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Saggi

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Il gusto

Nel gusto sono compresenti e finalizzati tutti i sensi del nostro corpo poiché vediamo, udiamo, tastiamo, odoriamo, allo scopo di poter discernere ciò che ci piace da ciò che non ci piace.
A questa parola, nella nostra lingua, si possono dare significati diversi e lo percepiamo principalmente nelle papille gustative, dandoci la possibilità di gradire o non gradire cibi e bevande.
C'è un altro significato di questa parola ed è relativo a ciò che preferiamo e ci piace in modo del tutto soggettivo, per motivi in parte misteriosi che sono insiti in noi geneticamente; altri che sono costitutivi della personalità andata formandosi nella nostra storia e che provengono dagli usi ed i costumi dell'ambiente dove siamo nati, permeando il nostro modo d'agire e di guardare alle cose con l'occhio predisposto a scegliere con ciò che ci è stato inculcato da chi era responsabile della nostra formazione o che, in qualche modo, l'abbia influenzata..
Ovviamente il tutto si sintetizza nella specificità personale, che viene espressa in modo unico ed originale ed il gusto diviene uno degli aspetti preponderanti della nostra personalità poiché con esso effettuiamo la maggior parte delle nostre scelte di vita: dal modo di vestire all'arredo della casa; cosa scegliamo di mangiare, dove preferiamo andare in vacanza ed ovviamente anche il tipo di attività che ci piace svolgere.
Giocano il loro ruolo le opportunità e le occasioni ma il gusto determina ogni nostro orientamento.
Un cibo ci piace perché lo abbiamo sempre conosciuto, fin dai primi anni della vita ed il suo sapore è divenuto preferibile per noi proprio perché si è innestato nel nostro palato gradualmente, facendoci gradire il cibo a partire dal latte materno.
Lo stesso cibo o la stessa bevanda possono invece essere disgustosi per lo straniero che li assaggia per la prima volta.
Ho visto con i miei occhi un ragazzo inglese risputare nella tazza, il caffè espresso che gli era stato se

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   0 commenti     di: Verbena


Etica del lavoro, deontologia e dottrina sociale della Chiesa

Quando mettiamo i comportamenti in relazione con delle regole per esaminare se un'azione è giusta o meno, oppure quando cerchiamo di tracciare un confine invalicabile entro il quale l'altro può esercitare la sua libertà, senza portare offesa al nostro io, vuol dire che stiamo applicando alla realtà la ragione dell'Etica. In sostanza l'etica è la Scienza del dovere che impiegata nel campo del lavoro ci spiega "come dovrebbero essere" i comportamenti del datore di lavoro, delle Organizzazioni Sindacali e del lavoratore che, in questo ultimo caso assume il nome di: deontologia professionale. Man, mano, l'Etica ha assunto sempre più una connotazione sociale e sempre meno filosofica.
I vari codici deontologici approvati e successivamente aggiornati lo comprovano. In Italia a ridosso delle privatizzazioni c'è stato un fiorire di codici deontologici per molteplici professioni, quali ad esempio per: gli avvocati 1997, gli infermieri 1999, gli psicologi 1997, i medici chirurghi e gli odontoiatri 1998 e gli ingegneri 2007 oltre ai codici etici entrati in vigore per i dipendenti della Croce Rossa 2010, Rai 2002, Poste Italiane 1999, Ministero dell'Economia e delle Finanze 2009, Pubbliche amministrazioni 2000, Commissione Nazionale per le Società e la Borsa(CONSOB) 2010 e Ferrovie dello Stato 2005. Possiamo dire che nell'arco temporale di una decina di anni c'è stata una massiccia invasione di eticità. Ma perché?
A causa della crisi economica, le aziende che producono beni e servizi per poter battere la concorrenza, hanno puntato sull'eticità sventolandola come una bandiera pur di guadagnare nuove quote di mercato. Le aziende hanno intuito che l'eticità si traduce operativamente parlando in una maggiore produttività a costo zero. Qualsiasi codice deontologico o etico salvaguardia l'attività del datore di lavoro, perché vincola il dipendente ad un legame di fedeltà con l'azienda. Il lavoratore sa che deve mantenere la segretezza delle informazioni acquisite,

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   2 commenti     di: Fabio Mancini


Dalla prospettiva di Dio: San Benedetto

Per elevare San Benedetto a compatrono d'Europa, la Chiesa deve averne avuto di buone ragioni, non solo perché il monaco per primo concepì il progetto del monastero per come oggi è organizzato, ma perché la vita e le opere di Benedetto furono straordinarie.
Gregorio Magno (540-604) monaco e successivamente Papa, racconta nei "Dialoghi" i prodigi che operò in vita Benedetto. Dal carisma della conoscenza (simile alla chiaroveggenza, solo che questa non viene utilizzata per il bene comune, ma viene spesso ostentata come potere personale) alle visioni soprannaturali celesti, passando per le guarigioni fisiche e alla liberazione degli spiriti diabolici, fino alla resurrezione di un bambino.
Ma il buon taumaturgo, da dove attingeva tale forza? Gregorio Magno spiega che quando il rapporto con il Signore è intimo e sincero attraverso la preghiera si riescono a compiere dei prodigi, ma anche nel caso in cui la volontà umana è conforme a quella divina si ottengono i medesimi risultati. E in Benedetto sinergicamente operavano entrambe le dinamiche.
È facile immaginare l'affetto che avesse attorno a sé Benedetto, ma anche l'invidia che suscitava nei religiosi non altrettanto virtuosi, al punto tale che per due volte tentarono di assassinarlo. Benedetto era ancora giovane, quando una piccola comunità di monaci chiese al Consacrato che fosse il loro abate. Solo dopo tante richieste, Benedetto accettò, ma l'osservanza monastica imposta ai monaci corrotti non piacque, così progettarono di avvelenarlo, mescolando nel vino una sostanza mortale.
Durante il pasto comunitario, al momento della benedizione del vino, la brocca che lo conteneva si frantumò in mille pezzi e Benedetto ebbe salva la vita. Anche un sacerdote di nome Fiorenzo tentò di eliminare il Monaco, inviando un pane avvelenato che venne nella circostanza presentato come un pane benedetto, segno di amicizia. Ma anche il secondo tentativo venne smascherato ed il pane gettato in un luogo lontano e s

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Dobbiamo chiedere scusa alle genti del Sud Italia

Ritengo doveroso soffermarmi a parlare di un periodo storico della nostra nazione, ancora avvolto nel mistero: l'Unità d'Italia.
La storia ufficiale ci presenta personaggi come: Garibaldi, Bixio e tutti i suoi mille audaci, come eroi della patria. Sicuramente in un'era sciatta, quale è la nostra, tutti gli uomini del passato lo sembrano!
Eppure ci sono verità legate a quei tempi, che volutamente si continuano a tacere.
L'Italia dopo cento cinquant'anni e più non è ancora unita; i fermenti leghisti dell'ultimo ventennio ne sono un esempio eclatante. Ma quel pensiero razzista nei confronti dei popoli del Sud è stato voluto e mantenuto proprio grazie alla negazione della verità storica sui fatti relativi al 1860.
Dobbiamo sempre avere ben in mente questo assunto: IL SUD ITALIA NON È STATO LIBERATO, È STATO CONQUISTATO - È DIVERSO, non trovate?
La sfiducia, la rassegnazione sorda al sopruso che si respira in quelle bellissime terre, di cui dovremmo andare fieri come italiani, ha radici lontane. Come tutti i popoli del Sud del mondo, anche i nostri meridionali sono sempre stati sottomessi e invano sperarono nel vento rivoluzionario, che agitava l'Italia e l'Europa tutta!
Soprusi, saccheggi, spietata dittatura, spoliazione di tutte le infrastrutture e chiusura delle scuole: questi sono solo alcuni degli effetti che l'Unità d'Italia ha portato al Sud.
Chi beneficiò dei patrimoni dello Stato Borbonico?
Il Nord, quello stesso che chiede la secessione. Sono le pingui casse della monarchia sabauda che il banco di Napoli, allora fiorente, fece rifiorire a danno dei popoli meridionali.
San Marino, per esempio, è lo stato che da sempre tutela e custodisce denaro. Vi siete mai chiesti perché mai non fu annesso all'Italia?
Allora come ora le questioni economiche hanno utilizzato le belle ideologie, per scrivere esaltanti pezzi di prosa o poesia o di retorica politica, che camuffassero i veri intenti del potere.
La Massoneria, i rapporti Stato - Mafia, i gr

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   7 commenti     di: silvia leuzzi


Mia Famiglia

La famiglia, sicuramente l'istituzione più importante e da salvaguardare nella nostra società. Ma oggi come funziona? Da che parte la facciamo andare tra giornali che parlano di successi facilissimi tra copertine pettegole di attricette in carriera e televisioni che ci spiattellano la puntata odierna e i possibili sviluppi del reality di turno? Non mancano i riferimenti ai talent-show: tutti sono bravi, tutti possono provare: a cantare, a recitare, a creare opinione. Quanta confusione! Mi sono chiesto se questo disorientamento sia di oggi oppure abbia radici più profonde. Ebbene già nel 1955 Eduardo De Filippo ne parlava (il '68 era di là da venire). Il grande drammaturgo napoletano aveva messo in scena "Mia famiglia" commedia in tre atti che parla delle vicissitudini di Alberto Stigliano, speaker di professione che tenta, senza successo, di tener testa alle smanie di sua moglie Elena che non lavora ma ama la vita comoda e agiata, fatta di belle macchine che guida e sfascia e circoli di canasta per "un poco di svago di cui una signora maritata ha diritto". Alberto Stigliano perde la fiducia nella famiglia come istituzione e cerca una vita per conto suo nonostante abbia due figli: Beppe e Rosaria entrambi alle prese con le stesse insoddisfazioni espresse in modo diverso: il ragazzo si sente bello (o glielo fanno credere) e tenta il successo nell'ambiente cinematografico. Nulla di male ma cresce il contrasto generazionale con il resto della famiglia che critica aspramente rivendicando la voglia ed il diritto di "farcela da solo". La sorella ha invece atteggiamenti spavaldi e controcorrente che, al contrario, nascondono una fragile ingenuità. La commedia si snoda e velocemente la situazione precipita: la moglie Elena contrae un forte debito di gioco, il figlio Beppe viene coinvolto in un omicidio (è innocente ma la difficoltà è dimostrarlo) e la figlia Rosaria a causa dei suoi atteggiamenti (solo apparenza) trasgressivi viene lasciata dal marito appena sposato

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Habemus papam

Veri e propri attacchi di panico di un improbabile novello Papa che prima di tutto è un uomo umile che non si sente di assolvere quel compito che altri gli hanno voluto assegnare.
Un immenso Michel Piccoli che si tuffa anonimo fra la gente, ascolta e si ascolta, vive per qualche giorno come uno di noi e non da unto del Signore: immagine piena di tenerezza trasparente e candore che porterò sempre con me.
Ho visto disamina del potere temporale della "Chiesa" ma l'ironia è così ben dosata da non risultare mai irriverente verso nulla e nessuno anzi, avvicina certi personaggi altrimenti lontanissimi e c'è come un filo per cui ad ogni sorriso di labbra è legata sempre una riflessione su temi ricorrenti nella nostra natura umana.
Iniziali passaggi perfetti dal documentario alla recitazione, belle musiche accanto a silenzi sfumati a sottolineare particolari momenti.
Come scenario una Roma riconoscibilissima e particolarmente a me cara essendo la mia città. Il finale è fatto di silenzio da portare via.
Un film che vorrò rivedere con piacere e questa soltanto è la mia cartina di tornasole di gradevolezza, come un brano musicale che si riscopre ad ogni riascolto.
Emozionante. Di una profonda leggerezza.

   1 commenti     di: Chira


Sistemi caotici

Il concetto di sistema viene applicato ai campi più disparati, dalla fisica alla biologia, alla sociologia. Tra domini così diversi, emergono similitudini, isomorfismi tali da giustificare una visione generale in termini appunto di sistemi. "Ad esempio esistono isomorfismi tra sistemi biologici ed epiorganismi come le comunità di animali e le società umane" (L. von Bertalanffy).

Le teorie generali parlano di sistemi chiusi e sistemi aperti, non che io sappia di sistemi caotici. Quando si osservano le società umane e ci si imbatte in quella italiana, ci si rende conto che il suddetto paradigma, nella sua impostazione classica basata sulla distinzione tra sistemi chiusi ed aperti, è insufficiente a spiegare tale caso anomalo.
Non essendo un cultore delle complessità organizzate, è con grande imbarazzo che mi vedo costretto a proporre la revisione della teoria generale dei sistemi, in favore di un suo ampliamento, che consenta di spiegare il fenomeno Italia.
Credo che allo scopo sia necessario introdurre nella teoria una nuova categoria, quella dei sistemi caotici. Contraddizione in termini, in quanto caos è non-sistema; credo invece che in Italia il regnante caos sia proprio sistematico. Mi dispiace (e chiedo profondamente scusa alla comunità scientifica) turbare i lavori teorici sulle complessità organizzate, ma non vedo altri modi per spiegare il curioso caso Italia.

L'organismo Italia è costituito da componenti elementari, gli esseri umani, gli individui, che però a sé stanti non hanno consistenza e rilievo. Non li caca nessuno, per dirla con il linguaggio indigeno; sono ingnorati, praticamente non esistono. Le prime componenti significative sono a mio parere le loro aggregazioni, i gruppi o clan. Le famiglie biologiche, ma anche le famiglie mafiose, anche gli ordini professionali o religiosi, o le associazioni sportive, i partiti politici, sono tutte aggregazioni di primo livello.

Ad un livello superiore troviamo le istituzioni. Questo è

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   2 commenti     di: carlo biagioli



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