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Racconti brevi

Pagine: 1234... ultimatutte

Petali...

Quando Rose… aprì la porta, si sentì invadere da un forte ed intenso odore; rimase stupita dallo spettacolo che si presentò ai suoi occhi.
Petali vellutati ed odorosi erano sparsi su tutto il pavimento, aveva timore a calpestarli.
La stanza era in penombra; i vetri, oscurati da splendidi tendaggi lasciavano, a tratti, filtrare gli ultimi raggi di un sole che volgeva al tramonto.
In un angolo vi era un tavolinetto, lei si avvicinò e vide: una bellissima rosa, dei cioccolatini, una bottiglia di champagne ed un rossetto.
Lui prese la rosa e gliela offrì, ma prima di dargliela depose un bacio su quei petali setosi, poi prese il rossetto e cominciò a contornarle le labbra quindi iniziò avidamente ad assaporarle; aveva atteso parecchio quei momenti e non riusciva a staccarsene e piano piano la sospingeva verso il letto.
Anche quello era tutto cosparso di petali di rose. Lui si allontanò solo per un attimo, il tempo di prendere lo champagne ed i cioccolatini.
Ne pose uno nella bocca di lei e riprese a baciarla; insieme ne condivisero il sapore…
I cioccolatini erano di una scioglievolezza incredibile, tutti fondenti ed aromatizzati al peperoncino, cannella e champagne… Accompagnarono quelle dolci delicatezze con dello champagne ghiacciato; qualche goccia cadde accidentalmente sul suo seno e la fece rabbrividire; lui rimediò, suggendola avidamente.
Messi da parte cioccolatini e champagne, le sciolse i capelli, passò le sue dita in quei riccioli scuri, e setosi poi con una leggera presa l’attirò a se, accarezzandola e baciandola…
Sentire l’essenza di lei… gli procurò un enorme desiderio. Finalmente si avverava tutto ciò che, per molto tempo, aveva sognato…
Il tocco delle sue mani era di una delicatezza estrema e lei se ne stava lì… Lì… a godere di tutto ciò che lui le offriva e prendeva…
F... R/C

   7 commenti     di: Feeling Rose


Vizi

Mocassini marroni, pantaloni di fustagno color cachi camice bianco e stetoscopio al collo. Avrà al massimo trent'anni, non mi guarda negli occhi si muove da un piede all'altro con impazienza, Pivello, penso, ma proprio in quel momento, come se avesse il dono soprannaturale di leggere la mente, apre bocca per dire qualcosa, per dire quella cosa, Al massimo tre mesi. Cerco di prendere fiato ma non ce la faccio, i polmoni si rifiutano di fare il loro lavoro, il cuore salta due battiti e mi trovo senza più saliva in bocca, Lo ammetto sono fragile ma quando arriverà il momento non avrò paura, avevo pensato, ma non è andata così. Era ovvio che non sarebbe andata cosi. La morte spaventa anche il peggiore degli uomini quando implacabile si presenta alla sua porta. Nessuno di voi mi conosce ma voglio comunque raccontare la mia breve storia, penso che chiunque abbia il diritto di farlo, e poi se non vuoi leggere o hai di meglio da fare liberissimo di smettere adesso, amici come prima. Avevo un vizio, solo uno, e per questo credevo di essere al sicuro, pensavo che in fondo se non mi fossi drogato, non mi fossi buttato sull'alcool, un misero vizio avrei anche potuto permettermelo e quindi cominciai. All'inizio per provare, lo fanno tutti, mi sento figo, il gesto mi piace, tutto sommato hanno anche un buon gusto e altre stronzate simili, poi però passai da un paio a mezzo pacchetto al giorno ma mi dicevo, Io non ho il vizio, vedevo gli altri stare male, vent'anni di vizi credendo di non avere vizi ma la realtà non è questa. La verità è che anche se non crediamo di avere il vizio, anche se riusciamo a stare uno, due mesi senza ricascarci alla fine apriremo quel fottuto pacchetto ne tireremo fuori una e ce la metteremo in bocca, perché ci piace il gesto, ci fa passare il tempo ci fa sentire meno soli e tutte le stronzate di cui sopra, perché quelle stronzate sono vere, per quanto mi riguarda ne ho bisogno, forse non è un vizio ma voglio farlo, voglio farlo perché

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   0 commenti     di: Marco Cosaro


