PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultimatutte

Lo stesso giorno

Era già mattina, la sveglia suonava fastidiosa sul comodino. Allungai un braccio e la spensi, come sempre.
Da appena alzata avvertii uno strano senso di soffocamento; il mio petto pareva chiuso, il mio cuore scosso.
Dalla finestra potevo vedere nuvole grigie e pesanti che coprivano il cielo, maligne. Il gatto dei vicini se ne stava appollaiato su di un basso ramo dell'albero che troneggiava al centro della strada, completamente spoglio; il suo buffo collare giallo riluceva anche da quella distanza.
Era inverno, ora me ne rendevo conto.
Bevvi a malapena una tazza di caffè, da sola in cucina, poi me ne andai a scuola.
Il tempo non prometteva nulla di buono, le nuvole si scurivano nel cielo e il vento si alzava, sferzandomi in faccia, freddo.
Mi strinsi nel cappotto, pentendomi di non aver preso una sciarpa.
Entrai a scuola e lasciai che le lezioni mi scivolassero addosso, c'era qualcosa di maledettamente apatico in me, quel giorno. Avevo come l'impressione che il tempo scorresse a rallentatore, per potermi far cogliere meglio ciò che mi circondava.
I colori delle magliette dei miei compagni erano stranamente vividi mentre le parole che uscivano dalle loro bocche e da quelle dei professori, si perdevano nel nulla prima di raggiungere le mie orecchie.
Credo di aver passato l'intera mattinata a guardare... sì a osservare.
Non ho aperto bocca, non ho parlato, di questo sono totalmente sicura. Era la prima volta da quanto potevo ricordare della mia vita, che non avessi nulla da dire. Nulla, come se i rumori non fossero importanti, come se un incantesimo li avesse risucchiati e, con loro, anche la mia voce.
Quando l'ultima campanella suonò flebile, uscii di scuola sentendomi l'unico essere vivente in tutto in mondo.
Sì, il petto opprimeva e il cuore sussultava, avevo paura, ma infondo ero l'unica cosa viva. Contavo soltanto io.
Il pomeriggio s'ingrigì presto e la pioggia prese a cadere fitta, costringendomi in casa fino all'ora di cena.
"Vai a prendere

[continua a leggere...]



Vita da cartomante-Italiano lingua morta-

L'italiano è una bellissima lingua, anche se non è la mia preferita nonostante sia la 'mia'. Prediligo di gran lunga l'inglese, più musicale, meno articolato. Poi adoro i dialetti, il napoletano, il calabrese, il romano... non avendo un accento particolare mi basta ascoltare qualcuno che parla siciliano per rubargli la cadenza. Le mie colleghe cartomanti vengono da tutta italia, io sono quella del nord mentre loro vivono da Roma fino alla Sicilia. Non sanno parlare italiano. Davvero, non sono in grado. Non credo che sia questione di ignoranza ma di svogliatezza. Non puoi arrivare a 50 anni e scrivere 'non lo presa l'ha chiamata sennò lavrei parlato' e sia chiaro, non me la sono inventata questa frase l'ho letta coi miei increduli occhi. Capisco il ragazzotto ignorantello che non sa gestire le 'h' e i congiuntivi ma a 12 anni ha lasciato la scuola per andare a pescar tonni. Lui lo comprendo e non mi da fastidio. Ma possibile che ci siano tante persone e di ogni età e cultura che non conoscono la loro lingua? Io mi rendo conto di non usare chissà quali paroloni e ogni tanto sbaglio anch'io e per far prima dico 'se lo sapevo' invece di 'se lo avessi saputo' ma almeno mi rendo conto che esiste una forma corretta e che non la sto utilizzando. È capitato durante i miei consulti, che la titolare ascolta in diretta, che mi mi venisse chiesto il significato di questa o quella parola e sono stata ripresa perchè dovrei parlare diversamente per essere più semplice e comprensibile. 'Se io chiamerei una che mi parlasse così per sapere del mio futuro metterei giù'. E voi? È un peccato che si stia perdendo tutto dell'italia, senza addentrarmi in discorsi politici, senza parlare di orgoglio, fede, cultura... ma solo della lingua che ormai è morta e sepolta.

   6 commenti     di: denise


Davanti a un cristo.

Si stava scendendo sopra i prati del paese.
Il sentiero era largo, l’estate splendente, il sole dava un che di fastidio ma i cappelli con i frontini slanciati facevano il loro dovere.
Tornavamo da una di quelle scalate che ti lasciano stremato e soddisfatto, con i nostri attrezzi tintinnanti ancora appesi all’imbracatura e i finali di corda ribelli che pendevano dallo zaino sbattendo contro la gamba.
Trovammo un cristo, uno di quei cristi di legno che spesso si trovano tra i prati che circondano i villaggi di montagna, lungo i sentieri che si allontanano dal paese. Appeso all’interno di un piccolo altarino fatto da uno sfondo e una tettoia lignee: che non gli piova proprio sulla testa al povero cristo.
Un tempo i contadini ci passavano davanti e si facevano il segno della croce, prima di andare a falciare, o nel bosco. Anche i cacciatori si segnavano passando davanti prima di andare ad ammazzare bestie da mangiare.
Ora i contadini passano col trattore e i cacciatori hanno la pista forestale e il freezer pieno di bestie da mangiare.
Il cristo se ne resta solo a fare da trespolo per gli uccelli.
Già, gli uccelli, l’hanno tutto scagazzato.
Ci fermammo un momento, io, Sandro e Marco: a guardarlo.
- Sarebbe da dagli una pulita.- disse Marco
- Forse…-
- …- dissi io. Poi cominciarono a parlare Marco e Sandro.
- Lo puliamo?- Marco si era girato verso di noi.
- La merda degli uccelli è opera di dio, se gli ha fatto cagare in testa un motivo l’avrà avuto.- irridente.
- La merda è opera degli uccelli, non di dio.-
- Si ma gli uccelli non hanno coscienza, niente libero arbitrio, non sanno di cagare sulla testa di un cristo, non sanno il bene, non sanno il male. È il caso, il destino, è dio che comanda.-
- Allora? Lo lasciamo così? "
- A me sembra coerente e logico.-
Marco si arrende, torna a voltarsi verso il cristo, un po’ deluso, infila i pollici sotto le spalline dello zaino e fa per muovere verso valle.
- D’altronde- faccio

[continua a leggere...]

   9 commenti     di: Umberto Briacco


Vita nella vita

L'atmosfera era di quelle giuste, c'era silenzio, il camino acceso riscaldava la stanza della casa di campagna in quella sera di autunno.
Era il giusto momento per iniziare a scrivere.
Acceso il pc, preso un bicchiere di whisky da sorseggiare tra un pensiero ed un altro, l'ispirazione c'era.
Non rimaneva che iniziare.
Era tanto che attendeva un momento così propizio, altre volte erano venute idee in mente ma sempre confuse e poco lineari per poter dar vita ad una storia, un racconto.
Era un periodo non facile, era tanto che non scriveva un racconto e questo periodo di silenzio più durava e più alimentava il blocco.
Finalmente l'ispirazione era arrivata e allora non bisognava perder altro tempo, subito a scrivere, bisognava buttar giù tutti i pensieri.
E in effetti visto il lasso di tempo passato dall'ultima volta le parole scorrevano che era una meraviglia, parole su parole, pagine dietro pagine, il racconto prendeva forma.
Scrivere di uno scrittore che scrive il suo primo racconto non è facile, è originale, ma in maniera inaspettata stava tutto procedendo molto bene, con soddisfazione.
D' altronde nella sua fantasiosa vita, l'immaginazione non gli era mai mancata, anzi era sempre stata là pronta a dar vita a mondi nuovi.
Essere frutto della fantasia di altri ma aver una propria immaginazione che corre, molto a volte, era frustante.
Che poi star dentro un pc, dentro la testa di qualcuno altro, alla fine non è un problema, l'importante è poter liberare i propri pensieri.
Certo a volte subivi le pause di riflessione, di dubbi da confermare ma tutto sommato si andava d'accordo.
Tu apri il computer, scrivi e io posso buttar giù le mie idee che tra una tua pausa e l'altra ho accumulato.
Appunto eccone un'altra, ora che c'è ? A corto di idee?
Pausa davanti al camino con il bicchiere di whisky per mettere in ordine le idee?
Ma si dai va bene, un po' di pausa non ha mai fatto male a nessuno, se non prolungata eccessivamente.

[continua a leggere...]



Attimi

Un altro sorso ancora. Gli occhi si offuscano leggermente, i contorni della sala iniziano a diventare sfocati. Non so perchè ho deciso di uscire stasera, forse solo perchè era meglio che restare a casa. Non sono mai venuta in questo locale, l'hanno aperto da poco. Bevo tutto d'un fiato ciò che resta nel bicchiere. La testa mi gira. Gli occhi bruciano. Lo stomaco sottosopra. È finita.
Basta, non voglio pensarci, voglio solo un'altra birra.
Mi avvio traballante a chiederne una ma i miei passi incerti mi fanno ridere. Rido tanto da avere le lacrime agli occhi, tanto da non riuscire a respirare, mi volto e vedo che mi guardano tutti, proprio ciò che volevo. Non mi ero accorta che ci fosse tanta gente. Chissà cosa pensano. Allora rido di più. Credo che sia giusto e naturale ridere così solo quando si è felici. Alcuni, a dire il vero, sono convinti che io lo sia e a volte riesco quasi a cogliere un briciolo di invidia nei loro sguardi.
È molto strano quanto i pensieri degli altri possano condizionare. Sono arrivata quasi a crederci io stessa di essere felice, fino a quando non lo sono stata davvero, per un piccolo secondo.
Cavolo, è assurdo.
Non riesco a credere a ciò che ho pensato per tanto tempo della felicità. Nelle mie fantasie di bambina era probabilmente qualcosa di difficile da trovare, quasi impossibile, ma che tutti prima o poi sarebbero riusciti a conquistare, magari non per sempre. Almeno per un pò. Non riuscivo a dare un nome nè una forma a ciò che potesse portarla ma ero fermamente convinta che la felicità fosse qualcosa di infinitamente bello. Bevo ancora, mi aiuta a sciogliermi, a pensare meglio o forse a pensare meno, la testa si fa pesante ed è difficile restare in piedi. Mi lascio cadere a terra scivolando contro il muro alle mie spalle. La felicità è la cosa più crudele che si possa provare. Ho sempre trovato consona la metafora "toccare il cielo con un dito" per esprimere la felicità, ma non è mai stato specificato che un

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Chiara Fabrizio


Lettera

Premetto che questo non è un racconto, né una storia. O per meglio dire, la storia è quella che si legge attraverso le righe, quella non detta, non esplicitata: il cammino di queste parole è la storia propriamente detta. Queste poche righe sono la traduzione, più o meno letterale, di un foglio ingiallito che ho trovato per caso in un libro piuttosto vecchio, nello spazio vuoto tra il dorso e la rilegatura. Il foglio, battuto a macchina, è, probabilmente, una parte di una lettera, ed è in inglese, ma alcune parole sono in italiano. Probabilmente la mia è solo una ennesima traduzione, o manomissione, di una lettera mai spedita, o mai arrivata a destinazione, o un cimelio che il destinatario portava con sé, ma che poi ha perso. Personalmente preferisco immaginarla diversamente. Preferisco che questa lettera non abbia un destinatario, ma che sia un qualcosa lasciato per tutti da un mittente ignoto, forse mai esistito. Una finta lettera per un finto destinatario, aperta a chi potesse comprenderla o a chi volesse leggerla senza preoccuparsi della pienezza delle parole scritte. Mi piace immaginare come queste righe siano arrivate a me, attraverso quali e quante mani siano passate. Immaginare lo stesso stupore che ho provato io nel ritrovamento di un qualcosa che non appartiene a nessuno. Immaginare che qualcuno abbia provato lo stesso piacere che ho provato io nel leggerla, e in qualche modo trasmetterla. Lo stesso piacere che si prova quando qualcosa che non ti aspettavi, ti lascia dentro un segno.
[...]e questo è indicibile, non so descriverla, ho difficoltà anche a ricordarne i momenti. È qualcosa che la mia mente ha cercato di eliminare completamente da subito. Come se in quei momenti, estraneo al mio corpo, non avessi potuto osservare niente.
Sono scappato, sono andato lontano, ho camminato per giorni e per fortuna avevo con me ancora le razioni di emergenza e il carcano. Ho disertato come il più infimo degli uomini e ora non so dove mi trovo, ma sape

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Paolo Amitrano


Maracaibo

Scendevo le scalette di pietra con il solito, monotono passo di tutti i sabati pomeriggio; fra poco avrei svoltato a sinistra, al cippo di marmo, poi avrei proseguito per circa 50 passi in leggera salita fino all'arco, sarei passato sotto ed infine, attraversando un varco e salite un paio di ripide rampe di scale in mattoni, sarei giunto sugli spalti, magnifico balcone artificiale che dovevo percorrere prima di approdare davanti alla porta del Bar Maracaibo.
L'insegna era in legno, dipinta con colori a smalto ormai sbiaditi, lettere rosse su fondo verde bottiglia, la scritta terminava addosso ad un rinoceronte, o almeno a quello che le nostre intenzioni avrebbero voluto fosse un rinoceronte. Non era bella, non lo era mai stata ma ora che tutto si confondeva con il grigio del legno corroso dalla pioggia e dal sole, era proprio impresentabile. L'avevamo dipinta circa 15 anni fa Marco ed io, portando da casa i barattoli di vernice ed i pennelli, la tavola di legno l'avevamo rubata dall'Osteria del Poggio, una sera che rimasti in pochi, tutti ubriachi, l'oste più dei clienti, ce ne andammo portandoci appresso uno dei tavolini posti all'esterno, costituito da due piccole botti e dalle sponde di un calesse. Caricammo tutto sulla Dyane di Marco, e ondeggiando più del solito ( la Dyane aveva il volante come tutte le altre auto, ma non serviva per curvare, si utilizzava quale appiglio quando, spostandosi con il corpo si assecondava l'auto a coricarsi su di un lato per affrontare le curve della strada ) riuscimmo ad arrivare dove si trovava il locale che avevamo da poco preso in affitto e dove avevamo intenzione di aprire il nostro locale: per l'appunto il Bar Maracaibo. La sera che dipingemmo l'insegna, io e Marco, 22 e 21 anni, eravamo convinti che quella sarebbe stata la nostra vita per gli anni futuri, e ne eravamo entusiasti.
Scostai un poco la tavola di legno dal muro, quel tanto che bastava per poter prendere la chiave appesa ad un chiodo, e per vedere la scrit

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata