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Saggi

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Santa Teresa d'Avila: un Amore sopra le righe

Esiste una bellezza che và al di là del semplice soddisfacimento dei sensi e che coinvolge l'ambito intellettivo e spirituale?
Coloro che hanno conosciuto santa Teresa d'Avila, raccontano che era una donna molto bella; aveva i capelli neri e le mani bellissime, il viso proporzionato, la carnagione bianchissima, il sorriso amabile e quando parlava di Dio si animava di una forza incantevole.
Nella sua autobiografia, Teresa, dice: "Dio mi ha dato la grazia di piacere a chiunque". Ai nostri giorni leggere o ascoltare una simile affermazione, ci induce a pensare che Teresa d'Avila fosse guarnita di un'avvenenza universale ed avesse dei modi gradevoli e arrendevoli al punto da suscitare la simpatia e l'ammirazione di coloro che la avvicinavano.
Chi ha letto le sue opere, vi scorge un linguaggio di una semplicità infantile, ma illuminato di Sapienza e di Verità che segnato dalle esperienze mistiche, approdano alla teologia spirituale, usando il metodo della narrazione.
Teresa d'Avila conferma la strada della "teologia narrativa" come rilevato nei Vangeli e in gran parte dei libri sacri, poiché sopra ciò di cui non si può tacere, si deve narrare.
Teresa d'Avila racconta le sue esperienze soprannaturali, ma il suo primo libro autobiografico viene sequestrato dall'inquisizione senza che questa però, vi ravvisi alcuna traccia di eresia. Su santa Teresa d'Avila è stato detto e scritto di tutto: una persona allucinata e suggestionabile, una femmina sessualmente repressa, una indemoniata, una donna indecisa e ipocondriaca, una masochista.
Sembra che a parlare dell'Amore trasformante di Dio, si venga etichettati, perseguitati, diffamati, ma mai dimenticati, perché altrimenti come spiegare l'interesse dell'uomo contemporaneo verso una mistica vissuta nel pieno rinascimento spagnolo?
Considerando che la donna in quel periodo storico non aveva accesso all'istruzione e che le era negata qualsiasi forma di autonomia, poiché il lavoro della donna era

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Le Iliadi dell'Odissea

Intitoliamo così i numerosi passi dell'Odissea che rievocano le vicende del conflitto troiano. Generalmente è Ulisse che le racconta ai suoi interlocutori, ma per lo più egli tiene nascosta all'interlocutore la sua vera identità e il suo racconto appare naturalmente non del tutto veritiero se non proprio inventato. Ma anche i bellissimi Apologhi ad Alcinoo, con le fantastiche storie di Circe, Polifemo, Tiresia non si sottraggono a questa valutazione: direi che Omero ha scelto di proposito di porli sulla bocca stessa del suo eroe, quasi a sottrarsi all'accusa di inverisimiglianza.

Iniziamo con il racconto che il vecchio Nestore fa a Telemaco, giunto a Pilo in cerca di notizie sul padre, ricordando che una tradizione ripresa dagli autori medievali Benoît de Sainte-Maure e Guido delle Colonne fa di lui giovane un argonauta che con Giasone, Eracle e Peleo avrebbe partecipato alla prima distruzione di Troia, contro Laomedonte, il padre di Priamo. Il racconto di Nestore prosegue con la storia di Oreste, che sarà poi argomento della tragedia attica.

III 96-417 (γ 69-312)

γ 69 "Interrogare or gli ospiti si addice,
Che il cibo ha confortato: O forestieri,
Chi siete, onde venite e qual vi spinse 95
Bisogno a traversar l'equoree vie?
Od ite a caso per lo mar raminghi
Come pirati che la vita a rischio
Pongon per depredar l'estranee genti?"
γ 75 Di sé fatto sicuro, gli rispose 100
Il prudente garzon, ché nuovo ardire
Posto gli ebbe nell'animo Minerva,
Acciò del padre assente al Re dimandi
Ed a sé gloria appo le genti acquisti:
γ 79 "O Nèstore Nelide! inclito vanto 105
Degli Argivi, ti piacque interrogarne
Chi siamo ed ecco a dìrloti son presto.
D'Ìtaca che del Nèio siede alle falde
Or qua giungiam; parlar d'una faccenda
Privata, non già pubblica, ti deggio. 110
Vengo, se aver poss'io qualche contezza,
L'ampia del padre mio fama seguendo,
Del magnanimo Ulisse che già teco
Combattendo, com'è pubblico grido,
L'Ìlie mura atterrò.

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Riflessioni su una poesia di Giorgio Vigolo

Ho scelto la poesia: " Ultime luci della parola "di Giorgio Vigolo, un poeta nato nel 1894 a Vigevano e morto a Roma nel 1983? Perché parla della perdita di luce nella " parola ".
Il potere del " verbo " è di biblica memoria e la letteratura è una PAROLA che si espande e rientra in se stessa: capriolando avanti ed indietro nel tempo: dissolvendolo.
Sono rimasta molto colpita da questa lirica: vibrante, intensa ma terribilmente triste.
Ho immaginato come avrebbe potuto reagire una me stessa giovane o comunque poco avvezza a leggere poesie, di fronte ad uno scritto di questo genere.
Probabilmente avrebbe chiuso il libro, sbuffando leggermente per non essere scortese.
Da questo chiudere il libro che voglio cominciare a ragionare.
Come possiamo dare aria alla poesia italiana? Come possiamo rimuovere la polvere che ha muffito l'inchiostro e ridare spessore e colore, integrando il verso nel nostro quotidiano?
La poetica di Vigolo è rivolta ad un'analisi introspettiva, da cui emerge quella che sarà la sua chiusura verso le faccende degli uomini. Unica consolazione per il vecchio poeta è l'estasi della natura, che non è più matrigna come in Leopardi, ma madre silenziosa e protettiva; lungi pertanto dall'avere risvolti sociali e men che meno politici..
Vista così di questa poesia possiamo apprezzare la musicalità, la profondità, il tragico disincanto proprio della tarda maturità: Vigolo aveva circa sessant'anni quando l'ha scritta.
Ma chi può soffermarsi davanti a tanta tragica profondità? Chi può trovare utile perdere minuti della sua frenetica vita per lasciarsi incantare da un verso, il cui significato sembra distante dal rumore del quotidiano?
Io, che sono una presuntuosa, opero una trasformazione delle parole di questa lirica. Voglio catapultarle ai giorni nostri; voglio portare Vigolo lì dove forse non voleva stare.
Non me ne voglia il poeta, se la sua visione intima della poesia io la capovolgo, rendendole un ruolo sociale fruibi

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   2 commenti     di: silvia leuzzi


Ricordo di un poeta:Luciano Folgore (1888-1966)

Ricordo di un poeta: Luciano Folgore ( 1888- 1966 -)

Nella fase di declino del movimento crepuscolare, si distingue, quale poeta futurista a pieno titolo, Omero Vecchi che assunse il nome d'arte di Luciano Folgore, nato a Roma nel 1888. Della sua biografia si sa molto poco. Nelle sue raccolte " Canto dei motori " (1912) ; " Ponti sull'Oceano" (1914) e " Città veloce" (1919) egli conferma la sua forte fibra creativa e dirompente. Propongo le due seguenti liriche tratte da Ponti sull'Oceano.

" Paglia"

Carri di paglia;
scricchiolìo delle erbe secche
per tutta la città,
pestate da piedi di vento fresco
in cammino verso il Sud.
Ditate di zafferano sugli alberi.
Una foglia
due foglie
tre foglie.
Desiderio di farsi trascinare,
a lungo
oltre l'ovest,
dai nastri rossi del crepuscolo.



" Torrefazione"

Piazza di vento ardente,
sollevata di colpo
negli alti forni del sole.
Papaveri di luce
avanti alle pupille.
Spille nel sangue.
D'intorno le case,
affondate
nei marciapiedi
liquefatti dal caldo.
Camminare evitando
colonne ubriache di rosso,
sfondare col petto
semicerchi di solleone,
e invidiare l'ombra di un ragnatelo
ad un insetto addormentato.

( Luciano Folgore)



I grandi Santi: Edith Stein

Non è facile parlare di Edith Stein, la santa-filosofa che nel corso della sua vita ha dedicato i suoi studi al problema dell'empatia, ha aderito alla fenomenologia, si è occupata dell'antropologia filosofica e religiosa, della metafisica etica e, non per ultimo della mistica.
Una vita, quella di Edith Stein, vissuta nella pienezza intellettiva, relazionale e spirituale. I suoi testi sono difficili e nel corso del tempo sono stati spesso travisati, non compresi o mal reinterpretati, o non tradotti, perché ancor oggi, la personalità della Stein, risulta ingombrante, specie per coloro che non accettano che in una donna possano concentrarsi tante e tali qualità, come di difficile spiegazione è la sua conversione al cristianesimo ed il suo ingresso nel Carmelo.
Edith nasce il 12 ottobre del 1891 a Breslavia (Polonia) che all'epoca faceva parte della Germania. Ultima di sette figli, rimane orfana del padre ad appena due anni, dopo la sua morte, la madre ne rileva l'attività di compravendita di legname. Erna ed Edith, le sorelle più piccole, crescono coccolate dai fratelli e dalle sorelle più grandi, ma già in tenera età, Edith rivela un carattere forte e deciso e reagisce con il pianto agli accessi di collera ogni qualvolta ottiene un insuccesso, o che non risulta la migliore.
La sua memoria è eccellente, tanto che riesce ad imparare a memoria la Maria Stuarda di Schiller, ma il suo animo è affettuoso e sensibile. L'esordio scolastico non è dei migliori, infatti dalla sua autobiografia apprendiamo che: "Quando, all'età di sei anni, Erna cominciò ad andare a scuola, fui molto dispiaciuta di non poterla accompagnare. Non avendo più nessuno che mi tenesse compagnia a casa, venni iscritta all'asilo: trovai tutto ciò molto al di sotto della mia dignità e ogni mattina bisognava litigare per portarmi fin lì. Non ero molto socievole con gli altri bambini e accettavo malvolentieri l'obbligo di prendere parte ai loro giochi... Quando fui vicina al mio ses

