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Racconti su sentimenti liberi

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Randy Fenoli (part. 2)

Risvegliava l'amore per una madre verso una figlia... Risvegliava i sogni, caduti come delle foglie da un albero.. Era affamato di felicità. Voleva ricoprirsi di 'polvere di felicità'. Spargerla sul viso... così che quando le persone lo guardavano, erano felici.
I suoi occhi erano come scogli... La gente era il ''mare''... ci si infrangeva contro.
Lui aveva dentro gli occhi, le 'ali di una farfalla'. Erano tremendamente belle, fragili e delicate che si potevano rompere ad un solo sguardo... é più o meno così, la felicità... Quando ti accorgi di averla accanto, ecco che svanisce di colpo. Come una farfalla appoggiata sulla spalla. Anche se penso che, la felicità vera esista e duri in eterno. Ma su questa frase, sono come un idea detta e che non tutti condividono a pieno.

   2 commenti     di: Martina Di Toro


Da Posillipo a Scampia

Sabato 2 maggio. Un sabato apparentemente come tanti altri in quell’appartamento all’ultimo piano di Via Manzoni.. Melissa, quasi 18 anni, figlia di un importante medico chirurgo e un facoltoso avvocato si prepara ad uscire con le sue amiche. “Dove andiamo stasera?” chiede Ilaria, spazzolandosi i capelli biondi. “Andiamo a mangiare da qualche parte! Ho una fame!” risponde Melissa scoppiando a ridere. “Pensi solo a mangiare, sei un caso disperato! Ma come fai a rimanere così magra?” le urla Francesca lanciandole un cuscino addosso. Ride ancora Melissa e raccoglie il cuscino. “Andiamo al Gatto e la Volpe, è carino quel posto” suggerisce Monica. “Speriamo di rimorchiare qualcuno di carino!” Le quattro amiche ridono gaie. In quel momento entra la madre di Melissa in camera e inizia la solita paternale “Ma come faccio ad avere una figlia così disordinata? È mai possibile che questa stanza è un’immondezzaio?”. Ride ancora Melissa. È talmente abituata a quelle sgridate che ormai non le fanno più alcun effetto. Osserva la sua bella stanza, le mura completamente ricoperte di foto e il disordine che regna sovrano. Dappertutto magliette, jeans, mutandine, quaderni di scuola, CD, scarpe. Un giorno la metterà in ordine, forse. Ma non certo di sabato sera. “Mi metto il mascara e usciamo” dice alle amiche. Eccole pronte, quelle quattro ragazze, studentesse dell’ultimo anno di liceo classico, tirate a lucido per il tanto atteso sabato sera. “Meli non fare troppo tardi! Non dopo le 2!” le urla la mamma dal salotto, mentre la ragazza afferra le chiavi. “Che palle!” le urla di rimando quella figlia un po’ ribelle e si tira con forza la porta alle spalle. “Speriamo di divertirci stasera!” dice Ilaria sistemandosi la frangetta.
“Un sabato come tanti altri” pensa Melissa, del tutto ignara che quel sabato 2 maggio avrebbe cambiato completamente la sua vita.

La luna è alta nel cielo, le stelle brillano come diamant

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Neve segreta prima parte

Prologo
Proprio prima della fine della curva, tra due palazzi con l'intonaco cadente e le scale che salgono al lato, c'è la nostra casa.
Guardare quel cartello giallo con scritto vendesi tra le sbarre del cancello mi fa un po' male. Eppure ormai è una liberazione.
La nostra casa è un bel villino degli anni venti, di quelli con un grande giardino intorno, le ringhiere di ferro battuto e le persiane di legno dipinte di verde.
Io ero nata lì.
Mamma ci viveva da una vita, appena sposata con papà, con zia Nives, la loro piccola bambina ( che sarei io) e Pepe.
Pepe veramente era mio, cioè io non pensavo che appartenesse alla famiglia, perché era il mio cane. Me lo aveva regalato zia Nives quando avevo sei anni.
Quando arrivò a casa dentro una scatola di cartone era piccolo come un topino.
Mamma non voleva che entrasse in casa. Pepe però faceva di tutto per disobbedire a quella regola. Un piccolo canuccio nero e riccio che male fa in una grande casa? A volte mamma neanche se ne accorgeva.
Io certe volte di notte scendevo scalza in cucina e aprivo la finestra per farlo entrare. Era un'operazione molto pericolosa perché la persiana di sinistra si era un po' gonfiata con l'umidità e non accostava bene. Per questo faceva un rumore tipico quando si apriva e si chiudeva. Io lo ricordo ancora quel rumore. Sembrava come la voce di un bambino che fa i capricci o il lamento di una gatta in calore. Comunque un rumore quasi vivente. Lo sentivo dalla mia stanza, proprio sopra la cucina quando papà si alzava presto e preparava il caffé. O la notte quando litigava con mamma e scendeva a fumare. Facevano di tutto per non farsi accorgere di discutere ma io sentivo il rumore della persiana e capivo che papà fumava. E poi la mattina trovavo la cenere del sigaro vicino al mandorlo, di fronte la cucina, e capivo lo stesso.
Per non far sentire quel rumore, bisognava aprire prima la persiana di destra e poi sollevare leggermente verso l'alto la persiana di sinistra. Solo

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   0 commenti     di: Giacomo D'Alia


Ottimismo

Vorrei dedicare questa parte di libro ad un mio modo di essere, ad un insieme di avvenimenti e comportamenti chiamato "ottimismo". Di questo ipotetico sentimento vi sono poche tracce ormai nei caratteri radicati in ogni persona, eppure serve. Mi son reso conto della sua utilità quando cominciai a rendermi conto anche di quanto permettessi a persone ed esperienze di rovinarmi la vita, da quando ne ho consapevolezza riesco a vedere il mondo con altri occhi, potrà sembrare a voi per come scrivo, e per cosa scrivo che io disprezzi tutto ciò che c'è in questo mondo, ma non è cosi, ne parlo cosi male nella speranza che qualcuno leggendo possa ritrovar in sè la ragione e cosi facendo rendere il mondo migliore nel suo piccolo. Si vive anche più felici, più tranquilli grazie a questo sentimento, quando c'è dentro di te in ogni azione sei motivato a raggiungere il tuo scopo, riesci ad immaginare già il futuro dopo le conseguenze di quell'azione, ed è una virtù di cui tutti ne debbano essere provvisti. Ogni giorno sento, vedo e leggo gente che si lamenta di come gli vanno le cose, io credo che vadano cosi perchè già da prima fondano il loro futuro sul presupposto che le cose gli vadano male, al posto di supporre che tutto vada per il meglio. Fortunatamente, ed è una cosa di cui mi vanto, ho il piacere di sentire questo sentimento dentro me, anche se a volte mi fa sembrare presuntuoso, ai miei occhi in primis, so che altrimenti mi farei sopprimere dai brutti pensieri e dalle negatività, cosa che per me non ne vale la pena perderci neanche un attimo su, la vita è una sola, e cerco di viverla nel modo più felice che ci sia, e bada bene, non intendo come le convinzioni che ultimamente sento dire dai giovani della mia età, cioè che essere felici per loro è trasgredire le regole, bere, fumare, giocare con i sentimenti altrui, ma intendo cercar di far del bene ogni giorno per veder sorridere il mondo, e sorridere a nostra volta. Tutti cerchiamo la felicità

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Un tragico episodio della guerra fredda

Da molti giorni bussavate alla porta della ma memoria. Vi siete serviti di parole, nomi di persona, scene di un film, frasi lette in un giornale, di pensieri sulla mia vita, semplici, relative al modo in cui passo certe giornate. E, finalmente, siete riusciti ad aprire la porta. È stato quando ho pensato: " Sarebbe bello, la domenica, bighellonare pigramente per casa, senza affannarsi e rinunciando a pensare: che cosa preparerò per il pranzo? " Da qualche tempo faccio un altro pensiero: " Qualcosa si arrangerà" e passeggio pigramente per casa, prendo un libro, vado in terrazza a guardare le piante. E sono più felice. Le domeniche sono diventate leggere, non più noiose e vanamente impegnative come una volta. Con questo ultimo strumento siete riusciti ad aprire la porta e subito vi ho riconosciuto: Julius ed Ethel. Mentre bighellonavo per casa, mi sono ricordata che anche a voi piaceva passare le domeniche così.
E mi sono ricordata tutto di voi, Julius ed Ethel Rosemberg, due ebrei americani, una coppia come tante che si amavano dolcemente, pacatamente. Avevate due figli, due bambini che dovete aver amato ed educato nel modo giusto se, diventati adulti, hanno scritto per voi, su di voi, un bel libro. "Eravamo vostri figli".
Ero molto giovane quando vi travolse una tragica vicenda che vi portò entrambi, insieme, alla morte. Eravate impegnati nella difesa dei diritti umani, condannavate il crimine di cui erano stati vittime Sacco e Vanzetti, vi opponevate alla guerra di Corea, partecipando alle manifestazioni che gli americani illuminati e progressisti organizzavano. Avevano molto successo e suscitavano molte apprensioni nei dirigenti della Casa Banca che temevano di perdere il consenso dell'opinione pubblica sulla guerra che gli USA stavano combattendo in Corea. Quel consenso bisognava riconquistarlo ed a questo fine bisognava convincere la gente che il dissenso, la contestazione, erano segni di antipatriottismo, di tradimento della grande, democratica, civil

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LE ZEPPE CAVITÁ/1

Non era giorno e non era notte. Squarci di buio e lampi di luce sostituivano incessantemente il tetto di casa mia.
Legato al letto, vi rimasi per troppo tempo e non contai più le ore che urlai senza fiato. Ero il prediletto. Le lacrime mi davano fastidio, scendendo salate sulle mie labbra. E respiravo, profumo d’aranciata e feste di compleanno; gola secca, al deserto mi avvicinai e le ginocchia sbucciate sussurravano alle mie spalle. Anche la schiena, trafitta da punteruoli, volle la libertà.
Al suono di clavicembalo, mi ricordai. Che non era chiaro né scuro. Dentro di me, sapore di sangue e battito cardiaco, guardai. E vidi, tutto pieno: esaurito. Gente ad applaudire gesta mai compite. Vidi l’eroe dell’oggi che scalciava e arrossiva, sbuffando. Un treno lanciato verso l’aldilà, anime assopite spostarono binari e stazioni, innumerevoli tragitti.
Tutto solo fui scaraventato contro sillabe da ricomporre; e la storia finì. Quindi ogni cosa si ripeté. Costruzioni megalitiche esplosero al limite del mare.
E cominciai a respirare, aria di salsedine, polvere e sabbia. E guardai, occhi cristallini. Vetri rotti, a piedi nudi affrontai, cicatrici nella mente, tra i ricordi e le corse affannate di un bambino tra i prati: vipere.
Campanelle, suonate con veemenza. Risuonarono tra pareti anguste. Vicino a me. Intorno a me. Dentro me. E la consapevolezza del nulla, avvolse.



Magalà

Al tempo dei maghi e delle fate, Magalì era una giovane ninfa dei boschi. era bionda, graziosa, gentile e amava molto le piante alla cura delle quali era preposta. Se i raggi del sole colpivano violentemente una pianta giovane e tenera, Magalì le faceva un ombrellino utilizzando un rametto spezzato e una larga foglia caduta dal ramo.

Se una pianta stentava a crescere perché non riceveva abbastanza luce, la ninfa potava con grande competenza le piante che la soffocavano, facendole arrivare i caldi raggi del sole. Istruiva tutti gli animali che si cibano di erbe perché lo facessero nel modo giusto, senza arrecare danno alle piante.
La regina delle fate da molto tempo si era accorta dello zelo e della competenza di Magalì e un giorno, incontrandola nel bosco, le annunciò, senza tanti preamboli, la sua decisione di promuoverla al rango di fata. "Vieni domani al mio castello- le disse- alla presenza di tutte le fate riceverai l'investitura ufficiale". Magalì ringraziò con voce tremante per l'emozione e l'indomani si recò al castello dove, nel corso di una cerimonia solenne, la regina la proclamo fata e le consegnò la bacchetta magica. " Con questa bacchetta-le disse- potrai compiere tutti i prodigi che ti saranno richiesti e quelli che tu giudicherai utili e necessari".
Finita la cerimonia, Magalì tornò al suo bosco un po' frastornata ma molto felice e soprattutto desiderosa di mettere la sua bacchetta magica a disposizione di chi ne avesse bisogno. Impaziente ma stanca, raggiunse la sua casa e andò subito a dormire. All'alba si svegliò, si vestì in fretta e aspettò che qualcuno bussasse alla porta. Non dovette aspettare molto: tutti, nel villaggio che sorgeva ai margini del bosco, avevano saputo della sua nuova condizione. La prima a presentarsi fu una vecchiettache, appena entrata, si mise a supplicare." Oh, Magalì! Tu conosci la mia casa. È piccola, brutta e cadente. Ti prego, fa che io possa avere una casa comoda e sicura". Magalì fe

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