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Racconti brevi

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Sarà

Sarà uno splendido giorno quello in cui ti avrò scordato.
Oppure quando ti avrò nascosto nella nebbia dei ricordi.
Rivedo attraverso un vetro opaco il tuo profilo, che ho amato e che ho distrutto dal tuo ritratto che è ora un viso anonimo, senza senso.
Abbiamo deciso insieme, condiviso la scelta.
In un giorno di pioggia te ne sei andato con la mia benedizione.
Non volevo farti soffrire ancora.
Lo so che non ci incontreremo più, se non nei sogni di una vita da condividere in un mondo ultraterreno, dove non ci sono dubbi e incertezze.
Mi assale la nostalgia della tua presenza, dei tuoi ma... dei tuoi forse...
Non mi sono mai piaciute le persone in bilico prive di nervo.
Aspetto il sole, la primavera che rinnova che ti fa sospirare per un nonnulla, per il cielo azzurro, per un fiore che sboccia.
Anche per te sboccia e tu non te ne accorgi, traballi nella considerazione che domani, forse, sarà un giorno di pioggia e così perdi il tuo oggi.
Hai perduto me e non te ne sei nemmeno accorto. Mi pensi dietro l'angolo, immobile ad aspettarti.
Ma io sono andata via da te per sempre, amore mio, sempre.



L'ex principe azzurro (occhi grigio-blu 2)

Uff! Che palle! È proprio tipica di noi maschi (?), questa ridicola roba qua della caccia. Questo farsesco gioco di ruoli in cui c'è un cacciatore e una preda e regole ben precise da seguire per rendere tutto "pepato".

E a essere del tutto onesto lui, in tutti questi anni, mi ha pure "sgelato" di tanto in tanto.

Certo, a mia difesa, ho da dire che non mi sono mai concesso "per intero", ma solo con somma prudenza, come ho imparato a fare nel corso degli anni.

Lei, Roberta, con queste sue labbra normali, sottili, mi chiede in un italiano sicuramente più corretto del mio, ma dal forte accento dell'Est: " Allora me lo dici o no come sei arrivato a lavorare da noi?"

"Sicura di volerlo veramente sapere?" Chiedo io titubante, ma anche con un tono che può essere definito vagamente malizioso, mentre la copertina continua a "proteggere" le nostre nudità.

"Certo se te l'ho chiesto!!!"

"Bene. Ma ricorda, l'hai voluto tu!..."

"Ma allora?! Su spara!"

"Era estate, la scorsa estate. Mi ero recato a Sondrio, la da me tanto odiata Sondrio, e per la precisione alla sede dell'ente di formazione presso il quale io ho frequentato il corso OSS. Dovevo sbrigare barbosissime questioni burocratiche. Era una di quelle giornate torride come solo a Sondrio in piena estate lo possono essere.
La segretaria dell'ente di formazione, Giovanna, una ragazza giovane e simpatica, che per chissà quale misterioso motivo mi adora, mi fa: "Senti se sei ancora a casa c'è 'sto certo Ugo Bassi che cerca a Regoledo e che vuole essere contattato su Facebook..." Allora io ho preso il contatto anche se la cosa mi "spuzzava" un po'; anche se in giro si inizia a dire che FB è la nuova frontiera delle "assunzioni". Non so avevo come un presagio negativo, capisci? Bene, così, come ti dicevo l'ho contattato, questo verso la seconda metà di Agosto. Ma Ugo si degnò di rispondermi solo a Settembre, inoltrato.
All'inizio mi propose un lavoro a Castione, un posto che pe

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   6 commenti     di: frivolous b.


È meglio scrivere per il lettore reale

- A Bruno Corino

Amiche e amici di mail e di chat, spesso mi raccontano le loro depressioni quando i loro post non sono commentati. Si sentono degli zero come il numerino tondo e vuoto che indica la contabilità dei contributi ai loro pezzi.
All'opposto, quasi altrettanti sfogano con me la loro euforia perché i loro testi hanno raggiunto le diecimila letture e la cinquantina di commenti, e si sentono pronti per conquistare l'editoria italiana. Risultato: vengono implacabilmente spennati dagli editori a pagamento.

Come c'insegnano gli psicoterapeuti e i saggi d'ogni tempo, sia la depressione che l'euforia sono i segnali di uno squilibrio della personalità che va riarmonizzata e riequilibrata. Molti di loro, quelli più dotati di senso dell'umorismo (prima valvola di salvezza dalla nevrosi) mi chiedono: ma tu come fai a fregartene sia della depressione che dell'euforia?
Care amiche e amici, ma perché ho capito qual è l'ambito in cui ci muoviamo. Vediamo se riesco a esservi utile.

Chi ha intenzione di scrivere deve rendersi conto della percezione che il lettore ha sia del testo che legge, sia dell'autore dello scritto. Per sé stessi si scrive solo la lista della spesa e quindi soffermiamoci sulla figura del lettore.

Prima della rivoluzione di Internet c'erano grossomodo queste tipologie di lettore:

1) Il lettore implicito o modello.

È il lettore che riesce a capire e a interpretare il testo come l'autore vuole. Una specie di suo zombie, in pratica, un consumatore completamente asservito al suo scrittore/venditore.
Il lettore che viene cercato incessantemente dall'industria della letteratura di consumo e dalle sue strategie di marketing, editing, propaganda e distribuzione.

2) Il lettore virtuale o occasionale.

È quel tipo di lettore che potrebbe trovarsi nelle condizioni di leggere un testo per puro caso, di passaggio.
Sappiamo per esperienza e dalle statistiche che più dei tre quarti degli italiani legge un solo libro all'anno, perc

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   5 commenti     di: Mauro Moscone


Fragole e champagne

Questa volta non c'era bisogno di fotografie, di pedinamenti, non doveva neppure verificare se il versamento fosse stato effettuato regolarmente; in tanti anni, mai un contrattempo, tutto liscio come l'olio. Sotto la doccia, ripensò ai suoi primi incarichi, la delusione della prima volta, quando si accorse di non provare niente, nessuna emozione. Niente adrenalina, nessuna paura, perché se lavori con metodo, con coscienza, questa è la professione più sicura del mondo. Strano destino il suo, rampollo di una famiglia facoltosa, laureato in giurisprudenza alla Cattolica, aveva concluso il praticantato in uno degli studi più prestigiosi di Milano, quando tutti scommettevano sul suo radioso futuro, abbandonò la professione. Le illazioni si sprecarono, chi sosteneva che il problema fosse la moglie di uno dei soci, chi diceva che la sua passione per i cavalli non era apprezzata all'interno dello studio, bastò un forte raffreddore e il naso rosso per farne un cocainomane. La verità era più banale, più semplice, si annoiava, una noia mortale.
Di punto in bianco sparì dalla circolazione. Ricomparve a Los Angeles, dove un vecchio amico l'introdusse in quello che sarebbe poi diventato il suo mondo.
Rientrato in Italia, non impiegò molto a diventare il killer più ricercato sulla piazza, infallibile, famoso per non aver mai lasciato una traccia, per tutti era il CHIRURGO, il suo vero nome compariva dappertutto: elenco, campanello, documenti, ma nessuno, sarebbe stato in grado di associarlo alla sua... professione. Il suo tenore di vita non destava particolari sospetti, il patrimonio di famiglia bastava a motivare una vita più che agiata e la mancanza di un'occupazione. Amava il lusso, ma lo viveva in modo riservato, dentro le mura di casa: molte tele importanti, tra cui spiccavano Modigliani, Magritte, Paul Klee. Una collezione di monete d'oro rarissime, vini di grande pregio, che più che bere, collezionava, un capitale speso in abbigliamento, ma tut

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   9 commenti     di: Ivan Bui


Battesimo

XC: PROLOGO

Un forte rombo attraversò tutto il villaggio. Il vento fletteva e rifletteva ad uno ad uno i fili d'erba sui colli circostanti. Così i brividi lungo la schiena al contatto dell'acqua gelata. La pioggia batteva incessante, dettando invano il tempo nelle vie, sui tetti delle case. Sui resti di quella che era la chiesa del paese, su quei corpi fino a poco prima ospiti di vita. Era domenica, così era usanza dei paesani trovarsi entro le Sacre mura della casa del Signore. Ma solo l'inferno trovarono.
I pochi atei e non praticanti si riversarono nelle vie. L'abitazione del sacerdote, prima nascosta dietro la chiesa e il campanile, si ergeva ora, imponente quanto impotente, come monumento alla memoria della divina punizione appena impartita.
In mezzo ai resti era ancor visibile, miracolosamente intatto, l'altare in pietra, semplice, portato qualche anno prima da coloro i quali diedero i natali al piccolo borgo, per onorare il loro dio.
Solo alcune travi, precipitate dal tetto della struttura, parevano esser riuscite a scalfire il sacro masso, poggiandosi su di esso, quasi a riacquistare l'originale posizione, ricreando vagamente il tetto spiovente che pochi minuti prima reggevano.
Tutto taceva. Lo stesso fiume rispettava il silenzio delle poche anime testimoni della sciagura. Solo la pioggia sembrava non accorgersi del disastro.
La Nera Madre attraversava ancora le macerie, prendendo con sé le poche vite ancora legate al loro corpo.
Niente le sfugge, modello di uguaglianza, di accortezza, di amore. Tutti di fronte a lei si perdono, di nessuno mai scorderà il volto, lo sguardo, il primo e l'ultimo respiro. Niente le sfugge.
Niente, tranne lui. Un pianto si consumava, lieve, non lontano dall'altare, tra quelle travi, protezione e prigione di colui che solo era sopravvissuto. Unico perdonato dal misericordioso Dio.

Avvolto in fasce, il piccolo doveva essere il protagonista di quel giorno di festa. Nel suo novantesimo giorno di vita si stava appre

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Credo che

Credo che qua sia realmente un continuo vivere e morire. Anneghiamo dentro ai pianti e resuscitiamo dentro le vibranti corde di un bacio. Siamo così. Viviamo di dolore che ci fabbrichiamo giorno dopo giorno con nauseante perfezione come fanno le formiche con le loro scorte di cibo. Ci riempiamo lo stomaco di turbinose sensazioni distinte e contrarie. Facciamo indigestione di sapori piccanti e amari. Tentiamo di spezzare gioie a diverse latitudini per gustarne poi solo le briciole. Lo sappiamo che nulla viene mai a caso ma viene da chiederselo se ne vale la pena subire senza mai colpire indietro. Poi ci accorgiamo che il fabbricante di incubi è la nostra mente. I nostri gesti. La nostra quotidianità. Lasciamo fare. Lasciamo scorrere il fato come vuole. Tentiamo cosi di toglierci ogni colpa. Quando ero bambina ad ogni ginocchio sbucciato associavo la colpa alla bici, alle scarpe o ai sassi. Mai a me stessa. Ad ogni chilo in più associavo la colpa alla tristezza o alla solitudine. Ad un brutto voto la colpa andava alla professoressa o ad un test troppo difficile. Ora tiro i miei resoconti finali e dico la verità. Sputo in faccia a me stessa quel che è la realtà senza tirare in ballo false illusioni. Ero io la colpevole del mio errare. Ero io la causa di colpe e di sganci nell'aria senza paracadute. Tutto il resto erano circostanze o conseguenze, null'altro. I miei lividi e le cicatrici che mi porto dietro sono mie e sono state scelte da me. Con il dolore è cosi. Non lo vorremmo mai incontrare o respirare ma solo calpestarlo. Purtroppo ce lo ritroviamo accanto al nostro cuscino ogni mattina. Come quegli amanti scomodi che vorresti lasciare. Senza volerlo ce lo scegliamo noi come compagno di viaggio. Di vita. Di serate. Forse abbiamo realmente la necessità di lacrime e sorrisi spezzati. Non si dovrebbe pensare questo, ma lo penso. Forse il pianto ci attraversa dentro più del riso. Forse essere abbracciati durante una crisi fa si che la felicità riesca a sfiora

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Un piccolo incontro

“Vedi”, diceva il centurione Adrio al giovane legionario Tito, appena arrivato da Roma :
“All’inizio credi che sia impossibile vivere qui, ma ti assicuro che anche a Gerusalemme ci sono luoghi e giardini che ricordano casa”.
Tito annuiva guardandosi intorno, mentre il sudore gli scendeva copioso dalla testa rasata chiusa nell’elmo, sempre più bollente sotto il sole.
Si trovavano in una piazza dove c’era mercato, piena di tende multicolori, sotto le quali si vendeva di tutto.
Una processione interminabile di persone, famiglie intere, carri, animali da soma carichi di ceste e giare di vino, andavano e venivano in tutte le direzioni, sollevando una coltre di polvere che si infilava dappertutto, toglieva il respiro.
Un vociare continuo in svariate lingue e dialetti, specialmente in prossimità dei banchi di vendita e delle taverne.
Era l’inizio della festività di Pèsach, Pasqua in latino, spiegava il centurione, ecco perché c’era tanta gente, veniva da tutti i paesi intorno.
“Sono pacifici, certo, non tutti ci amano, bisogna capirli, siamo a casa loro, ma è da un bel po’ che non ci sono disordini…”
Un vecchio di bassa statura e piegato, seduto sopra un asino carico di ceste, salutò con un sorriso sdentato il centurione, che si mise a parlare con lui e poi con altri uomini che si univano poco alla volta, mostrando familiarità con il loro idioma aspro, confidenza e allegria, che al giovane legionario Tito sembravano eccessivi, perciò rimaneva in disparte, ostentando una guardinga indifferenza.
Quando Adrio tornò da lui vide che soffriva, ansimava.
“Non sei abituato al caldo eh? ”
Tito si appoggiò alla tenda di porpora di un banco, quasi rovesciandolo.
Il proprietario lo guardò di traverso, ma vedendo il centurione si ritrasse con un lieve inchino.
“Sto male centurione, mi brucia la gola, mi esce sangue dal naso…”
“Lo vedo, lo vedo, siediti qui”
cacciò dei ragazzini che mangiavano all’omb

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   3 commenti     di: alberto tosciri



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