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   4 commenti     di: Fabio Mancini


La spiritualità del curato d'Ars

Chissà quanti si sono chiesti cosa distingue la vita di un uomo, da quella di un santo. La risposte potrebbero essere le più diversificate, ma spesso si immagina la vita di un santo come quella di un super eroe, dotato di super poteri.
Eppure con tutta la nostra migliore fantasia, la santità è cosa assai diversa rispetto all'eroismo creato e celebrato dagli uomini. Se poi, parliamo di don Giovanni Maria Vianney, per tutti il curato d'Ars, ci accorgiamo che egli è stato più un uomo con molti limiti, piuttosto che un eroe senza colpa e senza macchia. Stando così le cose, sembrerebbe che esista una santità attribuita anche alle persone poco brillanti.
Ma perché proclamare santo il curato d'Ars e dichiararlo patrono di tutti i parroci del mondo, se questi era un sacerdote con scarse risorse intellettive, possedeva pochissima memoria, ignorava la grammatica latina e le sue catechesi erano copiate dalla predicabilia? Quali qualità aveva il curato d'Ars perché la Chiesa lo proclamasse santo? Cerchiamo di capire le motivazioni. Giovanni Maria Vianney a 19 anni inizia il cammino di formazione per diventare prete, opponendosi per due anni alla volontà del padre che lo reclamava nei campi, come sostegno alla famiglia.
Dopo ben 10 anni e con molti stenti, riesce ad ottenere l'ordinazione sacerdotale. Da questi elementi comprendiamo la tenacia, la determinazione impiegata dal curato nel voler perseguire una volontà incompatibile con le sue capacità. Ma un'altra domanda ci affiora nella mente: che cosa spingeva la folla ad arrivare fino ad Ars per ascoltare le prediche di un parroco poco acculturato? Le cronache riferiscono che la gente andava volentieri ad ascoltare le omelie del curato perché erano credibili, convincenti, passionali.
Il benedettino don Jean-Baptiste Chautard, nella sua opera fondamentale: "L'anima di ogni apostolato" riferisce un episodio significativo. Un avvocato anticlericale si reca ad Ars certo di poter ridere a spese di "quell'ign

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   4 commenti     di: Fabio Mancini


Storie de Troia e de Roma

Ad onore de lo onnipotente Dio et ad utilitate de li omini che questo libro legeraco, et us[er]annolo de legere, che lo faza sapio. Noi commenzamo da lo primo omo fi alla citate de Roma como fo fatta. Inprimamente vengamo a le nomina de li regi et a le nomina de li consoli de essa la citate ; e le vattalie e le vittorie de diversi genti e de diverse provincie che abero, e li fatti de li imperatori, si como in diversi libri trovamo.

De Iason e de lo pecorone e de Laumedot rege de Troia
In quello tempo in Grecia foro doi fratri, Eson e Pelias. Pelias non avea filio masculo, ma presore filie. Eson avea filio lasone, lo quale era ditto filio de dea Cereris, et avea bona agura ne li sementi de la terra. Pelias, avenno pagura de lasone suo nepote, che era molto sapio et ardito, sotrasselo e gìoli a tradimento como devesse morire. E disse : Filio mio, ne l'isola de Colco ene una ventura de uno pecorone, che hao la lana de auro et ene fatto ad onore de dio lovis. Se tu me la duci, io te donno la midate de lo regno mio ; estimanno ca potea morire de la ventura de lo pecorone. lason incontenente recipea la ventura de lo pecorone e fece fare una granne nave per esso e per li compangi soi. E menao seco molti nobili omini de Grecia, li quali foro questi : Ercules, Peleus, Telamon, Pilium Nestore et altri assai compangi. Cum lason allitasse allo porto de Troia per granne tempestate che abe ne lo mare, fo nunziato a Laumedonte, rege de Troia, ca era una nave venuta ne lo porto de Troia da Grecia. E Laumedot commannao alli soi e disse che ne la cazassero de tutto loro tenimento.
A Iason sa[p]pe troppo rio et alii compangi soi, et annaosenne a Colcum insula. Et avenno lo pecorono, retornaosenne in Grecia. Staienno in Grecia, lason et Ercules e li compangi loro racordaro la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E per tutti li granni de Grecia mannaro lettere e significaoli la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E cosi tutti li Greci fecero una granne o

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