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Racconti su sentimenti liberi

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Lei

Mi trovo solo, distante da tutte quelle persone conosciute. Sono sul ciglio di un dirupo che sprofonda verso un mare calmo prima di giungere al contatto della roccia indifferente alle lusinghe delle onde. Sopra il mio corpo tremante, un cielo disteso di un colore che ti restituisce quella pace e quiete che il mondo ti ha quasi strappato con le sue leggi ordinarie e non pacifiche. Intorno a me quell'armonia che non riesco a trovare da sette mesi, da quel novembre dello scorso anno. Dentro di me, esiste solo il caos che si alimenta della mia disperazione e del mio tormento. Lei distante fisicamente ma ancora viva in me.
Non nego che alcune volte svegliandomi al mattino senza il profumo del corpo di lei, la mia normalità si muta inevitabilmente in pazzia e si precipita in un modo che non auguro capiti a nessuno. Probabilmente queste sono le mie ultime e poche riflessioni. Io credo che al termine della propria vita si ricorda tutto tranne l'ultimo momento che ti ha spinto verso una dimensione estranea. Penso che questo evento sarà una conclusione negativa perché non mi porterà accanto a lei nel sempre. Il mio destino è la condanna a una vita solitaria, malinconica. Ora però mi trovo qui al confine tra la mia vita e la mia morte.
Aria gelida. Vento intorno. Piove. Non piango perché non ho lacrime. Tutto mi ritorna alla mente. Il suo sorriso distruttivo, i suoi occhi azzurri, le sue mani calde, la sua voce confortante e dolce, il suo corpo vivace e quel suo sentimento unico.
Mentre volteggio, tra tante parole queste mi ritornano alla mente.
“A quanti punti sono arrivata?”
“Beh! 8 su 10!”
“E alla fine che vinco? Devo sapere se ne vale la pena... No?”
“Cosa vuoi vincere?”
“Desidero... vediamo... uhm... la tua amicizia sincera!”
“Nel bene e nel male, non ti appartiene già?! Cos'altro devo fare?”
“Continuare!”
“Difficile ed arduo è quel che mi chiedi ma farò l'impossibile a patto che tu possa perdonare la mia imperfe

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   1 commenti     di: Aurelio Greco


l'ultima estate

Erano le note gravi di una musica ad agitare la mia mente. Fu un titolo che lessi e di cui andai disperatamente a cercare le note che sentii e sentii subito mie. Erano velocissime, correvano, e mi stordivano. A volte erano andanti, non sapevo cosa Chopin avesse avuto in mente quando le buttò giu’, né cosa credesse chi le suonava in quel momento. Ad un certo punto il susseguirsi di note si arrestò, iniziò una leggera musica che conquistò subito i miei sensi, andante, leggera, saltata e terribilmente vuota triste, disperata, matta, il mio volto si corrucciava a quelle note. Il cuore si stringeva. Piu’ andava avanti, più mi conquistava. Arrivava forte, proseguiva lenta. ad un tratto si arresta, per poi iniziare con la delicatezza di chi vede andare via qualcosa cui ha voluto bene, poi si risolleva, diviene grave, forte, stonata, le note si susseguono ad una velocità disperata, irreale, come quasi insopportabile, insostenibile, brucia nella mia testa il grido grave di quelle note. Si fermò, ricominciò forte, il pianista mi prese subito, la sua spensieratezza, la sua allegria sconsolata, la voce chiara, la nostra storia forte e debole come quella musica maledetta, imbarazzante quando la sentivo al suo cospetto. Lui non seppe mai che fu quella musica, quelle gravi mani sul piano a farmi sentire viva. Giorno dopo giorno. Il mio pensiero si liberava alla sua candida voce, con l’imponente strazio che un giorno se ne sarebbe andato via con la terribile sensazione di nulla. I prati, i fiori e i campi sconfinati, le praterie e il suo cielo. Le immagini scorrevano la mia mente, i miei occhi, con la lentezza di quel piano. Ogni tanto salterellavano per poi bloccarsi poi arrivavano sempre piu’ veloci sempre piu’ opprimenti, non li fermavo piu’. IO e lui, cosi’ leggeri contro la gravità e le stupide ossessioni, candidi di emozioni, niente tormenti, una favola di testa, uno sguardo o una svista, non so cosa mi aveva ammirato di quel giovane pianista che voleva tanto diventare un eroe dei malati. Sentii

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   3 commenti     di: maria p.


Una bambina a Kabul

Fa freddo, una pioggia sottile e dispettosa intristisce ancor più il paesaggio che mi circonda.
Oggi, come allora, indosso lo stesso giaccone del giorno in cui mi fu concesso vivere, per poche ore, la più bella storia che ho avuto in Afganistan e forse della mia vita.

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Piangeva in silenzio, e io quasi non mi accorsi di lei.
In fondo poteva dare l'impressione d'essere un mucchietto di stracci abbandonato in quella fossa della periferia di Kabul.
Il crepitio delle armi nascondeva i suoi singhiozzi, ma non i sussulti del suo corpo ad ogni esplosione.
E fu quando ritenni opportuno saltare in quella fossa, per evitare di essere scambiata per qualcosa da colpire, che mi accorsi di lei.

Dopo essere saltata mi ritrovai immersa in una poltiglia fangosa e gelida, e soltanto allora ebbi l'esatta sensazione di averne combinata una delle mie; insomma una di quelle storie per le quali le mie figlie si domandano continuamente se sono sana di testa.

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Quella mattina avrei dovuto dare ascolto al buon senso e non sarei dovuta uscire e soprattutto non avrei dovuto farlo da sola.
Ma per quello strano modo d’intendere la vita e la mia professione, che com’è facile immaginare mi ha sempre messa nei guai, ebbi il presentimento che in quell'alba fredda e piovosa, la mia presenza sarebbe potuta essere utile a qualcuno.
Sono soltanto una fotografa, e ogni tanto mi diletto a scrivere qualche articolo che il mio direttore regolarmente cestina…ma quella mattina, non so dirvi come né perché, sentii d’essere attesa, e allora uscii armata soltanto della macchina fotografica e della mia paura.

Non so dire cosa si agitasse in me, ma sin dalla sera precedente provavo l'assurda necessità di andar fuori e di addentrarmi in quella zona che era stata pesantemente bombardata durante tutta la giornata precedente e parte della notte.
In albergo si dava per scontato che alcuni gruppi di miliziani del nord fossero già entrati in città, e questo, a dir la verità,

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   0 commenti     di: mariotto Back


IL DIRETTORE M. ( terza puntata )

No, non aveva dato alcun indirizzo di posta elettronica, né , tranne il nome ed il cognome, altri particolari sulla propria vita, e sul proprio lavoro. Fin dalle prime frasi lui e la Signora D., Erica D., si erano adagiati sulle ali di una conversazione che aveva concesso loro una vacanza quasi magica dall'intero mondo, ali fragili, che il minimo riferimento alla quotidianità avrebbe sfaldato, scaraventando il Direttore M. e la sua compagna sulla scabra superficie della realtà.
Il Direttore M. sezionò mentalmente in mille fotogrammi l'istante in cui la Signora D. gli si era, di propria iniziativa, presentata. Rammentarne il cognome avrebbe forse scacciato quello strisciante senso di vulnerabilità, e di svantaggio, ma M. riuscì solamente a rievocare il contatto con una mano asciutta e sottile, lievemente fremente, ansiosa di riprendere a gesticolare per sottolineare ogni parola ed ogni emozione, di tornare a tormentare la collana, e le frange dello scialle. Era rosso, quello scialle, ricamato con fregi dorati, assolutamente inadatto ad una persona con i capelli biondo scuri come quelli della Signora D., assolutamente inadatto per una persona con la pelle chiara come quella della Signora D., assolutamente perfetto addosso alla Signora D., che sembrava nata per portarlo.

Lo squillo del telefono dissolse a fatica l'immagine di quel tessuto scarlatto drappeggiato sulla figura un poco in carne di Erica... della Signora D. Il Direttore M.,
con abituale disciplina, riprese le redini dei compiti che quel giorno gli spettavano, lavorando con tanto accanimento da accorgersi solamente verso sera, in seguito ad una accorata protesta dello stomaco vuoto, di avere saltato il pranzo.
Ora, però, aveva tempo di farsi portare un panino, panciuto, e debitamente farcito. Se lo meritava, e poteva goderselo senza rimorsi, si compiacque, passandosi una mano sugli addominali ancora ben sodi, grazie all'esercizio fisico che lui, fin dalla giovane età, aveva costantem

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   0 commenti     di: laura ruzickova


Il fiume

Non dormo neanche stanotte, del resto mi sono quasi assuefatto alle mie notti insonni, ma domani tutto sarà risolto, forse; già …domani.
Domani, che parola, poi cos’è il domani, solo una sottile differenza fra oggi ed ieri, un confine che non esiste, scandito solo dal ciclo naturale del giorno seguito dalla notte?
Oppure una virtuale e voluta barriera che ci siamo creati, per dividere il tempo che inesorabilmente scorre o semplicemente una recondita ed intima speranza che quello che dovrà accadere, sarà meglio di ciò che è gia successo. Sarà solo poi questo, perché per me non esiste differenza alcuna: oggi è stato come ieri, così sarà domani…no domani sarà diverso.
Un velo leggero di malinconia adombra il mio cuore, il gelo mi attraversa raffreddando il mio animo, allora a volte sto lì presente ma distante, perso nei miei pensieri, lontano, pur essendo qui.
Come disteso sotto un albero, alla sua ombra, con gli occhi al cielo verso le nuvole.
Così, quasi da sembrare intento ad altro, forse perso, ma con i sensi tesi ed attenti, pronti a sentire se il vento, accarezzandoti il viso, potesse portare con sé il profumo di una rosa, la fragranza di una viola, il profumo di vaniglia : il profumo di te.
Dolci sensazioni ed emozioni, già passate ma non offuscate dal tempo, amore vissuto e ormai perduto, ormai amari ricordi senza te.
Ma il vento non arriva mai, questo vento tanto atteso ed agognato, né brezza leggera che allevia il mio dolore, né imperioso vento che spazza le mie nubi, nemmeno irascibile uragano che distrugge il mio dolore e spazza con furia ciò che ne rimane, cancellando per sempre quel poco che resta.
Poi in fondo che cosa resta, arida steppa, arsa prateria con sterili e secche sterpaglie, un misero tugurio
nella desolazione: questo è ciò che resta, nemmeno un uragano si degnerebbe di sprecare le sue forze, per distruggere quello che rimane di me:niente.
Sì, niente, senza di te vuol dire niente, anzi meno di niente

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   2 commenti     di: Chicco Tatino


Bianca come la neve

Un racconto sulla mafia, per riflettere, per combatterla, per stimolare gli insegnanti ad educare alla legalità.


Salvatore, un bambino di nove anni, abitava a Palermo, in uno dei quartieri più poveri e degradati della città. Il padre faceva il facchino in una ditta di trasporti e la madre amministrava lo scarso stipendio del marito, districandosi a fatica tra pranzi e cene per cinque persone. Salvatore aveva un fratello più piccolo ed una sorella di diciotto anni. I bambini poveri di Palermo sanno molte cose della vita e Salvatore, detto Turi, aveva notato, nell'abbigliamento e negli occhi della sorella Rosa la tentazione di andare in una strada del centro dove ragazze in minigonna e con il trucco pesante aspettavano che un uomo con l'automobile si fermasse, facesse un cenno ad una di loro che si affrettava a salire. Turi era deciso ad impedire a Rosa quelle squallide "gite" in macchina, ma non sapeva come.
Un giorno Turi fu avvicinato da un collega del padre. " Turi - gli disse- mi faresti un favore?"
" Certo "- rispose il ragazzo. " Dovresti portare questo pacchetto nella profumeria di via Ruggero Settimo. Come vedi è un pacchetto regalo. Potrei spedirlo per posta, ma ci tengo molto che arrivi per il compleanno della ragazza alla quale e destinato, la cassiera del negozio. Nemmeno con la posta prioritaria arriverebbe in tempo. Il suo compleanno è oggi e solo oggi ho trovato il regalo che fa per lei. Se mi fai questo favore ti darò 20 Euro" "Ci vado subito - disse Turi. L'uomo mise il pacchetto nella busta di plastica dalla quale lo aveva tolto per farlo vedere al ragazzo e gliela consegnò, insieme ai 20 Euro. A cena Turi, tutto contento, consegnò il denaro alla madre e raccontò tutta la storia. Il volto del padre si rabbuiò. Turi se ne accorse e chiese:
" Papà, non sei contento?" Turi - fu la risposta - devi pensare a studiare. Non perdere tempo con queste cose" Il bambino tacque. "Beh - pensò - il compleanno è passato. Non ci sarà u

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Il bene ritrovato

Anche quella mattina era in notevole ritardo. Seduto alla guida, osservava il cielo scuro che non prometteva niente di buono. La primavera tardava ad arrivare. Non pioveva e questo era già tanto per lui che odiava la pioggia e i disagi che crea in città.
Aveva accompagnato Sara a scuola e ora era bloccato nel traffico sulla Tangenziale. Le macchine avanzavano a passo d’uomo, formando quasi un enorme e mostruoso serpente di lamiera, velenoso, che lentamente digeriva quei corpi immolati sull’altare sacrificale di quella schizofrenica città.
Lui, però, non s’innervosiva più come una volta; anzi era alquanto sereno e bendisposto verso quella povera e ansimante umanità che lo circondava e lo pressava quasi a spingerlo oltre la meta da raggiungere.
Sara stava crescendo bene, ed era molto maturata ultimamente; tra qualche mese avrebbe finito le medie e dopo le vacanze avrebbe iniziato a frequentare il ginnasio e a rendersi più autonoma.
Anche con Sandra, negli ultimi tempi le cose andavano meglio; c’erano stati meno incomprensioni e nervosismi. In effetti, l’intervento li aveva molto ravvicinati e soprattutto aveva permesso loro di riconsiderare molti aspetti della loro vita e sapere apprezzare le piccole gioie che la malattia lentamente ma inesorabilmente aveva appiattito sino a cancellare.
Solo ora si rendeva conto del tempo recuperato non dovendo andare più tre volte a settimana, di tutte le settimane dell’anno, con il sole o con la pioggia, che avesse impegni di lavoro o fosse in ferie, triste o contento, che avesse voglia o no.
Era stato baciato dalla fortuna quella fredda sera autunnale; a tarda ora aveva ricevuto una telefonata con cui lo convocavano in ospedale per l’intervento; dopo tanti anni, tante visite e controlli, tante attese disilluse, tanti tentativi andati a vuoto. Promesse, speranze che ora, improvvisamente, erano già qualcosa di lontano e dimenticato.
Certo gli era rimasto il cruccio di non aver potuto ringraziare coloro

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   0 commenti     di: beniamino iorio



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