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Riflessioni

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Aforismi di giornata

-Il cervello secerne il pensiero (mente), il pensiero distilla l'amore (anima)

-La mente inscena follie, l'anima scrive poesie

-L'amore, neurotrasmettitore spirituale: conoscere a fondo se stessi per prendersi cura degli altri

-Se denudi l'anima (solare striptease) non deludi la vita

-La coscienza è il cordone spirituale della nostra identità e certa paternità

-La luce solare è energia materiale (l'elio nobilita l'idrogeno), l'amore è energia
spirituale (la coscienza nobilita l'uomo)

-Meglio l'essenza (Parmenide) per la speranza (divina misericordia) che l'esistenza (Eraclito) per la sostanza (carta moneta)

-Nel tempo a venire vincerà l'altruismo dell'anima (corteccia illuminata) sull'egoismo della mente (materia grigia)

-Chi tace dissente e non parla per non urlare

-Alla lunga vincerà l'intelletto per amare (Maiello, amo e sempre sarò) sulla ragione per valutare (Cartesio, cogito ergo sum)

-Il rosso dell'amore con il bianco candore dà giallo splendore

-Il vissuto vale più del saputo

-Meglio illudere la materia che deludere lo spirito

-La macula oculare è il peccato originale che limita la visione spirituale

-La scienza è la luce dell'intelletto, la sapienza la luce della fede, l'amore la luce della verità

-Un tempo i grandi uomini si facevano i soldi, adesso i grandi soldi fanno gli uomini

-L'inferno dantesco è sin troppo bello per temerlo e si fa di tutto per vederlo

-Dio è troppo perfetto per poter pensare ad altro che a se stesso (Aristotele), Dio è troppo buono e pensa solo agli altri (Maiello)

-Rispettando gli altri si ha il rispetto di tutti

-La vita non va presa con filosofia ma va intesa con la filosofia

-Esisto per amare veramente: educazione morale alla voce dell'anima

-Il sesso è bello quando si fa, nessuno ti vede e ognuno lo fa come meglio crede

-Meglio la scala per salire e la luce per capire che la trivella per perforare e il petrolio per sprofondare

-Certezza di

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Il dizionario

Il professor Rocco *** insegnava italiano presso il Liceo Classico di ***. Era un uomo il cui sapere era <sesquipedale>, come amava definirlo lui stesso, con questo aggettivo che gli piaceva particolarmente. Dichiarava di conoscere tutte le 164. 000 parole che in media contengono i più noti dizionari della lingua italiana (se non credete che il numero sia corretto, controllate di persona). All'inizio di ogni anno, il primo giorno di lezione di una nuova classe, si presentava in questo modo:
"Ora vi farò un discorsetto in lingua italiana, usando solo termini generici, cioè non specifici di arti o mestieri. Scommetto una pizza per tutta la classe che nessuno di voi capirà il senso di ciò che vi dirò!"
Ed effettivamente riusciva sempre a vincere la scommessa. Contava sul fatto che correntemente si usano pochissimi vocaboli tra i tanti disponibili, per cui molti di questi ultimi cadono in disuso e vengono dimenticati e non più compresi dalla maggior parte delle persone.
Poi, con gesto teatrale, traeva dallo scaffale un dizionario in italiano, lo poneva con solennità sulla cattedra e diceva agli allievi, alquanto intimiditi dalla sua prestazione precedente:
"Qui c'è tutto quello che conviene ad un uomo che vuol divenire buon parlatore. Ad ogni vocabolo corrisponde un concetto ed ogni concetto si deve esprimere con vocaboli acconci. Fatene buon uso. Quando troverete una parola che non conoscete, leggete qui, poscia chiedetemene il significato. Se non saprò rispondervi, assegnerò a chi l'ha scoperta un bel 10 sul registro."
I ragazzi raccoglievano la sfida e cercavano di beccare in fallo il professore, ma l'impresa non riuscì mai ad alcuno.
Così, quasi per gioco, gli allievi del suo corso accrescevano il proprio lessico e si distinguevano dai parigrado delle altre classi per l'eloquio forbito e la parlata fluente.
Dopo questa doverosa premessa, voglio narrarvi un fatto di cui fui testimone, alcuni anni dopo che lasciai il Liceo.
Ad un incrocio

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14 ottobre 2009

Mi iscrissi in questo sito di poesie il 14 ottobre del 2009.
Già da qualche anno stavo combattendo una lotta senza quartiere per mantenere in vita mia madre. Un'ischemia cerebrale l'aveva ridotta a letto, quasi immobile e darle da mangiare era la cosa più importante per farla sopravvivere.

Con le normali posate era ormai impossibile, per non parlare dei liquidi. Poi l'illuminazione. Con un siringone in uso per i lavaggi vescicali che le allungò la vita di qualche anno. Mettevo di tutto: dagli omogenizzati ai frullati, dal latte all'acqua ai succhi di frutta.

In un certo senso il siringone e il sito di poesie mi salvarono la vita. Il mio sogno era quello di fare leggere i miei versi al mondo. Versi brutti, versi che quasi sicuramente non sono poesia ma il sogno era quello. Poi scoprii che il web era pieno di questi luoghi-non luoghi dove la gente sfoga le proprie frustrazioni e dove ci sono anche dei bravi artisti.

Volevano mettere mia madre in uno di quei luoghi terribili, ma io dissi che ce la potevo fare, lei avrebbe dato l'anima per noi figli e io non potevo abbandonarla, non l'avrei mai fatto. Cercare di tenere in vita una persona cara che sprofonda giorno dopo giorno nelle spire della morte è l'impresa più ardua, che da un senso alla tua esistenza. Così è stato. Penso che la mia vita abbia avuto questa ragione e se mi capitasse lo rifarei altre volte. Non è facile. È come spingere un cancello elettrico che si sta chiudendo, è come camminare in salita con un masso di cento chili sulla testa.

Per molti anni mi sono annullato. Niente sesso, niente passeggiate, niente mare, solo le corse all'ospedale o dai medici o ai supermaket per comprare montagne di omogeneizzati e frullati, le corse in farmacia. Era come essere stato rapito. Scrivevo poesie e leggevo quelle degli altri; ho conosciuto altri poeti con altri problemi, solitudini, rabbia, persone che soffrivano per amore. Non piangevo tranne le rare volte che il tempo me lo permette

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   6 commenti     di: vincent corbo


Il biglietto

Sembra che tutto stia andando come da programma. Ho aperto la porta e ora ne subisco le conseguenze. Sapevo che sarebbe successo, ma doveva andare esattamente così, non c’era altro modo. Ora sono solo, completamente solo. Abbandonato a me stesso. Sì, è questo il mio vero e unico sentimento: l’abbandono. Giro per casa. Guardo i corridoi, le stanze, persino la tazza del cesso sembra avermi abbandonato. Non vedo familiari, non vedo amici. C’è solo questa figura in abito nero che mi tiene lontano, mi spinge verso l’uscita.
Vado nella mia stanza e metto in valigia le ultime cose. Fuori non fa caldo. Metto un pantalone dentro. Fuori non fa freddo. Mi ricordo di una vecchia maglia, potrebbe essermi utile. Fuori non piove. Prendo le ciabatte e le infilo in una busta. Fuori non c’è il sole. Ah, c’è anche questo libro! Prima o poi finisco di leggerlo. Fuori non c’è niente.
Chiudo la valigia e la guardo. È sul mio letto. Ho un nodo alla gola. Piango. Giro per casa ancora una volta e non vedo niente. Solo delle stupide pareti bianche che mi tengono distante. Lacrimo domande. Vorrei poter urlare, dire qualcosa, solo non so cosa. Queste fredde mura che mi tengono a distanza. Smetto di piangere. Ho il cuore che batte forte, sto anche sudando. Tolgo la valigia dal letto, anzi, dovrei dire dal materasso. Ecco cosa resta della mia stanza da letto. È tutto vuoto, spoglio, morto. Mi butto sul materasso. Sono un sacco pieno di merda. Guardo fisso il soffitto. Cerco un sorriso, un conforto. Niente. Ho smesso di piangere. Quale motivo avrei avuto per continuarlo a fare?
DOVE SIETE TUTTI? Mille ricordi affondano la mia mente. “Si salvi chi può! ” urla il capitano della nave. Si butta nelle gelide acque del mare, fregandosene degli altri. Bastardi egocentrici.
Prima, quando stavo piangendo, ho avvertito questa strana sensazione. Era un vuoto che di dipanava dentro di me. Una sensazione che ho già provato più di una volta, ma quando? Cerco di sforzar

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   2 commenti     di: Sergei Lubosky


Dentro e fuori

È notte.
Da una finestra lievemente illuminata si intravede un'ombra.
È l'ombra di una giovane anima, che ancora traffica nella sua camera.
Cosa fa? Non è molto importante... So che di solito legge, disegna, ascolta musica, si attarda a scrivere a qualche amico.
C'è un'unica cosa che non manca mai di fare tutte le sere. Sì, è molto curioso...
Prima di spegnere la luce, e andare a letto, sta lì, affacciata alla finestra, e...


"... E mi incanto a guardare il cielo... Sono come calamitata da quel pallido cerchio, pitturato con mano d'artista; e da tutti quei piccoli occhi cristallini che danno un mano ad illuminare "quell'ammasso nerobluastro".
Non c'è una sera uguale all'altra; ogni sera crea un cielo diverso...
È irresistibile la voglia di contemplarlo.
Ed è irresistibile, quando mi adagio sotto le coperte, ripensare alla mia giornata, e ricordare tutte le cose che mi rendono felice... E così, di pensiero in pensiero, giungo a qualsiasi periodo della mia vita. Giungo anche ai momenti più duri, ma saluto anch'essi con un sorriso; perchè in fondo ciò che non uccide rafforza, e ogni sera me lo conferma.
Un'occhiata fuori e un'occhiata dentro..."

   5 commenti     di: Dea Delogu


Snuff

È il rombo della neve infuriata che sorprende lo sciatore impegnato in un fuoripista. È il momento in cui il paracadutista tira la cordicella e si rende conto che il suo angelo custode in poliammide ha deciso di prendersi un giorno di ferie. Il ghigno che appare sullo schermo del TomTom mentre ti sussurra all'orecchio "Beh, che ti aspettavi? Te l'avevo detto che era meglio andare a Rimini come tutti gli altri. Ma tu no, hai preferito fare lo stronzo. E allora divertiti, coglione, io me ne torno a dormire."
Il buffer overflow di associazioni (lasuorailpreteglisposilamarijuana) che mandano in pappa il cervello mentre Manny Calavera affila la falce e con timbro baritonale promette percosse ad una strada non abbastanza innocente.
Forse si ripercorre il viale dei ricordi a velocità superluminale come nei film, forse si vede solo la striscia bianca dell'asfalto che si avvolge in bizzarre piroette fino a proiettarsi nel cielo.
Alle quattro e mezza di un sabato notte passato a divorare curve e lasciarmi divorare da memorie mai realmente vissute fermo la macchina sul delta di una strada non asfaltata. Morgan rantola in sincrono con la voce del lago ("... Ma ora ho vent'anni, mi sembra una vita, son rimaste poche cose... E ho molti meno amici. Qualcosa mi è nuovo: è la paura di esser solo... E il mio amore dov'è? Chi c'è al posto mio?") ed io guardo l'ultimo centimetro della sigaretta scomparire in un pigro sbuffo di fumo.
Qualche macchina mi passa vicino di tanto in tanto, ansiosa di raccontare la sua storia l'indomani agli amici del bar, nel tentativo disperato di gridare al mondo "sì, ci sono anch'io". Nel tentativo disperato di affermare la propria esistenza scavando solchi più o meno incolmabili nell'animo altrui.
Un paio di volte pensieri distanti trenta chilometri veicolati in codice binario attraverso l'etere fino al display di un piccione viaggiatore Nokia si aggrappano alle mie gambe e mi trascinano via. Penso che in fin dei conti a volte sia

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Come stai

Oggi la matita è colata.
Nessuno se ne è accorto.
Quelli più avanti non mi vedono. Quelli più indietro non mi vedono.
A pensarci bene neanche quelli di fianco mi vedono.
E il prof, beh, il prof è cieco.
La campanella è suonata e mi sono asciugata le lacrime. Avevo paura di aver fatto un pastrocchio con la matita. Ma tanto nessuno se ne è accorto.
La matita è un po' sbavata, ma il sorriso è convincente.
Perché nessuno se ne è accorto.
Vorrei che mi chiedessero come sto qualche volta.
Non ha senso perché io risponderei bene anche se è male.
Come fa il 99% delle persone.
Perché il 99% delle persone è questo che vuole sentirsi dire.
E allora siamo tutti educati e stiamo tutti bene. Nel mondo fuori dalla porta del bagno.
Dentro il bagno non mi va di essere educata. Non mi va di stare bene. Lì piango. Piangerei per ore.
Ma non ci sto tanto.
Perché fa freddo.


Oggi c'era un'ora buca.
Io odio le ore buche.
Gli altri si sono messi a giocare a carte.
Io cercavo di fare qualcos'altro. Ho provato a scrivere qualcosa. Ma tanto non so scrivere. Ho provato a disegnare. Ma tanto non so disegnare.
Gli altri si divertivano.
Di sicuro pensavano che io non mi stessi divertendo.
Perché lo sanno che non so fare niente.
Potevo andare a divertirmi con loro. Ma non l'ho fatto.
Ho pensato che è colpa mia.
Perché preferisco essere sola che sentirmi sola.


Oggi c'è stata un'altra ora buca.
Ci hanno detto che la prof è ammalata.
Tutti sono contenti, io non tanto.
Però avevo deciso che oggi mi sarei divertita insieme cogli altri.
Ma loro non hanno giocato a carte.
Volevano fare il gioco della bottiglia.
Io non volevo. Sono rimasta al mio banco a guardarli mentre si divertivano.
Una volta qualcuno mi ha chiesto se avevo dei rimorsi.
Ho risposto che non ne avevo.
Quel qualcuno ha detto che sono fortunata.
Io non credo.
Non ho rimorsi.
Perché ho tanti rimpianti.


Oggi ho chiesto "come stai" a un mio compagno. Lui è

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   3 commenti     di: Silvia Lodini



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