La mia predisposizione nel cercare a tutti i costi di creare una battuta divertente e di riuscire a strappare un sorriso all'ignaro omino di turno, spesso mi fa pensare alla vita degli oggetti che ci circondano, dalla quale scaturisce con faciltà uno spunto per un pensiero ridanciano.
Comincio perciò ad immaginare, per esempio, la vita grama dell'ultimo foglietto di assegni di un uomo avaro.
Non è niente male come monotonia la responsabilità del dodicesimo bicchiere del servizio buono che ci è stato regalato dallo zio Nicola per il nostro matrimonio... chi le ha viste mai dodici persone a casa che vengono a scroccare un pasto a mie spese?
Non parliamo di come desidererebbe uscire allo scoperto il certificato della mia assicurazione sulla vita gelosamente conservato in cassaforte... non sia mai venga chiamato al suo utilizzo significherebbe allora che io fossi morto e per di più il famigerato documento non conoscerebbe mai la persona per la quale si fa garante della sua incolumità, una tragedia!
Ci sono degli oggetti invece che vivono una vita decisamente dura, penso al pallone da calcio... o per esempio ai tergicristalli... possibile che lavorino sempre quando piove??? Vogliamo parlare dell'ombrello? Che nonostante meriti il mio personale grande rispetto, continuo a dimenticarlo dovunque??? Me lo immagino brontolare e riflettere sul fatto che nonostante si sia fatto in quattro per me per evitarmi un raffreddore lo lasci allegramente in ogni dove alla mercè del primo uomo qualunque ne necessiti l'utilizzo.
Non sto a raccontare delle parolacce che vorrebbe lanciare il secchio della spazzatura... e dire che pensava di essere un secchiello da spiaggia e non vi racconto della sua preoccupazione di non vedere in giro bambini con paletta e costumino.
Ma l'oggetto che batte tutti nella sfiga di esistere è il water... non c'è bisogno di alcun commento ma penso al fatto che in una fabbrica vengono creati cento water per far fronte ai "bisogni" del
Si racconta che Platone, quando divenne discepolo di Socrate, abbia bruciato una tragedia che aveva appena scritto.
Kafka, in punto di morte aveva incaricato l'amico Max Brod di distruggere le sue opere inedite - quelle edite erano state pressoché ignorate -, fra le quali capolavori come "Il processo" e "Il castello" (incompiuto).
Credo che il gesto del grande scrittore che destina i propri libri al rogo non nasca mai da una valutazione letteraria, bensì da ragioni più profonde.
Platone distrugge la sua tragedia perché diventando discepolo di Socrate si consacra alla ricerca della Verità, così come vuole il suo maestro che proprio per questo detesta l'arte di Omero e dei lirici, ritenuti tutti dei fingitori e dei bugiardi.
Kafka invece ricercava il significato dell'esistenza con un accanimento tale che s'impediva di viverla liberamente e così, verso la fine della sua esistenza, stanco di essere ignorato e indifferente a tutti, tranne che al suo amico e mentore Max Brod, ha un'intuizione meravigliosa e scrive questo straordinario aforisma:
" Chi cerca non trova, chi non cerca viene trovato", e incarica l'amico Max Brod e la sua ultima compagna Dora di bruciare le sue opere inedite.
Dora lo farà, ovvio - le donne, in genere, si sa, amano più le poesie che la grande letteratura -, mentre Max Brod, stupenda figura di amico e mentore, unico che ha saputo riconoscere la grandezza di Kafka, si ribella al diktat dello scrittore e ci regala grandi capolavori. Tratterò un'altra volta la figura del mentore e la sua grandezza nel farsi da parte per riconoscere la grandezza altrui. Chi oggi, nei forum letterari Web è un vero Mentore o un Mecenate?
Zero assoluto, al cubo infinito.
Kafka, dicevo, brucia le sue opere perché capisce che LA VITA CONTA PIU' DELL'OPERA.
Passano gli anni, e anch'io, colpito da un'ingiunzione a rimuovere le immagini e i video delle mie innovative quanto ingegnose opere in formato Web, mi ritrovo nella stessa situa
Quanti pensieri che mi cadono in declino e rammentando striscio nell'unico angolo ebbro di felicità di lei vigile sulla mia adolescenza di una piccola operazione.
Poi buio, ancora adesso cado miseramente ma, sono solo brevissimi dialoghi fatti di nullità.
