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Racconti su sentimenti liberi

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L'albero e la panchina quel giorno delle sei del mattino

Un albero dalla chioma giallognola, immerso nel gelo delle sei del mattino d'un 16 dicembre in una città settentrionale, avvolto dalle tenebre e da quella nebbiolina che si rivela solo all'illuminazione gialla dei lampioni delle piazzette deserte si chiede: "perchè sono costretto a subire tutto questo, la solitudine in attesa di spogliarmi con dolore agli occhi di tutti, di chi porta dei caldi piumini e dorme sotto altrettanto calde coperte in altrettanto calde dimore?"

A quel punto sentì una rauca risposta al suo interrogativo. Proveniva da una vecchia panchina di legno, ormai orfana della vernice verde che contraddistingueva la sua cute organica anni prima, ubicata sotto di lui: "questo è il nostro destino amico Castagno, amico mio. I e te siamo fratelli, io sono fatto della tua stessa materia anche se quest'ultima origina dalla violenza dell'uomo. Noi siamo cose, non meritiamo rispetto alcuno, così come non ne merita nessun ragazzino arrogante che ci prende a calci o ci calpesta o ti strappa la corteccia provocandoti un terribile dolore. Lasciali fare, un giorno un sacerdote dello spirito tornerà sulla terra e ci libererà da questa vita grama. Ci riuniremo banchettando su tavoli dorati, al cospetto di commensali buoni, generosi e divini mentre osserveremo l'annientamento di quelli che ora sono i nostri aguzzini.

   3 commenti     di: JRA157


Una giornata di sole

Non puoi immaginarti che bella giornata sia oggi…sembra un giorno d’estate. Il sole illumina il nostro orticello.. sai come godono le tue adorate camelie? Le nuvole oggi sono in sciopero ed io con loro…sto da molto tempo fuori seduta sul sasso sporgente della fontana che tu hai tanto voluto e faccio l’amore con il sole…già l’amore, perché il sole è un’amante così dolce e sensibile, come dirgli di no? …lo so, che non approveresti il mio paragone, ma me lo posso permettere , ho solo vent’anni e sono alla scoperta delle gioie intense ed istantanee …era da tanto che non mi sentivo così…sai, mentre mi accovacciavo sul sasso ho calpestato delle formiche che laboriose in fila lavoravano (non sono sfaticate come le nuvole loro…), non so cosa trasportassero.. forse i resti delle mela che ho mangiato ieri pomeriggio…mi sono chiesta se hanno avvertito la mia ombra, se si sono accorte delle mastodontiche dimensioni della sciagura di cui da lì, a poco sarebbero state vittime. Mi sono chiesta se tu ne hai avuto almeno il minimo sentore mentre stavi entrando in sala operatoria e con la mano mi hai salutato. Indubbiamente, tu lo sai, non ho volontariamente tolto la vita a quegli insetti…ma purtroppo sembra che nella vita quando ci si prende degli spazi per sé bisogna per forza lottare e sopprimere qualcuno.. sembra che il mondo dica:non c’è spazio per tutti! vinca il migliore! Forse semplicemente se fossi stata più attenta sarebbero ancora lì a lavorare per la formica regina…Chissà se anche la morte, mamma ti ha involontariamente strappato alla vita, a me, a questa giornata di sole..
D’altronde sono cose che succedono;essere sbadati e uccidere involontariamente qualcosa di infinitamente piccolo come una formica…a chi non è capitato? d’altronde sono cose che succedono, morire di cancro al seno a quaranta anni…succede…ma ora mi sto interrogando, se per la morte tu eri quel insetto piccolo e nero con quattro zampe e due antenne…perché se è così

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-Quarta parte-Una semplice vita

Di-di-di-di... La sveglia suona, mi squilla anche il cellulare. Mi alzo tutto stordito, assonnato;la palestra ieri mi ha distrutto!
Io: "Pronto chi è?"
Maurizio: "Rìc, sono Maurizio;vedi che mi sono preso qualche giorno libero quindi non troviamoci al bar."
Io: "Ah va bene, hai fatto bene ad avvisarmi;stasera ti chiamo che devo parlarti."
Maurizio: "Certo quando vuoi, a presto!"
Mi preparo velocemente un caffè, ho un forte mal di testa.
Mi dirigo poi subito al lavoro, oggi fa freddo, stanotte sembra aver piovuto, meglio che mi copra il più possibile!
8:10, sono al lavoro con cinque minuti d'anticipo. Vado da Silvia, una mia grande amica e collega.
Io: "Ciao Silvia, come stai?"
Silvia: "Ciao carissimo!" Ci abbracciamo. "Tutto bene e tu?"
Io: "Me la cavo dai, stasera sono pieno di impegni."
Silvia: "Capisco capisco, ti vedo in ottima forma."
Io: "Sì, vado quasi ogni sera in palestra;oggi però dovrei uscire con una ragazza."
Silvia: "Ah che bello! Poi me la presenti."
Io: "Certo, ora vado, mi tocca lavorare, ciao." Ci scambiamo un sorriso e si inizia.
Mi dirigo nell'ufficio e medito su cosa fare;sto per spegnere il cellulare ma prima mando un messaggio alla bellissima regina dei miei pensieri, Elisa.
"Ciao bella, come stai? Spero tu abbia dormito bene. Mi chiedevo, oggi per le 20:30 sei libera? Potremmo andare al cinema se ti và. Fammi sapere, ti abbraccio".
Spengo il cellulare e mi metto al lavoro!
Il mio articolo oggi è molto semplice e poco impengativo, scrivere del concerto che avverrà tra qualche settimana quì in città;arriverà Biagio Antonacci. Devo scrivere di quanti biglietti sono venduti e quanti ancora da vendere..
Per le 11:00 circa ho già finito il mio articolo, che oggi pomeriggio avrò occasione di correggere. Rileggo e aggiusto qualche rigo, prendo qualche informazione in più fino a quando, arrivate le 12:15, vado via.
"Oggi alle 16:00 sarò di nuovo quì." dico al mio capo!
Scappo verso la macchina impaziente di andare

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Buongiorno sole

In un vecchio e decrepito orfanotrofio dei paesi dell’est, Ucraina per la precisione, viveva da circa cinque anni una bambina di nome Natasha. In verità Natasha aveva trascorso solo pochi mesi di vita fuori dall’istituto, sei per l’esattezza, poi del padre non si ebbero più notizie mentre la mamma aveva cominciato a bere…E non v’era nessuno dei parenti prossimi disposti ad occuparsi di lei. In quell’istituto, tuttavia, Natasha era stata cresciuta alla meglio. La direttrice era un tipo molto autoritario e dal cuore non tenero, e le altre puericultrici non erano…mai state mamme.
Un giorno giunse dall’Italia una richiesta di adozione. Due giovani poco più che trentenni avevano chiesto di adottare Natasha. Circa tre anni di attesa erano stati sbriciolati dalla burocrazia di entrambi i paesi, senza che nulla accadesse. Ed intanto Natasha era lì in attesa e la coppia italiana in ansia. Un bel giorno arrivò l’invito da Kiev per la coppia italiana a recarsi al centro delle adozioni e quindi ad un orfanotrofio ucraino. Giunsero in una mattina di primavera nemmeno lontana parente delle nostre delicate giornate profumate e colorate dai mandorli in pieno risveglio.
Il locale d’ingresso dell’istituto era gelido, alto ed i muri ripassati di bianco anonimo su cui campeggiavano enormi finestroni retinati.
Natasha era in un'altra stanza in un’attesa…vuota perché purtroppo aveva imparato che i giorni di quell’istituto erano tutti maledettamente uguali e grigi. La direttrice senza lasciarsi andare a troppi convenevoli accompagnò la coppia nello stanzone dove la bambina ripulita attendeva di conoscere gli stranieri.
Gli occhi di Natasha non avevano mai ricevuto un sorriso e sul suo viso solo ruvide carezze si erano talora alternate. La coppia italica avvicinandosi regalò alla piccola un sorriso ed uno sguardo d’amore e per Natasha… fu la prima volta. La futura mamma le accarezzò i capelli ponendoli dietro le orecchie e…Natasha era davve

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   3 commenti     di: Nicola Colabufo


Mondi Chiusi

MONDI CHIUSI
Il bar di Minerbe è un piccolo microcosmo da osservare con piacere. Quando fuori c’è freddo e neve, qui dentro, al caldo, si trovano i vecchi attorno a un tavolo che giocano a scopa o tressette. Sono quattro vecchietti decrepiti, ma giocano con passione ed entusiasmo. Dei di destini cartacei, giocano instancabili, senza pensare alla morte che li aspetta.
In un tavolo in un angolo, alcune belle ragazze chiacchierano con risatine, gesti, sguardi e sussurri. Cosa si dicono? Cose banali, discorsi stupidi; ma come sono interessanti!
Un gruppo di ragazzi seduti a un tavolo vicino alla finestra, parlano forte fra loro, ma intanto lanciano occhiate alle ragazze. Chi sarà il più coraggioso che si alzerà per tentare un approccio? Per guardare gli occhi di una ragazza, con le lunghe ciglia, ci vuole più coraggio che affrontare un coccodrillo.
Miretta, una ragazza sola, aiuta a servire al banco: fa i caffé, scalda le pizze, distribuisce i popcorn. L’estate scorsa lei era ancora qui. I suoi pomeriggi domenicali li trascorre tutti qui. E intanto la sua giovinezza scivola via. Non sa cosa perde.
Io, sto seduto su uno scomodo sgabello e guardo questi mondi chiusi, questi gruppi circolari senza comunicazione fra loro. Certo, talvolta succede il miracolo, ed esso cambia i destini delle persone coinvolte.
Il pomeriggio trascorre, si fa sera. I vecchi continuano a giocare a carte. Le ragazze ridono e sussurrano. I ragazzi parlano e schiamazzano. Miretta continua a servire dietro al bancone.
Febbraio 2007

   7 commenti     di: sergio bissoli


Un giorno lontano

L'altro giorno ero sull'autubus e vedo una signora, in verità era più una vecchietta curva e stanca dalla vita.
Per qualche strana ragione mi fermai ad osservarla, quello che mi colpì fu che stava sorridendo.
Camminava tranquillamente, si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni per andare da qualche parte, ma aveva un sorriso contento sul viso. Era come se non gli importasse nulla di avere 80 anni o giù di li, come se non gli importasse sapere che forse tra non molto non avrebbe mai più visto i suoi figli o i suoi cari.
Mentre l'autubus ripartiva e quella figura si allontanava, mi chiesi: "riuscirò anche io, un giorno lontano, a finire così?"



Le pantofole del maragià

Il maragià indiano Ratanagron era arrivato a Parigi con il treno delle 19, 30. Era molto stanco e molto seccato perché, a causa di una forte pioggia, aveva dovuto viaggiare con quel noiosissimo treno anziché con il magnifico paio di pantofole in velluto rosso, ricamate d'oro, capaci di sfrecciare nel cielo più veloci del più veloce aeroplano. Eh, già! Le pantofole del maragià erano magiche e bastava dire il nome della città o del paese dove si voleva andare perché le pantofole si alzassero in volo immediatamente, arrivando a destinazione in perfetto orario e senza incidenti.

Il maragià viaggiava sempre con le pantofole tranne, naturalmente, quando pioveva o nevicava perché le pantofole erano magiche ma non impermeabili. Il viaggio a Parigi, dunque, il maragià aveva dovuto farlo in treno, però aveva avuto cura di mettere in valigia le pantofole, deciso ad usarle nel viaggio di ritorno, se il tempo glielo avesse permesso. Appena arrivato in albergo il maragià disfece la valigia, sistemò ordinatamente gli abiti nell'armadio e mise, incautamente, le pantofole sotto il comodino. Poi andò a cena, si fece fare una borsa d'acqua calda, andò a letto e si addormentò subito. Il mattino dopo si sentiva fresco, riposato e allegro e siccome il tempo era molto migliorato, decise di fare una passeggiata a piedi per andare a vedere la torre Eiffel. Mentre il maragià gironzolava per Parigi il cameriere Jean entrò nella sua stanza per metterla in ordine. Sotto il comodino stavano le bellissime pantofole, morbide e splendenti. Jean non resistette alla tentazione: si sfilò le sue scarpe, mise le pantofole, fece un giretto nella stanza e andò allo specchio per ammirare i suoi piedi così splendidamente calzati. In quel momento un altro cameriere si affacciò alla porta e chiese: "Sai dove è andato il signor Garassilov che è partito stamattina?" "A Mosca"- rispose Jean. Immediatamente una forza irresistibile lo sollevò da terra, lo lanciò fuori dalla fin

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