PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultima

11 settembre

Mi ricordo, anche se ero un bambino, quando uccisero il presidente John Kennedy.
Sentii la notizia alla radio, in casa, e percepii senza comprendere, che si trattava di una faccenda drammatica per il mondo intero.
Molti anni dopo, ricordo perfettamente il giorno del rapimento di Aldo Moro, e capii cosa stava succedendo, e percepii la tensione che si stava accumulando nel nostro Paese.
Di entrambi questi avvenimenti politici, ho presente, nel momento che li appresi, dove mi trovassi, cosa stessi facendo e che sensazioni provai: e queste cose posso in qualunque momento riviverle nella mia mente.

Accade più o meno la stessa cosa, l'11 settembre 2001.
Quel giorno mi trovavo a Venezia, quando seppi degli aerei fatti schiantare sulle torri di New York. Ho letto da qualche parte che l'11 settembre 2001, dalla Terra saliva, e si poteva avvertire, un "brusio", non meglio definibile. Ebbene, a Venezia quel pomeriggio, ho udito quel "brusio", ma in quel momento non capivo di cosa si trattasse.
Apparentemente la vita procedeva come sempre, lo sciamare dei turisti, i commercianti che si facevano i loro affari: in realtà la gente si comunicava quel che era accaduto e che ancora stava accadendo, ma lo faceva con cautela, quasi sommessamente, bisbigliando. Nei bar, la gente guardava muta, o appunto, mormorando qualche parola, la televisione, e poi dopo qualche minuto, silenziosamente se ne andava.
Era la paura, la gente era semplicemente spaventata.
Quel brusio che si innalzava dal globo terracqueo, soltanto quel manipolo di alieni che scorrazzano inafferrabili sulle loro astronavi sopra le nostre teste, saprebbe descriverlo, o gli angeli del cielo.

Col passare dei giorni la preoccupazione si attenuava, e un po' anche il turbamento per quell'orrore ampiamente descritto dai media, ma persisteva insidiosa, l'inquietudine del futuro. Già si preparava la guerra in Afganistan, con tutto ciò che significava, fra favorevoli e contrari, a un conflitto nel paese dove aveva

[continua a leggere...]

   16 commenti     di: Ellebi


La strada per l'amore

"Sai che ti voglio bene," disse Robert.
"Tu non lo vuoi davvero, lo dici e basta!"
"Sei la mia ragazza Helena!"
"Basta, non ne posso più."
"Ti voglio bene, più di tutte le altre."
"Cosa di più?"
"Cinque o sei volte di più."
"Non fai che prendermi in giro Robert."
"Ti voglio veramente bene Helena... così non può continuare."
"Fare la puttana! Non credere di essere l'unico."
"È l'unica cosa che so fare Helena."
"Se lo facessi io Robert? Se mi ci mettessi io a fare la puttana?"
"Non è così facile."
"Stronzate, la mia cosina saprà cavarsela."
"Non è un lavoro per la tua cosina."
"Si vedrà!"
Helena si slacciò la cintura di sicurezza, uscì dalla macchina, sbatté la portiera e salì sul marciapiede.
Robert era fermo al semaforo e seguì Helena con lo sguardo fino dietro l'angolo. La luce verde si accese e la fila di macchine si mise in moto. Robert pigiò l'acceleratore e con la coda dell'occhio la vide allontanarsi.

Robert seguì il traffico fino fuori città. Andava da Linda, 43 anni, da 13 anni sposata con un commerciante. Linda aveva 2 bambini: Tony e Maria. Era tutto quello che sapeva di Linda.
Robert avrebbe parcheggiato la sua macchina ad un chilometro dalla casa di Linda e avrebbe corso per 900 metri. Robert aveva quarant'anni e in ottima forma: 900 metri di corsa, sotto il sole ancora caldo del tardo pomeriggio, sarebbero stati più che a sufficienza (voleva andare sul sicuro: sarebbe entrato in cucina, madido di sudore; era così che Linda voleva essere scopata.)
Dopo Linda, Robert pensò a Helena.
Decise di telefonarle più tardi.
Il traffico era intenso e procedeva lentamente. Helena era veramente un'anima gentile. Gli dispiaceva. Helena si meritava di meglio. Adesso toccava a lui.
Parcheggiò la macchina sul vialetto davanti casa. Nella buca delle lettere trovò la solita robaccia. Ci avrebbe pensato domani.
Si tolse le scarpe, si sbottonò la camicia, si sfilò i pantaloni, le mutande e le calze, arrotolò il tutto at

[continua a leggere...]



Questione di banco

Al funerale siamo stati grandi, la Terza A tutta all'ultimo banco, anzi in piedi, dopo l'ultimo banco in chiesa, da conquistare come a scuola.
Gli altri posti li abbiamo lasciati agli altri perché siamo entrati per ultimi, siamo rimasti accostati lungo il muro della chiesa, in fila per uno, come alle elementari.
Ad un certo punto mi sono sentito un braccio intorno al mio, di una compagna di classe con la quale, in cinque anni di liceo, avremo scambiato dieci parole alla settimana... però li... beh eravamo tutti in sospensione... se non fosse che era per una occasione così direi che meglio, tutti, non ci saremo potuti comportare... meglio che al tempo del liceo... C'è chi fa sempre l'ironico ma l'ho sentito che rompeva il fiato per non scoppiare... nessuno lo ha fatto.
Sobri come era lui.
Quando il sabato mi sono risvegliato dalla piccola pennichella e mi sono messo al computer per cazzeggiare quelli strani messaggi con il ciao che precedeva il nome... ma come, come può essere? Ed era così!
Allora mi sono venuti in mente quei tre anni di liceo, da compagni di banco in classe e di tanti pomeriggi passati a casa sua facendo finta di studiare, perché la grande terrazza sull'attico di via Doveri attirava di più con il suo canestro ad altezza tale, che sembrava di essere come i giocatori veri...
Prima della terrazza, però, c'era da vedere il Giro d'Italia sulla televisione a colori, una rarità nel '79, negli anni del duello tra Saronni e Moser che a maggio non si poteva perdere... insomma tutto valeva per non mettersi a studiare su "Living english structure for School"(se si scriveva così), un piccolo ed orrendo libro arancio pallido di esercizi di inglese del quale si sarebbe fatto volentieri a meno, come di "Aspettando Godot" del quale, furbi come volpi, avevamo comprato la versione italiana per tradurre meglio le pagine che la Neda ci assegnava...
Il teatro era dell'assurdo, ma anche le parole non erano tradotte alla lettera... fallimento!
L'in

[continua a leggere...]



Il cuore in frigo

Non riusciva a capire come mai quella cosa lo tormentasse tanto. Una cosa di poco conto, ma per lui quella cosa era diventata tanto importante che non credeva di poter vivere senza.
Andò dallo psichiatra.
“Dove l’ha messo?”
“L’ho messo in frigorifero avvolto nella carta stagnola.”
“Come ha fatto a recuperarlo?”
“È stata mia madre.”
“Ma la cosa è illegale, lo sa questo?”
“Mia madre faceva la levatrice, è stato facile per lei organizzare la faccenda; poi quando l’hanno spenta, sei mesi fa, me l’ha fatto avere dentro un pacco. Sono sei mesi che non sto bene Signor Psichiatra.”
“In ogni caso lei dovrebbe riconsegnarlo alle autorità.”
“Mi vuole denunciare?”
“No, voglio che lei guarisca Signor Curtez.”
“Come faccio a vivere senza?”
“Lei sta vivendo senza! Il suo cuore è dentro un frigorifero e lei vive ancora.”
“Ma ne ho bisogno!”
“Lei non ne ha bisogno. Questi sono solo guai.”
“È da quando lo tengo in frigorifero che non riesco immaginare una vita senza il mio cuore.”
“In ogni caso non serve più a niente, non c’è modo di rimetterlo dentro...”
“A me basta saperlo dentro il mio frigo e la cosa mi va anche bene.”
“Allora perché è venuto da me?”
“È lei lo Psichiatra; me lo dica.”
“Ha forse paura?”
“Paura di...”
“Paura e basta.”
“Sì, da quando ho il mio cuore nel frigorifero ho paura che qualcuno venga a mangiarlo.”
“In quanti vivete nella cella?”
“Siamo in sei.”
“Vediamo,” disse lo Psichiatra e consultò l’ordinatore sulla scrivania: C u r t e z... aspettò qualche secondo; il computer fece cru, cru, cru.
“Mah, i suoi cinque compagni sono vegetariani; non rischia poi più di quel tanto.”
“Con noi ci sta anche un gatto.”
“I gatti non aprono i frigoriferi.”
“Dottore, ho paura che i miei compagni gettino al gatto il mio cuore!”
“Perché lo farebbero?”
“Sono invidiosi.”
“Invidiosi perché lei ha un

[continua a leggere...]



Macaia

Bruno pescava con i "filaccioni", cordicelle raggomitolate su un grosso sughero al quale era attaccato un nylon da pesca, molto grosso, che terminava con un amo dell'otto.
Ne aveva molti, stivati nella cantina umida che sapeva di "macaia": li calava la notte, per pescare murene e polpi, recuperandoli la mattina presto.
Solitamente, però, prendeva i gronghi; serpenti di mare, anche di grosse dimensioni, utili per fare la minestra di pesce, da mangiare a tranci o nel cacciucco.
Quando erano troppi, c'era da trovare qualcuno che li volesse, perché il grongo non era molto apprezzato.
Di cucinare, comunque, si occupava Albertina, sua moglie, perché lui non sapeva cuocere neanche un uovo.


Centodieci salmastro



L'oroscopo

8 am. Francesca si sveglia, ascolta alla radio l'oroscopo del giorno, lei crede molto a quello che dice Paolo Fox. Francesca è una ventenne, single e del segno del Toro. Secondo le affinità di coppia, il suo lui dovrebbe essere Toro, Cancro o Vergine. Questa mattina l'oroscopo dice che incontrerà un ragazzo speciale, con cui potrà nascere qualcosa di serio. Improvvisamente i suoi occhi ancora socchiusi, che fissavano stancamente la tazza del latte, iniziano a luccicare di gioia. Corre in bagno a prepararsi, trucco, venti minuti a scegliere il vestito da indossare (quello deciso la sera prima non va più bene, ieri non era in programma di incontrare qualcuno), poi di corsa alla metro, poiché è già tardi e il corso all'università inizia tra meno di venti minuti. Sale nella metro, si guarda intorno, "sarà qui che lo incontro? " pensa mentre inizia a fissare un simpatico biondino seduto in fondo al vagone. Scende alla fermata dell'università e vede che il biondino la segue e entra nella sua stessa aula, anche lui in ritardo e entrambi si siedono nell'ultima fila. In questo momento lei ne ha la certezza, ecco l'ha incontrato, l'oroscopo aveva ragione, è carino, è seduto accanto a lei e le sorride. Allora decide di presentarsi, e sorridendogli dice "anche tu stamattina non hai sentito la sveglia, eh?", lui ricambia il sorriso e iniziano a parlare. Per ora di pranzo si sono già scambiati i numeri di telefono, e prima di lasciare l'università hanno già preso accordi per incontrarsi in serata. Incredibile, come sempre Paolo Fox aveva ragione. Ovviamente 3 ore per prepararsi per andare al cinema con lui non sono molte, ma Francesca cercherà di fare del suo meglio. Ecco sono le 9, lei arriva con i canonici 20 minuti di ritardo ma tanto il film inizia alle 21. 30, e lui è già lì ad aspettarla, per nulla infastidito dal ritardo, con i biglietti e i pop-corn già in mano e con un sorriso sul volto. Stasera è ancora più bello di stamattina. Una bellissima sera

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: G G


Difficile da emulare

Quanti pensieri che mi cadono in declino e rammentando striscio nell'unico angolo ebbro di felicità di lei vigile sulla mia adolescenza di una piccola operazione.
Poi buio, ancora adesso cado miseramente ma, sono solo brevissimi dialoghi fatti di nullità.
Cerco con tutte le mie forze, se mai me ne sono rimaste, di alleviare questi brevi incontri che sfociano inevitabilmente in rancori e rabbia.
Ho tentato di vigilare sulle confidenze, mi sono fatta fornitrice d'ascolto, sono scesa nell'intimo ma, vi ho accolto solo critiche.
Ho subito presunzioni, divieti, sono stata degenerata in puro sfoggio di prepotenza verbale e menzogne, essendo l'unico privilegio dell'uomo.
La mia mente allora, rivestita di abiti succinti che sfiorano l'indecenza, mi dissi;non merita di vivere ma, essa è pur sempre un'espressione della vita.
Mi ha allevato come serva della famiglia, forse inconsciamente non so, mi sono sentita ricattata e defraudata di quel compito che si chiama figlia ma, evidentemente non appartengo a questa casta, ci siamo perse il successo che unisce madre e figlia e con dolorosa fatica mi sono svegliata dall'abitudine, ormai consolidata del ruolo.
Quante volte ho desiderato anche un abbraccio sospeso, quante volte ho cercato addirittura di mercanteggiare ma, l'aria che è intorno a me è così calda che mi sembra di avere un cappotto adosso e allora straccio via con prepotenza quel pastrano che mi limita il respiro.
Essa è ancora altera, cieca ai suoi difetti, sorda ad ogni spiegazione, tenta di piegarsi come un fiore da una parte all'altra ma, è così forte questa sua collera nel distruggere tutto ciò che mi sono costruita sia pur con fatica ma, con orgoglio la mia esistenza.
Nella nebbia della sua gelosia e invidia porta avanti quel corpo anziano ma, di una mente ancora lucidissima, ed io ormai, impolverata dall'incomprensione, mi nutro di un odio profondo, difficile da emulare.

   8 commenti     di: augusta



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata