username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti brevi

Pagine: 1234... ultimatutte

Afrodite

“Afër-dita” – è vicino il giorno – sussurrò nel totale silenzio il giovane indoeuropeo alla gente di un villaggio di montagna dell’attuale Albania, riunita per difendere la propria libertà dando battaglia, all’alba. E indicava il pianeta splendente, la luce più intensa dopo quella notte senza luna.
Il nome di Afërdita si estese a tutta l’area del Mediterraneo, ai popoli liberi e a quelli soggiogati. Un giorno un pescatore del Peloponneso vide Afërdita brillare intensamente su un ventaglio di schiuma di mare, mentre il sole si apprestava a sorgere dal lato opposto, sulla terra. Aveva sempre vissuto lì, in quel lembo di terra e di mare
(Nel mio paese c’era un vedovo con molto contegno, che viveva con la sua piccina. Avevano un cognome altisonante: De Judicibus. La gente del paese lo chiamò “Lisc’e’buss”, perché ivi il tressette era compreso, mentre il latino no. La bimba, ‘Silvanija e Lishebuss-it” crebbe presto, si sposò e svanì via).
Fu così che il pescatore del Peloponneso gridò: “Afròs”, - spuma – a quella luce dal colore della schiuma che danzava sopra l'orizzonte.
Ieri un professore ha detto: Afrodite da Afròs, spuma, nata dalla spuma. Svanita in afrodisiaco afrore fra le mani dei presenti.
È quasi l’alba. Sei incantevole Afërdita. Sdraiato sul terrazzo, ti ho ammirato e ti ho aspettato e ho sofferto a lungo.
Apro il mio sorriso per lasciarti entrare.

   7 commenti     di: Nicola Saracino


Tumán

Tumán. Nebbia. Stava appollaiato su un abete rosso della foresta. Era l'alba di un giorno freddo. Dall'alto poteva vedere i fasci di luce obliqua che diffondevano fra i banchi di minuscole goccioline sospese a mezz'aria. Abbagliavano la vista. Sua madre l'aveva chiamato Tumán perché quando si erano aperti i suoi occhi a un mese dalla nascita era rimasta colpita da un velo sottile biancastro che copriva l'iride a losanga di colore celeste. Adesso, intorno a lui, il bosco ancora taceva avvolto dall'ovatta.
L'autunno volgeva al termine, presto sarebbe caduta la neve. In lontananza udì dei suoni bassi. Provenivano dalla terra. Erano i daini che cominciavano a brucare l'erba delle radure. Era l'ora di cominciare la caccia. Saltò giù dall'abete, per un attimo sembrò volteggiare nell'aria e rimanere sospeso sullo strato di nebbia. L'impatto col terreno non produsse nessun rumore percepibile. Cominciò a attraversare la foresta in direzione della preda. Le orecchie si muovevano girando a semicerchio. Stava in guardia per i cercatori di funghi. Spesso portavano con sé il fucile. Tumán procedette guardingo evitando le piste battute e i terreni non coperti di alberi. Arrivò in prossimità della radura. Di là dalla nebbia, coperto dai cespugli, scorse quattro piccoli daini, un maschio e tre femmine. Strappavano l'erba a piccoli morsi. Studiò il terreno e scelse la preda, la femmina più giovane. Muovendo le sue zampe larghe e coperte di pelo descrisse un movimento a forma di elle per raggiungere l'albero al confine settentrionale della radura. Dopo aver brucato l'erba i daini si sarebbero spostati in cerca di acqua. Tumán sapeva che a nord, dietro quella collina a forma di panettone, c'era una sorgente. Anche i daini lo sapevano. Con un balzo fulmineo raggiunse i primi rami del grosso ippocastano. Scelse il ramo più sporgente. Lo percorse quasi fino all'estremità. Si accovacciò e attese. I daini terminarono il pasto. Il maschio ebbe qualche esitazione, poi si

[continua a leggere...]



Se mi odi abbracciami

Tentazioni sfiancanti e resistenza assente. Trovi difficile credere in te Hans? Piangi, gridi, sbatti, soltanto per sanguinare un poco. Il sangue scivola denso sulla tua fronte, ti sfiora il labbro nei gusti il sapore, sei in frenesia. Ti piace non facevi che pensarci e ora non basterà un vecchio specchio rotto e un taglio in testa per fermarti. Ti guardi intorno, osservi gli oggetti che di sicuro hanno vissuto la tua vita più di te, rimani fermo, catatonico, circondato dalle cianfrusaglie accumulate negli anni, conservate per poter ricordare, scatole su scatole accatastate per non dover dimenticare: foto, fogli, scarpe, tutto ti è tornato utile. Ormai è da sette giorni che bruci fogli, che colmi buste, da sette giorni hai realizzato che non avere ricordi è quasi come morire, e tu vuoi che accada. Suicidarsi sarebbe troppo facile: no tu vuoi il lento passaggio fra la vita e la morte. Dopo aver spaccato l'ultimo specchio, quello appeso alla parete di fronte alla porta d'ingresso, con ciò che rimane della tua faccia svieni. Quel fottuto specchio comprato da lei subito dopo aver acquistato quella stramaledetta casa, ciò che più rappresenta il tuo passato, ciò che più è presente nei tuoi ricordi. Ti risvegli, le ferite erano poco profonde, hai smesso di sanguinare troppo presto, affianco a te solo vetri in frantumi e, mentre li guardi, intravedi il tatuaggio sul tuo petto. Incominci a contare per non dover pensare; ma non serve ti torna alla mente il giorno in cui l'hai fatto. Sarah era li accanto a te e sorrideva, aveva un sorriso perfetto, era quello che ti aveva fatto innamorare. Il sorriso che presto scomparve dopo che scoprii di essere malata. Sarah aveva il cancro, non un banale cancro al seno, era il suo pancreas ad essere malato, non esiste nemmeno una percentuale di guarigione per quanto sia bassa. Nonostante tutto non si lascio morire anzi incominciò a leggere libri di scrittori dannati, ascoltare musica solo di artisti suicidi e do

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: Alessandro


Oriana secondo Roberta

Il sesso inutile non riguarda Penelope, ma la guerra... e gli antipatici vivono se il sole muore.

   5 commenti     di: Roberta P.


L'enorme uccello rosso

Una sera uscii dal mio lager di lavoro con l'illusione di andare ad una casa, a salutare una moglie, a baciare un figlio, a dormire in un letto, per poi ritrovarmi di lì a poche ore, a rientrare nel mio lager con annessi cancelli di ferro e filo spinato tutt'intorno. Una sera dunque, una delle migliaia sprecate per la mia vita di artista, uscii invece con la mia tuta da operaiaccio e vidi di fronte a me, lì sospeso nel cielo apparso come per magia, un enorme uccello, grande e rosso con una testa enorme. Lo so, lo so a cosa state pensando, come se conoscendomi, da me da un momento o l'altro ve lo sareste aspettato. Ma vi dico subito che non era un cazzo gigante che svolazzava su per il cielo come un pallone aerostatico. Era bensì l'uccello simbolo dell'Auchan che a completamento di un altro grande mostro che avevano costruito proprio lì, di fronte alla nostra fabbrica-lager, avevano issato con fili quasi invisibili e con gran fretta quella sera.
E l'uccello stava lì quasi pensieroso, e cadeva proprio di fronte all'uscio della nostra mensa come a dire " anche quando mangiate non dimenticatevi dell'uccello... enorme ". Allora metti che qualche donna o qualche frocio sia stato in quel giorno indisposto, perché fargli venire il vomito guardando l'uccello proprio mentre mangiavano? Ma il vomito vero era che ora c'era un altro centro mentale dove correre a spendere ( chi poteva ), un altro centro insano come un manicomio fallito, proprio di fronte ad una fabbrica che s'apprestava, per papocchie varie fra i grandi, a mandare centinaia di operai a cassa integrazione. Ora dico, per me già le fabbriche non avrebbero mai dovuto esistere, come i lager nazisti di Auswitz, ma questo era un vero e proprio insulto per noi, deportati dalla società ad entrare ogni mattina presto e a rotta di collo, nel nostro lager a cui eravamo dal destino stati assegnati (infrangendoci non solo il sonno ma anche i nostri sogni, come ad esempio una mattina bestemmiai perché la maledetta sv

[continua a leggere...]



L’ombrello

“Quale?”
“Che cosa?”
“Dimmi, quale camicetta preferisci!”
“La devi indossare tu, che vuoi che ti dica, sbrigati.”
“Sei proprio di grande aiuto.”
“Sei una strafiga; stai bene con qualsiasi cosa. E lo sai.”
“A me piace questa. La prendo.”
“Cazzo questa costa quasi quanto un’automobile.”
“Non fare il difficile, si vive una volta sola.”
“Magari fosse così.”
“Senti oramai abbiamo deciso lo facciamo, e poi da oggi guadagneremo un bel po’.”
“Questa è la cosa meno sicura.”
“Ci hanno assicurati che lavoreremo assieme, no? Non è da tutti fare certe cose.”
“Vedremo. Dai, prendi quella camicia. È molto bella e ti starà molto bene.”

La camicia fu la prima cosa che Roch tolse a Luisa, e Roch toccò e stropicciò i piccoli seni di Luisa per sentirne la consistenza.
“Non sei male, ma il tuo uomo non è adatto per il ruolo.”
“Come, Albert?”
“Che c’è che non va Roch?”
“Albert è un po’ magrolino. Lo spettatore vuole vedere la pancia, la ciccia, molti peli che escono dal culo, dal naso, dalle orecchie e dalla schiena, insomma, chi guarda deve potersi identificare con il maschio, capisci?”
“Cazzo ho bisogno di quei soldi, Roch.”
“Senti Albert, se la tua pupa se la cava guadagnerà da sola quello che spenderete in due.”
“Non mi va; e si doveva lavorare assieme...”
“Albert cerca di capire, se Roch dice così è perché se ne intende,” lo interruppe Luisa.
“Luisa non vogliamo discuterne tra noi?”
“Ho già deciso Albert, abbiamo bisogno di quel denaro; lo dicevi anche tu, non è poi la fine del mondo.”
“Purtroppo. No.”
“No cosa?”
“Fa quel cazzo che ti pare, io vado farmi un giro.”

La strada era bagnata; pioveva. Albert non aveva con sé l’ombrello; un ombrello era qualcosa che Albert non aveva mai. Cercò di camminare al riparo, a ridosso dei muri della città. Un po’ guardò le vetrine, poi, entrò in un negozio e comprò un ombrello

[continua a leggere...]



Solo il tempo di un bacio

Sarah rientrava dopo la notte passata tra i tavoli del bar. Aveva smontato all'una e venti, all'una e quaranta aveva finito di pulire, e adesso che erano le due si trovava davanti l'ingresso di casa. Infilò la chiave nella toppa e notò che la porta era solo accostata. Era sicura di averla chiusa, si ricordava di aver raccolto il mazzo di chiavi dal mobile e di aver girato due volte. Poi ripensò a tutte quelle volte in cui si era convinta di una cosa sbagliata.

Quando accese la luce e la stanza rimase al buio non aveva più dubbi: qualcuno aveva forzato la serratura. Con gli occhi della memoria aprì senza esitazione il cassetto di fianco all'ingresso e vuotò le tasche. Si girò con la schiena verso il mobile, le mani appoggiate al bordo del piano. Non lo vedeva ma lo immaginava lì, seduto sulla poltrona accostata alla parete di fronte.
"Ciao Sarah."
"Ciao..." rispose lei.
"Sapevi che ti avrei trovato, alla fine."
"Lo sapevo..."

L'ombra si alzò dal divano e si spostò al centro della stanza, a pochi passi da lei. La luce spenta che filtrava dalle tapparelle ne disegnava ogni lineamento.
"Devi scusare i miei modi, ma le abitudini sono dure a morire. E tu dovresti saperlo."

Larry era un uomo di media statura e media corporatura. L'unica cosa in cui eccedeva era lo sguardo, nero come la morte con la quale si accompagnava spesso, e allo stesso tempo così espressivo da regalare ogni volta una sensazione diversa.
In quel momento Sarah ci leggeva rimprovero, e da lì a poco ne avrebbe pagato le conseguenze.
Le si avvicinò: "Sei bella come l'ultima volta".
"Allora non devo essere uno spettacolo..."
Sorrisero entrambi.
"Tu sei sempre bella."
Le accarezzò i capelli: "Mi piace il tuo nuovo look".
"Trovi? Il biondo mi ricordava troppe cose che volevo dimenticare."
"Da qualche parte ho letto che quando una donna decide di cambiare vita parte dai capelli."
"Ovunque tu lo abbia letto, hai letto il vero."
"Mi sei mancata..."
Sarah tagliò corto.
"C

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Moment



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata