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Racconti di ironia e satira

Pagine: 1234... ultimatutte

Essere o non essere

Martina al centro del palco imbarazzata, posa una grande valigia rigida.
"Beh, ecco, perché è che vorrei andare a Berlino. Anzi, cioè, veramente, vado a Berlino! (ride eccitata ) È che non mi fido a lasciarla dietro, e' che dentro c'ho i bilgietti e tutto. Proprio dopo il provino. Perché non credevo proprio di essere presa a fare il provino, capito? Avevo fatto la domanda una cifra di tempo fa e non ci credevo proprio... Si a Berlino faccio un corso di mimo. No, il tedesco non lo so... beh, faccio il corso di mimo apposta, tanto non si parla mica col mimo... si fanno le facce si cammina con una lastra di vetro in mano, si beve una tazzina di caffè che scotta, tipo così, ecco (prova a mimare) Poi imparo a camminare sui trampoli, faccio tipo il teatro di strada, una cosa del genere. Ho quasi imparato a fare la verticale, vuole che la faccio? Ok, ok, dicevo così. No ma se vuole la faccio, non ci sono problemi. Ok va bene, va bene, non c'è problema, non la faccio. Si mi piace perché mi libera, trovo un rapporto diverso con il mio corpo, la gestualità e lo spazio circostante, capito? Mi piace molto un tipo di espressività gestuale, capito? Come dire, mi piace tipo la gestualità, insomma, ecco, capito che voglio dire? Vado con un mio amico. Si, lui mi accompagna perché ho paura dell'aereo. Cosa? Ah si, giusto, ecco... scusi... si ho fatto il metodo Stanivslaskij ho recitato Strindberg, Pirandello, Becket e poi altri, Ibsen per esempio... si anche Shakespeare, certo. Adoro Shakespeare. Ah, poi anche Collodi. Sì, una rilettura di Pinocchio, costruito in materiale ignifugo... Si, sa quando Pinocchio si addormenta con le gambe sul camino e si sveglia che hanno preso fuoco? Ecco, l'idea è quella di rifare Pinocchio in materiale ignifugo, in modo da capovolgere il momento del conflitto, capito?... Beh, si, ho preparato alcuni brani. Vuole che comincio subito? Cosa? Scusi... e' che non ho capito... sa con le luci negli occhi... non si vede niente in

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   1 commenti     di: Giacomo D'Alia


Monologo teatrale: Il Panda deve Morire.

“Ecologia nun vor dì sarvamo er panda!”
Ci disse il nostro professore il primo giorno di università alla facoltà di ecologia, per l’appunto..
Ed infatti è così. Ma non perché ecologia non significhi salvare il panda, semplicemente perché il panda deve morire.
È una certezza.
È un dato di fatto.
È una grande verità.
Anzi, mi domando come mai non si sia ancora estinto!
No, non faccia quella faccia scandalizzata..
Si, lei..
“Ma come, un ecologo che vuole uccidere il panda??”
Proprio così. Ma è proprio perché sono un ecologo lo dichiaro. Avendo studiato le catene trofiche, la selezione naturale, l’evoluzione e tutte le altre belle cose concernenti questa materia, mi stupisco come questo animale così.. così..
Non lo so neanche definire..
Come questo animale sia ancora in vita.

Qual è il suo ruolo nell’ecosistema cinese?


..
Farci i peluche della Trudy.
Ecco qual’è.

“Eh ma che vuol dire, allora anche le zanzare non servono a niente!”
Mi dirà lei..
E invece no..
Le zanzare sono l’alimentazione principale di molti uccelli insettivori, di alcune larve acquatiche, fanno spendere capitali per combatterle, trasmettono malattie quali la malaria..

Saranno pessimi elementi di cui faremmo volentieri a meno, ma almeno, anche se nel male, qualcosa fanno!!

Il panda no.

Il panda mangia bambù!

15 ore al giorno mangia bambù!

Non puoi dormire e mangiare tutto il giorno!
Fatti predare! Almeno qualcuno che serve a qualcosa mangia!
No.. Perché il panda non ha predatori! Sta bene lì a mangiare i suoi quintali di bambù giornalieri.
Riproduciti!
Almeno il wwf salverebbe specie che hanno un ruolo invece che spendere miliardi su di te, o panda.
No..
Il signorino non si riproduce in cattività.
Vuole l’intimità!, il signorino.
Deve trovare la partner giusta per lui, il panda.
Ma io dico: Sei in pericolo di estinzione?
E ALLORA SCOPA!
Anche Marzullo riuscirebbe a riprodursi se fossimo

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Le lacrime e la pizza

 Ma che fai, piangi?
 No, non è niente... non ti preoccupare...
 Ma come non ti preoccupare, dai... io ti bacio e tu piangi? Non è normale...
 Veramente... non è nulla.
 Bacio tanto male?
 Scemo. Non sei tu.
 Eh... ma qua ci siamo solo io e te.
 Volevo dire che la colpa non è tua.
 E allora di chi è?
 Di nessuno.
 Ora è tutto molto più chiaro.
 Ma lo vedi che sei scemo? Intendo dire che la colpa non è tua, come non è mia, perché non esiste nessuna colpa!
 Scusami, e allora qual'è il problema?
 Il problema è che ti amo.
 Eh...è un problema che ho anche io.
 Si. Ma tu non piangi.
 Non ancora. Ma se continuo a non capirci niente vedrai che piango pure io...
 Hai un fazzoletto?
 Tieni.
 Grazie. Come devo fare a spiegarti?
 Non lo so... tu provaci però.
 Tu quanto mi ami?
 È una domanda a trabocchetto?
 Scemo. Allora, quanto mi ami?
 Eh... direi...
 Diresti?
 Direi che ti amo... tanto. Anzi di più.
 Quanto di più?
 Non lo so... cioè lo so... ma non si può dire. Non c'è modo di dirlo.
 Ecco, lo vedi?
 Mi sta sfuggendo qualcosa...
 Anche io ti amo, e questo lo sai no?
 Si.
 Ecco... anche io ti amo di più. Ma è un di più che non si può spiegare a parole. È un di più che non mi basta più baciarti per dirtelo. Non mi basta più abbracciarti. Non mi basta sentirti respirare vicino o dividere con te ogni momento, dal più importante al più banale. E allora piango. Piango perché c'è 'sta cosa immensa dentro di me che vuole uscire. Che deve uscire. Ma non esiste una sola parola o un solo gesto che la possa esprimere. E così si trasforma in lacrime e viene fuori. Sono lacrime d'amore, mica altro. Se ci fosse una parola, io la direi... o se ci fosse un gesto io lo farei. Non mi basta più neppure farci l'amore con te!
 Eh... e che, lo vuoi fare a tre?
 Ma sei scemo forte però!
 Scherzavo. Ho capito quello che

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Questioni di caccole...

Un normalissimo pomeriggio infrasettimanale.
Stavo finendo di vestirmi per andare al lavoro.
I capelli morbidi e umidicci perché li avevo appena lavati, ondeggiavano al soffio di un leggero vento.
Il viso carino e pulito che odorava di sapone. Il burro cacao sulle labbra me le aveva accentuate.
Era ora. Pronta, tutta carina m’infilo in auto.
Nonostante il vento fresco, il sole aveva infuocato l’aria interna dell’auto. Una vampata di calore mi accentuò le guance, costringendomi ad aprire il finestrino per cambiare aria.
Di solito ci metto una ventina di minuti in auto per arrivare al lavoro.
Arrivo al primo semaforo sulla superstrada, sono costretta a fermarmi, anche se il colore è arancione c’è l’autovelox  fisso quindi mi fermo anche se dietro suonano.
Guardo senza darci peso, i conducenti e passeggeri nelle altre auto… annoiati e noiosi.
In fondo alle tre e mezza del pomeriggio chi vuoi incontrare per strada? Gira solo gente che è costretta ad uscire, quindi non possono certo fare salti di gioia e capriole.
Non avevo mai fatto caso a quanta gente si mettesse le dita nel naso o meglio non ci davo peso quindi non mi rimaneva impresso nella mente, li guardavo perché non c’era niente da guardare.
Verde! Si riparte.
Quel pigro pomeriggio mi sembrava particolarmente sonnolento quindi me ne andavo tranquilla senza correre. Gli unici movimenti che si percepivano era quello del vento che muoveva leggermente le foglie degli alberi a bordo strada e le auto che mi superavano, poiché sono una lumaca nei punti dove si nascondono i vigili, carabinieri e compagnia bella. Mi diverto un mondo (sono un po’ stronza) a veder spuntare la paletta da dietro un cespuglio e fermare l’auto che mi ha appena superato. Ciò mi appaga dentro… non so il perché… ho maturato questa cosa da quando avevo il motorino.
Non mi piace la gente che mi sorpassa solo perché ha l’auto più grossa o perché al volante c’è un uomo.
Il secondo semaforo mi av

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Ad ogni modo, non avrei potuto fare di meglio.

Il trillo del campanello mi ha svegliato come nemmeno la voce stridula di mia madre avrebbe potuto fare. Nel tragitto dal letto alla porta mi sono infilato un paio di mutande risultate essere, da esame più attento, di proprietà femminile non ben definita. Forse la brunetta del pub di ieri sera? No, quella era l’altro ieri. E con forte probabilità se n’è andata a casa senza mutande, considerato che ora le sto indossando io.
Il passaggio davanti allo specchio dell’ingresso mi rimanda l’immagine di uno scampato ad evento tellurico, o meglio, di una persona che non ce l’ha fatta a scampare.
Il campanello insiste, e libera altri decibel incazzati che come orda di cani da caccia si avventano sui miei timpani inermi. “Un attimo, echeccazzo!” strepito litigando con la serratura che non collabora.
Spalanco la porta pronto ad inveire contro la signora Maida, che a mattine alterne arriva dritta dritta dalla Moldavia per pulire la mia non proprio immacolata dimora.
Ma davanti mi si para un volto serio col ciglio arcuato, sopra un lungo collo stretto in un collare bianco su vestito blu scuro. Don Parini. Merda. La benedizione di Pasqua. Il post it di Maida sul frigo, quello che ieri sera, rientrando, non sono riuscito a tradurre correttamente dall’ucraino. “signor Alberto domani mattina ale 9 don panini per pascua. Sue camice in armadio buonanote, maida”.
Dietro il prevosto ci sono, intimiditi e fuori luogo, due chierichetti femmina di otto o nove anni. Una, smilza e più alta, regge la borsa di cuoio del prete e accenna un sorriso interlocutorio. L’altra, decisamente più tracagna, arrossisce e sghignazza sotto la mano a cucchiaio.
Don Elio Parini borbotta un veloce “ma porporella, non si può farsi trovare così…” ed altre disapprovazioni di rito. “Don Pariniii!” approccio amabile coprendomi col centrino che mia madre ha insistito per piazzare sul mobiletto accanto all’ingresso, “…non l’aspettavo le chiedo scusa se mi dà un i

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MMetropolitana

Io, in quanto tale, uso per andare a lavorare la metropolitana.
So, perché me l’hanno detto, che in Inghilterra e in tutti i paesi dove l’Inglese la fa da padrone, che questa si chiama underground, o giù di li, che in breve vuol dire sottoterra, che mi sembra appropriato e semplice per definire il dove, ma alquanto vago per definire il come.
Qui, come dicevo, dove lavoro io, la stessa si chiama metropolitana che dev’essere una parola che viene fori dal latino o dal greco antico, lingue morte e seppellite.
C’è da dire che l’inglese invece vive e vegeta (buon per lui) e spadroneggia pure, tanto che ormai lo si parla in tutto il mondo. Così mi dicono.
C’è da dire che su questa metropolitana, che in fin dei conti è un po’ treno e un po’ autobus (solo che va sottoterra), non sono quasi mai da solo. Anzi, a pensarci bene proprio mai.
Se poi ci salgo negli orari giusti, che mi hanno detto essere di punta (chissa che punta?), ci salgo proprio a pelo, che se non sto attento lascio qualche pezzo fuori dalla porta che si chiude.
Sulle porte della metropolitana ci hanno fatto anche un film, ma questa è un’altra storia. Comunque le suddette porte non sono come quelle di casa che si aprono e si chiudono sui cardini, ma vanno qua e la sui binari, e prima che ghigliottinino qualcuno di solito fanno un suono di sirena. Io, in quanto me, mi diverto proprio un sacco a salire mentre suona la sirena, e i pistoni delle porte soffiano, perchè mi viene da pensare: “pensa se rimanevo fuori”. E questa è un po’ la trama del film di cui si è detto.
Salire quando suona la sirena si può fare solo se non è orario di punta perché si necessita di un certo slancio e di un po’ di spazio per frenare, che se è pieno di gente viene fuori un frittatone, e a qualcuno potrebbe non piacere. Nemmeno a me a pensarci bene.
Comunque io, qua, mi diverto anche così.
Quando si esce dalla metropolitana, spesse volte si chiede permesso, e spesse volte si spinge un

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   8 commenti     di: Umberto Briacco


Ultime da Wikyleaks

Passate le feste, svelati li santi ( o quasi).
Lo sapete cosa è riuscito a scoprire quel discolo di Julian Assange?
Babbo Natale e la Befana, da secoli le due leggendarie Supericone più globali sulla faccia della Terra, sono - udite udite - nientepopodimenoché: la stessa persona!

La misma persona... same person... die gleiche Person... la meme personne... così eccheggia la sconvolgente rivelazione nei media nei vari Paesi.
Sì, avete letto bene: l-a s-t-e-s-s-a p-e-r-s-o-n-a.
Ma noooo!, direte voi.
Ma sììììì!, afferma Wikileaks, con tanto di documenti e intercettazioni alla mano.

Capisco la vostra delusione che è anche la mia e, probabilmente, quella di milioni di bambini, ma questa sembra essere la dura realtà!
E poi, Assange o un altro, poco conta... presto o tardi la verità doveva venir fuori. Per questo genere di segreti vale infatti la stessa regola dei segreti di stato.
Dopo un tot di anni, si aprono gli archivi e apriti cielo!...
E stavolta archivi e cielo sono stati aperti, violati, in anticipo. Rovesciandoci addosso le loro crude e spietate verità. E adesso?
Adesso cercheremo di sopravvivere. Di farcene una ragione. Pensando che non tutto il male viene per nuocere. Procediamo con ordine.

Non si può certo nascondere che per noi adulti sia un colpo assai duro, da cui forse impiegheremo anni, decenni a riprenderci completamente...
Quanto ai bambini : morto un papa se ne fa un altro. L'importante è che non venga interrotto il flusso dei regali.
Per loro, anime ingenue, che il benefattore sia uomo e donna, padre e madre nello stesso tempo non è una bestemmia come per la Chiesa, quando quel temerario di Papa Giovanni Paolo svelò che Dio è padre ma anche madre. Non l'avesse mai fatto! Tapino!

Fin qui, dunque, tutto sembrerebbe ricomponibile. Non fosse per il nome che si nasconda dietro le due mitiche figure. Che non mancherà di innescare nuove polemiche.
Anche perché quella che sembrava fi

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