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Racconti brevi

Pagine: 1234... ultimatutte

Liber non olet

"L'ho visto prima io!", disse un signore, mentre tentava di raccogliere l'ultimo libro di quell'autore dallo scaffale.
Intanto che cercavo di ricacciare il moto di rabbia che mi stava assalendo per l'impossibilità di cogliere brandelli di quel racconto, scorgo un immagine che non avrei più cancellato: una ragazza stava annusando i libri subito dopo aver letto la quarta di copertina per poi riporli con somma precisione sulla pila di volumi accatastati in ordine di genere.
Non aveva altri sintomi visibili che potessero lasciar trasparire qualche forma di sofisticata perversione.
Sembrava gracile e al tempo stesso aveva una postura solenne. Lo sguardo era smarrito nel labirinto di chissà quale pensiero, mentre le dita seguivano l'olfatto nell'esplorazione della trama del libro.
Avrei potuto passare ore ad interrogarmi su che tipo di donna fosse, quale lavoro facesse e persino chiedermi il segno zodiacale del quale non me ne è mai fottuto un cazzo.
Era riuscita ad incuriosirmi. Qual'era il mistero che la spingeva rapportasi così fisicamente con un libro? Saranno passati dai 30 secondi ai 5 minuti, quando mi accorsi dello sguardo delle persone che mi scrutavano pensando che fossi un maniaco. Non si capacitavano che rimanessi lì impalato ad osservare quella ragazza che non era consapevole nemmeno dell'esistenza di un mondo esterno. Nulla poteva rompere quella ricerca sublime che aveva intrapreso.
Si trattava di cogliere l'attimo, il frammento giusto per tentare di accedere nel suo universo.
Potevo avvicinarmi e annusare qualche libro anch'io: -No! Troppo banale.-
Tentare d'interloquire con qualche scusa: -No! non avrei mai rotto quell'idillio simbiotico col suo libro.-
Distratto nelle mie elucubrazioni mi avvicinai, e inciampando come un bradipo corridore tirai giù tutta la vetrina con i libri addosso. Mentre le persone si cominciarono ad affollare attorno a questo pirla che era volato per terra, lei disse: -spostatevi che sono un medico. Fatemi passare

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Lazzaroni

— Avanti un altro! —

Non era proprio una ressa, quella che tentava di forzare il cancello di ferro, placcato d'oro, del Paradiso, perché mancavano le grandi masse di defunti finite direttamente nell'Ade a scontare la pena che, quando si è vissuti abbaiando contro il Cielo, arriva quasi senza fretta, a rimettere le cose a posto.
C'era comunque un bel po' di gente che premeva, perché per la maggior parte di loro il destino postumo ancora non era stato deciso. Sarebbero finiti quasi tutti al Purgatorio, ma la maggior parte di quelli che spingevano lo ignorava ancora, nella convinzione che il Cielo fosse fatto a immagine della Terra. Non che fosse troppo diverso, è ovvio, i valori si assomigliano per forza quando quelli di una realtà che sta in basso è la conseguenza di un'altra che le sta sopra, eppure... delle leggere discordanze ci sono, eccome se ci sono.

— Lei come si chiama"—
— Mi chiamo A. B— (evito di far nomi per motivi che si capiranno dopo)
— Allora A. B, cosa abbiamo fatto di bello nella vita? —
— Le solite cose, sa... lavorato, sposato con bimbi, in chiesa tutte le feste comandate... —
— Cominciamo male A. B, tu in Chiesa ci sei andato solo ai funerali dei tuoi nemici—
— Questo solo perché mai nessuno mi ha comandato di andarci le altre volte—
— Guarda che non c'era solo la tua soddisfazione a dovertelo comandare
— Comunque qui leggo che scrivevi pure
— Confessa, di cosa scrivevi? —
— Ah... quello era, come dire, un vizietto veniale per passare il tempo—
— Dunque tu pensavi che il tempo che ti è stato donato dal Cielo, sottraendolo ad altri che non hanno potuto nascere al posto tuo, fosse una cosa apprezzabile? —
— Beh... ecco... Scrivere non sarebbe proprio una perdita di tempo, perché dà l'occasione per conoscere altre persone, scambiare idee, opinioni, valori... —
— E soprattutto litigare, mi pare di capire
— Ho qui davanti tutta la sfilza di imprecazioni e insulti che ti s

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   9 commenti     di: massimo vaj


Assassinio in quel di Torino

Sono un assassino, ebbene sì. Neanche il tempo di cominciare a vivere da solo che viene fuori la mia vera natura, quella più brutale, bestiale, pazza.

L'antefatto. L'ho vista lì, insieme alle sue compagne, in proprietà altrui. A dire il vero non so in fondo di chi fosse quella proprietà, a chi spettasse il compito di reclamarla; molto probabilmente la casa apparteneva ad una famiglia di usurai da varie generazioni. Ma io decisi che non era la sua, non era la loro; questo in fondo, come si vedrà più avanti, non è che un altro segno della mia vigliaccheria.

In gruppo facevano paura. Non quel tipo di paura che può farti, che so, un clown dopo aver visto "IT", o un fantasma dopo aver visto "The Others"; piuttosto quel tipo di paura che può farti uno sciame d'api, quando ti attaccano per difendere il territorio.

Lei era lì, a dirigere le operazioni, di una bellezza tutta sua, dai colori scuri, più che mediterranei. E in fondo le sue compagne la eguagliavano in bellezza: come tante ancelle ognuna era intenta a portare a termine il proprio compito per soddisfare la principessa.

Quando le vidi lì, tutte insieme, all'inizio neanche le riconobbi. Si confondevano in un paesaggio variopinto, si confondevano nella notte, sfruttando la scarsità dell'illuminazione e muovendosi nel buio con occhi di gatto.
Chiamai subito aiuto, ma le risposte furono sorde e cieche. Ero solo contro di loro. Bussai ai vicini: stessa risposta data dal silenzio. Decisi di intervenire prima che fosse troppo tardi, decisi che in fondo era giusto così: decisi di diventare un assassino.

Presi un fazzoletto, così come fanno i killer quando devono attutire lo sparo, e lo misi tra la mia arma e la loro pelle. Con la mia prima azione ne uccisi due di loro, al che fuggirono in ogni direzione. Con l'arroganza di chi si sente Dio, le rincorsi e le uccisi tutte. Ero diventato un assassino, e non ne sentivo neanche il peso.

Addio incolpevoli formiche.

   2 commenti     di: Alberto La Rosa


La ragazza di fronte (ovvero prove di un racconto anoressico)

In un pomeriggio di Novembre Adriano scostò le tende.
Alzò gli occhi e la vide.
Bellissima. Eterea. Candida. Primaverile.
Nell'appartamento davanti al suo avevano appena traslocato.
Adriano decise di amarla.
Si accorse che quella meravigliosa creatura usciva sul balcone ogni venti minuti per fumare una sigaretta.
Adriano decise di fumare.
Uscì, comprò un pacchetto di sigarette "Casablancas" e tornò in casa.
Cercò di memorizzare le fasi:
Sigaretta pendente sulle labbra.
Accensione con la mano destra e protezione con la sinistra.
Uno o due tiri senza aspirare in modo da farla accendere.
Faccia contratta durante l'aspirazione.
Sigaretta ben stretta fra indice e medio.
Sguardo vago.
Un tiro ogni dieci/quindici secondi.
Gettare il mozzicone con una mossa decisa.
Ritorno in camera.
Cristallino.
Venere era incuriosita da quel suo coetaneo che si atteggiava da gradasso, incapace di tenere fra le dita una misera sigaretta e di aspirare, in modo accademico, senza tossire.
Venne sera, Adriano non aveva studiato ed era anche raffreddato, intossicato e nauseato.
La Diva uscì nuovamente.
Adriano si precipitò sul balcone fumando l'ultima "Casablancas".
La raggiunse un tipo.
Era alto, bello, robusto, ben vestito, già provvisto di barba.
Stringeva, come una tenaglia, fra indice e medio anche lui una "Casablancas".
"Chi è quello?"- disse l'Uomo Tenaglia riferendosi, aspirando con faccia contratta, al povero Adriano in piedi sul balcone di fronte.
"Uno"- si limitò a dire Salomè.
Rientrarono e chiusero le persiane.
Adriano decise di smettere di fumare.



La morte del desiderio

Giunse alla fermata del bus affannata. Maria, non poteva mancare certo l'appuntamento che aveva atteso da anni. Salì sul bus che l'avrebbe portata in meno di mezzora al centro. Finalmente avrebbe incontrato la persona che l'aveva messa al mondo.
Maria viveva dall'età di due anni, con la famiglia che l'aveva adottata. Non che si trovasse male, anzi, era amata e coccolata da tutti, ma il suo pensiero rincorreva sovente il desiderio di conoscere il perché del suo abbandono da parte di colei che le aveva donato la vita.

Era riuscita tramite internet ed alcuni suoi amici a rintracciare sua madre naturale che viveva a cinquanta chilometri dalla città in cui abitava. Senza far parte delle sue intenzioni alla famiglia adottiva, era riuscita a scrivere a sua madre numerose mail supplicandola d'incontrarla, lei, anche se reticente, aveva accettato...

Se ne stava nel suo angolo in fondo al bus Maria. Immersa nei pensieri, immaginando su come avrebbe affrontato sua madre, se l'avesse riconosciuta perché magari le somigliava, oppure se l'avesse abbracciata o solo guardata, quale sarebbe stata la sua reazione nel vederla...? Immersa nei vortici dei suoi pensieri fu distolta da una signora che le domandò se poteva sedersi. Maria la guardò con occhi straniti, come se si fosse appena svegliata, poi guardò l'orologio, erano trascorsi venti minuti da quando era salita sull'autobus; scusandosi tolse il libro che occupava il posto accanto al suo e con un gesto meccanico lo pose sulle sue ginocchia. La signora si mise a sedere, diede un'occhiata, al titolo del libro e poi a lei, che già era ripiombata nei suoi pensieri, estraniandosi.
Mancava più che una fermata, e poi Maria sarebbe scesa. Il tempo trascorreva velocemente e il suo cuore batteva sempre più forte, avrebbe voluto fermare le lancette per prendere fiato, irrequieta arrotolò il piccolo libro, la signora la fissava, e a sua volta sembrava essere contagiata dalla sua irrequietezza. Infatti, anche lei attor

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   5 commenti     di: Anna Giordano


Nipote

"Lo accompagnerò io! "
Giulia guardò suo figlio accasciato sulla poltrona del salotto, con le lacrime che gli cadevano sulle mani incrociate.
"Io non ce la faccio mamma, mi sento morire! Grazie, sì, vai tu all'aeroporto, io non sono capace di fare anche questo: accompagnarlo e dirgli addio!"
Quattro anni prima, in un mattino d'autunno, Roberto l'aveva svegliata di soprassalto per dirle che il bimbo stava nascendo.
Giulia si era vestita un po' affannata, aveva guardato l'orologio e letto che erano le cinque. Era corsa a prendere la macchina nel garage, come se dipendesse da lei se pochi istanti in più avrebbero potuto compromettere la nascita di suo nipote. Ed aveva velocemente percorso, in un 'alba rossa, la strada vuota del lago.
Sulla riva alcune barche capovolte, in controluce, la sagoma nera di due pescatori chinati a guardare il pescato della notte.
Nell'urgenza il cuore le batteva forte, si sentiva necessaria; insostituibile. Il medico, l'ostetrica erano il corollario obbligato per l'evento, ma ciò che contava era che suo figlio e lei fossero presenti alla nascita di Simone.
Lo vide già nato tra le braccia di suo figlio, con gli occhi spalancati e limpidi, come se davvero vedessero i loro volti chini su di lui.
Le guance impalpabili come petali di anemoni, la carnagione di pesca matura e sul capo una chioma di capelli neri del tutto inusuale.
"Gemma del mio ramo! " Pensò.
Una tenerezza infinita le inondava l'anima e le ingorgava le parole che dalla gola le uscivano stridule e buffe.
"Mio tenero bimbetto, mio adorato nipotino, mio diletto!" Balbettò!
Ora gli avrebbe fatto indossare le scarpe, il cappottino e lo avrebbe accompagnato all'aeroporto, dove la mamma lo aspettava per portarselo via, lontano, nel suo paese d'origine come aveva decretato il giudice del Tribunale.
Gli guardò il bel dentino nuovo, lo accarezzò sulla testa, lo prese per mano.
Grumo di viscere contorte, gemiti trattenut

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   4 commenti     di: Verbena


Perchè soffrire?

Non potevi rimanere al tuo posto, vero?
Ti sentivi costretta, pressata e non hai saputo reggere!
Sei sempre stata dentro di me; ma ora ti sento ancora di più.
Non hai più il tuo spazio e sembra quasi che ci provi gusto a provocarmi dolore.
Vorrei tanto essere più elastico.
Non sono il solo a soffrire così, chissà quanti altri, ma saperlo non mi consola...
Ti ho vista, tra ombre e luci. Non avresti dovuto esserci; ma la mia sensazione era chiara. Lo sentivo che c' era qualcosa che non andava; é bastato poco a rendere evidente la situazione.
Non avrei mai voluto arrivare a questo punto, ma forse adesso la soluzione migliore è un taglio netto.
Per ricominciare a camminare da solo, perché i miei nervi possano avere un sollievo; non devo più sentirti, dovrò essere deciso.
Certo ho anch' io le mie responsabilità: la mia posizione non è stata sempre corretta, lo riconosco; e se potessi tornare indietro non rifarei più alcune delle cose che ho fatto.
I miei sforzi sarebbero orientati verso altri obiettivi ma, lo sai essere giovani significa spesso imprudenza, impulsività e quella sensazione di essere invincibili ci porta a compiere azioni che a volte rimpiangeremo per lungo tempo.
Quindi penso che sia meglio staccarti da me, così io potrò ricominciare a percorrere la mia strada e tu... non mi importa dove andrai a finire, spero solo che tutto questo si risolva al più presto, perché proprio non ce la faccio più a sopportarti... maledetta, invadente ernia lombare!




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