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Saggi

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Ragazzi, siate rivoluzionari, datevi all'arte!

Avrei voluto titolare, in omaggio ad uno dei momenti più vibranti e appassionati de secolo scorso: "Mettete l'Arte nei vostri cannoni".
Poi ho pensato che sarebbe stato perfetto per gli ultimi trent'anni. Come costruttivo seguito dei favolosi sessanta, anni in cui pure i fiori avevano figli e il futuro ancora sorrideva di speranza. Anche se stava per finire il modernismo e iniziare il suo incerto post.
Oggi, invece, a ventunesimo iniziato, la polisemia delle parole potrebbe facilmente dare adito a fraintendimenti. Soprattutto ad associazioni conservatrici e anche un po' reazionarie. Visto che stimolare artificialmente la fuga dalla realtà non è più contestazione, ma costume abituale.
E adesso, archiviato l'incipit-inciso, veniamo al tema:
Cosa fare dopo il postmodernismo, che secondo Il prof. Bordoni sarebbe simbolicamente terminato con l'attentato alle torri del 2011, dopo una trentina d'anni in cui non ha prodotto nulla di particolarmente significativo (non solo nelle arti, ma nel resto della società).
Ho da poco terminato di leggere un libro piuttosto interessante: Stato di crisi.
Una lettura agevole per essere un saggio. Un istruttivo e lucido botta e risposta sulla crisi dello Stato nazionale moderno (di quello che resta), dell'economia neoliberista e dell'uscita dalla società di massa. Assai utile per orientarsi nel caos dei tempi incerti e anomici che stiamo vivendo. Anzi, subendo.
Peccato che i due autori si fermino all'analisi e manchino proposte e visioni per il futuro. Idee concrete su come uscire dalla situazione d'impasse. Risposte che non soffiano più nel vento, come Dylan cantava nei '60. Oggi nemmeno con antenne spaziali si riuscirebbe a coglierle. Il vento è vuoto. Non porta più nulla con sé. Forse bisogna cominciare a guardarsi dentro.
In ogni caso, proverò ad avanzare una provocazione che poi è una esortazione, per trovare una via d'uscita, per invertire una tendenza, anche se farà sorridere cinici e materialisti. Allinea

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Riflessioni su una poesia di Giorgio Vigolo

Ho scelto la poesia: " Ultime luci della parola "di Giorgio Vigolo, un poeta nato nel 1894 a Vigevano e morto a Roma nel 1983? Perché parla della perdita di luce nella " parola ".
Il potere del " verbo " è di biblica memoria e la letteratura è una PAROLA che si espande e rientra in se stessa: capriolando avanti ed indietro nel tempo: dissolvendolo.
Sono rimasta molto colpita da questa lirica: vibrante, intensa ma terribilmente triste.
Ho immaginato come avrebbe potuto reagire una me stessa giovane o comunque poco avvezza a leggere poesie, di fronte ad uno scritto di questo genere.
Probabilmente avrebbe chiuso il libro, sbuffando leggermente per non essere scortese.
Da questo chiudere il libro che voglio cominciare a ragionare.
Come possiamo dare aria alla poesia italiana? Come possiamo rimuovere la polvere che ha muffito l'inchiostro e ridare spessore e colore, integrando il verso nel nostro quotidiano?
La poetica di Vigolo è rivolta ad un'analisi introspettiva, da cui emerge quella che sarà la sua chiusura verso le faccende degli uomini. Unica consolazione per il vecchio poeta è l'estasi della natura, che non è più matrigna come in Leopardi, ma madre silenziosa e protettiva; lungi pertanto dall'avere risvolti sociali e men che meno politici..
Vista così di questa poesia possiamo apprezzare la musicalità, la profondità, il tragico disincanto proprio della tarda maturità: Vigolo aveva circa sessant'anni quando l'ha scritta.
Ma chi può soffermarsi davanti a tanta tragica profondità? Chi può trovare utile perdere minuti della sua frenetica vita per lasciarsi incantare da un verso, il cui significato sembra distante dal rumore del quotidiano?
Io, che sono una presuntuosa, opero una trasformazione delle parole di questa lirica. Voglio catapultarle ai giorni nostri; voglio portare Vigolo lì dove forse non voleva stare.
Non me ne voglia il poeta, se la sua visione intima della poesia io la capovolgo, rendendole un ruolo sociale fruibi

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   2 commenti     di: silvia leuzzi


L'anima Dimenticata

Tanto tempo fa, una bambina bionda, con gli occhi curiosi e luccicanti si trovò a dover affrontare il mondo, tutto d'un tratto diventato serio, monotono, rigido. Dovette adattarsi a quel nuovo mondo che la incuriosiva, ma che la reprimeva. La bambina adorava giocare, uscire e andare alla scoperta delle cose, guidata solo dal suo spirito di avventura. Sentiva come un qualcosa che le nasceva da dentro, le riscaldava il petto, arrivava alle braccia e poi alle gambe che da sole andavano, correvano, viaggiavano. Questa sensazione la guidava tutti i giorni, facendoli diventare un'avventura sempre diversa, una continua scoperta di se stessa e del mondo che la circondava. Ma presto capì che con quel mondo avventuroso non poteva più entrarci in contatto perché i genitori, gli amici, gli affetti, vivevano nel mondo rigido, vivevano in quel mondo chiuso, inscatolato in continue etichettature. Un carcere fatto solamente di aria. Non le fu lasciata scelta: dovette adattarsi a quel mondo che esigeva troppo da lei, che imponeva cose che lei non era pronta a fare, una delle quali lasciare il mondo avventuroso in cui era cresciuta. Promise a se stessa che non lo avrebbe mai lasciato quel suo lato fantastico, che non avrebbe abbandonato quella conoscenza dettata dall'anima, avrebbe provato a conciliare le due cose, a farle combaciare. Ma si accorse che era come cercare di avvicinare due calamite della stessa carica. Così pian piano la bimba vide la sua anima, sempre pronta ad entusiasmarsi per ogni cosa e alla costante ricerca di un avventura, addormentarsi. Sentì come se qualche pezzo che faceva di lei la persona che era, le fosse stato strappato via con prepotenza. E con il tempo si dimenticò la sua anima, che riposava in un angolo buio, freddo e spento del suo cuore. La sua vita andò avanti, veloce, inesorabilmente veloce. La bambina diventò una ragazza e continuò a vedere il mondo inscatolato. Si era dimenticata chi fosse veramente e cominciò a convivere con il perenne

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   2 commenti     di: Nicole


Anime schiave della terra

Nelle opere sul piano astrale, specialmente se di antichi autori, si trovano molti riferimenti alle cosiddette anime schiave della terra.

Di regola l'espressione riguarda quell'ordine inferiore di anime che rifiutano di sollevare lo sguardo mentale al di sopra delle cose e delle scene della vita terrena e si aggirano intorno all'antico teatro della loro vita poiché qui trovano l'unico piacere che la loro bassa condizione consente.

Ma in questo esame non dobbiamo trascurare un più elevato ordine di anime che sfortunatamente sono tarde nel rompere i legami terreni e si tengono strette ai superstiti.

Consideriamo per un momento quest'ultima categoria.

Accade a volte che un'anima naturalmente idonea alla vita normale sui più elevati piani astrali sia così attaccata alle cose della terra, che dopo il risveglio dal letargo rifiuti inizialmente di partecipare alla normale esistenza astrale e, viceversa, si affanni intorno agli affari terreni che avrebbe dovuto abbandonare dietro di sé.

Questa penosa condizione è originata generalmente da sentimenti di doveri incompiuti, di rimorsi o di ansietà o di vendetta, o è la ricerca di giustizia per le cose terrene lasciate.
Circa il benessere di persone amate l'anima rimane sulla terra, in una condizione astrale.

In simili casi l'anima si aggira effettivamente intorno alle persone o ai luogo cui è interessata e con il concorso di straordinarie condizioni fisiche si può rendere visibile ai sensi delle persone terrene.

