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Racconti su sentimenti liberi

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logoopediia

Ero seduto in un autobus, concentrato sui manifesti circensi e/o pornografici che tappezzavano la via dello stadio. Stavo pensando “L'immediatezza grafica delle pubblicità per Eva Henger non mi eccita affatto. Che il mio cervello funzioni come quello di una donna?”. Ero soddisfatto della profondità di questa riflessione, ma la dovetti accantonare un attimo per ascoltare la conversazione di due vicini di posto, un maschio e una femmina di qualche anno più vecchi di me.
Intuii che parlavano delle ultime vacanze estive.
“ E poi a Luglio ho passato tre settimane ad Amsterdam.. “ disse la ragazza con tono medio.
“ Figata! “ disse il ragazzo con quella che sembrava l'espressione standard di ' empatia per qualcosa di relativamente interessante successo a qualcun altro '.
“ Con i miei... “ lo corresse la ragazza alzando leggermente gli occhi al cielo con aria delusa.
“ Ah... che sfiga.. “ commentò il ragazzo affrettandosi ad imitare il registro della ragazza.
In quel momento avrei voluto alzarmi dal mio posto, trascinare i due alla prossima fermata, prenderli entrambi per un lobo e dire loro:
“ Cosa cazzo vi prende? Perchè continuate a torturare gli ignari passanti con i vostri dialoghi privi di alcun interesse e gonfi di stereotipi adolescenziali? Sforzatevi per fare in modo che i vostri scambi abbiano almeno un'infinitesima conseguenza nella vostra vita! “
Il flash fu breve. Una persona normale non avrebbe probabilmente reagito in questo modo scomposto. Ma era emersa qui una mia vecchia ossessione, nata circa dieci anni prima?" ovvero quando avevo cominciato a mettere in fila un pensiero non necessariamente legato a bisogni primari - , che la mia vita potesse essere una commedia brillante, con una sceneggiatura esilarante e priva di tempi morti, con un pubblico che reagisse ad ogni cosa che mi succedeva. Rispondevo indietro ad un maestro, e un applauso intenso faceva da eco. Facevo un'allusione sessuale ad una ragazza, ed ecco

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Oasi

Erano mesi che non sentiva più la vita scorrere nelle vene, da quando aveva preso la decisione di troncare quel rapporto che da anni lo dilaniava nel profondo.
Stava seduto, le sue mani toccavano la tazza del caffé, il tavolo col piano di vetro, lasciava vedere le sue scarpe, si ricordò di quando dallo stesso punto di osservazione vedeva le gambe di lei, sotto a una gonna blu, una di quelle gonne che aveva tanto ammirato, indossate da altre donne, ma mai visto indosso a lei; arrivava alle ginocchia, le pieghe a fisarmonica, stando seduta le sue gambe, avvolte da calze scure, disegnavano le forme calde, che in lui stimolavano la voglia di tenerezza, di abbracciare quelle gambe, di posarci la testa.
Era successo, molto tempo prima, si ricordò le sue carezze, e le parole dette sottovoce:
"Riposa la testa. Non preoccuparti, hai degli amici, ai me. Tutto andrà bene."
Non capitò quel giorno, aveva quella gonna ma non l'indossò per lui. Era in città per commissioni, un colloquio dallo psicologo e gli telefonò.
"Ti disturbo se vengo da te?"
Disse con freddezza. Lui capì subito che era arrivato il momento di darle delle spiegazioni, ma tentò di rinviare.
"Devo andare a lavorare alle due."
Disse come se avesse dovuto affrontare un drago.
"Ci vorrà poco, il tempo di un caffé. Un quarto d'ora e sono lì."
Chiuse la telefonata; lui per non gelare del tutto cominciò a fare il caffé.
Passarono i minuti, scanditi dai pensieri più profondi, dai ricordi di lei, di quello che aveva fatto per averla, di quello che non era riuscito a dirle, pensava alle parole che aveva detto e che ora si perdevano nel vento e ai suoi pensieri che viaggiavano lontano nel tempo, nello spazio e nella memoria del suo vano amore per lei. Si sentiva perduto, come chi nonostante gli sforzi la dedizione non riesce a trovare una via che lo porti vivere serenamente i suoi sentimenti. Umiliato come chi non vede riconosciuta la sua sensibilità, proprio dalla persona che ama. Si sentiva

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   4 commenti     di: Paolo Venturi


Flusso d'una coscienza instabile

..(VISUALIZZAZIONE MENTALE DI UN SEPRENTE IN PROCINTO DI MORDERE)...
il fatto è che scrivere non serve a nulla o quasi
quindi credo che non scrivero' nemmeno una parola...
ecco lo vedi! questa stramba teoria a cui ho
dato il via libera di germogliare nel mio stomaco
il culto dell'inutilita' assimilare ogni cosa
all'idea di vuoto e di non-esistenza
ma a chi importa in fondo?
Chieder pace è chiedere troppo si sa
semplicemente non puoi averla ammesso che
qualcuno l'abbia mai desiderata sulserio.. e questa bastarda non mi si scollera' mai di dosso questo lo so ormai mi aderisce perfettamente
questa specie di strato viscoso ha i suoi confini tra la mia pelle e il mondo esterno
ed è una gran bastarda del cazzo una specie di barriera ectoplasmatica assorbe efficaciemente patimenti d'ogni genere e me li riversa all'interno sono il suo stomaco e devo digerire tutto fanculo! pero' che creatura curiosa molto camaleontico il modo nel quale cambia forma e consistenza nell'ergersi a muro impenetrabile fossato invalicabile guaina isolante quando da fuori benevole vibrazioni positive tentano la breccia e per cosa poi? la tragedia nasce sempre insieme a chi ne ha bisogno è questo il guaio senza lei non sei più nulla.. quindi è deciso non scrivero'...(VISUALIZZAZIONE MENTALE DEL SERPENTE CHE SFERRA IL MORSO)

   3 commenti     di: maynard keenan


IL MIO CANARINO SI CHIAMAVA ANDREA

La vacha malha (Lou Dalfin)



ANDREA

Ma c'è davvero bisogno di una storiellina minimale?
Non lo so, non sono miei problemi.
Comunque, tanti anni fa, avevamo in casa un canarino arancione. L'ospite cominciò a svolazzare nella sua gabbia che era già un maschio adulto, mentre io, seppure anagraficamente più vecchio, ero in età prescolare. L'avevo chiamato Andrea. Certo è un nome inconsueto per un volatile, e già sento turbe flagellanti di apprendisti chierici scagliarsi contro quell’infantile decisione adducendo l'incontestabile fatto che non sta bene rinnovare il nome del santo ad ics in un miserabile pennuto. Ma io, fin da piccino, odiavo dare agli animali appellativi sciocchi, quali Fido, Fufi, Bobi, Cippi, o qualche altra tra le mostruosità più in voga dalle nostre parti e in quel preciso contesto storico, in un'orgia di puerilità e neologismi anglo-transalpini, tanto esotici quanto onomatopeici. Quel sentimento era dovuto al mio segreto piacere nell'apparire un po' originale, e chiamare Andrea un canarino era senz'altro originale. Lo trovavo un bel nome per un uccello, molto buffo. Intendiamoci, sarebbe stato altrettanto buffo chiamarlo Gianluca, che è il mio nome, ma credo che non faccia piacere nemmeno ai bambini vivere il ridicolo troppo da vicino. Andrea mi faceva ridere perché era un nome da grandi, il mio era, almeno per personale esperienza, un nome da bambini. Vuoi mettere?
Andrea prosperava nelle sue due spanne cubiche di ferro a sbarre becchettando mangime e un osso di seppia bianchissimo, nutrito, dissetato e riverito grazie ad una bravura canora senza eguali nel nostro condominio. Pensavo, è vero, che fosse un po' troppo intellettuale, come canarino, dato che aveva sempre il capo chino sul foglio di giornale che, dal fondo della gabbia, gli fungeva da cloaca, ma se trovava piacevole tenersi informato sui fatti del mondo non sarei certo stato io ad impedirgli l'innocente sollazzo. Così ogni mattina, alle sette e tren

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IL BICCHIERE

Primo episodio dei "filosofi napoletani"


Napoli, sono circa le cinque del pomeriggio.

Ci troviamo in uno dei vicoli del centro storico popolare, dove insieme a molti “bassi” e a qualche piccolo antico negozietto, c’è una pizzeria, non più grande di 50 mq, tanto modesta ed al limite della decenza igienica, quanto nota fra i popolani per la qualità e la bontà delle sue pizze al forno e delle sue pizze fritte.
Nel locale sono ammassati, in un ordine approssimativo, una ventina di tavolini con il piano di marmo bianco, contornati da vecchie sedie di ferro verniciate di nero. Tavoli e sedie, recano i segni del passaggio di migliaia e migliaia di persone che, su di essi, hanno consumato altrettante pizze, nel corso di quasi un secolo d’attività.
In un angolo, da cui si vede tutta la sala, c’è un altrettanto antico forno a legna, che profuma di pomodoro e mozzarella anche quando è spento, con annesso un bancone dove il pizzaiolo stende e condisce le gustose ruote di pasta cresciuta, prima d’infornarle.
Completano l’essenziale arredamento, alcuni armadi, sbilenchi in cui sono custodite le stoviglie, le posate ed i bicchieri. Com’è d’uso, in questo genere di locali, la carta sostituisce le tovaglie e le salviette.

Intorno ad uno di questi tavolini, sono sedute due persone, di circa cinquanta anni o poco più. Dinnanzi a loro una bottiglia di birra fresca e due bicchieri.
Hanno l’aria rilassata e svogliata.

Sono Gennaro Platone e Ciro Aristotele.

Il primo, Gennaro, quello che ha l’aria svogliata, è un disoccupato organico, che non ha un vero e proprio mestiere, ma che è un gran maestro dell’arte di arrangiarsi.
Egli, quando gli va, si arrabatta a fare un po’ di tutto, ma per quel tanto che basta alla sua sopravvivenza. Gennaro, che è senza vincoli familiari, ha scelto di anteporre il desiderio di vivere a modo suo e secondo gli umori del momento, all’eventuale s

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   1 commenti     di: Sergio Maffucci


Ottimismo

Vorrei dedicare questa parte di libro ad un mio modo di essere, ad un insieme di avvenimenti e comportamenti chiamato "ottimismo". Di questo ipotetico sentimento vi sono poche tracce ormai nei caratteri radicati in ogni persona, eppure serve. Mi son reso conto della sua utilità quando cominciai a rendermi conto anche di quanto permettessi a persone ed esperienze di rovinarmi la vita, da quando ne ho consapevolezza riesco a vedere il mondo con altri occhi, potrà sembrare a voi per come scrivo, e per cosa scrivo che io disprezzi tutto ciò che c'è in questo mondo, ma non è cosi, ne parlo cosi male nella speranza che qualcuno leggendo possa ritrovar in sè la ragione e cosi facendo rendere il mondo migliore nel suo piccolo. Si vive anche più felici, più tranquilli grazie a questo sentimento, quando c'è dentro di te in ogni azione sei motivato a raggiungere il tuo scopo, riesci ad immaginare già il futuro dopo le conseguenze di quell'azione, ed è una virtù di cui tutti ne debbano essere provvisti. Ogni giorno sento, vedo e leggo gente che si lamenta di come gli vanno le cose, io credo che vadano cosi perchè già da prima fondano il loro futuro sul presupposto che le cose gli vadano male, al posto di supporre che tutto vada per il meglio. Fortunatamente, ed è una cosa di cui mi vanto, ho il piacere di sentire questo sentimento dentro me, anche se a volte mi fa sembrare presuntuoso, ai miei occhi in primis, so che altrimenti mi farei sopprimere dai brutti pensieri e dalle negatività, cosa che per me non ne vale la pena perderci neanche un attimo su, la vita è una sola, e cerco di viverla nel modo più felice che ci sia, e bada bene, non intendo come le convinzioni che ultimamente sento dire dai giovani della mia età, cioè che essere felici per loro è trasgredire le regole, bere, fumare, giocare con i sentimenti altrui, ma intendo cercar di far del bene ogni giorno per veder sorridere il mondo, e sorridere a nostra volta. Tutti cerchiamo la felicità

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La malattia invisibile

Non possiamo essere realmente artefici del nostro destino. Molte volte il caso distrugge piani ed obbiettivi, o in altri, aiuta . Anche questo c è nella storia di Ester e Muhamad. Lei sapeva di essere sua figlia ma lui non ne ebbe mai la certezza.
Ester viveva una vita normale, nell'Europa occidentale, studiava all'università , usciva con le amiche, aveva avuto storie d'amore ed un altrettanto amorevole madre. Ma ad Ester mancava qualcosa, la figura paterna quella a cui tanto sono le legate le figlie. Si sentiva in disagio vedendo i padri degli altri oppure due genitori assieme, la madre non volle risposarsi credendo di dare un dispiacere, ma quando non c è dialogo si finisce per illudere o deludere l'altro. Non lo fece mai presente alla madre pensando di farla soffrire, e ne la madre volle mai indurla a farlo. Un tempo l'ignoranza nelle zone più sottosviluppate, rendeva ingenue anche le giovani ragazze, fu così che la madre di Ester che vedendo un ragazzo muscoloso, grande, di un colorito mulatto, affascinante, non seppe resistere e cedette alle sue insistenti richieste pur non capendo bene cosa dicesse. Pur essendo rimasta sola, incinta senza veri punti di riferimento, non si pentì mai di quello che fece, il dolore e il dispiacere provato in quel momento le fu ricompensato con l'amore e le soddisfazioni che le diede in seguito la figlia. Ester era sempre stata una ragazza studiosa, brava, obbediente non diede mai problemi alla madre,- ma per questo volta-pensò -non farà nulla. Infatti aveva da tempo intenzione di fare presente al genitore il bisogno di trovare suo padre. Conoscere anche la parte maschile delle sue origini. Glielo disse un giorno in cucina, mentre stavano per pranzare assieme, la madre guardo un attimo il suo piatto mosse le labbra verso l'interno della bocca se fosse adirata, Ester per un attimo si pentì di averglielo chiesto, ma poi dopo la sollecitazione della figlia sorrise, rendendosi conto che questo momento sarebbe dovuto arrivar

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   2 commenti     di: antonio imbesi



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