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Racconti di ironia e satira

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Questioni di caccole...

Un normalissimo pomeriggio infrasettimanale.
Stavo finendo di vestirmi per andare al lavoro.
I capelli morbidi e umidicci perché li avevo appena lavati, ondeggiavano al soffio di un leggero vento.
Il viso carino e pulito che odorava di sapone. Il burro cacao sulle labbra me le aveva accentuate.
Era ora. Pronta, tutta carina m’infilo in auto.
Nonostante il vento fresco, il sole aveva infuocato l’aria interna dell’auto. Una vampata di calore mi accentuò le guance, costringendomi ad aprire il finestrino per cambiare aria.
Di solito ci metto una ventina di minuti in auto per arrivare al lavoro.
Arrivo al primo semaforo sulla superstrada, sono costretta a fermarmi, anche se il colore è arancione c’è l’autovelox  fisso quindi mi fermo anche se dietro suonano.
Guardo senza darci peso, i conducenti e passeggeri nelle altre auto… annoiati e noiosi.
In fondo alle tre e mezza del pomeriggio chi vuoi incontrare per strada? Gira solo gente che è costretta ad uscire, quindi non possono certo fare salti di gioia e capriole.
Non avevo mai fatto caso a quanta gente si mettesse le dita nel naso o meglio non ci davo peso quindi non mi rimaneva impresso nella mente, li guardavo perché non c’era niente da guardare.
Verde! Si riparte.
Quel pigro pomeriggio mi sembrava particolarmente sonnolento quindi me ne andavo tranquilla senza correre. Gli unici movimenti che si percepivano era quello del vento che muoveva leggermente le foglie degli alberi a bordo strada e le auto che mi superavano, poiché sono una lumaca nei punti dove si nascondono i vigili, carabinieri e compagnia bella. Mi diverto un mondo (sono un po’ stronza) a veder spuntare la paletta da dietro un cespuglio e fermare l’auto che mi ha appena superato. Ciò mi appaga dentro… non so il perché… ho maturato questa cosa da quando avevo il motorino.
Non mi piace la gente che mi sorpassa solo perché ha l’auto più grossa o perché al volante c’è un uomo.
Il secondo semaforo mi av

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Faccia da dittero

Ho sempre odiato gli insetti con quel loro ronzio e quelle loro zampette… Insistenti poi, sia che essi siano terra-terra o terra-aria. Gli insetti quando si mettono in testa una cosa non la cambiano a morire, bisogna proprio ricorrere alle misure estreme quando a causa della loro stupida insistenza si fissano nel venirti addosso o nel salire sopra di te. Non servono tutti gli avvertimenti possibili, gli insetti insistono come non vedessero ciò che sta loro davanti e ti vengono addosso, soprattutto quelli muniti di ali i quali generano inquietudine per la loro imprevedibilità. Tutto ciò è facilmente spiegabile ed ha un senso se si riesce ad entrare nella loro logica di pensiero ma io provo ugualmente un piccolo brivido alla vista di un insetto, forse per qualche atavica avversione o forse per il fatto di non poter vedere gli occhi e quindi capire le sue intenzioni. Ho sempre odiato gli insetti perché ronzano, pungono, e non stanno mai fermi, perché di notte non li vedi, perché ti passeggiano nel letto mentre dormi e perché ce ne sono a miliardi. Ho sempre odiato gli insetti perché comunicano segretamente e non so quello che pensano o quello che si sono detti, perché quando mi siedo su un prato ce ne è sempre qualcuno sotto il sedere, perché se mi appoggio ad un muro qualcuno mi salirà sui vestiti, perché quando vado in bici riescono sempre a centrarmi gli occhi, la bocca o ad entrare nel collo della maglietta. Odio gli insetti perché non sono mai in pericolo di estinzione, perché ce ne sono un milione di specie diverse e non sono state ancora scoperte tutte e perché l’unico elemento dove non vivono è sott’acqua ed io non sono un anfibio.

+++

Penso di essermi innamorato di una ragazza nel senso che quando sono con lei non penso ad altro e quando non sono con lei non penso ad altro che a lei. Ciò mi fa presumere di esserne innamorato ma dovrei chiedere in giro. Il guaio è che lei quando non è con me non mi pensa e quando è con m

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   4 commenti     di: matteo lorenzi


Grazie disgrazie

Tommaso non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio di una catastrofe, ma attraverso la fessura dei suoi occhi riusciva a vedere una moltitudine di persone in lacrime che lo toccavano, facendosi il segno della croce subito dopo. Non che lui avesse qualcosa da ridire sulla croce, ma gli pareva strano che prima lo toccassero. L'ultima cosa che la sua memoria aveva tatuato sulla propria spalla era un'intensa luce, esplosa proprio mentre stava mandando un messaggio di auguri, col telefonino, non si ricordava più a chi. Certamente a uno di questi che lo stavano toccando prima di segnarsi. Stette immobile ancora un poco, nel timore di potersi alzare da quella comoda prospettiva ma, alla fine, si decise ad aprire un occhio. Uno di quelli che lo aveva appena toccato fece un passo indietro e glielo richiuse, come si fosse sentito responsabile di quello strano riflesso della palpebra che si era ritirata. Tommaso non fiatò, e gli parve quasi giusto dover tornare al buio appena lasciato. Dopo qualche altro segno della croce si decise e aprì l'altro occhio, che focalizzò zia Teresa, quella zoppa che non moriva mai. Lei lo fissò senza allarmarsi e glielo richiuse con dolcezza. A quel punto Tommaso provò ad alzare il capo, ma i muscoli non rispondevano ai comandi pigri che gli aveva inviato. Riprovò ordinandoglielo, ma non accadde niente. Allora aprì tutti e due gli occhi, urlando con lo sguardo al coperchio che stava rimettendolo nel buio pesto del quale non riusciva a liberarsi. Sentì ancora il rumore del trapano che avvitava il suo destino all'oscurità e uno struscìo sopra la faccia, che doveva essere la voce di una composizione di rose arrivate a sostituire il cielo che non avrebbe più rivisto. Tutto sommato lì dentro si stava comodi, e la sola cosa che gli spiaceva stava nel messaggio di auguri che aveva mandato a qualcuno di quegli stronzi lì fuori. Il discorso del prete gli parve persino bello, non fosse stato per quel "Accettalo con te, o Signore, come noi l

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   2 commenti     di: massimo vaj


Quella carezza della sera

Che tenerezza quegli uomini tutti in fila... Ciak si gira!
Oggi è domenica e l'appuntamento è là. Dopo una lunga settimana che lei ha seguito e scortato ogni tuo passo, ha aspettato fedele il tuo ritorno riconducendoti a casa con devozione.
Sono queste le cose che contano, la sicurezza di averla sempre lì, servizievole al tuo fianco e allora ti senti in obbligo di ricambiarla con un gesto di amore, prendendoti cura di lei e oggi del suo aspetto.
Ti sento fiero quando gli altri ti guardano con invdia, non ti ingelosisce chi si gira quando passi per strada.
Bella, elegante con quelle mingonne, chic e sportiva e un cuore che non perde un colpo e quando va su di giri, con pazienza l'assecondi. Ascolti la sua voce ti trasmette sicurezza, anche se quel bere troppo a volte ti preoccupa un po', ma ci si può passare sopra. Con lei sempre e ovunque.
Anche quando ti allontani e la lasci riposare o stai in pena quando resta al freddo d'inverno e d'estate sotto il sole.
La guidi con prudenza quando leggiadra strizza l'occhio all'incrocio nella via.
Ma è già il tuo turno, è già un'ora che aspetti e ti sei perso la partita... sono le 18 di una domenica pomeriggio e l'occhio rosso dello stop ti avverte che ti sei posizionato.
La vedi sparire dentro i rulli dell'autolavaggio che l'accarezzano decisi.

   8 commenti     di: laura marchetti


rotelle

La mia città è: Rotelle.
Rotelle fu chiamata così solo dopo un episodio troppo importante per non essere scolpito sul tempo che corricchia per la stessa strada. C’era gente per tutti i gusti in quella città, ma i più erano matti, poi singoli individui rappresentavano e coprivano le altre tipologie umane. Questi ultimi stavano scomparendo, o perché stanchi della pazzia che li circondava di continuo, o perché stanchi di non essere pazzi. Così, tutta la varietà che rendeva la città unica, pian pianino s’affievolì. La città, negli ultimi anni, era quasi tutta matta; solo tre esemplari (sani al venti per cento), resistevano: il macellaio Capuzzo, l’aggiustabiciclette Gino, e Guglielmo.


Il macellaio, un giorno, si affettò la pancia perché un cliente pazzo lo aveva ossessionato con la storia che era ingrassato (in realtà pesava 71 chili per un metro e ottantotto di tenera carne). Da quel momento, il macellaio s’iscrisse automaticamente al club dei matti che in quella città andava per la maggiore. Rimasero l’aggiustabiciclette e Guglielmo.
Il penultimo, dopo aver aggiustato la forcella di una bicicletta rossa fiammante alta un metro da terra (matta anche lei a farsi mettere le mani addosso da quell’incompetente) le sistemò due rotelle: decise di provare ad andare per la prima volta nella sua vita su una bicicletta. Fece tutto il corso urlando a squarciagola, saltando le lettere inglesi, (perché non le conosceva), e la erre (perché gli veniva floscissima) tutto l’alfabeto. Sterzò di colpo e ingoiò il lungomare, dove da bambino vedeva gareggiare i suoi coetanei con le biciclette, capaci senza rotelle e persino senza mani. Pedalava alla velocità della luce. Pedalava talmente forte che le cosce a forza di sfregare una con l’altra decisero di mettersi a sputare fumo blue oltremare. La bicicletta non andava molto veloce per via delle ruotine, invece secondo Gino quelli erano almeno i cento. Inghiottì il porto, quando i pescatori sta

