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Racconti su problemi sociali

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Disoccupazione di un altro tempo

Non avevo mai pensato di sentirmi solo tra la gente. Cammino col capo chino, incurante del caos che mi sta intorno. La velocità del tempo ha provato, come sempre, a fare scempio degli eventi di ogni momento. Emozioni calpestate dall'accidentalità, senza cuore, senza senso, di tutto ciò che accade attorno. In quella strada buia c'è qualcuno che muore di gelo in compagnia della sua fame. In quel vicolo senza nome c'è uno stupro consumato in fretta da chi teme la luce del suo eventuale pentimento. Meglio il buio, che nasconde l'inutilità di tante dissacranti soprafazioni. L'ospedale che sta più in là stringe a se gli ultimi attimi di chi sta per partire. Per fortuna oltre quella linea c'è una guerra che ci parla, ci dice con chiarezza, perché qualcuno muore. È bello immaginare di poter essere nato con la camicia, che fa se poi in fretta e furia tra un overdose ed una coppa di champagne mi faccio a pezzi con un bolide di famiglia, mai pagato, mai veramente desiderato. C'è chi vive di conquiste, mentre altri si accontentano, almeno, di respirare in pace. Le frane delle nostre assenze di coerenza, i fremiti inaspettati di tanti eroici terremoti. I diluvi, come tante lacrime dei nostri errori. La lama, sempre pronta di tante nostre belle e stupide vendette. L'uomo piccolo che non sapeva parlare, a stento si reggeva in piedi, finalmente è cresciuto, ha imparato ogni verbo, meno quello del rispetto. Io cammino verso il mare, sempre attento in ogni mio passo. Cerco di non farmi male. Mentre osservo l'onda che va, penso sempre a tutti quei miei cari, che in ogni tempo vanno via, come l'onda di quel mare, verso l'orizzonte, per poi sparire senza più tornare. Mentre guardo quella linea, mi accorgo di poter vedere più in là. Nessuno va via per sempre, chi si ama, chi ci ama, lascia sempre un'impronta di se, del suo passaggio. Quando è un padre che ci lascia, io come tanti altri ho pensato: Che sarà della mia vita?. Non potrò mai dimenticare i miei passi dietro

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   0 commenti     di: Costantino Posa


morte di una rosa

La ragazza guardava nel vuoto in attesa del suo momento.
Tutto quel parlare con le amiche sul sesso, sugli uomini, sulla dolcezza di un bacio con la lingua, sui misteriosi piaceri di un rapporto carnale, completo ed appagante, ora le sembravano solo inutili ed insignificanti chiacchiericci di donnette fantasiose ed immature.
Quante volte ci aveva pensato, da sola, nella semioscurità della sua silenziosa cameretta, al riparo da occhi indiscreti.
Quanti sogni e fantasticherie, alle quali si era lasciata andare completamente, abbandonandosi al leggero tocco delle proprie dita che giocavano da prima col morbido profilo dei suoi piccoli seni, dai quali sbocciavano due turgidi capezzoli rosati, per poi scendere indiscrete verso il centro del suo impellente desiderio.
Allora si scostava con due dita della mano sinistra le mutandine, mentre con l'indice ed il medio della mano destra iniziava a massaggiare lentamente la parte alta della sua natura cercando di aprire con delicatezza le grandi labbra esterne fino a sentire sotto le dita l'immediata risposta del clitoride.
La mente era lontana, seguiva miraggi evanescenti nei quali apparivano volti di uomini a lei cari ed amati, sentiva le loro dita impossessarsi del suo corpo di bambina, sentiva il loro membro possente fremere nelle sue mani e nel suo corpo, sentiva la loro lingua percorrere ogni centimetro della sua pelle soffermandosi proprio lì dove ora si stava freneticamente toccando in attesa di un attimo di sublime piacere che le rendesse tollerabile la sua solitudine.
Veniva quasi di seguito una, due, tre volte per poi ritrovarsi sudata ed esausta nell'assoluto silenzio della sua clausura pomeridiana, mentre un'ondata acuta di depressione saliva da remoti recessi della sua disperazione a ricordarle la sua vergognosa fragilità.
Pensava che con l'avvento delle mestruazioni, circa sei o sette anni prima, fosse arrivato per lei il momento di esser donna a tutti gli effetti, si illudeva che il mondo notasse qu

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   1 commenti     di: Stefano Monti


La sfida

Quando varcai la soglia della Casa di Riposo dove ero deciso ad affrontare la sfida col volontariato (e con me stesso...), devo confessarvi che ero emozionato.
La baldanza e la sicurezza che da sempre mi hanno caratterizzato erano svanite in un nano-secondo.
Presentatomi alla responsabile dell'animazione molto affabilmente mi mise al corrente del "percorso" che ci sarebbe stato da affrontare con gli "ospiti" della Casa.
Indubbiamente aveva notato il mio iniziale riserbo (che chiamerei imbarazzo...), ma mi mise a mio agio col suo sorriso accattivante che spalanca ogni cuore.
L'indomani era la festa della mamma, celebrazione questa molto sentita e partecipata da molti.
Andai e un altro responsabile dell'animazione, con una naturalezza che mi disarmò, mi porse un microfono dicendomi: "Dai, cantaci una canzone", e diede inizio lui stesso ad intonare la prima dando il via a quel che poi fu un vero e proprio karaoke con tutti i partecipanti.
Non è stato facile "tenere" la tonalità, specie vicino a dieci, venti persone che cantano ognuno nella propria intonazione e a modo loro. Ma tutto andò per il meglio e la festa si concluse allegramente.
Poi mi fu fatta visitare la struttura nei suoi vari reparti.
Camerette pulite, ampie sale per l'animazione, ordine e pulizia regnante in una struttura moderna e ospitale dove quel che ti cattura è il sorriso degli operatori.
Quel che mi colpì maggiormanete è che gli ospiti non sono trattati da malati, ma da esser umani, da persone che hanno bisogno d'aiuto, anche da noi volontari, che dobbiamo dare il nostro personale grazie e il nostro sorriso perché ricordiamo che, come disse Padre Faber:

"Nessuno ha più bisogno di un sorriso come colui che ad altri non da donarlo".

Questo è quello che ho potuto osservare in tutti i reparti che ho visitato: il sorriso.
L'accompagnamento, una carezza, l'imbocco, il porgere un braccio per un contatto umano più familiare, il provvedere ai più piccoli bisogni,

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   26 commenti     di: Bruno Briasco


Il cieco

Lo vedevo ogni mattino quando meccanicamente alzavo gli occhi dal
mio giornale richiamato dai rapidi tocchetii del suo bastone, mi scostavo per farlo passare e riponendomi il giornale nella tasca osservavo le sue goffe movenze. Era un uomo sulla settantina con una
lunga barba incolta ed un viso scavato, ma a differenza di tutti gli altri ciechi non portava i soliti occhiali neri per nascondere la opacità
cristallina dei suoi occhi.
Si fermò un istante e all'improvviso decise di attraversare dall'altra
parte della strada e drizzò il suo bastone quasi a volere con quel segno
confermare la sua decisione, mi spostai e lo avvicinai vedendo che
stava per attraversare con poca cautela e gli dissi :
- Aspettate Signore che vi accompagno io dall'altra parte, così rischiate di farvi investire da qualche auto.
- Non importa signore rispose!
- Ma come non importa avete in così poco conto la vostra vita?
- Cosa volete che conti la vita di un povero cieco rispose.
- Non sapevo cosa rispondergli, poiché mi aspettavo uno di quei soliti ciechi che quando li aiuti, o richiedono il tuo aiuto, si profondono in mille ringraziamenti. Cercai di saperne di più e così dissi:
- Sapete che ogni mattina sento il battere del vostro bastone sul selciato puntuale come un orologio ed allora sento che è ora di
- richiudere il mio giornale e di recarmi al lavoro.
- Egli afferrò il mio braccio lo strinse con vigore e poi mi disse :
- Signore nessuno vi ha chiesto compassione, lasciatemi per la mia strada, non vi curate di me anche se finissi sotto un auto per voi non sarebbe poi una gran perdita, sarebbe come se aveste perso il vostro orologio, per un po' ne sareste infastidito di questa perdita, ma poi son sicuro che finireste per compravene un altro,
- cioè vi fissereste su qualche altro essere abitudinario cosicché
- avreste in poco tempo rimediato.
- Mi sentii umiliato, poiché egli aveva scavato nel mio essere con quelle parole mettendo a nudo la viltà e la poch

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Occhi di Luna

Ognuno di noi ha un compito da portare a termine.
Selene si aggiustò meglio il niquab che le copriva tutto il volto, ad eccezione degli occhi, azzurri e luminosi come poche donne della zona potevano vantare. Teneva la testa bassa, per non rischiare che i suoi occhi la tradissero. La conoscevano in molti in quel quartiere, uno dei più pericolosi e malfamati di Medina, e la conoscevano soprattutto con l'epiteto "occhi di luna". E ora che si trovava in missione segreta, nessuno doveva accorgersi di lei. Si muoveva velocemente per le stradine affollate e polverose, camminando vicino ai muri delle casette, cercando di non andare a sbattere contro gli altri passanti. Un gruppo di bambini che correva, forse alle prese con qualche gioco, le tagliò la strada talmente all'improvviso che Selene rischiò di cadere per terra, lunga distesa. Riuscì a recuperare l'equilibrio in tempo per aggrapparsi ad un muro, graffiandosi però tutti i polpastrelli. Riprese a camminare, più velocemente. Doveva sbrigarsi se voleva davvero essere d'aiuto. Svoltò l'angolo un paio di volte e si trovò di fronte ad una casa più malandata delle altre. Non bussò alla porta principale. Si diresse sul retro e cercò il punto in cui non l'avrebbe vista nessuno. Si guardò attorno diverse volte, prima di salire su un bidone di spazzatura e scavalcare la recinzione che proteggeva il cortile. Quando fu all'interno, si spolverò il lungo e nero niquab e si diresse furtiva verso un'apertura nel muro della casetta.
-Fadwa... Fadwa, sono qui. - bisbigliò, entrando cautamente nell'abitazione. La stanza era buia e l'aria calda e polverosa le seccava la gola e le faceva bruciare gli occhi. Il solito odore di stantio le invase le narici.
- Fadwa!-
Selene oltrepassò il salottino e si diresse verso la stanza da letto dove spesso Fadwa la aspettava, in seguito alla nascita della bambina. La trovava lì, a cullarla tra le braccia, cantando una nenia che profumava di riti ancestrali di un passato magico.

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   4 commenti     di: *Sunflower*


Il venditore dell'incrocio

Jairo si sveglia alle 5 della mattina per arrivare in quel puzzolente incrocio, per vendere piccoli accessori per automobile, sotto il sole cocente di Citta' del Mexico, alle sei della tarde jairo si e' guadagnato quei tre quattro dannati dollari e i sui polmoni si sono avvelenati di idrocarburi per dare il benvenuto ad un cancro che non lo fara' campare più di trent'anni. Non e' negro Jairo, la sua pelle e' manciata e sudicia, incallita, a soli 12 anni Jairo ma e' li' in quell'incrocio gia' da quattro, prima andava a scuola, ma in famiglia non ci sono ne' soldi per il trasporto e ne soldi per i libri e quindi il suo destino e' quell'incrocio.
Le due arterie viarie hanno un flusso di due milioni di autoveicoli il giorno, molti ignorano la presenza di Jairo, ma lui riceve da ogni autiveicolo un biglietto di sola andata per il paradiso, dove la sua pelle non sara' piu sudicia e manciata e quei milioni di automobilisti che lo hanno ucciso finalmente lo conosceranno. Era il venditore di piccoli accessori per le loro macchine.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Bullo Dentro

Il linguaggio, le parole, le espressioni che colorano i nostri discorsi, la nostra vita quotidiana cambiano anche a seconda degli eventi, di ciò che i mass – media ci propongono.
È così che nascono nuove parole, che cambiano il loro antico significato per lasciare spazio a quello più moderno.
Cosa voleva dire “bullo” nel passato? Il bullo era un ragazzo poco serio, propenso allo scherzo, un po’ scanzonato; questa parola veniva spesso usata in senso positivo, non per indicare colui che oggi conosciamo come tale: il ragazzo cattivo, sempre pronto a far del male al prossimo.
I telegiornali ci abituano alla visione di scene raccapriccianti in cui gruppi di ragazzi prendono a pugni e calci i propri coetanei e, in maniera del tutto gratuita, esprimono il loro disprezzo verso l’essere umano, abbassandolo poi come se fosse allo stesso livello di una cosa, un oggetto, un essere inconsistente.
È qui che si individuano le caratteristiche della vittima, spesso spinta contro un muro, debole, sola, incapace di difendersi. La vittima del bullo è quasi sempre un soggetto tranquillo ed insicuro. È più facile esercitare la propria forza su persone deboli fisicamente: infatti, il bullo ha caratteristiche opposte a quelle della vittima: è forte, abile in tutti gli sport, sicuro di sé, spavaldo.
Esistono diversi tipi di bullismo, possiamo trovarci di fronte ad azioni collettive o individuali ad esempio, di tipo fisico: la vittima viene presa a pugni e calci, oppure, bullismo verbale: offese, derisioni, insulti, minacce; c’è anche il bullismo indiretto che consiste nel diffondere pettegolezzi, calunniare le vittima per isolarla dal gruppo.
Ma il bullismo è solo un fenomeno della società moderna o è sempre esistito? Se il bene e il male fanno parte dell’animo umano, dobbiamo presumere che ci sia sempre stato chi, per imporre la sua supremazia sugli altri, abbia goduto a far del male ad un coetaneo all’uscita della scuola, nei corridoi o per strada. So

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   1 commenti     di: Stella Spina



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