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Racconti brevi

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Come cambiano le cose

È strano come cambiano le cose dopo il matrimonio. Un giorno, parecchi tempi dopo il mio matrimonio, sento il marito più bravo del mondo, che sarebbe il mio che mormorava in modo lamentoso :
- Eh, ma come mai non mi ero acorto del tuo naso!
Io stai zita e pensavo che forse non c'e l'aveva con me. La prima volta non gli ho dato tanta importanza. Ma la seconda, sono andata dai miei vicini di casa e mi sono presa in prestito parechi spechi. Mi sono chiusa dentro la mia stanza e per ore guardavo il mio naso. L'ho guardato da sopra, ai lati, in profilo, semiprofilo, in ogni posizione che si puo vedere questo beato naso. Dire la verita avevo paura che il mio naso era cambiato, chissa cosa gli era successo dopo il mio matrimonio. Ma no. Era lo stesso, veramente per niente bello, ma era lo stesso. Li dico al mio marito :
- Ma io, ho avuto sempre questo naso!
E lui mi risponde :
- Davvero!? Forse, a me non sembra lo stesso.
Pensai e pensai come era possibile non poter vedere un naso. Puoi nascondere tanti diffeti, ma il naso... neanche il Creatore non te lo puo nascondere. Alla fine, la conclusione era che mio marito aveva subito qualcosa di strano negli occhi o... nel cervello, e decisi di non parlare più di questo discorso. Ma non era detto. Dopo due settimane lo sentii che mi chiamava :
- Nasone!
Vado in camera a vedere chi era quel rispettato nasone. Nessun altro li dentro, solo io ed lui. Credevo che avevo sentito malle.
- Nasone, portami una birra!
L'ho capito bene. Quel rispettato nasone ero io.
- Come mai mi chiami nasone?
- Perche no, guardati che naso che hai!
- Veramente? Vai a cercarti un bel naso!
In poche parole abbiamo bisticiato, eccome. Dopo il nasone erano altri bei nomi per il mio povero naso e mi sono arrabbiata tanto. Alla fine, lui l'indomani doveva andare dall'avvocato per cominciare le pratiche per il divorzio.

Sono passati molto anni. L'

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   6 commenti     di: suzana Kuqi


Il dalmata

I colpi esplosero nel silenzio. Nessuno notò che al mondo c'era un suono in meno.
Lo scrosciare del sangue nelle vene si era fermato, il ritmo cadenzato del mare aveva lasciato il posto al nulla; i polmoni smisero di cercare l'aria, bucati da un fischio di ferro.
Non c'era più movimento, l'elettricità era solo un ricordo; adesso i suoi atomi erano in viaggio per divenire componenti di un nuovo corpo: il mito della della reincarnazione fatto realtà.
Un tonfo sul pavimento di legno. La polvere si sollevò quando la massa del cadavere prese il posto riservatole da anni.
Il cucciolo di dalmata che aveva adottato da qualche mese guaitò e andò a nascondersi sotto la scrivania. Ci mise un'ora a capire che era tornato il silenzio, quando si avvicinò al corpo, ne annusò la pozzanghera di sangue e si accucciò al suo fianco.
Claudia lo ritrovò morto quando rientrò dalle vacanze.
Era passato un mese.

   9 commenti     di: Ethel Vicard


Pioggie estive

La pioggia precipitava dalle nuvole leggera e sottile, ma pungeva come mille aghi. Scendeva sul viso di Vittoria che correva sul marciapiede, nel vano tentativo di trovare un riparo al più presto.
Una pioggia improvvisa, tipica dell’estate, l’aveva colta di sorpresa mentre passeggiava diretta al mare.
Le nuvole si rincorrevano e scontravano. Da lì a poco la pioggia sarebbe diventata violenta, almeno era questo quello che prometteva il cielo cupo che andava serrandosi sopra la sua testa.
Vittoria vide un ragazzo ripararsi sotto una balconata. Prese la palla in balzo e vi si precipitò, a sua volta, quasi scontrandolo.
Un bel ragazzo, più alto di lei. Dai capelli corti a spina che la pioggia aveva scompigliato. Neri come i suoi occhi scurissimi. Un viso delicato e dolce. Indossava dei jeans larghi bagnati fino a metà gamba.
“Chissà come mai!” pensò.
Un giubbottino di jeans appena toccato da qualche goccia.

Marino se la trovò solo di fronte all’improvviso.
I capelli rossi di Vittoria erano diventati più scuri nei punti bagnati dalla pioggia. Il viso chiaro riluceva per le gocce che le scorrevano sulle gote.
Le lentiggini sul naso erano deliziose e rosate. Il vestitino bagnato aveva aderito ai suoi seni, nudi sotto la veste.
“Non porta il reggiseno” pensò “ in effetti con il caldo che faceva era meglio togliere che mettere!”
La pelle chiara traspariva dal tessuto leggero e lui si sentì avvampare.
La pioggia aumentò ed il cielo diveniva sempre più tetro.
“Che bella che sei!” continuò a pensare Marino guardandola di nascosto.
La pioggia rimbalzava sul marciapiede e contro i muri. Le bagnava la gonna che aderiva alle sue gambe morbide e lisce.
Lui sentì un brivido salirgli lungo la schiena, non certo per il freddo, la sua eccitazione andava aumentando.
“Sarà meglio non guardarla!” pensò, ma il pensiero differiva dalle sue azioni. Lo sguardo oscillava dalle gambe, alle cosce, al seno, al viso ed alle labbra.

V

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Tra i due litiganti

Quanto dura il vero amore? Quanti giorni, quanti mesi o anni prima di svanire? Prima di liquefarsi e sfumare?
Romeo e Giulietta si sono amati per 5 giorni.
Vale la pena sacrificare tutto all'amore?
Credere o non credere all'amore? Tanto poi tra i due litiganti il terzo gode: la morte, che se ne frega.

Lui l'amava più di se stesso e lei ne era schiava, totalmente in suo potere.
Purtroppo il loro era un amore non ben voluto. Il padre di lei non voleva. E non voleva sentirne ragioni.
Poi un giorno lei aveva fatto le valigie, un borsone con i ricordi più belli, e aveva deciso di scappare. Con lui. Per essere felici.
Stava per attraversare la soglia di casa e già vedeva la luce al di là delle pareti quando la massiccia figura di suo padre si intromise tra lei e la via di fuga.
-dove vai?
-via
E lui era lì fuori ad aspettarla. A fremere davanti a quella scena.
-tu non andrai da nessuna parte. Resterai qui e non lo vedrai mai più.
Lei non provò neanche a rispondere. Decise che non avrebbe sprecato altro fiato. Tanto era inutile.
Si chinò, aprì appena la cerniera del borsone e ne estrasse una pistola. E la puntò verso di sé.
- io non resterò qui in ogni caso
Il ragazzo si gettò in casa per abbracciarla scostando con violenza quella figura poco paterna che li ostacolava
-no amore, ti prego! non farlo.
Le tolse piano la pistola dalle mani e la puntò verso di sè
-se qualcuno qui deve togliere il disturbo sono io. scusa amore.
-no amore, tu non centri niente... sono io quella che dovrebbe morire...
-non te lo permetterò mai... è stata tutta colpa mia... se tu non mi avessi mai incontrato...
Quello che interruppe il loro macabro litigio fu una risata più forte delle lacrime di entrambi.
Quell'uomo stava ridendo di gusto.
-ah ah ah che vorreste fare? Ah ha vorreste farmi credere che quella pistola è vera? Ma fatemi il piacere! Siete proprio ridicoli.-rideva così forte che quasi non riusciva a parlare- Credete così tanto nell'amo

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   5 commenti     di: ayumi


C'era una volta

C'era una volta tanto tempo fa una ragazza tanto bella che persino il vento avrebbe voluto restare tra i suoi capelli ricci per sempre, aveva tanti sogni e li viveva sempre in ogni cosa che faceva li metteva, tutti quelli che la conoscevano dicevano che era una ragazza semplice e per questo credevano che non avesse spessore, che fosse troppo ingenua e superficiale per vedere la vita reale.
Io la notai subito, fin dalla prima volta che la vedi capii che lei era diversa, nei suoi occhi si nascondeva il mondo intero e nel suo sorriso beh risplendeva tutto il resto, in un attimo mi rapi il cuore, non potevo farne a meno, era lei che mi faceva respirare.
Una bella notte d'estate, la ricordo molto bene perché faceva fin troppo freddo per quella stagione, eravamo sole io e lei, avrei voluto poter imbottigliare quel momento e quel sentimento che mi si agitava dentro in una bella bottiglia così da poterglieli mostrare ogni volta che le sarebbe comparsa quell'espressione triste che le saliva sul volto di tanto in tanto così che potessero ridarle la gioia, mentre questi dolci pensieri ciondolavano beati nella mia mente apparve un uomo, all'inizio non riuscivo a capire chi fosse, nascosto com'era dietro quella pianta ma ricordo che lei gli corse in contro senza esitazioni con il viso luminoso, così dedussi che era suo padre. Lei adorava suo padre e non l'avrebbe scambiato per nulla al mondo, neanche per me... già neanche per me, comunque anche lei era sparita dalla mia visuale ed io ero li ad aspettarla come sempre e d'un tratto la vidi correre via spaventata con suo padre che la rincorreva, ora riuscivo a vederlo bene in faccia, stavo esplodendo di rabbia mentre lo vidi prenderla e farle delle cose orribili come se fosse una qualsiasi donnaccia, avrei tanto voluto fare qualcosa, avrei voluto ucciderlo ma imprigionata come sono quassù non potevo fare nulla, potevo solo illuminare quel peccato mortale che si stava compiendo sotto i miei occhi, quell'orribile at