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   3 commenti     di: Gianni Carretta


Colpo di fulmine

Tempo incerto.
“Macchè incerto, qui fra poco arriva l’uragano. Sbrighiamoci. ”
Erano al parco del Cormor come ogni lunedì.
Ioiò s’incamminò.
“Non aspettiamo Rita? ”
“Cosa vuoi aspettare… ci raggiungerà. ”
Vittorio lo fermò.
“Lo sai che s’incazza. ”
“E va bene, mi faccio una sigaretta. ”
L’auto si arrestò e si spalancarono due portiere. Ne discesero Rita e la rappresentante del cosiddetto “sesso debole” più bella del mondo.
“Ciao bambolotti, ho portato Marie, la figlia di mia sorella che vive in Francia. ”
Tutina bianca con calzoni corti, scarpette bianche e calzini vezzosamente rosa, colore che riprendeva nei lacci e nel fiocco in testa.
Ioiò e Vittorio restarono soggiogati ad ammirare.
“Allora? Ve l’avevo detto che c’ho una bella nipote… ed era modella... faceva le sfilate anche a Parigi. Si chiama Marie e quando vuole parla anche italiano. Si va? ”
La ragazza “sfilate anche a Parigi” sorrise altera.
“Bravo, tu fuma prima di correre? Veramente bravo… così muori. ”
Ioiò e Vittorio non intesero bene e sorrisero ebeti.
Mentre cercarono di districarsi fra la selva d’emozioni per raggiungere un atteggiamento che apparisse naturale, Marie li superò e con accento francese (?!) chiese: “Per di qui? ”
Vittorio si accorse subito che la pupilla di Ioiò era dilatata e immota, praticamente in trance.
“Colpo di fulmine…dai, non è roba per noi. ”
“Io già l’amo. ”
“Senti Ioiò, non cominciare a sognare. ”
“Sognare? Adesso che ho trovato la femmina della mia vita…”
“Ma va là, andiamo a correre. ”
La pista del Cormor è di 1660 metri e Ioiò, abituato ad una lenta cadenza, faticava a raggiungere Marie che invece correva spedita una cinquantina di metri più avanti con falcate lunghe ed eleganti al fianco della zia e di Vittorio. Ai 900 metri Ioiò li raggiunse mentre Rita e Vittorio davano segni di cedimento.
“Grazie zia” pensò memore del film

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   2 commenti     di: Rocco Burtone


Sarò breve

Sarò breve... ma il cielo è sempre più azzurro!
Vuole fumare? Il primo approccio e poi mi accese il suo fuoco... un cerino...
Intanto non fumo... qualche volta faccio l'amore... mi hanno insegnato che bisogna sapersi accontentare pregare santa dura... finchè dura...
Già voglio partire da qui, dall'uomo metropolitano quello che ti promette di toccare il cielo con un dito, ma non ha neanche la patente b, quello che vanta currri... culum... da grido, prestazioni subliminari, quello che la patatina la fa tremare... che poi se sa accendere il forno o non conosce bene le resistenze o salta la corrente durante la cottura o arriva una telefonata sul più bello... la prossima volta ti farò morire... forse voleva dire dal ridere..?
Ci sono quelli che non sanno sognare, uomini tutti d'un pezzo, i machi! Con l'acca... o senza... non ci capiscono un'acca, ma si intendono di tutto... almeno ti fanno credere, che poi sanno a malapena infilare la chiave nella toppa... quelli che per essere uomini la realtà la prendono di... petto! Peccato che la realtà a volte desidera anche qualche sogno in regalo...
Ci sono loro... quelli sposati che sono sempre vittima di mogli assenti, disordinate, mogli distratte che non si accorgono di loro, mogli esagerate, mogli cattive, mogli... sono quelli che fuggirebbero con te su un'isola deserta, ma non seguirli mai tanto... ti lascerebbero a piedi perché devono tornare a casa...
Ci sono quelli che ti regalano illusioni... quanti sono... tanto non costano nulla... infatti sono quelli che non fanno mai regali... messaggini che massaggiano il tuo ego, complimenti sperticati, ma che poi alla fine rivogliono indietro... minimo te li rinfacciano...
Ci sono quelli che se li cerchi hanno impegni, se non li cerchi non li ami... che ti verrebbe da chiedere... scusa ma che c... vuoi da me? Ecco... quello proprio non ce l'ho...
Ci sono i poeti... difficili da comprendere... scusa non ho capito l'ultima parola... o forse chiari ma ripetitivi e sc

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