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Racconti brevi

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La normalità

- Ma lui? Lui non è normale. . . -
Quante volte abbiamo sentito questa frase e quante volte, forse, la abbiamo detta.
Normalmente ognuno tende a definire la normalità come quella delle persone che si comportano come lui.
Per Adolf Hitler la normalità era quella di sterminare milioni di esseri umani, mentre per Madre Teresa di Calcutta era quella di aiutare tutti i poveri del mondo.
Due normalità molto diverse ma che forse ci aiutano a capire o, forse, ci spiazzano ulteriormente.
Allora se oggi più o meno al mondo siamo sette, sette miliardi e mezzo di individui vuol dire che ci sono più di sette miliardi di esseri a loro modo normali.
Ma allora, vi chiederete, la anormalità esiste?
Certo che esiste, la anormalità è la norma.

   0 commenti     di: Marcello Piquè


Il quadrifoglio

Lo portò a casa e lo mise dentro un bicchiere di vetro. Le quattro foglioline verdi sporgevano fuori del bordo del bicchiere e Luigi ci versò dentro dell’acqua.
– Mamma, mamma, guarda! – gridò Luigi.
– Sono al telefono, Luigi, non lo vedi!
– Oh, scusami mammina.
– Certo caro, posso raggiungerti in macchina.
– Trallallera trallallero – continuò Luigi.
– Prenderò poi un taxi, come vuoi.
– Oh, fiorellino, fiorellino – canticchiò.
– Potrò rimanere fino a lunedì.
– Eh op e op e op – saltellò Luigi.
– LUIGI! per favore vai a giocare nella tua stanza!
Imbronciato Luigi obbedì e uscì dal salotto.
– Luigi mi fa diventare tutta scema, starà dai vicini; a cosa servono i vicini sennò? Certo caro, un giorno te lo faccio conoscere, a Natale magari, ma dimmi caro ti sono mancata? Ogni sera sotto le coperte mi eccito tutta pensando a te, tesoro, ti amo, anch’io, sì bene, ciao ciao.
– LUIGI!
– Mamma, mamma, guarda! – Luigi si precipitò in salotto.
– E che cosa è?
– Un fiorellino, non vedi?
– È un quadrifoglio.
– L’ho raccolto per te, mammina.
– Ora va a nanna, è tardi.
– Non vuoi il fiorellino?
– Sì bene, ma ora a nanna.
– Te lo lascio qui sul tavolo, così rimane un po’ con te.
– Ok, non farmi arrabbiare, va a letto ora.

La televisione non trasmetteva granché, Luisa si addormentò.



Era una falena

Volava non troppo alto, e danzava, danzava senza mai fermarsi. Era una falena.
La frescura autunnale non l'avrebbe arrestata. Eccola, irrequieta, dietro le ampie finestre.
Lei già sapeva che quella notte, il buio avrebbe risuonato della sua musica, che la via di casa sarebbe stata più dolce e che la luna avrebbe brillato immensamente per mostrarsi a lui anche se coperta dalle nuvole, spettatrici privilegiate.
Le sue ali così blu e la sua musica così intensa.
Le sue mani volavano leggere sopra i tasti di quel piano che se avesse potuto parlare quante storie avrebbe raccontato, quanti musicisti dal cuore colmo di musica aveva accompagnato, quante vite passate nel tempo, ma segnate per sempre sulle sue corde.
Eppure quel piano parlava e lo stava facendo attraverso l'anima di lui che stava suonando.
Ora, non era più un semplice piano ma era il suo piano.
Ora, come tanti altri prima di lui, stava incidendo la sua storia nel tempo e sulle sue corde.
L'anima di lui, le ali di lei. Lei fuori, lui dentro. Lui suonava, lei danzava.
Le sue ali, quella notte, non si sarebbero fermate. Lei avrebbe danzato fino alla fine di quel giorno.
Un'anima viva, una passione innata tutta sua, una vita dedicata alla musica e lei.. lei lo sapeva perché vedeva attraverso le ampie finestre ma sopratutto attraverso le sue note.
La notte sveglia le falene e solo due notti sono concesse a ciascuna di loro. Quella sarebbe stata la sua ultima danza. Avrebbe voluto mostrarsi a lui, avrebbe voluto danzare per lui su quella dolce melodia, avrebbe voluto che lui la guardasse almeno per una volta. Ma solo due notti sono concesse a ciascuna falena e quella sarebbe stata la sua ultima danza.
La via di casa era davvero più dolce e la luna brillava immensamente per accompagnare la musica di lui e la danza di lei.
Era tardi ormai. Forse immaginazione o forse realtà, ma quella finestra non l'avrebbe fermata un'altra volta. Eccola danzare vicino a lui, le sue ali leggere come

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La mimosa

Si erano messe d'accordo col passaparola, l'allungarsi delle giornate aveva fatto capire loro che quel giorno sarebbe arrivato da lì a poco e loro lo aspettavano con la stessa eccitazione di un adolescente che si prepara per il ballo di fine anno. Nei giorni precedenti hanno cercato di rendersi più belle e radiose possibili, chi ha optato per fiori gialli lucenti chi per le misure oversize, chi sul profumo, altre sulla quantità, la loro somma ha dato vita ad un albero con una bellissima chioma gialla che ricorda un quadro del puntinismo.

Oggi tutti quei pallini gialli ciacolano tra di loro, sorridono sotto una bella giornata di sole, il vento le scuote aumentandone l'eccitazione. Arrivano i primi passanti, le mimose ammiccano, sorridono, i primi rametti ad andar via sono quelli più bassi e più facili da raccogliere, un uomo passa velocemente e senza guardare acchiappa il primo mazzetto che gli capita sotto mano e lo strappa violentemente, la mimosa urla "ahia!", la prende e la infila nella borsa schiacciata tra il portatile ed un manuale.
Ogni 5/6 uomini uno si ferma, qualcuno ci perde un po' più di tempo cercando, più in là del suo naso, qualche ramoscello particolarmente folto.
Il giorno passa e a parte alcune ore meno affollate l'albero si spoglia sempre di più, i fiori che rimangono non perdono la speranza anche se verso sera i più bruttini si guardano tra di loro come per dire "lo sapevo anche quest'anno siamo rimaste qui, sempre le stesse". Per loro fortuna i disperati non mancano mai e nemmeno i tizi che le vendono ai semafori e fuori le metropolitane così nelle ultime ore di sole anche loro vengono agguantate e portate via.
Il sole è quasi totalmente scomparso tra i palazzi, è rimasto solo un piccolino, striminzito ciuffetto, è quasi tutto ramo anche se di pallini gialli ne ha.. ma sono piccolini e di un giallo smorto, fino a un'ora prima confidava dell'aiuto della luce ma ora si rivela in tutta la sua semplicità. La natura come alibi

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   0 commenti     di: Diego


Fotoricordo

Li guardo, ma sembrano guardarmi. Chi accasciato, chi impettito; ognuno appeso all'obiettivo della camera che inquadra il tempo di un diaframma inopportunamente apparso dal setaccio delle cose quotidiane che, a volte, la vita lascia scivolare dalla sua sottile trama.

Sorrisi e occhiate che s'aprono improvvisi nel cielo intero e chiaro di questa primavera, e volano le facce insieme alle stagioni e già la mente plana a scorrere nel vento nubi diafane che involano ricordi: spostano i paesaggi, mutano le impressioni, corrodono le antiche convinzioni.

Eppure, in ogni bacio dell’iride profana che spinge sulla carta in controluce, dietro l'immobile riflesso d'ogni gesto immortalato, si legge ancora, profonda, l’immane, ridicola, bambina sicurezza che tutto ciò che è stato sarebbe stato... sempre.

Lo gridano quegli occhi e quelle bocche, impressi nel muto fissante fotografico; fa eco la memoria, mimando le parole con cui era solita sperare: "Non si cambia, non si può cambiare"…

Magra confusione adolescente, che ancora sapeva coccolare lo spirito e le membra e dava l'impressione di contendersi l'intero spazio della vita…

Poi un giorno: esigenze troppo diverse, disponibilità non eguali ad un rapporto intimo e immediato col mondo e le sue cose, differenti struggimenti culturali, passioni… Tutto assumerà un suo peso specifico e sarà più alto della capacità d’ognuno di tenersi reciprocamente a galla…

Ma in questa foto, in questa foto apparsa dal cappello impolverato del trasloco di me stesso che tutto si impacchetta e si allontana, in questa foto no. In questa foto ancora garriscono le belle bandiere della spensieratezza e non ci sono pause e nemmeno introspezione. Solo il tempo di rincorrere il baluginio di un sogno a volte solitario a volte collettivo, e dirsi e poi sentirsi un corpo, un corpo solo.

"Hai fatto?".
"Un attimo. Spostatevi più a destra.".
"Quanto cazzo ci vuole per fare una foto?".
"Meno di un secondo

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Parallelismo

AUTOCOMMISERAZIONE.

Faccio schifo, faccio cagare, sono la larva di un embrione di un prototipo di un paradosso di uomo.
A 6 anni Mozart componeva sinfonie, io a 36 anni uso Microsoft Word. E dire che Mozart aveva molte meno possibilità di Me oggi. Io uso internet, ho il cellulare, la macchina, la moto, la bicicletta, uso i pattini e vado discretamente a valle con gli sci, so azionare un frullatore e un forno a microonde. Posso verificare l'esistenza di tutte le posizioni del Kamasutra in una manciata di minuti. E non uso la fantasia né una vicina di casa ninfomane. Informazioni, spettacolo, arte, notizie, sport. Ho tutto a portata di mano. E allora perché mi sento una merda??
Sogno di morire improvvisamente e in modo clamoroso: uno stadio di un missile impazzito che cadendo dalla ionosfera centra la mia auto lanciata in autostrada, una voragine profondissima ma di soli due metri di diametro che si apre improvvisamente sotto di me e mi inghiotte, muto, faccio appena in tempo a fare ciao ciao con la manina e.. pluf, non ci sono più. Meglio se a un matrimonio o a una comunione. E giù tutti a arrovellarsi e a dire che poveraccio non se lo meritava proprio, un caso su 10 milioni, anzi un caso irripetibile. La sfiga. Sempre ai migliori, ai più meritevoli.
Già perché la gente poi è così: se muori improvvisamente sei sempre un genio e un santo nel tuo genere. Anche Totò Riina sarebbe un bravo ragazzo strappato all'affetto dei suoi cari. Invece se ti spegni di un banale cancro o peggio di un insulso incidente non sei nessuno. Al massimo un po' di pietà.. come per le bestie al canile.
E invece no. Io li fregherei tutti: merda si, insignificante, pigro, falso e lussurioso.. ma con una morte come dico io resterei negli annali della storia. Imperituro. Sfolgorante. Fra 40 anni i miei amici sarebbero ancora lì... vi ricordate il povero Andrea?? Quante cose avrebbe potuto fare, brillante, intelligente, simpatico, estroverso, eclettico.. E giù a brindare alla m

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   0 commenti     di: Andrea M.


Elefante

Quattro.

Voglio diventare qualcuno. Voglio insegnare. Non importa in quale università. Voglio insegnare. Questo conta. Sono iscritto al terzo anno di filosofia. L'università è la culla della conoscenza.
Certe cose succedono solo nei film.

Cinque.
Sei.
Sette.

Con lei ho fatto l'amore per la prima volta. Mi manca. Ma adesso ci sei tu Michelle. Ieri abbiamo fatto l'amore. Per la prima volta. Io e te. Il tuo orgasmo lo sento ancora. Ti ho detto "ti amo". Che strana cosa poterlo dire. Che strano farlo. Non sarà l'ultima. Giuro.

Otto.
Nove.
Dieci undici dodici tredici quattordici.

Mamma e papà. Non vi deluderò. Quest'anno ho studiato poco, è vero. Ma giuro che mi impegno. Voglio insegnare. Diventare professore. Avere a che fare con gli studenti. Combattere e insegnare a combattere. Star loro vicino. Essere come John Keating. Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento, perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà. Lo ricordo a memoria.

Quindici.
Sedici.

Diciassette.

Diciotto.

Il cuore batte. Ieri sera il concerto dei Muse. Spettacolo. Musica e luci. Tra tre giorni quello dei Radiohead. Idioteque. Chi c'è nel bunker? Prima donne e bambini. Prima donne e bambini. Cristo Santo.

Diciannove.
Venti ventuno ventidue ventitré ventiquattro.

Venticinque.

Nel bunker ci sono io. Nessuna donna, nessun bambino. Solo io.

Ventisei.

Oggi Mr Baumaan ha spiegato gli aforismi di Heidegger, collegandoli alle tre leggi antropologiche di Plessner. Cos'è l'uomo? Esiste l'uomo? Aristotele oppure Hobbes?

Ventisette ventotto ventinove trenta trentuno trentadue.

Davvero vuoi andare all'estero? Tesoro, se nostro figlio vuole andare in America a studiare noi lo mandiamo in America. Abbiamo le possibilità economiche per farlo. Io ho paura. Non avere paura. L'America è l'America. Filosofia. Ottima scelta, ragazzo. Tesoro, là c'è mio fratello Alfredo. Fa

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   10 commenti     di: Guido Ingenito



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata