio il buio, che nasconde l'inutilità di tante dissacranti soprafazioni. L'ospedale che sta più in là stringe a se gli ultimi attimi di chi sta per partire. Per fortuna oltre quella linea c'è una guerra che ci parla, ci dice con chiarezza, perché qualcuno muore. È bello immaginare di poter essere nato con la camicia, che fa se poi in fretta e furia tra un overdose ed una coppa di champagne mi faccio a pezzi con un bolide di famiglia, mai pagato, mai veramente desiderato. C'è chi vive di conquiste, mentre altri si accontentano, almeno, di respirare in pace. Le frane delle nostre assenze di coerenza, i fremiti inaspettati di tanti eroici terremoti. I diluvi, come tante lacrime dei nostri errori. La lama, sempre pronta di tante nostre belle e stupide vendette. L'uomo piccolo che non sapeva parlare, a stento si reggeva in piedi, finalmente è cresciuto, ha imparato ogni verbo, meno quello del rispetto. Io cammino verso il mare, sempre attento in ogni mio passo. Cerco di non farmi male. Mentre osservo l'onda che va, penso sempre a tutti quei miei cari, che in ogni tempo vanno via, come l'onda di quel mare, verso l'orizzonte, per poi sparire senza più tornare. Mentre guardo quella linea, mi accorgo di poter vedere più in là. Nessuno va via per sempre, chi si ama, chi ci ama, lascia sempre un'impronta di se, del suo passaggio. Quando è un padre che ci lascia, io come tanti altri ho pensato: Che sarà della mia vita?. Non potrò mai dimenticare i miei passi dietro

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   0 commenti     di: Costantino Posa


LU VENTU FA ed il vento disfa

Gasparinu Piloru guardava l'aria piena di gregne di spighe di russellu e non poteva fare a meno di sentirsi salire dentro la gioia, una grande soddisfazione a vedere su quello spiazzo ricavato in un costone del feudo del Conzo. Quell'anno il grano era venuto 'ngranatu, spighe lunghe a ottu carri, tutto lasciava presagire che il grano prodotto sarebbe stato tanto e di buona qualità. Avrebbe potuto, pagando le spese delle mezzadria, di mettere da parte il grano per la mancia e forse qualcosa ancora da vendere, depositando poi il denaro ricavato in banca.
Certo quel raccolto, sin dall'inizio, si era presentato con molte difficoltà climatiche. Le prime piogge che solitamente arrivavano a settembre, quell'anno si erano fatte attendere così a lui pi simari primintiu non era rimasto altro chi sciaccari a siccu la terra che era dura come la roccia. Gli animali si torcevano sutta lu juvu, tiravano l'aratro che appena scalfiva il terreno mentre il vento di scirocco che soffiava impietoso, faceva alzare nugoli di polvere e pagliuzze che accecavano i poveri animali ed il loro padrone
Vento, vento, vento che soffiava impetuoso quando era necessario che esso calasse e vento che necessitava e si faceva aspettare, lo sapeva bene Gasparino che aveva coltivato quella tenuta con grandi difficoltà, tra i ritagli di tempo, magari mentre gli animali che stava pascolando, sazi di erbe, si fermavano a riposare. Il vento di gennaio aveva soffiato su quelle pianticelle al punto che il pover'uomo, guardandole, aveva imprecato sulla malasorte e disperato per qualche settimana aveva evitato di passare da quella tenuta per evitare di rattristarsi ulteriormente. Ma ancora una volta si dimostrò vero il vecchio detto: "Asinu puta e Diu fa racina. Volendo con questo dire che le componenti della natura possono distruggere una pianta e successivamente ridarle vitalità e vigore. Marzo fu soleggiato ed i venti leggeri accarezzarono a lungo quelle piantine di grano che ripresero vigore. Il gran

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A proposito di Gaber

"C'è un'aria... che manca l'aria." Lo diceva Giorgio Gaber parlando di giornali e telegiornali diciott'anni fa, credo. Bene, l'aria manca ancora e manca più di allora.
"Su tutti i canali arriva la notizia: un attentato, uno stupro o se va bene una disgrazia, che diventa un mistero di dimensioni colossali quando passa dal video a quei bordelli di pensiero che chiamano giornali."
Splendido Giorgio che, con l'aria più affabile e ironica del mondo, sapeva dare carezze affettuose ma ruvide e disincrostanti come carta vetrata! Quanto ci manca uno come lui!
"Ogni avvenimento di fatto si traduce in tanti "sembrerebbe", "si vocifera", "si dice", con titoli ad effetto che coinvolgono la gente in un gioco al rialzo che riesce a dire tutto senza dire niente."
E ancora " C'è un gusto morboso del mestiere d'informare, uno sfoggio di pensieri senza mai l'ombra di un dolore. E le miserie umane, raccontate come film gialli, sono tragedie oscene che soddisfano la fame di questi avidi sciacalli."
Cosa aggiungere di più a queste splendide e terribili parole, peraltro musicate con gusto sopraffino e messe in fila senza errori di sintassi né d'ortografia? Nulla, se non che sono servite a poco. Nulla, se non chiedere scusa a chi, come lui, ci aveva avvertito in modo tanto chiaro e circostanziato.
O forse no, forse qualcosa si potrebbe aggiungere anche a un'opera come questa. Ed è che gli sciacalli non sono solo i giornalisti, i quali come fornai fanno il pane più richiesto, ma la cosiddetta utenza senza decenza, che apprezza, o comunque trangugia avidamente, questa ignobile pozione chiamata impropriamente informazione.
No, questa non è informazione. Questo è sputtanamento della dignità umana. Liquidazione di ogni forma di benché minima civiltà. Ed è abbondantemente giunta l'ora di far qualcosa. Qualcosa che ci riporti ad una informazione almeno onesta e rispettosa.
Sommergere i siti dei media di indignazione potrebbe anche servire. Anche ammesso che m

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   4 commenti     di: mauri huis


Senectudo

Questa volta fu complice e sensale la vita stessa. Vivere in solitaria ha molti vantaggi ed anche attrattiva, ma nel bilancio finale gli svantaggi lasciano tracce più profonde nel tracciato della vita interiore.
Il protagonista della storia, che chiamerò Walter, è una persona vera, un vecchio amico d'infanzia che ha avuto una vita molto simile e parallela alla mia: grande viaggiatore, divorziato da anni, con figli ormai grandi ed autonomi, al momento della pensione si è ritirato a vivere, solo, in un piccolo paese sul mare della Sardegna. Scrive le sue memorie, va a pescare, cerca funghi, fotografa le meraviglie della natura e pensa, pensa tanto al passato, alla vita trascorsa, agli errori commessi ed ai torti ricevuti. Gli abitanti del paesino lo hanno accettato, ma lui è burbero, di poche parole, difficile alle amicizie, chiaramente gli manca qualcosa.
Cosa gli manca lo abbiamo capito tutti: è l'Amore, quello con la A maiuscola; ma ormai questo sentimento è stato archiviato, come il matrimonio, la mondanità e tutto il resto.
Mi ha telefonato invitandomi ad andarlo a trovare, ogni tanto lo facciamo, da lui avrei trovato delle novità, mi ha incuriosito, ci sono andato. Già in vista della casetta isolata noto che ci sono tendine alle finestre, quelle che lui chiamava “ricettacoli di polvere”, poi fiori nel giardinetto davanti a casa e ortaggi rigogliosi nel campetto sul retro.
Walter esce dalla porta e mi viene incontro a braccia aperte, con un sorriso smagliante, vestito casual ma elegante, senza macchie ne rattoppi come il solito.
Mi abbraccia, strano, penso, non l'ha mai fatto. Mi riempie di parole di benvenuto, è quasi logorroico, lui che per ottenere una risposta bisognava fargli la domanda due volte; decisamente è successo qualcosa. Mi fa vedere i fiori, l'orto, parla della prossima semina, di tinteggiare la casa, parla di tutto ma mi rendo conto che sta girando intorno all'argomento principale, cioè la ragione per cui mi ha fatto and

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Fai schifo al mondo

Gli autobus mi mettono ansia.
Prendi il pullman con gli auricolari nelle orecchie e per quanto provi a distaccarti non ne esci.
Sei in piedi vicino a una signora anziana che tanto per cambiare si lamenta dei giovani, della maleducazione, della sua vitaccia.
Nel frattempo una nordafricana lascia che la carrozzina di suo figlio scivoli lentamente, dolorosamente sopra il tuo piede destro
che lentamente e silenziosamente arretra.
Odio gli auobus perchè senti tutto il lamento del mondo. Come se sviluppassi una sorta di sesto senso e percepisci ogni pensiero.
La mente si affolla e vorresti urlare contro chi ti grida il suo dolore cn uno sguardo appena.

Una ragazza che accompagna una ragazza disabile, forse una sorella, forse un'amica.
Non fa tempo a scendere alla sua fermata, nonostante chieda al conducente di riaprire le porte.
Ed è una rivolta popolare di indignazione.
I signorotti borbottano, altri si fissano le scarpe, altri manifestano il loro disappunto, ma standosene ben lontani.
E quando la signora scende alal fermata successiva e si avvicina al conducente, quello riparte, senza degnarla di una spiegazione, di una scusa.

Facile.
Quello è uno stronzo
Ma
Se non avesse visto nello specchietto retrovisore la povera signora che voleva scendere?
Troppo impegnato a pensare agli alimenti arretrati che deve a sua moglie, alla sua bambina. Quanto è bella la sua bambina? quanto tempo è che non parlano un po?
Richiamato alla realtà dalle urla di un signore che lo accusa di insensibilità, di menefreghismo, di crudeltà.
E quando realizza l'accaduto è lui il primo a sentirsi piccolo, ma è troppo piccolo per chiedere scusa.
Per affronatre gli occhi inquisitori e rassegnati e disperati e rancorosi di una donna che è stanca di tanta sofferenza.
Si sente piccolo. Per sua figlia che ha un padre menefreghista, per quella donna, per tutti gli sguardi che lo cercano e giudicano in uno specchietto
retrovisore. Si sente piccolo piccolo e si mette addoss

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   1 commenti     di: Grazia stomesti


Bella da morire

Non è lei. Quel viso così magro, quegli occhi così tristi, quei seni così svuotati non sono i suoi. Il pranzo è ancora intatto davanti a lei. Evita accuratamente di posarvi lo sguardo. Non riesce più nemmeno a guardarlo, il cibo. Seduta nel letto della clinica in cui è ricoverata guarda il panorama. Non guarda, piuttosto vede. Lo sguardo è vuoto, inespressivo. Dalla camicia da notte spuntano le gambe, così magre da non distinguere la coscia dal polpaccio. Così magre che persino io non riesco a guardarle. Stringo la sua manina fragile tra le mie non riuscendo a fare altro. Tutto quello che le potevo dire gliel'ho detto. Non ha ascoltato me, la sua migliore amica, né la sua famiglia. Posso solo starle vicino e farle capire che io per lei ci sono.
"Mia madre mi ha portato questa" la sua voce è come un soffio. Mi passa la busta bianca appoggiata sul comodino. "Penso di sapere cosa ci sia" una lacrima le riga il viso "io non riesco a guardarla". Questa è lei. Sulla spiaggia di Corfù, con una mano si tiene il cappello di paglia e sorride all'obiettivo. Gli occhi sono lucenti, il sorriso euforico, i capelli brillano al sole. Scendo con lo sguardo lungo il corpo, così florido e perfetto, ricoperto da un'abbronzatura dorata. Bella. Bella come nessuna. Qualche mese prima della sua rovina. Prima d'incontrare quel manager che le propose di fare la modella, prima di conoscere Carmen, la sua "amica", già famosa indossatrice, che la faceva sentire inadeguata. Troppo robusta. Grassa. L'ha aiutata a perdere peso, a suo dire.
"Solo qualche chilo in meno" mi aveva detto "per sentirmi meglio; non sono più a mio agio in questo corpo, vorrei solo star bene con me stessa".
Ripongo la foto nella busta e l'appoggio sul letto. "Sono orribile" sussurra "non riesco nemmeno a guardarmi allo specchio". Continuo a tacere. Non ci sono parole giuste da dire. Io non le conosco. O forse non le hanno ancora inventate.
"Ho perso tutto" di nuovo una piccola lacrima.
"No" provo a

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