Cerco con tutte le mie forze, se mai me ne sono rimaste, di alleviare questi brevi incontri che sfociano inevitabilmente in rancori e rabbia.
Ho tentato di vigilare sulle confidenze, mi sono fatta fornitrice d'ascolto, sono scesa nell'intimo ma, vi ho accolto solo critiche.
Ho subito presunzioni, divieti, sono stata degenerata in puro sfoggio di prepotenza verbale e menzogne, essendo l'unico privilegio dell'uomo.
La mia mente allora, rivestita di abiti succinti che sfiorano l'indecenza, mi dissi;non merita di vivere ma, essa è pur sempre un'espressione della vita.
Mi ha allevato come serva della famiglia, forse inconsciamente non so, mi sono sentita ricattata e defraudata di quel compito che si chiama figlia ma, evidentemente non appartengo a questa casta, ci siamo perse il successo che unisce madre e figlia e con dolorosa fatica mi sono svegliata dall'abitudine, ormai consolidata del ruolo.
Quante volte ho desiderato anche un abbraccio sospeso, quante volte ho cercato addirittura di mercanteggiare ma, l'aria che è intorno a me è così calda che mi sembra di avere un cappotto adosso e allora straccio via con prepotenza quel pastrano che mi limita il respiro.
Essa è ancora altera, cieca ai suoi difetti, sorda ad ogni spiegazione, tenta di piegarsi come un fiore da una parte all'altra ma, è così forte questa sua collera nel distruggere tutto ciò che mi sono costruita sia pur con fatica ma, con orgoglio la mia esistenza.
Nella nebbia della sua gelosia e invidia porta avanti quel corpo anziano ma, di una mente ancora lucidissima, ed io ormai, impolverata dall'incomprensione, mi nutro di un odio profondo, difficile da emulare.
Una fanciulla vestita di bianco, lungo il fiume lavava i suoi panni. Nell'aria si perdeva la voce della giovane donna, il suo canto toccava tutto e quel paesaggio diveniva così, magico.
I raggi di sole danzavano sulle onde, qualche pesce saltava fuori dal corso d'acqua. Alcuni animali, anche tenendosi distante volgevano le loro orecchie verso quel suono armonioso.
L'uomo osservò la ragazza, china sulla riva, e lo sguardo si soffermò sul suo giovane corpo. Era forse sordo, non sentiva quell'uomo il dolce susseguirsi di quelle note? Il viso era cupo e non c'era amore per quell'armonia donata, per quella felicità antica. Il suo era desiderio, desiderio di possesso e non di condivisione del "tutto", non vide né gli animali, né il sole danzante.
Fu un attimo solo, un lungo ed interminabile attimo a fermare il canto della fanciulla, poi torno' il silenzio ma per quell'uomo, che ora soddisfatto tornava alla sua casa, niente era cambiato. Arrivò nel suo silenzio e nel suo silenzio lasciò la valle.
La volete sapere? No? Fanculo, ve la racconto lo stesso.
Primo giugno 1980, domenica pomeriggio: piazza maggiore, Bologna, Italia... la Piazza dei bolognesi era pronta per entrare nella storia. Non la storia che si legge sui libri, cazzo quella ve la insegnano a scuola, ve la fanno imparare per forza, pena una bella bocciatura. No, il primo giugno 1980, a Bologna, la storia aveva il nome breve, ruvido, indimenticabile, di un gruppo rock inglese che di lì a poco avrebbe sconvolto la vita di tutti i presenti: the Clash. Anzi "i cless", in bolognese aulico... I quattro cavalieri dell'apocalisse moderna, quel punk che aveva infiammato i palchi dell'Inghilterra, prima, del resto del mondo subito dopo, avrebbero suonato, gratis, in piazza maggiore, a Bologna. Com'era possibile un simile accadimento? Che cazzo v'importa? A caval donato... Quella sera il batterista del gruppo, Topper Headon, si era perso per Bologna, senza sapere dove fosse la piazza del concerto. La folla rumoreggiava, il gruppo di supporto, i Whirlwind, avevano già finito di suonare da almeno un'ora, e i restanti tre membri dei Clash non sapevano che fare: aspettare l'arrivo di Topper, che poteva anche non arrivare più, o cominciare con il batterista del gruppo di supporto, che più o meno le canzoni le conosceva? Come avrebbe reagito il pubblico? Stime approssimative parlavano di 90. 000 persone, stipate come sardine sotto sale nella grande ma non immensa piazza: una decisione sbagliata avrebbe provocato il caos, una reazione a catena dagli effetti imprevedibili... Fu allora che in quegli attimi di confusione, con la polizia che nervosamente controllava gli umori della piazza, cercando di calmare gli animi, e i roadies dei Clash impegnati ad impedire che qualcuno potesse lanciare qualcosa sul palco o nelle vicinanze, rovinando le costose attrezzature del gruppo, un ragazzo ebbe un'idea.
"Federico cazzo fai, dove vai?", chiese Ciullo urlando.
"Torno subito, Ciullo. Devo fare una cosa", rispose l
Era stanco di vivere e volle farla finita. In bagno girò i due rubinetti dell’acqua e lasciò che la vasca si riempisse. Si spogliò. Andò in cucina e piegò con cura i vestiti sul tavolo. Poi, prese il tostapane.
Ritornò in bagno. Chiuse i rubinetti. Infilò la spina del tostapane nella presa elettrica sopra il lavandino. Si guardò nello specchio; la sua immagine era coperta dal vapore. Passò la mano socchiusa sullo specchio. Di nuovo guardò dentro. Poi. Si girò. Provò entrare nella vasca stringendo il tostapane al petto; il cavo era troppo corto. Posò allora il tostapane nel lavandino. Andò in salotto e sollevò il grosso televisore. Lo staccò con uno strattone dal muro. La sua voglia di morire era grande. Si avviò verso il bagno; il televisore non passava per la porta. Tentò in vari modi, poi decise di rinunciare. Andò nella stanza dove dormiva. Dal grande armadio tirò fuori un aspirapolvere rosso e rientrò in bagno. Staccò il cavo del tostapane dal muro e infilò quello dell’aspirapolvere. Si girò. Fece passare un piede nella vasca. L’acqua era diventata fredda. Allora appoggiò l’aspirapolvere rosso sul bordo della vasca e riaprì il rubinetto dell’acqua calda. Aspettò. Mosse in cerchio la mano nella acqua e miscelò l’acqua calda con quella tiepida. Richiuse il rubinetto. Sollevò la gamba rimasta fuori e fece entrare anche quella. Si mise in ginocchio nell’acqua. Prese tra le braccia l’aspirapolvere e lo strinse al cuore. Piano, piano si adagiò sulla schiena. L’acqua gli arrivava sotto il mento. Era un momento bello e soave. Pulito.
Nella città di Venere le campane della chiesa non chiamano più i fedeli all'ora della Santa messa.
No. Risuonano nell'aria solamente per avvertire che il pranzo o la cena sono pronti.
Infatti in questa città sono andati via tutti gli abitanti nel '29, presi in giro da un anziano italo-americano che li convinse ad andarsene a Boston per comprare le azioni di una grande impresa ormai in deficit.
C'erano palazzi signorili, chiese erette in epoca moderna, ponti che si inumidivano il culo da più di 400 anni.
Tutto rimase nascosto e disabitato per più di 40 anni, quando una coppietta arrivò lì per caso e subito si rese conto del gran potenziale di quel posto.
Si insediarono e chiamarono a poco a poco gli amici che accorsero con gli strumenti adatti a ristrutturare il paese.
Ognuno svolgeva il suo lavoro per la comunità, come i puffi, ma al contrario.
Infatti i nuovi abitanti erano tutte donne e un solo uomo che però viveva con loro 25 giorni su 30.
In quei 5 giorni andava in un rifugio per ricaricarsi, rimanendo da solo con la natura, ma in verità fuggiva dall'ondata di malumore dovuta a quella maledetta mestruazione collettiva che impregnava e rendeva invivibile quella cittadina per quasi una settimana.
Così Gerardo mollava tutto quello che aveva cominciato per andarsi a ritirare nella quiete della solitudine. Comunque era felice perché erano più i pro che i contro in quella situazione surrealista.
Era l'unico uomo della comunità!
Era stato accettato, in deroga alla regola numero 1, perché l'estate precedente aveva salvato, rischiando la propria, la vita di Antoniette, l'addetta alla raccolta della legna e allo smaltimento dei rifiuti, minacciata da un orso morso dalle api a cui aveva sottratto il miele.
Gli vennero curate le ferite riportate in combattimento nel mulino (ancora sfitto) accanto al cimitero. E così ebbe il tempo di conquistarsi la fiducia della maggioranza dell'assemblea; il mulino accanto al cimitero divenne casa sua e lui i
Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata