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Racconti brevi

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Il vecchio pescatore

La luce mattutina, quel giorno, entrò con prepotenza attraverso le tende semichiuse della camera.
Aperta la finestra, una fresca brezza odorosa di salmastro accarezzò i miei capelli e mosse dolcemente la camicia da notte di flanella.
Rimasi qualche minuto a contemplare il paesaggio che da alcuni anni avevo la fortuna di ammirare.
Uno splendido e sinuoso spicchio di costa s'impossessava del mare diventandone, in parte, padrone.
Sul promontorio ancora selvaggio e primitivo svettava maestoso e indomito un elegante faro.
Alcune palme d'alto fusto nel giardino a fianco formavano una graziosa oasi esotica mentre alberi carichi di arance e limoni coloravano l'ambiente con una nota di allegria e impreziosendo l'aria di deliziosi profumi agrumati.
Riuscivo con difficoltà a distogliermi da questo spettacolo dove la natura e il divino, in un connubio perfetto, avevano creato un piccolo angolo di paradiso.
In cucina preparai il caffè e lo sorseggiai davanti alla vetrata. Un pettirosso cercava qualche briciola saltellando qua e là.
Uscii.
Lungo il viale salutai un'anziana signora che spesso incontravo nelle mie passeggiate mattutine. Ogni volta mi sorprendevo del suo passo spedito vista l'avanzata età.
Pizzicava il freddo in questa giornata invernale. Il cielo limpido era pennellato, a sprazzi, da sbuffi di bianche nuvole.
Avevo un appuntamento.
Una dolce curva... ed ecco il mare. Placido e mite color argento.
Oltrepassai la staccionata di legno e i miei passi cadenzati iniziarono a lasciare orme definite sulla sabbia.
Il mormorio continuo della risacca che si scioglieva in schiuma spumosa sulla riva accompagnava le mie riflessioni trasformandole in leggeri pensieri.
Oltre l'insenatura, lo vidi.
Intento a rammendare con un grosso ago una rete a larghe trame. Alzò il capo come se avesse percepito la mia presenza e mi salutò con un lieve cenno.
Aveva poco più di ottant'anni e il suo viso segnato da profonde rughe e scottato dal sole e dal sale

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Il ricordo

Il mio primo ricordo risale a quando un giorno mia madre si era decisa di portarmi con se ad una mostra d'arte. All'epoca non dovevo avere più di sette o otto anni.
Ricordo di essermi ritrovato solo in una grande sala deserta immersa in una miriade di colori e di forme. Incantato mi ero messo a girare su me stesso: ampi cerchi blu, mezze lune rosse, quadrati verdi, rombi dorati sfuggivano al mio sguardo.
Mia madre doveva essersi soffermata, come al solito, a discutere con una sua amica, un suo vecchio professore o un nostro vicino di casa di qualche futile argomento di cui spesso si occupano le persone più grandi.
D'improvviso mi ero fermato. Mi ero trovato dinanzi ad un quadro che non differiva particolarmente dagli altri appesi alle cinque pareti della sala. Ma quel quadro me lo ricordo ancora, anche se sono passati tanti anni. In uno spazio di colore azzurro, quel colore del cielo, vagavano libere e sospese diverse figure geometriche. Sembravano danzare in quella totale ed infinita armonia.
Davanti a quel dipinto inverosimile mi sentivo sereno. Avvertivo una strana gioia, come mai prima, nascere in un qualche angolo remoto dentro di me per poi d'un tratto trovarmici completamente immerso.
Nemmeno la mano di mia madre posatasi sulla mia spalla aveva interrotto quella profonda contemplazione.
Fu allora che presi la decisione. Quella che da grande sarei diventato un celebre pittore pure io.
Durante il tragitto a casa ero rimasto in silenzio. Anche quando mia madre mi aveva chiesto se la mostra mi fosse piaciuta mi ero limitato ad un semplice sì.

   3 commenti     di: Oli N


Il merlo

Il merlo


Da giorni ero rinchiuso in casa. Avevo atteso tutto l'inverno l'arrivo della primavera, ma quell'anno sembrava non arrivare mai.
Finalmente un mattino il sole inviò i suoi raggi attraverso alcune nuvole. Aprii la finestra, era proprio una magnifica giornata, finalmente era possibile respirare un po' d'aria fresca.
Chiesi a mia moglie di prepararmi in fretta la colazione, quel mattino mi potevo finalmente concedere la tanto agognata passeggiata.
Infilai gli stivali e mi incamminai felice, alla mia età quelle passeggiate erano una vera delizia. Chissà per quanto tempo il buon Dio mi avrebbe permesso ancora di godere di quelle meraviglie della natura.
Lungo il viale vidi alcuni ranuncoli gialli, che cercavano di uscire tra le foglie sparse al suolo, e delle viole che, mescolate ad alcuni fiori selvatici e all'erba verde di un piccolo avvallamento, creavano un panorama che aveva dell'incredibile.
Poco lontano alcuni contadini con i loro trattori iniziavano l'aratura dei campi, mentre alcuni gabbiani li circondavano cercando disperatamente di rubare ai loro stessi compagni i grossi lombrichi che l'aratro portava in superficie.
Imboccai un piccolo sentiero che conduceva ad alcuni enormi alberi, gli ultimi rimasti in quella splendida campagna - alla cui incantevole ombra d'estate mi fermavo spesso a leggere -; ed ero quasi giunto al termine quando il mio sguardo fu attratto da una piccola ombra nera. Sembrava uno straccio sporco disteso ad asciugare al sole.
Mi avvicinai, curioso di capire come potesse rimanere così sospeso, quasi del tutto fermo a circa un metro da terra... io non vedevo alcun filo che lo potesse reggere.
Con sgomento mi accorsi che non era un pezzo di stoffa, ma un povero merlo che cercava disperatamente di liberarsi da una invisibile rete che un imbecille aveva teso tra due alberi.
Subito mi avvicinai e delicatamente cercai di afferrarlo con una mano; il merlo rimase fermo, come capendo che gli stavo portando ai

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   1 commenti     di: Giuseppe Loda


A tutto c'è rimedio

Che cielo limpido, a marzo dopo un giorno di pioggia il cielo è sempre così, terso pulito non c'è la minima traccia di smog... un'aria fina e leggera da respirare a pieni polmoni. È la prima volta che vengo in questo parco e non mi ero mai accorto di quanto fosse bello. C'è molto verde, le aiuole sono molto curate e ricche di fiori, non so che fiori sono non me ne sono mai interessato sempre troppo impegnato a lavorare a fare soldi che mi sono dimenticato di quanto fosse bella la natura. Ci sono diversi alberi che non so distinguere e mi ha colpito la solerzia di un giardiniere che, da quando sono seduto, tosa meticolosamente le siepi, pota le piantine, sistema le aiuole, innaffia tutto il prato senza saltare neanche un metro quadro con una cura quasi maniacale, avessi io degli impiegati che lavorano con siffatto metodo e cura, invece sono dei fannulloni buoni a nulla che hanno in testa solo uno scopo: lo stipendio a fine mese! Fosse per me li licenzierei tutti ma poi dovrei assumerne altri che potrebbero essere anche peggio, tanto vale...
Questa è proprio un'oasi di pace, niente rombo di motori, niente vociare di persone, niente clacson impazziti, niente... l'unica cosa che riesco a sentire è il rumore dell'acqua della fontana, qualche voce di bambino che gioca, ogni tanto il cinguettio di uccellini di passaggio. Ma dove era questo paradiso? Sarà a neanche 200 metri dalla mia azienda ma davvero in tutti questi anni non me ne sono mai accorto?

Sono seduto da un'ora e ancora mi rimbombano nel cervello le parole del mio medico di fiducia:
- Sei mesi, forse nove... non posso dirti altro Joe, forse con le cure adeguate anche un anno.-
Mi sembra di vivere un incubo dal quale vorrei svegliarmi ma non riesco.. ho forse un anno di vita, la TAC al cervello ha sentenziato: ho un cancro.
Giro e rigiro il foglio con la diagnosi e il desiderio di strapparla è davvero forte ma mi rendo conto che, anche facendola a pezzi non distruggerei la malattia. Era da tempo

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L' opportuno agire

Mi ero allontanata da tutto e da tutti. Volevo il tetto del mondo. Cosi' li avevo lasciati alle mie spalle. Tutto si era fatto piccolo sotto i miei piedi, e non faceva più rumore. Solo io, ed il mio groviglio di storie nella testa e nel cuore. Sapeva di buono, sapeva di me. C'erano ombre sulle pareti, tutto veniva proiettato sul muro, nel fondo, ma non aveva parola, non consentivo dissenso alcuno e mi sentivo felice. Lontani e taciuti quei contorni si affannavano nelle loro due dimensioni, ridandomi la mia terza che per molto, troppo tempo era venuta meno. Fu allora che mi accorsi di quanto togliere fosse l'opportuno agire.

   2 commenti     di: Cinzia Besaldo


Non sono mai stato uno juventino

Già mi vedo, dopo morto, davanti a un giudice del tribunale del Giudizio, che tira in ballo cose dell'altro mondo, rispondergli:— Guardi, giudice, che da noi, sulla Terra, tutti sanno che il termine "rinfacciare", che poi significa sbattere crudelmente in faccia, con la misericordia e la compassione c'entri poco, e comunque io ero interista, mica juventino—...

   1 commenti     di: massimo vaj


Cronaca di un amore

Capelli sciolti sulle spalle, lunghi, neri, ondulati, che come veli al vento ombreggiavano il suo sguardo di fuoco, Teresa era bella da togliere il fiato. Filippo la vide, mentre guardava estasiata l'immensità del mare, e se ne innamorò.
Il loro amore sbocciò come una rosa, era di maggio, ed i profumi dei glicini e rose avvolgevano i giardini di Villa Cimbrone, situata a strapiombo sulle alture dei monti Lattari, e l'atmosfera di sensuale carezza primaverile, contribuì a farli innamorare.
L'inizio fu da favola...
Filippo follemente innamorato, copriva di doni e d'attenzioni Teresa.
Teresa amava perdutamente Filippo e faceva di tutto perché il sogno durasse... Fissarono la data del loro matrimonio:
16 luglio 1958...
Filippo, impiegato modello, in una banca, Teresa moglie perfetta, tutto filava per il meglio.
Dopo sei mesi iniziarono i primi screzi, lui, marito innamoratissimo, ma influenzabile, lasciò che il dubbio s'insinuasse nei suoi pensieri, alimentato da discorsi, volutamente, architettati, da alcuni suoi colleghi, sulla fedeltà; Teresa, era troppo bella per lui tutto solo, e la loro invidia li spingeva alla cattiveria, e il dubbio cresceva, come il baco nella mela, scavando nel cervello di Filippo un tunnel senza uscita.
Filippo guardava Teresa con occhio indagatore, ogni qualvolta che lei usciva, la madre di lui, la sorella oppure sua zia doveva accompagnarla.
Inizialmente, Teresa non s'era resa conto della sua gelosia morbosa, lei lo amava ed accettava tutto senza avere alcun dubbio sul suo amore.
Poi, le cose si complicarono: Filippo impediva a Teresa d'uscire se non che in sua compagnia.
Teresa iniziava ad avere paura della sua gelosia.
La notte, quando l'amava, la copriva prima di baci e poi la tormentava, le domandava se quei baci, fossero stati di un altro, come li avrebbe accolti?
La povera Teresa, se non rispondeva, si rendeva colpevole e se rispondeva, era la stessa cosa, perché le rinfacciava d'essere una bugiarda.

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   3 commenti     di: Anna Giordano



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Questa sezione contiene una serie di racconti brevi, di lunghezza limitata all'incirca ad una videata