Mi svegliai, la stanza era avvolta da una luce chiara intensa, come la prima luce del mattino. Mi alzai, non mi rendevo conto di quanto avessi dormito, ero convinto che fosse mattino, uscii dalla stanza e, dopo aver notato che in casa non c'era nessuno, mi incamminai lungo il corridoio con la stessa luce del risveglio.
Arrivai in fondo alla finestra spostai le tende ed un sole immenso stava lentamente tramontando dietro la collina di fronte a me, solo allora mi ricordai che avevo dormito un'intero pomeriggio e che giorni addietro sofrii maledettamente per un molare precocemente cariato, cercando conforto un po da tutti, anche dai cani dik e sirena, due pastori tedeschi compagni di giochi e fedeli guardiani.
Mentre ammiravo quell'immenso sole di primavera scomparire, dalla stradina di fronte casa passò paola con la bici, fresca e bella come sempre, mi salutò mandandomi un bacio ed io risposi con un timido sorriso.
Tutto sembrava come in un sogno, l'aria, la luce, il sonno ancora in agguato nei miei occhi.
Erano giorni quelli dove tutto era sospeso a qualcosa di invisibile, di impercettibile, qualcosa che ancora non capivo, e vivevo con la mia spensieratezza dei nove anni, tra campi di girasoli,
stradine sterrate di campagna, e rovi di more, dove io, mio fratello e mia cugina ci fermavamo a farne incetta.
Girasoli altissimi, campi di grano, le dolci colline, i mattini con i suoi silenzi e profumi, il nonno con le sue bestemmie, la mamma con le sue raccomandazioni, i dolci della nonna, i litigi con mia cugina, le notti con gli ululati dei cani ed il vento tra gli alberi. Quel piccolo pezzo d'umbria era la mia prima infanzia.
Da quella finestra rividi attimi di vita di tutti i giorni, i soliti movimenti. Poi tutto cambiava. Vedevo scorrere tutto lentamente in un modo innaturale, le facce diventavano tese, gli sguardi fugaci e silenziosi, un continuo andirivieni di gente, tra giochi d'ombre del sole fra le nuvole ancora minacciose di quell'iniz
La vita era dura al fronte: si combatteva fidandosi della forza e dell'entusiasmo giovanile ma gli ideali da qualunque parte venissero erano miseramente tramontati: da una parte la dura disciplina del regime risultava inadeguata ed anacronistica dal momento che si scontrava pesantemente con le ristrettezze della guerra che negava non solo rinforzi e munizioni ma le più basilari norme igieniche e pure la quantità minima di sussistenza alimentare appariva una conquista da confermare ogni giorno. C'era anche un fermento di libertà in chi voleva sovvertire quella situazione e cercava con la ribellione una soluzione a quella miseria e idealizzava un mondo più equo dove non ci fossero mai più differenze sociali guardando altrove con poca conoscenza ma tutto avrebbe avuto un senso di cambiamento ed ogni cosa sarebbe sembrata migliore di quel misero presente.
Ma Augusto non viveva di ideali, a lui non importava nulla di decisioni da prendere in quell'importante momento storico, non aveva una idea alla quale rivolgersi, era tanto giovane, aveva 23 anni e pensava solo alla sua casa e a quando ci sarebbe tornato. Da ragazzino era intelligente e studiava con profitto ma i pochi soldi avevano costretto la sua famiglia a toglierlo da scuola e farlo lavorare: aveva fatto il calzolaio, il garzone e, per ultimo, si dava da fare in un piccolo locale prima come cameriere e poi dietro al bancone del bar. Era giovane e piacente: non altissimo ma muscoloso capelli neri ondulati e curatissimi e pelle scura bruciata dal sole perché la sua estate come quella dei suoi coetanei cominciava ad aprile e finiva ad ottobre: si lavorava e si andava al mare.
Lo spazio per il divertimento era proprio poco ma qualche festa da ballo si faceva, piccoli trattenimenti per trascorrere in allegria pomeriggi assolati. Augusto era timido e signorile amava molto la musica, in particolare Natalino Otto che proponeva un ritmo nuovo che veniva da lontano, solo in seguito scoprì che veniva dall'America c
La lancetta della benzina segnalava che eravamo in riserva già da parecchi chilometri. Dopo duecento metri misi la freccia a destra e svoltai verso un'autogrill.
-Ci voleva questa fermata. Saranno due ore che siamo in macchina- mi disse il mio bassista.
-Io entro a prendere qualcosa. Ci vediamo fuori- gli feci.
-Va bene, io vado a pisciare.
Entrai nel negozietto dell'autogrill. Era uno di quelli della serie piccoli e tristi. Quelli per intenderci che non hanno il reparto per i CD ma un piccolo cestino con ammassati dentro album storici che neanche chi li ha incisi ricorda più di avere fatto. Proprio per questo particolare feci uno squillo con il cellulare a Mattia, il bassista. Poi mi misi in fila con un camionista con una maglietta dei Metallica e mi presi un caffè e un panino con formaggio e prosciutto. Stavo pensando a quale altro panino prendere quando sentii Mattia chiamarmi. Già sapevo il perché.
Quel rincoglionito ogni volta che va in qualche triste posto come quello in cui eravamo e trova l'orribile cesto degli album più sfigati della storia, beh lui ne deve acquistare qualcuno, che si tiene poi incelofanati a casa facendone collezione.
-Questa è una perla che mi mancava- mi disse mostrandomi il disco.
-Cosa dici! E'un classico che trovi in tutti i cesti d'Italia.
Vorrei vedere chi tra di voi non ha mai trovato "Il meglio di Piero Focaccia". Un classico.
-La tua collezione fa schifo se ti manca questo- gli dissi.
Cercai un po' anche io e tra una Iva Zanicchi e un Mario Tessuto trovai la punta di diamante.
-Prendi questo: "Christian, canzoni di Natale"- dissi a Mattia.
Lo guardò soddisfatto e lo prese. Insieme ci aggiunse anche due altri grandi come Valentino e Michele Pecora, oltre ovviamente al meglio di Piero Focaccia. Totale: dieci euro.
Prima di andare buttai giù un tortino al cioccolato.
-Certo che hai ripreso ad ingrassare come un porco- mi fece Mattia una volta usciti.
-Grazie, stronzo- risposi.
Dopo un'altra ora di macchina
Siete mai stati nelle stazioni ferroviarie di Mestre o Venezia in una qualsiasi mattina presto d'inverno fredda e nebbiosa? Beh, se ci siete stati, allora, oltre che ai soliti viaggiatori infreddoliti che attendono i loro treni, avrete sicuramente visto un'altra specie di umanità: i barboni.
Si tratta di gente disperata, sfatta, bizzarra, non di rado bellicosa, che sopravvive alla meglio, in genere di elemosine e dei rifiuti degli altri. Dormono nelle sale d'aspetto, nei sottopassi, o in qualsiasi buco offra loro un minimo di riparo.
Spesso sono picchiati da poliziotti che si innervosiscono dalla loro presenza indesiderata fra la gente.
Mi trovo abbastanza spesso in queste stazioni di primo mattino, e nei loro buffet.
Strani luoghi questi buffet, concepiti per apparire lussuosi, risultano, quando aprono verso le sei e mezza, sempre freddi, squallidi e tristi. E tanto più in certe mattinate d'inverno buie e gelide, quando ancora gli impianti di riscaldamento non fanno sentire i loro effetti, quando ancora la gente, che appena aperto, si precipita dentro per un caffè caldo, appare stanca e sonnolenta. Allora, dai loro precari rifugi notturni, cominciano ad arrivare loro: i "clochard", che in francese suona più nobile. Sembrano trascinarsi, sono ancora ubriachi, hanno ancora una bottiglia in mano. Altri sono soltanto sfiniti dal freddo, oppure malati. Se anche fossero invisibili, la loro presenza risulterebbe manifesta... dalla puzza inequivocabile che emana dai loro corpi e dai loro stracci. Ciò che infatti li contradistingue è il fatto di essere sporchi, e la loro sporcizia ha un accumulo di mesi e forse di anni.
Succede anche, a volte, che l'indiscutibile laidezza, non impedisce loro di avere una qualcerta dignità: nel portamento e nelle maniere, che forse non è altro che quel che resta di un passato diverso e migliore.
Fu, comunque, presso il buffet di Mestre che una mattina fece il suo ingresso uno di questi individui. Era una donna, si puo dire anco
Che spettacolo alzarsi ogni mattina e sentire il profumo del caffè preparato dalla mamma con tanto amore, andare alla finestra e, con gli occhi ancora mezzo chiusi, vedere piazza di Santa Maria in Trastevere che pian pian si sveglia, con i mercanti che preparano i banchi della frutta, del pesce e dei vestiti sotto questo sole che, con quella luce che sbatte sui sanpietrini, illumina tutto.
" A Marcellì, viè a fa 'sta colazione. Daje un po' che 'sto caffè nun se beve da solo" urla la voce di mia madre che passando attraverso i muri giunge fino alle mie orecchie, con quel tono minaccioso che solo l'amore di una madre può creare.
E comunque, meglio non contraddirla quando si tratta di mangiare, così m'avvio verso la cucina.
Passata la porta eccotela là, bella come il sole! Dentro quelle quattro pareti è come un cavaliere sul campo di battaglia, ma le sue armi non sono spada e scudo, ma un mestolo e il coperchio di una pentola e non ha un'armatura sporca de sangue, ma 'na parannanza ricoperta di sugo.
"A mà, però è proprio vero che 'a matina c'ha l'oro 'n bocca, vè?" le dico con un sorriso a trentadue denti.
"Si, e pure quello mio ce l'avrebbe si tte decidessi a trovà un lavoro. Ce stà Ernesto, er giornalaro, che je serve un regazzetto pel pommeriggio. Vacce a fa' un giretto" mi risponde lei senza ironia.
"Ma che me voi vedè fa la fine de quer vecchio gufo e passà la vita dentro quella gabbia d'edicola? E poi ce lo sai, no, che l'omo nun è fatto pe lavorà, tant'è vero che se stanca!"
Dopo questa perla di saggezza, credo che mammina mia si stia incazzando... L'ho capito perchè ha iniziato a prendere l'impasto della pizza e, con la forza di un fabbro, s'è messa a impastare sul tavolo infarinato. Penso pure che tutta quella violenza sarebbe arrivata a me se non mi sbrigavo a uscire di casa.
Scendendo le scale mi rendo conto che mi dispiace che lei se la prenda così tanto per questo motivo, ma ora abbiamo la pensione della bonanima di
Susanna strisciava nella sterpaglia, i gomiti e le ginocchia a terra, sulle foglie d'autunno nel bosco vicino alla casa della nonna. "Vado a fare una passeggiata nel bosco," aveva gridato mettendosi la mantellina gialla che aveva ricevuto per il suo compleanno. "Non fare tardi," le aveva risposto la nonna dalla cucina, "la torta di mele è pronta." "Ritorno subito," e subito Susanna era uscita dalla porta che si apriva nel giardino. Aveva attraversato l'orticello, con un balzo aveva saltato il piccolo fossato, era salita su per la collina ed era entrata nel bosco. Gli stivali rossi di Susanna apparivano e sparivano sotto la mantellina gialla. Susanna era molto contenta dei suoi stivali rossi, continuava a guardarli e faceva attenzione ad ogni suo passo su per il sentiero bagnato dalla pioggia della mattina. Susanna era partita a caccia di ragni. Li scovava nel sottobosco tra le foglie e i rami marci. La cosa migliore da fare era mettersi a carponi; Susanna incominciò a strisciare nella sterpaglia sui gomiti e sulle ginocchia, a caccia di ragni. Ne scovò uno bello grasso, con gli occhietti rossi, sotto una grossa foglia gialla macchiata da tanti puntini neri. Veloce catturò il ragno con il palmo della mano destra e si mise in ginocchio per meglio osservarlo. Per non farlo scappare afferrò una zampetta tra il pollice e l'indice della mano sinistra e piano piano poté riaprire il palmo della mano destra. Il ragno non poteva più scappare, e Susanna lo sollevò tirandolo per la zampetta. Il ragno era bello pesante, con l'addome peloso su cui figurava una perfetta croce bianca. Con l'indice e il pollice della mano destra Susanna afferrò un'altra zampetta del ragno e lo tenne sospeso in aria tra le due zampette. Susanna lo fissava bene in volto, musetto di ragno, e le parve di scorgere una espressione di paura. Piano piano incominciò a tirare sulle zampette. Percepì un leggero cedimento e una zampetta si staccò dal corpo; era la zampetta che teneva f
[continua a leggere...]dopo la pazzia, ci fu la quiete, poi una nuova pazzia, poi niente, bolle d'aria nel cervello come una guarnizione. il problema non era estraniarsi, nulla di male a farsi fuori da sé. il problema era condividere. continuavano ad andare e venire dal mio appartamento, rosei sani mansueti prototipi dell'italiano medio, venivano e volevano far su quattro chiacchiere, visitare il vecchio dritto celinio, raccontare il miracolo della vita, i figli, le occupazioni, le tessere premio dal benzinaro, lo stato politico attuale, le intenzioni di Cristo, la minaccia del diavolo, la Cina, Maria De Filippi, va te faire foutre. e io, il bravo celinio, aprivo le porte "ho finito la birra. Pinco, hai portato la birra?". ma poi diventavo molesto, alla sesta o alla settima birra, li umiliavo sul piano spirituale e, a volte, su quello fisico, volgarmente e rozzamente, agitando i braccioni sudati per affermare le mie ragioni, bestemmiando e ruttando e aggredendo, perché io ero il migliore di tutti, io ero ferdinando celinio.
con le donne era lo stesso. le trovavo molte volte pericolose, molte volte mediocri, non ero sempre gentile, ma certune avevano tutto nei punti giusti, tanto, troppo: cervello, gambe seno, occhi, labbra, tutto. e il modo di vestirsi, e il modo di camminare; non era come se stessero semplicemente camminando, era come se il terreno sotto i loro piedi fosse un infinito tappeto rosso, e loro che dimenavano i fantastici culi su dai tacchi alti, possedendo lo spazio, aggredendolo, bellissime, sublimi, e tutto il resto era solo uno sfondo, non contava un cazzo il resto, niente contava, solo loro contavano.
io ero un'abberrazzione, una bestemmia. pazzo ma non nel senso usuale del termine, più rabbiosamente pazzo, criticamente pazzo. la gente non m'è mai andata a genio. nell'89 mia madre combinò un guaio, il più grande cortocircuito della sua vita da piccolo-borghese, il sole doveva picchiare forte quel pomeriggio e un'inserviente, una donnaccia, guardando la testolina
Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata