- Sono abbastanza breve, comunicativo, informativo e liturgico?
(Frà Mosco da Pavia) -
Alcuni amici di mail mi scrivono preoccupati dalla mia svolta letteraria; mi chiedono conto del perché ultimamente tendo a scrivere racconti lunghi spezzati in varie puntate, due o tre alla bisogna.
Molti di loro mi dicono che se continuo così non mi leggeranno più e di prepararmi all'eremitaggio assoluto e a scavarmi una celletta nei deserti.
Monaco amanuense di clausura litweb: beh, figosissimo, direi, potrei farmene facilmente una ragione, ma per mia fortuna, non amo le vie agevoli.
La risposta è semplice: viva la libertà, amiche e amici!
Ognuno è libero di scrivere quello che vuole nell'era litweb.
Il fatto è che al momento mi sono rotto le palle di scrivere i soliti brevi litweb di venti, trenta righe al massimo, in cui sintetizzo e condenso, involgarendo e imbruttendo, personaggi e idee che meriterebbero almeno un racconto di quaranta cartelle e un andamento più profondo ed esteso.
Sono anche stufo dei commenti di scambio legati alla liturgia dei brevi litweb: una vera pantomima, a mio modesto avviso.
Il fatto che una persona mi abbia dedicato tre secondi del suo tempo per un complimento quasi sempre stereotipato, non giustifica che io approvi incondizionatamente dei suoi testi che non mi garbano e mi trasformi seduta stante nell'ufficio stampa dei suoi imperdibili estri creativi.
Se nel mio scritto il tema è l'orchite cronica e il pacco emorroidario di cui soffro, perché quello nel commento dice che io sono un pasqualone, un vero ottimista, irradiante salute?
Amico, stai parlando del protagonista di "Un posto al sole", mica del Moscone.
Ma la questione è un pochino più filosofica, e non ha molto a che vedere col galateo o il piano personale, che è risaputo, non m'interessa.
La scrittura breve litweb tende a essere totalmente comunicativa e informativa e poco creativa, questo è il problema, o Danimarca web.
E nei racconti brevi litweb come
Quando andai a Bologna, mi misero alla gogna.
Da quel giorno non vi feci più ritorno, e mi diedi alla caccia del tonno.
E, a proposito di feci, mi disse un giorno Natalie Imbruglia: "Oh scrittore, ma che la vuoi una prugna?"
Io le risposi, con il mio vocione: "No, grazie. uso già acqua e limone."
Su quel pianeta, come nell'intero universo, tutto era condannato a muoversi, e una delle leggi che regolava questo muoversi era quella che imponeva a ogni azione di avere una reazione che le fosse analoga e contraria. Gli abitanti del pianeta utilizzavano quella legge della dinamica per muovere veicoli e per sopravvivere al movimento, attraverso lo sfruttamento dei princìpi del movimento. Motori che producevano energia spingevano, dalla parte opposta a quella dove l'energia usciva con forza, gli stessi motori ai quali stavano attaccate le strutture che contenevano, allo scopo di favorirne il movimento, esseri che mai avrebbero immaginato che la legge della dinamica potesse avere delle applicazioni diverse da quelle che utilizzavano. Eppure le scritture sacre di quel pianeta avevano da tempo avvisato che a ogni azione sarebbe corrisposta una reazione uguale e contraria, e che quella reazione ci sarebbe stata anche oltre quello che era il dominio della scienza. Chiamavano, quella reazione, paradiso o inferno, secondo la qualità degli equilibri spezzati che sarebbero stati ricomposti dalla reazione contraria scatenata. La scienza non aveva smesso, per questa che le appariva come fosse soltanto una persecuzione morale, di applicare al movimento lo sfruttamento legale della ripercussione, così i veicoli erano progettati senza la preoccupazione del risparmio energetico. Alla scienza non pareva possibile che quello spreco di energia costituisse un'azione che avrebbe provocato reazioni inverse.
La questione da dover districare riguardava, semmai, quanto la simultaneità tra azione e reazione dovesse essere necessaria nel legame che si stabiliva tra una causa e il suo effetto. Ovviamente avrebbe dovuto esserci simultaneità a che da una causa potesse sortire un effetto perché, altrimenti, quando questo effetto si fosse verificato con un certo ritardo, anche se infinitesimale, si sarebbe attuata una contraddizione irrisolvibile, perché a un evento passato, e dunque in
Ci risiamo.
È arrivata la primavera ed ho ripreso la dieta. Al mattino due fette biscottate integrali ed un bicchiere di the con dolcificante. Roba che alle dieci vedo venire verso di me un tuareg con tanto di cammello. Manco fossi in un’oasi nel deserto.
Per fortuna arriva mezzogiorno, e la sospirata pausa pranzo. Una lauta insalata senza olio ma con aceto a sufficienza per far deragliare qualsiasi tentativo di deglutizione. Cinquanta grammi di formaggio ipocalorico dal sapore dell’acqua di fonte, e due gallette di farro molto simili al polistirolo d’imballaggio. Chiude un frutto, che di solito corrisponde ad una mela dal diametro d’albicocca, e per dolce uno yogurt così magro che anziché bianco risulta essere trasparente.
Ah! L’insoddisfazione mi aggredisce dopo tre minuti, sotto forma di attacco di panico con complicazioni maniaco-depressive. Tento di smaltire l’ansia masticando un chewingum senza zucchero, ma il gusto svanisce alla terza masticata.
Conto i minuti?" purtroppo sono ore - che mi separano dallo spuntino delle 16. 00: altro frutto, accidenti a lui, sempre e solo un frutto, che nella fattispecie dovrebbe essere un kiwi-nespola. Alle quindici e trenta il kiwi è già digerito, con l’alibi che magari stasera mangio un po’ in anticipo.
Alle diciassette esco per fiondarmi in palestra; dopo cinque minuti di tapis roulant, con in corpo duecentoquattro calorie dal mattino, vedo passarmi davanti un incantatore di serpenti col turbante, manco mi trovassi nella casbah di Marrakech.
Abbandono il lavoro aerobico, e mi dedico alle macchine gonfia muscolo. Accanto a me, due splendide quarantenni addobbate da sana cellulite si scambiano ricette per la Pasqua imminente. Così conto le divaricazioni delle gambe mentre ascolto di sformati di asparagi, torte salate salame e pecorino, penne alla salsiccia ed involtini di bresaola e caprino. Mi raggiungono dodici ballerine di flamenco, manco fossi a Barcellona.
Mi riassale la crisi depressiv
Sono nato matita, avrebbe potuto andare peggio, molto peggio. Non vorrei sempre lamentarmi, però onestamente mi poteva capitare un padrone meno indolente. Avrei sempre desiderio di appoggiare la mia punta su un foglio bianco, tracciare una qualsiasi forma, qualsiasi pensiero e perdermi d'ebbrezza nel sentire il pezzo di carta che sfiora la mia punta. Vorrei che mille fogli bianchi fossero pieni dei miei colori, tra l'altro sono una matita bizzarra, avete presente quelle multicolori? io sono una di quelle e questo mi provoca lo scherno delle matite che la notte mi tengono compagnia nel cassetto. La matita Rossa e la matita nera, un mondo matita a due colori...
Più scrivo più mi consumo ma ogni volta che la mia punta si perde nel delizioso foro che fa crescere la mia sommità mi sento in estasi... la punta aumenta sempre di più e io mi consumo... ma molto lentamente e mi logoro nel piacere. Le matite mie amiche invece non vorrebbero mai scrivere, oziano e hanno paura di accorciarsi lentamente... vivranno di più ma moriranno senza traccia... nessun foglio mai riempirà della loro forza... vergini d'idee la loro punta e i fogli accanto a loro... moriranno si consumeranno candidi... intonsi... ma vuoti... bianchi... un solo segno su di loro... anche sgraziato avrebbe regalato loro un senso, nella stessa misura in cui ho reglato un senso a questa pagina... anche se tutto ciò non ha senso:-)
Vi voglio parlare dei suoni onomatopeici, ovvero i suoni dei fumetti. Ce ne sono di tutti i tipi, persone, oggetti, animali, ma qui voglio aprire una parentesi, perchè di un animale non sentiremo mai il suo verso neanche nei fumetti: il coccodrillo. Lo dice anche la canzone: il coccodrillo come fa, non c’è nessuno che lo sa, si dice mangi troppo, non metta mai il cappotto... sì perchè gli altri animali invece lo mettono, tipo la giraffa che va in giro col colletto alzato... o il leone che è il re quindi lui il cappotto ce l’ha dell’Armani... vabbè... poi dice che con i denti punga, che molto spesso pianga... e ci credo è l’unico sfigato senza cappotto...!
Vabbè, ritorniamo ai nostri suoni dei fumetti. Tipo uno che piange, nella realtà immaginiamo un bambino, tu lo sgridi elui urla... invece nei fumetti no, immaginate il bimbo piange, sigh, sob, poi se piange tanto strasob... magari!!
Oppure quando uno si spaventa, fa gulp! Voi immaginate arriva uno che vi fa bu! E voi gulp!
Poi invece se uno è incazzato, ma non tanto, fa gasp! Immagino mio padre quando arrivava la bolletta del telefono... ahhhhhhh!!!!... invece nel fumetto no, lui la guarda e fa gasp! Gulp! Magari davvero!
Ma se uno poi è proprio incazzato fa grrrrr, che poi vale sia per gli animali che per gli uomini. Quand’ero piccola portavo la pagella a casa e mia madre la leggeva... si salvi chi può!! (urla), invece no nel fumetto porto la pagella e lei grrr... e io gulp... Io che scappo intorno al tavolo gulp e lei dietro grrr, e avanti così per mezzora... magari, cavoli voglio vivere in un fumetto!
Per tornare agli animali, vi immaginate, voi siete in una savana, soli e disarmati inseguiti da un leone, esempio pratico, cose che capitano tutti i giorni, ecco scappate, siete terrorizzati, alla fine il bosco finisce, la strada è chiuse e il leone vi raggiunge, anche questa cosa è molto realistica... tanto è un fumetto... dicevo il leone vi raggiunge spalanca le fauci e...
Caro Babbo Natale,
l'altra sera ti ho visto!
Si, Babbo Natale, eri proprio tu. Non ci posso credere! Eri proprio tu!
Io veramente avevo qualche dubbio sulla tua esistenza, perché i miei compagni di classe mi hanno detto che i giocattoli li portano i loro genitori.
I miei compagni di classe mi hanno detto che è tutta un' invenzione dei grandi e che sono proprio loro che portano i giocattoli a noi bambini.
Caro Babbo Natale, devo dire che un po' non ci credevo più neanche io a questa storia dei doni, delle renne, della slitta volante e tutto il resto. Però da quando ti ho visto ho capito invece che i miei compagni di scuola sono stupidi e non devono dire certe cose. Che poi va a finire che altri bambini tipo me, forse un pochino meno intelligenti di me, non ci credono più in te.
Certo, caro Babbo Natale, devo ammettere che è difficile credere che un tipo un po’ anzianotto come te e, te lo devo proprio dire, anche un po' sovrappeso, possa svolgere tutto quel lavoro di prendere le ordinazioni dei desideri, caricare tutti i giocattoli sulla slitta volante, arrivare dal Polo Nord fino alle nostre case e consegnare il tutto entro mezzanotte.
Si, se non ti avessi visto con i miei occhi, forse la mia fede in te avrebbe vacillato.
Ma io oggi a scuola l'ho detto ai miei compagni! " Guardate - gli ho detto - che vi state sbagliando su quella storia che sarebbero i grandi a portare i regali ecc. ecc.!" Loro hanno detto che sono un moccioso credulone, ma io lo so che esisti veramente.
Me lo ha detto mamma.
Mamma mi ha detto che eri tu. E io lo sapevo che saresti venuto anche quest'anno.
Anche se mamma e papà non si parlano tanto, ogni volta che ti vedo, mamma diventa sempre tanto gentile con papà. È come se anche lei, quando vieni, ricevesse un dono.
Deve essere proprio un bel dono, perché mamma, che prima è sempre arrabbiata, specialmente con papà, diventa simpatica e allegra.
Mamma ride sempre quando vieni. Io lo so che anche lei un pochino ti
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