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Racconti brevi

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La mia corsa

Un giorno in un viale alberato, vidi una vecchietta.
Era ben curata e restava ogni sabato su di una panchina sola con in mano un libro e non leggeva e non parlava e non faceva nulla... ma aspettava.
Ogni sabato io passavo per correre e non potevo non notarla, aveva un viso spento ma non da l'età avanzata, aveva i capelli di quel colore non bianco, ma argentato, ben vestita e... quel libro.
Così un giorno mi decisi di fermarmi. Lei non si stupì, anzi mi disse che ero davvero bravo e costante nella corsa, che quel taglio di capelli mi stava bene e che forse ero anche un poco troppo dimagrito. Cavoli mi aveva notato ed osservato durante tutto quel tempo.
Allora armato di coraggio le chiesi cosa facesse ogni sabato sul quella panchina, e lei mi spiazzo..."Attendo Lui il mio amore. Sai quando eravamo amanti, ogni sabato ci vedevamo qui, due parole, un gelato, qualche bacio e leggevamo sempre insieme dei libri. Poi un giorno non è venuto ed io ho capito che era finita. Non era finita la nostra storia ma la nostra vita. Sono passata davanti a casa sua e non ho trovato nulla tutto chiuso e... non ho più saputo di lui. Così vedi io lo aspetto, perchè non se ne sarebbe mai andato senza dirmi nulla, e poi vedi non abbiamo finito di leggere il nostro libro. Sono passati 10 anni ma io so che tornerà".
Mi ha fatto una pena enorme. Ho ripreso la corsa dopo un fugace saluto per l'imbarazzo. Non capivo se era matta o facesse sul serio.
Il sabato seguente mi fermai e le chiesi come si chiama : "Mi chiamo Lillian" mi feci dire il nome del suo uomo e devo ammettere che pensavo mi mandasse a quel paese, invece mi disse nome cognome ed anche indirizzo.
Andai a vedere il giorno seguente e seppi che lui, era morto 10 anni prima e la moglie si era risposata, trovai la scusa che mio padre era un suo vecchio amico di scuola e la moglie, per nulla sorpresa, mi disse dove si trovava sepolto.
Il sabato successivo la trovai alla solita panchina ma recava in mano in mazzo di o

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   10 commenti     di: stella luce


Ottantasei passi

Ottantasei passi per quarantadue, tali erano le dimensioni del magazzino da controllare, dall'esterno, dal caporale Bastiano del secondo reggimento del "Genio Pontieri".
La guardia, l'aveva già fatta, a quei magazzini, ma di giorno, durante l'estate. E non era andata male, un bel turno all'aria aperta, girando intorno all'edificio numero due.
Che cosa contenevano di così importante quelli edifici accanto al vecchio convento trasformato in caserma?

"Armi ed equipaggiamento per armare cinquemila soldati in caso di necessità." Gli aveva detto il sergente che fungeva da capoposto.
Mettiamo che la Jugoslavia ci dichiarasse guerra e le sue armate irrompessero nella pianura padana; occorreva fermarle e prepararsi a combattere.
"Mah, siamo nel 1990, il muro di Berlino è appena crollato, e ancora aspettiamo le orde rosse?" Pensava Bastiano.
Il materiale bellico custodito era poi costituito dalla dotazione base dell'esercito, i moschetti a otto colpi M1 Garand che, per esperienza personale, erano più pericolosi per chi era dietro al mirino che davanti. I proiettili s'inceppavano spesso nel fucile e, per estrarli ci voleva molta cura.
Come si sarebbe potuto contrastare l'invasione con quel materiale?
Se lo era chiesto già in estate.

Stavolta l'era toccata una guardia invernale, dodici ore in cui si alternavano il turno di guardia e il riposo.
Il secondo turno di guardia, dalle una alle tre, era proprio duro. Già infreddolito dal primo e con la nebbia che si era abbassata, le luci fredde al neon, che circondavano gli edifici, spandevano un indistinto alone biancastro intorno, senza fare molta luce.
Non si vedeva bene, in compenso c'era da combatterla, e non con i fucili, la nebbia, che inzuppava la mimetica. Ti ritrovavi l'umidità dappertutto, e poi Bastiano abitava sul mare, quella cosa lì non l'aveva mai vista, non così, almeno!

Uno due tre... ottantasei, si era messo a contarli per tenersi sveglio, i passi che doveva fare sul lato lungo del fab

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L'amore (Racconto)

Un insegnante, una classe e le fottute manie per quei viaggi in Europa. Era una storia già nota. In genere gli insegnanti amavano cose così, tipo lo yoga, i film, donne rosa profumate fin nelle unghie dei piedi, case spicciole, ben arredate e con ogni tipo di comodità, cibo salutare, lezioni di salsa e appunto quei fottuti e noiosi viaggi in Europa.
Ma Jack era un insegnante diverso. Lui amava la bottiglia.
Prima di ogni lezione si faceva sempre un cicchetto, qua e là, in giro per i parchi, e le sue lezioni avevano un brio e una classe che tutti gli altri professori dell'istituto gli invidiavano. Gli studenti lo amavano. Per loro era Jack il divoratore.
Quella mattina si alzò pressappoco alle 5. Andò in bagno e vomitò una pasta gialla nel fondo del gabinetto. Si sciacquò la faccia e digrignò i denti; i suoi denti avevano un aspetto orribile; davano sul grigio e le gengive sembravano voler esplodere da un momento all'altro. Colpa del fumo, pensava, delle 60 sigarette che fumava ogni giorno e del bere, che, a parte i tanti benefici psicologici che gli portava quotidianamente, lui sapeva l'avrebbe, un giorno o l'altro, distrutto.
Jack era un uomo cazzuto. Il bere gli dava quella energia psichica che solo le alterazioni di coscienza sapevano dare a un individuo.
"Oh capitano mio capitano. Tutte stronzate." Pensava "La poesia non è questa roba qua. La poesia deve far tribolare lo spirito. Ci vogliono parolacce, rutti, sputi, una buona dose di santa ironia. Ci vuole il nerbo, questo ci vuole."
La sera prima avevano dato alla tv L'attimo fuggente. L'aveva visto, con quel sano pregiudizio con cui si accostava a ogni genere di film che parlasse della scuola.
Alle 6 e 30 andò in un parco, poco distante da casa sua. Si stese nell'erba fresca del primo mattino ed estrasse da una busta per la spesa color amaranto una bottiglia di scotch. Bevve per un ora, guardandosi intorno, pensando alla fuga in Polinesia che Ada gli promise trent'anni prima.
Ada non ce l'

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   0 commenti     di: Ferdinando


