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Racconti brevi

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Venite con me?

È l' ultimo giorno che risiedo qui a Lourdes, e già si crea un po' di dolore. Sento tutto ciò che mi è stato insegnato in questi giorni, tutto quello che ho visto, sentito, provato. Lega a te, queste mie emozioni, lettore. Assapora anche questo ultimo giorno. Ecco, uscendo dall' albergo Eliseo, ci avviamo per le strade del paese, affollate e ricche di negozi, le felci crescono sui muri, i gerani parigini decorano parte della via. Giungiamo dinanzi alla Porta di San Giuseppe, ed ammiriamo i rumori della natura, che in questo viale ci offre: cinguettii costanti, sussurri del vento, lo scorrere delle acque.
La piazza dinanzi la basilica è stracolma di persone, intente a scrutare le immense bellezze di questo luogo. Saliamo la rampa destra e ci addentriamo dentro la basilica superiore, ove il fresco emanato dalla pietra è un lusso in confronto al caldo di fuori. Questo silenzio ci aiuta a scrivere, riflettere, a distendere i nervi. Perchè l' impulso dello scrivere è venuto in fretta qui, il modo di comunicarvi lo stesso. Le colonne sono ornate da foglie e fiori, gli angeli campeggiano in ogni capitello, le figure della Madonna appaiono ovunque, e le panchine sono finemente decorate.
Sentite i rumori dello sbattere mio sulla pietra, sto scendendo per le scale di fretta, non voglio mancare niente. I pensieri ci sono sempre, qui, perché non pensare poi? Quanta sofferenza in questo mondo, e quanto dolore si prova. Neanche qui una piccola tregua, persino per me, ma non importa, perché io qui ci sono venuto con le mie intenzioni, e non per seguire una persona! Un rumore rompe l' infinito silenzio, è una bottiglia di plastica che cade dalle mani di una ragazza indiana. Spaventata ella la raccoglie, scomparendo subito sotto lo sguardo di decine di persone, che sembrano umiliarla.
Sento dei melodiosi canti.. vi va di venire con me?
Ecco, assistiamo ora ad una messa in francese, il solo parlare questa lingua mette i brividi, persino i canti sono emozionanti.

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   6 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Amica al 98%

Cresce così la storia della nostra vita: nutrendosi della storia della vita degli altri e comincia proprio dal sorgere del giorno; come quando ti accompagna un certo desiderio di caffè o di latte che non sai mai da dov' è partito, forse ci ha lavorato sopra il sonno e la fantasia o, semplicemente, perché la nostra vita è fatta anche di cose che non si conoscono e che quotidianamente accettiamo per fede o per non complicarcela più del necessario. Il giorno si vede dal mattino e siccome la vita è fatta di giorni...
Un giorno conobbi Ivana e di conseguenza suo fratello Ettore, il suo sorriso acchiappò il mio e ne fece un nodo. Il caso volle, o lo volle qualcun Altro, che il socio del mio amico si dovette separare per iniziare una nuova attività con la moglie. Il commercialista, uomo noto nel commercio delle liste, gli consigliò di non cambiare forma alla ditta, né nome; sarebbe stato meno costoso cambiare semplicemente socio. Per cui, quel sorriso che per molto tempo era rimasto teso tra un incontro e l'altro, si smollò. Una socia all'uno per cento che con l'andare dei giorni avrebbe colmato il vuoto del novantanove per cento. Un affitto di tremilioni e cinquecento mila lire all'anno per un locale che io chiamai ex- stalla, ma che s'intonava perfettamente con il nome dell'azienda: TAMPO STAR SNC DI ETTORE T. & C. Io ero la "C" Come Cara Compagna Contabile... ECCCC!
Lire tremilioni e cinquecento per un fienile abbandonato da ogni animale, a parte i ragni! Scrivania di cartone, scatole interscambiabili da cm 40x60x80 usate come seggiole, praticamente sempre nuove, divanetti improvvisati con le cassette della frutta, un po' meno versatili delle sedie ma più resistenti, per gli amici che di tanto in tanto, molto di tanto in tanto, passavano a salutarci. È superfluo dire che era vietato, severamente, l'accesso a clienti e fornitori; consegne e ritiri a nostro carico! Nel bel mezzo della convinzione di essere le stelle della tampografi

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Anna

L'uomo è la fogna dell'universo
Charles Bukowski

Quando fai all'amore, spendi energia; e dopo ti senti felice e non te ne frega più di niente. Loro non possono tollerare che ci si senta in questo modo. Loro vogliono che si bruci l'energia continuamente, senza interruzione. Tutto questo marciare su e giù, questo sventolio di bandiere, queste grida di giubilo non sono altro che sesso che se ne va a male, che diventa acido. Se sei felice e soddisfatto dentro di te, che te ne frega del Grande Fratello e del Piano Triennale, e dei Due Minuti di Odio, e di tutto il resto di quelle loro porcate?
George Orwel, 1984


Il cloroformio che era sullo straccio ha invaso le sue narici.
È svenuto.
Quando ha aperto gli occhi era avvolto dal buio, come se il suo corpo fosse stato immerso in una vasca di catrame.
<Dove cazzo sono? Aiutatemi>
La sua voce rimbalzava sulle pareti rivestite di silenzio.
Dopo un paio di muniti ha visto una luce rossa accendersi come una piccola macchia di acne nel buio
Quando la luce nella stanza si è accesa, ha visto chi si trovava di fronte.
E lì che ha capito di essere morto.

Anna teneva le braccia alzate.
La musica penetrava nelle sue orecchie, dandogli dei veri orgasmi sonori.
Il cuore le pulsava nel petto, cantava tutte le canzoni, le conosceva tutte a memoria grazie ad anni di ripetuti ascolti.
Era al concerto del suo gruppo preferito.
Capelli neri corvini, viso ovale leggermente allargato, una fronte un po' allungata e labbra carnose, davano alla tridimensionalità del viso di Anna un canone di bellezza eccellente. Il suo fisico atletico e curve non volgari rendevano il tutto ancora più bello agli occhi della gente che le stava attorno.
Gli sguardi non erano tutti uguali. Alcuni di essi erano sì lusinghieri, altri erano lo specchio di una società dove la divinizzazione di soubrette televisive e la pornografia regnante e ossessiva di internet hanno creato un esercito di depravati sempre più giustificati dalla co

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Un'eroina d'altri tempi

Il sole sul filo dell'orizzonte era diventato un disco di fuoco e pennellava il cielo a varie tinte.
Una luce fioca e rossastra filtrava tra gli arbusti, come se avessero acceso un falò in lontananza.
Dal terreno si innalzava un caldo vapore profumato di muschio e di legna marcia.
Bisognava affrettarsi; presto sarebbe sceso il buio nel bosco.
Dina, dopo una lunga giornata di luce sfavillante, era sfinita dalla fatica, nella discesa abbandonava il suo corpo alla forza di gravità che la spingeva a valle.
Non riusciva a controllare le gambe, non le sentiva più sue, e le braccia pendolavano libere assicurando un equilibrio instabile.
Arrivata a valle, in un piccolo spiazzo, prese dalla cinta un pezzo di stoffa, lo arrotolò intorno alla mano sinistra, se lo pose sul capo come un cuscinetto.
Poi si inginocchiò innanzi all'ultimo fascio di legna, lo afferrò con entrambi le mani, tirò un profondo respiro per raccogliere le ultime forze, e se lo sollevò sulla testa.
Saliva piano, annaspando, con i piedi che non volevano saperne di sollevarsi a dovere.
Si impigliava tra i rovi, scivolava sull'erba e sul terreno polveroso; la legna ogni tanto urtava vicino agli arbusti e le dava uno scossone.
I capelli scompigliati le si attaccavano sulla fronte, sul volto, sugli occhi.
Il sudore scorreva a rivoli; i suoi occhi erano ormai appannati come da un velo e procedeva a tentoni, con le vesti che si appiccicavano addosso e le impedivano i movimenti.
Borbottava la povera giovane, prendendosela ora con questo ora con quello, ma più ancora con la sorte nera che non ha pietà e paura dei poveri, che sovente si accanisce con essi come se ci trovasse gusto.
La sorte era per Dina una entità personificata debole con i forti e forte con i deboli.

Arrivata sull'aia, dove era in preparazione il "catuozzo" per fare il carbone, buttò il suo peso insieme alla pezzuola che era servita da cuscino, come una liberazione, e fece un lungo respiro.
- Dina!- Si sentì chiamare

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   10 commenti     di: Ettore Vita


Alle porte della notte ho bussato

Alle porte della notte ho bussato e fiumi di solitudini e vizi ho trovato.
Ho parlato al barbone abbandonato al vino, e nei suoi occhi ho scovato un figlio mancato e un naufragio di vita.
Alla notte le tombe sembrano riposare ma in realtà ascoltano le grida di chi resta in questo mare.
Un mare con attorno sabbia mai scavata e acqua fresca mai trovata.
La notte, la guardo in faccia e non mi fa più paura.
Come i gatti, negli anni, ho imparato a guardarci attraverso.
Le stelle son quello che dei sogni ci resta.
In quel luccichio la notte riserva i suoi doni più belli.
A chi ci ha lasciati vola il mio pensiero, a chi amo e a chi non amo affido le mie speranze.
Vivo altrove quando guardo questo manto magico notturno.
Il pregiudizio che accompagna la mia vita da sempre non esiste più.
Il dolore rimane nella tana.
La realtà esterna non mi opprime più.
Non esiste nulla se non questi occhi in lacrime e questo infinito lontano.
Non esiste nulla se non questo mio battito che a niente si arrende e mai si distrae.



Amore che mai fu

Lui: -Sto per arrivare, solo ancora 20km e sono da te, verrai vero?
Lei:- Si, verrò, io mantengo sempre la parola.
Lui:- Ecco, sono al bar nella via che mi hai indicato, sto seduto a un tavolino fuori, ti aspetto.
Lei:- Ciao... eccomi... tutto bene Soldino?
Alzandosi protraendo la mano per un saluto:
- Sei venuta Regina, davvero; prendi un caffè... o preferisci andare?
Lei:- Andiamo, tra poco scendono anche i miei familiari, non vorrei stare qui.
Salirono in macchina i due, lui spostò alcuni giornali per farla sedere, a lei piaceva quella macchina, che modello fosse davvero non lo sapeva, sapeva solo che le piaceva, era alta e era una 2500 di cilindrata.
Soldino:- Non possiamo stare tutta la giornata insieme, no possiamo andare a Torino, ho un imprevisto e devo essere libero nel primo pomeriggio, andremo a zonzo per la zona, ci conosceremo un po'meglio, decidi tu Regina che sei del posto.
Regina:- beh io non sono del posto, sto in trasferta, va avanti, quando sarai stanco di guidare ci fermeremo.
E i due parlavano fitto, i sogni di lei, le aspettative di lui. La strada che dapprima era un rettilineo iniziò a svincolarsi in mille curve. Regina da sempre soffriva del mal di macchina, in cuor suo pregò di non essere preda di un attacco di vomito, certo sarebbe stata una magra figura, poi rivolta a lui:
- Dove stiamo andando? Vedo che segui sicuro la via, come se la conoscessi.
Soldino:- Non conosco questa in modo particolare ma sai che viaggio spesso per lavoro e questa regione è tra le mie zone lavorative, le strade si somigliano un po' tutte, ho visto il cartello di un Santuario, stiamo andando li, penso ti faccia piacere, poi si vedrà, viviamo il momento man mano che si dipana innanzi a noi.
Eccoli innanzi al santuario i nostri due amanti, lui prese una videocamera dal portabagagli e porse il suo braccio a Regina con un sorriso degno del suo essere Soldino e si incamminarono verso il portale della chiesa, vi entrarono.
Lei si bagnò le dita n

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   4 commenti     di: bruna lanza


Se ti guardi indietro

... se ti guardi indietro, Rosy, tu.. che cosa vedi? ha detto Eli. Io non vedo niente.. mi sembra che.. come se non avessi fatto niente, come se non avessi capito niente.. e come se niente se ne fosse fregato niente di me... Rosy, e tu?
Perchè c... ti guardi indietro, Eli? Neanch'io vedo niente... ma è perchè io non ci guardo, indietro.
... devi guardare avanti, per non finire nella merda, Eli.. quella che stava dietro già l'hai beccata..




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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata