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Racconti di ironia e satira

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Poesie mediche: arteriosclerosi

E arrivati al mare fare immersioni lunghe
E profonde
Ma attenzione...
Se le parole non giungono chiare, solo confuse

Più che di empatia
Potrebbe trattarsi di embolia...

Se poi se ci si esprime in prosa
O con dei versi in rima e in poesia
Che differenza vuoi che ci sia?
È sempre la stessa cosa...

Se l'aria va in vena
Nella prosa
È più lenta come in una novena
Quando poi va in un'arteria
Come nella poesia
La situazione è più seria
Va l'aria diretta al tuo cuore
Con o senza amore
Ma sempre con gran dolore...



Le lacrime e la pizza

 Ma che fai, piangi?
 No, non è niente... non ti preoccupare...
 Ma come non ti preoccupare, dai... io ti bacio e tu piangi? Non è normale...
 Veramente... non è nulla.
 Bacio tanto male?
 Scemo. Non sei tu.
 Eh... ma qua ci siamo solo io e te.
 Volevo dire che la colpa non è tua.
 E allora di chi è?
 Di nessuno.
 Ora è tutto molto più chiaro.
 Ma lo vedi che sei scemo? Intendo dire che la colpa non è tua, come non è mia, perché non esiste nessuna colpa!
 Scusami, e allora qual'è il problema?
 Il problema è che ti amo.
 Eh...è un problema che ho anche io.
 Si. Ma tu non piangi.
 Non ancora. Ma se continuo a non capirci niente vedrai che piango pure io...
 Hai un fazzoletto?
 Tieni.
 Grazie. Come devo fare a spiegarti?
 Non lo so... tu provaci però.
 Tu quanto mi ami?
 È una domanda a trabocchetto?
 Scemo. Allora, quanto mi ami?
 Eh... direi...
 Diresti?
 Direi che ti amo... tanto. Anzi di più.
 Quanto di più?
 Non lo so... cioè lo so... ma non si può dire. Non c'è modo di dirlo.
 Ecco, lo vedi?
 Mi sta sfuggendo qualcosa...
 Anche io ti amo, e questo lo sai no?
 Si.
 Ecco... anche io ti amo di più. Ma è un di più che non si può spiegare a parole. È un di più che non mi basta più baciarti per dirtelo. Non mi basta più abbracciarti. Non mi basta sentirti respirare vicino o dividere con te ogni momento, dal più importante al più banale. E allora piango. Piango perché c'è 'sta cosa immensa dentro di me che vuole uscire. Che deve uscire. Ma non esiste una sola parola o un solo gesto che la possa esprimere. E così si trasforma in lacrime e viene fuori. Sono lacrime d'amore, mica altro. Se ci fosse una parola, io la direi... o se ci fosse un gesto io lo farei. Non mi basta più neppure farci l'amore con te!
 Eh... e che, lo vuoi fare a tre?
 Ma sei scemo forte però!
 Scherzavo. Ho capito quello che

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Navigator

Ho cominciato ad avere seri dubbi circa il funzionamento del mio navigatore satellitare la settimana scorsa quando, per lavoro, mi sono dovuto recare a Foggia. Sono partito all'alba di una afosa giornata e per non perdere tempo lungo la strada ho posizionato il navigatore nel suo innesto sul parabrezza.
Considerato che il suo utilizzo si rendeva necessario in prossimità di Foggia, città in cui mi recavo per la prima volta, dopo averlo acceso ho dato la destinazione e messo il volume a zero per non essere disturbato da inutili segnalazioni.
Ad una trentina di chilometri da Foggia, appena iniziato un lungo viadotto di circa sei chilometri, ho alzato il volume e subito dopo, neanche avessimo avuto un appuntamento, Lei, la fredda voce della speaker si è subito fatto sentire.
"Spostarsi a sinistra. Tra ottocento metri svoltare a sinistra"
Ma che sta dicendo, svoltare a sinistra sul viadotto? Ma è diventato scemo! Istintivamente, comunque, allento la pressione sull'acceleratore e aguzzo gli occhi, non si sa mai qualche lavoro in corso, un incidente o un accidente qualsiasi. Niente, orizzonte libero. Inoltre in quel momento il traffico era pure ridotto. Lancio un'occhiataccia al navigatore mi appresto ad accelerare.
"Mantenere la sinistra. A trecento metri svoltare a sinistra"
Ah, ma lo fa apposta. Ma non c'è un cazzo sulla strada! Esclamo irritato. Ignoro il messaggio.
"A cento metri svoltare a sinistra"
Ma che gli prende? Sta a vedere che il caldo e il sole sul parabrezza gli ha rovinato qualche sensore.
"Svoltare a sinistra - lo ignoro di nuovo - Ricalcolo percorso"
Mi lascio sfuggire un sardonico sorriso, è la vendetta dell'uomo sulla macchina. Però mi preoccupa la situazione, tra non molto quell'accidenti mi dovrà servire.
"Tra trczchilometri fare un'inversione a U"
Cribbio, questo è completamente fuso. A quanti chilometri ha detto? Si mangia pure le lettere.
"Ricalcalo percorso. Tra ottocento metri svoltare a destra. Mantenere

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


tout court

Tout court
Ogni altro nome, personaggio o riferimento diretto è puramente casuale. Alcuni
sketch sono popolari, altri frutto di fantasia dell’autore.

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Primavera 2007, a Brescello, sulla riva del Po; sono tra i pescatori ed osservo incuriosito un anziano parmense che sta accanto a me. Ha tirato su una grossa trota, ma non doveva essere soddisfatto delle sue dimensioni perché il pesce è stato rigettato in acqua. Ripete la stessa cosa la seconda, poi la terza e quarta volta! Alla fin fine, un piccolo luccio ha abboccato all’amo. Quel pesce gli va bene! Sorridendo felice, si prepara ad andarsene.
Gli chiedo, non potendo trattenere la mia curiosità, perché non ha tenuto quelli più grossi L’affermazione dell’anziano è: “Caro amico, ho una sola padella troppo piccola.”

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Ho accompagnato la mia cara mamma ottuagenaria dal dottor Rossi, un medico che conosco da tempo, neurologo di fama e uomo dalle idee moderne, ed sono lieto di constatare che ha appena realizzato un impianto di filodiffusione nella sala d’aspetto. “Fantastico! Splendida iniziativa.” medito; e, mentre ascolto compiaciuto una sonata al pianoforte, ho udito mia madre dire alla coetanea che le sta attigua: “Che bellimbusto, questo dottore! Ha una sala piena di suoi pazienti e se ne sta lì dentro a suonare il pianoforte!”

**********

Mia collega Sonia è giunta in laboratorio di liuteria con una mezz’ora di ritardo. Il capo reparto le ha rammentato che non vi ci sarà più nessuna giustificazione al successivo ritardo.
“Che cosa ti è successo? Ti si è rotta la sveglia!”
“Stamane ho incontrato un tipo, in città, e ho capito subito che era un attaccabrighe. Ha cominciato a insultarmi. Mi ha detto una serqua di male parole e mi ha perfino minacciata.”
“Santo iddio! E… dove lo hai incontrato questo mascalzone?”
“Lo ho investito con l’automobile. Un braccio e un piede fratturati.”

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La signora Daccanto (d'accanto)

Non è dato saperne l'età, non l'aspetto, tantomeno lo stato civile.
All'inizio, ed anche dopo, per un certo periodo in poi, quando mia suocera cominciò a parlarmi di lei, pensavo che Daccanto fosse il cognome e chiesi, senza fortuna, quale fosse il nome di battesimo...
Lei vive in condominio, quello di mia suocera.
È presente in tutte le conversazioni... di mia suocera e, come lei, ne condivide paure (molte), sospetti (moltissimi) e speranze (quasi nessuna). La Signora Daccanto è sempre informatissima su tutto, al confronto l'Ansa sembra un giornalino studentesco, è anche prodiga di consigli per chiunque e su qualunque cosa. Non ama il Governo, indipendentemente dal colore, non sopporta la politica, in generale, che considera un'associazione a delinquere, saprebbe bene lei cosa fare...
Considera la democrazia un errore della Storia e, a suo parere, bisognerebbe non votare nessuno... tanto poi rubano tutti!
È per la pena di morte e apprezza profondamente alcuni aspetti della cultura islamica fondamentalista riferiti alle pratiche di giustizia... ai ladri bisognerebbe tagliargli le mani!
La sua casa, si dice, o almeno, riferisce mia suocera, è del tutto inespugnabile: doppia porta blindata, persiane di sicurezza, vetri antiproiettile, impianto antintrusione e di videosorveglianza interno-esterno collegato telefonicamente 24 ore su 24 con la questura... anche se poi... chissà quando arrivano... quelli! La sua sfiducia comprende tutte le forze dell'ordine oltre, ovviamente, alle altre istituzioni in generale.
La sua dispensa accoglie ogni genere di provviste e le scorte hanno durata semestrale per alcuni generi, annuale per altri e decennale per altri ancora, secondo le previsioni geopolitico-catastrofistico-naturali che formula con frequenza giornaliera.
Un giorno sono andato a trovare mia suocera, a casa sua, non c'ero mai stato, vive in un villino isolato... non l'ho avvertita prima... non c'era (forse)!

   8 commenti     di: Flavio Casgnola


Il calcio sui maccheroni

E poi ci sono i giorni in cui ti dicono: "Non capisci mai niente", e non puoi nemmeno dargli torto perché non ha mai capito se ti dicono "non capisci mai niente" oppure "Non capisci! Sai niente!". Come a dire che loro sanno tutto.
Quasi che poi fosse tutto chiaro, che poi fosse tutto limpido, che poi fosse tutto pronto. Che poi fosse, che poi fosse, che poi fosse. Del senno di poi sono piene le fosse, dico io. Il congiuntivo implica incertezza. Peggio ancora quando è imperfetto. E se fosse così? E se fosse colà? Il congiuntivo ci rende mortali, è per questo che abbiamo i piedi nelle fosse, e non nell'è, o nell'era. Ma quale era poi? La nostra era?
Prendiamo la nostra era allora, e prendiamo quelle scorse. Siamo passati dai nobili sui cavalli ai cavalli sui mobili. Adesso andiamo in giro con la macchina. Abbiamo acquistato mobilità ma abbiamo perso nobilità. Vedete che non si capisce allora? Io perciò vado a metano, che è un gas e anche se non è nobile porto pazienza. Vado piano, non inquino e non consumo. Guido un'autonobile, io.
"Non capisci mai niente", dicono, ma è il mondo che strano, è il mondo che è incomprensibile. È un mondo che ha bisogno dei martelli stradali per farti andare avanti. Sono degli avvertimenti, i martelli stradali. Sono minacciosi: Stop. Alt. Divieto di Accesso. Pericolo di Torte. Guai a disubbidire, ai martelli stradali.
Poi ci sono le trecce a dirti dove devi girare. Ma è sempre stato così, te lo insegnano fin da piccolo, quando già nelle favole ti raccontavano che la principessa sta sulla torre a lanciarti la sua treccia dorata, dicendoti "vieni, raggiungimi". Le principesse ci danno indicazioni tramite le trecce. E prenderle tutte non è facile, è come un perno al lotto.
E poi mi arrabbio, come l'altro giorno, che tutti in ufficio mi facevano: "Senti c'è da fare... Senti hai visto quella cosa... Senti hai richiamato questo tizio..." . E io non ce la facevo più, e allora volevo scappare via, perché stavo male. Av

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   6 commenti     di: Moment


Le vacanze degli innocenti

“Le vacanze degli innocenti”
di Vittorio Frau
Ritengo di essere una persona “normale” se con questo termine vogliamo indicare una qualunque persona che si adatta ai comuni stereotipi che dal momento della nostra nascita a quello della dipartita ci accompagnano nei gesti quotidiani, se non fosse per un piccolo problema che mi fa sentire in qualche modo “fuori” : odio con tutte le mie forze le vacanze, in modo particolare i viaggi all’estero e i campeggi. E non sopporto sentir parlare di “vacanze intelligenti”, perchè, e ricordatevi bene queste parole, le vacanze non sono mai intelligenti, né riesco a ritenere tali coloro che le attendono per undici mesi e quindici giorni l’anno.
Non che si tratti di un odio per partito preso, questa mia avversione è frutto di un serio ragionamento effettuato dopo aver fatto le mie belle esperienze.
Devo ammettere di provenire da una realtà familiare in cui grazie al cielo le vacanze hanno sempre avuto una scarsa importanza e la mia infanzia è piena di dolci ricordi persi nei torridi pomeriggi dell’agosto cittadino, quando tutti i rompiballe si allontanano dalla città, lasciandola fra le mani di chi sa godersela in ogni suo attimo.
Il mio esordio, il primo contatto cioè con la realtà delle vacanze risale al lontano 1978 quando, tenero quattordicenne avido di avventure da poter raccontare, organizzai con alcuni amici il primo e purtroppo non ancora ultimo campeggio della mia vita.
La frase che riporto qui sopra “avventure da poter raccontare” non è casuale: sono fermamente convinto che se ai villeggianti qualcuno impedisse di raccontare in giro l’andamento delle proprie vacanze, questi ultimi non esisterebbero. È un po’ come per le discoteche (sulle quali quando diventerò famoso scriverò un intero libro), infatti sono convinto che l’ottanta per cento dei frequent

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   1 commenti     di: Vittorio Frau



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