Kalokagathìa

Forse qualche secondo non è sufficiente per descriverlo. Forse qualche minuto non è sufficiente per emozionarsi.
Certamente non basterebbe un'ora per rendersene conto.
Eppure, se ricordo ancora come si fa, provo qualcosa, sento il cuore scivolare attraverso il corpo, sento il cervello tremare.
Là, sotto le nuvole e sopra di noi, l'ultima aquila. Non ci sono dubbi.
Meglio spegnere il rilevatore, per qualche attimo nessuno se ne accorgerà e al controllo dirò che qualcosa di polveroso ha fatto interferenza. E lei intanto vola.
Lui però sta facendo fatica, probabilmente il processo è totalmente concluso.
- La vedi? - gli chiedo.
- Sì. - mi risponde senza muoversi. Non si rende conto. Ormai è nel sistema. È fottuto.
Realtà e non realtà hanno smesso di darsi fastidio. Solo che non è chiaro se è la realtà ad aver annullato la non realtà o il contrario. A volte credo non sia successo niente. Poi però i ricordi tornano, come recinti spinati. Pungono, graffiano, ti strappano i vestiti. E tu torni dentro in attesa di un complice che non arriverà mai.
Lui era il mio complice. Prima che lo prendessero. Adesso non è più il complice di nessuno, nemmeno di se stesso.
Lei vola. Abbraccia e accarezza l'aria. La mia bocca è spezzata in due, da una parte sorrido, dall'altra mi lecco la lacrima.
Strade più sicure? Le vogliamo. Criminalità ai minimi storici? Lo vogliamo. Aumento degli stipendi? Lo vogliamo. E via, tappa per tappa, a consumare ogni possibile ostacolo per la democrazia. Dobbiamo trasformare il minore dei mali nel maggiore delle risorse. Giusto.
Livellamento mentale, svuotamento dell'anima. Non ce l'hanno chiesto, ma lo abbiamo voluto.
Lui starnutisce e dal naso non esce niente. È rintronato. Il primo starnuto dopo il processo dovrebbe essere traumatico, ma non lo è, dannazione. È difficile stupirsi. È impossibile sorprendersi.
L'ultima aquila continua a volteggiare alla ricerca di prede che non esistono più. Forse non sa che

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   16 commenti     di: Guido Ingenito


'A brioche italovenezuelano

Di prima mattina si sentì il raglio insistente di un asino, svegliò davvero tutti, quelli che dormivano e quelli che fantasticavano a occhi aperti, come la giovane Mery. Sì, quella. Quella che i compaesani chiamavano 'a Brioche, perché piccola e paffuta. Non aveva dormito tutta la notte, spaventata e nello stesso tempo, felice per quello che avrebbe dovuto fare nella giornata che stava per arrivare Quella notte, non solo la sveglia, con quel tic toc che man mano che passavano i minuti sembrava amplificassi, anche il vento sbuffava con vigore e per ripicca sbatteva lo scuro della finestrella, intervallando il suono dell'orologio. Con lei, pure le sorelle avevano vegliato tutta la notte e di continuo le raccomandavano qualcosa. "Non ti scordare" Questa frase si intervallava al tic toc della sveglia, dando l'impressione che lo rallentasse. Quella notte interminabile, segnava la fine di una vita dura, fatta di tanti sacrifici e rinunce. La fine di un'esistenza in quel piccolo paesino arrampicato sulla montagna dove si viveva prevalentemente di quello che si ricavava dal lavoro della terra, un'esistenza ad ogni modo tranquilla. Una fine che dava inizio a una nuova vita che 'a Brioche non aveva mai immaginato prima. Lei, come tutte le ragazze di quel piccolo paesino, già a quell'età era destinata a ritrovarsi da grande sposata con almeno tre o quattro figli, con il capo avvolto in un foulard in prevalenza rosso o verde e vestita dalle lunghe gonne di panno scuro, coperte da un grembiule ricavato da qualche vestito rovinato, o meglio, consumato dal tempo. La sua sorte era già segnata, un copione di vita per tutti, lavorare la terra della montagna e dedicassi esclusivamente alla famiglia e alla casa. 'a Brioche, in quel benedetto viaggio, sperava che tutto cambiasse e si augurava di riuscire a buttar giù quel sistema che da sempre marchiava la vita delle donne del suo paese, e perché no! Dare spunto a tutte le altre di intraprendere con coraggio il suo esemp

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Ho deciso di cambiare vita (2)

<<Perché ti stupisce?... comunque tranquillo qui possiamo lasciarci un po' andare... non ci fa caso nessuno!>>. Mi strizza l'occhio, e io sento di aver bisogno di uno Xanax!

Questa cosiddetta "boutique chic" di Morbegno non ha nulla a che fare con la boutique di un certo livello in cui lavoravo a Milano. Non tanto per gli abiti e accessori venduti, perché ormai nell'era della globalizzazione... anche se su questo ci sarebbe da ridire... il problema sono queste "sciurette" valtellinesi! Tutte così scialbe e troppo semplici; o peggio ancora che fanno finta di essere entusiaste donne di mondo, e non lo sono.

Arriva una mora, piccoletta con una camicetta non male, color verde acqua. Mi sorride, e io di riflesso le sorrido, ma lei mi sorride come se mi conoscesse; non mi dice niente, e mi ricorderei di una così, perché mi sembra una tipa difficile da dimenticare.

Con ancora il sorriso sulle sue labbra di un rosso osceno mi dice tutta giuliva:<< Non ci posso credere?!!! Lucaaa!!! E così sei tornato in valle?>>.

<< Bé, purtroppo...>>

<<Non mi hai riconosciuta, vero?>>.

Cazzo ma perché si fa sempre più vicina al bancone, a me, ma che vuole questa qua? Tanto non ti riconosco!!!

<<Sono Linda, ricordi? Linda Ronconi, quella che abitava verso il Bitto. Eravamo molto amici noi due... questo fino a che non mi hai detto che Patrick, il mio fidanzato di allora, era uno sfigato, che io ero una sfigata a accontentarmi di uno come lui, di una vita come la nostra, la mia, che in fondo ero più sfigata di lui perché non capivo che l'unica mia possibilità di emancipazione fosse quella di fuggire da questo posto di merda, di scappare a Milano con te...>>.

Pochi minuti di silenzio fra noi, imbarazzatissimi. Poi lei ormai "appiccicata" a me:<< Allora che ci fai qua? In questo posto di merda? Qui a vendere vestiti? Mi avevano detto che avevi messo su un ambiente nella tua amatissima Milano con uno?>>.

<<A-allora... tesoro stai cercando

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   1 commenti     di: frivolous b.


Alla Faccia Del Tuo 70

Era la prima volta che un tale articolo e un sostantivo s'incontravano in ascensore.

Un sostantivo maschile, plurale di aspetto e alcuni anni ben vissuti dalle preposizioni della vita. L'articolo era ben definito, femminile, singolare. Era ancora giovane, ma con un predicato nominale meraviglioso. Lei è 'stata ingenua, sillabica, senza atono. al contrario di lui, era un tema nascosto, con tutti i vizi del fanatismo ortograficio linguistico della lettura e il cinema.

Al sostantivo gli è piaciuta anche quella situazione, i due soli, senza nessuno lì per vedere o sentire. E senza perdere l'occasione, ha cominciato a insinuarsi, a chiedere, parlare. L'articolo femminile ha lasciato le reticenze da parte e gli ha permesso quel piccolo indice.

Improvvisamente, l'ascensore si ferma, solo con loro due la dentro.

Bene, pensò il sostantivo, un altro buon motivo per provocare alcuni sinonimi. Poco dopo, erano già ben tra parentesi quando l'ascensore cominciò a muoversi. Solo che invece di scendere, sale e si ferma proprio nel piano del sostantivo.
Ha usato tutta la sua inflessione verbale, ed entrò con lei nella sua stanza.
Attaccò il fonema e sono rimasti alcuni istanti in silenzio, sentendo una fonetica classica, morbida e rilassante. Hanno preparato una sintassi doppia per esse e un divario con ghiaccio ad essa.

Parlavano, seduti su un vocativo, quando lui cominciò ad insinuare. Lei ha lasciato, lui fu usando il suo potente complemento, e sono arrivati ad un imperativo.

Tutte le parole dicevano che sarebbe finita in un transito diretto.

Hanno cominciato ad avvicinarsi, lei scuotendo il suo vocabolario e lui sentì il suo dittongo in crescita.
Si abbracciarono, in una punteggiatura così minuscola, che neanche un singolo periodo, passerebbe tra i due.

Erano in quel momento enclitico quando lei confessò che era ancora una virgola.

Lui non ha perso il ritmo e ha suggerito a lei l'inca

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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata