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Racconti brevi

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Il buono a nulla

In paese dicono che sono un buono a nulla, e pensano che sia peggiorato da quando mia moglie è morta. Mi credono una "mezza sega" e quando m'incontrano lodano lei, mai un sorriso o un complimento rivolto a me. Sono convinti che ogni cosa buona uscita da casa nostra sia merito suo. Io non so guardare le persone negli occhi, lei con la gente aveva un altro impatto. Col suo sorriso da madonna conquistava anche il diavolo, ma solo fin quando la si conosceva meglio. La mia vita è stata una lunga lotta con le donne: mia madre che passava metà della giornata a metter cera sul pavimento e io a far acrobazie per non scivolare, il resto lo passava a litigare con mio padre, quando tornava dall'osteria con la voce impastata. Di lui ho un ricordo vago, ma non posso dimenticare gli strilli di mia madre. E quando finiva con lui, si girava verso di me e, urlando, mi diceva che ero la sua copia. Poi venne mia moglie: la sua irruenza illuminò la mia vita, ma quella luce durò solo per qualche giorno, poi divenne buio permanente. Con quel loro imporsi, le mie donne mi hanno tolto ogni desiderio, mi hanno ridotto come uno straccio. Mia madre al cimitero c'è finita da sola, la seconda m'assillava ancora. Da Dio ho avuto due doti: un viso dolce e un fisico da atleta. La prima l'ho usata per corteggiarla, l'altra per liberamene. Ho aspettato che si avvicinasse al pozzo, una spinta e la fama d'imbranato mi è servita. Non sono uno sveltone, ma le lezioni avute mi hanno insegnato che non conviene mai confessare. Mai. È quasi mezzogiorno adesso, il fuoco è già acceso. Ci butto dentro la mia storia, chiudo l'album delle foto e per oggi la puntata è finita. Sono tranquillo, in galera. A parlare coi morti non ci finisco e questo casolare è fuori mano. Nessuno mi viene a trovare. Prima che si spenga il fuoco mi preparo un pranzetto e poi vado al cimitero, come sempre; bagno i fiori e piango sulla sua tomba, perché fingere fa parte di questa commedia che chiamano vita.

   8 commenti     di: lucietta vo


Trattoria romagnola (il biondino e la sua bimba)

La scorsa settimana ero al mare ed una sera ho deciso di trattarmi bene e sono andato a mangiare alla Casa delle Toppie, una tipica trattoria romagnola dove si mangia bene e si spende poco. Lo stile è rustico elegante. Arrivi lì e di solito non hai il "tuo" posto al "tuo" tavolo, ma vieni fatto accomodare ad una tavolata, tra gente sconosciuta. La cosa è anche simpatica, se non fosse che, per tipi come me, è abbastanza difficile intavolare poi un minimo di discorso con i vicini e... rimanere zitti non sta bene! ... e infatti non ho fatto parola alcuna e nemmeno ne ho ricevuta, ma... Alla mia sinistra c'era un ragazzo molto carino con la sua bimba. Forse era un papà separato e quella era la sera che gli toccava passare con la figlia. Era molto dolce e tenero con la bambina, che pure era molto carina e simpatica; a tutti quelli che passavano faceva un sorriso e gridava un allegro "ciao". Quel papà era così premuroso e tenero che avrei voluto premiarlo almeno con una carezza sulla testa, cosa che naturalmente non ho fatto. Prima di andarmene però ho deciso il tutto per tutto ed ho approfittato dell'unico momento di capricci della piccola. La bimba aveva ordinato la panna cotta, ma ora che era arrivata non la voleva più mangiare. Il papà la rimproverava dicendole che "non si spreca così la roba! La prossima volta non la ordinare più se poi non la mangi!" Io mi sono alzato per andarmene e prendendo il coraggio a due mani, mi sono rivolto al ragazzo dicendogli "buona sera, arrivederci. Complimenti per la bimba che è molto carina e anche a lei che sa essere un bravo papà" e poi rivolgendomi alla piccola "ciao bella! Dai mangia la panna cotta che è buona!". La bimba, che per tutta la sera aveva propinato sorrisi e saluti a destra e a manca, mi ha guardato con aria scocciata e quasi di sfida, ruggendomi un "ciao" che si poteva tranquillamente tradurre in un "pensa ai cazzi tuoi e va fa' n culo!".
Meno male che come consolazione ho avuto un sorriso ed un salut

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   0 commenti     di: eurofederico


Il declino

<< Ciao, come va col tuo declino? >>
<< mah.. direi che procede indisturbato... i buchi di bianco-pelato fra i capelli che si diradano a vista d'occhio sono quello che mi turba di più, ma anche il metabolismo rallentato che accresce la pancia a dismisura dice la sua... ah! dimenticavo Miss Pappagorgia! , guardami da di fianco... >>
si spostò l'adipe del collo da una parte con il pollice.
<< se non ci fosse sarei ancora guardabile, ma così...>>
La lasciò andare.
<<... sembro un maialino sardo pronto da essere cucinato >>
<< cazzo che declino! >>
<< e tu donna? >>
<< ehh, io non ho la pappagorgia, ma guarda che collo rinsecchito, sembro una strega delle favole... e le rughe qui?!, e qui?! , ma quelle che odio di più sono quelle attorno alle labbra, il tempo ci ha rovinato anche il gesto di mandare un bacio... e poi, da quando ho avuto il bambino ogni volta che starnutisco mi faccio un goccio di pipì nelle mutande >>
<< cazzo che declino! >>
<< Bisognerebbe morire a 27 anni come le rock star >>
<<... però hai delle belle tettone >>
<< ma va!, anche loro mi arrivano all'ombelico ormai >>
<< a me piacciono ancora >>
<< grazie >>
una scintilla
<< sali a prendere un te? >>
<< OK >>
Sì lettore malizioso, i due sono andati a scopare.



La volta in cui celinio sfidò il nazi-fascismo

lo conobbi il secondo anno della scuola superiore il piccolo Giuda, Stello Andreozzi, una mattina che ci fu un gran baccano all'uscita e ad un ragazzo gli strapparono un pezzo d'orecchio, a morsi.
"io voglio essere buono con te... Giulio ha sbagliato -per via dell'orecchio intendo... ma se tu ti metti a fare sti proclami contro il negazionismo... ste robe da comunisti... vedi, Mario, è tutta una balla, non c'è stato mai niente. niente."
aveva la forza crudele del leader e il soprannome gli derivò probabilmente da quel suo senso sprezzante d'inumanità o, forse, dalle strampalate idee sul ruolo dell'uomo nel mondo, che apparivano ancora più inverosimili indosso ad un ragazzo d'appena 15 anni.
io, al tempo, c'avevo un senso inutile della giustizia nel cervello, incantato com'ero dai buoni sentimenti della vita, e proprio non lo reggevo quell'Adolfo dal cazzotto facile, quella specie d'insulto alla purezza dell'adolescenza, e mi stavo decidendo a combinargliene una, da quando vidi quel frammento di lobo insanguinato nel marciapiede polveroso della scuola. così m'armai di buon coraggio e una mattina di manifestazione, nudo come l'anima di un angelo, gli andai incontro e con tono irrisorio gli feci: "Andreozzi, quello che rispetto di te, è soltanto che c'hai na' madre come quella! c'ha dentro gli occhi 'na voglia che pare 'na mignotta. tutta sesso quella donna, mamma mia!" lui guardò incarognito i suoi compari e estrasse da un taschino nello stivale il tirapugni, una cosa di metallo e pelle che s'infilava nella mano e ti faceva diventare le nocche alla Robocop, poi mi guardò, sputò per terra e disse: "celinio, sei la feccia dell'Umanità... ti pesto la faccia come fossi un mortaio... ti riduco così male, che manco tuo padre ti riconosce all'obitorio..." poi partì, da solo, con li scagnozzi che rimasero appoggiati al muretto, come nel livello finale d'un videogioco -il cattivo contro il buono, il Male contro il Bene, l'eroe e l'antagonista- e me ne tirò un

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   1 commenti     di: Ferdinando


Passeggiata nel Raval

Camminare per le strette vie del Raval vuol dire sentire il profumo soffice degli incensi mescolarsi all’odore grasso degli shawarma di pollo che si arrostiscono girando sullo spiedo; vuol dire ascoltare, mentre si gira l’angolo, schiamazzi in tre lingue differenti. Ci si trova nel settore popolare del nucleo cittadino di Barcellona, dove i lenzuoli colorati stesi ad asciugare sui fili dei balconi, fanno dei vicoli strade imbandierate a festa. Il vento li agita diffondendo il loro profumo di sapone, una bimba indiana dalla lunga sciarpa celeste e il pile color di mela, corre nella calle con il suo monopattino. Gli impianti elettrici sono tutti esterni, molti penzolanti, non stupisce che una buona parte degli abitanti non paghi la corrente. Tubi, cavi e ferri arrugginiti fregiano le facciate meno in vista, quelle delle traverse più interne. I palazzi hanno di solito quattro o cinque piani, ma fino al terzo difficile che arrivi la luce del sole. La vita si svolge giù, per la strada. E come i ragazzini giocano sui marciapiedi, gli adulti s’incontrano sulle soglie dei locutori e dei barbieri dalle scritte in arabo, in stile anni ’60. Immigrati e senza tetto sui marciapiedi stendono invece i loro lenzuoli, per vendere a pochi euro gli oggetti più vari. Li hanno trovati, spesso accanto alla spazzatura; non è raro incontrare su queste tovaglie stese a terra una scarpa sola, la destra. “È per chi già ha la sinistra” risponde con semplicità il vagabondo alla domanda un po’ maliziosa di un passante divertito. Ed ecco che al segnale, tutti raccolgono alla rinfusa nei lenzuoli quelle chincaglierie che fino ad un attimo prima stavano disponendo con gran cura e meticolosità. Arriva la polizia, dei venditori di strada non rimangono che cartoni e fogli di giornale. Ci penserà poi la nettezza urbana.
È molta la gente che vive per la strada; rasentando i muri per lasciar passare un furgone nelle viuzze del barrio succede di sfiorare persone rannicchiate per

