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Racconti brevi

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Il gatto e la pioggia

Fuori c'era odore di pioggia ed il gatto appena rientrato aveva voglia di fare le fusa. Lei lo prese in braccio e poggiando le sue zampe sulla spalla sinistra gli diede una grattatina alla pancia, appoggiando poi nello stesso punto l'orecchio per approfittare del timido ron-ron che cominciava ad aumentare di volume.

Una creatura meravigliosa, il gatto. Li aveva sempre ammirati per la loro autonomia, per la loro leggendaria capacità di auto-guarigione. Ultimamente si era trovata a pensare che dovendo esprimere un desiderio, forse avrebbe potuto chiedere di avere una coda.

Il rumore delle fusa poi, era un calmante naturale. Qualunque pensiero o preoccupazione trovava subito un angolo dove nascondersi, nel momento in cui quel suono misterioso giungeva al suo orecchio. Non aveva mai cercato di capire come venisse prodotto. Sapeva solo che - di tutti i felini - solo i gatti e pochi altri avevano questa capacità e che sembrava decisiva per la loro buona salute.

Era stato il dottore a consigliarle di prendere un animale, nonostante la malattia. Oppure forse proprio per la malattia. Lei all'inizio era stata titubante. Sapeva che non avrebbe potuto occuparsene per molto tempo, ma alla fine si era convinta grazie alla sua vicina. Dato che aveva già un gatto, le disse, sarebbe stata felice di prendersi cura anche del suo, nel momento in cui ce ne fosse stato bisogno. Un giro di parole come un altro per dirle "ti voglio bene", insomma.

Si sentiva stanca e questa sera il dolore alle ossa era più forte del solito. Decise di risparmiare le forze ed andò in camera a cambiarsi. Decise anche che domani sarebbe stata una buona giornata. Il gatto fu d'accordo su entrambe le scelte e la seguì andando a coricarsi nella sua cesta ai piedi del letto.
Le nuvole cariche d'acqua aggiungevano buio allo scuro della sera e cominciarono a restituire ciò che alla terra avevano preso. La temperatura era mite nonostante la pioggia e dietro le persiane chiuse decise di lasciare la

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   1 commenti     di: davide


Agonia

“Amore ciao. Ch…”
“Ascolta. Qualcuno mi sta seguendo. Ha cominciato a tamponarmi e io…”
“Cosa?.. Aspetta, aspetta…Dove sei ora? ”
“In auto. Non so dove. Ho girato per una stradina secondaria cercando di seminarlo. Credo di avercela fatta. Ma non so dove cazzo sono finito. Qua è buio, piove e non ci sono segnali. Sapessi che spa…”
Bestemmio. Questa strada di merda piena di buche. Ho le mani sudate per l’agitazione. Un balzo dell’auto e il cellulare mi è scivolato dalla mano. Lo vedo illuminare i miei piedi. Proprio vicino alla frizione. La mano sinistra tiene salda il volante, l’atra cerca di recuperare l’apparecchio. Merda. Non c’arrivo. Si starà preoccupando che non le parlo più. Mi piego ancora. Tolgo lo sguardo dalla strada. La cintura si blocca. Merda. Alzo gli occhi appena in tempo. Una figura si proietta in mezzo alla carreggiata. D’istinto con il sinistro sterzo. Bagnato, l’auto sbanda, perdo il controllo. Fossato. Alberi. Rami che si spezzano. Botta. Buio…


Sento il mio respiro…pesante…affannoso…
Sono ancora vivo…
Apro la bocca…tutta impastata…del mio stesso sangue…tossisco e lo sputo fuori…stacco la lingua incastrata tra i denti e ne perdo la punta…Passo quel che ne resta sugli incisivi…uno si leva dalla gengiva…ma non sento dolore…
Sono ancora curvo nella posizione di prima…prima del buio…qualcosa mi blocca e mi impedisce di muovere la gambe e il braccio destro…sollevo il collo che rumoreggia…cerco di aprire gli occhi…uno non ce la fa…dall’altro vedo rosso…con il braccio sinistro ancora buono mi pulisco dal sangue che mi ostruisce la vista…tasto anche l’occhio destro…è gonfio e un ampia ferita larga più del mio dito mi apre la testa…sento la carne a l’osso…ma non il dolore…
Lascio la vista adattarsi al buio…metto a fuoco…sono ancora dentro l’auto…schiantato addosso un albero…nell’impatto il motore ha sventrato l’abitacolo schiaccia

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   1 commenti     di: Fabio Reato


L'odore dell'erba bagnata

Finalmente l'odore dell'erba, nemmeno più ricordavo quanto fosse intenso quando è bagnata e di quanto sia dolce il solleticare degli steli sulla, pelle mi ricordano quando da piccolo correvo felice nelle praterie africane, anzi più che correre rincorrevo mia madre ed i miei cugini, anche loro della mia stessa età. Giocavamo giornate intere ed all'imbrunire andavamo a lavarci al grande specchio d'acqua, per gioco ci spruzzavamo acqua a vicenda, era un modo diverso per lavarsi, il più divertente. La notte dormivo accanto alla mamma, lei mi coccolava, mi faceva sentire un re. Il suo sguardo era dolce, allegro, figlio delle meraviglie della natura.
Un giorno mentre cercavamo l'erba migliore, la più profumata, sentimmo un forte rumore, uno sparo, iniziammo a correre insieme ai miei cugini ed alle proprie mamme incuranti della direzione, un altro sparo sembrò tagliare in due il gruppo. Poco dopo mi accorsi che mia madre non era accanto a me, tornai indietro a cercarla, emisi il mio più grande barrito... Ma lei non rispose. La ritrovai fra l'erba, distesa su un letto di sangue, mi adagiai accanto in cerca dei suoi occhi ma il suo sguardo era assente. Strinsi forte la sua proboscide fin quando degli uomini mi legarono e mi portarono con loro in una gabbia.
Senza cibo, senza acqua per bere o lavarmi e con dei braccialetti ai piedi imparai ad imitare ciò che facevano altri come me, dopo tanto dolore iniziai ad avere un po' di rispetto da quell'essere con due gambe ed un bastone con un chiodo conficcato.
Un giorno dopo essermi addormentato mi risvegliai in una gabbia tutta colorata, un tendone enorme dinanzi a me. Quando entrai era pieno di luci colorate e di gente che applaudiva, erano contenti di vedermi. Le facce dei bambini erano sorridenti, erano quelli dei sorrisi sinceri, sorrisi pagati a che prezzo? E poi erano gli stessi che regalavano ad un uomo vestito in modo buffo e col naso rosso...
Quel forte tuono, forte come lo sparo lì nella prateria, rimembr?

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   4 commenti     di: Ottavio Miano


Guardarsi intorno

Tutta la vita gli era servita per guardarsi intorno, per capire, per studiare.
A 90 anni conosceva bene tutto ciò che lo circondava. Decise che poteva iniziare a guardarsi dentro, capire chi era e perché per tutta la vita si era guardato intorno.
Per dieci anni continuativi meditò su se stesso, sulle sue origini e sui motivi reali del vivere.
A 100 anni divenne un grande saggio, un maestro di vita. Una moltitudine di persone si rivolgeva a lui per avere una guida, un consiglio, per alleviare le sofferenze della vita.
A ciascuno dava una parola, un segno, una preghiera. Era diventato un vecchio santo.
La sua casa era frequentata da persone e da spiriti. Li distingueva a fatica l'uno dall'altro. Faceva un po' di confusione, trattava gli spiriti come umani e gli umani come spiriti. Forse fu per questa parità che l'afflusso di entrambi si moltiplicò.
Il tempo scorreva come l'acqua nei fiumi, lui stesso non sapeva più se era un essere umano o uno spirito. Sentiva dentro di se l'energia di tutto il creato, la stessa che risveglia la speranza. Il carburante che spinge ad andare avanti. La costante felicità e l'entusiasmo dell'essere.
Il Santo si trovava nella dimensione del mondo dell'ordine assoluto, di perfezione e di Luce Spirituale. Era un tutt'uno con l'universo.
A 200 anni era diventato un fenomeno planetario, da lui accorrevano le personalità più famose e potenti. Non gli interessava sapere chi gli si presentava davanti, da tempo vedeva solo raggi di luce o grandi macchie scure. Queste erano le immagini che percepiva. Più erano scure le macchie più emanavano un profumo di pulito umano, più la luce era intensa più il profumo era intimo e leggero. Accoglieva tutti indifferentemente, rispondeva con calma e gentilezza alle domande a volte con un lungo silenzio, lasciando l'interlocutore solo con i suoi rumori interiori.
A 300 anni gli spiriti si trasformarono in fantasmi. Un giorno una arzilla vecchietta si inginocchiò davanti a lui, sorride

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   3 commenti     di: samuele


Idrogeno e Ossigeno

Ultimamente era turbato, turbe che culminavano con manifestazioni demoniache...
In casa, a luci spente, il colore del fuoco che usciva dal forellino dei cerchi di ghisa della stufa, e si proiettava sulla superficie lucida del coperchio alzato, disegnava l'inferno, ghignante e malefico...
Le stesse ghignate rabbrividenti le sentiva, contemporaneamente prossime e remote, anche al cinema, nel buio della sala, fra le ciance e le risa dei ragazzini che non stavano zitti durante il film, (forse tutto l'odio secreto dalla gente che voleva sentire, attirava il maligno come il miele le api)
il film dell'orrore che usciva dal proiettore era una barzelletta a confronto...
Ma quando in discoteca, in un angolo della pista, sotto stivaletti e minigonne danzanti, vide plasmarsi il vortice vorace di anime di cui gli aveva parlato da bambino la sua zia religiosa, decise che era tempo di prendersi una pausa, cambiare aria, aria pura...

