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Anime schiave della terra

Nelle opere sul piano astrale, specialmente se di antichi autori, si trovano molti riferimenti alle cosiddette anime schiave della terra.

Di regola l'espressione riguarda quell'ordine inferiore di anime che rifiutano di sollevare lo sguardo mentale al di sopra delle cose e delle scene della vita terrena e si aggirano intorno all'antico teatro della loro vita poiché qui trovano l'unico piacere che la loro bassa condizione consente.

Ma in questo esame non dobbiamo trascurare un più elevato ordine di anime che sfortunatamente sono tarde nel rompere i legami terreni e si tengono strette ai superstiti.

Consideriamo per un momento quest'ultima categoria.

Accade a volte che un'anima naturalmente idonea alla vita normale sui più elevati piani astrali sia così attaccata alle cose della terra, che dopo il risveglio dal letargo rifiuti inizialmente di partecipare alla normale esistenza astrale e, viceversa, si affanni intorno agli affari terreni che avrebbe dovuto abbandonare dietro di sé.

Questa penosa condizione è originata generalmente da sentimenti di doveri incompiuti, di rimorsi o di ansietà o di vendetta, o è la ricerca di giustizia per le cose terrene lasciate.
Circa il benessere di persone amate l'anima rimane sulla terra, in una condizione astrale.

In simili casi l'anima si aggira effettivamente intorno alle persone o ai luogo cui è interessata e con il concorso di straordinarie condizioni fisiche si può rendere visibile ai sensi delle persone terrene.

Appartengono a questa categoria le povere anime afflitte che vagano sulla scena dei loro misfatti terreni, spinte dal rimorso a tentare di distruggerne o attenuarne le conseguenze.

Queste infelici anime non sono, naturalmente, completamente sveglie sul piano astrale né sul piano della vita terrena.

Agiscono piuttosto come sonnambuli, non riuscendo a partecipare del normale corso né dell'una né dell'altra vita.

Affini a queste sono le anime preoccupate e tormenta

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   1 commenti     di: Breus


Il gusto

Nel gusto sono compresenti e finalizzati tutti i sensi del nostro corpo poiché vediamo, udiamo, tastiamo, odoriamo, allo scopo di poter discernere ciò che ci piace da ciò che non ci piace.
A questa parola, nella nostra lingua, si possono dare significati diversi e lo percepiamo principalmente nelle papille gustative, dandoci la possibilità di gradire o non gradire cibi e bevande.
C'è un altro significato di questa parola ed è relativo a ciò che preferiamo e ci piace in modo del tutto soggettivo, per motivi in parte misteriosi che sono insiti in noi geneticamente; altri che sono costitutivi della personalità andata formandosi nella nostra storia e che provengono dagli usi ed i costumi dell'ambiente dove siamo nati, permeando il nostro modo d'agire e di guardare alle cose con l'occhio predisposto a scegliere con ciò che ci è stato inculcato da chi era responsabile della nostra formazione o che, in qualche modo, l'abbia influenzata..
Ovviamente il tutto si sintetizza nella specificità personale, che viene espressa in modo unico ed originale ed il gusto diviene uno degli aspetti preponderanti della nostra personalità poiché con esso effettuiamo la maggior parte delle nostre scelte di vita: dal modo di vestire all'arredo della casa; cosa scegliamo di mangiare, dove preferiamo andare in vacanza ed ovviamente anche il tipo di attività che ci piace svolgere.
Giocano il loro ruolo le opportunità e le occasioni ma il gusto determina ogni nostro orientamento.
Un cibo ci piace perché lo abbiamo sempre conosciuto, fin dai primi anni della vita ed il suo sapore è divenuto preferibile per noi proprio perché si è innestato nel nostro palato gradualmente, facendoci gradire il cibo a partire dal latte materno.
Lo stesso cibo o la stessa bevanda possono invece essere disgustosi per lo straniero che li assaggia per la prima volta.
Ho visto con i miei occhi un ragazzo inglese risputare nella tazza, il caffè espresso che gli era stato se

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   0 commenti     di: Verbena


Liberi di parlare e scrivere

Parlare, camminare, vedere o meglio la non-azione era il mio gioco preferito, ogni giorno mi concedevo un pezzo di vita diversa, sopra ad un palcoscenico senza pubblico.

Girare per casa con una fascia sugli occhi, mettere i tappi di papà nelle orecchie o ancora per alcune ore trincerarmi nel silenzio, seduta su una sedia il mio mondo era solo lo spazio che mi circondava solo le mani possedevano il dono di creare e percepire. Ogni giorno un gioco diverso, giochi costruiti sul bene essenziale dei sensi e del moto, volevo sapere e capire come si può vivere nel buio, nell'immobilità, nel silenzio...

Il silenzio si trasformò presto da gioco a realtà quotidiana silenzi sempre più lunghi costretta da questo gioco-forza osservavo il mondo intorno, seguivo con gli occhi i movimenti delle mani delle persone, l'espressioni dei loro visi...
Il silenzio è sempre stato il mio rifugio preferito, sprofondavo in lui come avvolta nella coperta di Linus...

Non aveva senso parlare se chi ti ascolta non capisce, non aveva senso spiegare qualcosa a qualcuno se non era convinto, parlare di cose che solo la "prova sulla sua pelle" poteva renderle chiare e concrete, convinta che le parole non potessero bastare... insufficienti per fare percepire al tuo interlocutore "le sensazioni interiori" fantasticavo che solo se la mia anima poteva entrare in quelle altrui unite da un sottile filo ci sarebbe stato contatto fra le due anime.
Da ragazzina adoravo la scena del film ET quando dito contro dito veniva cosi stabilito il contatto, sensazioni, pensieri e immagini condivise come si condividono oggi in rete perché le "anime" possono parlare solo cosi.

Spesso si inducono le persone in special modo i bambini a crescere e vivere nel silenzio o al contrario a diventare pessimi ascoltatori e oratori logorroici.
Succede quando le parole uccidono le parole stesse, ad esempio il monito più distruttivo che sentiamo ripetere è -non parlare più

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La Putta Onorata di Carlo Goldoni

Sto rileggendo la gustosissima " La Putta Onorata "di Goldoni, che nel 1749 venne portata in scena, durante il Carnevale di Venezia, per ben ventidue rappresentazioni e che viene ritenuta dalla critica" la prima commedia veramente veneziana", perchè rappresenta l'ambiente socio-culturale tipico della città. Ossia l'ambiente borghese/nobile/mercantile della Serenissima oramai in decadenza commerciale, ma in grande auge culturale. Mi piacerebbe soffermarmi su questo, ma mi riservo un altro momento. Nella trama si tratta di una giovanissima popolana che viene "assediata" da vari pretendenti ( il nobilomo un po' losco, il vecchio mercante ringalluzzito, il giovane spiantato), ma lei resiste poichè intende concedersi ( e sposarsi) solo all'uomo che veramente ama. La putta è per antonomasia la ragazza da marito che vive in casa, vigilata, sottoposta e che non deve dare confidenza a nessuno. Di " putte" nelle commedie goldoniane ve ne sono diverse e di vario carattere, e ad esse Carlo Goldoni riserva sempre un acuto senso di osservazione degli adulti che girano loro attorno. Il commediografo le fa sempre sposare- a fine commedia- al loro vero e solo innamorato, riconoscendo loro una libertà di scelta fondamentale, ossia scegliere il marito, contro il costume del tempo che voleva i matrimoni spesso combinati per interessi, a colpi di dote dai " bezzi" sonanti.
Vi propongo, con la mia traduzione, la moderna riflessione di Bettina, innamorata del giovane Pasqualino, la quale si sente circuita da uomini di scarso spessore e che la ripugnano. Notate l'intelligenza e l'acume di questa putta:

Da atto primo, scena sedicesima, Bettina (sola):
" Gran desgrazia de nualtre pute! Se semo brute, nissun ne varda; se semo un puoco vistose, tuti ne perseguita;mi veramente no digo d'esser bela;ma g'ho un certo non so che, che tuti me core drìo. Se avesse volesto, sarìa da un pezzo che sarìa maridada, ma al tempo d'adesso ghe xè puoco da far ben. Per el più

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Dentro Immobile

I nostri demoni erano nuovamente lì con noi.
Il mio se ne stava appoggiato con le spalle al bancone del bar, rivolto alle entrate con il volto chiaramente insoddisfatto e le braccia incrociate sul petto imponente.
Faticava quasi a prendere il respiro, tanto mancava l'aria in quel luogo a cui mi ero arresa.
Il suo demone invece lo seguiva a distanza, a passi lunghi, tenendo gli arti distesi presso i fianchi e le mani impegnate a rigirarsi due monetine nelle tasche della giacca a quadri.
C'erano istanti in cui si facevano troppo ravvicinati nella presenza, tanto da risentirsene entrambi e il ragazzetto raggelato si voltava di scatto con il volto oscurato dalla coscienza di ciò che stava accadendo; dischiudevano le fauci, ghignando, con lo sguardo fermo, nostante il vuoto; occhi negli occhi, iniettati di sange.
Era accaduto diverse volte dalla sua entrata in scena.
Il mio demonio aveva una vocina sottile e fastidiosa, un sibilare distinto da tutto il sottofondo costante, imprecava, dissentiva, e mutava nelle forme, plasmando il suo starsene li come una stoffa sacra che si fonde e diventa carne chimica adosso ad altri. Quando si stancava di marcare, il mio demonio, lo faceva soltanto per lasciarmi più tempo in compagnia del mio errore; al suo ritorno la caduta sarebbe stata tremendamente più dolorosa e bruciante.
Non erano pericolosi poichè erano demoni del passaggio, i demoni del dinamico salto da vita a vita, quelli che seguivano solo coloro che avrebbero potuto sopportare, al termine dell'esistenza terrena che stava accadendo loro, un cambiamento importante per la prossima rinascita.
La pensavo a quel modo.
Non avevo mai osato chiamarlo demonio fino a quando non conobbi lui.
O lui riconobbe me, sarebbe più accorto dire.
Ci siamo ritrovati a parlare di noi, nudi nella notte. Con i corpi vestiti, di confessioni buie, ce ne stavamo lì, a due passi dal bar, come estranei alle nostre stesse vite.
Mi sale al pensiero un vecchio libro, e

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   1 commenti     di: Cinzia Besaldo


Apologia di Charles M. Schultz

Molto spesso i miracoli avvengono e noi non li vediamo. O almeno non li consideriamo tali. Molto spesso ci sono uomini meritevoli più di chiunque altro, genio o santo che dir si voglia, e nemmeno questi sono riconosciuti come tali, sia a livello individuale che di massa. Eppure, se parliamo di una persona come Charles M. Schultz, il creatore e disegnatore di Peanuts per quasi mezzo secolo, come lo dovremmo definire? Io sono convinto di dovergli una gratitudine semplicemente immensa, per quel che lui ha fatto per me e per i miei figli.
Nelle sue strisce appare infatti un'umanità variegata e multiforme ma sempre coscienziosa e rispettosa, anche nei personaggi, tutti e solo bambini (tranne il trasognato e tutto sommato isolato Snoopy) che pure hanno le loro peculiarità non sempre positive. Ma la tranquillizzante serenità, la bonomia disincantata che ancora oggi ne esce a profusione hanno avuto più effetti benefici di tutte le religioni del mondo messe insieme.
Ancora oggi io ho la casa piena zeppa di libretti dei Peanuts, e non per colpa mia, ma perché i miei figli se li sono andati a scovare nella libreria dove li avevo messi e ormai da non so più quanti anni li hanno sparpagliati in tutti gli angoli deputati alla seduta o al riposo, gabinetti compresi. Bene, ormai li ho, li abbiamo, letti tutti non so quante volte, ma ogni volta una striscia ci strappa almeno un sorriso, ed è inutile dire quanto bene faccia un sorriso.
Bene, di tutto questo, e della serenità che ne deriva, noi dovremmo esser sempre grati a Charles, tanto da inserirlo d'ufficio tra i benefattori dell'umanità, con tanto di giornata mondiale del ricordo e ringraziamento a lui dedicata, e invece lo trattiamo spesso come un qualunque pur bravo vignettista.
Non lo è. Charles M. Schultz non è mai stato un semplice umorista, ma, con la sua apparente semplicità e ritrosia, uno dei più grandi filosofi e poeti mai apparsi sulla faccia della terra. E come tale dovremmo ricordarlo e onorarlo. E

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   4 commenti     di: mauri huis


Felicità utopia e noia

(Dal Blog)

Forse la luce ci sarà quando sarà l'allegria a incatenarci, e non viceversa.


Se non riesci a stare a lungo nella beatitudine, sarà perché ha smesso di essere beatitudine.


Perché, per noi bipedi, il piacere non dura, nemmeno nella felicità.


Felicità è utopia, come il benessere.


Perché gli uomini passano la loro vita a inseguire il piacevole e a sfuggire lo spiacevole.


Anche l'autotortura e il problema, l'enigma, il bivio, il dubbio, il gioco, l’esibizione, la seduzione sono piacere.


Perché il piacere è anche nella lotta.


Si sa che i combattenti, finito lo scontro, provano astinenza per i begli attimi dell'adrenalina.


Felicità è utopia, il mondo senza mutamenti, dunque non felicità, ma noia, la più arcana e subdola delle infelicità.

   2 commenti     di: Ezio Falcomer



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