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Racconti di ironia e satira

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La signora Daccanto (d'accanto)

Non è dato saperne l'età, non l'aspetto, tantomeno lo stato civile.
All'inizio, ed anche dopo, per un certo periodo in poi, quando mia suocera cominciò a parlarmi di lei, pensavo che Daccanto fosse il cognome e chiesi, senza fortuna, quale fosse il nome di battesimo...
Lei vive in condominio, quello di mia suocera.
È presente in tutte le conversazioni... di mia suocera e, come lei, ne condivide paure (molte), sospetti (moltissimi) e speranze (quasi nessuna). La Signora Daccanto è sempre informatissima su tutto, al confronto l'Ansa sembra un giornalino studentesco, è anche prodiga di consigli per chiunque e su qualunque cosa. Non ama il Governo, indipendentemente dal colore, non sopporta la politica, in generale, che considera un'associazione a delinquere, saprebbe bene lei cosa fare...
Considera la democrazia un errore della Storia e, a suo parere, bisognerebbe non votare nessuno... tanto poi rubano tutti!
È per la pena di morte e apprezza profondamente alcuni aspetti della cultura islamica fondamentalista riferiti alle pratiche di giustizia... ai ladri bisognerebbe tagliargli le mani!
La sua casa, si dice, o almeno, riferisce mia suocera, è del tutto inespugnabile: doppia porta blindata, persiane di sicurezza, vetri antiproiettile, impianto antintrusione e di videosorveglianza interno-esterno collegato telefonicamente 24 ore su 24 con la questura... anche se poi... chissà quando arrivano... quelli! La sua sfiducia comprende tutte le forze dell'ordine oltre, ovviamente, alle altre istituzioni in generale.
La sua dispensa accoglie ogni genere di provviste e le scorte hanno durata semestrale per alcuni generi, annuale per altri e decennale per altri ancora, secondo le previsioni geopolitico-catastrofistico-naturali che formula con frequenza giornaliera.
Un giorno sono andato a trovare mia suocera, a casa sua, non c'ero mai stato, vive in un villino isolato... non l'ho avvertita prima... non c'era (forse)!

   8 commenti     di: Flavio Casgnola


Errori fatali

Ci teneva tanto a quella serata Elena, quella serata a casa di Gianni, un suo amico di facoltà. Una serata a base di musica, alcol e fumo. Aveva indossato un vestito rosso, lungo abbastanza per coprire il seno e parte delle cosce, un copri spalle nero e degli orecchini verdi. I tacchi di 5 centimetri li aveva messi vicino alla porta e ora era intenta a truccarsi in bagno.
Ombretto rosso o verde?
Mire precise non ne aveva, ma chissà, il caso, confidava che la fortuna le facesse incontrare un ragazzo carino, simpatico, intelligente, un ragazzo che potesse soddisfare le sue fantasie erotiche. Uscii di casa, prese la macchina e si diresse dall'amico.
Erano arrivati quasi tutti gli invitati quando fecero il primo brindisi, un brindisi alla vita pensò Elena. La serata intanto si stava animando, presi da un lieve senso di ebbrezza i presenti si stavano muovendo sotto le note di una canzone dei Queen, Don't stop me now. Ora non mi avrebbe fermata proprio nessuno, aveva pensato. C'erano diversi ragazzi che avrebbero potuto soddisfare i suoi desideri, c'era l'imbarazzo della scelta. Si avvicinò ad uno che avrà avuto sui vent'anni, moro, che si esprimeva in un ballo al quanto inconsueto. Saltava, batteva le mani, muoveva il corpo senza avere il minimo senso del ritmo. Forse era proprio ciò che le piacque di più, forse era il caso di provarci.
Ma porca puttana, avevo detto che nel suo destino c'era Luca, quel ragazzo castano scuro... sarei daltonico io? Avevo progettato tutto e mi vieni a modificare i piani così? ... sarebbe un errore mio? Ma sei tu che non hai saputo guardare bene! ... Ah sì? Allora mi licenziò, voglio vedere cosa farete senza di me! ... Beh sì, fate pure, ciao ciao!
Anche il caso, a volte, fa degli errori fatali!

   0 commenti     di: vasily biserov


Anno Domini 2150

Quella domenica di giugno dell’anno 2150 si annunciava eccellente sotto tutti gli aspetti:
sole splendente, cielo azzurro, temperatura gradevole, divieto assoluto del traffico automobilistico, insomma tutto quanto necessario perché i romani accorressero in frotte a piazza San Pietro per la messa, senza la necessità di dover ricorrere alle cariche delle guardie svizzere per convincere anche i più riottosi.
Ma alle 11, ora fissata per la cerimonia, l’immenso anfiteatro appariva tristemente vuoto. Dietro le finestre dei palazzi del Vaticano stavano volti sgomenti, mentre gli occhi vagavano nel nulla. Il pontefice, San Giovannino I (era ormai da tempo prassi che il papa venisse santificato una volta superato il periodo di prova dei canonici sei mesi) camminava su e giù per il lungo corridoio, con sguardo furente e pensieroso, e alla fine si decise a chiamare il segretario di stato, il cardinale Prosperone:
- È inammissibile. Che escano subito le guardie, in tenuta di guerra, e radunino tutti i romani. Mi raccomando tutti, anche i paralitici, e senza tanti riguardi.
- Sarà fatto.
Brevi ordini secchi, i militi svizzeri indossarono le tute antisommossa e, imbracciati i mitra a lampi paralizzanti, partirono per eseguire l’incarico ricevuto.
Intanto le lancette dell’orologio Luigi XV giravano, fino a che a mezzogiorno, con la piazza ancora vuota, San Giovannino I, affranto, si accasciò sulla poltrona, non senza aver tirato prima un paio di moccoli.
- Prosperone! Prosperone! Ma che cazzo succede, che non tornano nemmeno gli svizzeri.
Il segretario di stato, visivamente preoccupato, si affacciò al santo uscio e mormorò:
- Santità, è arrivato l’onorevole Fiaschettino che ha da riferire notizie importantissime. Lo faccio accomodare?
- Fiaschettino? Chi è? Ah, sì, quello con la faccia da cretino, tutto casa, chiesa e amanti. Che entri.
L’onorevole si precipitò a genuflettersi, sbaciucchiò più volte il sacro anello, poi quasi piangendo pr

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baciami

Baciami

In un campo di prigionia in Inghilterra nel 1944, furono convocati i prigionieri, e fu chiesto loro, se vi fosse qualcuno disposto a lavorare nei campi. A diversi soldati che avevano lasciato a casa, i loro appezzamenti di terreno, ed avevano risposto con non molto entusiasmo, alla chiamata della Patria, non sembrò vero di poter ritornare, sia pure a migliaia di chilometri da casa, al proprio lavoro, stando altresì a contatto con la natura, e quindi molti contadini accettarono. Sulla decisione, pesò anche il fatto che sarebbero usciti dal campo di prigionia, per tutto il giorno, ritornandovi solo la sera. Fra questi, anche Pietro, che pur non avendo un proprio fazzoletto di terra, aveva fin dall’infanzia, lavorato quelli degli altri.
Fu portato in una fattoria, dove, agli ordini di una donna, dava da mangiare agli animali della fattoria, puliva la stalla, lavorava i campi, e faceva tutto quello che si fa in campagna. Bèh quasi tutto! Perché la proprietaria della fattoria, una bionda non ancora trentenne, carnagione chiara, ben in carne, insomma tutto l’opposto delle donne, che Pietro era abituato a vedere a casa, era si gentilissima, con un sorriso sempre stampato in viso, ma niente più! Ed a Pietro, tutta quell’astinenza, da quando due anni prima, era partito per la guerra, cominciava a pesare!
E fu così, che un giorno in cui Pietro, che aveva il sangue che bolliva( come sempre), interpretando a modo suo, un sorriso particolarmente sfolgorante rivoltogli dalla donna, partì all’attacco ed avvinghiò e baciò la ragazza, che cercava di divincolarsi dicendo in inglese:i can’t ( non voglio, non posso). Il nostro eroe, la cui conoscenza linguistica, si fermava al dialetto Morronese, oltre agli elementi basilari della lingua Italiana, sentendo dire alla donna “ ai cant, ai cant”, stringendola sempre più a se, e toccandola dappertutto, tipo polipo, rispose: Canta quello che vuoi tu, o sole mio, Maria Marì, ma lasciati baciare!

   2 commenti     di: pino carosis


Il mostro

I suoi passi echeggiavano lugubri nel corridoio dalle pareti grigio spento. Non c’era nessuno e ciò rendeva quel luogo ancora più ostile. Quando passava lui, chiunque si trovasse nelle vicinanze riusciva sempre a sparire prima che lui potesse capire dove diavolo andasse. Loro erano per un carattere più indulgente. Ma lui, non tollerava nulla che potesse dare a quelle creature barbare e rozze una scusa per poter far cambiare il sistema. Lui sì che poteva capire il vero carattere che ci voleva! Non bastava certo un banale ammonimento! D’altronde su qualcuno doveva pur sfogare la sua frustrazione, per i trecentosessantacinque giorni di avanti e indietro in quel luogo. Arrivò alla porta ricoperta di scritte e stupidi disegni, aprì lentamente e guardò quella foresta di teste vuote, posò la borsa… Ed ecco il solito cantilenante saluto di quegli incivili… “Buongiorno professore. ”



Montmartre

A volte, per caso, t'imbatti in mestieri che non conoscevi esistessero, per esempio il venditore di cucine.
Ce ne sono di vari tipi.

C'è quello preciso che ti fa il disegno della tua cucina con le misure dell'ambiente sulla carta millimetrata. Qui ci va un mobile da sessanta, qui un lavandino da quarantacinque... Vedi la tua cucina arredata, ma il disegno non ti entusiasma. E poi i quadrettini della carta millimetrata non ti stimolano il sentimento di acquisto, sanno di scuola media.

C'è quello tecnologico al massimo che ti fa vedere le stesse cose sul programma informatico, e lì c'è la magia, ... prima lo vedi quasi come l'altro ma poi... tac... eccolo pronto in prospettiva come in una foto, nella tua nuova cucina: ci sei già! Certo, un po' slavata e asettica, una magia che sorprende, ma non prende.

C'è infine l'artista che ti crea la cucina già in prospettiva disegnandola. È una specie di pittore di Montmartre che sotto i tuoi occhi ti fa il ritratto, gli scaffali sono come se li montassero ora a casa tua, alla fine ti fa anche il pavimento obliquo se l'hai così. Un vero artista.

Potresti ringraziare, e andartene anche solo con il quadro, e potresti già essere molto contento.
Tanto per la cucina poi prendi le misure e vai all'Ikea a fartela quasi da te.



Amministrazioni ruspanti

In una delle desolate periferie fiorentine, piazza Dalmazia, passa un canale che, senza dire niente, va verso l'Arno. Un tempo c'erano piccoli orti, curati da gente del posto, relitti della "cultura contadina"; poi la modernizzazione degli amministratori ex-contadini li ha fatti sparire, lasciando al loro posto il vuoto, il nulla. Due grigi muri di contenimento e un filo d'acqua d'estate, un po' di più in inverno, che scorre come su un'autostrada, trascinando lattine.
Poi ultimamente l'amministrazione si è un po' addormentata, ha trascurato la "manutenzione". L'assenza dell'amministrazione può fare miracoli. La natura ha cominciato piano piano a riprendersi; dalla tabula rasa del fondale hanno cominciato a crescere piante selvatiche, timidamente, disordinatamente; tanto non vale la pena darsi troppo da fare, visto che prima o poi tornerà l'amministrazione.
Invece è passato del tempo ed ho assistito ad un prodigio. In un punto vicino alla piazza è cresciuto un vero e proprio boschetto di canne; erba e piante rampicanti (chissà dov'erano) si sono fatte coraggio e tutti insieme hanno inventato una piccola oasi, uno scenario semplice ma suggestivo, anzi, visto il contesto intorno, commovente.
Sì perché non è finita qui: sono arrivate anche le anatre selvatiche, che si sono stabilite nel boschetto, passando la giornata nel piccolo laghetto che si è formato.
Ho visto la gente del posto incredula a guardare uno scenario così semplice, suggestivo e soprattutto venuto dal nulla. Sembrava di essere in una ridente cittadina olandese.
Qualcuno ha pensato di portare un paio di panchine e piano piano è diventata una consuetudine per molti sedersi lì ad ammirare i giochi delle anatre. Così anche la gente è entrata a far parte dello scenario e si è creato un minuscolo, spontaneo, armonico giardinetto, un giardinetto insolitamente animato, vivo, vero.
Tutta la piazza si è addolcita per questo suo angolo e tutto questo senza spendere una lira. Viene sponta

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   6 commenti     di: carlo biagioli



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