Il vento nel mese di maggio

L’aquilone volava su e giù, a zic zac e la cordicella era tesa come la nota acuta di una tromba. Gli occhi blu del bimbo luccicavano.
Alessandro si girò e si mise a correre sul prato.
“Alessandro non allontanarti troppo mi raccomando, ” gridò la mamma.
“Mammina, guarda, guarda com’è bello!”
“Alessandro!”
“Tranquillizzati Teresa, qui non c’è nessun pericolo,” le disse Marcello.
“Mi dispiace Marcello, ma è la prima volta che usciamo dalla città,” rispose triste Teresa.
Marcello prese la mano di Teresa e la baciò.
“Teresa mi vuoi sposare?”
“Lo sai.”
“Ti amo più di me stesso. Teresa, perché aspettare?”
“Ci sposeremo tesoro, non insistere.”
Teresa si era alzata dalla coperta su cui era sdraiata. Sentiva un pericolo.
“Alessandro! Alessandro! Ma dove è andato a cacciarsi?”
“Vedi l’aquilone?,” disse Marcello, “Alessandro è sotto quegli alberi, non può sentirti da qui.”
“Sono preoccupata Marcello, vado a vedere.”
Teresa si mosse verso gli alberi.
Sotto di lei l'impolverato tappeto di denti di leone ondeggiò nell'aria. Marcello la raggiunse e la trattenne per un braccio.
“Tesoro mio, baciami, quanto sei bella.”
“Lo so, lo so,” sospirò Teresa.
La vita gli aveva finalmente sorriso, pensò Marcello. Lui, Marcello, cinquant’anni passati da solo; lui, aver trovato una ragazza così attraente e giovane, era proprio qualcosa che non aveva più osato sperare. Il vento nel mese di maggio gli entrò negli occhi e una lacrima scivolò giù bagnandogli il volto.



La duchessa del Break the ice e il suo prescelto (Rosalba volpe)

L'unico legame con il proprio ingombrante passato da dimenticare è questo:il gesto di infilare le chiavi nella serratura. Un gesto, questo, che le ha sempre procurato angoscia. Primo perché non si ricorda mai da che parte girare per aprire o per chiudere, cosa, che inevitabilmente, le fa perdere un sacco di tempo, a lei, che di tempo da perdere non ne ha, mai. E secondo perché ha da sempre vissuto le chiavi come un simbolo di responsabilità "scottante", troppo scottante per una sbadata cronica come lei, che le ha sempre perse in qualche angolo remoto della sua borsa, ovviamente, quando le è anche andata bene...

Sta volta ce la fa e così riesce a penetrare dentro al primo colpo. E ora si trova all'interno del suo appartamento, a casa sua. Che, di fatto, è un superattico nella periferia di Monza-città, e l'unico motivo per cui non si trova in pieno centro è perché lei ha voluto così. In fondo la periferia le dà più un senso di "campagna selvaggia" che la fa impazzire. Anche perché, poi, si trova sempre e comunque a due passi dalla stazione dei treni, che un tempo le era così utile.

La nuova lampada al neon in cucina, accidenti a lei, fa ancora le bizze. Sberluscia un po'. Sembra una lucciola impazzita. Rosalba Volpe con calma e nonchalance si toglie una zeppa tacco dodici-perché lei sa che altezza fa mezza bellezza, e soprattutto se finta- da uno dei suoi non certo piedini e ne tanto meno di fata, e la lancia contro il nuovo lampadario, stabilizzandolo.
Le sarebbe dispiaciuto cambiarne un altro, con quello che le era costato... così moderno e all'avanguardia!

In casa sua c'è il tipico odore del gallo castrato, ovvero un aroma vanigliato misto a un non so che di muschiato: un vago sentore di dolce biscottone nauseante. Tutto è finto in questa casa persino la proprietaria.

Rosalba si lascia avvolgere e coccolare da questo suo odore caldo e appiccicoso. E ora, alle 2:00 del mattino, grazie a "cazzo de Buddha" nessuno dei s

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   4 commenti     di: frivolous b.


Si è fatto tardi, piove e il gatto ha fame

Una folata di vento gelido e umido lo sospinse oltre la porta. Fradicio di pioggia e coi crampi allo stomaco. Lasciò all'attaccapanni l'impermeabile e, con passo incerto per i piedi intorpiditi dal freddo, raggiunse il suo tavolino. Nell'angolo accanto alle cucine. Quello ormai era il suo posto, anche d'estate, quando il calore si trasformava da sollievo in tortura. In quell'angolo, dove consumava i suoi pasti da oltre dieci anni, tramortiva le ore osservando il via vai dei commensali, fantasticando sulle loro facce, sui loro pensieri. Rimestando tra le aspettative e gli sbagli del passato.

Sulla sedia vuota di fronte ogni giorno sedeva qualcuno. Il più delle volte se stesso. E i colloqui erano fitti e burrascosi, raramente sereni. Ma quella che lo faceva uscire sistematicamente dai gangheri era la sua compagna d'un tempo. L'unica. Gli si parava davanti all'improvviso e, piluccando il solito grissino fra i denti, sparava la sua filippica, antica quanto immutatamente astiosa, stantia. Perciò, a periodi, prima di sedersi, prendeva quella sedia e la spingeva sotto un altro tavolo.

La gente che, pian piano, riempì la trattoria non s'era vista da mesi. S'era persino formata una piccola coda in attesa, sotto la pioggia. Da un momento all'altro avrebbe perso la sua tranquillità, il suo silenzio. Quel posto vuoto sarebbe stato ben presto preso di mira e occupato. Si mise così a testa bassa, senza alzare più lo sguardo. Come a scuola, per evitare di essere interrogato. L'espediente, collaudato e vincente tra i banchi, si rivelò fallimentare tra l'aroma del ragù e il tintinnio dei bicchieri. Così quando finalmente dovette rialzare la testa, per dare sollievo all'artrosi cervicale, si ritrovò di fronte una giovane donna dagli occhi colore delle castagne mature. Coi capelli appiccati sulla testa e sulle guance. Il suo sguardo, tra un boccone e l'altro, era penetrante, intrigante. E in pochi attimi ne fu affascinato.

I loro occhi sussurrarono senza fine,

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   1 commenti     di: KnockOut


L’eredità di Viky Adams

Vicky Adams entrò nella banca, alzò all'improvviso la grossa pistola tenendola diritta davanti a sé, fece qualche passo e incominciò a muoversi in circolo, poi freddamente sparò. Il proiettile andò a ficcarsi dentro la pancia di un cliente.
Coraggiosa e insensibile Vicky intimò:
“Mani in alto, questa è una rapina con omicidio se qualcuno si muove parte un altro colpo.”
Ci fu un adocchiarsi generale e un po’ di confusione; alcuni stettero fermi altri alzarono le braccia alcuni si buttarono a terra.
Risuonò un altro colpo:
“In piedi per Dio! Ho detto di non muoversi.”
Increduli s’irrigidirono tutti; la donna a terra era stata colpita al collo e il sangue fuoriusciva a fiotti. La paura cresceva:
“Ho detto tutti in piedi e le mani in alto. Nessuno si muova!”
Le persone lentamente si alzarono. Tenevano le mani sul capo con le loro facce nascoste tra le braccia.
Nel centro del salone una bimba non riusciva a muoversi e continuava singhiozzare. Era in ginocchio, soffocata quasi dalla paura.
“Qualcuno si occupi di quella bimba!” gridò Vicky.
Nessuno si spostò. Vicky sparò di nuovo. La bimba fu spinta all’indietro da una forza invisibile e violenta, una scarpetta s’era sfilata e ora giaceva capovolta.

“Quale orrore.”
“Lo so Francesco,”
“Eva tu devi vivere la tua vita.”
“Era mia madre, Francesco.”
“Capisco, ma è successo tanti anni fa. Devi pensare a te, a noi, ai nostri bambini.”
“Non posso tenere questi soldi, Francesco,”
“Eva… tua madre l’ha fatto per te.”
“Non posso vivere con questo pensiero.”

Da chissà dove era giunta loro una valigia piena di soldi: il colpo eseguito quindici anni prima dalla madre di Eva, Viky Adams.
Francesco insisteva:
“Abbiamo bisogno di quei soldi, Eva…”



Per la Via Cassia

È comodamente seduto sul suo divano di salotto. Il signor Ferrini, ottanta anni vissuti intensamente. In pensione da più di dieci, appassionato di bricolage. Una vita alle ferrovie, due figlie, vedovo oramai da cinque anni. La foto essenziale in bianco e nero racchiusa in una cornice argento semplice, di sua moglie, Elisabetta. La sul cassettone vecchio stile. Come un santino a proteggerlo. Lei ripresa negli anni quaranta, in quelle foto in bianco e nero che mettono in risalto un volto bellissimo. La donna della sua vita. Il loro un amore ancora vivo, nonostante la morte di lei. Che talvolta mentre si accinge a mettersi il pigiama, prima di mettersi a letto, gli pare di averla accanto. "Mi raccomando Giuseppe, ricordati domani mattina delle commissioni da fare in banca. Lo sai, ti accompagnerei volentieri, ma devo andare da Lucia, il bimbo deve andare dal pediatra, lo porto io, lei è al lavoro".

La villetta in cui abita è sulla strada provinciale. Ci corrono talvolta come per il rally specialente a certe ore di notte. Lui di notte li sente passare quando stà per addormentasri al piano primo, sopra il salotto. Sgommate, frenate, velocità esagerata e in più quell'incrocio, della strada che costeggia la sua casa dove c'è lo stopo anziche il semaforo. Come ogni mattina sfoglia il giornale dopo il caffè poi dovrà uscire per raggiungere il mercatino in piazza del venerdì. Alla pagina della cronaca, in lui, un senso di inquietudine. Ecco un nuovo dramma, non le leggere queste cose, la voce di Elisabetta lo consiglia continuamente, ti mettono tristezza. Lui sorride e continua la lettura. Incidente d'auto. Cinque giovani dopo notte brava all'alba si scontrano su un'autostrada. Morti sul colpo. Un brivido gli corre sulla schiena. Meno male che le sue figlie, oramai cresciute, da questo punto di vista non lo hanno mai preoccupato.

Ma l'imponderabile e lo scorrere della vita è tortuoso, difficile, non ci sono più sicurezze. Continua a leggere e passa alla

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   1 commenti     di: Raffaele Arena



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