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Saggi

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Dentro Immobile

I nostri demoni erano nuovamente lì con noi.
Il mio se ne stava appoggiato con le spalle al bancone del bar, rivolto alle entrate con il volto chiaramente insoddisfatto e le braccia incrociate sul petto imponente.
Faticava quasi a prendere il respiro, tanto mancava l'aria in quel luogo a cui mi ero arresa.
Il suo demone invece lo seguiva a distanza, a passi lunghi, tenendo gli arti distesi presso i fianchi e le mani impegnate a rigirarsi due monetine nelle tasche della giacca a quadri.
C'erano istanti in cui si facevano troppo ravvicinati nella presenza, tanto da risentirsene entrambi e il ragazzetto raggelato si voltava di scatto con il volto oscurato dalla coscienza di ciò che stava accadendo; dischiudevano le fauci, ghignando, con lo sguardo fermo, nostante il vuoto; occhi negli occhi, iniettati di sange.
Era accaduto diverse volte dalla sua entrata in scena.
Il mio demonio aveva una vocina sottile e fastidiosa, un sibilare distinto da tutto il sottofondo costante, imprecava, dissentiva, e mutava nelle forme, plasmando il suo starsene li come una stoffa sacra che si fonde e diventa carne chimica adosso ad altri. Quando si stancava di marcare, il mio demonio, lo faceva soltanto per lasciarmi più tempo in compagnia del mio errore; al suo ritorno la caduta sarebbe stata tremendamente più dolorosa e bruciante.
Non erano pericolosi poichè erano demoni del passaggio, i demoni del dinamico salto da vita a vita, quelli che seguivano solo coloro che avrebbero potuto sopportare, al termine dell'esistenza terrena che stava accadendo loro, un cambiamento importante per la prossima rinascita.
La pensavo a quel modo.
Non avevo mai osato chiamarlo demonio fino a quando non conobbi lui.
O lui riconobbe me, sarebbe più accorto dire.
Ci siamo ritrovati a parlare di noi, nudi nella notte. Con i corpi vestiti, di confessioni buie, ce ne stavamo lì, a due passi dal bar, come estranei alle nostre stesse vite.
Mi sale al pensiero un vecchio libro, e

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   1 commenti     di: Cinzia Besaldo


Inviolata quattro

"La sposa cristiana" è stato il testo di riferimento della formazione religiosa di mia madre. All'epoca non esistevano strutture pubbliche o private che facessero formazione, informazione ed assistenza alle promesse spose, per cui l'aspetto educativo personale gravava sulla volontà e sulle risorse delle promesse spose di apprendere e mettere in pratica gli insegnamenti per una buona vita.
Alla luce di quanto appena detto, la dedica presente sul frontespizio della copia appartenuta a mia madre: "... e che tu possa vivere lungamente felice nella grazia di Dio" risulta pienamente conforme alla mentalità di quel periodo che interpretava la felicità e la Grazia come qualità inscindibili tra di loro. L'imprimatur riporta in calce la data, maggio 1946 mentre Barezia e Giacomello sono gli autori.
Il testo raggruppa preghiere, istruzioni e consigli ed inizia con un tono confidenziale ed al contempo solenne: "Eccoti, dunque, o mia cara, adorna del bel titolo di sposa; quanto sono grandi i doveri che questo titolo t'impone e di quanta importanza sono le cose delle quali d'ora innanzi c'intratterremo! Rassicurati: i tuoi doveri sono tutti racchiusi in un sol precetto, e direi quasi in una sola parola: ama Dio innanzi tutto, indi tuo marito come il miglior dei tuoi amici dopo Dio".
A quel tempo le preghiere svolgevano una duplice funzione: da una parte aprivano il cuore alla Grazia di Dio; dall'altra fungevano da istruzioni affinché i comandi divini venissero più facilmente compresi. Nello stralcio della preghiera che riporto, viene espresso il rapporto che una buona madre doveva avere verso la prole: "Mio Dio, io vi offro i miei figli; siete Voi che me li avete dati, ma essi vi appartengono sempre..."
Nelle pagine del testo c'è una bella metafora sul sonno: "Il sonno è l'immagine della morte: il letto rappresenta la tomba... spogliati di tutto, (perché al momento stabilito) porteremo con noi (solo) un lenzuolo datoci per carità. Tali pensieri ed altri somiglia

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   6 commenti     di: Fabio Mancini


A proposito della nostra Lingua

È una vergogna!... Non ne posso più.. Tutti i giorni e in qualsiasi momento diventa sempre più difficile capire il linguaggio di giornalisti ed in genere, di tutti gli "Insigni impiegati della televisione." Cerco, inutilmente, di tenermi informata sui fatti che accadono; dopo pochi istanti sono costretta a spegnere il televisore, per la pedanteria di due parole, voce verbale e nome, che ricorrono in tutti i canali e, a mio avviso, sono gratuite e gravemente lesive della dignità dell'uomo, in quanto individuo. Le voci in questione sono: "Verifica e verificare." Facendo un calcolo approssimativo, in cinque minuti ricorrono più di cinque volte. Sono esacerbata... Amici poeti, spero di trovare la vostra comprensione.
In quale società ci muoviamo, ammesso ancora che ci si riesca a muovere. Siamo tutti sottoposti a verifiche... Ma, ironia della sorte la Verità non emerge. Altre voci verbali che non ledono alla dignità della persona, sono, invece, passate sotto la cesoia, esempio: accertare, appurare, analizzare, comprovare, constatare, controbattere, disquisire. I maldestri dittatori continuano spudoratamente ad espandere le loro voci, e, purtroppo, spesso incorrono nell'errore di usarle, persone moralmente irreprensibili.
La medesima accusa rivolta alla Televisione, rivolgo alla scuola: a scolari e studenti vengono imposte le Verifiche. Or bene: che cosa sono? La parola è lesiva in quanto inficia la buona fede dello studente. Quando sussisteva ancora un po' di buon senso, le verifiche venivano chiamate dai docenti, semplicemente, compiti oppure oneri scolastici.
Per finire, a coloro il cui frasario abbonda di parole oltraggiose, come verificare e verifica, rivolgo una domanda: avete provato a verificare, quanti bernoccoli avete?



Storie de Troia e de Roma

Ad onore de lo onnipotente Dio et ad utilitate de li omini che questo libro legeraco, et us[er]annolo de legere, che lo faza sapio. Noi commenzamo da lo primo omo fi alla citate de Roma como fo fatta. Inprimamente vengamo a le nomina de li regi et a le nomina de li consoli de essa la citate ; e le vattalie e le vittorie de diversi genti e de diverse provincie che abero, e li fatti de li imperatori, si como in diversi libri trovamo.

De Iason e de lo pecorone e de Laumedot rege de Troia
In quello tempo in Grecia foro doi fratri, Eson e Pelias. Pelias non avea filio masculo, ma presore filie. Eson avea filio lasone, lo quale era ditto filio de dea Cereris, et avea bona agura ne li sementi de la terra. Pelias, avenno pagura de lasone suo nepote, che era molto sapio et ardito, sotrasselo e gìoli a tradimento como devesse morire. E disse : Filio mio, ne l'isola de Colco ene una ventura de uno pecorone, che hao la lana de auro et ene fatto ad onore de dio lovis. Se tu me la duci, io te donno la midate de lo regno mio ; estimanno ca potea morire de la ventura de lo pecorone. lason incontenente recipea la ventura de lo pecorone e fece fare una granne nave per esso e per li compangi soi. E menao seco molti nobili omini de Grecia, li quali foro questi : Ercules, Peleus, Telamon, Pilium Nestore et altri assai compangi. Cum lason allitasse allo porto de Troia per granne tempestate che abe ne lo mare, fo nunziato a Laumedonte, rege de Troia, ca era una nave venuta ne lo porto de Troia da Grecia. E Laumedot commannao alli soi e disse che ne la cazassero de tutto loro tenimento.
A Iason sa[p]pe troppo rio et alii compangi soi, et annaosenne a Colcum insula. Et avenno lo pecorono, retornaosenne in Grecia. Staienno in Grecia, lason et Ercules e li compangi loro racordaro la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E per tutti li granni de Grecia mannaro lettere e significaoli la iniuria che li fece fare Laumedot, rege de Troia. E cosi tutti li Greci fecero una granne o

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Miracolo a Le Havre

Da alcuni anni l'arena del cinema Nuovo Sacher è per me l'oasi nella calura estiva della mia Roma. L'altra sera proiettavano " Miracolo a Le Havre ", del regista finlandese Aki Kaurismaki, da me sconosciuto e che dal nome credevo fosse giapponese.
Marcel, uomo ormai non più giovane, sbarca il lunario facendo il lustrascarpe specialmente presso la stazione ferroviaria della sua città. A fine giornata guadagna quel poco per la sopravvivenza sua e di sua moglie Arletty.
Modestissima è la sua dimora, un desco con su poco da mangiare ma intorno c'è pulizia, decoro, si respira amore dalle poche parole che si scambiano i due protagonisti solo che... la moglie si scopre gravemente ammalata.
In contemporanea, sul molo del porto, la polizia ha aperto un conteiner che nasconde un gruppo di donne, vecchi, giovani uomini e bambini dall'Africa nera: aspettano di essere imbarcati clandestinamente per l'Inghilterra. Da attraversare c'è soltanto la Manica, Dio solo sa dopo quanto altro mare già solcato, altro buio, altro silenzio, altro dolore.
Ma ora, scoperti, il loro viaggio potrebbe finire lì.
Soltanto Idrissa, un ragazzino di circa dieci anni, dopo un solo sguardo di forte intesa col nonno, riesce a superare i mitra dei poliziotti e a scappare via.
Un giovanissimo Kunta Kinte, altero, sveglio, che la madre attende a Londra.
Marcel è l'angelo che incontra per caso e basta qualche frase e un guardarsi negli occhi per affidarsi a lui.
Viene nascosto in quella povera casa dove è rimasta soltanto Laika, la cagnolina, perché Arletty è in ospedale. Eludono così per giorni la polizia grazie anche all'aiuto della fornaia amica, che ha sempre un fiore fra i capelli, la barista e il fruttivendolo del quartiere, tutti amici che parlano poco ma che agiscono.
Marcel si trova a proteggere, a risolvere la vita di Idrissa e ad accudire in ospedale la moglie che nonostante la malattia tiene fra i capelli un fermaglio a forma di stella solo per il suo amore. Garofani rossi,

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   2 commenti     di: Chira


Sistemi caotici

Il concetto di sistema viene applicato ai campi più disparati, dalla fisica alla biologia, alla sociologia. Tra domini così diversi, emergono similitudini, isomorfismi tali da giustificare una visione generale in termini appunto di sistemi. "Ad esempio esistono isomorfismi tra sistemi biologici ed epiorganismi come le comunità di animali e le società umane" (L. von Bertalanffy).

Le teorie generali parlano di sistemi chiusi e sistemi aperti, non che io sappia di sistemi caotici. Quando si osservano le società umane e ci si imbatte in quella italiana, ci si rende conto che il suddetto paradigma, nella sua impostazione classica basata sulla distinzione tra sistemi chiusi ed aperti, è insufficiente a spiegare tale caso anomalo.
Non essendo un cultore delle complessità organizzate, è con grande imbarazzo che mi vedo costretto a proporre la revisione della teoria generale dei sistemi, in favore di un suo ampliamento, che consenta di spiegare il fenomeno Italia.
Credo che allo scopo sia necessario introdurre nella teoria una nuova categoria, quella dei sistemi caotici. Contraddizione in termini, in quanto caos è non-sistema; credo invece che in Italia il regnante caos sia proprio sistematico. Mi dispiace (e chiedo profondamente scusa alla comunità scientifica) turbare i lavori teorici sulle complessità organizzate, ma non vedo altri modi per spiegare il curioso caso Italia.

L'organismo Italia è costituito da componenti elementari, gli esseri umani, gli individui, che però a sé stanti non hanno consistenza e rilievo. Non li caca nessuno, per dirla con il linguaggio indigeno; sono ingnorati, praticamente non esistono. Le prime componenti significative sono a mio parere le loro aggregazioni, i gruppi o clan. Le famiglie biologiche, ma anche le famiglie mafiose, anche gli ordini professionali o religiosi, o le associazioni sportive, i partiti politici, sono tutte aggregazioni di primo livello.

Ad un livello superiore troviamo le istituzioni. Questo è

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   2 commenti     di: carlo biagioli


Sotto il segno della continuità: Dalle resurrezioni del Cristo a quelle di San Francesco e Santa Caterina

Quante volte abbiamo pensato alla morte come all'ultimo capitolo dell'esistenza, trascurando o peggio dimenticando che il fine dell'uomo non è di certo la solitudine o la sofferenza, ma l'irragionevole (razionalmente parlando) bagliore della resurrezione che sovverte il nostro ordine mentale e apre interrogativi e speranze verso la realtà incorporea, percepibile per intuizione, ma accessibile solo per volontà divina.
I Vangeli raccontano della resurrezione del Nazareno, ma parimenti ci illustrano altri tre prodigi simili compiuti in vita da Gesù e sono: la resurrezione del figlio della vedova di Nain e quelle della figlia di Jairo e di Lazzaro. Dentro una bara, sopra un letto o dentro una tomba, Gesù ridona la vita in qualsiasi luogo, indipendentemente dall'arco temporale in cui è avvenuta la morte o dal tipo di infermità del beneficiato.
Per noi Dio compie grandi meraviglie e talvolta a qualcuno affida un incarico eccezionale. San Francesco d'Assisi e Santa Caterina da Siena, compatroni dell'Italia, aderendo perfettamente al progetto salvifico di Dio, si sono resi protagonisti di eventi che hanno oltrepassato i confini della fisicità e del comune senso della razionalità, lasciando stupefatti i testimoni delle rispettive epoche.
Fra' Tommaso da Celano contemporaneo e biografo del poverello d'Assisi racconta nel trattato dei miracoli che una nobildonna originaria di Monte Marano presso Benevento, molto devota a San Francesco a seguito di un male, muore. A tarda sera, davanti ai parenti ed ai rappresentanti della Chiesa sopraggiunti per una veglia di preghiera, la nobildonna già defunta da alcune ore, si solleva dal letto e chiede di essere confessata tra lo stupore generale. Agli increduli astanti, lei spiega che grazie all'intercessione di San Francesco le è stato permesso di tornare in vita, perché dichiari nella segretezza della confessione un peccato non dichiarato. Terminata la confessione, la donna lascia nuovamente questo mondo, stavolta per

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   4 commenti     di: Fabio Mancini



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