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Racconti brevi

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L'ex principe azzurro (al Borgo)

... Lui mi dice con la sua solita voce da "vecchio", come la definisce da sempre, la mia amica Ale, mentre io affondo il mio faccino nel suo pancione così morbido da piacermi da morire e da non volerlo mai veder diminuire: "Stasera potremmo anche andare al "Borgo"!"
Io alzo il mio capino. Ho lo sguardo che sembra una lampadina: mi si è accesso di botto. Ovviamente mi pento subito di questo mio sciocco entusiasmo infantile. Dopo sei anni di vita insieme, - insieme? Beh dai facciamo reciproca sopportazione!- so già quello che dirà: "No, potrebbe essere un'idea... se non siamo troppo stanchi... dai vediamo, eh?"
Allora io mi accuccio buono buonino al suo fianco, e cerco di dormire, nonostante la luce accesa, potentissima, perché il signorino sta leggendo, perché io sono veramente stanco morto. Tanto dopo sei anni d'amore sento di non aver più niente da dimostrargli né fuori né dentro al letto e so per certo che a lui sta benissimo così, quindi.
In realtà non riesco a dormire molto. Perché verso le 21:00 scocca in me una sorta di orologio fisiologico. Sono caparbiamente intenzionato a voler uscire. Mi alzo. Vado in bagno, dove mi do una veloce rinfrescata e mi lavo i denti. Poi inizio a frugare tra le mie cose per scegliere cosa mettermi. Questa mia operazione richiama, manco a farlo apposta l'attenzione del mio uomo che, biotto come una rana si alza dal letto e viene verso di me, per dirmi: " Potresti metterti questo..." e io so benissimo che i suoi non sono "semplici consigli"...
Io cerco di rimanere calmo ma in realtà sono incazzatissimo. Ho sempre detestato questa sua mania di voler sempre avere il controllo sulle cose della vita, e okay per le sue, ma quando lo fa su quelle degli altri è pericolosamente irritante, quasi fino al superamento della soglia limite, soprattutto se lo fa sulle mie cose!
Mi provo quello che lui ha scelto per me, ovvero un aderente dolcevita color giallo canarino brillante, color "Twetty" dei "Looney T

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   4 commenti     di: frivolous b.


Un'ora o poco più

l sole se n'è andato. Spento ed esausto dopo una giornata infuocata. Lasciando il campo al lucore della luna, appannata da nuvole dispettose ed irriverenti, e frustrata, come al solito, dal suo ruolo subalterno. Incapace, suo malgrado, di opporsi al potere delle tenebre. Una volta sù, però, ringalluzzisce, spronata dai sospiri degli amanti, dai libelli dei poeti e dalle adoranti aspettative dei licantropi, dei cartomanti e dei mari.
Dalla piazza Carlo III, sin quasi alla porta Capuana, la via S. Antonio Abate corre parallela al Corso Garibaldi, piena zeppa di bancarelle e mercanzie di ogni genere. Un enorme mercato all'aperto che nulla ha da invidiare ai più rinomati suk maghrebini. Un chilometro di basoli sconnessi, perennemente soffocati da lerciume e acque putride di risulta, dove si può trovare di tutto e può accadere di tutto. Un chilometro imbottito, dall'alba al tramonto, da una fiumana di gente variegata e variopinta. Chi si ferma o indugia è perduto, travolto dalla corrente. Chi cade è spacciato, calpestato tra l'indifferenza generale. Chi non è guardingo è destinato a rimanere senza portafoglio, tra volti sornioni e complici.
Amalia scapicolla disinvolta, destreggiandosi in quella bolgia con l'abilità dell'esperienza. Sa dove andare, da chi risparmiare, con chi contrattare. Il Borgo, il "buvero" come è conosciuto fra gli indigeni, non ha segreti per lei. E, in fondo, il rituale quotidiano di quella immersione non le dispiace. Un'ora o poco più in cui dimentica ogni affanno, un'ora o poco più di pura libertà, lontana dai doveri, dagli obblighi. Da una vita difficile, scandita da sacrifici e privazioni. Dedicata completamente alla famiglia, ai figli. Che ama più di se stessa. E in cui ha riposto ogni aspettativa, in cui trova il suo riscatto, in cui sublima il suo annullamento.
Sono quasi le tre del mattino. Le strade sono deserte, in balia di balordi e sfaccendati. Il "buvero" è completamente avvolto nell'oscurità. Gli scarafaggi

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   2 commenti     di: KnockOut


La serpe e il topo

Un piccolo, simpatico e curioso topino, nel suo continuo e allegro gironzolare, si era intrufolato in un nido di serpi. Alcuni serpentelli appena nati stavano sonnecchiando tranquillamente, all'improvviso, tra il sonno e la veglia, si trovarono davanti uno strano visitatore, impauriti si misero a urlare a squarciagola, chiamando disperatamente la madre. In quel momento mamma serpe Canicolata Velenina era appena uscita dal rifugio in cerca di cibo, non lontana udì le grida e si precipitò in loro soccorso. Nella tana si trovò di fronte il piccolo intruso e si infuriò come una belva feroce. Sconvolto, l'incauto topolino disse: "Sono capitato qui per caso mentre bighellonavo spensieratamente da queste parti per i fatti miei, non avevo nessuna intenzione di spaventare i tuoi piccolini". La serpe Canicolata Velenina, nel frattempo, non era ancora riuscita a trovare una preda e aveva molta fame in corpo, con voce sibillina rispose: "Oggi poteva essere il tuo giorno fortunato, mi sentivo buona e in pace con tutti, non pensavo di far del male a qualcuno, ma tu hai voluto fare il furbetto e approfittando della mia assenza, con l'inganno ti sei intrufolato nel mio covo, con l'intenzione di mangiarti i miei teneri e indifesi cuccioli. Questo tuo spregiudicato comportamento mi offende, hai osato prendermi in giro, e per questo la pagherai molto cara", disse con spavalderia la bugiarda. Assalito dal terrore, l'ingenuo topetto giurò e spergiurò che non era sua intenzione, nè spaventare, nè tantomeno cibarsi delle sue innocenti creature, ma invano, la malvagia serpe non si commosse. "Hai scoperto il mio rifugio segreto, ora la nostra esistenza si trova in serio pericolo, alla mercè di qualsiasi predatore senza scrupoli,, per questa ragione non posso assolutamente lasciarti andare". Lo sprovveduto visitatore si guardava intorno alla disperata ricerca di una via di fuga, ma inutilmente. Serpe Canicolata velenina vigilava attentamente. Sempre più terrorizzato rispose: "Rispa

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IL DIAMANTE DELL'ALBA

Il campo visivo elegantemente composto.
La mano curata, maschile e delineata dalla luce radente dell’alba, che s’intromette nel circolo ufficiali.
La sigaretta tozza, alla francese, tra le dita forti.
Volute acri ed azzurrine tesseno trame diafane nell’aria.

Un che di sospeso!.

Sapore di cognac e il primo gallo del mattino.
Il tepore dato dal giubotto da pilota e gli stivali termici rendono sopportabile la vita.
Rumori soffocati dagli hangars.
Hans è ancora alticcio, come un bambino mimma per un pubblico di fantasmi l’ultimo combattimento aereo del giorno prima... Mente a se stesso dimenticando le due “aquile” abbattute... due amici, due fratelli... due angeli ventenni... due tizzoni d’inferno, due meteore di fuoco e... vasto odore di pollo bruciato.

L’ultima scopata l’ho fatta con una “parigina” , mi sono divertito, ho riso come non mai.
Lei mi pareva una sorella, mentre la rimiravo nuda e innocente.

L’abitudine, impossibile, alla morte rende tutto disposto in un nuovo ordine.
Il bisogno di semplicità, di serena schiettezza è l’antidoto allo sconforto.
Rido del passato, con rabbia e temo la certezza del futuro.

“Her... Her... la cerca il comandante di squadrone è furioso...”
L’imbarazzato giovane aviere riferisce e si dilegua.

“Che vada al diavolo” penso, e con fatica immane mi alzo dalla mia culla, una poltrona di pelle color caki con bruciature di sigaro.

Prendo sottobraccio Hans...

“Andiamo feccia... ubriacone..”
Sposto il braccio intorno al collo e lo stringo a me con affetto..
Si volta con l’espressione preoccupata.

“ ehi! Cosa fai mi fai lo zuccherino?”

Fa una piega con la bocca...

“ Vuol dire che tocca a noi oggi?” ha un tremito “non me la sento proprio, porc...!!!!”
“ Facciamo fra cent’anni... porc...!!!”

Squote le spalle con stizza.
Ritorna a guardarmi negli occhi...

“Non farti fregare! Perchè porc...

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Bianche

Sarà una serata diversa per Claudia.
Uscire dal suo isolamento forzato è stato per lei una violenza.
Per mesi ha voluto annullare il contatto col mondo esterno.
Laura l'ha intrappolata con l'invito a teatro.
- C'è lo spettacolo che ami di più- le ha detto -tre atti unici nel tuo dialetto.
Claudia adora Eduardo De Filippo e ne conosce tutte le opere.
Ma l'autore della pièce della serata, sebbene sia napoletano, le è sconosciuto.
-Non voglio sapere nulla delle storie - dice rifiutando il programma che l'amica le porge.
- Hai ragione! Sarà una sorpresa! -
Da sempre Claudia quando va a teatro riesce a viaggiare con la fantasia e si identifica nelle vicende rappresentate lasciandosi cullare dall'accento della sua terra lontana.
Ha inizio la rappresentazione.
Dopo mesi di solitudine, riesce a murare nell'angolo più remoto del suo animo l'ossessione che la perseguita.
Laura, compiaciuta della scelta, la guarda sorridere e sorride anche lei stringendole la mano.
All'improvviso durante il terzo atto unico Claudia scioglie all'improvviso il legame con l'amica.
Il gelo irrigidisce il suo sguardo.
Laura realizza subito l'errore commesso nello scegliere lo spettacolo.
-Se vuoi usciamo, nessuno ci costringe a rimanere!
Con le mani uncinate ai braccioli della poltrona Claudia non reagisce.
Sul palco ci sono le due protagoniste: madre e figlia.
La figlia vestita da sposa all'improvviso si strappa l'acconciatura, si getta a terra e si torce sul pavimento urlando disperata. Con grande coraggio rivela la sua decisione: rifiutare il legame che i genitori le hanno imposto per sottomissione al boss della città.
La madre sconvolta per la disperazione della figlia e per le possibili conseguenze di quel gesto cerca di convincerla. Ammette che anche il suo matrimonio le è stato imposto dalla famiglia.
- Col tempo, l'amore arriva. Questo è il nostro destino, se non vuoi morire!
La voce e le azioni delle int

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11 settembre

Mi ricordo, anche se ero un bambino, quando uccisero il presidente John Kennedy.
Sentii la notizia alla radio, in casa, e percepii senza comprendere, che si trattava di una faccenda drammatica per il mondo intero.
Molti anni dopo, ricordo perfettamente il giorno del rapimento di Aldo Moro, e capii cosa stava succedendo, e percepii la tensione che si stava accumulando nel nostro Paese.
Di entrambi questi avvenimenti politici, ho presente, nel momento che li appresi, dove mi trovassi, cosa stessi facendo e che sensazioni provai: e queste cose posso in qualunque momento riviverle nella mia mente.

Accade più o meno la stessa cosa, l'11 settembre 2001.
Quel giorno mi trovavo a Venezia, quando seppi degli aerei fatti schiantare sulle torri di New York. Ho letto da qualche parte che l'11 settembre 2001, dalla Terra saliva, e si poteva avvertire, un "brusio", non meglio definibile. Ebbene, a Venezia quel pomeriggio, ho udito quel "brusio", ma in quel momento non capivo di cosa si trattasse.
Apparentemente la vita procedeva come sempre, lo sciamare dei turisti, i commercianti che si facevano i loro affari: in realtà la gente si comunicava quel che era accaduto e che ancora stava accadendo, ma lo faceva con cautela, quasi sommessamente, bisbigliando. Nei bar, la gente guardava muta, o appunto, mormorando qualche parola, la televisione, e poi dopo qualche minuto, silenziosamente se ne andava.
Era la paura, la gente era semplicemente spaventata.
Quel brusio che si innalzava dal globo terracqueo, soltanto quel manipolo di alieni che scorrazzano inafferrabili sulle loro astronavi sopra le nostre teste, saprebbe descriverlo, o gli angeli del cielo.

Col passare dei giorni la preoccupazione si attenuava, e un po' anche il turbamento per quell'orrore ampiamente descritto dai media, ma persisteva insidiosa, l'inquietudine del futuro. Già si preparava la guerra in Afganistan, con tutto ciò che significava, fra favorevoli e contrari, a un conflitto nel paese dove aveva

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   16 commenti     di: Ellebi


Questi ultimi vent'anni

Sfogliando un album, trovo una vecchia foto di vent'anni fa. Siamo io e mia madre sorridenti e felici in un paesaggio meraviglioso e vibrante di colori, sembra un quadro di Matisse: da un lato i colori giallo-ocra della palazzina cinese, dall'altro un paradiso di fiori e alberi tropicali da togliere il fiato.
Lei, a sessant'anni è ancora una donna bellissima, indossa una gonna a fiori e una camicetta turchese.

Un'immagine: io, chino sulle sue parti intime, intento a mantenere il grado di elasticità della sua pelle necessario a sconfiggere un nemico silenzioso e vorace chiamato "piaga da decubito". Il suo nome innocente riesce quasi a passare inosservato, ma è un mostro terribile in grado di divorare da un giorno all'altro i tessuti molli di un essere umano, per poi passare alle ossa.

Chiudo gli occhi: (lei non è più di questo mondo).
Mi avvicino sul bordo di una voragine e senza esitare, salto giù.
È una caduta che non lascia spazio alla speranza, sono minuti interminabili e riesco a percepire dal fondo dell'abisso il gelo dell'inferno, una piaga di dolore che conduce al centro della terra.
Poi, la mia caduta sembra rallentare, riprendo coraggio. Improvvisamente volo. Riesco a scorgere un paesaggio sereno, punteggiato di piccole case con chiese e campanili, alberi e fienili. Uno stormo di rondini mi accompagna per un po'.
Non so dove mi condurrà questo volo ma ora so che la morte non è un salto nell'abisso ma un volo verso la libertà.

Riapro gli occhi: la foto, con i suoi colori saturi e vibranti, è ancora nello stesso posto ma il sorriso di mia madre adesso riesce a superare lo spazio immenso che ci separa da questi ultimi vent'anni.

   5 commenti     di: vincent corbo



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata