La avvertì prima di vederla. L’aria si spostò repentinamente per lasciarle cavallerescamente il passo e lo investì una fragranza che ne racchiudeva un’infinità senza che fosse possibile distinguerne una in particolare. Conosceva tutti i profumi femminili, sensuali, speziati, dolciastri ed ognuno gli provocava brividi diversi a respirarli sulle donne che li portavano, ma questo era ignoto, inebriante, ipnotico quasi. E poi la donna si materializzò. Nero l’abito che le accarezzava le forme morbide, neri i capelli, che le si arrampicavano come lunghi serpentelli maligni dalla schiena fin sopra la testa, lunare l’incarnato del volto dall’espressione corrucciata e interrogativa, che tuttavia non sporcava la perfezione dei lineamenti. Tutto in lei ricordava l’oscurità, quella notte dalla quale era emersa come per un prodigio miracoloso, ma nello stesso momento una luminosità inspiegabile la rendeva splendida. La creatura più affascinante che Gerardo Cammarota avesse mai visto in vita sua. Eppure di bellezze ne aveva conosciute in quantità. Gegè, così lo chiamavano tutti, era universalmente noto come lo sciupafemmine. La sua fama di implacabile conquistatore nel paese era stata tramandata di bocca in bocca, di pettegolezzo in pettegolezzo, fino a diventare leggendaria. E nonostante il pizzico di esagerazione propria delle chiacchiere, quella leggenda non era tanto lontana dalla verità. Le donne gli piacevano, le corteggiava. Tutte. Che fossero giovani o più mature, formose o efebiche, intelligenti o superficiali, ricche o senza un soldo, le adorava. E loro inesorabilmente gli cadevano ai piedi. Non sbagliava mai un colpo, mai aveva ricevuto un rifiuto, le collezionava come trofei da ammassare una dopo l’altra in una bacheca ideale nella sua mente, dove finivano per impolverarsi, non curate, non considerate. Cercava di non ferirne nessuna, ma in realtà non gli importava nulla di loro. Non sapeva cosa fosse amore, comprensione, rispetto, e non gl
[continua a leggere...]Ore otto di una soleggiata mattina d'aprile a Roma. Sì, il tempo non poteva essere più splendido di così. Un'ultima spruzzata di "Diorissimo" e via, ero pronta per affrontare la giornata. Raccolsi al volo lo spolverino di seta bianco e mi cacciai sotto il braccio la costosa borsa portadocumenti in pelle di struzzo. Come al solito ero in ritardo, ma oggi avevo un appuntamento con un cliente importantissimo, che non potevo far aspettare. Riflessa nello specchio dell'ascensore scorsi soddisfatta la mia immagine elegante, trucco leggero che aumentava lo splendore dei miei occhi neri e poi di corsa verso l'atrio salutando il portiere con un cenno della mano. Attraversai svelta Piazza Navona per raggiungere il giornalaio che, gentile come sempre, era già pronto con il mio quotidiano preferito.
Mentre mi stavo concedendo il caffè d'obbligo al bar di fianco cominciai a dare una scorsa veloce alle notizie del giorno. Giunta alla pagina della cronaca locale rimasi per qualche secondo a fissare, senza in realtà capire, la foto della bella giovane donna accanto al titolo a caratteri cubitali che recitava: "misteriosa morte di una giovane manager." Avvertii un tuffo al cuore e dovetti posare la tazzina di caffè, tanto mi tremavano le mani.
Ma quella era Valeria! La pettinatura era diversa rispetto a cinque anni fa, ma la bocca perfetta e il nasino all'insù erano inconfondibili. Ero sbigottita e lessi l'articolo con estrema attenzione:
"Valeria C., l'affascinante direttrice del settore acquisti di una nota azienda di profumi è stata trovata priva di vita nel suo lussuoso attico ai Parioli, dove dopo la separazione dal marito viveva sola con la figlia e una domestica filippina. L' ex marito Stefano C., si dichiara affranto e incapace di gettare luce sulla vicenda. Nell'ambiente di lavoro della giovane manager si parla però di stress eccessivo e di problemi sentimentali……."
Sospirai, non poteva che finire così. Mi accesi una sigaretta pe
è così poco vicino il tuo cuore,
che non riesco più a percepire il suo battito.
così tanto distante il tuo sguardo,
da non riuscire a perdermi nel blu
capace di trascinarmi via, lontano da qui.
vorrei chiederti scusa.
sto cercando un motivo da dare alla mente
per non farle più sussurrare il tuo nome.
così facendo non sto difendendo dai tuoi attacchi
il posticino di cui ti sei impossessato.
vorrei, adesso, vederti passeggiare sotto casa
e alzare lo sguardo alla finestra di camere mia.
ti dico. riceveresti in cambio del pensiero rivolto,
uno spiraglio di luce utile per capire che...
si... io ci sono!
perdonami. vorrei saperti mostrare un cielo senza nuvole
ma ormai sono alla deriva.
perchè pretendo senza avere diritti sui tuoi sentimenti,
arrogandomi un ruolo non mio,
di farti del male.
di farmi del male.
tu colori le mie giornate
ed io finisco per essere bravissima nell'ingrigirle.
ma purtroppo... la mia mente ha ragione!
scusa.
La vacha malha (Lou Dalfin)
ANDREA
Ma c'è davvero bisogno di una storiellina minimale?
Non lo so, non sono miei problemi.
Comunque, tanti anni fa, avevamo in casa un canarino arancione. L'ospite cominciò a svolazzare nella sua gabbia che era già un maschio adulto, mentre io, seppure anagraficamente più vecchio, ero in età prescolare. L'avevo chiamato Andrea. Certo è un nome inconsueto per un volatile, e già sento turbe flagellanti di apprendisti chierici scagliarsi contro quell’infantile decisione adducendo l'incontestabile fatto che non sta bene rinnovare il nome del santo ad ics in un miserabile pennuto. Ma io, fin da piccino, odiavo dare agli animali appellativi sciocchi, quali Fido, Fufi, Bobi, Cippi, o qualche altra tra le mostruosità più in voga dalle nostre parti e in quel preciso contesto storico, in un'orgia di puerilità e neologismi anglo-transalpini, tanto esotici quanto onomatopeici. Quel sentimento era dovuto al mio segreto piacere nell'apparire un po' originale, e chiamare Andrea un canarino era senz'altro originale. Lo trovavo un bel nome per un uccello, molto buffo. Intendiamoci, sarebbe stato altrettanto buffo chiamarlo Gianluca, che è il mio nome, ma credo che non faccia piacere nemmeno ai bambini vivere il ridicolo troppo da vicino. Andrea mi faceva ridere perché era un nome da grandi, il mio era, almeno per personale esperienza, un nome da bambini. Vuoi mettere?
Andrea prosperava nelle sue due spanne cubiche di ferro a sbarre becchettando mangime e un osso di seppia bianchissimo, nutrito, dissetato e riverito grazie ad una bravura canora senza eguali nel nostro condominio. Pensavo, è vero, che fosse un po' troppo intellettuale, come canarino, dato che aveva sempre il capo chino sul foglio di giornale che, dal fondo della gabbia, gli fungeva da cloaca, ma se trovava piacevole tenersi informato sui fatti del mondo non sarei certo stato io ad impedirgli l'innocente sollazzo. Così ogni mattina, alle sette e tren
Probabilmente ogni persona è legata a un tempo e a un luogo; e può esistere solamente in quel tempo e in quel luogo.
Nella vita a volte si incontrano persone simpatiche, con le quali starei volentieri insieme. Le incontro in viaggio, alle sagre. Sono incontri fuggevoli che durano solo il tempo di un viaggio in treno o le ore della festa. Poi ognuno va per la sua strada e non le rivedo mai più.
Dopo 30 anni ritorno ad Anson sperando di rivedere la ragazza vestita di bianco, con i capelli rossi, gli occhi verdi e i seni appuntiti, che sfilava in processione. Naturalmente adesso lei non c’è più.
Sulla piazza ci sono solamente i vecchi e gli anziani. Ma non è stata una giornata sprecata...
Quest’anno, alla fiera di Anson, la terza domenica di Ottobre, incontro una sagrestana. È una bella signora bionda che ama le case vecchie, proprio come me. Mi racconta che quando era ragazza tirava le funi per suonare le campane nel piccolo campanile. A quel tempo abitava vicino alla chiesa, in una casetta ora abbattuta. Mi ricordo come era quell’edificio che allora ho fotografato.
Poi la signora aggiunge: “Rivedo ancora quella casetta, nei miei sogni...”
Ci spostiamo in sagrestia dove la signora mi mostra un vecchio armonium che suonava quando era giovane. È uno strumento nero e impolverato, abbandonato in un angolo. La signora si avvicina, alza il coperchio e incomincia a suonare qualcosa sulla tastiera. Nella luce dorata della sagrestia risuonano le note dolci e tristi di una musica religiosa. Il volto della signora evoca ricordi di un tempo ormai lontano.
Finita la messa andiamo in processione per le vie del paese. Davanti cammina il vecchio prete col crocifisso in mano; poi gli uomini che sorreggono la statua di un Santo; poi il corteo degli uomini, delle ragazze, delle donne con i vecchi in fondo.
È un pomeriggio di sole e fa caldo. Ma i vecchi si ricordano che negli anni passati, durante la processione c’era la nebbia e i partecipanti si vedevano
Torino, 25 settembre 2008
Anche se sembra, non è per caso la nostra partenza insieme nel viaggio storico, lasciando le traccia dappertutto?" di là e di qua?" in tutti gli angoli del mondo. È stato veramente benedetto quel giorno, nel quale abbiamo cominciato la nostra comunicazione e la decisione per il nostro viaggio inarrestabile?" fino all’eternità, di sicuro che ha l’origine nel miracolo divino. Io confermo a Te ed insieme confermiamo all’umanità che il nostro viaggio, partito dal miracolo e che per stazioni ha i miracoli, sarà un viaggio lungo ed inarrestabile?" nei tutti stagioni e nei tutti secoli e passerà labirinti non numerati, nel mondo intero?" in ogni rilievo ed in ogni angolo dove respira l’umanità, dal quel benedetto giorno e fino all’eternità.
Già dall’inizio, con piana puntualità ?" applicando le verissime regole dell’amore, come punto di partenza abbiamo sempre avuto l’essere umano e l’umanità. E già dal primo giorno del nostro viaggio inarrestabile, il nostro amore?" pulito come lacrima?" l’abbiamo messo nel servizio dell’umanità e della gente bisognosa. Oramai, dove noi andiamo?" dappertutto, le benedizioni di Dio tra i raggi dell’amore attorniano, prendono, comprendono e scaldano nell’anima tutta la gente che si uniscono con noi, ci accompagnano, collaborano e viaggiano insieme a noi. Quindi, non sol oche non siamo soli, ma nel nostro viaggio le code della gente sono sempre più lunghe e gli archi dei balli dei nostri compagni del viaggio che sono già nostri collaboratori, danno dappertutto avvenenza e leggiadria, facendoli belli tutti i rilievi, ovunque?" di là e di qua.
Durante questo viaggio, cominciato in un benedetto giorno, non tanto lontano, abbiamo scoperto e sempre di più scopriamo valori comuni della gente, valori questi che hanno l’origine nell’amore. Questi sono valori che non conoscono le differenze?" ne geografiche, ne fisiche, ne ideologiche, ne nazionale,
Sto correndo con la musica, le ali della libertà tarpate da cellule impazzite. Il suono sparato dalle cuffie verso nervi atrofici... un testo di Wim Mertens e la mia rabbia sopita di corse insperate.
Lotto ogni ora, minuto con sfuggenti pavimenti e sensazioni di caduta libera all'interno del mio essere fisicità. Colori mutati di una macchina fotografica consunta dal tempo per errore di fabbrica. Lacrime inutili respinte all'interno del mio io.
Mi mancano le corse, mi manca la mia perduta voglia di solitudine nei prati verdi della mia piccola città... e molte sono le domande inevase, con risposte buttate a casaccio. Non consola sapere che non si è soli in questa esperienza diversa, neppure aiuta voltarsi indietro e rendersi conto che in ogni caso si è fortunati e neppure aiutano le parole di rito: viviti al meglio.
ora, adesso: sono stanca, e correndo nei meandri del mio "io" vorrei una tregua insperata e gratuita, dove la mia fisicità ritorni ai primordi e non mi faccia rimpiangere di non essere mai nata..
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