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Saggi

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L'anima Dimenticata

Tanto tempo fa, una bambina bionda, con gli occhi curiosi e luccicanti si trovò a dover affrontare il mondo, tutto d'un tratto diventato serio, monotono, rigido. Dovette adattarsi a quel nuovo mondo che la incuriosiva, ma che la reprimeva. La bambina adorava giocare, uscire e andare alla scoperta delle cose, guidata solo dal suo spirito di avventura. Sentiva come un qualcosa che le nasceva da dentro, le riscaldava il petto, arrivava alle braccia e poi alle gambe che da sole andavano, correvano, viaggiavano. Questa sensazione la guidava tutti i giorni, facendoli diventare un'avventura sempre diversa, una continua scoperta di se stessa e del mondo che la circondava. Ma presto capì che con quel mondo avventuroso non poteva più entrarci in contatto perché i genitori, gli amici, gli affetti, vivevano nel mondo rigido, vivevano in quel mondo chiuso, inscatolato in continue etichettature. Un carcere fatto solamente di aria. Non le fu lasciata scelta: dovette adattarsi a quel mondo che esigeva troppo da lei, che imponeva cose che lei non era pronta a fare, una delle quali lasciare il mondo avventuroso in cui era cresciuta. Promise a se stessa che non lo avrebbe mai lasciato quel suo lato fantastico, che non avrebbe abbandonato quella conoscenza dettata dall'anima, avrebbe provato a conciliare le due cose, a farle combaciare. Ma si accorse che era come cercare di avvicinare due calamite della stessa carica. Così pian piano la bimba vide la sua anima, sempre pronta ad entusiasmarsi per ogni cosa e alla costante ricerca di un avventura, addormentarsi. Sentì come se qualche pezzo che faceva di lei la persona che era, le fosse stato strappato via con prepotenza. E con il tempo si dimenticò la sua anima, che riposava in un angolo buio, freddo e spento del suo cuore. La sua vita andò avanti, veloce, inesorabilmente veloce. La bambina diventò una ragazza e continuò a vedere il mondo inscatolato. Si era dimenticata chi fosse veramente e cominciò a convivere con il perenne

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   2 commenti     di: Nicole


Storie de Troia e de Roma

Ad onore de lo onnipotente Dio et ad utilitate de li omini che questo libro legeraco, et us[er]annolo de legere, che lo faza sapio. Noi commenzamo da lo primo omo fi alla citate de Roma como fo fatta. Inprimamente vengamo a le nomina de li regi et a le nomina de li consoli de essa la citate ; e le vattalie e le vittorie de diversi genti e de diverse provincie che abero, e li fatti de li imperatori, si como in diversi libri trovamo.

De Iason e de lo pecorone e de Laumedot rege de Troia
In quello tempo in Grecia foro doi fratri, Eson e Pelias. Pelias non avea filio masculo, ma presore filie. Eson avea filio lasone, lo quale era ditto filio de dea Cereris, et avea bona agura ne li sementi de la terra. Pelias, avenno pagura de lasone suo nepote, che era molto sapio et ardito, sotrasselo e gìoli a tradimento como devesse morire. E disse : Filio mio, ne l'isola de Colco ene una ventura de uno pecorone, che hao la lana de auro et ene fatto ad onore de dio lovis. Se tu me la duci, io te donno la midate de lo regno mio ; estimanno ca potea morire de la ventura de lo pecorone. lason incontenente recipea la ventura de lo pecorone e fece fare una granne nave per esso e per li compangi soi. E menao seco molti nobili omini de Grecia, li quali foro questi : Ercules, Peleus, Telamon, Pilium Nestore et altri assai compangi. Cum lason allitasse allo porto de Troia per granne tempestate che abe ne lo mare, fo nunziato a Laumedonte, rege de Troia, ca era una nave venuta ne lo porto de Troia da Grecia. E Laumedot commannao alli soi e disse che ne la cazassero de tutto loro tenimento.
A Iason sa[p]pe troppo rio et alii compangi soi, et annaosenne a Colcum insula. Et avenno lo pecorono, retornaosenne in Grecia. Staienno in Grecia, lason et Ercules e li compangi loro racordaro la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E per tutti li granni de Grecia mannaro lettere e significaoli la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E cosi tutti li Greci fecero una granne o

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Cosa e la sapienza

tutti habbiamo un cervello, ma non si usa alla tesso modo.
scuole ed educazione non postano alla sapienza ma danno un assiene di regole e nozioni che si scodano presto.
cio che più inporta nella vita di ogniuno di noi sone esperienze ed emozioni.
imtendo cio che si apprende da viaggi, libbri, lavori, professioni, e chiaccere se ben ascoltate. tutto ciò in numero importante secondo le propie possibilità. certo che se in numero è alto, le conoscnze sono più consistenti.
in sostanza leggi viaggia e canbia lavoro che sarai migliore.

   1 commenti     di: rino barbieri


Il ruolo della comunicazione nella genesi del conflitto e nella conciliazione

Il termine comunicazione deriva dal latino (cum = con, e munire = legare, costruire e communico = mettere in comune, far partecipe) e vuol dire mettere in comune, condividere con gli altri pensieri, opinioni, esperienze, sensazioni e sentimenti.
La comunicazione non è, quindi, semplice informazione o messaggio ma relazione e scambio.

Spacchettando il processo comunicativo troviamo i seguenti elementi essenziali:
1. l'emittente: chi avvia la comunicazione;
2. il ricevente: chi riceve il messaggio;
3. il messaggio: il contenuto della comunicazione;
4. il codice: sistema di segni che si usano per trasmettere il messaggio: una lingua, un gesto, un grafico, un disegno;
5. il canale: il mezzo tecnico con cui il messaggio si trasmette (telefono, fax, posta, e-mail, ecc.), e il mezzo sensoriale coinvolto nella comunicazione (udito, vista, tatto);
6. la codifica: la trasformazione di idee, concetti e immagini mentali in un messaggio comunicabile attraverso il codice. In questa fase sono importanti i paradigmi e gli schemi mentali;
7. la decodifica: il percorso contrario svolto dal ricevente per capire, interpretare il messaggio. In questa fase sono importanti i filtri mentali, gli schemi precostituiti, gli stati d'animo, l'immagine dell'altro;
8. il feed-back: il flusso di ritorno che consente all'emittente di percepire se il messaggio è stato ricevuto e come è stato capito, interpretato;
9. il contesto o ambiente: è il luogo, fisico o sociale, dove avviene lo scambio comunicativo.

La modalità della comunicazione può essere:
• verbale: utilizza le parole, il dialetto, la lingua nazionale, il linguaggio popolare o erudito...;
• non verbale: gesti, postura del corpo, espressione del viso, ...;
• paraverbale: modo di utilizzare la voce;
• simbolica: il modo di vestire, gli oggetti di cui ci circondiamo.

Queste tre modalità di comunicazione quasi sempre interagiscono tra di loro producendo risultati diversi:
• rafforzano il mess

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   3 commenti     di: Ettore Vita


Il libro

Le pagine sono tutte uguali. Stessi margini, stesso colore, stesso carattere. Forse qualche parola in corsivo: l’unica variazione in questa apparente monotonia. Sembra tutto assolutamente piatto ed insignificante, in superficie...
Poi, il segreto.
A pochi è dato di scoprirlo, a pochi è data l’immensa fortuna di penetrare nel cuore del Segreto.
Con una certa difficoltà iniziale - è una prova “selettiva” -, si giunge ad una azzardata percezione di “ulteriore”. C’è qualcosa di più, c’è qualcosa di nascosto tra le parole ben disposte e le righe precise di queste pagine. Da principio è un gioco lento che richiede pazienza e dedizione, poi ci si accorge che la velocità aumenta.
La percezione si fa sempre più nitida ed insistente. Uno squarcio si apre e ci mostra mondi senza fine. Nulla scappa più. Immagini, visi, storie, tutto è lì per noi. Tutto è chiaro.
Non potrebbe essere altrimenti.
Le parole prendono vita e danzano nella nostra mente riempite di colori e di suoni.
Non manca nessun particolare. Si avvertono persino i tintinnii dei bicchieri, il vociare di una sala réstaurant, addirittura il fruscìo di lunghi abiti, mossi dal passo veloce di giovane donna.
Ah, quale incommensurabile dono! Quale gioia profonda nel divenir parte del Segreto.
Già, ora siamo noi a vivere la storia; non è più un racconto di altri: noi lo viviamo e lo raccontiamo.
Le luci della città, le musiche di altri tempi, il luccichio di gioielli... e le risa discrete ed eleganti o sguaiate e chiassose... Noi le sentiamo.
Non è solo immaginazione lontana ed effimera. Questi attimi sono in noi presenti e concreti più che mai. Sentimenti autentici - seppur brevi - ci pervadono completamente. Perché dire che sia semplice e banale finzione?! Può una finzione lasciare un ricordo così netto? Può una finzione portare con sé uno strascico tanto voluminoso e ricco? Se sì, allora è - quanto meno - una Grande Finzione. È una grande opportunità c

