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Racconti su sentimenti liberi

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Golden wings

two butterflies
their bright yellow wings
fluttering in the air

the first spring sun
shines upon them
changing
their yellow wings
into transparent gold

while the wind
softly sings
touching
little green leaves

I could hear
a miracle
the touchdown
of the two golden-winged
intimate nearby
on a sprig



The monkey woman

Italia 1980. Una famiglia va in vacanza in una piccola isola per tre giorni insieme ad alcuni amici perché è sempre stato il loro sogno. Martina una bambina di cinque anni che affascinata da quell’ambiente, non vuole più tornare a casa e proprio la sera che stanno per tornare a casa con la nave, i suoi genitori litigano e la bambina decide di restare lì e non partire. Nel 2000, venti anni dopo, due attori emergenti di diciotto anni partono con un elicottero da Roma per andare a girare un film in Africa ma l’elicottero a causa del vento forte si danneggia e cade proprio sulle acque dell’isola. I due sono disperati perché l’elicottero sembra non partire e allora hanno paura di perdere il lavoro. Ora si sa che è molto difficile vivere su un isola e quindi i due cercano una via di fuga e mentre esplorano l’isola davanti a loro trovano una donna nuda, molto bella, bionda e occhi celesti e i due sembrano essere contenti e mentre uno dei due Francesco, il più testardo, si avvicina a lei, la donna subito scappa e l’altro Flavio resta solo a guardare ma all’improvviso i due sentono un forte rumore, un lupo molto grande tenta di aggredirli ma la donna lo caccia via “parlando” con lui con il verso del lupo, la donna fissa i due per alcuni secondi e quando Flavio la ringrazia, salta sui rami di un albero e arrampicandosi scappa via. Francesco sgrida Flavio per averla fatta scappare via perché dal momento che l’ha vista ha già cominciata a desiderarla in tutti i sensi ma soprattutto in uno. Flavio invece stava sempre calmo e un po’ aveva paura di vedere di nuovo quel lupo. I due subito dopo trovano una piccola caverna sotto una montagna con vestito appoggiato sul muro (un vestito da bambina), un bastone di legno e varie pietre. In realtà questa era la casa di quella donna che appena arrivò e vide i due a terra sudati da quel forte caldo, si mise sulle pietre e si mise a dormire mentre Francesco diceva a Flavio che quasi avrebbe approfittato di l

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Il serpente

C'è qualcosa che si muove... qualcosa che si stacca dai muri grigi della vita ancor più grigia... nelle desolate e immutabili stanze del poco e del niente. < il dolore, sssi muove >
Striscia giù dal plafone, lungo l'antenna del televisore acceso che, forse, acceso non è... oppure è acceso sul canale del nulla.
Scivola tra le giunte del pavimento... il dolore <il peggiore... il dolore del nulla... che è il peggiore perché non è neppure dolore> s'arrampica di nuovo alla parete del niente e s'attacca ai quadri, alle cornici, alle crepe del cemento < sss'aggrappa alle crepe... dell'anima >, poi s'accosta alla coscienza bussando alle porte dei timpani <il sssuono del nulla>, spalancando le finestre degli occhi <la luce del nulla >, percorrendo i corridoi delle narici. < il terribile odore del nulla... che è il peggiore tra gli odori perché odore non è > .
Sono questi sensi i primi a sentirlo strisciare. <sssono loro quelli che, per primi, avvertono il nulla che avanza... il sssilenziossso dolore del nulla.> ... e ti arriva di dentro... lo senti... come si contorce il serpente?... Dimmi?... lo senti anche tu?... quel dolore... quel doloroso serpente che viene dal nulla.
Dopo la cena di solito arriva.
In quella chiosa del tempo che va dal giorno che muore ad aver la coscienza che il dì di domani sarà come quello che ora sta già in agonia... che rantola... e s'affanna a trovare il respiro, tra il respiro del nulla.
Poi, all'improvviso succede... la mente si spegne, sull'ultimo spasmo, sull'ultimo morso che ti assesta il serpente. < la mente... che affonda nel nulla >
Per un istante, appena un attimo prima che la mente si estingua, le tue ultime grida d'aiuto esplodono... cercano... una via di fuga, oltre il vuoto... un appiglio... una voce che risponda al richiamo < una voce oltre il nulla >.
Schizzano insieme, dal centro dell'anima, < cavalieri disssperati alla ricerca del Graal > verso il là fuori, a cercare qualcuno in ascolto <poveri illusssi,

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   2 commenti     di: Tinelli Tiziano


CASO ARCHIVIATO: SUICIDIO PER AMORE.

Sandra guidava assorta nei suoi pensieri.
Il suono di un clacson all'improvviso le fece capire che forse si era distratta e che la sua macchina viaggiava troppo al centro della corsia.
Si spostò più sulla destra e riprese la sua andatura costante: non le era mai piaciuto andare troppo forte, e specialmente ora che mille pensieri le attraversavano la testa capiva che era prudente mantenere la velocità massima intorno ai 120 Km/h.
Era partita da Napoli alle otto di mattina; erano le due del pomeriggio, ed aveva da poco superato Firenze, là dove cominciano le prime dolci colline dell'Appennino tosco-emiliano.
Si ricordò di una gita che aveva fatto a Firenze l'ultimo anno di Liceo, con la sua classe, con i suoi amici di cinque anni di scuola, con i suoi professori: Ponte Vecchio con i suoi
negozi di oreficeria, Piazza Signoria con la magnificenza del Palazzo Vecchio e con le sue statue, il Duomo, il Campanile di Giotto, sul quale erano saliti per ammirare la città dall'alto, e gli Uffizi, il Giardino di Boboli, dove avevano mangiato e bivaccato per tre ore, ridendo, scherzando, prendendosi in giro, cantando le canzoni di allora, "Azzurro",
"Questo piccolo grande amore", "I giardini di marzo", "La canzone del sole", e tante altre; Stefano suonava la chitarra e cantava, e tutti gli altri dietro, a cantare, ad urlare al vento la loro gioia di vivere.
Stefano... quanti anni erano passati da quel giorno, dal giorno in cui, senza un motivo plausibile decise di togliersi la vita; aveva da poco compiuto 19 anni, gli esami erano finiti da poco. Stefano ce l'aveva fatta anche se con fatica; il suo grande amore era la musica, la sua chitarra, la voce bellissima che aveva avuto in dono dalla natura.
Era bello, Stefano, ma di una bellezza triste, malinconica, ed aveva una grande qualità: sapeva ascoltare; tutte le ragazze gli raccontavano le proprie pene d'amore, e lui era sempre lì, pronto ad ascoltarle, e poi tirava fuori la sua
chitarra e trovav

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Timidezza

L’insegna apparve dopo l’ennesima svolta, a capo d’uno dei tanti vicoli bui su cui rimbalzavano i nostri passi incerti e le voci entusiaste d’una età che mi sembrava un po’ di rubare. Entrammo e fui fra i primi a sedere, per evitare che qualcuno potesse indicarmi il posto d’onore di capotavola, sottolineando in quel modo il mio cruccio, la differenza d’età. Si può vivere così?
In fretta ogni residuo d’imbarazzo si sciolse fra bruschette e pizze, birra e vino rosso. In verità nessuno di loro mosse mai allusione, neppure scherzosa, a ciò che invece a me sembrava un solco di età ben visibile. Ma l’idea era solo mia e presto abdicò al piacere della compagnia.
Dopocena il gruppo si divise. Gli altri tornarono in “convento”, mentre con Tania e Giuditta andammo presso un centro sociale. C’era musica ad alto volume in ogni zona di quella antica villa padronale, riconsegnata ad una decenza minima. Ma questa restò una mia intima osservazione che non volli esternare, ad evitare lunghe disquisizioni parafilosofiche con le ragazze, che sarebbero probabilmente sfociate in un civile accordo circa il valore mediano del termine “decenza”. Si sentiva l’aria di un luogo in cui i muri erano concepiti come uno spazio espressivo da riempire di cultura e sensibilità. Quasi un principio fondante di quella socialità. Fuori da questo criterio tutto sembrava ubbidisse alla regola dell’essenzialità. Più per timore di rivelare contraddizioni inspiegabili tra le comodità ed un certo atteggiamento cult, che per convinzione.
Giuditta e Tania erano lì, femministe convinte, corazzate da una massiccia cultura a sostegno delle ragioni del sociale, dei diritti umani, della dignità delle persone e di tutto quell’armamentario concettuale che nelle donne diventava il bersaglio della mia eterna provocazione, sfrondato spesso da incursioni ironiche, terreno dove la reciproca antipatia con Giuditta si faceva piuttosto evidente. In Tania quel mi

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   2 commenti     di: Carlo Diana


Battaglia

È tutta una continua battaglia, ciò che sembrava una grande idea si è trasformata in una battaglia. Bisogna sapersi difendere, lottare sempre. A volte fa così paura che questa vita ci fa tremare le gambe e noi possiamo scegliere se andare al riparo o scegliere di imparare a correre. Io voglio correre. È una dura battaglia più di quella dell'amore ma dobbiamo affrontarla, petto a petto, faccia a faccia. Non importa quante volte cadrò, non importa. Io voglio farcela, voglio alzarmi e correre. Correre a testa alta, essere ciò che io scelgo di essere. Conservo le ferite, tutte nascoste da toppe colorate, come se fossero un rimedio per un vecchio vestito. Tutte li dove sono, senza riuscire ad eliminarle. Le conservo gridando. Io non mi faccio abbattere, diventerò sempre più forte, contro tutto o tutti io c'è l ha farò. Io vincerò. Voglio poter emergere con una semplice gonna gialla fra la massa di gonne nere. Voglio poter sorridere quando mi sembrerà di essere arrivata in un buco nero. Voglio poter avere la forza di sorridere. Avrò la forza di abbracciarmi quando nessun altro avrà il coraggio di farlo, quando sarò sola. Correrò a piedi nudi con l'erba che mi solletica. È una continua battaglia e quando me ne andrò, me ne andrò col sorriso, urlando... HALLELUJAH.

   2 commenti     di: Valentina Iengo


Un tempo e tre quarti

2015

"Bevine ancora un po', dai!"
"No, sul serio, basta, sto già ridendo troppo!"
Ilaria scostò il bicchiere dalla mira di Lorenzo, rossa come un peperone. Lui, con quel suo sorriso furbetto e accattivante, poggiò la bottiglia sul tavolo e fece una scrollata di spalle. Non era ancora abbastanza ubriaco per poter insistere pesantemente. Era un ragazzo socievole e deciso, ma il coraggio gli veniva meno in certe situazioni. Povero Lorenzo, era quasi dieci anni che ci provava con Ilaria e non avrebbe mai smesso di farlo. Se lei se ne fosse accorta, nessuno lo sapeva. Probabilmente sì, diceva Davide, maligno, a Lorenzo, ma non ti fila proprio, piantala.
Non che Lorenzo fosse a corto di ragazze da corteggiare; aveva venticinque anni, qualche storia finita male e tanti sogni ancora da realizzare, ma per Ilaria un posto nel cuore rimaneva sempre. Dai tempi della scuola, quando prendevano l'autobus insieme e lei, ridendo di cuore, si mangiava con gli occhi i ragazzi più grandi, mentre lui, inerme sedicenne, si limitava a prenderla in giro.
Ilaria era un po' da conoscere e un po' da scoprire. Non si lasciava andare subito, non amava bere in compagnia e rivelare i suoi segreti. La madre morta e il padre distante le pesavano sulla coscienza da anni ormai e, quando Lorenzo l'aveva introdotta nel suo gruppo di amici, aveva ancora gli occhi tristi e annoiati. Quegli occhi non cambiarono molto ma Ilaria si riempiva la bocca di belle parole, diceva che sarebbero rimasti amici per sempre, che quel gruppo di persone che credeva di conoscere a fondo era la sua nuova famiglia. Lorenzo non aveva mai provato neppure a baciarla, aveva la sciocca impressione che le avrebbe potuto fare un torto, lei era fragile e aveva una strana capacità. Quella di essere triste, quella di farlo sentire, lui, l'allegro e impacciato cavaliere, un immaturo.
"Ila, così fai piangere Lorenzo" intervenne Davide, con un occhiolino. In qualunque momento ed in qualunque modo, Davide era sempre dall

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   0 commenti     di: Silvia Lodini



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