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Racconti di ironia e satira

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Guardie e ladri

Il mio primo tentativo di sconfiggere la 'sindrome da pagina vuota' che affligge lo scrittore, fu quello di estrarre dieci vocaboli in maniera casuale dal vocabolario e cercare di unirli in una costruzione di prosa plausibile ( 'Mi scappa da scrivere').
Avendo ottenuto un ottimo risultato, nel secondo esperimento ( 'Quando il gioco si fa duro...') complicai un po' le cose estraendo 5 vocaboli per la trama, 5 per il personaggio numero 1, 5 per il numero 2 e 1 vocabolo jolly. Anche questo tentativo mi venne bene.
La terza prova ('il racconto rubato') fu quella di creare un racconto scorrevole e di senso compiuto utilizzando e incastrando fra loro pezzi di frasi e interi periodi tratti da tre romanzi famosi differenti.
Ora, avendo voglia di scrivere un racconto e trovandomi a corto di idee, mi sento pronto per una nuova sfida. Vorrei utilizzare ancora il vocabolario immaginando un'ambientazione classica da guardie e ladri o da criminale e poliziotto. Estrarrò 10 vocaboli per chi fugge e 5 per chi insegue ( diamogli un po' di vantaggio...). Chi fugge ne userà 2 chi segue 1 fino a matematico esaurimento.
Inoltre e per primi, estrarrò 3 vocaboli jolly da utilizzare in qualsiasi momento e 1 vocabolo ' colpo di scena' da usarsi obbligatoriamente alla fine del racconto.
La regola come al solito rimane sempre la stessa:mai scartare un vocabolo. Se esso risultasse astruso e all'apparenza impossibile da collegare agli altri, lo si può tenere in sospeso fino a quando non si riesca a trovare un collegamento.
Iniziamo:



VOCABOLI JOLLY:

CANFOSOLFONICO: Agg. (pl. m. -ci). Acido derivato dalla canfora e contenente il gruppo solfonico; è dotato di proprietà terapeutiche simili a quelle della canfora.

GRAVIDISMO: s. m. L'insieme dei sintomi che accompagnano la gravidanza.

RADIANTE: agg. 1. Che emette energia ( luminosa o calorica) per irraggiamento. Corpo riscaldante costituito da un serpentino piano a grande sviluppo, attraversa

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   6 commenti     di: matteo lorenzi


Neoreality Show

Era stato indetto per la prima volta il percorso spirituale di autocontrollo, tenuto dal medico giapponese Ociro Teng Acazim, presso l'oasi del fauno caduto, nel cuore dei monti prenestini: 13 bungalow in tutto, corredati di tutti i confort: lavandino con gettito di acqua minerale, bidet a forma di nuvola con idromassaggio, vasca con mani meccaniche massaggianti, doccia sauna, corredata di bicicletta con cambio shimano.
Quando il gruppo fu costituito, alla data fissata, illustri personaggi confluirono da ogni dove, per fare tesoro delle perle di saggezza orientale del famoso medico. C'erano le sorelle Lanuvia e Peruvia Perosa, due signorine gemelle, ottantenni, che a guardarle, veniva la pelle d'oca, tanto erano brutte. Nonostante la veneranda età, continuavano a sperare in un principe azzurro, anche uno da dividere in due. Il commendator Sestilio Peppececcetti, basso, grassoccio e pelato, noto imprenditore e inventore della scopa Carmencita, con lo sporco la fai finita, accompagnato dalla sua segretaria, Margherita Pallotta, esperta in pubbliche relazioni e marketing, una cavalla teutonica, con tanto di scollatura mozzafiato, che avrebbe fatto risuscitare persino un morto. E il morto era proprio il Duca Filippo Salta La Torre Di Lungo, cardiopatico, giunto da una nota clinica di Losanna, con tanto di equipe medica e macchinari per tenere sotto osservazione il debole cuore.
La signora Cesira Broccoletti, da Anzio, un'arzilla cinquantenne, invitata a tutti i talk show in TV, uscita dall'anonimato di una vita medio- borghese, per avere vinto i diciassette milioni di euro dell'ultima lotteria nazionale.
Lo stilista Pablos Pinzi Lacchero, un concentrato di movenze effeminate, giunto con il suo maggiordomo, dal curioso nome di Maciste, un nero pelato di circa un metro e novanta, ammasso di muscoli che terrorizzavano chiunque osasse ridere ad una sola delle "delicatezze femminee" del suo padrone.
La prima seduta fu fissata per le ore 17. 00 del lunedì. Tutti sedet

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   0 commenti     di: Wester Auxano


Io e la mia barba

Molto spesso una folta chioma diventa il modo di presentarsi al prossimo. Una pettinatura diversa, il vezzo di un ciuffo scomposto, l'accorciamento del taglio attribuiscono ad un uomo un segno di distinzione e qualche volta coadiuvano l'inizio di un cambiamento. Un nuovo look diventa esigenza per iniziare a vivere una nuova vita con l'auspicio di un buon proposito. Quante volte abbiamo detto: da oggi voglio cambiare! Sarò un uomo nuovo e la nuova acconciatura ci aiuta a perseverare nel proposito, a darci lo stimolo per ricordare di aver ricominciato e ci sostiene per non ricadere nei vizi che non ci piacciono.
Per me è differente, sono calvo, e quindi dirigo queste attenzioni alla mia barba.
Io e la mia barba stiamo bene insieme. Lei mi sopporta in silenzio e nel momento del bisogno si lascia accarezzare. Carezzarsi la barba, ti fa sentire meglio, ti fa pensare, ti fa prendere tempo e ti aiuta ad essere un uomo migliore. Ovviamente per un calvo è molto difficile crearsi un nuovo look, ed allora il pensiero ricade inesorabilmente alla cura della barba, baffo più lungo, baffo raso, linea sagomata, barba arruffata per i periodi di ferie e di ozio. È un'amica fedele, anche quando decidi di rasarla del tutto... lei ritorna... sempre... è una sicurezza... ed ogni volta ti sembra migliore. E se si riesce ad interpretarla ti porta con i piedi per terra... il suo colore inesorabilmente giorno dopo giorno diventa più bianco e ti ricorda che non sei più un ragazzino... tutti i giorni purtroppo!
Questa notte dopo essermi assopito per un paio di ore, gli occhi si sono aperti con decisione e nell'oscurità silenziosa notturna ho cominciato a pensare. Ho notato in molte occasioni che svegliandoti nel corso della notte ed un pensiero ti assale, devi dargli una risposta, devi prendere una decisione o quanto meno devi risponderti alla meno peggio sul da farsi del mattino seguente, altrimenti... addio sonno... non c'è verso... l'angoscia ti assale e di dormire no

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Il letto che si muove

Si stacca un istante dalle mie labbra, forse per respirare o per guardarmi negli occhi.
- Quest'anno il 23 novembre viene di domenica - dice.
Io la guardo senza comprendere e lei lo nota, perchè inclina lievemente la testa da un lato come fa sempre quando assume un'aria interrogativa.
Ma davvero non capisco. E quando accade corruccio la fronte e socchiudo gli occhi, ed anche nella penombra della stanza da letto la mia espressione è visibile.
Comincio a pensare.
Allora...
Più veloce.
Che cosa diavolo è il 23? Qualche festività? L'anniversario di qualcosa?
Natale, ovviamente, non può essere e neppure Capodanno, per cui stralciamo le feste comandate. Il suo compleanno o l’onomastico li escludo perchè, almeno quelli, me li ricordo. Oddio... sul secondo ho un paio di dubbi: ma comunque è nei primi mesi dell'anno, e non verso la fine.
Il nostro anniversario non è, perchè l'abbiamo festeggiato neanche un mese fa.
E quindi? L'anniversario della prima volta che abbiamo fatto l'amore? Della prima volta che le ho detto ti amo? Della prima volta che lei è arrivata puntuale ad un appuntamento? No, questo no: non è mai accaduto.
Sorrido, ma è un sorriso scomposto. Cerco di guadagnare tempo.
- Certo, domenica è un buon giorno -. Ma che cacchio dico?
Si accorge delle mie difficoltà.
- Amore, quest'anno l'anniversario del terremoto è di domenica - mi spiega, con un tono che non avrebbe sfigurato al TG1 della sera.
Annuisco.
Terremoto? E smetto di annuire.
Terremoto! Costruzioni che crollano. Voragini che squarciano le strade. Automobili inghiottite negli abissi della terra.
Terremoto! Onde immense che seppelliscono intere città. Cadaveri smembrati che galleggiano sulle acque.
Terremoto! Cupe nubi di polvere e detriti che oscurano il sole. Distruzione e sofferenza. Devastazione. Morte.
Il mio romanticismo compra un biglietto di sola andata per FanculoCity.
Mi metto a sedere al centro del letto e richiudo la camicia.
- Alice - sussurro, unendo

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L'ipocrisia dell'esame

“Insomma signorina ha studiato oppure no? ” – Miriam era come impietrita davanti al volto dell’assistente universitario che le stava facendo la prova d’esame orale.
“Io… beh…si, sono diversi mesi che sto studiando” Mentre pronunciava quelle parole, pesanti come macigni, sentiva le mani diventare sempre più insensibili. Inoltre un leggero formicolio sotto i piedi le dava quasi la tremenda sensazione di stare senza scarpe sulla ghiaia aguzza di una strada dissestata.
“Le assicuro che ho dedicato parecchio tempo a questo esame. Ci tengo a prendere un bel voto. “
“Se andiamo di questo passo invece mi sa che dovremo vederci a Giugno nuovamente. Altro che voto. “ Il volto dell’uomo si era tramutato in pietra. Gli occhi azzurri dietro la pesante montatura a forma ovale degli occhiali la scrutavano fino a farle mancare l’aria.
“Mi faccia un’altra domanda la prego, “ disse in tono supplichevole Miriam, “ho come un vuoto di memoria. Forse è dipeso dallo stress accumulato. Ho avuto problemi col …”
“Signorina per favore! “ L’uomo la interruppe bruscamente. “Ora non mi racconti i suoi problemi che nulla hanno a che vedere col libro su cui stiamo discutendo. Tutti abbiamo dei problemi. Se non ha studiato per colpa di chi che sia allora abbia la compiacenza di alzarsi e tornare tra due mesi e non mi faccia perdere tempo”.
Adesso si sentiva mancare direttamente la terra da sotto i piedi altro che formicolio.
Sentiva una gran voglia di piangere, di arrendersi alle lacrime ma intorno a lei incombevano gli sguardi silenziosi e curiosi degli altri studenti. Era l’attrazione di quel mattino disgraziato e non poteva lasciarsi andare altrimenti sarebbe stata la fine. La vergogna di quello stato l’avrebbe perseguitata per molto tempo.
“ Vogliamo stare così tutta la giornata a fare le belle statuine oppure ha intenzione di parlarmi di qualcosa. Sto ancora aspettando che lei mi spieghi questa famosa teoria. Se non la

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   10 commenti     di: Eduardo Vitolo


Technology

Lo confesso apertamente: sono un disastro tecnologico. Per dirla più esplicitamente sono, come si dice dalle mie parti, come l'asino che essendo nato senza coda non riesce più a metterla. Il massimo della mia tecnologia è fermo alla Olivetti Praxis 45, quella che aveva un visorino su cui scorrevano le ultime cinque o dieci parole battute (dipendeva dalla lunghezza delle stesse).
Credevo di essere un dio, con quella macchina scrivevo di tutto, dalle lettere commerciali alle relazioni tecniche e, nel tempo libero, bozze di pura utopia politica. Com'era bello scrivere senza compiere alcun errore! Bastava rileggere l'intero rigo prima di andare a capo e il gioco era fatto. Ma come era faticoso! Ad ogni rilettura perdevo il filo del discorso così per un'intera pagina dattiloscritta ci volevano tre ore consumate nella estenuante ricerca e successivo mantenimento della necessaria concentrazione.
La tecnologia, però, avanzava inesorabilmente così a metà degli anni ottanta ecco il grande passo: l'acquisto del primo computer: un Amstrad 1640 a colori con disco rigido dalla terrificante potenza di 20MB, dotato di sistema Gem, antesignano del Windows. Acquistato per esigenza di lavoro e rimasto imballato nel suo scatolone per ben due anni, fino a quando con estremo coraggio mi sono deciso a metterlo in bella mostra nello studio, ma di adoperarlo nemmeno per sogno. Ma gli eventi incalzano e, allora, quando i diretti concorrenti si dotano dei plebei Commodore 64, ma usandoli, io, per non essere da meno, mi decido a compiere il fatale passo ovvero mi faccio l'archivio clienti e in che nodo? Semplice: scrivendo in ordine alfabetico tutte le pratiche in corso (un centinaio). Ma visto che sono anche un maledetto metodico pignolo mi convingo di dover essere io a immettere in ordine alfabetico i nominativi con tutti i dati tecnici salienti. Passo così interi pomeriggi nell'ansia di non compiere errori, ovvero di non saltare qualche nominativo finché il quinto giorno mi capit

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


baciami

Baciami

In un campo di prigionia in Inghilterra nel 1944, furono convocati i prigionieri, e fu chiesto loro, se vi fosse qualcuno disposto a lavorare nei campi. A diversi soldati che avevano lasciato a casa, i loro appezzamenti di terreno, ed avevano risposto con non molto entusiasmo, alla chiamata della Patria, non sembrò vero di poter ritornare, sia pure a migliaia di chilometri da casa, al proprio lavoro, stando altresì a contatto con la natura, e quindi molti contadini accettarono. Sulla decisione, pesò anche il fatto che sarebbero usciti dal campo di prigionia, per tutto il giorno, ritornandovi solo la sera. Fra questi, anche Pietro, che pur non avendo un proprio fazzoletto di terra, aveva fin dall’infanzia, lavorato quelli degli altri.
Fu portato in una fattoria, dove, agli ordini di una donna, dava da mangiare agli animali della fattoria, puliva la stalla, lavorava i campi, e faceva tutto quello che si fa in campagna. Bèh quasi tutto! Perché la proprietaria della fattoria, una bionda non ancora trentenne, carnagione chiara, ben in carne, insomma tutto l’opposto delle donne, che Pietro era abituato a vedere a casa, era si gentilissima, con un sorriso sempre stampato in viso, ma niente più! Ed a Pietro, tutta quell’astinenza, da quando due anni prima, era partito per la guerra, cominciava a pesare!
E fu così, che un giorno in cui Pietro, che aveva il sangue che bolliva( come sempre), interpretando a modo suo, un sorriso particolarmente sfolgorante rivoltogli dalla donna, partì all’attacco ed avvinghiò e baciò la ragazza, che cercava di divincolarsi dicendo in inglese:i can’t ( non voglio, non posso). Il nostro eroe, la cui conoscenza linguistica, si fermava al dialetto Morronese, oltre agli elementi basilari della lingua Italiana, sentendo dire alla donna “ ai cant, ai cant”, stringendola sempre più a se, e toccandola dappertutto, tipo polipo, rispose: Canta quello che vuoi tu, o sole mio, Maria Marì, ma lasciati baciare!

   2 commenti     di: pino carosis



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