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Saggi

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Arte o non arte. Questo

"Nessuno può spiegare come le note di una melodia di Mozart, o le pieghe di un panneggio di Tiziano producano i loro effetti essenziali: se non lo senti, nessuno può fartelo sentire."
( John Ruskin )
 
Una delle parole più difficili da definire credo che sia "arte". Arte. Non semplicemente come mestiere, abilità tecnica, ma come capacità di suscitare - attraverso tecniche e forme espressive diverse, motivazioni stravaganti, punti di vista inaspettati, talento e genialità - emozioni pure. Non mediate. Più o meno intense. Più o meno profonde. Più o meno durevoli. In parole povere: arte come capacità di far vibrare nell'uomo le corde meno razionali.  
        E adesso veniamo alle opere di Christò. Sgarbi si è pronunciato per il no. Non è arte,   pare abbia detto dall'alto della sua cattedra. Ed è senza dubbio un parere di cui tener conto. Perché, al di là della sim/anti/patia che suscita l'uomo, trattasi di persona qualificata. In ogni caso il suo è pur sempre un parere. Non una sentenza. Anche tanti non addetti ai lavori si sono espressi per il no.   Ma in loro il giudizio di merito spesso si confonde col giudizio di gradimento.  
        Io non mi sono mai appassionato alla Land Art, ma al contrario di Sgarbi, dalla mia bassa scrivania, direi sì. Quella di Christò è arte. Grande? Non so. Ma credo che le sue opere trasmettano qualcosa. E non solo a pochi discepoli. D'altronde, anche quando si parla di vera arte, che sia pittura o scultura, astratta o figurativa, prosa o poesia,   musica classica o leggera, ognuno ha i suoi gusti. Mica a tutti piace Brahms.
        Ma nel definire cos'è arte, parlo sempre a livello di non addetti, secondo me un elemento fondamentale è la prova  "soglia" ( come passaggio attraverso ). Di fronte a un'opera vi  sentite attratti?   Tirati  dentro? Sedotti? O, magari,   turbati? Se si, siamo gia a buon punto. Avete varcato la soglia. Perché non basta che un romanzo sia scr

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L'amor del disprezzo di sé: una nuova frontiera dell'autolesionismo?

Una volta leggendo una biografia di una Santa ho trovato l'espressione: "coltivò il santo disprezzo di sé". Incuriosito, mi sono chiesto: esiste forse un sentimento negativo che conduce alla santificazione?
Così, facendo una piccola ricerca ho ritrovato un episodio occorso a Santa Teresa d'Avila durante il suo primo anno di noviziato nel 1535. Allora la mistica aveva appena vent'anni, quando una consorella fu colpita da una malattia che le ostruì l'intestino, in forza di tale disturbo sul ventre della religiosa si formarono delle piaghe dalle quali fuoriusciva tutto ciò che la poveretta mangiava.
Santa Teresa d'Avila non ne rimase impressionata e chiese a Dio che le mandasse lo stesso male, o qualsiasi altra malattia che Lui volesse. Con tale richiesta la mistica intendeva esercitarsi nella virtù della pazienza. A noi sembra assurdo invocare la sofferenza, il dolore, l'indigenza a prezzo dell'acquisizione di una virtù come la pazienza che non produce autorità, indipendenza e benessere.
Ciò sfugge alla razionalità, ma perché arrivare a tanto? La risposta la troviamo nella Parola di Dio: "Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" Matteo (16;24). Paradossalmente la strada dell'amor proprio conduce alla morte. Quante persone considerano la tribolazione, la sofferenza, la morte, come sfortune irreversibili o peggio come castighi divini!
Le croci invece sono gli autentici momenti di verità, dove ciascuno tocca con mano i propri limiti, può interrogare intimamente la propria coscienza e nei momenti di sconforto, affidarsi alla luce oscura della Provvidenza. Dio ci dice che: "Chi ama la propria vita la perderà, e chi odia la vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna".
Il messaggio cristologico ribalta il fine della volontà umana, esaltando tutto ciò che sembra negativo all'apparenza, così che: chi perde guadagna; chi rinnega se stesso viene riconosciuto; chi offre riceve; chi si umilia viene in

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   7 commenti     di: Fabio Mancini


Le due vie di una stessa conoscenza: la saggezza della ragione e del cuore

Le due vie di una stessa conoscenza

La saggezza della ragione

"Si arriva al significato delle cose solo chiamandole con il loro vero nome"
Andrei Rublev, di A. Tarkovskij

Purtroppo mai come oggi la tendenza predominante, soprattutto nelle università, è quella di trattare la conoscenza e in particolar modo la filosofia (e discipline similari), come una delle tante materie scientifiche che si insegnano per preparare lo studente al mondo della tecnica e della professionalità. Diventano dei mezzi finalizzati a farcirgli la testa di nozioni che parleranno unicamente alla memoria e alla logica. Ma forse si è dimenticato che il ruolo della filosofia è nato innanzitutto per soddisfare un sentimento, la curiosità, e per aiutare l'uomo a conoscere se stesso e migliorarsi. Se si considera tale disciplina solamente come un fine, omettendo la fondamentale funzione che ha sull'individuo e sulle proprie verità interiori, allora si rischia di rimanere bloccati in una prigione invisibile con pareti fatte di termini, nozioni e parole prive di significato.

Socrate soleva invitare le persone con cui parlava a curare la propria anima, non solo la propria logica, Wittgenstein diceva che l'unica cosa si può fare per cambiare il mondo è migliorare se stessi.
E allora le discipline come la filosofia non sono di nessuna utilità pratica, se non per l'effetto prodotto sulle menti e sulla vita di coloro che le praticano e studiano. Esse non servono per avere garanzie, certezze e nuovi basi, ma piuttosto per porsi domande, per creare dubbie e incertezze, ovvero il terreno fertile per la nascita di una conoscenza più profonda e maggiore libertà.
La libertà è il bene più prezioso che può raggiungere il filosofo, affermava Platone: la conoscenza infatti permette di suggerire e stimolare nuove possibilità che allargano l'orizzonte della propria mentalità liberandola da pregiudizi, passività e consuetudini. Aumenta la conoscenza della realtà e dell'uomo stesso i

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Il gusto

Nel gusto sono compresenti e finalizzati tutti i sensi del nostro corpo poiché vediamo, udiamo, tastiamo, odoriamo, allo scopo di poter discernere ciò che ci piace da ciò che non ci piace.
A questa parola, nella nostra lingua, si possono dare significati diversi e lo percepiamo principalmente nelle papille gustative, dandoci la possibilità di gradire o non gradire cibi e bevande.
C'è un altro significato di questa parola ed è relativo a ciò che preferiamo e ci piace in modo del tutto soggettivo, per motivi in parte misteriosi che sono insiti in noi geneticamente; altri che sono costitutivi della personalità andata formandosi nella nostra storia e che provengono dagli usi ed i costumi dell'ambiente dove siamo nati, permeando il nostro modo d'agire e di guardare alle cose con l'occhio predisposto a scegliere con ciò che ci è stato inculcato da chi era responsabile della nostra formazione o che, in qualche modo, l'abbia influenzata..
Ovviamente il tutto si sintetizza nella specificità personale, che viene espressa in modo unico ed originale ed il gusto diviene uno degli aspetti preponderanti della nostra personalità poiché con esso effettuiamo la maggior parte delle nostre scelte di vita: dal modo di vestire all'arredo della casa; cosa scegliamo di mangiare, dove preferiamo andare in vacanza ed ovviamente anche il tipo di attività che ci piace svolgere.
Giocano il loro ruolo le opportunità e le occasioni ma il gusto determina ogni nostro orientamento.
Un cibo ci piace perché lo abbiamo sempre conosciuto, fin dai primi anni della vita ed il suo sapore è divenuto preferibile per noi proprio perché si è innestato nel nostro palato gradualmente, facendoci gradire il cibo a partire dal latte materno.
Lo stesso cibo o la stessa bevanda possono invece essere disgustosi per lo straniero che li assaggia per la prima volta.
Ho visto con i miei occhi un ragazzo inglese risputare nella tazza, il caffè espresso che gli era stato se

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   0 commenti     di: Verbena


Un'altra appassionante e affascinante lettura

Quando cominci a leggere un libro e ti prende talmente tanto, ne sei così coinvolta da provare incessantemente il desiderio di proseguire nella lettura della storia, credendo che non riuscirai mai ad arrivare alla fine.
E quando finalmente sei lì, agli ultimi capitoli, agli ultimi istanti decisivi che chiudono il libro, improvvisamente ti viene l'irrefrenabile nostalgia di dispiacerti del fatto che abbia un termine. Ti accorgi che una volta finito ti mancherà, ti mancheranno quei personaggi, quello stile, quella ambientazione, ti mancherà l'essere avvolta in quella dimensione raccontata da qualcun'altro, vera o surreale che sia perché un libro per quanto sia impegnativo ti fa compagnia come se tutto fosse catapultato nella tua piccola realtà tanto da prenderne forma come in un film e realizzi che non c'è niente di meglio di un libro per accompagnare i tuoi istanti solitari per poi continuare la tua foga letteraria in un'altra appassionante e affascinante lettura.

   0 commenti     di: Aluna Morrison


Tabù

È sorprendente e incomprensibile la potenza dei tabù.

Nel dibattito politico di questi tempi, si fa un gran parlare di limitatezza delle risorse e di distruzione dell'ambiente. Il fenomeno mi pare chiaro e semplice: aumento della popolazione e aumento del suo tenore di vita. Sono questi i due fattori che autorafforzandosi espandono i consumi delle risorse naturali e portano con rapidità esponenziale l'ambiente alla distruzione.

Che fare? Le risposte date sono tre: ricerca di altre fonti di energia, riduzione dei consumi, con iniziative dal basso per una vita più frugale, e infine negazione del problema.
Prescindendo dalla terza irresponsabile opzione, trovo sensate le altre risposte, alternativa l'una e limitativa l'altra. Probabilmente sono combinabili, ma temo purtroppo che non servano ad una rapida soluzione del problema.

La ricerca di fonti alternative è impegnativa e sembra richiedere più tempo di quello disponibile, prima che il danno all'ambiente sia irreversibile.
La risposta limitativa, consumiamo meno, si presenta come rinunciataria e quindi poco popolare. Inoltre mette in discussione implicitamente il sistema economico dominante, con la sterile gioia dei nostalgici di vecchi miti rivoluzionari bocciati dalla storia, e lasciandoci in concreto, almeno nel breve termine, senza orientamenti alternativi circa la organizzazione della vita economica collettiva.
Esperienze di nicchia sono possibili e già praticate, ma non sembra la soluzione su larga scala per l'immediato.
Tutto ciò avvantaggia la terza opzione, la rimozione del problema, che in realtà è solo una rinuncia alla responsabilità, che ha però la forza della mancanza di alternative credibili.

Forse la soluzione limitativa andrebbe approfondita. Mi pare una risposta sbrigativa, ad occhi chiusi, senza aver ben chiarito la situazione. Colpevolizza, insinuando odiosamente che siamo degli ingordi. C'è del vero, ma ignora il fattore principale del degrado da iperconsumo: forse s

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   3 commenti     di: carlo biagioli


L'obiettivo è la verità assoluta

Dietro ogni grande uomo c'è una grande donna.
E non solo. Mettendo sullo stesso piano i due sessi e ricordando che la rivoluzione è femmina si potrebbe trasformare così questa espressione: dietro ogni persona, ogni uomo, ogni donna, ogni cittadino, c'è un grande popolo. Infatti riprendendo l'aforisma di Socrate, so di non sapere, potremmo dire che un individuo, per raggiungere la verità assoluta, deve necessariamente collegasi con altri suoi simili e solo attraverso l'unione egli diventa in grado di raggiungere questo obiettivo. E qual è il luogo per eccellenza dove potersi confrontare, arricchirsi reciprocamente, se non nell'agorà, nella piazza?
Sembra un fatto di poco conto, senza nessuna importanza, ma sempre rifacendosi al filosofo greco (e non è un caso se la vera democrazia, quella reale, è nata proprio lì) il dialogo è l'unico strumento per raggiungere la verità assoluta. E non è una coincidenza se quello che vogliono i governi è proprio l'opposto, tenere gli individui separati, diffondendo l'illusione di vivere nel benessere sfruttando soprattutto le televisioni, i media che per eccellenza abituano alla passività, dove è soltanto possibile scegliere tra un programma scadente e un altro che lo è ancora di più.
Ma oggi, dopo il primo decennio del ventunesimo secolo, si apre un'era nuova per l'umanità, che sicuramente passerà alla storia. La gente ha intuito le potenzialità dei media informatici, soprattutto di internet, e li utilizza a suo favore, unendosi, dandosi appuntamento nelle piazze, facendo veicolare notizie censurate da tutte le altre fonti d'informazione, omesse non perché di poco conto, ma per il semplice fatto di risultare pericolose per il mantenimento dell'odierno ordine di cose, dannose perché ostacolerebbero la riproduzione della società secondo il paradigma della struttura, caro a tanti sociologi. E queste voci umane diventano estremamente pericolose se unite nel contestare il potere. È il caso degli indignados,

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   0 commenti     di: vasily biserov



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