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Racconti su sentimenti liberi

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Altrove

Un'altra età, altri giorni, altri tempi, altri visi, altre vite, altre crisi, altri occhi, altre stagioni, altre strade, altri, altro. Il colore di quegli occhi lo rivedrò tra una nuvola e l'altra al tramonto, tra le ombre dei passanti di qualche grande città. Ogni volta che vedrò il dorso, il guscio marroncino di una castagna o la corteccia di qualche albero dai rami appuntiti un po' incazzati mi verrà in mente il colore dell'iride che vedevo tra un battito di ciglia e l'altro, troppo vicina ai miei, di occhi. Mi ricorderà qualcosa che la mente avrà rimosso, ma il cuore forse no. Proprio come quando fissi una persona e non riesci a capire chi ti ricorda. E allora sposti e spolveri le mensole dei tuoi momenti e contemporaneamente ti ripeti quell'immagine e ti stanchi da morire in quel cercare e cercare. Se riuscirò a trovarla, come una bambina riaprirò il mio cofanetto di foto e le sfoglierò una ad una, sorridendo per ogni sorriso raffigurato e osservando quello che era e che adesso non è più. Sfiorerò una foto col dorso della mano sperando di risentire quella pelle rimasta forse tra le mie dita, sui polpastrelli, attaccata alle linee della mia mano un po' rugosa. Ogni volta che, di domenica, mio padre si metterà sulle guance un po' di dopobarba profumando tutto il bagno, chiuderò gli occhi tuffandomi in quel profumo e chiedendomi "ma di chi era... di chi era".
Ogni volta che aprirò un libro impolverato preso, forse, in biblioteca o in qualche libreria mi tornerà in mente una stanza in mattoncini opachi col soffitto a volte sul beige, dove ogni cosa era di un semplice, quasi soffocante, color marrone. E allora mi chiederò "ma di chi era quella casa... di chi era quella casa". E quante volte mi capiterà di rileggere un articolo su uno dei tanti artisti incompresi, quelli con i grandi occhiali quadrati da intellettuali, che indossano i maglioncini di lana senza nulla sotto e amano sentire quel solletico fastidioso del tessuto sul petto, qu

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   1 commenti     di: Giulia Andreoli


Marianna guarda il mare

Tutto scorre. Ogni cosa che ci passa alla vista sembra avere una sua natura uniforme, un suo moto costante e perpetuo, un’immagine riconducibile ad un pensiero fisso che si fissa nella memoria, una dimensione percorribile sempre e comunque con il pensiero. Eppure, tutto cambia, nulla resta immutato e immutabile; giusto il tempo di voltare lo sguardo e sono passati giorni, mesi, anni, vite intere che sembrano ma non sono più. E forse è giusto così, pensa Marianna, pensa che il paesaggio che è solita scorgere dalla finestra della sua casa può sembrare unico, immutabile ed eterno ma che in fondo, da un giorno all’altro e ripensandoci bene, non lo è mai. Il mare… il canto dei gabbiani al mattino. Il mare… amante in attesa del soffio del vento. Il mare, la notte, tra stelle in riposo ad aspettare, ore funeste ed ore liete, memorabili assoli delle comete, osteggiando il pensiero dell’eternità. L’eternità è un attimo per chi come Marianna ha lasciato la spensieratezza della gioventù ad una notte di pioggia. Un ostacolo improvviso, una frenata, uno schianto. Un dolente risveglio e le sue gambe non ci sono più. L’eternità è un attimo, il respiro di un bimbo nella culla, il saluto di chi parte (forse un addio o un arrivederci), un bacio appassionato. Tutto scorre e Marianna, dall’alto del suo privilegiato osservatorio, guarda il mare. Guarda il mare come se fosse l’immenso (e lo è…). È tanto vasto il mare che quasi non si scorge l’orizzonte. È il suo maxischermo sul mondo. L’inverno è solo, il mare. L’estate è pieno di corpi immersi e riemersi che vociano in continuazione. Arrivano echi alla sua finestra, parole confuse e grida di bambini (ma come sono dolci quelle grida, pensa Marianna). Il destino, è oramai convinta Marianna, le ha tolto certamente qualcosa, qualcosa di importante ma non essenziale (comunque e nonostante tutto). Il destino, giocoso e crudele, imprevedibile e incontrollabile è tanto distante, ma sempre vicino. E

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   6 commenti     di: Federico Magi


La bestia che ho nel cuore

Fuori piove e dentro nevica. Eppure ero riuscita a fermarla. L’avevo ammansita negli anni, con calante difficoltà, ero riuscito a imbrigliarla, a legarle le zampe, l’avevo chiusa in un’involucro di ghiaccio. È bastata una tua stilettata per farla risvegliare, per spaccare la gabbia che la teneva prigioniera, e ora lei è lì. È una bestia, una bestia nera che si muove dentro al mio cuore, è cieca ma ha denti aguzzi e unghie affilate, la sento ringhiare e ruggire, sento piantare i suoi artigli nella mia carne, sento le sue risa beffarde che si confondono con le mia di dolore, ha assaggiato il mio sangue e ne vuole ancora, sempre più. Sono bastate poche parole per fare cadere la coltre di ghiaccio che la copriva. Il fiume gelato che mi scorreva nelle vene si è stiepidito fino a farsi bollente, ora mi pulsa in testa. La bestia che ho dentro si chiama male di vivere e mi solletica adulante in cervello e la pancia, ma ora so cosa devo fare, non sono più un bambino, sono cresciuto da quel giorno che mi cambiò la vita mio malgrado, è passato tanto tempo e immenso dolore dal giorno in cui fui strappato bruscamente alla mia infanzia e gettato nel baratro, questa volta non mi limiterò ad ammansirla di nuovo, questa volta la ucciderò e la getterò così lontano da non rivederla mai più, la getterò dove non può più nuocere a nessuno. E uscirò in cerca di te, anima mia.

   0 commenti     di: paolo bonciani


Liebe del cuore

Liebe da una vita e nel mio cuore, ero piccolina e gia giocavo
con lui nella mia fantasia, lo immagginavo in tutte le situazioni
le avevo dato un volto, un nome un carattere ben definito,
e ed era non solo il mio compagno di giochi preferito, ma anche un padre un amico tutto per me. E  pure ho sempre avuto una famiglia unita, dei genitori mai separati tra loro
ma Liebe era ed è piu importane di mio padre stesso.
Venendo alla storia, una sera andai a trovare una signora anziana in ospedale. Era una piovosa sera di novembre
ed io ero triste come al solito perche' mancava liebe nella mia realta( finche ero piccola mi poteva bastare sognarlo ma
piu diventavo adulta e piu lui mi mancava tanto che la sua assenza era divenuta insostenibile). Dicevo arrivata in ospedale con un taxi entrai nello spaccio di quest'ultimo per comprare qualcosa da regalare alla vecchietta, all'uscita  ebbi come la suggestione di guardare in su, e notai nella vetrata dell'ingresso alla cappellina un persona che mi guardava
non ci feci caso piu di tanto ed entrai nello stabile.
camminavo nello spazioso ingresso che ospita una cappella dove tutti i giorni si dice la S. Messa e notavo man mano che mi avvicinavo un giovane che se ne stava seduto sulla panchina fuori dalla porta della capellina. Piu mi avvicinavo e piu quel giovane sembrava liebe uscito dai miei sogni, cominciarono a tremarmi le gambe, mi mancava la terra sotto i piedi non sapevo se fermarmi oppure continuare a camminare ( temetti uno svenimento appena gli fui vicino: ma che importanza aveva tanto ero in ospedale). Si: non mi ero sbagliata ora gli ero praticamente vicino e la sua sagoma era quella del mio amato liebe. Con fil di voce mi feci coraggio e gli chiesi:<ciao posso sedermi?> e anche la voce era quella mentre rispose molto gentilmente:<certo siediti vicino a me:> voleva che gli sedessi vicino come se mi conoscesse da una vita. Dopo un attimo di silenzio gli chiesi:<come ti chiami?:>
:< ma tu conosci il mio nome

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   2 commenti     di: Maty' Sessa


Fox on the run

E così ci diamo ancora appuntamento fuori dai bar che chiudono, per guardarci sotto gli aghi e contarci le ferite. Come vecchi soldati un po' sbiaditi e coi capelli bianchi, ma col cazzo che ci hanno fatti fuori. A illuderci ancora che ti porti in tasca una chiave, una brugola o uno stomaco per dare una sistemata ad un cosmo col mal di testa.
Gli occhi sepolti in un sacchetto di cartone, le mani tese verso le endorfine che ancora carezzano il basso ventre. Che sia adesso, e per sempre. Come i fari posteriori che svaniscono nella nebbia d'inverno, così che tutto si fa un pochino più grigio - le notti vomitano crepe, i numeri si confondono.
Ricoveri indigeni su nidi di ragni, colonie di cimici - errori e squilibri. La pelle brucia e si corrode per il makeup di serie che ci arreda il viso. E quasi il pensiero di leccarsi le labbra. Giù, sempre più giù, dove il soffitto goccia e il caldo si fa soffocante.
Annegando nel silenzio dell'anima, dove le parole sono piombo e le ombre scure tradiscono la malinconia.
Dormi.
Sorridi.



Talvolta, per caso...

Stavo chiudendo il giornale, un’occhiata veloce prima di iniziare una giornata che si preannunciava lunga e non priva di insidie, quando notai il titolo nella pagina della cronaca regionale: ANZIANA SIGNORA TROVATA MORTA NELLA SUA VILLA. Nell’articolo, dieci righe in tutto, non erano specificate le cause del decesso, anche se la polizia propendeva per la morte naturale.

L’avevo conosciuta in circostanze particolari. La mia auto si era bloccata in una strada di campagna, lontanissimo dall’autostrada o da qualcosa che assomigliasse a un centro abitato. Per fortuna a poche centinaia di metri scorsi la luce esterna di una casa. Per la verità si trattava di molto di più, una vecchia villa in seguito rivelatasi in tutta la sua maestosità. Una pressione quasi rassegnata sul campanello, una brevissima attesa e …. Mi aveva accolto alle due di notte quasi fosse una cosa naturale, poche parole per spiegare la situazione e una sistemazione per la notte. Il mattino dopo trovai la mia auto nel cortile e due uomini in tuta che la stavano sistemando.

Mi ripresentai quasi un mese dopo con un mazzo di rose e accettai volentieri di fermarmi a pranzo. Si intuiva che era abituata a vivere da sola, perché prestava poca attenzione alle risposte e si muoveva senza il minimo condizionamento. Le stanze erano arredate con semplicità, i mobili risalivano al primo novecento e nessun cambiamento, o quasi, era avvenuto nel corso di un intero secolo. Tutti i locali che avevo visto fino a quel momento erano pulitissimi e senza la “patina di vecchio” che solitamente contraddistingue queste situazioni.
“Vive sola in questa casa così grande? ”
Avrei voluto evitare quella domanda, quell’incursione nella vita privata di un’estranea, ma era troppo tardi! Non parve infastidita e, seppure sempre in tono distaccato, cominciò a parlare della sua vita. Viveva lì da sempre, i suoi genitori erano proprietari terrieri e possedevano quasi tutto il paese. Frutteti, campi di

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   15 commenti     di: Ivan Bui


L'albero e la panchina quel giorno delle sei del mattino

Un albero dalla chioma giallognola, immerso nel gelo delle sei del mattino d'un 16 dicembre in una città settentrionale, avvolto dalle tenebre e da quella nebbiolina che si rivela solo all'illuminazione gialla dei lampioni delle piazzette deserte si chiede: "perchè sono costretto a subire tutto questo, la solitudine in attesa di spogliarmi con dolore agli occhi di tutti, di chi porta dei caldi piumini e dorme sotto altrettanto calde coperte in altrettanto calde dimore?"

A quel punto sentì una rauca risposta al suo interrogativo. Proveniva da una vecchia panchina di legno, ormai orfana della vernice verde che contraddistingueva la sua cute organica anni prima, ubicata sotto di lui: "questo è il nostro destino amico Castagno, amico mio. I e te siamo fratelli, io sono fatto della tua stessa materia anche se quest'ultima origina dalla violenza dell'uomo. Noi siamo cose, non meritiamo rispetto alcuno, così come non ne merita nessun ragazzino arrogante che ci prende a calci o ci calpesta o ti strappa la corteccia provocandoti un terribile dolore. Lasciali fare, un giorno un sacerdote dello spirito tornerà sulla terra e ci libererà da questa vita grama. Ci riuniremo banchettando su tavoli dorati, al cospetto di commensali buoni, generosi e divini mentre osserveremo l'annientamento di quelli che ora sono i nostri aguzzini.

   3 commenti     di: JRA157



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