PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti su sentimenti liberi

Pagine: 1234... ultimatutte

Vecchio Pruno

Sabato, di metà novembre. Il sole incendia le foglie aranciate della Lagestroemia, e scioglie il mio mal di schiena, miscelandolo, da sapiente alchimista, con il mio mal di vivere. Un merlo redivivo zampetta tra le foglie ormai scarnificate del Rafano e sbeffeggia la mia pigrizia.
Vorrei adesso trovarmi sull’Appennino, nei boschi che i lupi hanno riconquistato e impastarmi di odori di humus, di funghi, di foglie marcescenti. Ma l’Appennino è lontano, nello spazio e nel tempo.
Mi consolo con l’autunnale sapore del vino novello, profumato ma ancora acerbo, una promessa d’inverno con tanta nostalgia dell’estate, una sfumatura viola che accompagna il desiderio di focolare, di calore del fuoco di legna buona.
Un’impensabile farfalla si posa sul ferro della cancellata a riscaldare l’iride delle sue ali e mi spalanca dinnanzi implacabili album di vecchie foto: estati antiche, di un giallo ambrato, di vesti larghe di cotone, sul corpo magro di mia madre. Profumi intensi, che non sento più, che non ho più sentito. Voci appena accennate, ma non sussurrate, forse soltanto lontane, che cercano qualcuno, che pronunciamo nomi che avevo dimenticato.
Si insinua un’ansiosa nostalgia e allora mi muovo, cauto, verso il pozzo rivestito di marmo e di cotto. L’occhio corre, oltre il pozzo, al verde marcio della Magnolia e l’orecchio lì si perde, per un attimo, nello sfrigolio cartaceo delle sue foglie.
Vado oltre e ti vedo là, dove sei stato per decenni. All’inizio non mi stupisco, la tua scheletrica figura non allarma la memoria della mia retina: semplicemente è come se tu fossi ancora lì, da sempre e per sempre.
Poi realizzo il presente e mi giro di scatto. Dov’era il tuo tronco l’erba è più verde che tutto attorno. Non ci sei. Non ci sei più da almeno trent’anni. Mio padre ti fece abbattere, per pietà. Il tuo corpo era oramai straziato da fessure in cui persino la resina sembrava fossile. Funghi cresciuti su di te erano diventati piccoli o

[continua a leggere...]



Il mulo Pietro

Tanti anni fa, quando i muli andavano in guerra (adesso ci vanno le bombe intelligenti) un giovane mulo, condotto da un soldato, andò in zona di guerra, su montagne alte e scoscese, solcate da stretti sentieri. Ogni tanto, ad una curva del sentiero, il mulo si spaventava perché vedeva sotto i suoi zoccoli, un precipizio vertiginoso. Si fermava e non voleva andare avanti. Allora il soldato che era molto paziente, batteva una mano sulla sua groppa e gli diceva: "Dai, Pietro, non ti spaventare. Fai attenzione, certo, ma il sentiero non è tanto stretto. Vuoi che vada avanti io o preferisci andare avanti tu? Se non procediamo affiancati sicuramente non ci sarà alcun pericolo".
Il soldato aveva dato al mulo, al quale era molto affezionato, il nome di un suo amico, Pietro, appunto.
Il soldato e il mulo erano diretti ad una trincea per portare rifornimenti alimentari ai soldati che vi erano rinserrati. Con le impuntature frequenti di Pietro il viaggio era molto lento e il tragitto era lungo. Il soldato, che si chiamava Giorgio, temeva che quelli della trincea sarebbero stati esposti, oltre ai tiri dell'artiglieria anche ai morsi della fame. Con molta pazienza cercava di convincere Pietro a camminare un po' più svelto e soprattutto a non impuntarsi. Niente da fare! Pietro camminava sempre più lentamente e sempre più frequentemente si impuntava. Giorgio stava per perdere la pazienza ma voleva bene a Pietro e non voleva trattarlo male. E così, lentamente, ma inesorabilmente calò la sera e poi arrivò la notte. Il cielo sereno era pieno di stelle. Ah, come era bello! Giorgio sentì una grande nostalgia della sua casa che era in campagna, lontana dalle luci della città. Si potevano vedere le stelle brillare di un'intensa luce nel nero del cielo. Ma in quella notte sui sentieri della montagna la luce delle stelle non era sufficiente a illuminare il percorso e non c'era la luna. Che fare?
Giorgio si mise a sedere su una pietra per concentrarsi a pensare una soluzione

[continua a leggere...]



per maddy prima lettera

Una volta che incominci a leggere questa lettera non ti fermare a metà ti prego, questa lettera leggila tutta, questa sarà una lettera che potrebbe toccarti, però arriva lo stesso alla fine, magari sarà un po’ difficile da leggere e da mandare giù però ti prego leggila è importante!...
Aver sofferto tanto, essere stati feriti dalla persona che si amava, la gente che non capisce e non ti da una mano “sembra quasi che non lo vogliano fare” e io non lo avevo capito, l’ho capito solo dopo che l’ho letto, perché non potevi dirmelo, non potevi dirmelo perché faceva male, e ti nascondi dietro una figura che ti sei costruita, una figura forte che non lascia intravvedere le debolezze, il cercare di diventare quello che voleva l’uomo che ti ha ferito quasi come se fossi te che sbagliavi, che non eri fatta nel modo giusto, fare quello che sei andata li per fare, in quelle case, solo per fare una ripicca a lui, e buttarsi di nuovo via, e mi fa male solo a pensarlo, te avevi solo bisogno di aiuto, ma io non lo avevo capito.
Da quello che ho passato io ho imparato una cosa, quando la mia ex mi ha lasciato sono stato male, sono stato veramente male, ho avuto qualche delusione anche da qualche ragazza che ho avuto dopo, però erano sempre più lievi, a qualcuna mi sembrava addirittura che io gli fossi indifferente, loro non ci tenevano a me, e io ho fatto più o meno quello che hai fatto te.
Ho frequentato in qualche modo quel mondo che stai frequentando, anche se in modi diversi rispetto a te, e mi ero buttato via anche io, perché non avevo più voglia di soffrire, mi nascondevo per non affrontare quello che avevo passato, ma non vale la pena buttarsi via solo per una ripicca da fare a qualcuno, e nemmeno per non affrontare quello che si è passato.
A me era venuto un blocco psicologico, non riuscivo più ad amare, a legare con qualcuno, la cosa mi agitava, non parlavo, avevo paura di subire ancora, di amare e non essere contraccambiato, era quest

[continua a leggere...]



Dalila

Dalila aveva partorito i suoi cuccioli sotto la pianta del mirto, in un angolo nascosto del giardino. Antonio e Giovanna, i padroni di casa, lo avevano immaginato perché , per tutta la giornata, l'animale non si era fatto vedere nella veranda posteriore, dove cibo ed acqua venivano serviti ogni giorno da quando era entrata a far parte di quella famiglia, sette anni prima. Era una cagnetta di media taglia, dolce, affettuosa, dagli occhi languidi che intenerivano. Non faceva male a nessuno. D'inverno, nelle giornate molto fredde, dormiva dentro il soggiorno, adagiata su una vecchia coperta ai piedi del camino. Era diventata una presenza importante in quella casa, la chiamavano" il maggiordomo "perché era solita accompagnare gli ospiti dal cancello del giardino fino all'ingresso dell'abitazione con scodinzolii, piroette e salti di gioia. Compiute queste esibizioni si adagiava sul primo gradino della scala d'ingresso e attendeva con pazienza la loro dipartita, ripetendo lo stesso rituale con un abbaio dolce di saluto. Non si sa come fosse rimasta gravida, visto che non era mai uscita di casa. Forse aveva vissuto una veloce storia d'amore con qualche baldo cagnetto innamorato, che si era intrufolato alla chetichella, in qualche notte di luna piena. Rimase sempre un mistero.. . sta di fatto che i piccoli nacquero in quel cespuglio e amorevolmente vennero accolti tra le zampe della neo mamma. Non si sa quanti fossero, Dalila non faceva avvicinare nessuno.. . se ne intravvedevano tre, microscopici, che, ad occhi chiusi, cercavano a tentoni, volgendo la testa ora a destra ora a sinistra, le mammelle da succhiare. Infatti, appena le trovavano, s'attaccavano avidamente ai capezzoli, beati, mentre la loro mamma generosamente si concedeva loro... La sorte volle, sfortunatamente, che la faina, in una aggressione notturna, facesse strage e la povera cagna riuscisse a mettere in salvo solo un piccolo. La natura è incredibile! Dalila si occupò del piccolo con amore, lo

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: antonina


SOMME

La matematica non è un’opinione, ma a volte la vita rivela dei risultati inaspettati…



“Non cercarmi più!" disse a lui e riagganciò il citofono.
Tre parole per "accartocciare" una storia di vent’ anni e farci canestro gettandola nel cestino dei rifiuti.

Donata, 46 anni. Stefano, 50 anni.

Tre anni di lotte contro le loro famiglie che non li ritenevano adatti a stare insieme, essendo Donata di buona famiglia e perciò con un bel gruzzolo alle spalle; sei anni di pura passione; dieci anni di amore quasi fraterno; un anno "sabbatico" per riflettere su tutti quegli anni trascorsi felicemente insieme e tirarne le somme.
Totale del loro attuale rapporto: un figlio diciannovenne e una causa di divorzio in atto.

Il cordless di Donata si mise a squillare con invadente insistenza.
"Tanto non ti rispondo... pezzo di m...! Lo so che sei tu!" esclamò ad alta voce continuando a lavare i piatti nervosamente.
Di colpo il telefono s'ammutolì, forse suo figlio dall'altra stanza aveva risposto...
Dopo pochi minuti infatti, Alessandro comparve in cucina. Il viso stanco, gli occhi lucidi, teneva ancora in mano la cornetta e...
“Mamma era la questura: ci sono problemi, tra mezz'ora vengono qui il
maresciallo Todini e il brigadiere Francesconi.. hanno chiesto di parlare con
te e papà."
Donata non aprì bocca cercando di razionalizzare le parole.
"Valerio.. oh mio Dio.. Valerio" pensò, quasi una strana e insolita premonizione,
"Chiama tuo padre! Non restare lì impalato.. forse non ha ancora iniziato la lezione..".
Valerio.. ex amante di Donata.. un lontano cugino.. una storia sporca, intensa, estrema…ma soprattutto sporca. Maledettamente sporca.
È normale...
Quando, dopo una vita spesa male in amore, ti ritrovi a tirar le somme, beh... allora ciò che ti pareva accettabile, diventa un macigno insormontabile.
Ti accorgi di co

[continua a leggere...]

   8 commenti     di: Marta Niero


La Talpa di Babelel

Praticamente verso le 3 di notte molliamo le ragazze al locale e andiamo a casa mia. Io, Sandro e Federica. Conosci la mia camera; è un tugurio. A turno io e Sandro, all'insaputa di Fede andiamo in bagno a fare un paio di pippotti e poi beviamo alcune birre insieme a lei. Sandro ci fa una disquisizione sui vini e i vigneti siciliani.
"... sono secoli che da queste parti fanno il vino, ma il nero d'avola, o il bianco d'alcamo, o peggio, il corvo glicine, sono tutti vini che non baratterei col peggior vino friulano. Da quelle parti si che sanno come si fa il vino".
La Fede non sembra d'accordo:
"Magari è anche vero, poi a me il nero d'avola non piace, però la qualità del vino è subordinata al piacere che mi da berlo, più che alla provenienza geografica".
Io di vino non ne capisco molto, anzi secondo me il nero d'avola è un ottimo vino e vorrei battermi per far valere la mia opinione, ma non mi lasciano spazio per esprimermi, sembra abbiano questa conversazione in atto chissà da quanto e nonostante ci troviamo a casa mia, mi sento un pesce fuor d'acqua, quasi di troppo. Sandro ch'è un addetto ai lavori, cerca di far valere le sue opinioni argomentando con cognizione di causa.
"D'accordo Fede, sono d'accordo anch'io, però ti faccio un esempio che magari apparentemente non è molto attinente: metti che hai due piatti da cui poter mangiare, uno contiene caviale e l'altro contiene merda, magari per il tuo gusto la merda ti piace più del caviale, ma non puoi venirmi a dire che la merda è migliore del caviale solo per questo".
Questo ci trova un po' tutti d'accordo.
"Se poi usi lo stesso criterio nella valutazione del vino capirai che per me il miglior nero d'avola non può neanche lontanamente essere paragonato ad un buon barolo o un Chianti."
Il ragionamento di Sandro non faceva una grinza, tanto che preso atto di questo criterio valutativo, anche la benché minima mia intenzione di interagire nella discussione si avviluppa su se stessa

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: Alfa Alfa


E come foglia morta cade, cadde

“Non è mica detto che morti si stia poi così male”
“Però, c’è da pensare. E chi l’avrebbe mai detto che da sto schifo di trasmissione venisse cotanta massima, sarebbe come cavare sangue da una rapa.
Infingardi, proverbi e modi di dire. Ormai non mi servono ad altro che a rafforzarmi nelle mie idee, se ne ho mai avute, o per dire con parole altrui ciò che non ho da dire. Come adesso, preso a scarabocchiare frasi insulse sperando che qualcuno poi glielo darà, un senso.
Strane le motivazioni che possano spingere al gesto più coraggioso, il suicidio.”
Così pensava un uomo.

Un uomo disfatto, morto dentro da quando, così, senza ragione si ritrovò senza motivazioni né scuse per tirare avanti, e si lasciò andare, di colpo.

“Sono troppo intelligente per la vita, sprecare tempo a sputare sangue ogni giorno per raggiungere qualcosa e una volta arrivato accorgersi che non mi basta, e ripartire, e arrivare e ripartire e arrivare e ripartire finché, finalmente, la morte compassionevole arriva a fermare questa affannosa e stupida corsa verso il nulla. Ché l’uomo non desidera altro che il desiderare, disse un giorno un poeta, forse.
Meglio stare a guardare.”

E ci stette a guardare, non fece più altro. Lasciò il lavoro, così, da un giorno all’altro, con allibito sgomento di moglie figli soci clienti e scrocconi, ma come, lui, che è un grande avvocato.
“Lei non mi può lasciare così, Caetani, in mezzo a una strada” tuonò quella volta l’on. Spingardi, uno dei tanti politici che aveva preso a difendere, perché il clamore suscitato dalla bassezza delle loro azioni e dall’incredibilità delle assoluzioni, che arrivavano sempre tanto impossibili quanto puntuali, gli faceva onore, almeno lui pensava. Ed era ambizioso, eccome. E risoluto.
“Lei non mi può lasciare così“ “Sto cazzo” fu l’unica risposta, e lasciò di stucco, a bocca aperta l’ onorevole ma indifferente Caetani, che un tempo avrebbe provato soddi

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Altri sentimenti.