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Racconti brevi

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Città

Questa città che corre impazzita su una strada infinita, di notte si illumina di colori cangianti, e al mattino si sveglia con i primi clacson delle automobili in fuga. Una città insonne che respira attraverso una macchina artificiale, che si rifà l'acconciatura specchiandosi nelle sue pozzanghere nei giorni di pioggia e che si addormenta soltanto per una manciata di minuti durante la pause pranzo nelle sue fabbriche inquinanti e nei suoi uffici di metallo.
Sopra di lei una valanga di uomini con il cellulare in mano e le targhe al culo avanzano inesorabili, ora dopo ora, in inestricabili file ordinate per timbrare il cartellino, sedersi nei ristoranti e ubriacarsi nei bar.
Poi, poco più in là, nei parchi nascosti tra gli alberi, dei bambini tirano dei calci ad un pallone in attesa di radersi la barba per la prima volta.
L'uomo estirpa all'uomo gli ultimi centimetri di libertà mentre le città divorano se stesse abbandonando i propri resti in discariche voraci sotto un cielo coperto dalla vergogna.
Questa città, che striscia su un tappeto d'asfalto come un serpente senza preda e che si squaglia al sole sotto un cielo color cobalto è una città che beve pioggia acida e divora amianto.
Una città i cui uomini si schierano in file di protoni ed elettroni come numeri a caso di un equazione che non c'è. Materia che produce materia, materia che crea potere, potere che crea miseria.
Una città che nasconde i propri tesori in pochi salotti dai divani in pelle, dall'arredamento ricercato e da belle parole decorate di perle mentre la sua anima è sdraiata al sole e bruciando perde colore.
Cenere.
Cenere, la sorella di Venere caduta nell'oblio e che per smisurata gelosia fu uccisa da Dio.
Cenere sopra cenere. Come questa schifosa sigaretta che va spegnendosi lentamente in un bicchiere di carta bagnato da poche gocce di vino rosso in questo barcollante palazzo, in questa insulsa stanza al terzo piano. Dall'angolo, sotto la finestra, l'odore di muffa proveni

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   0 commenti     di: Matteo Spadola


L'ex principe azzurro (ritorno a Cadorna 2)

E sì, ci mancava, giusto questa pioggerellina del cazzo, per completare questo triste quadro di desolazione, costellato da rifiuti organici, e non, disseminati qua e là.

E a complicare, ulteriormente, la situazione, ci sta, signori e signore, pure dell'altro. Eccome! Il ponte. Sopra ci passano le macchine. Sotto ci stavamo noi a cercare riparo dalla pioggia o dalle nostre solitudini-emergenze d'amore in mezzo alle gambe. Dico stavamo perché, da un paio di mesi a questa parte, il suddetto sottoponte è inagibile, perché occupato da un numero non meglio precisato di rom- senza tetto, o che ne so- del resto io visti non li ho mai visti, prima d'ora, ovviamente, dico, ma anche ora non li vedo, perché stanno nella più completa oscurità.

So solo che se solo osi "avvicinarti al loro regno" loro ti puntano addosso la torcia del loro telefonino (ultimo modello ci giurerei!) e ti urlano qualcosa, in qualche strana loro lingua, che sembra una minaccia e una maledizione. So anche, come già detto, che saranno due mesi buoni di loro occupazione, perché mi sono informato.

E no, non è proprio più "la Fossa" di una volta. Tale affermazione presuppone il fatto che io questo posto lo conosca e lo frequenti già da mo', e questo va da sé... ma questo presuppone anche il fatto che c'è sempre qualcuno pronto a chiederti: "Ma allora tu ci venivi qua che eri proprio un ragazzino!" cosa che mi fa sentire ancora incredibilmente giovane, almeno ancora per un po'. Lo dico perché questa frase qua, quella del "ragazzino", me l'ha appena "ripetuta"'sto chiacchierone qua.

Quanti anni avrà quarantacinque? Forse qualcosa in più, fatto sta che qualsiasi sia questa sua età che gli ha ingrigito i capelli, la porta benissimo. Ha la pelle più levigata che abbia mai visto.

Gli occhialetti che porta lo fanno tanto sembrare la signorina Rottenmeier del cartone animato "Heidi". È un tipo di quelli che non riescono a stare zitti manco un secondo di fila. Da quando

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   2 commenti     di: frivolous b.


Roberto

A Goa, regione ex colonia portoghese, mi pare sia sul tropico del cancro, dell'India, ho soggiornato, ormai più di quaranta anni fa e per pochi mesi, senza nemmeno le tasche per contenere una sola rupia. Ma un ragazzo italiano, lì per schivare il servizio militare e poi tornato in Italia per seri problemi famigliari, mi lasciò la casa che aveva affittato per alcuni mesi. Era una villa di fattura portoghese, grande e col giardino contornato da un muretto bianco e basso, che non nascondeva l'oceano che gli stava davanti. Io la aprii a tutti gli scoppiati di Anjuna che poterono dormirci la notte. Occasionalmente recuperavo, insieme ad alcuni di loro, gente in coma sulla spiaggia, e la sdraiavo nella casa sperando che non morisse. In quegli anni, ad Anjuna (nome della spiaggia lì fuori) la corrente elettrica era un mito che in molti ancora non avevano visto e il tempo si muoveva come se avesse deciso che non l'avrebbero conosciuto mai. Tra gli scoppiati che ospitavo ce n'era uno, di nome Roberto, morfinomane. A quel tempo in India l'eroina non c'era ed era la morfina la droga ricercata da un certo numero di europei che stavano lì perché era venduta in farmacia a un dollaro al grammo. Roberto aveva dei princìpi, cosa singolare per un morfinomane. Se gli chiedevano la "rebonza", come la chiamava lui, e gliela chiedevano perché altrimenti stavano inscimmiati nella più crudele delle sofferenze, lui gliela regalava. Dopo due settimane Roberto urlava, di giorno e di notte, negli spasmi che si era guadagnato con la sua generosità. Ad Anjuna non era possibile comprarsi in farmacia la morfina, occorreva farlo a Benares o a New Delhi, troppo lontane da lì per chi di soldi non ne aveva.
L'ho incontrato due anni dopo, nel quartiere di Brera, a Milano, tanto stravolto da non riconoscermi, ma il ricordo che ho di Roberto non è quello che mi ha lasciato quell'ultima volta.

   4 commenti     di: massimo vaj


L'infedele

Il risveglio non era stato dei migliori. Quello doveva essere il giorno più bello della sua vita, e invece...
Invece era lì, seduto sul letto disfatto; i vestiti accantonati davanti alla porta; dal bagno, il rumore dell'acqua che scorreva; nell'aria ancora il profumo della donna che ora canticchiava allegramente sotto la doccia.
Come era potuto accadere? Lui non era il genere di persona che faceva quelle cose. Lui amava la sua ragazza. Era perdutamente e deditamente innamorato della sua fidanzata. O meglio, della donna che sarebbe diventata sua moglie di lì a poche ore.
Non avrebbe dovuto bere. Non avrebbe dovuto farlo. Ma era la sua festa di addio al celibato e i suoi amici avevano insistito tanto. Volevano che si divertisse, almeno quella sera. Lui che si era mai lasciato andare; che aveva sempre corso sul binario giusto, conducendo una vita esemplare: un brav'uomo con pochi vizi; laureato con il massimo dei voti; un buon posto di lavoro, nel quale passava gran parte delle sue giornate; e un'unica ragazza al suo fianco. Sempre lei, sempre Ornella. Stavano insieme da anni e lui le era ostinatamente fedele, fino all'inverosimile, al limite della devozione. Non si sognava neanche di pensare a un'altra donna e faceva di tutto per non darle modo di dubitare di lui. Forse, questa sua smania di compiacerla e di farla sentire al sicuro, protetta, derivava dal fatto che a detta di tutti era lui il bello della coppia. Gradevole nell'aspetto, intelligente e simpatico, un buon amico e una brava persona, aveva sempre riscosso un discreto successo con le ragazze, sin dall'adolescenza.
Poi era arrivata lei; lei con le sue manie, le sue insicurezze. Non particolarmente bella, né brillante o amichevole. Eppure lo aveva conquistato, lui se ne era innamorato sin dai primi appuntamenti. Odiava l'idea di non farla sentire all'altezza. Del resto, per lui era l'esatto opposto. Non sopportava i commenti dei suoi amici, né il fatto che sua madre gli ripetesse in continuazione ch

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   4 commenti     di: Roberta Criscio


Dio, la Vita e la Morte

Dio, quando pensò di creare il respiro nell'uomo chiamato Vita, preparò per lei due chiavi per farle aprire la porta sulla quale vi era scritto Inizio e quella dove appariva scritto Fine. La prima porta si apriva di solito su scenari di luce e colori e tenere sensazioni da assimilare man mano che si progredisce, mentre la seconda si sarebbe aperta su un unico scenario buio, cieco, freddo, vuoto, senza consce emozioni, insomma: il nulla.
La Vita rifiutò quella seconda incombenza che sentiva crudele e non consona al senso d'amore e voglia di esistere che intendeva alimentare sempre e comunque.
Dio allora fissò un arco di tempo alla Vita posto fra le due porte suddivisa in fasi: l'infanzia, dedicata ai giochi e alle scoperte del primo sapere e degli affetti; l'adolescenza, per far avvertire, rafforzando, primi sentimenti d'amore e aspirazioni da realizzare; il periodo adulto per riproporre insegnamenti e esperienze e infine la vecchiaia per ultime riflessioni interiori volte soprattutto a quello che si è avuto o si è perso.
Dio, tuttavia, sapeva che durante il corso della vita, l'uomo si sarebbe forgiato con l'intelligenza nel meglio ma purtroppo anche nel peggio di sé... era libero nelle sue scelte. Per evitare che si potesse credere immortale e potente di ogni azione, decise di porre a guardia della Vita la Morte e consegnò a quest'ultima la chiave della Fine.
Dio però non si accorse che il guardiano della Vita era senza remore nell'aprire la porta, infatti agiva in qualsiasi fase, senza tenere mai conto se fosse giusto o no... se fosse il momento o no e soprattutto quando fosse stata favorita dall'uomo stesso.
Allora, non potendo intervenire sulle sue decisioni, meditò un compromesso e fece sapere alla Vita che in qualunque istante la Morte avesse proceduto nel suo compito, lo scenario, visibile all'anima varcante quell'uscio, sarebbe potuto essere quello luminoso del Paradiso per chi fosse stato puro e buono, il Purgatorio tra luci e ombre per c

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   2 commenti     di: Marhiel Mellis


Incontro in chat

È cominciato tutto per gioco. Quella sera non avevo sonno e ho voluto provare una nuova chat. Ho usato il mio solito nick "Amante Carismatico". E tu eri lì. "XXXXXXX". Questo era il tuo nick, lo ricordo bene. Abbiamo parlato del più e del meno e mi hai detto che eri di Roma. Lontani, ho pensato. Siamo stati tutta la notte in chat. I nostri discorsi si sono fatti piccanti e ad un certo punto mi hai detto che ti stavi toccando. A dire il vero anch’io ero eccitato. Mi hai dato il tuo cellulare e l’abbiamo fatto al telefono. È stato molto coinvolgente. Sentire la tua voce tremare e il tuo orgasmo travolgerti è stato davvero stupendo. Poi, abbiamo cominciato a scriverci sms. Fino a quando tu hai proposto di venire a Milano. Io non potevo vederti, anche se lo desideravo tanto. Non ero libero, come tu ben sapevi.
Ma la mia donna, per puro dispetto, volle andare in vacanza una settimana da sola. Per "affermare la sua autonomia", diceva. Questa è stata la nostra occasione. Presi una stanza di albergo a Milano e mi misi d’accordo con te. Dovevamo passare un week end insieme. Sei arrivata alle 13 di sabato. Ti ho vista in stazione, ma mi sono nascosto, ero curioso di vederti. Ti ho detto, per telefono, di andare già in albergo. Ti ho raggiunta con un taxi. Avevo con me un mazzo di rose rosse. Ti ho abbracciata. Ti ho guardata negli occhi. E lentamente ti ho spinta sul letto. Le mie labbra hanno incontrato le tue. E la tua bocca si è schiusa, mentre la tua lingua si infilava prepotentemente nella mia bocca. È stato bellissimo sentire la tua lingua intrecciarsi alla mia, mentre le mie mani correvano vogliose sul tuo corpo. Mi hai invitato a spogliarti e lentamente l’ho fatto. Eri nuda, davanti a me, in tutto il tuo splendore di donna. Anch’io ero nudo, mi ero spogliato veloce come un razzo, voglioso di sentire il calore della tua pelle sulla mia. Ti sei girata, porgendomi la schiena. Ed io ho disseminato su di essa innumerevoli baci. Facendo, a volte, g

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   5 commenti     di: Dannunziano _


Attraverso la pioggia

Avevo fatto il possibile per dimenticare il motivo di quel viaggio.
Molto bravo nel farlo, ma forse non abbastanza.
Sentivo in me le ore di treno e i pasti della giornata completamente ignorati. I passi si erano trasformati in chilometri, ma camminare mi aiutava a distogliere l'attenzione dai pensieri. Era come se le modifiche del paesaggio, diretta conseguenza del mio avanzare, trattenessero i pensieri di quel preciso momento lasciando posto ad altro.
Questo mi dava la libertà di pensare tutto quello che volevo, tanto non sarebbe durato molto.
Ero lontano da casa. La strada era incolta, né anime vive né morte. Comunque la mia le avrebbe rifiutate entrambe. Quando la pioggia cominciò a bagnarmi non mi fermai. La mia salute non era certo in cima ai miei pensieri.
Arrivato nei pressi dell'angolo di un grande palazzo, vidi una leggera rientranza proprio sotto ad un palo della luce. Quella rientranza non mi riparava molto dalla pioggia, infatti non è per questo che mi fermai. Fu l'atmosfera, quella combinazione di luce, ombre, suoni e colori che si adattavano al mio stato d'animo e a quei leggeri brividi che sentivo addosso.
Non era proprio freddo, ma l'aria era cambiata e a me piaceva. Ero come commosso da una sensazione che partiva contemporaneamente sia dall'animo che dal corpo, per poi ricongiungersi più in alto, assumendo un moto rotatorio che si sarebbe ripetuto per un po', per poi sparire, lasciandomi la sensazione di poterlo descrivere in modo improprio utilizzando parole grossolane che non possono riprodurre l'intensità e la profondità di un'esperienza che, in un solo momento, rivela una parte così autentica di noi stessi, la parte che vive in silenzio e che non si fa vedere quasi mai.
Trovavo bello il paesaggio mosso e ingrigito nell'ampia pozzanghera lì davanti. Il lampione immerso nell'acqua era una sfera luminosa tremante. I resto veniva distrutto e riformato di continuo dalla pioggia. Proprio in questo momento cercai di seguire l

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   4 commenti     di: glauco collini



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