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Racconti su sentimenti liberi

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UN INCONTRO CASUALE

Ho ricordi vaghi dell’iniziativa, avevo sostituito un collega ammalatosi all’improvviso (??!!). Era un incontro tra sindacato (il mondo del lavoro si diceva allora) e la scuola. Non era il mio campo, non ero in forma e la sufficienza con cui molti trattavano i sindacalisti (termine spesso usato con tono dispregiativo) mi aveva fatto girare le palle e nel mio intervento non feci niente per nasconderlo.
                                              - - -
Faceva un freddo intenso, stavo infilandomi il cappotto, recuperando velocemente l’uscita della scuola che aveva ospitato l’iniziativa, quando qualcuno, avvicinandosi mi allungò la mano “l’istinto sarebbe di baciarti, ma mi accontento di stringerti la mano. Sei sempre così o è una giornata particolare?” La guardai senza parlare, avevo solo voglia di andarmene in fretta. Lei però non mollava e questo accresceva il mio malumore; mi si era piantata davanti e non sembrava provare nessun imbarazzo per i miei modi bruschi, “quando hai paragonato il provveditore a La Palisse, ho quasi avuto un orgasmo.” Accennai un sorriso.
Piuttosto giovane, quasi sicuramente una studentessa. Non molto alta, un viso impertinente, capelli castani, quasi neri. Innegabilmente bella. Farfugliai qualcosa e m’incamminai, ma non doveva essere il mio giorno fortunato “Posso offrirti qualcosa di caldo? Mi piacerebbe approfondire l’argomento.”
Uscendo dal bar ci scambiammo i numeri di telefono, a tutto pensavo fuorché di rivederla.
Mi sbagliavo.
- - - -
Mi ero trattenuto in ufficio ben oltre l’orario, ero di umore nerissimo, una giornata da dimenticare, ma fortunatamente era finita. Stavo togliendo la chiave dalla porta, uno squillo, un altro. Ci mancava pure il telefono, istintivamente guardai l’orologio, 20. 47; decisi di non rispondere. Feci le scale a tre gradini per volta, passando davanti all’ufficio della segretaria, udii il telefono che continuava a squillare.

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   19 commenti     di: Ivan Bui


Non sono pazza, è solo follia

MONOLOGO FOLLE

Io amo la vita. È semplicemente meravigliosa, ti svegli ogni mattina col pensiero che sia un nuovo giorno per la costruzione dei tuoi sogni, aggiungere quel mattone con tanta sofferenza, vedere torri alte fatte da noi, impregnate di sudore.
È per questo che odio la vita.
Per non parlare di quando torni a casa col mal di schiena e devi pure pensare agli altri, già, perché pensare a te stesso non è già abbastanza faticoso.
No, io devo pensare pure ai miei figli, fargli trovare il piatto a tavola, e quanto mi è costato quel cibo, ancora fatica, ancora sudore.
Però mi sarebbe piaciuto avere dei figli, sfamarli, lavorare per loro, vederli crescere e pensare che sono così belli e forti solo grazie a me, ma io sono sola, non ho mai voluto sposarmi, credo sia una seccatura, non riesco a pensare a me, figurati occuparsi di un marito, sì perché si dice che un marito debba proteggere la propria moglie, debba prendersi cura di lei, e invece siamo sempre noi alla fine a prenderci cura di loro, come è successo a me con mio marito.
Però mi piace sentirmi bella, quando mi guardo allo specchio sono fiera di mia madre, cara donna, se non fosse stato per lei adesso chissà dove sarei, mi ha cresciuta con pazienza e amore, perché non sono mai stata una bambina semplice e ancora peggio da adolescente.
Non uscivo mai con gli amici, restavo sola a studiare, quanti pomeriggi a scrivere quella tesi, sempre chiusa da sola in camera, ma del resto quando si è orfani e pure brutti che nessuno vuole diventare tuo amico, pur essendo una ragazza adorabile, non si ha nient’altro da fare e allora ti concentri per realizzare i tuoi sogni.
E oggi mi ritrovo qui, senza ne presente ne futuro, sola, con la licenza elementare e quindi senza lavoro: come vorrei morire, ora non desidero altro.
Ora basta pensare, ho molte cose da fare, là fuori il mondo mi chiama, c’è una vita da vivere, e spero il più possibile, perché io odio la morte.



Il cuore del corvo

Per quelli come me non c'è lieto fine. Passi la vita a lottare strenuamente per conquistare la libertà, ma resti comunque chiuso in una gabbia.
La mia vita mi soffocava, m'incatenava ad uno stato di catalessi, in cui tutto quello che mi circondava mi feriva, ma io ero un'ottima attrice.
Bastava un sorriso falso, una battuta divertente, e nessuno si accorgeva del dolore che mi lacerava.
La gente era troppo occupata a pensare a se stessa per preoccuparsi degli altri.
Erano mesi che soffrivo d'insonnia ormai, così avevo preso l'abitudine di fumare un pacchetto di sigarette sulla veranda di casa mia, contemplando il cielo notturno.
Abitavo abbastanza lontana dal centro urbano, quindi mi godevo la vista in aperta campagna, senza quei lampioni accecanti che alteravano la naturale oscurità notturna.
Adoravo guardare le stelle, e spesso immaginavo come sarebbe stata la vista da lassù.
Quei pensieri, mi riportarono alla mente le notti trascorse al mare a guardare il cielo stellato accanto a mio padre.
Erano già passati due anni dalla sua morte. Un brivido mi percorse la schiena, e sentii gli occhi bagnarsi di lacrime.
Le ricacciai indietro, e pensai che ormai ero un'adulta, e che avevo scelto io d'interpretare quella parte così scomoda, scappando di casa dopo il diploma.
Avevo vagabondato, e alla fine mi ero arresa alla sorte. Vivevo in una squallida baracca, facevo la cameriera in un bar del centro, e il passato mi tormentava.
Sentii la suoneria del mio telefono cellulare e aprii gli occhi.
"Emma che vuoi?"
Avevo la voce ancora impastata dal sonno.
Dall'altro capo del telefono, la mia amica parlò con voce scocciata.
"Irene, accidenti, sei in ritardo! Lo sai che il capo è inflessibile per quanto riguarda gli orari!"
Non persi tempo a risponderle. Chiusi la chiamata, e mi diressi alla fermata dell'autobus senza neanche cambiarmi.
Il tepore del sole in quella mattinata di primavera era piacevole.
Guardai gli alberi in fiore sul viale che percorrevo

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   8 commenti     di: Rossella Panna


La donna che si vende

Parigi.
Divan Japoneis, 1875.
L’ambiente del locale era sempre lo stesso: aristocratici vogliosi di possesso momentaneo, donne impazienti di trovare un cliente soddisfacente, ubriaconi seduti ai tavoli con una vita temporaneamente dimenticata dentro la bottiglia e artisti desiderosi di catturare la nostra immagine per manifestare la loro espressione. E poi c’era lui.
Non sembrava come quei pittori. Lui si concentrava soprattutto su se stesso: se aveva voglia di bere, si ubriacava, se voleva divertirsi, prendeva una di noi e se gli andava di disegnare tirava fuori dalla borsa il suo blocco degli schizzi.
Non doveva essere un uomo sposato, anche se molte delle persone che frequentavano il Divan Japoneis non si facevano problemi nel commettere adulterio.
Passammo molto tempo a incrociare gli sguardi, quasi come due adolescenti interessati l’uno per l’altro, senza mai scambiare qualche parola al di la del bonjour e dell’ au revoir.
Venne il giorno in cui lui si sedette vicino a me. Mi aspettavo fosse solo per una prestazione sessuale, invece cominciammo a parlare dei più svariati argomenti.
Il nostro rapporto crebbe da quel giorno. Lui non veniva più al locale solo per ubriacarsi, per divertirsi con qualcuna di noi o per disegnare: si sedeva a raccontarmi del suo mestiere di artista, dei numerosi viaggi che aveva compiuto e delle svariate tecniche di disegno.
Arrivammo al punto di frequentarci giornalmente e finimmo con l’innamorarci l’uno dell’altra.
Mi prestai diverse volte a fare da modella per lui, mi divertivo.
La cosa bella era che ogni giorno era diverso: passavano i giorni ma non cadevamo mai nella monotonia di una coppia che non ha nulla da fare; Lui riusciva a colorare le mie giornate con tonalità che andavano al di la di ogni scala cromatica. Era diventato tutto per me.
Passarono i mesi e io non potevo fare a meno di lui. Volevo quasi sposarlo, senza nemmeno sapere cosa ne pensava lui in proposito, ma non ebbi l’occasione di

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   3 commenti     di: Simone Campana


CASTULFO (1)

E venne anche l’ora di Castulfo, ed egli era stranamente sereno.
Il trapasso fu traumatico è vero (un dolorosissimo infarto del miocardio), e fu altresì brusco trovarsi sbalzato improvvisamente dai luoghi che ben conosceva a quella stanza luminosissima (Castulfo non aveva con se gli occhiali da sole), però sapeva! Nell’istante stesso in cui la vita lo abbandonava venne pervaso dalla consapevolezza di quanto, nell’immediato futuro, lo attendeva. Sapeva che in quella stanza qualcuno - chi fosse non gli era noto, ma sperava nel Dio che aveva sempre pregato - avrebbe giudicato la sua esistenza per assegnargli una posizione definitiva per l’eternità, ed era tranquillo.
Una vita passata all’insegna della correttezza estrema, dell’onestà assoluta, ma non per questo rigida... Castulfo era sempre stato molto elastico nel giudicare le mancanze altrui, un po’ meno con sé stesso. Cercava di essere il meno invadente possibile, ma non si tirava indietro se il suo dovere gli imponeva di stigmatizzare qualche comportamento. Un brav’uomo, insomma, serio e responsabile, tollerante e tollerato. In fin dei conti qualunque dio avesse trovato quale giudice supremo, non avrebbe avuto motivo per dannarlo in eterno. Per questo Castulfo era tranquillo.
Sicuramente molto più tranquillo e soddisfatto di poche ore prima, quando, nell’ufficio del suo “capo” attendeva trepidante di poter tornare a casa...

Poche ore prima Castulfo - ancora nel mondo dei vivi - se ne stava seduto ad una scrivania con la biro in mano, in attesa che il suo datore di lavoro finisse la telefonata che li aveva interrotti. Certo che, a quarant’anni suonati, continuare a fare il tirapiedi del capo, soddisfacendo anche la sua voglia di dettare lettere personali... e fare il caffè la mattina... e fargli spesso da autista... e...
Ascoltava pensoso, aspettando di riprendere il suo modesto compito di scrivano - e pensare che ho un mare di fatture da controllare - la conversazione tra Lui

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il plico

-“Professore, professò, ho questa busta per Lei!”-

Mi grida il bidello mentre salgo di corsa le scale; vado di fretta, la Preside m’aspetta,
sicuramente infastidita da questo mio ritardo, e più acida del solito; e questo qui mi fa perdere
altro tempo?
Guardo l’orologio, sono TERRIBILMENTE in ritardo, però, forse, nel plico c’è
la risposta dell’Editore, alla mia proposta di pubblicazione del mio romanzo!
Guardo di nuovo l’orologio, sperando che un qualche fenomeno di distorsione temporale, l’abbia
magicamente portato indietro!
E già, poteva mai succedere?
Comunque faccio segno al simpatico Piero, da anni colonna portante di questo Istituto, che ripasserò da lui dopo, sempre che per me ci sia …un dopo!

“Ehm, Preside buongiorno, sono mortificato…ma sa…. il traffico…. e poi c’era l’ennesimo corteo… e…insomma…”

“ La smetta Professore, la smetta! Tanto so benissimo che questa Sua è l’ennesima dichiarazione di mancanza di rispetto per un suo SUPERIORE GERARCHICO!!! Non so cosa mi trattenga da farle rapporto presso il Provveditorato, Lei è sempre più IMPERTINENTE, sempre più al di fuori del contesto pedagogico sociale e amministrativo di questa scuola!
E per di più, adesso s’è anche infilato in un guaio a rischio di denuncia penale!!!!!”

Dopo questa sfuriata, il silenzio più assoluto, due, forse tre lunghissimi minuti di silenzio minaccioso, mentre vorticosamente cercavo di capire cosa diavolo avessi, stavolta, combinato,
da “denuncia penale”? Addirittura?

“ Professore, è venuta da me, la madre di una Sua allieva, la Signora A. B., e mi ha raccontato una
storia, riferitale dalla figlia, L. la signorina ha raccontato alla madre, che Lei, EGREGIO PROFESSORE, ha intrattenuto rapporti di genere extra-scolastico con una Sua alunna, per l’esattezza la signorina F. D., per almeno un intero anno scolastico! Rapporti sul genere dei quali,
a quanto sembra, tutta la scolaresca fa continue il

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   5 commenti     di: luigi deluca


Era il tramonto..

Saduta sull'autobus blu, in attesa di tornare a casa, al suo fianco una rosa rossa in ricordo della giornata appena trascorsa.
Dentro di lei la felicità, sul suo volto un sorriso soddisfatto.
E all'improvviso una macchina, dentro c'è lui.
Non ebbe neanche il bisogno che scendesse, l'aveva già riconosciuto. L'avrebbe riconosciuto fra mille.
Freddo con chi gli era accanto, freddo col mondo fuori, probabilmente incurante di essere osservato, si avvia con passo spedito mentre dentro di lei aveva inizio quello che di li a pochi minuti avrebbe definito "il devasto".
In realtà erano sentimenti contrastanti, che lottavano per avere la supremazia.
Da una parte felicità: l'aveva visto.
Dall'altra tristezza: sapeva cosa sarebbe successo di li a pochi minuti.
Uno scatto, si alza e apre il finestrino: vuole chiamarlo, vuole che si giri e la osservi, vuole salutare la fonte della sua felicità e la fonte della sua tristezza inserite in un'unica figura, ma la voce non esce.
E si risiede, osservandolo mentre termina il suo compito.
Lei ha il fiato sospeso, in bilico tra la voglia di essere vista e la voglia di restar li a guardare, spettatrice ma non protagonista di una vita che probabilmente non si sarebbe mai legata alla sua.
Ma il tempo è suo nemico, lui prende le scale...

... Le lacrime scacciate con le dita, accende il lettore e la prima canzone è quella che le ricorda lui, scherzo del destino.
Un messaggio ad una cara amica, ha bisogno di sfogarsi con qualcuno...

... E mentre aspetta una risposta si chede se quel strano sentimento che le aveva bloccato i sensi, chiuso lo stomaco, messo un leggero tremore...

.. Potesse definirsi amore...




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