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A piedi nudi

La sveglia era suonata alle sette come tutte le mattine, Ivan doveva
alzarsi; era il giorno dell'esame. Si svegliò ancora intorpidito che
tremava per il freddo, si lavò e si vestì macchinalmente, dopodiché
prese il caffè e scambiò due parole da automa con la madre. Salì la
rampa di scale che portava in camera sua e si diresse verso l'angolo in
cui teneva le scarpe, dietro il letto. Quando vide che queste non erano
al solito posto, rimase fermo come intontito; dopo un minuto
d'orologio, resosi conto che effettivamente le scarpe non c'erano, si
riprese dal torpore e incominciò a cercarle per tutta la stanza
rabbiosamente, spostando il letto, la sedia e il mobilio. Le scarpe non
c'erano e la stanza era stata messa a soqquadro.
Ivan scese le scale imprecando per l'inattesa perdita di tempo; quello
destinato a prepararsi era contato al minuto e non c'era il minimo
margine d'errore perché aveva ottimizzato il tutto per dormire più a
lungo possibile.
La madre era uscita di casa per andare al lavoro e aveva appiccicato un
post-it giallo sul frigorifero: "Ti ho lasciato la pasta da scaldare per
pranzo", Ivan lo lesse dopodiché ebbe un gesto di stizza per aver perso
altro prezioso tempo inutilmente.
Si mise a cercare nella scarpiera, aprì i cassettoni in fretta e furia, ma
rimase di stucco quando vide che tutti e tre gli scompartimenti erano
vuoti.
Ora, non solo non aveva trovato il paio di scarpe che cercava, ma erano
sparite anche le altre paia, almeno quattro, di cui due estive. Era
Dicembre inoltrato, ma Ivan avrebbe senz'altro messo su le scarpe
estive se solo le avesse trovate. Si girò di scatto e guardò l'orologio
appeso alla parete: non c'era più tempo, se voleva arrivare in tempo per
l'esame, avrebbe dovuto uscire così scalzo com'era. L'alternativa era di
starsene a casa e non dare l'esame, ma Ivan, che aveva studiato
diligentemente, non volle nemmeno pensarci.

Guardò le calze bianche di spugna ai suoi piedi, si fece f

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   4 commenti     di: Marco Oliverio


Grazie di tutto

Ciao mamma, sono qui per raccontarti quello che mi è successo.
Tu lo sai che adoro i libri vecchi. I libri che sanno ancora di polvere e soffitta, pagine che portano le impronte di chi le ha sfogliate, impaziente di arrivare alla fine, gustando parola dopo parola.
Credo che i libri conservino parte dell'anima di chi li ha letti, parte delle emozioni di chi ha passato ore insieme a loro. Forse è per questo che mi affascinano.
Sabato scorso mi trovavo a casa tua, quella che è stata anche la mia casa per quasi vent'anni. In ginocchio sul pavimento in quello spazio che una volta era il salotto, stavo sigillando l'ultimo scatolone ricolmo di libri. Sollevandolo, ho capito subito che avevo sbagliato qualcosa e nel giro di pochi secondi mi sono ritrovata tra le mani solo due pezzi di cartone, mentre tutti i libri erano caduti per terra. È strano come in certi momenti la nostra mente riesca a cogliere particolari che non ci aspettiamo, in grado di lasciarci senza parole, nel bene e nel male. Guardando tutti quei volumi che giacevano disordinatamente a terra, la mia attenzione è stata subito catalizzata da uno in particolare, abbastanza vecchio da avere le pagine ingiallite e la copertina sbiadita. Non so perchè mi ha attirato più degli altri e senza nemmeno leggerne il titolo, l'ho afferrato. Non ho resistito e l'ho sfogliato subito. Tra le dita ho sentito una pagina più spessa delle altre, e aprendo con cautela ho notato che inserita in quel punto c'era una lettera scritta a mano, in bella calligrafia, di quella che si insegnava tempo fa. Con delicatezza l'ho staccata dalla pagina cui era ormai quasi incollata e ho cominciato a leggere.
<<
Scusa. Non posso parlare ad alta voce. Posso solo scrivere e le mie parole saranno un sussurro, leggére quanto la carezza dell'inchiostro sulla carta.
Riuscirai mai a sentirmi? Comunque sia, devo farlo. Figlia mia, ho deciso di scriverti qualcosa di me, del mio mondo, della mia anima. E di farti le mie scuse. Perchè io e

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   2 commenti     di: Esmerada Hayes



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