PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultimatutte

Possibilità Ironiche

Questa forse è la volta buona, pensò il povero Timothy fissando il piatto ancora vuoto davanti a sé.
Ma non voglio accelerare con la fantasia, bisogna stare con i piedi per terra, ma questa forse è la volta buona. Sorrise sotto i baffi senza farsi accorgere.
"A che pensi?"
Se n'è accorta. Ecco la solita domanda... bisogna raccontarle qualche aneddoto che mi ha fatto sorridere in passato.
"L'ultima volta che ho mangiato qui mi sono abbuffato di cozze, uscendo mi sono attaccato ad uno scoglio per solidarietà"
Lei lo fissò interdetta scrutando la possibilità che l'avesse fatto sul serio.
"Beh, non le prendere stasera"
Che risposta del cazzo...
Questa m'annoia di sicuro. No no... basta, l'hai appena conosciuta, dalle una possibilità, sei un po' troppo frettoloso nei giudizi.

Timothy alzò lo sguardo seguendo il cameriere che si stava avvicinando per chiedere le ordinazioni.
Era l'ennesima prova. Dopo anni di fallimenti con il gentilsesso iniziava a pensare che non avrebbe mai trovato la sua anima gemella.
Questa era bella, fianchi alti e seno prosperoso, un naso aquilino non troppo marcato che le dava personalità, almeno in apparenza; capelli ricci e corvini in cui qualsiasi uomo avrebbe voluto affondare la faccia e addormentarsi dopo una serata speciale.
Indossava un vestito lungo marrone, sicuramente se le avesse detto "Mi piace questo vestito marrone" avrebbe risposto: "Non è marrone, è testa di moro". Le si chiudeva intorno al collo coprendo la scollatura ma lasciando le spalle e la schiena scoperte. Una finta puritana doppiogiochista. Il pensiero lo fece sorridere di nuovo.

"Prendo le cozze"
Lei incrociò le braccia sul tavolo puntellandosi sui gomiti e lo guardò sorridendo. Poi alzò la testa rivolgendosi al cameriere. "Anch'io"

Timothy comprese con soddisfazione che la commensale iniziava ad ingranare con la sua ironia. Avrebbe potuto portarsela a letto quella sera, da come si atteggiava con lui sembrava a

[continua a leggere...]



Finché la barca va

Si guardano gli uni con gli altri con occhi che cercano, senza riuscirci, di nascondere il terrore.
Un rombo all'improvviso sovrasta il monotono sciabordio delle onde.
Piccoli pianti nascono di colpo, subito calmati con bisbigli premurosi. Il boss li ha avvertiti prima di salire a bordo, niente lagne o pianti, terminando il breve discorso con uno sguardo eloquente.
Due lampi nella notte, poi una prua che si avvicina, il ruggito del motore che diviene un sordo borbottio, urla concitate che non lasciano presagire nulla di positivo.
- Tu, vieni qua! Stammi a sentire bene. Prendi il timone, vai sempre dritto verso quella stella. Se va bene arriverete all'alba. -
Lo guardano salire sul motoscafo, ascoltano il sommesso brontolio trasformarsi in un urlo straziante e lo vedono allontanarsi.
In mezzo al mare l'urlo meccanico si trasforma idealmente in quello di decine di bocche disperate, chiuse dalla paura.
Il barcone si rimette in moto.
Il pilota improvvisato prende mano con la guida del battello.
Un'unica leva per imprimere la giusta direzione e per dare o togliere gas.
Facile.
Guarda la stella indicata dal boss. Per non sbagliarsi decide di fissarla senza sosta.
A prua decine di occhi si sforzano per cercare un segno, una luce che li possa rassicurare, ma riescono a vedere solo le onde, le placide onde del Mediterraneo.
Uno dei passeggeri prende dalla sua sacca una radiolina portatile, la guarda mostrando il suo piccolo tesoro ai vicini.
Nella notte si diffondono le note di una canzone. Decine di voci si levano con gioia.
- Italia, Italia!! Chi capisce l'italiano, chi parla l'italiano? -
Una mano si alza e tutti quegli occhi eccitati si girano a guardare.
- Sono già stato in Italia tanti anni fa. Era una canzone famosa. -
- Chi è che canta? -
- Non mi ricordo il nome della cantante. -
- La canzone? -
- Finché la barca va. -
- Come!? -
- Te l'ho detto. Finché la barca va. -
Tutti quegli occhi si guardano tra loro, poi una risata fr

[continua a leggere...]



