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Racconti brevi

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Nove lettere

- Mi fanno male le gambe. -
- Non me ne parli, guardi! Certi giorni ho una tale pesantezza... -
- E le braccia. -
- ... che quasi non riesco a camminare. Come dice, le braccia? Oh, sapesse le mie,
un dolore, ma un dolore... -
- E la testa. -
- ... che non ti dico. Anche lei con l'emicrania? Dei giorni mi scoppia, quasi quasi
mi ucciderei... -
- E i coglioni. Solo quando mi girano, però. -
- ...??? -
- Ho il Parkinson. Non si preoccupi, però, non è contagioso. Non dovrebbe, credo. -
Una parola. Nove lettere. Magiche. Vi creano il vuoto intorno, soprattutto se rafforzate il concetto con il termine "morbo". Finalmente potete mettervi a sedere, nella sala d'aspetto del vostro medico, senza essere costretti a un serrato scambio di opinioni sui vostri e altrui malanni. Il veloce colloquio riferito all'inizio, intrattenuto con una signora ne è la riprova. Pur nella compulsione di diagnosticarsi tutti i mali dei suoi vicini si è dovuta arrendere, e di fronte alla mia impudicizia non ha potuto fare altro che andarsene indignata, regalandomi comunque un "Li dovrebbero tenere in isolamento, però" prima di uscire. L'unico vero inconveniente consiste nella probabile cattiva opinione che potrebbero farsi di voi gli eventuali osservatori a distanza, nel vedervi pian piano rimanere da soli, abbandonati dai vostri vicini.
Il neurologo che per primo mi diagnosticò tale malattia, nascondendola però dietro il meno sconfortante appellativo di "Sindrome Extrapiramidale" non riuscì a celare il proprio imbarazzo di fronte alla mia richiesta di chiarimenti, tentando di uscire dall'impasse parlandomi di disfunzioni dei movimenti volontari e di quelli involontari.
- Le prime sono le paralisi. Non si preoccupi, non la riguardano.
Lo credo bene, visto che avevo raggiunto l'ambulatorio a piedi.
- Per il secondo tipo, prima di pronunciarmi dobbiamo fare dei test.
Concluse il discorso fissando un nuovo appuntamento,

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Il caos di massa della comunicazione web

Il Moscone: - Caro Bruno, oggi tutti scrivono, messaggiano (o massa -ggiano?), chattano, postano, tutto è tritato e dilaniato dalle parole; e quanto oggi ancora sembra troppo duro per le zanne dell'ammasso degli omologati, domani, escoriato e scorticato, penderà sanguinante da mille fauci.
Tutti comunicano, tutto passa inascoltato; quand'anche uno annunci la propria saggezza con un impianto voci degno di una rock-band di heavy metal, i bottegai del mercato globale ne copriranno il suono col tintinnio dei loro centesimi.
Tutti scrivono, messaggiano (o massa-ggiano?), chattano, postano, nessuno che voglia ascoltare. Tutte le acque si precipitano cicaleccianti e scroscianti come getti di piscio nell'oceano ma ogni ruscello fangoso e merdoso sente solo il proprio scroscio d'orina.
Tutti comunicano e tutto finisce in fumo, nulla che vada a finire in una sorgente profonda.
Tutti a fare coccodè e chicchirichì, ma nessuno che voglia covare un uovo e cantare fiero e gioioso l'alba di un giorno nuovo.
A questo punto ti chiedo, caro Bruno: Nietzsche diceva che bisogna avere dentro di sé il caos (di qualità) per partorire una stella danzante; non ti sembra che il caos di massa stia invece creando solo dei grandi greggi di pecoroni-zombies?

Bruno Corino: - In Italia, tra non molto, il numero degli autori supererà quello dei lettori. Se un tempo, ad esempio, in proporzione, ogni autore poteva almeno contare su 100 lettori, oggi, a occhio e croce, un'autore può contare solo su se stesso.
Si potrebbe parlare di una vera e propria grafomania. Forse, l'arcano è cominciato con i cellulari. Poter scrivere un sms e inviarlo sincronicamente a 100 utenti ha provocato una vertigine celestiale. Senza dubbio. Con il cellulare si potevano scrivere brevi versi e darli a leggere a tanti ignari lettori.
Ma l'esplosione si è avuta con il web. Nel web si possono scrivere diari in pubblico. È sufficiente aprire un blog, iscriversi a una lit-community per diventare autore. E c

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   0 commenti     di: Mauro Moscone


La prova

Domenica mattina. Si fa per dire: mi sono svegliato così tardi, che ho quasi voglia di cuocere la pasta nel caffellatte.
Il cielo, non da segnali positivi : da dietro le finestre, vedo corpi nuvolosi che avanzano minacciosi. Anzi, mi accorgo che sta già piovendo.
Una pioggia sottile, ma compatta.
La luce non è quella che ci si aspetterebbe a fine maggio.
Resto in casa, tanto, c' è sempre qualcosa da fare e, dopotutto, tra poche ore mi tocca andare al lavoro.
L' ennesima rappresentazione del balletto "Cenerentola" andrà in scena alle 17. 30.
Per una forma di pietà nei miei confronti, salterò la descrizione straziante del pranzo domenicale, per arrivare subito al punto.
Sono, per natura o per condizionamento, un tipo puntuale, ma raramente mi reco al lavoro, diciamo, con largo anticipo.
Solitamente, arrivo pochi minuti prima dell' inizio dello spettacolo, giusto in tempo per accordare lo strumento e per le preparazioni di rito.
Ore 16. 50 : comincio a pensare di vestirmi e rischiando un' ernia al cervello scelgo i pantaloni.
Sempre gli stessi, perché sono i primi che trovo, avendoli buttati nell' armadio la sera prima e rimasti afflosciati su loro stessi con tanto di cinta abbinata.
Li metto e guardo un buco, nella stoffa grigia, all' altezza della coscia sinistra.
Il forellino risalta, perché lascia intravedere la fodera bianca.
Anche oggi farò finta di niente, mi sono affezionato a quel buchetto.
Sarà la mia voglia di trasgressione, non so.
Calzo le scarpe, tirando su le piccole cerniere laterali, che quasi sempre, intercettando i calzini, si inceppano.
é la volta della casacca, grigia anch' essa, tessuta con un materiale totalmente sintetico e accompagnata da un' etichetta interna che sconsiglia anche di fumare, indossando questo capo.
Ore 17. 00 : sono pronto.
Apro il cancello del giardinetto, dove tengo il mio fido Free 50 e... nooo, la ruota posteriore è bucata!
Completamente sgonfia, proprio a terra!
Intanto,

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Fiat Lux

Luce. Come una esplosione. Nulla di distinto, soltanto una sensazione, nettamente diversa dal buio in cui ti sentivi avvolto fino a qualche momento prima. Pochi istanti e la vita ti scivola dentro insieme all’aria che prepotente ti impone di respirare. Piangi. Lacrime e urla. Un respiro, due e via così senza più fermarti. L’aria brucia nei polmoni, che ancora non hanno imparato ad assecondare il ritmo di un movimento che ti accompagnerà per tutta la tua vita, finché i tuoi occhi non torneranno di nuovo nel buio e stavolta per sempre. Voci concitate intorno a te. Tu non le senti e neppure le immagini. Te le racconteranno. Ti racconteranno la fatica, il dolore e le lacrime di gioia di una donna, tua madre, le parole e la soddisfazione di chi ti ha aiutato a nascere, la condanna o l’assoluzione preventiva della dichiarazione del tuo sesso. Pochi particolari, ed è già stabilito se nel gioco che ti ha fatto venire a questo mondo sei chi soffre oppure no. E non solo in senso figurato. Di tuo padre probabilmente saprai meno. Forse soltanto la soddisfazione o il disappunto di saperti una lei invece che un lui. Cambio di scena. Sensazione di qualcosa di morbido. Sei sul corpo di tua madre in questo momento. Tra le sue braccia. Ecco, un rumore, no, un sussulto ritmato, che ti sembra di riconoscere. Tum-tum, Tum-tum. Si, questo te lo ricordi. Anzi, è l’unico ricordo che hai. Il battito del cuore di chi ti ha accolto dentro di se e ti ha lasciato crescere, fino ad arrivare ad oggi. L’agitazione dei tuoi primi momenti si dissolve come d’incanto. Ti lasci avvolgere da quel calore, da quell’abbraccio. Come se ti riportasse di nuovo indietro. Ormai il mondo sa della tua esistenza, e poco importa se tu ti senta al sicuro oppure in un ambiente ostile. Il tempo, il tuo tempo, ha iniziato la sua folle corsa e la tua compagna tenebrosa si è voltata a guardarti, in attesa che tu la prenda, presto o tardi, per mano.



Un'insolita serata

Miriam spense il computer, spense le luci, chiuse la porta dell’ufficio e s’avviò per il lungo corridoio
che portava all’ascensore.
Anche quella sera, aveva fatto tardi pensò . Guardò l’orologio che aveva al polso, segnava le 22.
Era molto stanca, gli occhi le bruciavano per le troppe ore trascorse davanti al computer.
Doveva finire un articolo sullo scandalo del giorno: un’implicazione di un alto dirigente d’industria
e un fattaccio di pedo- pornografia.
Spinse il bottone che la portava al piano terra.
Si trovò sulla via Roma dove aveva l’ufficio. Torino era particolarmente fredda in quella serata di fine febbraio
Alzò il bavero del cappotto e s’incamminò verso il parcheggio dove aveva lasciato la sua macchina. Aveva cinquecento
metri da percorrere prima di arrivare in piazza S. Carlo. Mai come quella sera le sembrava una distanza chilometrica.
Devo proprio cambiare vita, pensava, affrettando il passo.
Da quando si era separata da Giulio, i suoi giorni li passava al lavoro trascurando, oltre che sé stessa, anche
i rapporti sociali. L’unico che la capiva era Marco, amico di sempre. Marco, giornalista di fama, suo collega, era
presente ogni volta che lei aveva bisogno. Quando si era separata da Giulio lui le fu molto vicino, con consigli
affettuosi e facendole molta compagnia.
Accese il motore e la macchina partì. Percorse via Vittorio Alfieri, al semaforo svoltò a sinistra in via
dell’Arsenale e giunta in corso Vittorio Emanuele II° , passò il fiume Po sul ponte Umberto I° recandosi verso casa.
Una villetta sulla collina prospiciente il centro cittadino. Non vedeva l’ora d’immergersi nella
vasca da bagno e rilassarsi. Voleva stare nella vasca calda cosi poteva pensare e poltrire tranquillamente.
''''Quei fari sono troppo alti pensò, ''danno proprio fastidio''.
Mise il piede sul freno, per rallentare la corsa, 'Cosa sta succedendo'. Forse c’è un incidente.
Fu costretta ad ar

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Parassita

Il mio pensiero cada su di te che pensi ancora di essere immune da me.
Come ti sarei presto reso conto, non ho bisogno di essere invitato a casa tua quindi non tentare gesti inutili o ti procurerò solo fastidi.
Sono sempre stato ospite nella tua casa, a tua insaputa e ti ho creato notevoli "grattacapi".
Posso entrare e uscire senza chiederti il permesso... tanto ho la chiave.
Ti sfrutto, ti uso ti prendo in ostaggio, ti sto così addosso che dalle mie richieste non riuscirai a liberarti, sei legato a me con un vincolo di sangue e me ne nutro, puoi sentire la mia presenza mentre passi la mano tra i capelli.
Anche se mi disprezzi pensando che sia bieco e senza valori morali riuscirò a usare te raggirandoti, ti sono fin troppo vicino, potrei servirmi anche della tua famiglia, madre moglie e figlia, preoccupandoti influenzando i tuoi comportamenti.
Se pensi che mi scuserò di questo "Ti sbagli", io e con i miei figli che crescono a intervalli regolari godiamo e ne godo in prima persona per il male e il dolore che ti abbiamo e ti ho creato, che per me è la cosa più naturale del mondo...
... Non sono come te onesto e sincero sono piccolissimo... infinitesimale, non riesco neanche a vedere la mia ombra e posso amare solo miei simili.
Sono un parassita che illude la tua volontà e che prospera ingrossandomi con i tuoi problemi rendendoti alquanto sgradevole la realtà, provocandoti fastidio e rabbia e posso trasformare i tuoi pensieri in ossessione.
Ci sono molti modi per salire sulla testa delle persone e rubare i loro pensieri formando così un romanzo terribile della loro vita...
... Ma sono nato così, mi nutro di voi per sentirmi "vivo".



LA METAMORFOSI (dalla lettura di KAFKA)

La lama di luce che filtra dal verde tendone di velluto le deposita un lieve contatto sul viso e colpisce un occhio ancora chiuso. Il tepore le regala una sensazione piacevole, come sempre, ma soprattutto ora, quando l'età è avanzata e le ossa sono ghiacciate e dolenti.
Apre un occhio, poi l'altro ed è abbagliata dalla striscia di luce. La vista è confusa, lo è da tempo per via della cataratta. Però oggi c'è qualcosa di strano: una volta assuefatta alla luminosità, quando riesce a mettere ben a fuoco la camera che la circonda, si accorge di poter cogliere non solo il pulviscolo che danza, ma anche i minimi dettagli dell'intarsio della specchiera dorata. Quella che proviene dalla sua vecchia camera matrimoniale, quella stanza calda e gradevole, arredata con mobili di famiglia da cui è stata sloggiata per necessità di spazio con un doloroso totale e rapido oblio del suo passato di moglie, madre, nonna. Allora si strofina gli occhi, ma la sorpresa permane. Volge gli occhi alla sveglia sul cassettone. Le cifre, appena ieri confuse, le balzano contro con una nitidezza incredibile. Cos'è successo? Ha indosso degli invisibili occhiali? Mentre in gran fretta volge tra sè questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalie coltri il suo stupore raddoppia quando invece delle dita rattrappite dall'artrosi le si offre lo spettacolo di due mani bianche, levigate, con le dita affusolate di una volta. Anche le macchie che ne cospargevano il dorso, infinite come le stelle della via lattea, sono svanite. E sembrano svaniti i dolori alla schiena che la tormentavano da anni. Si gira cautamente su un fianco - deve muoversi dolcemente, per non far infuriare la sua osteoporosi- trovando il movimento stranamente agevole, ed allunga un piede. Non lo riconosce come suo: i calli ed i duroni non ci sono più, ed anche le unghie giallastre sono diventate perlescenti.
Non fa nessuno sforzo ad infilare la pantofola adagiata ai piedi del letto, anzi, atterra sullo scen

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   2 commenti     di: Luisa Zambrotta



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