E dove trovare aria pura se non in Tibet?
Inoltre lì c'è anche un 'altra religione che va per la maggiore, quindi eventualmente anche il diavolo doveva avere per forza un'altra forma, perlomeno doveva cambiare il modo di manifestarsi...
Poi magari lui avrebbe potuto realizzare il suo sogno di imparare a levitare e perché no, con un po' di vita ascetica, anche smettere di lievitare, visti gli stravizi di birra, vino e porcherie varie effettuati negli ultimi tempi...
Mentre saliva per la ripida erta nella terra desolata e arida un filo d'erba lo attrasse, neanche fosse uno sherpa in levitazione, si mise ad osservarlo da vicino, con le ginocchia a terra...

Gli ritornarono alla mente le parole di quell'amica conosciuta in modo a dir poco bizzarro quella volta che fece fermare l'auto dei suoi amici, mentre erano diretti al mare; li aveva fatti fermare per comprare un gelato, il bar più vicino era quello della stazione di Santarcangelo.
Lei aspettava il treno e quando lo vide che sceglieva i gusti con la maglietta di Pennywise, attac

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Il melone

Dante Battista Casati, a dispetto del nome, era un uomo modesto.
Minuto d'aspetto ma elegante nel portamento amava vestire in modo sobrio e curato.
Lo ricordo quando veniva da noi, al paese, a passare l'estate.
Indossava una chiara camicia, fresca di bucato, con il colletto ed i polsini allacciati da bianchi bottoni di madreperla.
Nel taschino del panciotto aveva un orologio a cipolla con la catenella pendente fissata all'occhiello.
Portava un completo di stoffa leggera, un borsalino color avana sul capo ed un bastone da passeggio con il pomo d'avorio.
Ero molto piccolo allora, ma rammento ancora i giorni passati in compagnia del nonno materno.
Abitualmente, dopo pranzo, riposava seduto sul sofà, leggendo il giornale, nel fresco soggiorno; le imposte a persiana appena socchiuse a far scorrere l'aria ed io che giocavo lì accanto.
Dopo qualche minuto si metteva più comodo; piegato il giornale, appoggiava meglio la schiena alla spalliera imbottita e si toglieva le scarpe allungando le gambe.
- Tu gioca, da bravo, che il nonno ti guarda.
Poi, piano piano, chiudeva gli occhi e tranquillo dormiva.
Verso metà pomeriggio, dalla cucina, veniva la nonna.
- Oh Battista! Non lo porti a fare un giretto in paese?
Allora il nonno destato,
- ma si, ha fatto il bravo, ha giocato tutto il tempo, non si è neanche sentito
e, calzate le scarpe,
- su, vieni che andiamo!
Mi prendeva per mano e nell'altra il bastone; scendendo le scale diceva:
- vai piano!
Arrivati per strada più forte stringeva la mano.
La maggior parte delle volte risalivamo lungo il fiume verso la Madonnina.
Poco prima di arrivarci c'era, e c'è ancora, il circolo ENAL.
- Devi aver sete oramai!
Prendeva un'aranciata, per me, ed un bicchiere di vino.
Ma un giorno, l'estate era appena iniziata, avevo si e no quattro anni, arrivati nella piazzetta del porto, non prendiamo la solita strada ma ci fermiamo al negozio dell'ortolana con il verde portone di legno

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   4 commenti     di: corrado crippa


Racconto flash

La nottata stava per finire, i guai iniziarono quando Rocco cominciò a dar su di matto, con i suoi deliri mistici e tutta quella roba sulla Parola, Rocco era un ossuto pensionato con evidenti squilibri psichici, si coricò sul cavalcavia e mentre si credeva di essere il Cristo, le sue grida allarmarono una mandria di puttane che battevano giù all'angolo tra la stazione e via del Corso, tutti a fargli "Rocco, Rocco, ripigghiti", ma questo nno ne voleva sapere di riprendersi, con le braccia spalancate a sbraitare per un'ora intera come un cagnaccio. Quando si caalmò c'era l'alba e la sbronza delle 7 birre cominciava già a darmi alla testa. Camminammo a piedi fino al San Camillo, lì al prontosoccorso undici ragazzetti scout assistevano il loro capo (un omone grande e grosso) che era stato ferito da una tagliola e l'ospedale puzzava di disinfettante e io ero pazzo di questa situazione e mi chiedevo perché non ero a casa a fare colazione e le palle mi sudavano, le mie grosse palle gommose maledettamente mi sudavano e un infermiere sulla sessantina prse Rocco e lo caricò sulla barella, credo fu portato in psichiatria, ma non ne sono sicuro, perché da allora non l'ho più rivisto Rocco. Oggi la Gazzetta parla del suo suicidio, Rocco Fiumanò, trentasette anni, impiccato nella sua casa di campagna, e pensare che alle scuole medie voleva fare lo psichiatra.

   1 commenti     di: Ferdinando



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata