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Saggi

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Non è mai troppo tardi

Iniziai a dipingere molti anni fa, durante un lungo periodo di convalescenza, per riempire il tempo e timidamente imparare a scarabocchiare qualcosa nell'ABC di una delle cose che già amavo di più: la pittura.

Ed iniziò così la mia avventura di pittrice, senza aiuti, senza quell'apprendimento sistematico e didattico necessario per una qualunque adeguata introduzione al lavoro, di qualsiasi genere si tratti.

Continuai a scarabocchiare a lungo soltanto per il gusto di fare quella cosa che tanto mi affascinava nelle gallerie e da cui io mi sentivo lontana anni luce.

Con lunghe pause di anni, durante i quali mi applicai totalmente alla mia attività di madre, non cessai mai di ricorrere ai pennelli, specialmente nelle occasioni in cui avevo bisogno di astrarre dalla realtà che mi gravava sulle spalle, talvolta in modo eccessivo.

Ora dipingo con regolarità e di recente il mio lavoro si è fatto apprezzare da persone che se ne intendono e che mi hanno qualificata "pittrice".

Mi diletto nelle varie forme: dipingo paesaggi, figure umane, animali, frutta, fiori ed oggetti vari.

Ho capito che il dipinto deve essere piacevole, intendo dire che deve essere un gradimento per gli occhi, e per il colore che si è dato, e per il significato di ciò che si è voluto esprimere.

In qualunque modo l'artista si esprima, è importante che la sua opera piaccia, anche se non a tutti e nonostante che del proprio lavoro, difficilmente il pittore sia soddisfatto.

Una voce antica, che nell'ambiente degli artisti è conosciuta, dice che quando un pittore è appagato da ciò che ha fatto, finisce di progredire.

Io posso soltanto dire che non è mai troppo tardi per incominciare.

Ho conosciuto persone che hanno iniziato a dipingere dopo i quarant'anni, altri dopo i sessanta, usufruendo del tempo libero dopo il pensionamento ed ho potuto constatare di persona che vi sono alcuni che già sono entrati a far parte della categoria dei pittori a pieno titolo.

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   6 commenti     di: Verbena


Tanto, che male fa?

Intelletto, ragione, sentimento.
Di queste tre "cose" una sola ci differenzia dal resto degli animali, e neppure completamente. Perché un minimo, un barlume di ragionamento, è presente anche negli animali più evoluti, o in quelli più "addestrati".
Ora, si pensi a quanto "addestramento" c'è nella nostra educazione, che dura ormai un numero di anni pari a un terzo, o più, dell'intera vita. E che non termina completamente neppure dopo, se si è percettivi ed attivi.
Si pensi a quanto è sviluppato il nostro cervello, in confronto al resto degli altri animali. Io non credo sia un disegno divino, ma semplicemente un'abnormità diventata regola, come quella che ha portato al gigantismo delle balene o alla super specializzazione dei colibrì.
La nostra cosiddetta intelligenza non è altro che questo, una specializzazione affinata ed esponenzialmente ingigantita da migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, di evoluzione.

Accadde lo stesso con mille, o milioni, di altre specie animali, che spesso finirono estinte proprio a causa della loro eccessiva specializzazione. E della loro non più sufficiente capacità di adattamento.
Potrebbe succedere anche a noi, in un futuro non troppo lontano, se continueremo a non accorgerci di quello che ci sta succedendo. Le avvisaglie ci sono tutte. Già da un bel pezzo. E sono raggruppabili in un lento, ma progressivo, allontanamento di gran parte del genere umano dalla capacità logica del pensiero. La stessa che ci ha così incredibilmente sopraelevato rispetto al resto della vita presente sul pianeta.

La capacità logica del pensiero è il plus che ci ha permesso di sviluppare sistemi e tecnologie le quali, dopo averci consentito di spadroneggiare a livello competitivo con tutti gli altri animali, ci hanno consentito di arrivare a modificare addirittura il nostro ambiente naturale, adeguandolo e subordinandolo, in maniera irreversibile, alle nostre esigenze. Al contrario di ciò che era sempre successo finora.
La

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   3 commenti     di: mauri huis


Mia Famiglia

La famiglia, sicuramente l'istituzione più importante e da salvaguardare nella nostra società. Ma oggi come funziona? Da che parte la facciamo andare tra giornali che parlano di successi facilissimi tra copertine pettegole di attricette in carriera e televisioni che ci spiattellano la puntata odierna e i possibili sviluppi del reality di turno? Non mancano i riferimenti ai talent-show: tutti sono bravi, tutti possono provare: a cantare, a recitare, a creare opinione. Quanta confusione! Mi sono chiesto se questo disorientamento sia di oggi oppure abbia radici più profonde. Ebbene già nel 1955 Eduardo De Filippo ne parlava (il '68 era di là da venire). Il grande drammaturgo napoletano aveva messo in scena "Mia famiglia" commedia in tre atti che parla delle vicissitudini di Alberto Stigliano, speaker di professione che tenta, senza successo, di tener testa alle smanie di sua moglie Elena che non lavora ma ama la vita comoda e agiata, fatta di belle macchine che guida e sfascia e circoli di canasta per "un poco di svago di cui una signora maritata ha diritto". Alberto Stigliano perde la fiducia nella famiglia come istituzione e cerca una vita per conto suo nonostante abbia due figli: Beppe e Rosaria entrambi alle prese con le stesse insoddisfazioni espresse in modo diverso: il ragazzo si sente bello (o glielo fanno credere) e tenta il successo nell'ambiente cinematografico. Nulla di male ma cresce il contrasto generazionale con il resto della famiglia che critica aspramente rivendicando la voglia ed il diritto di "farcela da solo". La sorella ha invece atteggiamenti spavaldi e controcorrente che, al contrario, nascondono una fragile ingenuità. La commedia si snoda e velocemente la situazione precipita: la moglie Elena contrae un forte debito di gioco, il figlio Beppe viene coinvolto in un omicidio (è innocente ma la difficoltà è dimostrarlo) e la figlia Rosaria a causa dei suoi atteggiamenti (solo apparenza) trasgressivi viene lasciata dal marito appena sposato

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La questione del signoraggio, cerchiamo una soluzione

Questo articolo, non vuole essere un saggio d'economia, le regole dell'emissione e il signoraggio sono spiegati con completezza in quasi tutti i libri di economia politica e monetaria.
La descrizione tecnica sarà breve e sintetica, così da essere comprensibile, anche per chi non ha la volontà, o la possibilità di addentrarsi nello studio delle norme e della prassi bancaria.
Rimanendo nel generico sappiamo che le banche centrali emettono banconote, queste banconote vengono sottoscritte dalle varie banche e prestate agli investitori, sotto la forma principale di titoli di stato. Gli investitori (cioè) i cittadini pagano un'interesse sul denaro ricevuto a prestito.
Il signoraggio può essere definito come la differenza tra i profitti generati dagli interessi sui titoli sottoscritti e il costo di emissione della moneta. L'interesse è percepito equivale al tasso di sconto, fissato, nel caso europeo dalla Bce.
Vi segnalo adesso, che quasi tutte le banche centrali sono indipendenti dai Governi, vi sono buone ragioni a riguardo, che generalmente una parte rilevante delle loro azioni è posseduta da altri istituti bancari (che così accedono agli utili e hanno possibilità di influenzare le politiche monetarie) e che le altre banche riscuotono interessi anche attraverso il meccanismo della sottoscrizione precedentemente descritto.
Questa prassi nasce convertibilità con l'oro della moneta, in tempi passati le banche emettevano moneta e allo stesso tempo garantivano la possibilità di convertirla, interesse era giustificato della presenza dell'oro nei forzieri delle banche e conseguentemente dalle suo costo d'opportunità.
Il problema è che la convertibilità della moneta non è più garantita, gli istituti privati ottengano enormi profitti dagli interessi percepiti prestando soldi di cui non sono proprietari, perchè appena emessi.
Rendetevi conto, anche senza proporre statistiche, che i profitti del signoraggio sono giganteschi, superiori a quelli di qu

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Anzianità

Il tempo maggiormente valorizzato è quello in cui l'uomo è considerato per la sua utilità; è il tempo dell'età giovane fino alla maturità. Andando verso l'età anziana, insieme con lo scadimento fisico, insorgono una sempre minor fiducia in sé stessi ed il conseguente disconoscimento nella società di quanto la persona sia. Spesso rimane soltanto il riconoscimento di ciò che la persona sia stata e non sempre questo riconoscimento è adeguato e benevolo.
È invece vero che il valore della persona è duraturo e va oltre lo scadimento fisico, inevitabile ed inesorabile della vecchiaia.
Il pensionamento dal lavoro, pur sacrosanto, ha tuttavia prodotto il luogo comune che sia finito il tempo attivo, produttivo e creativo della persona, con la conseguente cessazione della sua utilità comune. E se tutto va bene, si ritorna ad occupare un posto di aggregamento all'interno della propria famiglia, per eseguire a puntino tutti i programmi stabiliti dai figli che affidano loro i nipoti.
La creatività della persona non ha età ed ognuno con la propria, permea e cambia la società, in ogni momento della vita.
La sua operosità potrà essere attenuata dalla diminuzione delle energie o rallentata da una fisicità cagionevole; ma la creatività rimane anche se operativamente e produttivamente diminuisce. La creatività è l'espressione del nostro "Io", la nostra vitalità e finché l'Io vive, vivrà anche la sua espressività.
A motivo del permanere di questo valore intrinseco, il valore dell'uomo si accompagna a lui, alla sua presenza, in ogni età della vita.
La vita sociale non è ancora sufficientemente strutturata in modo adatto per coloro che sono in età anziana. Negli ultimi decenni alcune lodevoli iniziative sono sorte nel nostro Paese, come ad es: Le Università della Terza Età, i gruppi delle Parrocchie, i circoli culturali, ricreativi con l'organizzazione di giochi e feste e le moltissime scuole per ogni tipo d'attività. E non è poco!

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   2 commenti     di: Verbena


Carlo Goldoni, avvocato

Scrivo queste notarelle un po'divertenti sul nostro Carlo Goldoni, grande commediografo veneziano del 1700, analitico e spietato ironico della borghesia mercantile e della aristocrazia taccagna e boriosa del suo tempo. Ancora molto rappresentato nei teatri di mezzo mondo, Goldoni esercitò l'avvocatura, e con un certo successo, sia in Venezia che in Pisa, dopo essersi laureato all'insigne università di Padova, università antagonista di Bologna, in fatto di studi giuridici. Goldoni abbandonò l'avvocatura per dedicarsi solo al teatro, con una commedia esilarante, " L'avvocato Veneziano" , con la quale egli diede l'addio alla toga. Ricordiamoci però ch'egli per tutta la vita si qualificò sempre come" avvocato veneziano". La commedia è assai curiosa perchè parla di un avvocato che si innamora della cliente avversaria, con tutto il traffico e i problemi deontologici che la faccenda poteva comportare anche in quei tempi. C'è una frase grandiosa, nel testo, che Goldoni fa dire al suo protgonista, con calcata serietà, ossia : "co l'avvocato xe in renga" - quando l'avvocato svolge l'arringa- "xe impiegà tutto l'omo", ossia tutto l'uomo è preso.
La toga, dunque, annulla e giustifica.
La commedia ha uno scopo didattico giuridico manifesto. All'epoca la scuola forense veneziana era tutta orale, anche per il diritto civile. E tanto era l'autorevolezza di questa scuola che gli avvocati del tempo potevano esercitare oralmente presso anche altre corti foreste, fuori del Veneto. Nel testo goldoniano l'avversario dell'avvocato veneziano è il dottor Balanzone, che rappresenta l'uso forense bolognese, ossia la difesa scritta, caricata e, visto il gusto dell'ironia goldoniana, messa in caricatura. Balanzone si dibatte in libelli scritti, trasudanti latino. Si confronta e scontra con l'avvocato veneziano che invece si prepara la difesa solo oralmente, per una causa di eredità da trattare davanti al tribunale di Bologna. Insomma una commedia assai gustosa e vivace, condita

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Sistemi caotici

Il concetto di sistema viene applicato ai campi più disparati, dalla fisica alla biologia, alla sociologia. Tra domini così diversi, emergono similitudini, isomorfismi tali da giustificare una visione generale in termini appunto di sistemi. "Ad esempio esistono isomorfismi tra sistemi biologici ed epiorganismi come le comunità di animali e le società umane" (L. von Bertalanffy).

Le teorie generali parlano di sistemi chiusi e sistemi aperti, non che io sappia di sistemi caotici. Quando si osservano le società umane e ci si imbatte in quella italiana, ci si rende conto che il suddetto paradigma, nella sua impostazione classica basata sulla distinzione tra sistemi chiusi ed aperti, è insufficiente a spiegare tale caso anomalo.
Non essendo un cultore delle complessità organizzate, è con grande imbarazzo che mi vedo costretto a proporre la revisione della teoria generale dei sistemi, in favore di un suo ampliamento, che consenta di spiegare il fenomeno Italia.
Credo che allo scopo sia necessario introdurre nella teoria una nuova categoria, quella dei sistemi caotici. Contraddizione in termini, in quanto caos è non-sistema; credo invece che in Italia il regnante caos sia proprio sistematico. Mi dispiace (e chiedo profondamente scusa alla comunità scientifica) turbare i lavori teorici sulle complessità organizzate, ma non vedo altri modi per spiegare il curioso caso Italia.

L'organismo Italia è costituito da componenti elementari, gli esseri umani, gli individui, che però a sé stanti non hanno consistenza e rilievo. Non li caca nessuno, per dirla con il linguaggio indigeno; sono ingnorati, praticamente non esistono. Le prime componenti significative sono a mio parere le loro aggregazioni, i gruppi o clan. Le famiglie biologiche, ma anche le famiglie mafiose, anche gli ordini professionali o religiosi, o le associazioni sportive, i partiti politici, sono tutte aggregazioni di primo livello.

Ad un livello superiore troviamo le istituzioni. Questo è

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   2 commenti     di: carlo biagioli



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