Racconti brevi
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Racconti brevi

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Da solo

Sulla vetta, sull’ultima propaggine di quella collina.
Rannicchiato quasi fetale sotto il ciliegio solitario che domina la valle.
Il ciliegio custode, il ciliegio re, il ciliegio padrone dell’ultimo orizzonte.
E in basso la valle volgare, sopraffatta dalle sue miserie, tumultuosa e arrogante, come un inferno di vite sporche e grette, gorgoglio di bituminose essenze e fetidi liquami
Da qui la guardo, solingo, triste.
Il vento, qui, ancora accarezza l’erba bassa, e fa fremere il mio corpo con un alito leggero e rinfrescante.
Il silenzio, qui, ancora pervade il mio corpo, liberandolo e spingendolo verso lontani ed elevati orizzonti di purezza.
Per nulla cederei questi momenti di solitario egoismo, di beatificazione dell’animo.
Per nulla cederei questi attimi di travaglio intellettuale e fisico, di purezza ritrovata.
Per nulla cederei questi secondi meravigliosi in cui scorgo la mia essenza.
Ma anche qui giunsero.
Urlanti e sbraitanti.
Con le radio a transistor, a portare rumore e morte di ogni bellezza.
Eccoli là, che giungono a gran passo, festosi e ridenti, eccoli che si avvicinano, irrispettosi di quanto c’è di bello.
Una donna, un uomo, e fanciulli urlanti nel mattino.
Ed ella, chiassosa, si rivolse a me dicendo:
“cosa fa?”
Raccolsi alcune larghe foglie, appena toccate dalla rugiada del mattino, le soppesai pensoso tra le mie mani e volsi il guardo verso colei che mi parlava e così risposi:
“caco solitario”.
E fu la fine di ogni bellezza.

PS
Il racconto è ispirato dalla poesia "caco solitario" di marta niero. Ovviamente la bella poesia di marta niero non ha nulla a che fare con lo scritto demenziale che avete appena letto.
Non me ne voglia l'autrice di "caco solitario" se ho utilizzato il titolo di una sua opera che m'ha fatto ridere parecchio (il titolo non l'opera) per ricavarci questa popo di ode alla natura.

   9 commenti     di: Umberto Briacco


Si cambia

Come mai non suoni più il basso?
Si cambia.
Ti vedi sempre con gli altri?
No.
Sei cambiato anche in questo?
No, sono cambiati loro.
Eppure c'era un tempo che fra voi. . .
Te l'ho detto, si cambia.

   1 commenti     di: Marcello Piquè


Voglio morire..

"Voglio morire", così ripeteva e lentamente si accasciava su quell’odiato e scomodissimo divano che gli faceva da letto da quando sua moglie lo aveva lasciato, con lo sguardo fisso nel vuoto …si sentiva solo, troppo solo per parlare e lottare ancora, quindi prese una penna e cominciò a scrivere.. cumuli di frasi al vento gli parean le strofe e incerte le dita non riuscivano a seguire le righe del foglio;”un'altra prigione in cui le mie emozioni sarebbero state rinchiuse” pensava….
Allora arrabbiato si alzò e decise di prendere da un cassetto una vecchia foto, con un soffio debole, quasi un sospiro, tolse la polvere che la ricopriva e ricordò di quando in marina gli avevano detto che, per quanto lo amasse, non era fatto per il mare, era un uomo di mondo lui e nel mondo doveva vivere ed inseguire i suoi sogni;lo aveva fatto, ma troppo spesso questi gli erano sembrati tanto lontani che anche con un binocolo non riusciva a vederli chiaramente tanto da farli suoi, o almeno provare a realizzarli correndogli dietro... la persona che amava, la più bella tra le stelle, si era rivelata una delusione completa dalla quale non si era ancora ripreso.. ma forse non voleva farlo poi più di tanto.. aveva perso ormai la fiducia per il mondo e camminare da solo, senza potersi appoggiare a nessuno, non avrebbe avuto più senso..
Nel posare l’istantanea si guardò le mani, le stesse con cui aveva toccato tutto quello che prima era oro, ma come la leggenda di Re Mida insegna, chiedere che tutto splenda di un aurea luce non è possibile.. per quanto dai importanza ad una cosa, ad una persona devi prima valutare se essa sarà in grado di renderti davvero ricco.. ricco dell’unica cosa che davvero conta.. la felicità .
"Voglio morire" così borbottò prima di addormentarsi e alti i suoi occhi alla luna scrutavano nel tiepido candore della sera il senso di giornate così inutili oramai stanco dell’insostenibile monotonia della sua esistenza spezzata soltanto

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Profumo d'amore

Continuo a guardare fuori dalla vetrina. Due innamorati che si abbracciano sotto la fontana, mi fanno tenerezza, in fondo oggi sono un po' complice della loro felicità..
Lavoro in un grande centro commerciale. Elargisco sorrisi e sogni, dalla mia postazione di battaglia: il bancone di una profumeria. Potrebbe sembrare un lavoro come tanti, e lo è in effetti. Sono una commessa.
Il mio lavoro è abbastanza semplice da fare male. Più difficile da fare bene.
La differenza sta nel renderlo creativo, cerco di far felici le persone. Un sorriso, una parola positiva, possono migliorare la giornata di chi incontro.
Ricordo un discorso di Martin Luther King, diceva che non tutti nasciamo con l'aspirazione e i requisiti per diventare medici, grandi pittori, musicisti o altro, ma qualsiasi cosa facciamo dobbiamo metterci l'anima. Se il nostro mestiere è lo spazzino dobbiamo spazzare come se fossimo Michelangelo che decora la cappella sistina, le strade dopo il nostro passaggio dovrebbero essere spazzate in modo tale da notare la differenza!
Da qui passa gente di ogni tipo. Una marea in movimento, una massa informe presa nell'insieme. Ma se solo ci si sofferma sul singolo ne escono storie cosi variegate, cosi interessanti, cosi belle talvolta.
Stavo sistemando alcuni scatoloni di prodotti appena arrivati, ero concentrata a confrontare vasetti e boccette con la bolla per verificare numero e prezzi quando entrò una coppia, due giovani sposi, mi alzai e andai loro incontro, chiesi se potevo essergli utile ma preferirono dare un'occhiata da soli, cosi li lasciai fare. Lei curiosava tra gli scaffali dei profumi osservando timida colori e forme.
I capelli rossi, la pelle molto chiara, con qualche lentiggine, avrei pensato ad una donna inglese se non fosse per il suo accento chiaramente toscano. Si fermò davanti ad un flacone di vetro dal contenuto verdeacqua, come i suoi occhi, lo prese in mano provandone la fragranza, sorrise, le piaceva, ma visto il prezzo rimise a po

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   16 commenti     di: gina


Cecilia

“Stefano! ”
Dall’alto dei suoi due metri, l’uomo che la precede sulla rampa mobile si volta lentamente ed ancor prima di incrociare il suo sguardo pronuncia un “Bitte? ” nel tipico accento bavarese. In una frazione di secondo Cecilia passa dallo stupore per aver ritrovato un suo vecchio amore, allo sconcerto per aver fatto la sua ennesima gaffe.
“Mi scusi tanto, ma pensavo che fosse un’altra persona! ” Si affretta a rispondere Cecilia.
In un italiano sorprendentemente corretto, l’uomo, più divertito che seccato, replica: “Non si preoccupi, signorina, mi capita spesso di essere riconosciuto da persone a me sconosciute! ” Cecilia si scopre ad osservare il suo viso come se avesse visto un uomo alto e biondo per la prima volta in vita sua. Ed in effetti era la prima volta che si trovava al cospetto di un gigante. E di un bell’esemplare, per giunta!
Tendendole la mano l’uomo si presenta: “Permette? Mi chiamo Joseph e sono tedesco, come avrà certamente capito. Posso sapere chi si nasconde dietro questo sguardo così enigmatico? ”
In effetti Cecilia sta ancora cercando di capire se quell’uomo lo attrae per solo per il suo aspetto o anche perché le ricorda molto il “suo” Stefano. Scuotendosi dalle sue analisi, Cecilia si affretta a rispondere: “Mi scusi….. Mi chiamo Cecilia e sono una ricercatrice universitaria”.
“E cosa ricerca di bello, Cecilia? ” La incalza il suo interlocutore, sempre più divertito.
“Mi occupo dei rapporti tra cibernetica e antropologia”.
“Ach! ” L’uomo è sinceramente sorpreso e Cecilia se ne accorge perché ha inarcato le sopracciglia nel pronunciare quel monosillabo. “Dev’essere sicuramente uno studio molto stimolante” Replica Joseph. “Joseph? ” Cecilia si stupisce che, mentalmente, è già passata ad una maggiore confidenza con quell’uomo che non conosce ancora, ma che stranamente la incuriosisce e non solo perché una parte di lei, ora, vorrebbe essere con lui in un

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   1 commenti     di: Sergio Fucchi


Artemisia Absinthium

Il salone era immerso nell'oscurità. Solo una lampada illuminava una piccola zona del vasto ambiente, appoggiata sopra lo scrittoio dove era solito sistemarsi per scrivere. Aveva preso l'abitudine, o il vizio come direbbero i suoi amici, di alzarsi a quell'ora per meglio ricordare i sogni, sua primaria fonte d'ispirazione.
Non possedeva del vero talento, ma la sua infinita ostinazione insieme con l'alta capacità lavorativa gli consentiva di ottenere un discreto successo di vendite. Era un giallista, e i suoi libri si potevano trovare sugli scaffali delle migliori librerie. Quarantenne, scapolo, non si ricordavano di lui storie d'amore importanti, ma un susseguirsi di avventure della durata di qualche giorno, settimane al massimo. Misantropo ed egocentrico, non aveva un suo vero e proprio stile letterario. Durante un'intervista, a una giornalista che gli chiedeva spiegazioni su alcune sue abitudini di dubbia eleganza ed originalità, quale quella di bere assenzio e di girare sempre con un garofano verde (che faceva colorare apposta da un fioraio di fiducia) all'occhiello della giacca, rispose citando Oscar Wilde: -... devo arrivare al terzo livello, dove si vedono cose strane e meravigliose.-
Mentre attendeva i comodi del computer, ormai così vecchio che ogni accensione doveva costituire un piccolo dramma, tanti erano i bip e gli sfavillii emanati prima di dichiararsi pronto, lesse per l'ennesima volta la lettera del suo editore. Un amico, forse il più intimo della sua cerchia, con cui aveva diviso molte delle sue avventure. Un amico che però aveva l'abitudine, quando si trattava di affari, di affidarsi per le comunicazioni all'asettica mediazione dei messaggi cartacei. Gli aveva scritto una raccomandata. Un ultimatum, in buona sostanza. Gli aveva accordato altri sette giorni per la consegna del manoscritto. E quello che ancora doveva nascere era l'ultimo giorno.
Doveva ancora scrivere un intero racconto, quello dedicato al mese di settembre. Smise di pensare

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La cabina telefonica

“Teresa, da dove chiama?” chiese la voce dello speaker radiofonico.
“Sono in una cabina telefonica...”
“Una cabina telefonica? He, he; ha appena traslocato?”
“Ascoltavo la radio e voglio partecipare al concorso…”
“Certo certo, he, he, he; mi dica Teresa, come si vive dentro una cabina telefonica?”
“Come vuole che si viva dentro una cabina telefonica!”
“Certamente stretti, he, he...”
“Senta! posso partecipare al vostro gioco…?”
“Mi scusi Teresa, ma ci racconti un po’ di lei.”
“Non avevo intenzione di parlare della mia vita privata.”
“He, he, he; la sua storia è curiosa, dica, riceve molte telefonate…” “Clic.”
“Pronto? pronto?”

Teresa sospirò, spense la radiolina e cercò di prendere sonno; il traffico scorreva monotono nella notte.




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