Augguri

Stammatina 'o zì Gregorio m'ha fatto 'augguri.
<Grazie, grazie assaie on Gligò. Ve cuntraccambio 'e core. Stateve bbuono.>
Ma 'qua augguri che chille tene 'a mugliera assettata co 'a paralisi e ò figlio c'ha vvede ò sole miezz'ora 'ò jurn da 'u curtile e Poggioreale.
L'auggurio cchiu bbello che 'o putesse ffa è che s'adduorme stamatina e s'addesta 'o jurn appress a Bbefana accussi nun n'ha 'a sentì cchiu buggie.
Mannaggia a ste ffeste, sti augguri e chi 'e ffa.

   0 commenti     di: Marcello Piquè


Lady Oscar

"Mi parli della rivoluzione francese" - mi chiese.
Era il presidente della commissione, e mi doveva interrogare, anche se non ne aveva voglia!
Ed io di rispondergli anche meno.

Non voleva sapere grandi cose, solo due date, qualche generica informazione, insomma, si sarebbe accontentato del minimo sindacale. Era un esame di due anni in uno, per essere ammessa alla classe quinta della scuola privata che avrei frequentato l'anno dopo, però non mi ricordavo niente, ma proprio niente di quell'argomento.

Balbettai qualche parola per prendere tempo, per cercare un bandolo, qualcosa che rimettesse in moto le informazioni che da qualche parte avevo nella memoria, anche se mi ero trastullata molto quell'anno, nella certezza che, insomma, se paghi poi "due in uno" te lo fanno passare, via.
Qualcosa dovevo pur dire. Si trattava anche di uno scatto, piccolo, di orgoglio. Non potevo fare scena muta!

A studiare ci avrei pensato l'anno prossimo, lo promisi a me stessa, lo avrei fatto!
Ma ora mi occorreva un aiuto.

E a un certo punto il mio desiderio fu soddisfatto, si aprì una luce nella mia mente!
Era "Lady Oscar" che dal cartone animato che avevo visto da piccola, mi veniva in aiuto. Me lo ricordavo molto chiaramente, quello sì.
Cominciai dalle informazioni più sicure, quelle che, pensavo, non fossero della fantasia degli ideatori del cartone, che si svolgeva durante la rivoluzione francese, appunto, per proseguire osando di più con lo scorrere del dialogo col professore che m'interrogava.
Ora le vicende avevano fatto affiorare anche i debolissimi ricordi propriamente scolastici e del mio tenue studio e mescolavo abilmente le due fonti d'informazione osando molto, ma colpendo nel segno. Il Re Luigi, Maria Antonietta, Robespierre... arrivavano tutti. E su tutti avevo da dire qualcosa.

Fu un bel successo, considerando l'inizio infausto, e riuscii a essere ammessa alla quinta classe.
L'anno seguente avrei studiato di più, non volevo ritrovarmi di nuo

[continua a leggere...]



Radioattivo

Puoi farlo.
Devi farlo.
Un uomo con la pistola è pericoloso anche quando non spara. Gli occhi sono azzurri, ma possono piangere.
Il cielo più sgombro può scatenarsi nel temporale.
Non c'è niente di male a lasciar vivere.
Perchè?
Non sarà difficile dimenticare un uomo che non ti può amare quanto meriteresti, che non ha avute che carezze fredde come l'acciaio. Che non ha fatto che sfregarti e fissarti. Sempre sul punto di fare qualcosa che tu non potresti immaginare, nè capire.
E non ti ho mai detto che anche per me è così. Una vita fatta di bivi senza mai scegliere una direzione. Sotto il culo una molla che non fa altro che pungermi.
Sedie per terra. Cocci di ceramica. Schegge di vetro. Tapparelle abbassate. Il cellulare che squilla per ore.
Perchè ti faccio dubitare di te stessa. Ti rinnego.
Fisso il pezzo di muro del soggiorno. Sfrego la tasca dei pantaloni.
Oggi c'è sole. Non credo durerà.
Perchè non voglio odiarti.
Ti ho preso l'anima per strapparla e ricucirla. Fino allo strappo successivo.
Non puoi più aspettarmi. Non puoi più fare e disfare la tela.
Il tuo bivio. Puoi farlo. Devi farlo.
Che senso ha insistere? Perchè ostinarsi? No. No! Consumare consuma, logorare logora, una piccola crepa può far crollare un muro. Non voglio. Non ti voglio.
Non c'è niente di male a non volerti.
Non sono il tuo bambino. Non sei madre. Non lo sarai dei miei figli.
Devi dimenticare un futuro che hai immaginato solo tu. Il letto matrimoniale, gli anelli, la culla, i primi passi, l'anniversario, un'altra culla, due mani di stucco sul muro del soggiorno. Mano per mano, la testa appoggiata, la risata, il sesso.
Non litighiamo più. Solo insulti e il tuo sguardo di speranza che tutto torni com'era.
Come non è mai stato. È un altro maledetto problema. Non c'è differenza tra adesso e prima. È sempre andata così.
Le sedie per terra, i cocci di ceramica, le schegge di vetro, le tapparelle abbassate, il cellulare che squilla per ore,

[continua a leggere...]

   17 commenti     di: Guido Ingenito


Diario d'un seduttore

A vent'anni avevo una reputazione nel mondo femminile.
Esercitavo il mio personale fascino in modo discreto ottenendo effetti a volte dirompenti.
Non è che cadessero proprio tutte ai miei piedi, ovviamente.
No, cadevano un po' più distante.
Il tempo di inalare la micidiale mescolanza di acqua di colonia e dopobarba che usavo ai quei tempi e crollavano tutte a terra, senza pietà.
A me Denim faceva ridere. Ricordate il famoso slogan "Per l'uomo che non deve chiedere mai"?
L'ho inventato io.
Infatti, chi chiedeva.
Me la davano subito, appena mi presentavo.
La borsetta.
Sulla fronte.
Poi ho cambiato profumiere.
Le cose sono andate subito meglio.
Emanavo una fragranza discreta, quasi impercettibile.
Infatti nessuna si accorgeva di me.
Ma proprio nessuna, mica scherzo.
Potevo stare lì delle ore.
Niente. Era come se non ci fossi.
Eh, quelle erano soddisfazioni.
Potevo chiedere, finalmente.
Tanto non me la davano.
Mai.
Mica la borsetta.
No.
Un'altra cosa.



Storia (low cost) - seconda parte

Cazzo. Guarda giù. La vedi, quella sotto è l'Inghilterra. E là, più avanti, c'è il mare. Cazzo cazzo, fra un po' siamo in Irlanda.
E non dire sempre cazzo, cristo.
La Genni lo canzona un po'. Cristo non dire cazzo. Cazzo non dire cristo. Cristo non dire cazzo. Ma dai che non ci sente nessuno. Poi sono così contenta. Una notte a Dublino. Una intera, per me. Quando me l'hai detto non c'ho creduto.
Cristo, ora come ce porto la Genni in città. Dublin express fa diciotto a corsa, per uno. Il taxi è a cinquanta. Il bus poco di meno e qui mica possiamo fare come a Prato che se ti beccano senza biglietto sono cazzi.
Guarda, cazzo! Ma a cosa stai pensando. Ma non vedi che siamo a Dublino. Guarda, che è tutto scritto in inglese. E quante cose che ci sono. Meglio che ai Gigli. Ci sono quelli per affittare le macchine. Ci sono i negozi con i suvenir. Guarda che bello l'orsetto di pelusce con il boccale di birra, cazzo. Ci starebbe proprio bene sul nostro divano. Cazzo, io lo sapevo che Dublino è proprio bella.
Sei contenta Genni. Sì? Ora però aspettami un attimo qui, che c'ho da fare una cosa.
Oh, cazzo. Non mi lascerai mica qui da me, che so dire solo gudmonin e tenchiu.
Cristo no. È solo cinque minuti. Il tempo di fare una cosa.
Come cristo ce lo dico, che non possiamo andare in città. Che siamo arrivati fin qui ma che la sua Dublino non la potrà vedere. Cristo, ma come faccio io. È possibile che sempre dei casini. Non posso andare là e dirci, Genni sai, dormiamo qua in aeroporto e domani mattina presto ce ne torniamo a casa. E lei mi dice, e Dublino? E a me mi fa male al cuore come me lo dice. No, così non posso. Magari, sì magari una cosa posso farla. Le prendo l'orsetto nel negozio, quello con il boccale, che le è piaciuto tanto. Poi glielo dico. Ma almeno c'ha l'orsetto. Di Dublino.
Duty-free, prego entrare. Se avete tempo, se siete di fretta. C'è sempre tempo per un regalo. Qui c'è tutto quello che può far felice il vostro bim

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata