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Racconti brevi

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La scuola di oggi

La scuola di oggi è un mescolamento di bambini da tutto il mondo; questo rende l'insegnamento più ampio, aperto a tutti i punti di vista, più creativo e disponibile a cambiare "certe regole".

Quel giorno l'insegnante si era decisa di spiegare l'h.
- Allora bambini, l'h va messa solo con la lettera a o con la lettera o.
- E con le altre vocali?
- No, bambini, solo con queste due lettere: a e o. Per esempio: Ho visto una farfalla.
- Si, maestra, si può mettere anche con u!!!
- No, Kevin, ho detto solo con a e con o.
- Si maestra con u!!!!
- Kevin, per favore non insistere, se ti dico solo con queste due lettere, è così!!!!
- Ma, maestra u!!!
- Ora basta e ascolta
- U maestra... U Kevin... Hu Kevin!!!!
Eccoci, e adesso? Pensò la maestra.
- Questo non è italiano... queste sono l'eccezioni cinesi!!!!!

   5 commenti     di: Paola B. R.


Occhi da bambino

Seduto in poltrona lancio una rapida occhiata fuori, giusto il necessario per rendermi conto che Novembre sta terminando il suo mandato sciogliendosi definitivamente in pioggia. Accendo il televisore per vedere se questa sera varrà la pena stare alzati per guardare un buon film. La prima immagine che si materializza è quella di un ragazzo che imbraccia un fucile, la faccia vorrebbe essere feroce ma viene tradita dagli occhi. Occhi da bambino. Alle mie spalle una vocina m'interroga:
- Nonno, la guerra la fanno anche i bambini?
Spengo l'infernale apparecchio, poi mi volto per guardare in faccia mio nipote Carlo, appena tornato da scuola. Vorrei rispondergli che quella è una situazione particolare, che in Africa purtroppo succedono cose che da noi sono inconcepibili, ma prima di parlare lo sguardo cade su un portaritratti appoggiato sulla mensola del camino. Osservo la foto in bianco e nero, un giovane in uniforme mi sta fissando. Mio nonno. Di tutti i suoi racconti sulla "grande" guerra uno emerge con prepotenza. "Erano una moltitudine, avevano sì e no diciott'anni, appena scesi dal treno venivano mandati a combattere. Io li guardavo in trincea, prima dell'assalto. Guardavo quelle facce assumere smorfie che avrebbero volute essere di ferocia, tradite però dagli occhi. Occhi da bambino." Torno a fissare quelli di mio nipote, che attendono una risposta.
A volte, Carlo. A volte succede. Loro, però, non vorrebbero.



La pioggia rosa

« Primo giorno »


Non è una storia, una storia che non ha inizio.

Era l'anno della crisi economica. Ovunque c'era il panico; la gente ricorreva ad ogni mezzo per salvare le poche economie che aveva, quelle che gli erano rimaste visto che gli avevano già rubato tutto, e la gente disperata urlava ma non si ribellava, oramai rassegnata alla sconfitta.

Era l'anno della crisi economica. Tra altra gente c'era una calma bestiale. Si continuava a mangiare e bere e a danzare musiche stonate, e questa gente per niente disperata non urlava non si ribellava e vinceva.

Era un periodo della mia vita davvero speciale, visto che dopo una serie di disastri fisici economici sentimentali, stavo piuttosto bene. Celibe, con pochi debiti e solo un piccolo raffreddore, che poi questo raffreddore d'estate non sapevo proprio come avevo fatto a prendermelo... era un poco rompiballe il raffredore d'estate, ma nel contesto era un periodo davvero speciale della mia vita.
Camminavo lungo il Canale St. Martin, fumando una sigaretta e pensando a niente, quando lo vedo seduto sopra una panchina fumare una pipa.

« Scusa, hai dei fiammiferi ?  »
« Uso solo fiammiferi !  »
« Fumi la pipa ?
« A volte »

« È una Baldo Baldi.  »
« Bravo ! È del 1966. Realizzata con radica ligure di Baldalucco e Arma di Taggia, lasciata stagionare per 20 anni nel chiuso della sua bottega. Che brav'uomo Baldo Baldi e pensare che era architetto d'interni! "

Inutile che vi descrivo la mia perplessità accompagnata da una faccia d'ebete nell'ascoltare le sue parole.
Parole di un ragazzino, di poco più di 10 anni e che fuma una pipa Baldo Baldi !

