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Racconti su sentimenti liberi

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Carta scritta

Quello fu il tempo più intenso della mia vita, io di eserciti, armi, combattimenti al fronte non ne ho mai capito nulla, ne mai ebbi la curiosità di affrontare uno studio teorico-pratico in merito; mi ritrovai in veste ad una sudicia divisa e per di più con i piedi periodicamente immersi nel fango.
Questo, pensai, era un buon momento, l’artiglieria nemica si era calmata, avevo un estremo bisogno di mangiare, quanto di fumare, ma, siccome i rifornimenti al campo arrivavano sempre più di rado, “causa mal tempo” ogni uno di noi soldati, si arrangiava come poteva.
La mia tattica non era molto diversa da quella degli altri, consisteva nel raggiungere la prima trincea dove venivano sistemati feriti e non, approfittando della confusione generale facevo razzia nelle tasche dei morti.
Vi fu pure chi non si accontentava delle tasche dei morti, razziando o cercando di farlo anche in quelle dei feriti.
Per quanto riguarda me, dopo aver visto una scena da brivido proprio nella prima trincea, mi convinsi che fosse molto meglio approfittare del morto, piuttosto che rischiar la vita per le tasche di un ferito.
Ricordo che una mattina mi recai in prima trincea, la fame mi assaliva da ore, arrivato notai un “soldatino” così erano chiamati i nuovi al fronte, ebbene, questo con aria furtiva osservava un tale che vedendolo pareva più morto che vivo, il giovane soldato, tirato un sospiro d'incoraggiamento s’avvicinò al moribondo frugandolo rapidamente nelle tasche, non ebbe però il tempo di capire se in quelle, vi fossero delle gallette o del tabacco che egli stesso, si ritrovò con un coltello nell’orecchio.
Io, a vista di quella scena, preferivo le tasche di un morto, ed ascoltato lo straziante urlo di dolore del soldato, capì che i morti, altro non potevano fare che puzzare.
Bando ai cattivi; il campo era come sempre in preda al caos, vi erano uomini che gridavano, barellieri che facevano su e giù per la trincea e il fumo impestava l’aria, ma

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   1 commenti     di: ALESSIO SANNA


-Prima Parte-Una semplice vita

(Mi chiamo Riccardo, ho 24 anni, vivo a Parma, sono single. Lavoro per un piccolo giornale settimanale;la mia grande passione è scrivere.)

Chiuso in macchina, col finestrino alzato, mi rannicchio nel sedile del guidatore;fuori piove, ci sono i lampi, i tuoni diventano padroni del mondo per quei pochi istanti. Sembra far molto freddo fuori, osservo il vetro appannato, le strade bagnate e quasi deserte. Le gocce continuamente cadono sull'asfalto rovinato, sui marciapiedi sporchi di carte e mozziconi di sigaretta, quanto mi affascina questo povero paesaggio...
Adoro osservare le gocce cadere, colpire il vetro udendo quel lieve rumore, toccarmi la pelle, colpirmi i capelli penetrando in me, senza coprirmi con giubbotto od ombrello.
Esco allora dalla macchina e percorro il breve tragitto per giungere al portone di casa, frugo velocemente nella tasca, prendo la chiave e subito chiamo l'ascensore impaziente di una bella doccia calda che mi faccia rilassare. 'Casa dolce casa' penso: 'silenzio, calma, dolcezza nell'aria, mi sento il padrone della mia vita!'
Mi immergo nella vasca, litri di sapone, musica a tutto volume, una serata da Re; pizza a casa, una birra e film registrato;tutto ciò che di meglio un uomo possa volere, la compagnia magari di qualche amico, ma non ne ho bisogno...
Questa sera sono solo, con i miei pensieri ed il mio libro ancora da finire.
Il mio pensiero intanto è vincolato da un amore che termine non ha, costante ricerca del mio cuore che ogni notte registra nella mente il suo viso. Mi sento prigioniero di un desiderio infinito, ed ho la matta voglia di amare lei come non ho neanche mai amato me!
La tranquillità viene interrota da una chiamata, sono le 23:30, mi chiedo chi possa essere!
Rispondo: "Pronto, chi parla?"
Mamma: "Riccardo, sono mamma."
Io: "Ehi mamma, dimmi, è successo qualcosa?!"
Mamma: "Nono, volevo solo ricordarti che domani pranzi da noi, è da tanto che non vieni a trovarci."
Io: "Sì, mamma tranquilla, non l'ho dime

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Questa è la storia di un ricordo che si trasformò in racconto

Questa è la storia di un ricordo che si trasformò in racconto.

Questa è la storia di un ricordo che si trasformò in racconto un giovane pittore, quinto d’otto fratelli.
Il papa, un artista, attore di teatro, musicista e scultore. La mamma, una gran donna di casa. Come quasi tutte le donne dell'inizio. secolo scorso, era assai premurosa e dedita alla famiglia.
Césare era il suo nome. Nacque a Roma, in un piccolo ospedale costruito sopra ad un'isoletta che si trova in mezzo il fiume Tévere, che attraversa la città. Visse in un quartiere chiamata Trastévere. È uno dei più antichi di Roma. Ed è chiamato così perché sta dietro il fiume Tévere.

Era un bambino molto allegro e vivace. A quei tempi i monumenti non erano molto protetti e sorvegliati come lo sono oggi, fatto che le permesse a lui, ai suoi fratelli ed agli amici di giocare nella tomba di Nerone, imperatore romano, o nelle catacombe, nel Colosseo ed in altre antiche costruzioni della Roma Imperiale.

I suoi fratelli raccontavano che mentre giocavano, il piccolo Césare si fermava ad ammirare con speciale devozione le sculture e gli affreschi, e cercava di immaginare gli edifici, ormai in gran parte distrutti e consumati dal tempo, come potevano essere effettivamente in origine. Il gioco favorito consisteva di rivivere il passato tra le rovine dove giocavano. Egli voleva sempre rappresentare Cesare Augusto, secondo lui, il più grande imperatore della storia. Per anni giocarono alla stessa cosa, senza che lui perdesse mai la sua parte d’imperatore romano.

Però anche per il piccolo Cesare gli anni dell'infanzia lasciarono spazio a quelli dell'adolescenza. Benché continuasse a frequentare gli stessi posti della sua non tanto lontana infanzia, a quattordici anni lo faceva per riflettere, camminare con gli amici raccontando storie e p

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Adesso so

Eppure al mondo c’è qualcuno che non ti conosce. E c’è perfino qualcuno che non sospetta nemmeno della tua esistenza. Io invece devo aver fatto qualche cosa che qualcuno di molto potente ritiene “degna di merito”. Perché? Perché un giorno questa mia vita ha incrociato la tua. E da quel giorno perfetto tutto ha cambiato colore. Tutto quello che prima non riuscivo a vedere è sbucato fuori nella sua bellezza. Tutto quello che prima purtroppo vedevo, adesso finalmente non c’è più. È solo grazie a te che ogni mattino non è il mattino del solito giorno, ma di un nuovo giorno da respirare, da sentire, da godersi. Sembrerà retorico, sembrerà banale. A qualcuno sembrerà perfino ruffiano. Ma anch’io, fino a poco tempo fa, non sospettavo neanche dell’esistenza di un essere così perfetto, che potesse sposarsi così armonicamente col mio mondo. Con le tue parole, con i tuoi sguardi e coi tuoi modi mi hai tirato fuori da quella mischia di persone che non sanno. Adesso so. E più so, meno mi convinco di essere davvero sveglio. Se così fosse, vi prego non svegliatemi. Ti prego, amore, non svegliarmi. Sei l’unico vero sogno che valga davvero la pena di essere vissuto fino alla fine. E non mi dimenticherò mai di te.

   5 commenti     di: Giacomo Donelli


lettera alla mia MAMMA

Ciao Mamma,
sono 17 mesi che te ne sei andata,  il 18 settembre 2005
il giorno del tuo compleanno.
Giacevi sul letto, oramai incosciente,
sono uscito ho comprato dei  fiori per te,
sperando che questo piccolo dono potesse riportarti tra noi,
volevo rivedere il tuo sorriso, sentire la tua voce, riempirmi ancora il cuore d te.
Te ne sei andata, con un ultimo sguardo, mentre tutti ti tenevano le mani,
io non ne avevo il coraggio, eppure ho fatto 18 anni di ambulanza e di parole di conforto ne ho dette a migliaia, ho tenuto le mani ad estranei sino a quando non si sono spenti, ma con te non ne ho avuta la forza.
La rabbia il dolore mi hanno sopraffatto e tuttora la rabbia non è passata.
Ancora non riesco a guardare con serenità una tua fotografia, non ne ho appesa neanche una e mi sento in colpa, eppure non riesco a farlo.
Troppo è ancora il dolore, troppa la mancanza di te, troppa la rabbia, eppure sono grande, ho un figlio anch’egli ormai grande.
Nella tua vita hai avuto ben poche gioie e questo mi fa rabbia.
Nella tua vita hai avuto molti dolori, patimenti, rinunce, tutti i sogni infranti,
eppure ci hai cresciuto, sei sempre stata dolce e disponibile, sempre una parola buona, un consiglio per noi che spesso non capivamo, presi  dal nostro essere grandi e magari a volte saccenti.
Dicono che il tempo lenirà il dolore, la rabbia.
E allora che passi il tempo, in modo che possa guardarti con serenità, ricordare solo la gioia di averti avuto, senza che le lacrime ogni volta che mi scendono sul viso traccino cicatrici indelebili.
Un figlio.



Racconto di primavera

Si può scrivere un racconto di primavera in inverno? Ho scritto "Racconto d'autunno", poi "Racconto d'inverno" ed ora vorrei scrivere, appunto, "Racconto di primavera". È chiaro che mi sono ispirata alle quattro stagioni di Vivaldi, non per presunzione, ma semplicemente perché lo adoro. Il fatto è che l'inverno non è solo fuori di me, ma dentro di me. E l'inverno significa amarezza, delusione, rancore. Quest'ultimo è la cosa che mi fa stare più male. Finora la scrittura è stata, per me, bisogno di comunicazione ed anche terapia psicologica. Vediamo se funziona come terapia morale.
La vite americana sul mio terrazzo, fino a poco tempo fa era rossa e bellissima, punteggiata da foglie giallo oro. Adesso è solo una rete intricata di rami secchi ed io mi chiedo: "La rivedrò germogliare? Rivedrò quei germogli verde brillante, turgidi, che da un giorno all' altro esplodono in centinaia di foglie?" Tra i rami della mia vite americana, due anni orsono, una coppia di uccelli fece il nido e nacquero tre o quattro uccellini. Non ricordo. Presero tutti il volo, con mia grande gioia. Il nido restò vuoto e il vento dell' inverno successivo se lo portò via, come tante altre cose che il tempo mi ha tolto: la giovinezza, la salute. La bellezza no. Non l' ho avuta per molto. Da bambina, sì, l'avevo, ma qualcosa o qualcuno me la rubò. Rivedrò la prossima primavera? Non voglio essere patetica e non ditemi: "Ma si, la rivedrai!" Che ne sapete? Non lo sappiamo né io né voi. Ma se la rivedrò voglio tornare a vedere il mare dove giocavo da bambina. Voglio risalire la lunga gradinata che portava all' Istituto Maria S. S. Bambina, una scuola di suore dove ho frequentato l'asilo e le prime due classi elementari. È vicinissima a S: Pietro e, poiché non disturbava la megalomania mussoliniana, è stata risparmiata dalla distruzione dei Borghi. Per quello che ricordo era una scuola bellissima. Attraverso una scala coperta, si saliva ad un giardino pensile ricchissimo di fiori

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Rosa Parata

Una donna di un paese del Sud, che più d’ogni altra ha lasciato un segno, una traccia per chi come me la ricorda ancora con simpatia.
Rosa era il suo nome, tutti, però la conoscevano come Rosa Parata.
Aveva i capelli ondulati di color nero, abbandonati al vento della libertà.
Il rossetto sulle sue labbra carnose metteva in risalto la sua voglia di spensieratezza.
Amava passeggiare con il ventaglio nero con sottili righe di color rosso.
Vestiva sempre di nero.
Nei suoi occhi s'intravedeva il ricordo di una gioventù consumata troppo in fretta, non conobbe la bellezza della Primavera. Il vento gelido s’era impossessato del suo cuore. Il suo amore, mai conosciuto, viveva nella sua immaginazione.
Era un piacere vederla passeggiare per le vie di un paese sempre distratto e indifferente. 
Sapeva ridere e piangere con la dignità di una nobildonna. Nulla l’acquietava.
Ancora oggi,  ricordo il suo viso beffardo che sapeva esprimere segni di saggezza.
Ricordo quando nella piazza del paese, nelle serate afose dell'estate,  s'intratteneva a parlare con Ntunucciu Merenda, Rafelucciu curtu, Angiulinu Longo, Tommaso barbiere. Ridevamo,  parlavamo di cose senza senso, senza significato.
Nei suoi pensieri c’era la follia dell’amore.

   2 commenti     di: ELIO RIA



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