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Racconti di ironia e satira

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Montmartre

A volte, per caso, t'imbatti in mestieri che non conoscevi esistessero, per esempio il venditore di cucine.
Ce ne sono di vari tipi.

C'è quello preciso che ti fa il disegno della tua cucina con le misure dell'ambiente sulla carta millimetrata. Qui ci va un mobile da sessanta, qui un lavandino da quarantacinque... Vedi la tua cucina arredata, ma il disegno non ti entusiasma. E poi i quadrettini della carta millimetrata non ti stimolano il sentimento di acquisto, sanno di scuola media.

C'è quello tecnologico al massimo che ti fa vedere le stesse cose sul programma informatico, e lì c'è la magia, ... prima lo vedi quasi come l'altro ma poi... tac... eccolo pronto in prospettiva come in una foto, nella tua nuova cucina: ci sei già! Certo, un po' slavata e asettica, una magia che sorprende, ma non prende.

C'è infine l'artista che ti crea la cucina già in prospettiva disegnandola. È una specie di pittore di Montmartre che sotto i tuoi occhi ti fa il ritratto, gli scaffali sono come se li montassero ora a casa tua, alla fine ti fa anche il pavimento obliquo se l'hai così. Un vero artista.

Potresti ringraziare, e andartene anche solo con il quadro, e potresti già essere molto contento.
Tanto per la cucina poi prendi le misure e vai all'Ikea a fartela quasi da te.



I miei primi nove mesi

Non è facile ambientarsi immerso nella gazzosa. Si vede che il mondo gira cosi. Sgaiattolo piccolo spermatozoo spensierato verso lidi sconosciuti. Mi ambiento tra ghirigori gastrici e chiacchierii intensi. Indubbiamente mi trovo nell'utero di una donna. Il tempo scorre veloce come le mie fantasie. Il posto mi aggrada. sopra un bel balconcino colorato di pizzi vivaci. Sotto il parco giochi. Vagabondo curioso in cerca dei perché. vago tra dubbi perchè proprio io. Con nonchalance, giorno per giorno, assumo sempre di pi? le sembianze di un bimbo. E che pargolo. Vivo nel pancione con atteggiamenti da fighetto strafottente. Li comando io faccio ciò che voglio. me ne sto al caldo. un tubo dell'aspirapolvere attaccato alla pancia mi sazia di minestrone varigusti saporito che Giovanni Rana neanche immagina. È un sogno nel sogno. questa e' felicità pura. un piccolo spezzone di paradiso Sono famoso! Girano un filmino su di me. Mi torco dal ridere. più avanti un ago mi punge il culetto. i soliti spilli rimasti nella camicia nuova... Un sussulto una specie di salame mi vuol fregare il posto. Lui spinge in un senso e io al contrario dopo un po' spossati tutti e due finalmente abbandona. Grido alla vittoria e vo al riposo del guerriero. Canto quando sento cantare. Scalcio e urlo goal quando mi sgranchisco. Questa e' vita nella vita. Sono il padrone del mondo. Non ho bisogno del nome del cellulare e della tv. Sono un essere libero e in pace con se stesso Che pacchia Un giorno mi sento spingere. Chi e' che spinge non siamo mica alle poste! Cosi urlo. Non c'e' niente da fare spingono. Bo. Un tizio mi prende la crapa e tira. c'e della gente che fa il tifo per lui. I soliti teppisti da stadio penso io. Mi aggrappo alle ovaie. Niente da fare qui mi buttano fuori. Incazzato mi lancio in un pianto dirompente. Chi m'osserva ride. Questa non l'ho capita. Capisco cosa mi servono i sensi. Vedo dei brutti ceffi alitarmi addosso. neanche il bue di Gesù bambino aveva un alito così. Mi r

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In redazione

in una redazione arrivano, di solito, molte lettere e fra queste non mancano quelle di aspiranti scrittori bramosi di accomodarsi nella poltrona della storia della letteratura; delusi e affranti dalla constatazione che nessuno si sia ancora accorto di quanto brillante sia il loro talento, scambiano il redattore per un'ostetrica chiedendogli di aiutarli a partorire un best-seller.



Satira tragico-antica : una vittima del Simposio

Stavano chiudendo lo scriptoria, situato in una parte del territorio geologicamente molto scabroso, cioè difficile per arrivarci, con poche altre costruzioni all'intorno su d'un plateau che spianava la cima d'un massiccio sperone di roccia basaltica, quando un piccione viaggiatore entrò rallentando il suo volo per atterrare nel posto prestabilito da dove sempre partiva, per poi rientrare trasportando legati all'una o ad ambedue le zampine, uno o due rotolini cartacei contenenti lo scritto autoriale per farne fare delle copie amanuensi. L'uccello stava ancora nella brevissima fase della planata prima di posarsi, quando il garzone di bottega - un acquisito cafoncello della campagna sottostante ed impiegato in sostituzione del genitore che era stato messo ai ferri per aver compromesso la vista di un occhio con un lancio di saliva (evidentemente molto acida) al padron di casa che si era arrischiato di andare, personalmente, nella sua dimora a chiedergli l'arretrato dell'affitto - lo cattura con un reticello mosso dall'evidente intenzione di abbreviare così il tutto e non allungare vieppiù le pesanti ore d'una giornata di copiatura in bottega; ci fu un grande agitarsi d'ali e tanti vocalizzi di ribellione da parte del volatile che così dava il chiaro segno della sua scontentezza per l'accoglienza ricevuta dopo un lungo volo di lavoro, e chissà, può darsi pure nel constatare l'abbandono, forzato loro malgrado, di molte delle sue piume che dal naturale comodo e caldo alloggio immediatamente si misero a svolazzargli intorno -leggère come piume!- nella semioscurità che regnava in quel momento all'interno della bottega di scrittura.
Comunque, nonostante quest'improvvisa situazione di disagio tra le persone e dell'animale, dopo che quest'ultimo fu pazientemente liberato dalla rete il mastro di bottega, dopo aver dato al piccolo bifolco una manata per nulla leggera alla nuca (che lui incassò senza fare un fiato), mise mano ai due messaggi

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   0 commenti     di: pio di monaco


Sangue

La scena più raccappricciante che abbia mai visto.
Giuro.

È lì davanti a me.
Sdraiato sul letto ancora tutto vestito.
Trapunta buttata per terra.
E quel sangue.
Su tutta la bocca.
Su tutto il naso.
Anche la barba ne è piena.
Per non parlare della maglietta.
La macchia sul petto ormai secca emana un odore acre da far vomitare.
Che puzza.
E pensare che l'avevo avvertito.

Ha aperto gli occhi.
Un colpo di tosse.
E continuo a guardarlo.
Strabuzza gli occhi e muove le dita come per riattivarle dopo secoli di riposo.
Si alza.
Io continuo a guardarlo.
Cammina trascinandosi e solo ora sento anche un fetido odore di rhum.
Chissà che diavolo avrà combinato ieri sera.
Stanotte?
Non ci penso nemmeno.
Il suo volto senza espressione continua a fissarmi.
Ma nessun brivido.
Adesso è a un metro da me.
Tende un braccio.
Dio che puzza.
Apre la porta del bagno.
Ci entra.
Si sciacqua la faccia con litri di acqua.
Si toglie la maglia e la getta ai miei piedi.
«Dalle fuoco» mi fa.
La ceramica del lavandino è ormai sporca del suo sangue.
La fatica con cui si toglie il sangue di dosso mi fa capire che è sul suo viso da chissà quante ore.
Gocce di sangue su tutto il pavimento.
Si rimira allo specchio tutto attento.
Si asciuga e l'asciugamano è ormai da buttare.
È soddisfatto.
Il suo volto può finalmente assumere espressioni.
Si gira con un ghigno dei suoi.
«Una sbronza che non ne hai idea ieri sera. »
«Immagino» gli rispondo.
«La prossima volta che succede, non addormentarti. Hai visto che casino? »
«Hai ragione scusa. Pulisco io. »
«Ovviamente» gli rispondo.

L'attacco di epistassi più forte della storia delle epistassi.
Giuro.

   9 commenti     di: Guido Ingenito


Un giorno come gli altri

Capitolo 1

“Viva la Pampers! ”



<< Cera una volta… Come lo faccio iniziare il libro, Dino? Secondo te? Non fare quella faccia dai, assecondami qualche volta! >> Dino mi guardava schifato, come suo solito quando iniziavo ad infastidirlo.
O lo faceva tutte le volte che ci parlavamo? Difficile dirlo.
<< Ma fallo come vuoi! Ma che me ne fregherà a me… >> mi rispose, dolce come al solito.
Almeno quanto un pugno in un occhio.
<< Inizialo col protagonista che crepa, così migliori un po’ sta schifezza. >> si agitò esasperato.
E grande Dino. Cosa farei se non ci fosse lui.
Neanche la bellissima giornata di pioggia giù al parco riusciva a tirarlo su…
E come dagli torto in fondo. Sarà colpa del nuovo incombente anno scolastico, fa a tutti un certo effetto dopo un estate di baldorie.
Ovviamente un estate di videogiochi e fumetti; più baldoria di così! Noi siamo tipi che si divertono con poco.
E dopo lunghe vacanze di sofferta (forse) lontananza, eccoci qui al solito parco sotto casa sua, alle prese con una delle nostre solite insensate scommesse. All’ordine del giorno c’è: Facciamo a gara a chi scrive il racconto più bello. Immagino già lo scempio che le nostre menti riusciranno a vomitare. Avremo le Sodoma e Gomorra della letteratura.
Il mio amico lanciò in aria i fogli, imprecando contro il cielo << Ma va a quel… Senti Giacomo, non so se riuscirò a continuarlo sto libro. Tu vai avanti, poi se và ti raggiungo. >>
<< Chi è che và? >> Chiesi con finta idiozia.
Mica tanto finta a volte. Così mi dicono.
<< Tua zia và. Non mi rompere. >>
<< Mm, si, lei potrebbe, ma tua nonna và di più. >>
Dino mi biascicò in faccia un mezzo insulto annoiato, forse riguardante i miei genitori. Non ho capito di preciso chi dei due fosse, ma fa lo stesso, mi arrendo. Inutile insultarsi con lui, avrebbe sicuramente la meglio.
Lui è una di quelle persone con cui è impossibile prendersela. Nonostante l’altezza invidiabile, ha un aspetto c

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   4 commenti     di: Giacomo Pilia


Prìncipi e princìpi

C'era una volta un aitante giovanotto romagnolo, che per disgrazia faceva di nome Amleto: proprio come quello di Shakespeare. Capirai, che disgrazia. Ma gli amici di sempre, per quanta buona volontà ci mettessero, non glie la facevano a perdonargli quel nome così letterario. E così, al bagno dell'Alfonsa, Amleto era conosciuto da tutti come il Princìpe. Proprio Princìpe, con l'accento sbagliato e la lettera maiuscola. Va bene, i suoi amici di buona volontà potevano mettercene anche di più, ma non dimenticarti che erano romagnoli anche loro, dopo tutto.
Capitò una volta, come capitava poi spesso da giugno a settembre, che dalle parti del bagno dell'Alfonsa arrivarono a frotte i turisti. Ce n'erano di tutti i tipi e di tutte le specie, dagli stagionati stagionali di Torino ai piccoli branchi di neomaturati ormonizzati di Bologna, dalle ridenti famigliole milanesi con pupi a scarico alle oniriche colonie di biondissime bielorusse. I rapporti di buon vicinato che si andavano a stabilire tra le varie etnie erano sempre gli stessi dai secoli dei secoli: le famigliole ridenti scaricavano i pupi agli stagionali stagionati, mentre percorrevano maratone su maratone lungo quel bagnascuga che già da allora era sempre tutto uguale da Comacchio a Gabicce, e gli ormonizzati neomaturati collezionavano reiterati rifiuti dai biondissimi clan d'oriente, con tanto di risatine d'accompagnamento, pure bionde. Il copione si ripeteva: non proprio come quello di Shakespeare.
In mezzo a tutta questa sarabanda, il nostro Princìpe non poteva mica passare inosservato: aitante e romagnolo come mamma l'aveva fatto, era una delle principali attrazioni del bagno dell'Alfonsa, almeno per una buona metà del pubblico. Ai pupi a scarico, ovviamente, non interessava né tanto né poco, né glie ne caleva qualcosa alle rispettive famigliole ridenti disperse dalle parti di Marina Romea, indossavano un costumino blu. Qualche stagionata, di tanto in tanto e di nascosto dal consort

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