« Grazie dei fiammiferi.  »
« Ti dispiace se mi siedo a fumare una sigaretta con te ?  »
«  E la tua pipa ?  »
« Nascosta da qualche parte ciò una Dunhill. Fumo la pipa raramente.  »
« Bella pipa la Dunhill... conobbi un uomo che ce ne aveva una del 1910.
Sai perchè su ogni pipa Du

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   0 commenti     di: piero moroni


Il riso del morente

<Nico Washer? Fatti avanti.> La voce proveniva da qualche cosa di lontano e indefinito, spaventato feci un passo avanti senza sapere esattamente in che direzione dovessi aspettarmi le successive parole che in qualche attimo scoccarono come frecce velenose e affilate.
<Provo a dirtelo semplicemente, tu sei morto Nico Washer.> Sorrisi beffardo, questo lo sapevo già.
<Ne sono consapevole, vorrei invece sapere chi mi stia parlando.>
<Questo devi dirlo te, ora.. sai dove ti trovi?> la voce continuava, tagliente e inflessibile, il buio di quella stanza mi impediva di incrociare lo sguardo del mio interlocutore e tutti i suoni rimbombavano selvaggiamente sulle pareti rendendo impossibile qualsiasi idea sul luogo d'origine di quelle parole.
<Non ne ho idea, dimmelo tu, dove mi trovo?> Passarono minuti scanditi dal passare dei secoli, ma nessuna risposta giunse al mio orecchio, poi un colpo, seguito ritmicamente da un altro, sembrava quasi il battere di un cuore che lentamente cominciava a farsi più costante e più presente, non so spiegare la sensazione che mi attanagliò lo stomaco ma in breve fui steso a terra, chiedevo pietà e piangevo disperato nel sentire quel battito devastante e solitario.. fu silenzio.
Tutto tacque, mi misi in piedi con una fatica innaturale, passarono così altri minuti interminabili che poi furono rotti da un sussurro debole e isterico che da dietro la mia spalla mormorò
<Nessuno ha pianto, nessuna lacrima, nessun rimorso, nessuna mancanza, niente tristezza.>
<Chi sei?> quella voce mi aveva gelato il sangue che già da tempo non scorreva più nelle mie vene, ma come risposta ricevetti solo e unicamente una frase già udita:
< Nessuno ha pianto, nessuna lacrima, nessun rimorso, nessuna mancanza, niente tristezza.> Questa volta canticchiata e ripetuta per una decina di volte. cominciavo a tremare e nuovamente mi gettai in terra spaventato a chiedere pietà a quella voce isterica e giovane.
Un cigolio terminò la cantilena e in poco tem

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   0 commenti     di: Andrea Pezzotta


Città

Questa città che corre impazzita su una strada infinita, di notte si illumina di colori cangianti, e al mattino si sveglia con i primi clacson delle automobili in fuga. Una città insonne che respira attraverso una macchina artificiale, che si rifà l'acconciatura specchiandosi nelle sue pozzanghere nei giorni di pioggia e che si addormenta soltanto per una manciata di minuti durante la pause pranzo nelle sue fabbriche inquinanti e nei suoi uffici di metallo.
Sopra di lei una valanga di uomini con il cellulare in mano e le targhe al culo avanzano inesorabili, ora dopo ora, in inestricabili file ordinate per timbrare il cartellino, sedersi nei ristoranti e ubriacarsi nei bar.
Poi, poco più in là, nei parchi nascosti tra gli alberi, dei bambini tirano dei calci ad un pallone in attesa di radersi la barba per la prima volta.
L'uomo estirpa all'uomo gli ultimi centimetri di libertà mentre le città divorano se stesse abbandonando i propri resti in discariche voraci sotto un cielo coperto dalla vergogna.
Questa città, che striscia su un tappeto d'asfalto come un serpente senza preda e che si squaglia al sole sotto un cielo color cobalto è una città che beve pioggia acida e divora amianto.
Una città i cui uomini si schierano in file di protoni ed elettroni come numeri a caso di un equazione che non c'è. Materia che produce materia, materia che crea potere, potere che crea miseria.
Una città che nasconde i propri tesori in pochi salotti dai divani in pelle, dall'arredamento ricercato e da belle parole decorate di perle mentre la sua anima è sdraiata al sole e bruciando perde colore.
Cenere.
Cenere, la sorella di Venere caduta nell'oblio e che per smisurata gelosia fu uccisa da Dio.
Cenere sopra cenere. Come questa schifosa sigaretta che va spegnendosi lentamente in un bicchiere di carta bagnato da poche gocce di vino rosso in questo barcollante palazzo, in questa insulsa stanza al terzo piano. Dall'angolo, sotto la finestra, l'odore di muffa proveni