Appartengono a questa categoria le povere anime afflitte che vagano sulla scena dei loro misfatti terreni, spinte dal rimorso a tentare di distruggerne o attenuarne le conseguenze.

Queste infelici anime non sono, naturalmente, completamente sveglie sul piano astrale né sul piano della vita terrena.

Agiscono piuttosto come sonnambuli, non riuscendo a partecipare del normale corso né dell'una né dell'altra vita.

Affini a queste sono le anime preoccupate e tormenta

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   1 commenti     di: Breus


Prenatalità - Infanzia

"Gen. 1-27: Dio creò l'uomo a sua immagine..."
Ciò ci informa che la nostra persona proviene dall'Eternità e che è opera della Onniscienza di Dio che ci ha voluti ottenere per mezzo della riproduzione umana, nelle sue infinite possibili combinazioni genetiche di ogni uomo con donna, viventi sulla Terra.
Nella procreazione quindi è presente l'Infinità di Dio ed anche la sua Eternità dalla quale tutti noi proveniamo.
Il microscopico ganglio che ciascuno di noi è all'atto della fecondazione, la Chiesa lo chiama "Persona", con tutte le relative implicazioni spirituali, materiali ed etiche che tale definizione comporta.
Sin dal concepimento l'embrione è persona, sebbene oggigiorno lo si possa ottenere per mezzo della manipolazione genetica che ha preso le distanze dall'atto procreativo dell'uomo con donna attuando la fecondazione al di fuori del loro atto unitivo.
La scienza ci dichiara invece che l'ovulo fecondato, ossia l'embrione, non è persona e che ne è quindi consentito l'uso, l'utilizzo ai fini di un più progredito benessere umano, potendo trarre dagli stessi, opportunamente sviluppati in laboratorio, le cellule staminali per la formazione di quei tessuti organici, atti ai trapianti.
Ciò comporta e determina una indiscriminata manipolazione degli embrioni, sia per l'ottenimento degli stessi che per la loro conservazione o distruzione a breve o lunga scadenza.
La Chiesa attribuisce all'embrione una identità, una dignità pari a quella dell'uomo nato; gli conferisce l'uguale valore, ogni diritto, primo fra tutti quello di poter nascere, poiché in esso sono presenti tutti quei presupposti fisici e morali virtualmente capaci di intendere e di volere.
Per la Scienza, o meglio, per alcuni scienziati, quando l'embrione è prodotto attraverso la manipolazione genetica e risulta prodotto in misura eccedente, anche la sua distruzione è consentita.
Il presupposto della Chiesa sancisce la presenza di un soggetto che già vive,

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   4 commenti     di: Verbena


La scala dell'umore

LA SCALA DELL'UMORE
(disturbo bipolare o spirituale)

-VERSANTE POSITIVO
(+1 allegria, +2 gioia, +3 buonumore, +4 ironia, +5 euforia, +6 mania, +7 delirio di grandezza)



-SERENITA'
(gradiente giusto dell'umore, maschera o mimica dell'anima!)


-VERSANTE NEGATIVO
(-1 tristezza, -2 astenia, -3 apatia, -4 melanconia, -5 angoscia, -6 depressione, -7 delirio di persecuzione)


Il gradiente giusto del bello è la DOLCEZZA:


Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova...

L'ideale per i figli in una bella e sana famiglia è la dolcezza materna e la serenità paterna!



Cosa e la sapienza

tutti habbiamo un cervello, ma non si usa alla tesso modo.
scuole ed educazione non postano alla sapienza ma danno un assiene di regole e nozioni che si scodano presto.
cio che più inporta nella vita di ogniuno di noi sone esperienze ed emozioni.
imtendo cio che si apprende da viaggi, libbri, lavori, professioni, e chiaccere se ben ascoltate. tutto ciò in numero importante secondo le propie possibilità. certo che se in numero è alto, le conoscnze sono più consistenti.
in sostanza leggi viaggia e canbia lavoro che sarai migliore.

   1 commenti     di: rino barbieri



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