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Saggi

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Prenatalità - Infanzia

"Gen. 1-27: Dio creò l'uomo a sua immagine..."
Ciò ci informa che la nostra persona proviene dall'Eternità e che è opera della Onniscienza di Dio che ci ha voluti ottenere per mezzo della riproduzione umana, nelle sue infinite possibili combinazioni genetiche di ogni uomo con donna, viventi sulla Terra.
Nella procreazione quindi è presente l'Infinità di Dio ed anche la sua Eternità dalla quale tutti noi proveniamo.
Il microscopico ganglio che ciascuno di noi è all'atto della fecondazione, la Chiesa lo chiama "Persona", con tutte le relative implicazioni spirituali, materiali ed etiche che tale definizione comporta.
Sin dal concepimento l'embrione è persona, sebbene oggigiorno lo si possa ottenere per mezzo della manipolazione genetica che ha preso le distanze dall'atto procreativo dell'uomo con donna attuando la fecondazione al di fuori del loro atto unitivo.
La scienza ci dichiara invece che l'ovulo fecondato, ossia l'embrione, non è persona e che ne è quindi consentito l'uso, l'utilizzo ai fini di un più progredito benessere umano, potendo trarre dagli stessi, opportunamente sviluppati in laboratorio, le cellule staminali per la formazione di quei tessuti organici, atti ai trapianti.
Ciò comporta e determina una indiscriminata manipolazione degli embrioni, sia per l'ottenimento degli stessi che per la loro conservazione o distruzione a breve o lunga scadenza.
La Chiesa attribuisce all'embrione una identità, una dignità pari a quella dell'uomo nato; gli conferisce l'uguale valore, ogni diritto, primo fra tutti quello di poter nascere, poiché in esso sono presenti tutti quei presupposti fisici e morali virtualmente capaci di intendere e di volere.
Per la Scienza, o meglio, per alcuni scienziati, quando l'embrione è prodotto attraverso la manipolazione genetica e risulta prodotto in misura eccedente, anche la sua distruzione è consentita.
Il presupposto della Chiesa sancisce la presenza di un soggetto che già vive,

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   4 commenti     di: Verbena


Habemus papam

Veri e propri attacchi di panico di un improbabile novello Papa che prima di tutto è un uomo umile che non si sente di assolvere quel compito che altri gli hanno voluto assegnare.
Un immenso Michel Piccoli che si tuffa anonimo fra la gente, ascolta e si ascolta, vive per qualche giorno come uno di noi e non da unto del Signore: immagine piena di tenerezza trasparente e candore che porterò sempre con me.
Ho visto disamina del potere temporale della "Chiesa" ma l'ironia è così ben dosata da non risultare mai irriverente verso nulla e nessuno anzi, avvicina certi personaggi altrimenti lontanissimi e c'è come un filo per cui ad ogni sorriso di labbra è legata sempre una riflessione su temi ricorrenti nella nostra natura umana.
Iniziali passaggi perfetti dal documentario alla recitazione, belle musiche accanto a silenzi sfumati a sottolineare particolari momenti.
Come scenario una Roma riconoscibilissima e particolarmente a me cara essendo la mia città. Il finale è fatto di silenzio da portare via.
Un film che vorrò rivedere con piacere e questa soltanto è la mia cartina di tornasole di gradevolezza, come un brano musicale che si riscopre ad ogni riascolto.
Emozionante. Di una profonda leggerezza.

   1 commenti     di: Chira


Ragazzi, siate rivoluzionari, datevi all'arte!

Avrei voluto titolare, in omaggio ad uno dei momenti più vibranti e appassionati de secolo scorso: "Mettete l'Arte nei vostri cannoni".
Poi ho pensato che sarebbe stato perfetto per gli ultimi trent'anni. Come costruttivo seguito dei favolosi sessanta, anni in cui pure i fiori avevano figli e il futuro ancora sorrideva di speranza. Anche se stava per finire il modernismo e iniziare il suo incerto post.
Oggi, invece, a ventunesimo iniziato, la polisemia delle parole potrebbe facilmente dare adito a fraintendimenti. Soprattutto ad associazioni conservatrici e anche un po' reazionarie. Visto che stimolare artificialmente la fuga dalla realtà non è più contestazione, ma costume abituale.
E adesso, archiviato l'incipit-inciso, veniamo al tema:
Cosa fare dopo il postmodernismo, che secondo Il prof. Bordoni sarebbe simbolicamente terminato con l'attentato alle torri del 2011, dopo una trentina d'anni in cui non ha prodotto nulla di particolarmente significativo (non solo nelle arti, ma nel resto della società).
Ho da poco terminato di leggere un libro piuttosto interessante: Stato di crisi.
Una lettura agevole per essere un saggio. Un istruttivo e lucido botta e risposta sulla crisi dello Stato nazionale moderno (di quello che resta), dell'economia neoliberista e dell'uscita dalla società di massa. Assai utile per orientarsi nel caos dei tempi incerti e anomici che stiamo vivendo. Anzi, subendo.
Peccato che i due autori si fermino all'analisi e manchino proposte e visioni per il futuro. Idee concrete su come uscire dalla situazione d'impasse. Risposte che non soffiano più nel vento, come Dylan cantava nei '60. Oggi nemmeno con antenne spaziali si riuscirebbe a coglierle. Il vento è vuoto. Non porta più nulla con sé. Forse bisogna cominciare a guardarsi dentro.
In ogni caso, proverò ad avanzare una provocazione che poi è una esortazione, per trovare una via d'uscita, per invertire una tendenza, anche se farà sorridere cinici e materialisti. Allinea

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Tanto, che male fa?

Intelletto, ragione, sentimento.
Di queste tre "cose" una sola ci differenzia dal resto degli animali, e neppure completamente. Perché un minimo, un barlume di ragionamento, è presente anche negli animali più evoluti, o in quelli più "addestrati".
Ora, si pensi a quanto "addestramento" c'è nella nostra educazione, che dura ormai un numero di anni pari a un terzo, o più, dell'intera vita. E che non termina completamente neppure dopo, se si è percettivi ed attivi.
Si pensi a quanto è sviluppato il nostro cervello, in confronto al resto degli altri animali. Io non credo sia un disegno divino, ma semplicemente un'abnormità diventata regola, come quella che ha portato al gigantismo delle balene o alla super specializzazione dei colibrì.
La nostra cosiddetta intelligenza non è altro che questo, una specializzazione affinata ed esponenzialmente ingigantita da migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, di evoluzione.

Accadde lo stesso con mille, o milioni, di altre specie animali, che spesso finirono estinte proprio a causa della loro eccessiva specializzazione. E della loro non più sufficiente capacità di adattamento.
Potrebbe succedere anche a noi, in un futuro non troppo lontano, se continueremo a non accorgerci di quello che ci sta succedendo. Le avvisaglie ci sono tutte. Già da un bel pezzo. E sono raggruppabili in un lento, ma progressivo, allontanamento di gran parte del genere umano dalla capacità logica del pensiero. La stessa che ci ha così incredibilmente sopraelevato rispetto al resto della vita presente sul pianeta.

La capacità logica del pensiero è il plus che ci ha permesso di sviluppare sistemi e tecnologie le quali, dopo averci consentito di spadroneggiare a livello competitivo con tutti gli altri animali, ci hanno consentito di arrivare a modificare addirittura il nostro ambiente naturale, adeguandolo e subordinandolo, in maniera irreversibile, alle nostre esigenze. Al contrario di ciò che era sempre successo finora.
La

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   3 commenti     di: mauri huis


Impius Aeneas

Probabilmente qualche lettore si stropiccerà gli occh i: Impius Aeneas? Ma non ci hanno sempre detto che Enea è per antonomasia pius? Tutti abbiamo nella nostra memoria scolastica l'immagine che dell'eroe ci dà Virgilio, che lo descrive con versi bellissimi e giustamente famosi con il vecchio Anchise sulle spalle, mentre trascina con una mano il figlioletto Ascanio, con l'altra regge le statuette dei Penati. Troia è in fiamme, l'eroe deve affrontare un futuro incerto, e il crollo di Troia non può per lui essere compensato dal vago oracolo che gli promette una patria nuova, che dominerà il mondo.
Ma il protagonista dell'Eneide, secondo una ben diversa eppur documentata tradizione, si sarebbe reso colpevole di un orribile tradimento: e tantissimi saranno stupiti di sentirsi raccontare di un altro Enea, traditore, con Antenore, della sua patria, e perciò scampato alle stragi e alla rovina della sua città. Proprio in ricompensa del suo tradimento i Greci avrebbero concesso a lui e ai suoi familiari ed amici una sorta di lasciapassare, ed egli sarebbe partito per fondare una nuova Troia.
Le testimonianze relative alla storia dell'impius Aeneas sono numerose, sia greche che latine, e per la maggioranza niente affatto secondarie. Vi accennano, tra gli altri, autori come Livio (1), Orazio (2), Seneca (3), Tertulliano (4) e, a detta di Donato (5) e Servio (6), lo stesso Virgilio; e tra i Greci, con riferimento a fonti assai più antiche, Dionigi d'Alicarnasso (7) e Dione di Prusa (8).
Tra l'età di Nerone e la latinità più tarda, la storia di Enea traditore riprende vigore, e, pur restando naturalmente in ombra rispetto alla versione virgiliana, trova ampio spazio nel resoconto che della guerra di Troia dànno due singolari autori, "Ditti cretese" (9) e "Darete frigio" (10). Gli autori che si celano dietro questi pseudonimi dicono di essere stati partecipi, l'uno nell'esercito greco, l'altro tra i difensori della città, di quel memorabile conflitto. Indirettam

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Dentro Immobile

I nostri demoni erano nuovamente lì con noi.
Il mio se ne stava appoggiato con le spalle al bancone del bar, rivolto alle entrate con il volto chiaramente insoddisfatto e le braccia incrociate sul petto imponente.
Faticava quasi a prendere il respiro, tanto mancava l'aria in quel luogo a cui mi ero arresa.
Il suo demone invece lo seguiva a distanza, a passi lunghi, tenendo gli arti distesi presso i fianchi e le mani impegnate a rigirarsi due monetine nelle tasche della giacca a quadri.
C'erano istanti in cui si facevano troppo ravvicinati nella presenza, tanto da risentirsene entrambi e il ragazzetto raggelato si voltava di scatto con il volto oscurato dalla coscienza di ciò che stava accadendo; dischiudevano le fauci, ghignando, con lo sguardo fermo, nostante il vuoto; occhi negli occhi, iniettati di sange.
Era accaduto diverse volte dalla sua entrata in scena.
Il mio demonio aveva una vocina sottile e fastidiosa, un sibilare distinto da tutto il sottofondo costante, imprecava, dissentiva, e mutava nelle forme, plasmando il suo starsene li come una stoffa sacra che si fonde e diventa carne chimica adosso ad altri. Quando si stancava di marcare, il mio demonio, lo faceva soltanto per lasciarmi più tempo in compagnia del mio errore; al suo ritorno la caduta sarebbe stata tremendamente più dolorosa e bruciante.
Non erano pericolosi poichè erano demoni del passaggio, i demoni del dinamico salto da vita a vita, quelli che seguivano solo coloro che avrebbero potuto sopportare, al termine dell'esistenza terrena che stava accadendo loro, un cambiamento importante per la prossima rinascita.
La pensavo a quel modo.
Non avevo mai osato chiamarlo demonio fino a quando non conobbi lui.
O lui riconobbe me, sarebbe più accorto dire.
Ci siamo ritrovati a parlare di noi, nudi nella notte. Con i corpi vestiti, di confessioni buie, ce ne stavamo lì, a due passi dal bar, come estranei alle nostre stesse vite.
Mi sale al pensiero un vecchio libro, e

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   1 commenti     di: Cinzia Besaldo


Le Iliadi dell'Odissea

Intitoliamo così i numerosi passi dell'Odissea che rievocano le vicende del conflitto troiano. Generalmente è Ulisse che le racconta ai suoi interlocutori, ma per lo più egli tiene nascosta all'interlocutore la sua vera identità e il suo racconto appare naturalmente non del tutto veritiero se non proprio inventato. Ma anche i bellissimi Apologhi ad Alcinoo, con le fantastiche storie di Circe, Polifemo, Tiresia non si sottraggono a questa valutazione: direi che Omero ha scelto di proposito di porli sulla bocca stessa del suo eroe, quasi a sottrarsi all'accusa di inverisimiglianza.

Iniziamo con il racconto che il vecchio Nestore fa a Telemaco, giunto a Pilo in cerca di notizie sul padre, ricordando che una tradizione ripresa dagli autori medievali Benoît de Sainte-Maure e Guido delle Colonne fa di lui giovane un argonauta che con Giasone, Eracle e Peleo avrebbe partecipato alla prima distruzione di Troia, contro Laomedonte, il padre di Priamo. Il racconto di Nestore prosegue con la storia di Oreste, che sarà poi argomento della tragedia attica.

III 96-417 (γ 69-312)

γ 69 "Interrogare or gli ospiti si addice,
Che il cibo ha confortato: O forestieri,
Chi siete, onde venite e qual vi spinse 95
Bisogno a traversar l'equoree vie?
Od ite a caso per lo mar raminghi
Come pirati che la vita a rischio
Pongon per depredar l'estranee genti?"
γ 75 Di sé fatto sicuro, gli rispose 100
Il prudente garzon, ché nuovo ardire
Posto gli ebbe nell'animo Minerva,
Acciò del padre assente al Re dimandi
Ed a sé gloria appo le genti acquisti:
γ 79 "O Nèstore Nelide! inclito vanto 105
Degli Argivi, ti piacque interrogarne
Chi siamo ed ecco a dìrloti son presto.
D'Ìtaca che del Nèio siede alle falde
Or qua giungiam; parlar d'una faccenda
Privata, non già pubblica, ti deggio. 110
Vengo, se aver poss'io qualche contezza,
L'ampia del padre mio fama seguendo,
Del magnanimo Ulisse che già teco
Combattendo, com'è pubblico grido,
L'Ìlie mura atterrò.

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