Racconti di satira e ironia - Pagina 3
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Racconti di ironia e satira

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Che però

Stanco di leggere libri altrui, ho deciso di scriverne uno io. Sono stufo di quella muffa stantia che mi perseguita con le sue velleità intellettuali: dov'è il sangue, la passione, la leggenda inscritta nella nostra umana natura, che come un richiamo ancestrale sgorga ad ogni riga raccontandoci chi sono io, chi sei tu, chi siamo noi? Ho quindi deciso di far dono ai posteri del distillato più puro della mia vena creativa. Allora, prima di tutto partiamo dal protagonista.
Un uomo alto direi, per cominciare. A dire il vero già qua mi sono posto numerosi dilemmi. Partiamo proprio dal principio, dal cromosoma, il DNA, Dio!... Senza divagare, partiamo dal sesso.
O dal genere, perché non é certo nei cromosomi che è contenuta la virilità o il dolce poggiar del petalo di rose sulla pelle che è la femminilità. Gran mistero quello. Però bisogna scegliere, e non ci si può perdere in ragionamenti complessi. Allora, sesso o genere, che dir si voglia, maschio. Però un maschio vero, un maschio alfa, che il metrosessuale amante del sushi tradisce solo la vigliaccheria di una classe dirigente che non sa confrontarsi con la donna in via di emancipazione fallocratica e cerca quindi annaspando di adottare la tattica dell'orso che si finge già scendiletto, sintomo, questo sì, di peggior maschilismo ancora, nel disperato tentativo di mantenere il controllo fingendo un improbabile somiglianza.
E allora lo descrivo virile questo protagonista, un uomo di una volta, molto pelo in corpo e sguardo truce. Sì, perchè ovviamente c'è ancora chi ha lo stomaco di rappresentare l'archetipo di maschio che vorrebbe essere, ma lo deve sempre scioccamente sporcare con qualche dettaglio insignificante che faccia tradire la natura ultima di quest'ultimo come piccolo cucciolo spaventato in un mondo dove, troppo precocemente, scopri che quel succoso capezzolo nutriente, oh mio caro, non sarà lì a lungo per te. E allora via con inutili e insopportabili trattazioni sul crudo desti

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Angeli e demoni (seconda parte)

In men che non si dica l'insolita disputa tra i due speciali servitori ultraterreni fa il giro dei mondi scatenando costernazione e meraviglia. Il cherubino Zaffiro è subito chiamato a rapporto per informare gli arcangeli, i veri alti funzionari del regno celeste, di cosa si dicono sul ponte ed anche giù, nel regno satanico avveniva qualcosa di simile con l'Alta commissione infernale.
Zaffiro, dei due disputanti, era certamente il più imbarazzato, poiché, oltre ad enunciare i fatti aveva un gran bisogno di sapere dagli arcangeli come realmente stessero le cose circa l'insolita strategia studiata da Pietro per dare una scossa di carattere democratica nel regno celeste.
A presenziare la seduta vi era solo uno dei tre arcangeli maggiori Gabriele, che poi era quello che aveva lavorato più a stretto contatto con Pietro. Gli altri due Michele e Raffaele erano impegnati altrove.
"Allora come ti è sembrata la reazione di Fapes?" chiede a Zaffiro.
"Ovviamente stenta a credere una cosa del genere e, secondo me, non ha tutti i torti, quando afferma che non produrrà niente di corretto".
"Gli hai assicurato che è tutta opera di Pietro?"
"Sì e non ti dico cos'ha detto in proposito!" risponde sorridendo divertito al pensiero della battuta fatta da Fapes circa il gallo canterino. Anche Gabriele abbozza un sorrisino ma senza allargarsi più di tanto.
"Effettivamente, Gabriele, se devo essere sincero, non è che io l'approvi questa faccenda, a meno che non ci sia dell'altro sotto di cui non sono stato informato".
"Infatti, c'è dell'altro ma bisogna procedere con cautela. Non sarà facile spiegare a tutti le ragioni che ci hanno spinto ad attuare una riforma tanto ardita".
"Quindi Pietro è solo una copertura?"
"Tu che dici, se lo fosse?"
"Accidenti! Allora dev'essere più complicato di quanto immagino".
"Venendo qua hai avuto modo di appurare come la pensano gli altri, i serafini voglio dire?"
"Beh, si agitano un po'. Non hanno ancora digerito l'ultima rivolta,

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   4 commenti     di: Michele Rotunno


rotelle

La mia città è: Rotelle.
Rotelle fu chiamata così solo dopo un episodio troppo importante per non essere scolpito sul tempo che corricchia per la stessa strada. C’era gente per tutti i gusti in quella città, ma i più erano matti, poi singoli individui rappresentavano e coprivano le altre tipologie umane. Questi ultimi stavano scomparendo, o perché stanchi della pazzia che li circondava di continuo, o perché stanchi di non essere pazzi. Così, tutta la varietà che rendeva la città unica, pian pianino s’affievolì. La città, negli ultimi anni, era quasi tutta matta; solo tre esemplari (sani al venti per cento), resistevano: il macellaio Capuzzo, l’aggiustabiciclette Gino, e Guglielmo.


Il macellaio, un giorno, si affettò la pancia perché un cliente pazzo lo aveva ossessionato con la storia che era ingrassato (in realtà pesava 71 chili per un metro e ottantotto di tenera carne). Da quel momento, il macellaio s’iscrisse automaticamente al club dei matti che in quella città andava per la maggiore. Rimasero l’aggiustabiciclette e Guglielmo.
Il penultimo, dopo aver aggiustato la forcella di una bicicletta rossa fiammante alta un metro da terra (matta anche lei a farsi mettere le mani addosso da quell’incompetente) le sistemò due rotelle: decise di provare ad andare per la prima volta nella sua vita su una bicicletta. Fece tutto il corso urlando a squarciagola, saltando le lettere inglesi, (perché non le conosceva), e la erre (perché gli veniva floscissima) tutto l’alfabeto. Sterzò di colpo e ingoiò il lungomare, dove da bambino vedeva gareggiare i suoi coetanei con le biciclette, capaci senza rotelle e persino senza mani. Pedalava alla velocità della luce. Pedalava talmente forte che le cosce a forza di sfregare una con l’altra decisero di mettersi a sputare fumo blue oltremare. La bicicletta non andava molto veloce per via delle ruotine, invece secondo Gino quelli erano almeno i cento. Inghiottì il porto, quando i pescatori sta

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   3 commenti     di: Gianni Carretta


baciami

Baciami

In un campo di prigionia in Inghilterra nel 1944, furono convocati i prigionieri, e fu chiesto loro, se vi fosse qualcuno disposto a lavorare nei campi. A diversi soldati che avevano lasciato a casa, i loro appezzamenti di terreno, ed avevano risposto con non molto entusiasmo, alla chiamata della Patria, non sembrò vero di poter ritornare, sia pure a migliaia di chilometri da casa, al proprio lavoro, stando altresì a contatto con la natura, e quindi molti contadini accettarono. Sulla decisione, pesò anche il fatto che sarebbero usciti dal campo di prigionia, per tutto il giorno, ritornandovi solo la sera. Fra questi, anche Pietro, che pur non avendo un proprio fazzoletto di terra, aveva fin dall’infanzia, lavorato quelli degli altri.
Fu portato in una fattoria, dove, agli ordini di una donna, dava da mangiare agli animali della fattoria, puliva la stalla, lavorava i campi, e faceva tutto quello che si fa in campagna. Bèh quasi tutto! Perché la proprietaria della fattoria, una bionda non ancora trentenne, carnagione chiara, ben in carne, insomma tutto l’opposto delle donne, che Pietro era abituato a vedere a casa, era si gentilissima, con un sorriso sempre stampato in viso, ma niente più! Ed a Pietro, tutta quell’astinenza, da quando due anni prima, era partito per la guerra, cominciava a pesare!
E fu così, che un giorno in cui Pietro, che aveva il sangue che bolliva( come sempre), interpretando a modo suo, un sorriso particolarmente sfolgorante rivoltogli dalla donna, partì all’attacco ed avvinghiò e baciò la ragazza, che cercava di divincolarsi dicendo in inglese:i can’t ( non voglio, non posso). Il nostro eroe, la cui conoscenza linguistica, si fermava al dialetto Morronese, oltre agli elementi basilari della lingua Italiana, sentendo dire alla donna “ ai cant, ai cant”, stringendola sempre più a se, e toccandola dappertutto, tipo polipo, rispose: Canta quello che vuoi tu, o sole mio, Maria Marì, ma lasciati baciare!

   2 commenti     di: pino carosis


La guerra e la pace

— Cari ragazzi oggi parleremo della guerra, e sarà una preparazione all'esame finale che di questo tema tratterà; costituirà anche una bella e istruttiva lezione per tutti noi—
Con un tono esageratamente eccitato e malauguratamente commisurato al tema da trattare, una professoressa dai lineamenti delicati e rubicondi, con una stazza che la costringeva a stare a lato della cattedra, la quale aveva una sedia che sarebbe stata messa a rischio se lei si fosse seduta sopra, incitava la classe a guardare la vita in una delle sue tante possibilità, estrema non si capiva ancora quanto, ma certamente non usuale per dei ragazzi che affidavano il proprio futuro alla generosità dei genitori e ai conservanti delle tortine sintetiche.
— Forza allora, mi aspetto da voi una vera analisi, più approfondita e seria delle solite e banali considerazioni da pulpito pacifista e consumista—
— Che ha contro i pacifisti? — sbottò Arturo, un pankabestia che avevano dovuto faticare per convincerlo a lasciare il suo rothwailer legato all'inferriata del cortile
— Perché, adesso non si può più essere pacifisti? — aggiunse in fretta, prima di dimenticarsi il termine usato per definire chi ama la pace, ma soprassedendo sull'altro, quello che lo vedeva in fila al supermercato della droga.
La professoressa, una reduce di un sessantotto che aveva tradito, ingrassata anche lei ai banconi dei Discount dimenò, come fanno i cani, il culone impercettibilmente, ma la finta lattina di coca che conteneva la gomma e la matitona rossa e blu delle correzioni si rovesciò lo stesso
— Anch'io sarei una pacifista, se mi fossi dimenticata che la relativa pace che stiamo vivendo ora è il frutto dell'ultima guerra di resistenza— disse di getto, come per giustificarsi alla sua stessa memoria che le rammentava le molotov da lei lanciate ai cortei di protesta.
— Ma quale resistenza? Se non ci fossero stati gli Americani e i Russi, a liberare l'Europa, oggi lei vestirebbe una divis

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   1 commenti     di: massimo vaj


Nella testa di un ragazzo

Io sono un nodo di "Subdialog", ho orari di apertura h24, non riposo i festivi e presento condizioni di "IF" sul traffico femminile: il "gold" atterra "live e senza attesa" sulla "vag" del mio cellulare skillato appositamente su tutte le "code" territoriali e nazionali (trasferte comprese!), per il "silver" invoco "men... u dinamici" ("sms", "email", "tts", "tracce" e "sonde" e "variabili"), mentre, sulle restanti condizioni "else", inserisco "loop" o "jump", in modo che continuino a cercarmi. È sempre un "risk management" quando la chiamata proviene da una donna sposata e con "aging" elevato: il flusso di richieste aumenta vertiginosamente ma non potendo degradare il mio storico "Tasso di Abbandono" e i miei "livelli di servizio", tengo duro!!! Prima di incrementare un bacio per il conteggio s"M"a"C"k, verifico sempre se (lei... La chiamata... La cliente!!!) presenta "disservizi", "richieste" in corso o flag (figli) attivi, poi me ne prendo cura. È raro che non riesca a gestirla, evito sempre il "drop". Ho capito: la mia vita e' un "Interactive Voice Response", la massima soddisfazione per me sara' sempre la voce della mia signorina, per questo continuo ad instradarmi... È un'emozione vedere che "Rome wasn't built in a day" e che l'abbiamo costruita tutti insieme... Ogni giorno, come in amore, con entusiasmo e passione, "quanto più efficacemente l'esperienza
coinvolgera' i cinque sensi, tanto più memorabile sara'!!!"Visualizza altro

   1 commenti     di: lara qua


Dieta!

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