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Riflessioni su una poesia di Giorgio Vigolo

Ho scelto la poesia: " Ultime luci della parola "di Giorgio Vigolo, un poeta nato nel 1894 a Vigevano e morto a Roma nel 1983? Perché parla della perdita di luce nella " parola ".
Il potere del " verbo " è di biblica memoria e la letteratura è una PAROLA che si espande e rientra in se stessa: capriolando avanti ed indietro nel tempo: dissolvendolo.
Sono rimasta molto colpita da questa lirica: vibrante, intensa ma terribilmente triste.
Ho immaginato come avrebbe potuto reagire una me stessa giovane o comunque poco avvezza a leggere poesie, di fronte ad uno scritto di questo genere.
Probabilmente avrebbe chiuso il libro, sbuffando leggermente per non essere scortese.
Da questo chiudere il libro che voglio cominciare a ragionare.
Come possiamo dare aria alla poesia italiana? Come possiamo rimuovere la polvere che ha muffito l'inchiostro e ridare spessore e colore, integrando il verso nel nostro quotidiano?
La poetica di Vigolo è rivolta ad un'analisi introspettiva, da cui emerge quella che sarà la sua chiusura verso le faccende degli uomini. Unica consolazione per il vecchio poeta è l'estasi della natura, che non è più matrigna come in Leopardi, ma madre silenziosa e protettiva; lungi pertanto dall'avere risvolti sociali e men che meno politici..
Vista così di questa poesia possiamo apprezzare la musicalità, la profondità, il tragico disincanto proprio della tarda maturità: Vigolo aveva circa sessant'anni quando l'ha scritta.
Ma chi può soffermarsi davanti a tanta tragica profondità? Chi può trovare utile perdere minuti della sua frenetica vita per lasciarsi incantare da un verso, il cui significato sembra distante dal rumore del quotidiano?
Io, che sono una presuntuosa, opero una trasformazione delle parole di questa lirica. Voglio catapultarle ai giorni nostri; voglio portare Vigolo lì dove forse non voleva stare.
Non me ne voglia il poeta, se la sua visione intima della poesia io la capovolgo, rendendole un ruolo sociale fruibi

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   2 commenti     di: silvia leuzzi


Il dinamismo virtuale e l'Entità cosmica in Noi

Il dinamismo virtuale, è l'esatto opposto del dinamismo "Herberthiano". L'illustre matematico fu uno dei più grandi esponenti del dimamismo cosmisco, non del dinamismo dell'uomo.
Il dinamismo, è accettabile, nei parametri di un'esistenza epistemiologica. È la Terra che si muove intorno all'uomo... Non viceversa.
È risaputo dalle accertate terorie Copernicane che, se l'Essere umano, oltrepassa, i limiti della Umana coscienza, cade meccanicamente, in un vortice, che lo porta inevitabilmente in un processo di involuzione.
Non è la mente umana, artefice del progresso ma la visione dell'Uomo, nell'ampiezza, della sue vedute.
Il poeta, romanziere e chimico Johann Wolfgang von Goethe, era solito dire: "La Cultura non è un movimento Eliocentrico asincronico, ma la legge dell'uomo che segue il ritmo e le fasi delle stagioni (maree e fusi orari, equinozi, ecc.). Non ci si mette a confronto per la svenevole forza di arrivare primi, ma per valutare, e non verificare, eventuali inadempiezze del comportamento, a cominciare dal proprio.
Basta un solo momento di vita interiore, per cogliere l'attimo."




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