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Racconti brevi

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A mia madre

Mi svegliai, la stanza era avvolta da una luce chiara intensa, come la prima luce del mattino. Mi alzai, non mi rendevo conto di quanto avessi dormito, ero convinto che fosse mattino, uscii dalla stanza e, dopo aver notato che in casa non c'era nessuno, mi incamminai lungo il corridoio con la stessa luce del risveglio.

Arrivai in fondo alla finestra spostai le tende ed un sole immenso stava lentamente tramontando dietro la collina di fronte a me, solo allora mi ricordai che avevo dormito un'intero pomeriggio e che giorni addietro sofrii maledettamente per un molare precocemente cariato, cercando conforto un po da tutti, anche dai cani dik e sirena, due pastori tedeschi compagni di giochi e fedeli guardiani.

Mentre ammiravo quell'immenso sole di primavera scomparire, dalla stradina di fronte casa passò paola con la bici, fresca e bella come sempre, mi salutò mandandomi un bacio ed io risposi con un timido sorriso.

Tutto sembrava come in un sogno, l'aria, la luce, il sonno ancora in agguato nei miei occhi.
Erano giorni quelli dove tutto era sospeso a qualcosa di invisibile, di impercettibile, qualcosa che ancora non capivo, e vivevo con la mia spensieratezza dei nove anni, tra campi di girasoli,
stradine sterrate di campagna, e rovi di more, dove io, mio fratello e mia cugina ci fermavamo a farne incetta.

Girasoli altissimi, campi di grano, le dolci colline, i mattini con i suoi silenzi e profumi, il nonno con le sue bestemmie, la mamma con le sue raccomandazioni, i dolci della nonna, i litigi con mia cugina, le notti con gli ululati dei cani ed il vento tra gli alberi. Quel piccolo pezzo d'umbria era la mia prima infanzia.

Da quella finestra rividi attimi di vita di tutti i giorni, i soliti movimenti. Poi tutto cambiava. Vedevo scorrere tutto lentamente in un modo innaturale, le facce diventavano tese, gli sguardi fugaci e silenziosi, un continuo andirivieni di gente, tra giochi d'ombre del sole fra le nuvole ancora minacciose di quell'iniz

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Al bar

Domenica. Sono seduto al solito posto in fondo, tra le macchinette del poker e il bagno. Fuori fa caldo, il sole oggi sembra più grande del solito, siamo solo io e Aldo, il barista. Lui lava le tazzine io rileggo per la terza volta il giornale, alziamo la testa ogni volta che passa una macchina, nella falsa speranza che spinga una piccola folata di vento, o magari che faccia un incidente così avremmo qualcosa di cui parlare.
Il tempo da noi non passa mai, arriva in ritardo, forse ci ha dimenticato, forse non ha voglia.
Ripenso alla nottata, a quelle facce felici per forza, i locali che vomitano alcol come ossigeno e i ragazzini che si sentono uomini per un giorno. Lo odio, il sabato. Ma come ogni settimana Enrico ha scoperto una serata incredibile in un locale nascosto, nuovo o, a quanto dice lui, sottovalutato, una di quelle che ti ricordi per tutta la vita e puoi raccontare in giro orgoglioso. Il più delle volte ci ritroviamo a parlare dei nostri sogni nel cassetto, che se veramente esistessero, quei cassetti, avrebbero ceduto per il peso.
Chissà cos'ha in testa Aldo adesso. Niente, credo. Aldo è un barista, e come tutti i baristi ha una serie di esclamazioni e risposte che vanno bene in ogni occasione, tipo quando entra qualcuno e, anche se lo conosce da un sacco di tempo e di lui sappia vita morte e miracoli, lo saluto con un discreto Ehi bomber!
Sono le due già da mezz'ora ormai. Entra, falsamente inaspettata. Ha il solito vestito floreale che le sottolinea le curve delicate, un filo di rossetto, un nasino alla francese attento ad ogni cosa e gli occhi verdi sempre un po' socchiusi e che ti guardano dall'alto. Salve a tutti, dice quasi sottovoce, anche se in realtà non mi ha notato. Prontamente Aldo risponde ehi bionda e posa le tazzine nel lavello. La signora Marzapane ha i capelli neri, ma quello è il modo che ha Aldo di salutare le donne. Nessuna eccezione. La signora Marzapane tira fuori una banconota da 20 euro dal reggiseno. La banconota

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   2 commenti     di: mario pascosky


Ciao cara

Diego guidò la macchina nel vialetto della casa e la sistemò in garage. Uscì dalla macchina e avanzò piano fino ai tre gradini davanti casa. Aveva le gambe stanche e pesanti, la schiena gli faceva male e il freddo gli si era attaccato alle ossa. Forse avrebbe preso un bagno caldo, pensò. Salì i gradini; avrebbe voluto attraversare la porta come un fantasma, ma dovette aprirla e passò la soglia.
Luisa stava davanti la televisione. Dormiva. Diego andò dietro al divano e baciò Luisa sul collo.
“Ciao, cara.”
Luisa si svegliò e s’irrigidì: “Oh,” disse.
Diego andò nella stanza da letto e si tolse la giacca.
“Ma è possibile che non riesci a mettere un po’ d’ordine qui dentro?” gridò Diego dalla stanza.
“Sabina non è venuta oggi.”
“Ma cristo! Avresti potuto almeno portare i miei abiti in lavanderia.”
“E con che cosa ci andavo? La macchina è ancora dal meccanico!”
Diego gettò la giacca sul letto disfatto e aprì l’armadio.
“Che cosa mi metto domani, Luisa!”
“Tu e i tuoi calzoni, maledizione!”
Luisa, sollevò un cuscino del divano.
Diego prese la scatola delle scarpe dall’armadio, sollevò il coperchio di cartone e afferrò una pistola. Rimase lì per un po’. Luisa impugnò la pistola sotto il cuscino.
“Dove sono finite le mie ciabatte?” gridò di nuovo Diego dalla stanza.
“Dove vuoi che siano?” disse Luisa e fece scattare la sicura della pistola.
Diego entrò nel bagno, si guardò nello specchio e appoggiò la canna della pistola sulla tempia.
Con la mano sinistra Luisa prese il telecomando del televisore e abbassò il volume. Sentì sgocciolare l’acqua e gli spruzzi che provenivano dal bagno. Lo sentì camminare e strascicare le ciabatte. Diego lentamente avanzava verso la porta del salotto.



Homo homini lupus

Il ticchettio dell'ascensore scandiva il passaggio dei piani e misurava il fetore dell'alito del mio vicino. Solo lo specchio alleggeriva quella prossimità coatta e la sfiga che abitassimo tutti e due al quinto piano.
1 piano: -non si sa più come vestirsi- disse con tono solenne.
- è meglio a buccia di cipolla, ovviamente- risposi.
2 piano: - ma lo sa che le ciliegie iniziano care e finiscono care?- proseguì con tono saccente. Mi morsi la lingua per non rispondergli ed interrogarlo sul mistero dei calzini spaiati dopo la centrifuga.
3 piano: -ha sentito del vicino del piano di sotto? Chiese in modo retorico. - No!- risposi come per cacciare una zanzara fastidiosa.
4 piano: - certo che ha smesso di soffrire. Forse è meglio così! Ha abbandonato questa valle di lacrime ed è andato a star meglio. Io l'ho visto in camera ardente, sembrava dormisse. Ma che peccato! aveva tutta la vita davanti. Sono sempre i migliori quelli che se vanno.
- Tra i miei pensieri l'omicidio premeditato era quello che aveva la nomination per essere favorito. Avrei invocato la legittima difesa, oppure, l'infermità mentale; del mio vicino ovviamente.
5 piano, si aprono le porte dell'ascensore: -mi ha fatto piacere incontrarla- disse con la sincerità di un bambino ottuso. - bussi quando avrà voglia di fare quattro chiacchiere, la mia porta è sempre aperta.
con l'ipocrisia di un politico in campagna elettorale risposi: -certo! Terrò presente l'invito.- e me ne andai.



Perla

Le scale del vecchio palazzo sono immerse nel buio. Tutte le lampadine sono spente. Solo davanti ai lucernai, grossi buchi tondi a metà di ogni rampa, filtra una lama bluastra di luce lunare. L'edificio è vecchio, fatiscente. Gli intonaci sono scrostati, anneriti e scarabocchiati. La balaustra, arrugginita, ha perso da tempo la sua stabilità. E chi vi si appoggia la fa ondeggiare, non senza intimorirsi.
L'uomo sale lentamente, col capo chino e intabarrato nel suo pesante cappotto grigio a spina di pesce. Non pensa a nulla. La sua mente è offuscata dal vino che ha tracannato senza posa durante la cena. Ed il suo stomaco, sofferente per il sovraccarico ingerito, brucia e produce gas a profusione.
Rutti sonori quanto disgustosi echeggiano nella tromba delle scale insinuandosi sino all'androne, così desolatamente vuoto, spoglio, da fungere da cassa di risonanza. Finalmente è arrivato. Stanco come non mai, nostante sia abituato sin da bambino a inerpicarsi su quei grezzi gradini di basalto, fin lassù.
La mano tremante non riesce a far trovare alla chiave il suo naturale rifugio. Tenta più volte biascicando qualche bestemmia con la voce impastata dall'alcool. La vescica, stracolma, urla il suo bisogno impellente, innervosendo l'uomo che non riesce in alcun modo ad entrare in casa.
Il fendente, preciso e deciso, gli recide la gola. Il sangue zampilla furioso lasciando rapidamente il suo alveo. In pochi secondi 106 chilogrammi stramazzano, ormai privi di vita, in una pozzanghera di urine rosso ciliegia.
Quant'è bella Perla. Coi suoi occhioni nocciola, vispi e intelligenti. Con le sua labbra carnose e morbide. Col suo nasino all'insù. Con la sua infinita tenerezza. Con il suo amore incondizionato. Davanti alla finestra, guardando nel vuoto, ne distinguo dettagliatamente i tratti. E mi sorride, sempre. E mi tende le braccia. Mi manda baci.
La grossa automobile procede spedita sulla tangenziale in direzione nord. La radio trasmette melensa musica me

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   3 commenti     di: KnockOut


Radici

Il cavaliere si fermò un attimo, si guardò intorno, vide la sua anima tornare libera.
Era l'anno 1236...
Le vite si mescolavano rincorrendosi nel tempo... le storie iniziavano puntualmente dalla fine. La fine era sempre la rinascita di una nuova vita.
Jimmy scese da cavallo e avvolto da una spirale di nebbia, si ritrovò in un'altra vita.
Il destino non era poi così cieco, come la maggior parte degli uomini pensava.
Le storie erano un intreccio di pensieri dispersi nel tempo arcaico della memoria.
Jimmy stava attraversando questo tempo costruendo tassello dopo tassello nuove vite, che si fondevano in un'anima sola.
Era alla ricerca della sua prima vita...

Quante volte, aveva chiesto a se stesso: chissà che viso avessero avuto i suoi avi; e chissà com'era stata la loro vita terrena... quante domande, senza mai una risposta.
Voleva scoprire a tutti i costi le sue radici.
Voleva conoscere, tutto quello che il passato gli aveva occultato.
L'unico avo che egli ricordava: era suo nonno materno.
Di lui, aveva tuttora un dolcissimo ricordo, che custodiva gelosamente nel suo cuore.
Lo rivedeva come fosse ora, seduto su una sedia di paglia col cappello in testa
e l'inseparabile pipa, che egli gli accendeva con una lente catturando i raggi solari.
Allora, era un ragazzino solitario, amava stare solo e non sopportava la compagnia dei suoi coetanei.
Aveva un'indole solitaria che lo teneva lontano da tutto e da tutti.
Stava bene solo con se stesso. Si sentiva come un albero senza radici.
Era, alla loro ricerca...
Fuori il vento ululava come un lupo affamato.
La luna spargeva i suoi raggi illuminando il sentiero che conduceva a esso.
Egli si fermò un attimo, tirò fuori dal pacchetto stropicciato una sigaretta, la portò alla bocca, strofinò il fiammifero su una roccia proteggendo la fiamma con la mano per non farla spegnere, e la accese.
Intanto, mentre osservava incantato la luna: con la bocca boccheggiavano nel cielo anelli di fumo che serpeggiav

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Ritorna

Eccola ritorna. La sento salire, sempre alla stessa ora, m'invade come un'onda di marea e mi sconvolge il cervello, i pensieri. A volte credo di riuscire a liberarmene o almeno a dominarla. Niente. Come una condanna il giorno seguente ritorna e mi strappa la vita. Vorrei potere fare qualcosa, ma la volontà è impotente. Oltrepassa le mie difese, s'insinua nei miei neuroni e li addomestica al suo volere. Ed io sono una marionetta, pilotato dalle sue voglie. Un corpo disumanizzato che non ha motivo di essere se non quello di seguire i suoi desideri. Illuso. Sono un illuso se penso di sottrarmi a questa tortura. Le sono sottomesso, un inutile pezzo di carne senza anima.
Stavolta mi ribello, lo voglio, lo desidero, non può possedermi così, senza che io faccia nulla. Mi scuoto dal torpore, dal calore familiare ma foriero di morte che lei mi dà. Esco, l'aria fresca mi aiuterà. Gente, c'è gente la in fondo, forse potrei parlare con loro per scrollarmela di dosso. Corro, cado, mi rialzo, corro ancora. Non c'è nessuno.
Mi rifugio in casa, sprango le porte, non sarà il legno a tenerla alla larga. Chiudo lo stesso tutto, salgo le scale, sul letto, la testa sotto il cuscino come quando ero piccolo e i tuoni mi terrorizzavano. Lei è lì, mi aspetta, la sento. Mi prende. Sono suo. Come se non avessi provato odio per lei pochi secondi prima, ora ci apparteniamo. Uniti per la morte. Non sono più io, sono lei. Non ho più volontà, solo movimenti, solo muscoli e ossa ma niente nervi, niente sinapsi, niente controllo.
Mi alzo e mi vergogno della mia paura. Ora sono con lei e lei mi dirà cosa fare, cosa è giusto e cosa non lo è. L'oblio è a un passo. Un'umida coperta tiepida mi avvolge.

Il senso di pace dura poco, mi riappare la stanza gelida, la montagnola bianca di cocaina sul tavolo di legno.
Ho male alla testa.
Piango.

   2 commenti     di: Oxide Oxide



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata