Racconti di satira e ironia - Pagina 4
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Racconti di ironia e satira

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Una poco sana tradizione

Una poco sana tradizione


Torr, famoso dilettante del paese, decise di non perdere la tradizione della famiglia: chiamare il primogenito con le iniziali del nome di una pedina degli scacchi. In realtà la tradizione era più complicata: il padre avrebbe dovuto chiamare il primogenito con il nome della pedina da lui preferita. Il padre di Torr, naturalmente, vinceva le partite grazie alle sue due torri che era solito chiamare Carmela e Giovanna. Allo stesso modo, Torr divenuto per la prima volta padre, nominò il neonato Alf. Cresciuto fin da piccolo, a pane e scacchi, mangiando su una scacchiera, dormendo riscaldato da copriletto quadrettati, Alf non riuscì a far altro che giocare a scacchi per tutta la vita.
Cominciò non appena poté e finì il più tardi possibile. Alf, a causa della sua postura errata, ben presto si ritrovò con una scoliosi niente male. Il padre e la madre lo portarono dall’ortopedico, che alla vista di cotanta obliquità non fece altro che mettersi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano e abbandonare dapprima il suo caso (a dir poco patologico), e poi il suo mestiere. Non c’era dubbio che chiamar i propri figli con nomi quali Torr non poteva che renderli alti e robusti, verticalmente e orizzontalmente ben messi, ma chiamare il proprio figlio Alf, come minimo significava averli storti fisicamente e nei casi più sfortunati anche mentalmente parlando.
Non si può sostenere che Alf sia un vero e proprio dritto. In effetti, la sua stortezza era colossale; per un certo verso originale, per altri un po’ meno.
Cominciò a giocare a scacchi. Era diventato famoso per le sue grandi abilità strategiche, per gli arrocchi pomposi e le sue forchette indimenticabili. Tuttavia, ciò che più rendeva il suo gioco estasiante, era l’uso predominante e scalciante dei cavalli; che puntualmente aveva chiamato: Napoleone e Pegaso gli impavidi.
Nella sua vita aveva giocato a scacchi.
I suoi pezzi forti erano i cavalli.
Si sposò.
Fece

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L'ascensore

Nel corso della storia l'uomo si è macchiato delle peggiori infamie, ma niente può essere infimo e bastardo come una scorreggia in ascensore.
Prendete un ascensore e riempitelo di gente: dottori, fattorini, vecchie signore con in testa cappellini che manco un George Romero strafatto di metadone avrebbe saputo concepire.
Tutti lì, che guardano in terra e ascoltano in silenzio il rumore dell'ascensore.
Mettiamo che voi andiate al secondo piano e tutti gli altri al quarto o al quinto.
L'ascensore ronza. Ogni tanto qualcuno dà un colpo di tosse tanto per mostrare imbarazzo, mentre la vecchia sbuffando vi appoggia le borsine della spesa sui piedi.
Bing.
Secondo piano, le porte si aprono.
Un paio di metri vi separano dall'uscita, e voi in quei due fottuti metri riuscite a sparare una loffa di quindicisecondieotto: di quelle caldine e silenziose, quasi piacevoli se non fosse per la loro alta concentrazione di plutonio. Un deospin programmato per uccidere insomma, e statene certi, tra 20 anni, quando il Polo Sud sarà diventato una località marittima, i pinguini sapranno chi ringraziare.
Ormai siete usciti dall'ascensore. Se vi voltate in fretta, farete in tempo a salutare con ghigno bastardo il fattorino in preda al panico, mentre il dottore tenta di rianimare la povera nonna ormai agli sgoccioli.
Le porte si chiudono lasciandoli sigillati al loro destino.
Probabilmente non tutti ci arriveranno vivi al quarto piano. Pazienza.



Il racconto sempre più breve

Un ictus cerebrale ha steso il signor Gian Luigi, (Giangi per gli amici), 75 anni, di CasalPusterlengo, nei paraggi del pallino nella Bocciofila locale, col sigaro in mano, mentre esclamava un suo ultimo tipico " Porco Boia, ragassi!".
La sua boccia rotolava ancora, e lui non c'era già più.

Note dell'autore:

Una riga per l'ambiente, una per la cronaca più o meno nera, una per l'epilogo a sorpresa.
Era questa la tecnica del giornalista parigino Félix Fénéon, secondo le mie ricerche il vero antesignano di Twitter e dell'ossessiva scrittura breve litweb contemporanea.

Félix Fénéon (1861-1944) nacque a Torino e visse in Francia.
Dopo essere stato impiegato presso il Ministero della Guerra, fu redattore della Revue Blanche di Parigi, a cui contribuivano Débussy come critico musicale e Gide come critico letterario.
Come editore, invece, pubblicò Proust, Apollinaire e Jarry, nonché la sua traduzione del romanzo di Jane Austen, Northanger Abbey.
Attivo nei circoli anarchici del tempo, nel 1894, in seguito a un attentato in un ristorante, frequentato soprattutto da politici e bancari, fu arrestato e poi rilasciato per mancanza di prove.
Nel 1906, dopo una serie di sfortune, entrò in servizio presso il quotidiano Le Matin, per cui iniziò a scrivere le Nouvelles en trois lignes, "Romanzi in tre righe."

Si tratta di 1220 microfatti di cronaca (nouvelle significa racconto, novella, ma anche cronaca) che esploravano tutti i generi popolari che il pubblico parigino adorava: il nero in tutte le sue possibili variazioni, il giallo, il rosa (amatissimo dalle svenevoli ricche Madame dell'alta borghesia), il terrore.
Non è un mondo allegro quello che ci descrive Fénéon: le persone sembrano essere uscite da uno dei romanzi più cupi di Zola. Miseria, follia e alcolismo sono le note di fondo; qua e là si intravede anche un tocco di critica sociale.

Tutto il mondo, con tutti i suoi paradossi e la sua profonda assurdità, in sole tre righe.

Il suc

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   0 commenti     di: Mauro Moscone


Aloisius

Ho incontrato, o meglio, ho percepito la presenza di Aloisius, una mattina piovosa
di un anno insulso, simile a tanti altri. La pioggia, appunto, mi aveva spinto a rifugiarmi in quella chiesa, e lì, seduto in un cantuccio poco in vista ne ho approfittato per guardare l’architettura del monumento, le sue vetrate, i suoi arredi, ma soprattutto, l’imponenza delle colonne portanti, costruite con pazienza e perizia, pietra su pietra, ognuna scolpita ad hoc, tale da essere, perfettamente, tetto della precedente e solida base della superiore.

E ad un certo punto ho avuto l’impressione che qualcuno mi parlasse, sono certo di aver visto una figura rannicchiata alla base della colonna di destra, solo che a meglio osservare, mi sono reso conto che in realtà questa presenza non era affianco alla colonna bensì all’interno della stessa. Mi sento dire: ”Mi vedi? Mi senti?” “Si risposi, e l’altro” so chi sei, o meglio so quale è il tuo pensiero, so che sei come me, altrimenti non potremo comunicare, io sono Aloisius” “Anche io mi chiamo Luigi”
ma spiegami chi sei e perché io sarei come te.” “Sono un costruttore di Cattedrali, o se preferisci, uno scalpellino, quasi 600 anni da oggi, insieme ad altre decine di carpentieri, muratori e maestri della pietra, ero qui a lavorare alla edificazione di quest’opera commissionata da una famiglia devota suddita della chiesa romana.

Il lavoro era duro, ma emozionante, con le mie mani ho prima forgiato gli attrezzi per poter poi squadrare e formare le pietre, in modo tale che l’incastro seguisse esattamente il disegno del progetto.

E giorno dopo giorno, ho visto crescere queste mura. Il problema era che io non ero ben visto dai compagni e soprattutto dai monaci appaltatori, il perché lo puoi intuire,
io non ho mai creduto a tutte le infami menzogne della chiesa, io sono un uomo libero
dalle pastoie della religione, qualunque essa sia.

Ma il mio difetto era ed è di non saper tenere

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   13 commenti     di: luigi deluca


Il funerale

Su chi fosse il deceduto non v'erano certezze.
C'era chi sosteneva che il poverino fosse un adolescente nato da una famiglia sbandata e finito in strada a sopravvivere di stenti.
Altri ipotizzavano che il disgraziato fosse un uomo e che dopo uno splendido avvio, avesse sperperato tutte le sostanze in scriteriati investimenti in borsa che ne avevano decretato il fallimento umano ed economico.
Un gruppo sosteneva che il defunto in realtà fosse una defunta. Una donna vezzeggiata dai potenti, i quali con piccole regalie l'avevano convinta ad avere con loro alcune prestazioni sessuali e poi con false promesse l'avevano abbandonata sul ciglio di un marciapiede a prostituirsi per pochi euro.
Alcuni affermavano che la defunta fosse una donna adulta con la testa da bambina. E pareva che anche i genitori fossero mezzi deficienti, affetti da manie di grandezza e con la passione per gli slogan. Una famiglia dove il "motto" era l'eccezione e la regola, il dubbio e la sicurezza.
Si era scelto un funerale in forma privata, proprio per far passare in sordina il senso di fallimento dei più cari, i quali non facevano cenno sulle proprie responsabilità, ma addebitavano la morte del povero o della poveretta al mistero, al caso, all'inclemente destino.
Costoro avevano costituito una raccolta di regolamenti che avevano chiamato: "codice etico" nel quale c'era scritto che ogni famigliare doveva essere onesto, moralmente integro, trasparente, affidabile e responsabile verso gli altri componenti. A chi fosse rivolto il codice etico non si è mai capito, dal momento che i più corrotti erano i fondatori del codice stesso.
Per risparmiare denaro si era dato l'incarico della commemorazione delle esequie ad un poveretto, bravo e volenteroso; sordo dalla nascita e diventato muto per le percosse ricevute. Costui avrebbe svolto la funzione religiosa in una chiesa sconsacrata, utilizzando la gestualità dei sordomuti.
Un amico della famiglia, esperto in marketing aveva cont

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   0 commenti     di: Fabio Mancini


Storia breve di un paio di scarpe

Il viaggio era cominciato dalle parti della piccola città, sul fiume. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma nessuno pensava che così pochi di noi ce l’avrebbero fatta. I primi a lasciare la compagnia furono i tacchi. Arrivati al primo avamposto, senza dire né a né ba, s’alzarono l’un l’altro (vale a dire alzarono i tacchi) e chi li vide più. Di certo se se ne andarono, significa che si portavano dentro un grosso peso. Fu in ogni caso un peccato perderli così: erano pur sempre persone di un certo spessore.
A seguire il loro esempio, dopo molti chilometri, furono le suole. Tuttavia la loro dipartita fu salutata da molti con un certo sollievo. Infatti, manifestavano (e devo dire, con insolita costanza, per delle personalità così piatte) una forte tendenza a calpestare l’altrui parere o volontà. Ad ogni modo al loro allontanarsi, l’atmosfera tra i membri di quest’inedita spedizione, sembrò farsi molto più distesa.
Dico sembrò, perché purtroppo gli eventi dovevano volgere al peggio nel giro di qualche ora. Il repentino abbandono delle suole permise ad altri di mettersi in mostra, anche se sotto una cattiva luce. Le suolette (questa la loro identità), della cui presenza quasi nessuno si era accorto, cominciarono in breve ad ottenere l’attenzione generale. Ma questo solo a cagione delle querule lamentele che a ritmo incessante essi volgevano ora ad uno, ora ad un altro, tutte di questo tipo:
“Rallentiamo, il terreno è troppo accidentato, usciranno delle vesciche” oppure:
“C’è troppo umidità, poco poco stasera ci avremo di quei reumatismi…” e così via.
Poi quando ti offri di aiutarli, ti guardano con aria schifata e ti rispondono:
“Allontani quelle manacce sozze! Ce la caviamo benissimo da suole.”
C’è poco da meravigliarsi, questi tipi dell’interno, leccapiedi patentati, vivono con la puzza sotto al naso. Ma, com’era prevedibile, non resistettero che poco, pochissimo tempo in quella situazione avversa.

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   14 commenti     di: paolo mongillo


Un contratto davvero impossibile (ultima parte)

Dieci anni dopo.
La massiccia VolvoXC90 aggredì l'erta strada calma e sicura così come lo era colui che la guidava. Roberto provava un piacere immenso alla guida dell'ingombrante mezzo. Al suo fianco Rosa se ne stava languidamente abbandonata sul sedile. Sembrava dormisse. Sul divano posteriore la consueta vivacità dei due giovanotti era ben tollerata dai genitori benché non facessero altro che punzecchiarsi a vicenda. Lo avevano sempre fatto, fin da bambini, quando riuscivano a creare un trambusto insopportabile. Mario, appena diciottenne, ogni tanto brontolava perché il padre non gli permetteva di guidare e Gino, sedicenne, ne approfittava per sfotterlo.
"Ragazzi state calmi, lo sapete che vostro padre si infastidisce" ammonì Rosa senza peraltro spostarsi di un millimetro dalla posizione che aveva comodamente trovata.
"Roberto, comincio a sentire l'aria fresca della montagna, non si potrebbe accendere il climatizzatore? Rosa era sempre stata freddolosa, per lei l'estate era da considerarsi una stagione fantasma, neanche il tempo d'arrivare che già era passata. Comunque Roberto, di buon grado, accese il climatizzatore automatico.
"Va bene così?" chiese premuroso.
"A quanto l'hai messo?" domandò lei poco convinta.
"A venti gradi"
"Forse è meglio portarlo a ventiquattro. Più si sale e più l'aria si fa fredda. Lassù in paese farà freddo stasera" Roberto non replicò, rivolse la sua attenzione alla strada. Stavano percorrendo il tratto più tortuoso della salita che portava a Montepiano, quello in cui potevi vederti arrivare addosso qualche scavezzacollo che tagliava pericolosamente le curve. Anche Rosa non desiderava imbarcarsi in una discussione e i due giovanotti dietro se ne stavano calmi e tranquilli a giocare con i loro diabolici arnesi.
Già, il diavolo! Se n'era dimenticato. Eppure ricordava ogni singola parola del colloquio avvenuto dieci anni prima, delle argomentazioni con cui aveva rifiutato di sottoscrivergli il contratto, delle con

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   5 commenti     di: Michele Rotunno



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