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Racconti di ironia e satira

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Le frasi strafatte

Ognuno di noi dovrebbe avere diritto
ad una modesta dose di certe parole.
L'abuso può nuocere gravemente alla
salute del prossimo, e il danno
è spesso irreversibile.





La creatura, appena liberata dal cordone ombelicale, prima ancora degli strilli di rito, emise queste parole:
- io, nella misura in cui sono nato, consentitemi... mi corre l'urgenza... nonché l'obbligo...-
Non fece in tempo a terminare la frase, che una fontana di pipì irrorò le esuberanti tette della bionda infermiera, abituate, con ogni probabilità, a ricevere ben altro.

Questo eloquio stereotipato precoce, nella nostra città, era ormai un fatto ricorrente. Anni addietro, quando il fenomeno aveva cominciato a manifestarsi, si era ricorsi inutilmente all'esorcista. Poi la gente si era assuefatta e, a poco a poco, tutto era entrato nella normalità. Faceva parte dello specifico umano. Tanto che, quando il bebé si limitava a strillare, veniva consultato d'urgenza lo stereotipista. Un medico logopedista, specializzato nel curare l'assenza di stereotipi linguistici nella prima infanzia. Niente di particolarmente grave: era sufficiente seguire una opportuna terapia rieducativa, per far riemergere quella che era da considerarsi ormai una vera e propria eredità genetica.

Stampa, radio, televisione, Rete compresa, esercitavano da anni questo influsso nefasto. La manipolazione mediatica mieteva più vittime dell'aviaria. Bastava che un giornalista scrivesse per tre volte di seguito nella misura in cui; un anchor-man usasse come intercalare ca va sans dire; un politico pronunciasse dirimente, che, dopo pochi giorni, tutti facevano eco come tanti pappagalli. Anche gesti come il virgolettare con indice e medio delle mani facevano le loro vittime. Ma le parole molto di più. Era un vero e proprio contagio. Un'epidemia. I pochi che scampavano venivano guardati con sospetto e inesorabilmente isolati. Interdetti a ricoprire pubblici impieghi. Banditi dal contesto socia

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Radio Monacensis

Per anni una delle mie abitudini più ferree è stata la musica di sottofondo ogni qualvolta prendevo posto davanti la tastiera del computer. Ho scritto romanzi e racconti spesso iniziati con poca convinzione e, poi, portati a termine con soddisfazione grazie alla musica che mi teneva compagnia e, qualche volta, che mi spronava. Mi bastava inserire nell'apposito lettore un CD e il gioco era fatto.
Intanto, quando parlo di musica non mi riferisco a quella in generale poiché sono di gusti ben precisi e poco restio a cambiarli. Pertanto possedevo, e possiedo ancora, pochi CD e tra questi sceglievo quello che di volta in volta decidevo di ascoltare.
La mia piccola ma buona collezione si compone di una dozzina di CD dei quali solo uno è italiano, la Premiata Forneria Marconi, tutti gli altri appartengono al genere rock storico e sono: i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Genesis, i Jethro Tull, gli U2, e la mitica e indimenticabile Janis Joplin.
Ma su tutti in particolare i Dire Straits, due CD con i miei brani preferiti in assoluto: Walk of life, Calling Elvis, Twistin by the pool, Tunnel of love e per finire Private Investigations. Devo però confessare che di tutti questi CD e i loro brani non sono mai riuscito a imparare i titoli, figuriamoci poi a ricordarmeli, so quali sono e conosco la loro posizione dal numero che precede il brano sull'elenco.
A questi vanno aggiunti, con una buona dose di masochismo musicale tre CD speciali di purissimo blues che sono Howlin' Wolf, Big Bill Broozny e Robert Johnson la cui particolarità è questa: estrapolati da qualsiasi altro contesto musicale sono di una lagna interminabile ma se si cerca una concentrazione assoluta allora non vi è di meglio. Il loro ritmo monotono riesce a ipnotizzare l'ascoltatore agevolando il viaggio della mente verso lidi inarrivabili e, soprattutto, verso mete inaccessibili.
Ecco, armato di queste armi non tradizionali per anni sono riuscito a estraniarmi dai rumori casalinghi e a cre

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Italia

Dalla stella al mattino

Cara Italia, dimenticami! Anche oggi è una giornata di merda col suo solito sentore di formaggio affumicato e non saprei nemmeno dire chi mi ha mandato quaggiù! Non sono così infelice da pensare di suicidarmi eppure ci sto pensando.
Tu che fai? Che dici? Nemmeno mi interessa!
Cazzo! Sto pensando di nuovo a te; a questo mondo e modo di essere così estraneo dal mio...
sì, perché io non la penso come te... noi due siamo troppo diversi!
All'epoca delle superiori quei coglioni dei miei vecchi amici non mi hanno calcolato neppure più ... cosa dovrei pensare secondo te? Che mi hanno tradito? O sono forse io il bastardo?
Eccomi. Uno stronzo tra tanti che cerca altri stronzi e spera che una puttana baciandolo lo trasformi in un uomo ricco e potente! Ah, questa non è male! Pensare che il mondo sia una grande stronzata...
Avevo pochissimi anni e moltissimi amici... e... dimenticavo... un mare di merda nel quale ancora non ero affogato!
Eppure penso ancora a te... al tuo modo di essere, Italia; non è molto facile per me capire il tuo mondo... sei strana!
La mia vita non è mai stata così confusa prima di ora; sono stato un ragazzo felice, un bambino troppo felice e un adolescente troppo confuso! Ecco, forse quest'ultima fase si sta protraendo un po' troppo!
I miei dottori... luridi bastardi! Credevano forse di imprigionare la mia intelligenza con qualche fottuto psicofarmaco e la convinzione che le convenzioni bastano a fermare il genio... il mio è un genio vero... un folle genio... e non basta imprigionare un corpo per qualche anno e impedirgli di andare dove vuole colle proprie gambe perché la sua anima ha già preso il volo altre volte e non si fermerà certo adesso... di fronte a quattro imbecilli dai nomi insignificanti!
Maiali! Credevate davvero che il mio demone fosse impossibilitato da voi? Vi ho solo preso per il culo... adesso torna la mia follia... e quell'ansia di vivere la vita... quella vita che nessuno ti torna i

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Monologo teatrale: Il Panda deve Morire.

“Ecologia nun vor dì sarvamo er panda!”
Ci disse il nostro professore il primo giorno di università alla facoltà di ecologia, per l’appunto..
Ed infatti è così. Ma non perché ecologia non significhi salvare il panda, semplicemente perché il panda deve morire.
È una certezza.
È un dato di fatto.
È una grande verità.
Anzi, mi domando come mai non si sia ancora estinto!
No, non faccia quella faccia scandalizzata..
Si, lei..
“Ma come, un ecologo che vuole uccidere il panda??”
Proprio così. Ma è proprio perché sono un ecologo lo dichiaro. Avendo studiato le catene trofiche, la selezione naturale, l’evoluzione e tutte le altre belle cose concernenti questa materia, mi stupisco come questo animale così.. così..
Non lo so neanche definire..
Come questo animale sia ancora in vita.

Qual è il suo ruolo nell’ecosistema cinese?


..
Farci i peluche della Trudy.
Ecco qual’è.

“Eh ma che vuol dire, allora anche le zanzare non servono a niente!”
Mi dirà lei..
E invece no..
Le zanzare sono l’alimentazione principale di molti uccelli insettivori, di alcune larve acquatiche, fanno spendere capitali per combatterle, trasmettono malattie quali la malaria..

Saranno pessimi elementi di cui faremmo volentieri a meno, ma almeno, anche se nel male, qualcosa fanno!!

Il panda no.

Il panda mangia bambù!

15 ore al giorno mangia bambù!

Non puoi dormire e mangiare tutto il giorno!
Fatti predare! Almeno qualcuno che serve a qualcosa mangia!
No.. Perché il panda non ha predatori! Sta bene lì a mangiare i suoi quintali di bambù giornalieri.
Riproduciti!
Almeno il wwf salverebbe specie che hanno un ruolo invece che spendere miliardi su di te, o panda.
No..
Il signorino non si riproduce in cattività.
Vuole l’intimità!, il signorino.
Deve trovare la partner giusta per lui, il panda.
Ma io dico: Sei in pericolo di estinzione?
E ALLORA SCOPA!
Anche Marzullo riuscirebbe a riprodursi se fossimo

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Tigre

-Vedi Celsius, l'universo è semplice da capire...
Prese una cartuccia e la infilò nel caricatore, il fucile era pronto.
- Come dici?
- Dico l'universo... sai, il sole, la terra... è come diceva Fourier
- Chi?!
Imbracciò il fucile e puntò verso il bosco, accovacciandosi a terra.
- Vedi quella tigre laggiù? Bhè io la vedo così, lei si muove, no?
- Veramente stà dormendo...
- Si ma è viva! Ma mi segui? Un colpo di fucile e diverrà carne fredda...
- Non gli vorrai mica sparare mentre stà dormendo, vero?!
Abbassò il fucile e guardò in alto verso il sole. Si asciugò il sudore con la mano sollevandosi il cappello. Guardò negli occhi il suo amico Celsius e gli sorrise benevolo.
-Hai ragione, lasciamola sognare... così soffre di più...

   4 commenti     di: Emiliano Rizzo


Comizi

La vendetta non tornò a tener banco. Accadde durante un pranzo di gala prima dello svolgimento di un importante comizio. Aldo arrivò puntuale alle dieci della mattina, presso la sede del Comitato in piazza Cavour. Alle diciassette e trenta avrebbe dovuto tenere un comizio in Piazza Fontana. Fece una breve visita presso i locali della sezione socialdemocratica Pablo Neruda in Via Montegrappa, e si recò al ristorante Larumba per consumare il pasto. Qui venne preso di mira da un complice di Giovanni.
Allora, cosa posso ordinare per i signori? Domandò il ristoratore, un giovane sulla trentina, bassino e con una barba incolta.
Stiamo scegliendo dal menù. Risposero, più o meno all'unisono, un paio di membri del comitato elettorale di Aldo.
I signori preferiscono scegliere piatto per piatto o preferiscono fidarsi della casa? Il menù Larumba costa solo Euro trentacinque e dà diritto a ben quindici portate. Disse e l'esca venne gettata.
L'attenzione di Aldo si calamitò immediatamente verso di lui e lo guardò dritto dritto negli occhi.
E quali sono queste portate? Domandò senza il reale bisogno di sentirsi dare una risposta particolare.
Una lieta sorpresa. Quindici piatti di abbondanti proporzioni con pietanze prelibate. Il ristoratore calcò volutamente il tono della voce ed a tutti gli invitati cominciò a venire l'acquolina in bocca.
Ci ha convinto. Siamo tutti d'accordo? Chiese perentoriamente Aldo e dopo una fugace occhiata a tutti i commensali ordinò. Sei menù della casa.
Perfetto. Rimarrete a bocca aperta. Disse ristoratore sapendo bene che non avrebbe avuto torto.
Tornò in cucina e dopo una decina di minuti cominciarono ad arrivare piatti e portate con alimenti... aerofagi. Fagioli, fave, lenticchie, ceci, (da soli o in zuppe tradizionali), cipolle, cavoli, cavoletti di Bruxelles, cime di rapa, melanzane, carote, lupini, minestroni e passati di ver

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Solo perchè sei tu eh!!!

È incredibile, non posso credere ai miei occhi, a quello che sto facendo, io! Non una persona a caso, una di quelle adolescenti innamorate e sulle nuvole che passano il loro tempo a scarabocchiare nomi e scritte su quaderni, diari, banchi, mani, o qualunque cosa gli capiti a tiro, no! Io! Proprio io…sto cucinando!!! Si si, e non qualcosa a caso, no! Dei cioccolatini, dei zuccherosi, morbidi, dolci e saporiti cioccolatini di cioccolato e caramello. Il motivo? Eh fosse solo uno, perché se la motivazione di questo mio gesto fosse davvero solo una non sarebbe poi molto difficile puntare il timer del forno con 20 minuti in più e bruciare questi cioccolatini, non vi pare? E invece no! Sono attentissima, conto scrupolosamente ogni singolo chicco di farina di tipo “0” che sto aggiungendo a questo impasto, che dovrà essere perfetto, un po’ come del resto tutto quello che mi riguarda. Presuntuosa? No dai…sono solo un po’ pignola, voglio che la mia vita sia in ordine, tutto qui! Stavo dicendo? Ah già…i motivi…beh il principale credo sia quella furia omicida che ora come ora mi sta spingendo a odiare quel o quella demente che ha inventato la festa di san Valentino.
Il secondo potrebbe, dico potrebbe, essere quell’affascinante, incantevole, meraviglioso ragazzo con quei capelli così belli e luminosi, quegli occhi così chiari e lucidi, quella bocca così delicata e…si insomma…. quello! ehi no no…ora non mettetevi in testa strane idee eh! Io non sono, ripeto non sono, innamorata…la sola idea mi fa ridere! Non pensate male però, non sono né cinica né tanto meno depressa, ma l’ultima volta che mi sono innamorata è stato molto tempo fa e mi sono ripromessa di non farlo mai più, vi racconto come andò: era una tiepida serata d’autunno, i miei finissimi tacchetti picchiettavano elegantemente sul duro asfalto prima di imboccare la viottola che passa in mezzo al parco, allungava la strada per casa mia di circa cinque minuti, ma non sapevo rinun

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   4 commenti     di: Anna Bona



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