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Riflessioni

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Snuff

È il rombo della neve infuriata che sorprende lo sciatore impegnato in un fuoripista. È il momento in cui il paracadutista tira la cordicella e si rende conto che il suo angelo custode in poliammide ha deciso di prendersi un giorno di ferie. Il ghigno che appare sullo schermo del TomTom mentre ti sussurra all'orecchio "Beh, che ti aspettavi? Te l'avevo detto che era meglio andare a Rimini come tutti gli altri. Ma tu no, hai preferito fare lo stronzo. E allora divertiti, coglione, io me ne torno a dormire."
Il buffer overflow di associazioni (lasuorailpreteglisposilamarijuana) che mandano in pappa il cervello mentre Manny Calavera affila la falce e con timbro baritonale promette percosse ad una strada non abbastanza innocente.
Forse si ripercorre il viale dei ricordi a velocità superluminale come nei film, forse si vede solo la striscia bianca dell'asfalto che si avvolge in bizzarre piroette fino a proiettarsi nel cielo.
Alle quattro e mezza di un sabato notte passato a divorare curve e lasciarmi divorare da memorie mai realmente vissute fermo la macchina sul delta di una strada non asfaltata. Morgan rantola in sincrono con la voce del lago ("... Ma ora ho vent'anni, mi sembra una vita, son rimaste poche cose... E ho molti meno amici. Qualcosa mi è nuovo: è la paura di esser solo... E il mio amore dov'è? Chi c'è al posto mio?") ed io guardo l'ultimo centimetro della sigaretta scomparire in un pigro sbuffo di fumo.
Qualche macchina mi passa vicino di tanto in tanto, ansiosa di raccontare la sua storia l'indomani agli amici del bar, nel tentativo disperato di gridare al mondo "sì, ci sono anch'io". Nel tentativo disperato di affermare la propria esistenza scavando solchi più o meno incolmabili nell'animo altrui.
Un paio di volte pensieri distanti trenta chilometri veicolati in codice binario attraverso l'etere fino al display di un piccione viaggiatore Nokia si aggrappano alle mie gambe e mi trascinano via. Penso che in fin dei conti a volte sia

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La festa della donna

Di solito oggi si regalano mimose oppure si organizzano serate in cui le donne possono andare per conto loro e dare una parvenza di emancipazione. Quel che si vuole sottolineare in questa ricorrenza è l'uguaglianza fra uomo e donna. Io più modestamente, vorrei invece che le differenze si evidenziassero sia nel modo di sentire che in quello di vivere qualsiasi evento.
Non conta secondo me la parità, conterebbe di più il merito e la capacità di svolgere qualunque funzione senza inutili classificazioni e specifiche. In questo saremmo davvero non uguali ma realizzati perché messi in condizione di esprimerci (non a parole ma con i fatti) in ogni ambito di vita. Ma resta sogno impossibile perché nessuno saprebbe decidere con equità e in questo intervengono potere e denaro che non hanno sesso, volto e nazionalità ma regolano tutto quanto.
Allora sarebbe troppo chiedere almeno rispetto e la negazione totale di ogni forma di violenza psicologica, verbale e soprattutto fisica? (In questo le donne sono pesantemente coinvolte).
Questo piccolo messaggio augurale senza alcuna pretesa è da estendere a tutti ma, da uomo, preferisco le donne, hanno una sensibilità in più per cui le metterei sempre in posizione di leggero vantaggio. Prego dopo di lei: bambina, signorina, signora, mamma, nonna.

AUGURI A TUTTE VOI



Di crisi e arcobaleni

In balistica è definito "brennschluss" il momento in cui un razzo, giunto allo zenit della parabola ed esaurito il propellente, spegne il motore ed inizia la sua discesa, preda inerme della forza di gravità, delle correnti d'aria, dei battiti di ali di farfalle a New York. Proiezione forse supersonica di sè, tende alla de(con?)flagrazione acquistando velocità al passare dei secondi, in un mistico crescendo fino all'orgasmo esotermico.
Cosa significhi tutto questo? A noi non è dato saperlo. Non siamo noi ad essere seduti dietro la loro strumentazione, a schiacciare pulsanti a caso, come un bambino che si intrattenga con un videogioco. Probabilmente soltanto un disperato bisogno di affermazione di sè, solo una partita a tris in mondovisione. Io vinco, tu perdi.
Io credo di vincere, tu perdi di sicuro. Ma io questo non lo capirò mai.



Nessuno può sentire, nessuno può capire, nessuno può giudicare

Quando il buio improvvisamente avvolge anche l'ombra nascondendola al mondo intero si resta isolati nel proprio silenzio. Ascoltarlo non è facile. Smarrirsi è semplice. Riprendere a vivere è difficile.
Fiumi di lacrime mascherate nessuno riconoscerà, nessuno asciugherà dal tuo viso. Nessuno spontaneamente ti tenderà la mano. Elemosinare aiuto, elemosinare un abbraccio, un sorriso non ha senso.
La sofferenza dell'anima strazia, isola dal mondo intero.
La convinzione di essere soli, non capiti ma sempre giudicati accomuna molte anime sensibili. Molte anime dette ''puerili''. Anime bambine che non vogliono crescere.
Ma come si può dare giudizi di chi vive sperando nell'incontro di un'anima simile, di un'anima che sappia ascoltare anche i nostri semplici sospiri.
L'età avanza, i lineamenti del viso riflessi davanti uno specchio strizzano l'occhio, sorridono beffardamente ma riportano alla realtà.
Vivere. l'unica risposta, vivere e godersi ogni singolo giorno.
Troppo facile rispondere con queste frasi fatte. Frasi che trovo molte volte banali e di convenienza. Frasi certamente sincere ma non adeguate alle risposte che si cercano, alle risposte che il cuore vorrebbe sentire. Risposte che per chi vive nella solitudine dell'anima non saranno mai adeguate.
Ognuno vive la propria vita. Ognuno la respira come meglio crede. Ognuno si crea le proprie paure, inutili apparenti problemi e si circonda da insicurezze che vengono marchiate dai soliti giudizi troppo frettolosi. Giudizi figli della buona fede ma sempre giudizi che nessuno può e deve dare su cuori che battono, su anime che in silenzio piangono, su esseri pensanti che affrontano la vita chiedendosi il perchè di tutto.



La crudeltà della falsità perde sempre

Tendo la mano all'impossibile. L'impossibile mi sorride ed io annego. Troppo tardi sorridere per estirpare dolori e lacrime. Chi ha seminato sofferenza adesso avrà il giusto e meritato raccolto.
Ma rimediare ed alleviare il dolore è ancora possibile. L'importante è di riappropriarsi della sincerità e di svincolarsi dal male dell'egoismo. Viva l'onestà e abbasso l'ipocrisia. La falsità non vincerà mai, prima o poi tutto viene smascherato.



La grande bellezza

La vita ti mette davanti tutto quello che non si può avere.
Partendo da i sensi quotidiani, vedendo e costatando la realtà della trasparenza degli altri.
Offuscandosi nelle vie più ambigue che lasciano tracce indelebili,
a un favorismo di abusi non dichiarati per una grande paura che ci accompagna dentro.
La sofferenza della povertà non si racconta, ma si vive.
Avvolte coinvolge l'umiltà e l'egoismo nella presunzione di una vita corrotta nel silenzio.
E non si riflette su quello che può accadere se il bisogno di ognuno offre la salvezza morale per la dignità vissuta.
Tornare indietro ha modo che tutto quel percorso sia solo frutto dell'immaginazione.

   2 commenti     di: Maddy


Il gioco

Un cappotto nero, dall'aria un po' vetusta e vagamente intellettuale, decisamente fuori moda e per nulla elegante, pantaloni che non vedono il tintore da un bel po', scarpe senza pretese, e che pretese potrebbero mai avere delle scarpe? Occhiali scuri, muso in grugnito e, per finire, un cappellaccio dall'aria torva, minacciosa, che fa somigliare a un corvo nei suoi misteriosi giri di malaugurio.
Ma forse non era il caso di esagerare, avrebbe dato troppo nell'occhio e rischiato di ottenere il risultato opposto, avrebbe destato interesse, curiosità, sarebbe stato notato, ed era tutto ciò che Georg desiderava evitare.
Per la verità, non sapeva se fosse proprio ciò che desiderava, ma solo che doveva essere così, il suo ruolo per chissà quanto tempo doveva essere quello, poteva durare un mese, un giorno, e chi lo sa! Ormai era venuta fuori quella parola, del resto priva di significato come tutte le altre parole, ma pur pregnante di effimera parvenza, ridondante di emblemi arcaicizzati, fissi, immutabili, paradosso estremo del bisogno umano di tradurre in realtà la finzione di quelle dieci lettere così assemblate: misantropo.
Che sciocchi! In quella stessa configurazione vivevano mescolati tra loro in un'orgia lessicale un santo, uno storpio, almeno due minatori, e finanche un asino, e chissà quante altre cose ancora; ma non era concesso scegliere, la regola del gioco era una ed una sola, peraltro estremamente semplice, attenersi scrupolosamente alla parola chiave nella sua più comune accezione. Null'altro.
Avrebbe potuto cambiarla quella regola Georg, del resto il gioco lo aveva inventato lui, tutti i diritti riservati; ma non ne sentiva il bisogno, funzionava così bene, lo aveva salvato dalla pazzia, quando era stato in quella grande casa dove lo avevano accompagnato per trascorrervi le vacanze, non ricordava bene il posto, ma pare dovesse avere un nome con la k e con molti suoni aspirati; non ne ricordava il nome perché ve lo avevano portato di notte e

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