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   0 commenti     di: GIULIO BARBATO


Il professore

Una leggera fitta pioggia si lasciava cadere su strade e case e il giardino sembrava più verde e più vivo; il gatto andò a ripararsi sotto il grande abete centrale, ma non si sdraiò come era solito fare.
Lucrezia si era appena svegliata e, ravviandosi i capelli, guardava attraverso l'ampia vetrata il paesaggio terso sotto l'acqua.
E giacché il rumore della pioggia, quando era così delicato e sottile, la metteva di buonumore, o meglio più in armonia con se stessa, sentì che quella era una buona giornata.
Bevve lentamente il suo caffè, lanciando uno sguardo distratto sugli oggetti sempre uguali della stanza. Tra un poco avrebbe iniziato a provare per il prossimo concerto. Il violoncello, in un angolo, sembrava attendere soltanto di essere preso, come sempre, dalle mani lunghe e bianche della sua musa silenziosa.
Lucrezia amava infatti più ascoltare che parlare e tutto quanto le sembrava armonico era da lei ascoltato di più.
Apprezzava perciò non la sola musicalità che poteva prodursi con una strumentazione, nel caso del suo violoncello dall'incontro delle corde toccate dall'archetto, ma soprattutto quella certa musicalità che sa sprigionarsi, improvvisa, da taluni elementi naturali ben intonati tra loro e sollecitati da nessun evento esterno.
Questa vera, reale musicalità ella sapeva cogliere nella voce umana come in quella della forza dell'acqua di un fiume o del mare in certe ore, oppure, come in quella mattina, nella pioggia di primavera.
Talvolta riusciva a penetrare nella musicalità muta di un atteggiamento o di uno sguardo o di un'intesa o in quella corale di un insieme ben strutturato.
Non ci aveva mai pensato, ma forse faceva musica anche per cercare di riprodurre le sensazioni che a volte non riusciva a catturare negli eventi naturali o nell'animo stesso.
Necessità, voglia di armonie.
Aveva preparato lo spartito e faceva i primi accordi, quando alcuni squilli penetrarono nella stanza ancora non ben insonorizzata.
La telefonata ar

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Il ciclista Mario

Arrivò a Cisternino da Laureto alle 11 circa. Uscito di casa presto al mattino, montata la bici sull'ultimo vagone del regionale Bari-Lecce, scese a Monopoli. Agganciò la borsa nera al portapacchi posteriore della city bike Bianchi, richiuse le cinghie laterali, si piazzò sul sellino e respirò profondamente il sole delle 8. 35 come a volersi riempire d'energia o forse per cancellare tutto il resto. Sistemò con cura maniacale le dita nei guanti mozzi di pelle nera, sganciò gli occhiali scuri dalla maglietta e li inforcò, indugiando sulle stecche finché ogni parte della testa vi si incastrò comodamente. Guardò a Sud il treno che, allontanandosi, gli strizzava l'occhio col faro rosso intermittente dell'ultimo vagone. Guardò a Nord le coppie di binari scintillanti ingoiate dalla curva impietosa e gli parve il passato. Rigirò velocemente la testa a Sud ed il futuro era già un puntino indistinto, neppure intermittente. Fissò i pedali e ne fece roteare uno a vuoto con un colpo secco del piede. L'arancione del catarifrangente l'abbagliò brillando velocemente e Mario fermò il pedale, il manubrio, il respiro, il tempo, i pensieri. Rimase immobile tre secondi e poi s'alzò sul pedale destro con la schiena dritta e la testa al cielo e tirò con forza a sé le manopole, il quadricipite si gonfiò e la bici partì.
Aveva lasciato Rita di fianco sul lettone. Le aveva accarezzato la nuca infilando la mano tra i capelli neri e corti. Lei non rispose, ovviamente.
Poi si preparò il caffè e tutto il resto. Raccolse la borsa della bici sistemata da Rita già la sera precedente. Aggiunse solo la borraccia d'acqua fresca di frigo. Con la borsa in mano, il cappelletto in testa messo al contrario, gli occhiali appesi alla maglietta e quei ridicoli pantaloncini fasciati sulle cosce e bombati sul sedere, si affacciò ancora in camera da letto. Rita era sempre lì sul fianco, immobile. Socchiuse piano la porta e uscì di casa con decisione.
Adesso pedalava con leggerezza

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   0 commenti     di: Carlo Diana



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