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Racconti brevi

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Carminella

Nacque tra le dure rocce di una colata lavica, generata da linfe e resine odorose in una casa sommersa il cui tetto emergeva in un mare nero, indurito da pietre.
Vi abitava da lungo tempo, sola, ed una sera decise di uscire per esplorare il vulcano silenzioso.
Tenera, sorridente con un gesto leggero tirava indietro i capelli trattenendoli con le dita, mentre oltrepassava la piccola porta della casa in rovina.
Camminava a fatica, ma con buon equilibrio, quasi fosse avvezza al suolo aspro; calpestava attenta quel letto duro e minaccioso, i profumi di tenere erbette le solleticavano il nasino lungo e delicato fino a farla sorridere di curiosità.
Era sola in quel mare immenso, immobile, ma che sembrava dover riprendere ad ondeggiare da un momento all'altro. Affatto preoccupata, Carminella si arrampicò fino al sentiero di terra e più agilmente potè raggiungere il bivacco dove luci tremolanti si allargavano al suo giungere. Lì vide alcuni piccoli esseri addormentati, il musetto paffuto e i corpi minuscoli: appartenevano a giovani gnomi usciti dal bosco in cerca di cibo.

La fanciulla li osservò attenta, cercò nella sua bisaccia avanzi di un pasto abbondante e li pose accanto ai piccoli addormentati.
Uno di loro aprì gli occhi e incredulo la guardò con sguardo sognante.
-Chi sei?
-Sono Carminella, la regina della montagna e soccorro chi ne ha bisogno.
-Hai un sorriso luminoso tanto che i tuoi denti riflettono la luna. Sei gentile a preoccuparti per noi, ma siamo capaci di cavarcela da soli.
-Accetta quel poco che ti posso offrire perché presto dovrò andare e non penso potremo rivederci.
-Ti ringrazio, allora se devi proseguire voglio salutarti con un bacio.
Carminella piegò il collo flessuoso verso il piccolo gnomo che emozionato sfiorò la sua guancia con labbra leggere.
-Addio e ricordati di noi, esseri della notte, prigionieri del bosco, abitatori delle montagne, sarai la nostra Dea e a te sempre rivolgeremo una preghiera prima di prendere sonn

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A pieni polmoni

La sua era una tranquilla famiglia borghese dei mitici anni sessanta. Il padre impiegato alle poste garantiva con il suo stipendio una serena condizione economica alla famiglia. La madre aveva scelto di fare la casalinga, era impiegata presso una sartoria, cuciva per circa sette ore al giorno, un lavoro duro che non le dispiacque di lasciare, la sua condizione di moglie e di madre era più importante di un'indipendenza economica personale da rivendicare. Non aveva certo quel tipo di pensiero, infatti per la maggioranza delle donne la scelta di lasciare il lavoro dopo il matrimonio sembrava una scelta giusta e normale, soprattutto per quelle il cui lavoro era duro e sicuramente poco gratificante..
La donna ha il suo lavoro, il suo dominio, la sua vita nella famiglia.
La madre era una donna serena, che crebbe lei e suo fratello con il sorriso sulle labbra. Operosa, non ricorda Caterina di averla mai vista senza far niente, così a contemplare il cielo. Aveva sempre da fare che fosse cucinare o cucire, stirare, un movimento perpetuo e rassicurante che abituò il suo pensiero a vedere così la sua vita futura. Anche lei come sua madre avrebbe provveduto alla famiglia con amore e dedizione, anche lei si sarebbe gratificata di un bacio del marito, del sorriso di un figlio, cos'altro era importante.
Caterina era sufficientemente studiosa, così che intraprese gli studi magistrali, la madre era entusiasta della sua bambina, la vedeva già maestra in mezzo ai suoi alunni.
Durante il terzo anno di scuola superiore conobbe ad una festa di amici Massimo. Era un ragazzo dolce e riservato e corse subito tra loro una simpatia. Si scambiarono il numero di telefono e cominciarono a frequentarsi.
Massimo era un ragazzo speciale, bello con quegli occhi azzurro mare di primavera, quando il cielo è limpido e terso e l'acqua si riflette nell'azzurro del cielo riempiendolo.
Facevano lunghe passeggiate durante i loro incontri, a volte il silenzio sembrava interrotto solo dallo s

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   2 commenti     di: silvia leuzzi


Eleman (Capitolo 5: Verso una nuova notte)

Arrivò un giorno dopo. E come tutti i giorni dopo portò qualche segno di pentimento e molti dubbi. Per questo Eleman continuò a tempestare di SMS l'amico valtellinese. Eleman era preoccupato per il fatto che la sera prima si era ritrovato costretto a fare, per accedere al "Flexo" , prima e alla sauna dopo, la tessera "Arcigay" e pensava che per via di questa cosa, magari quelli dell'"Arci" avrebbero avuto la malaugurata idea di mandargli della pubblicità a casa, della madre... A quel punto Alessandro armato di tenera pazienza gli spiegò che non aveva nulla di che preoccuparsi, rassicurandolo che quelli dell'associazione italiana per la difesa dei diritti dei gay mica erano scemi, per lo meno non fino a quel punto! E mentre rassicurava il giovane amico, contemporaneamente rifiutava le chiamate in entrata dell'albanese "conosciuto" proprio mentre aspettava, alla stazione, l'arrivo dell'amico l'ultima volta che si erano visti.

*
Il mese di Febbraio non fu di certo il mese di Alessandro, che era riuscito, però nel frattempo a trovare un impiego, precarissimo, presso un Call Center della sua valle, perché in quel mese scoprì di aver un'infinità di malattie sessualmente trasmissibili, eccetto herpes genitale e il temibile AIDS, partendo dalla sifilide, però, per la quale si stava già curando.

Mentre l'altro nostro eroe, Eleman, continuava a vedersi, di nascosto dall'altro, perchè sapeva che dall'altro sarebbe stato giudicato, con Clemente, salvo poi lamentarsi di lui e di tali incontri clandestini tra loro due con l'altro. E Clemente, dal canto suo, invece continuava a fare il trentacinquenne con la sindrome di Peter Pan, e quindi l'orco "scopa-bambini" a tradimento, come se niente fosse, perché tanto alla fine lo salvava la sua innata simpatia.
Tra l'altro il quattordici Febbraio Clemente commise l'imperdonabile errore di invitare, per quel S. Valentino entrambi i ragazzi.
Le cose nella fattispecie andarono così: il mattino del quattordici,

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   1 commenti     di: frivolous b.


Incontro al buio

Avevo messo, tempo fa, un annuncio su una delle tante bacheche elettroniche che si trovano su internet. Fino a pochi giorni fa, non avevo ricevuto risposta da nessuna, ma tre giorni fa, ecco un'email. È una donna sui quarant'anni, decisa e sicura di sè. Ci incontriamo il giorno dopo, senza perdere tempo. Ci scambiamo qualche sms, giusto per stabilire un certo contatto e poi veniamo subito al dunque. Sono in albergo, mezz'ora prima dell'ora concordata. Ho chiuso ogni spiraglio: il buio è totale. Mando l'sms col numero della camera e vado in bagno ad attendere che lei spinga la porta che io ho lasciato socchiusa ed entri. Dopo pochi minuti sento la porta aprirsi, la stanza rischiararsi per un attimo, poi la sento richiudersi ed il buio ridiventa padrone di tutto. Lei si sdraia sul letto. Io esco dal bagno e a tentoni raggiungo il letto. Sento il suo respiro eccitato, un attimo prima che le mie mani si posino sul suo corpo caldo e pulsante di desiderio. Le mie mani corrono bramose sulla sua pelle, lottando contro i vestiti per godere del suo calore. La mia bocca cerca la sua e la trova con incredibile facilità: la sue labbra mi ricordano i cioccolatini al peperoncino. Sono dolcissime e allo stesso tempo roventi. La mia lingua s'intreccia alla sua, mentre gusto avidamente la sua saliva.
Si è vestita come avevo scritto io nell'email: gonna da sopra il ginocchio, calze autoreggenti, perizoma, nessun reggiseno. Le mie mani corrono gioiose sul suo seno. I capezzoli si eriggono impertinenti ad ogni passaggio delle mie mani. La sua pelle è morbida e calda. Il passaggio dal nylon delle calze alla serica pelle delle sue morbide cosce, mi fa impazzire di desiderio. Scosto il tassello delle mutandine ed intrufolo le dita tra le labbra del suo sesso, pulsante di voglia. È fradicio di umori. Le mie dita scorrono come anguille nei suoi recessi più intimi. Lei s'inarca dal piacere. Le sfilo il perizoma e mi tuffo letteralmente tra le sue cosce. La mia lingua è avidissima de

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   4 commenti     di: Dannunziano _


La terraferma specchiata dalla nave

Alla sera la nave petroliera stava ancora lì, quasi sulla linea dell'orizzonte, ferma nel mare, ormeggiata nell'attesa di chissà che cosa. Le luci sul ponte brillavano debolmente, lasciando immaginare qualche marinaio in coperta, con gli avambracci appoggiati sulla paratia, a parlare di donne e a fumarsi una sigaretta nella debole brezza della notte. Vista con quegli occhi, la terraferma era soltanto un profilo scuro e ondulato zeppo di grappoli di luci, sotto alle quali la gente passeggiava, godendosi il fresco e la serata. C'era tutto laggiù, in quella parte di mondo, e dalla distanza del braccio di mare che separava loro dalla terraferma, tutto appariva più semplice, più leggero, colmo di propositi a cui attendere, una volta sbarcati da quella nave puzzolente e oleosa, lentissima quando navigava a pieno carico. Eppure in quella lentezza si erano misurate tante volte le incommensurabili distanze, e così come si arrivava prima o poi ai terminal petroliferi di enormi raffinerie incendiate di apparente progresso e di lavoro, ugualmente per ciascun marinaio dallo stomaco robusto, ci doveva essere un futuro da qualche parte, un progetto giusto quanto un sogno, per chi aveva resistito per stagioni infinite nell'affrontare qualsiasi mareggiata, senza mai troppo scomporsi. Passò la notte, così, con la prua allungata in faccia al vento, e la mattina dopo la nave petroliera aveva salpato, e non c'era più in quell'angolo di mare.

   3 commenti     di: bruno magnolfi


Storia di una vita passata

Ogni volta che ascoltava musica classica le veniva da piangere, se chiudeva gli occhi si alzava e cominciava a improvvisare balletti classici, sebbene non avesse mai seguito corsi di danza.
Ad ogni movimento sfiorava i suoi ricordi, e l’aria li perforava, facendo uscire uno strano odore di infanzia passata, urla di bambini, e voci di sorelle che la svegliavano alle sedici del pomeriggio, poi note violente rompevano l’equilibrio, ed ecco che l’aria perforava altri ricordi, questa volta usciva l’odore che si sentiva all’ingresso della vecchia scuola Media, non molto, e ora, ora ecco arrivare il primo giorno di superiori, trasportati da tutti gli studenti stufi della solita routine, con le gambe tremanti. Il movimento si faceva più chiuso ora, e tanta voglia di gridare al mondo che quello era il suo
giorno. Poi, un altro movimento veloce, e allora usciva odore di macchina nuova, diciotto anni, la patente, poi la maturità, movimenti veloci ora, la prima lezione universitaria… La musica si spegneva. Lei accasciata in un angolo si alzava e se ne andava.
Giò, stanca di questo mondo, ventitreenne sicura di se, voleva essere diversa da tutti e poter camminare su un filo di lana ogni qual volta le sarebbe piaciuto farlo.
Viveva da sola in un piccolo appartamento per studenti universitari, se n’era andata di casa appena cominciata l’università, proponendola come scusa per andarsene via, per essere autonoma una volta per tutte. Lavorava la sera, in una piccola pizzeria in città chiamata: “Pizzeria Luna”, il mattino andava a lezione e il pomeriggio studiava, e i giorni che non doveva andare a lezione ne approfittava per sistemare casa e rilassarsi un po’. Non aveva tempo per conoscere i suoi vicini!
Questa mattina, Giò, si era svegliata con uno strano presentimento, sapeva che per qualche reazione chimica avvenuta dentro di se, quel giorno sarebbe successo qualcosa di sconvolgente. Solo quando alzò la cornetta del telefono squillante poté capir

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Il tarlo

Volevo dirtelo ma non me ne hai dato il tempo.
Era da un po’ che m’ero accorto dello strappo che non credevo irreparabile; addirittura pensavo ormai di essermi abituato a quella sensazione scomoda di libertà di cui godeva una pur piccola parte di me.
Ma mi faceva male!
Quando andavo a lavorare, al mattino, neppure m’accorgevo…non ricordavo, ma con il passare delle ore lo sguardo garbato dei colleghi sul mio passo cauto e lento e la loro silenziosa commiserazione nel vedermi cosi sofferente, mi facevano capire… e senza parlare ho sempre abbassato lo sguardo, fatto spallucce per poi sparire.
Ma credimi non poteva andare avanti cosi: il dolore che provo è sempre più forte! Per strada anche senza pensarci, nell’inconscio più remoto, come un tarlo, fuoriesce dal buco che lui stesso ha scavato e mi tortura: all’improvviso mi sento stringere, come in un cappio, e il sangue a momenti si ferma; poco dopo sento aumentare le pulsazioni che diventano sempre più violente: no! Non ce la faccio più!
L’altro giorno ero a casa: sandali e vestaglia da camera! All’improvviso è arrivato Lorenzo con sua moglie: mi hanno osservato dalla testa ai piedi e hanno visto le mie condizioni ma con la discrezione di cui solo loro sono capaci mi hanno distratto portando la loro e mia attenzione sul vaso cinese (orrendo! come dici tu) che ti ho regalato a Natale.
Tutti eravamo imbarazzati e io più degli altri!

Ma tu: dove sei tu in quei momenti? Perché non hai mai provato a rimediare, a ricucire: tu puoi farlo… tua madre l’avrebbe fatto!
Lo so: adesso sarebbe solo metterci una toppa. Ma a questo punto…tanto vale provarci. Anche solo tre settimane fa sarebbe bastato riprendere il filo per riannodare i nodi. Ma ora…
Io mi sto difendendo con le unghie: cerco di uscire il meno possibile ma spesso non ce la faccio: è difficile.
Spesso ho i crampi e per la rabbia me la prendo con il primo cinese che passa: SONO LORO CHE FABBRICANO CALZE CHE FACI

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   3 commenti     di: luigi demuro



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