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   0 commenti     di: Matteo Spadola


La Vita del buon vecchio Tom (2)

Dopo poco si fece sera, il vento era più forte, batteva forte sulla schiena e sul viso del vecchio Tom. Oscillavano lievemente gli alberi, e gli uccelli pian piano si
ritiravano nelle loro ruvide dimore. Come sempre anche quella sera c'era traffico per strada, tante macchine allineate ruggivano con tanti guidatori stanchi e pronti a
colpire. Le case illuminate sembravano dare conforto a Tom, gli davano una sensazione piacevole e rigenerante, un senso di calma e di benessere. Tutti si ritiravano,
il tempo passava veloce, incominciava a fare freddo e dopo poco si accorse che qualcosa lentamente cadeva sul suo naso, stava iniziando a nevicare. Tom era un
vecchio sulla sessantina o giù di li, aveva una folta barba, pochi capelli bianchi, occhi di un azzurro mischiato al grigio e portava sempre con se un cappello, uno di
quelli di vecchio tipo, ed era molto affezionato ad esso. Senza amici, parenti, denaro, senza una casa, Tom era da tutti considerato come un semplice barbone.
Passava l'intera giornata camminando, fumando e contemplando attentamente gli occhi della gente indaffarata;lui invece non faceva niente, non aspettava nessuno e
questo gli era molto tranquillizzante, il suo l'unico obbietivo era qualche birra o una buona sigaretta. Frequentava qualche bar ma non durava molto, infatti c'era
sempre qualcuno pronto a trovare qualche scusa per insultarlo e poi con leggerezza scacciarlo;ma a lui poco importava, sorrideva, usciva e andava via, addentrandosi
in lunghe passeggiate che spesso duravano per ore. Dopo poco la neve imbiancò l'intera strada, il cappello di Tom era sempre più pesante, egli scosse via la neva,
rimise il cappelo, e poi prosegui' la sua passegiata solitaria di fine giornata, desiderando qualcosa ancora da scoprire e vedere. Per Tom il passare del tempo non era
importante, infatti era da sempre convinto che i minuti, le ore, i secondi, fossero solo una grande invenzione e imposizione degli uomini

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   0 commenti     di: Strato Cotugno


Incontro al buio

Avevo messo, tempo fa, un annuncio su una delle tante bacheche elettroniche che si trovano su internet. Fino a pochi giorni fa, non avevo ricevuto risposta da nessuna, ma tre giorni fa, ecco un'email. È una donna sui quarant'anni, decisa e sicura di sè. Ci incontriamo il giorno dopo, senza perdere tempo. Ci scambiamo qualche sms, giusto per stabilire un certo contatto e poi veniamo subito al dunque. Sono in albergo, mezz'ora prima dell'ora concordata. Ho chiuso ogni spiraglio: il buio è totale. Mando l'sms col numero della camera e vado in bagno ad attendere che lei spinga la porta che io ho lasciato socchiusa ed entri. Dopo pochi minuti sento la porta aprirsi, la stanza rischiararsi per un attimo, poi la sento richiudersi ed il buio ridiventa padrone di tutto. Lei si sdraia sul letto. Io esco dal bagno e a tentoni raggiungo il letto. Sento il suo respiro eccitato, un attimo prima che le mie mani si posino sul suo corpo caldo e pulsante di desiderio. Le mie mani corrono bramose sulla sua pelle, lottando contro i vestiti per godere del suo calore. La mia bocca cerca la sua e la trova con incredibile facilità: la sue labbra mi ricordano i cioccolatini al peperoncino. Sono dolcissime e allo stesso tempo roventi. La mia lingua s'intreccia alla sua, mentre gusto avidamente la sua saliva.
Si è vestita come avevo scritto io nell'email: gonna da sopra il ginocchio, calze autoreggenti, perizoma, nessun reggiseno. Le mie mani corrono gioiose sul suo seno. I capezzoli si eriggono impertinenti ad ogni passaggio delle mie mani. La sua pelle è morbida e calda. Il passaggio dal nylon delle calze alla serica pelle delle sue morbide cosce, mi fa impazzire di desiderio. Scosto il tassello delle mutandine ed intrufolo le dita tra le labbra del suo sesso, pulsante di voglia. È fradicio di umori. Le mie dita scorrono come anguille nei suoi recessi più intimi. Lei s'inarca dal piacere. Le sfilo il perizoma e mi tuffo letteralmente tra le sue cosce. La mia lingua è avidissima de

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   4 commenti     di: Dannunziano _



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata