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Racconti di ironia e satira

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Istruzioni per l'uso

Care amiche,
vi scrivo così mi rilasso un po'. Questo brano è una sorta di manuale per tutte quelle ragazze che sono, o sono state, single. Il problema che abbiamo tutte, adulte o adolescenti, studentesse o lavoratrici, arrendevoli o determinate, è di trovare il nostro Lui.
Spesso capita d'incontrare qualcuno che gli somigli e c'illudiamo di essere a una svolta, quella che finalmente ti fa gridare: "Terra! Terra!", ma poco dopo ci ritroviamo immancabilmente al punto di partenza. Vive, ma sempre più ammaccate.
Il problema è che la maggior parte delle volte la cosa viene stroncata sul nascere. Quasi sempre da loro, questi benedetti (si fa per dire) maschi. Per i motivi più assurdi. Sempre se si prendano la briga di fornircelo il motivo. Dovremmo essere munite di un dizionario "linguaggio maschile-italiano". Ecco qualche piccolo esempio, tanto per regolarci.
"Scusa, ma non mi prendeva il cellulare": tu fingi di crederci, ovvio. Sai perfettamente che non è così. Prima gli hai fatto una muta dal telefono della tua amica e magari ti ha pure risposto. Funzionava tutto benissimo. Il pensiero di te non è riuscito a sovrastare quello del calcio, degli amici dementi e della play-station (esatto, perché c'è sempre la play-station di mezzo, anche se si tratta di soggetti che hanno compiuto il venticinquesimo anno di età). Dovresti mandarlo a cagare. Lui, la play-station e le sue scuse del cazzo. Ma fai finta di crederci. Non tanto con lui, quanto con te stessa. Forse è questa la cosa peggiore.
"Restiamo amici": facile. Vuole divertirsi con tutte le troiette pronte a sbattergliela sotto il naso e continuare ad avere qualcuno che gli stira le camicie. Fagliele mangiare le sue stramaledette camicie! Invece no, sei sempre gentile e sorridente, pronta a tuffarti sul cellulare ogni volta che il suo nome compare sul display. Speri che ti chiederà scusa, che si renderà conto di quello che ha perso. Ma tu non ti rendi conto del tempo prezioso che stai sprecando?
"Ho

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La passeggiata dei cani

Decido di andare in un parco qua vicino, a fare due passi. Dicono tutti che fa bene, vediamo un po' che succede. Settembre, l'umidità, le prime foglie che ingialliscono ultimi giorni di libertà per tutti gli studenti. Mi guardo intorno e vedo che tutto si svolge nella normalità di tutti i giorni: i ciclisti sulla strada, i motorini sui marciapiedi e i pedoni sulla pista ciclabile, fantastico! Neanche un grande regista avrebbe potuto fare di meglio. Sento il bisogno di sedermi e qui scatta l'operazione "panchina". La prima che incontro presenta evidenti tracce di compagnie estive, i giovani si sa prediligono sedersi sui poggia schiena e appoggiare i piedi infangati dove ci si siede... passiamo oltre, questa è notevolmente sdentata gli sono rimasti solo due listelli bocciata! Ecco forse ci siamo questa di listelli ne ha ben cinque Ok buona la terza, c'è scritto sopra "scemo chi legge" e "Antonio vuole solo the", se vedrò Antonio, mi devo ricordare di non offrigli mai un caffè. Adesso sono operativo, niente giornale niente libro oggi si osserva, cosa? Visto l'orario, la passeggiata dei cani...
Arriva il primo, uno splendido esemplare di cane lupo di nome Black, sta portando a spasso la sua padrona, una signora anziana minuta, munita di scialle sulle spalle, di quelli fatti con la lana avanzata multicolore, realizzata all'uncinetto, vestaglietta domestica e calze di lana a mezzo polpaccio... l'inizio non è dei migliori. Da un Suv nero scende un elegantissimo signore incravattato, a occhio e croce saremo sui 130 chili, apre il baule e fa scendere in pompa magna un chihuaua, stupendo anche quest' accoppiamento, ad onor del vero avrei preferito almeno uno spinone gigante, ma si sa l'amore è cieco. Vedo spuntare in fondo alla via in signore che chiameremo INI, perché a tre cagnolini, che sono piccolini e son dei bassottini, che fanno tanti bisognini, ma che restano sui marcia piedini, perché il signor INI si schifa a usare i sacchettini! Poi ne arriva uno nero c

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   9 commenti     di: Aldo Riboldi


Wikibiografia, non autorizzata, di Mario Monti

Nasce ufficialmente a Varese nel 1943. Anche se qualcuno insinua, invece, su Nibiru diversi milioni di anni fa. Un giorno, ancora in fasce, sarebbe stato catapultato sulla Terra, subito dopo l'apparizione del monolito. Nel corso dei secoli avrebbe stazionato di volta in volta nel corpo del tesoriere di Tutankhamon, in quello del capo della Zecca romana ai tempi di Giulio Cesare, poi del ministro del tesoro di Giovanni Senza Terra, del banchiere medievale Bardi, di Jean Baptiste Colbert ministro delle finanze del Re Sole, di Vincenzo Mistrali responsabile delle finanze di Maria Luisa d'Austria, di J. P. K. J. Von Stadion ministro dell'economia ai tempi di Cecco Beppe, e l'elenco potrebbe continuare a sfinimento. Un giorno, infilatosi forse per sbaglio dentro Keynes, padre della macroeconomia, questi gli avrebbe gridato piuttosto incazzato : - Cheffai?!! Esci subito dal mio corpo! - Non si capisce bene se perché entrato dalla parte sbagliata o per diversità di vedute. In ogni caso, l'ardita ipotesi è ormai bollata come solenne idiozia dal superloico e superlaico Piero Angela.
Fin dalla più tenera età Mario è convinto di possedere una prorompente allegria e un'energia comica latente, in attesa solo di essere valorizzata, anche se non riesce ancora ad esprimere nulla che vada più in là di un'asfittica risatina alla "Petrektek", dopo un'esilerante barzelletta sul cinema polacco. Nemmeno le solite birbonate dell'infanzia gli vengono in aiuto. Ad Halloween non ce la fa neppure ad indossare la maschera, e quando si trova davanti a un campanello l'indice gli si paralizza. Se la porta si apre a prescindere, s'impapina a tal punto che, imbarazzato, è lui a elargire dolcetti.
A quindici anni si iscrive ad un corso di mimica del comune, in attesa di un segno che dia piena voce al suo talento. La sua massima aspirazione, dicono gli amici, sarebbe partecipare al concorso "Un comico per l'estate", ma si accontenterebbe anche di una comparsata al Circo

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La pensione a rate

Prima che inizi a narrarvi questa storia vorrei presentarvi i personaggi che incontrerete: Milena, Viviana, Ferdinando, ed infine io stesso. Io non sarò una voce narrante, ma un personaggio che entra nel vivo del racconto e interagisce con gli altri, soprattutto con Milena. Tra me e Milena c'è una relazione speciale. Anche tra Viviana e Ferdinando c'è una relazione, ma quella tra me e Milena è speciale.
Non voglio anticiparvi molto di più. Avrò tempo per descrivervi i personaggi, le loro idee, i loro sentimenti, le loro famiglie. A pensarci bene non voglio descrivervi le loro famiglie. Ai fini di questo racconto non ha importanza. Per esempio io e Milena abbiamo figli? Non lo saprete.
A questo punto sarebbe bellissimo se mi potessi fermare per ascoltare le vostre voci e i vostri pensieri.
- Perché non vuole dirci se hanno figli? -
- Secondo me perché non ne hanno. -
- Dici che è sterile? -
- Chi? Lui? -
- Penso di sì. -
- No! deve essere lei ad esserlo, ed è anche frigida. -
- Dice che hanno una relazione speciale: bugia! Non credo che il loro sia un matrimonio felice. -
- Forse non sono neanche sposati. Non ha detto che sono sposati. Ha solo detto che hanno una relazione speciale. -
- Secondo me sono sposati, ma lui non è sposato con lei. Lui è sposato con Viviana e lei con Ferdinando. -
- E forse hanno dei figli. Lui con Viviana e lei con Ferdinando. -
Ci avete mai pensato? Tutti questi commenti, anzi chiamamoli con il loro nome, tutti questi pettegolezzi potrebbero essere degli ottimi spunti per un racconto.
Ho detto che non avrei parlato delle nostre famiglie, però una cosa ve la posso dire: Viviana e Ferdinando sono sposati.

Ritorniamo ai nostri quattro personaggi. Ci siamo incontrati da poco, stiamo bevendo qualcosa e stiamo parlando di un argomento che tocca ciascuno da vicino: la pensione. È normale che se ne parli spesso, anche se siamo poco più che trentenni. La pensione è stato un traguardo per i nostri g

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Scrivere

È errato pensare che se non ci sia niente da scrivere non valga comunque la pena di farlo. Il vero scrittore sà comunicare qualsiasi stato d'animo, facendo incuriosire il lettore. Facendolo divertire. E in generale infondendo fiducia in qualsiasi persona a cui sono destinati i suoi scritti. Ovviamente tra i destinatari vanno eliminati i politici corrotti che fanno solo i loro comodi, i fanatici religiosi il cui loro Dio è l'unico vero e giusto, le forze dell'ordine che pur di obbedire tradiscono il popolo, e più in generale tutti quelli che vivono infischiandosene del prossimo. Ecco, il vero scrittore deve anzitutto sapere che combatte una guerra da solo, senza alleati.

   9 commenti     di: Emiliano Rizzo


Storia breve di un paio di scarpe

Il viaggio era cominciato dalle parti della piccola città, sul fiume. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma nessuno pensava che così pochi di noi ce l’avrebbero fatta. I primi a lasciare la compagnia furono i tacchi. Arrivati al primo avamposto, senza dire né a né ba, s’alzarono l’un l’altro (vale a dire alzarono i tacchi) e chi li vide più. Di certo se se ne andarono, significa che si portavano dentro un grosso peso. Fu in ogni caso un peccato perderli così: erano pur sempre persone di un certo spessore.
A seguire il loro esempio, dopo molti chilometri, furono le suole. Tuttavia la loro dipartita fu salutata da molti con un certo sollievo. Infatti, manifestavano (e devo dire, con insolita costanza, per delle personalità così piatte) una forte tendenza a calpestare l’altrui parere o volontà. Ad ogni modo al loro allontanarsi, l’atmosfera tra i membri di quest’inedita spedizione, sembrò farsi molto più distesa.
Dico sembrò, perché purtroppo gli eventi dovevano volgere al peggio nel giro di qualche ora. Il repentino abbandono delle suole permise ad altri di mettersi in mostra, anche se sotto una cattiva luce. Le suolette (questa la loro identità), della cui presenza quasi nessuno si era accorto, cominciarono in breve ad ottenere l’attenzione generale. Ma questo solo a cagione delle querule lamentele che a ritmo incessante essi volgevano ora ad uno, ora ad un altro, tutte di questo tipo:
“Rallentiamo, il terreno è troppo accidentato, usciranno delle vesciche” oppure:
“C’è troppo umidità, poco poco stasera ci avremo di quei reumatismi…” e così via.
Poi quando ti offri di aiutarli, ti guardano con aria schifata e ti rispondono:
“Allontani quelle manacce sozze! Ce la caviamo benissimo da suole.”
C’è poco da meravigliarsi, questi tipi dell’interno, leccapiedi patentati, vivono con la puzza sotto al naso. Ma, com’era prevedibile, non resistettero che poco, pochissimo tempo in quella situazione avversa.

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   14 commenti     di: paolo mongillo


Trucco vecchio e bacucco è un Barbatrucco

Se alle persone mostri il tuo cuore senza veli, con le sue zone d’ombra e i suoi giardini di luce, avrai messo il dito su un tasto importante accendendo la loro comprensione, e spegnendo automaticamente due tasti negativi come la competizione e la diffidenza.

Quando mise piede nello studio per me era una cliente come tante, ma non appena nel parlare prese a muovere le mani, gesticolando come spesso facciamo noi napoletani, per rendere maggiore forza alle parole, le notai…

Erano le unghie più belle e curate che avessi mai visto, senza un imperfezione, laccate con uno smalto trasparante. Mi incantai a guardarle mentre la signora tentava di spiegarmi la sua problematica:

Ha detto un testamento?

Dissi risvegliandomi da quell’attimo di torpore indotto dalle sue meravigliose mani, riallacciandomi alla sua ultima parola.
Trucco vecchio come il mondo questo, che mi aveva salvata tante volte da grandi figuracce.
Trucco vecchio e bacucco è un barbatrucco, ripeteva la mia mente ridendo, mentre il volto tentava di mantenere il contegno che da sempre mi contraddistingue.

Non resistetti oltre, dopo aver aperto una cartellina a suo nome ed averle rapidamente spiegato la normativa, i rischi ed infine la mia visione della cosa, dissi:

Lo sa che ha delle bellissime unghie?

Grazie!!! Disse lei con un ampio sorriso, che mise in evidenza una dentatura non proprio perfetta, penalizzata ancor più da un rossetto non trasfert, che le colorava i denti.

Diamoci del tu, che dici?

Disse la signora.

Certo non è un problema, a me fa piacere!

Risposi.

Ascoltami, sono unghie finte, non costano troppo, ti posso dare il telefono del centro estetico dove me le hanno applicate, durano all’incirca due mesi e fai la tua figura.

Effettivamente facevano la loro figura, era davvero belle. Le unghie lunghe mi piacevano, ma per il lavoro che facevo e per il mio hobby che era quello di scrivere, rimanevano un po’ difficili da portare. Quell’incontro

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   9 commenti     di: Cleonice Parisi



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