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Racconti su sentimenti liberi

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ADDIO

Non badare troppo alla forma. Qua e là ho scritto con foga, lasciandomi prendere dall’ingordigia di raccontarti chi sono. Finalmente, dirai tu. Ho buttato sul computer parole alla cieca, liberando il più possibile la spontaneità dei pensieri. Perché di me conosci solo la maschera che ogni mattina incollo sul volto per piacerti, per piacermi attraverso i tuoi giudizi (oh quanto silenziosi!).
Quella maschera sorridente e pesante, tremendamente pesante, che mi vedi addosso quando vieni a visitarmi. Una volta al mese. Quando è concesso, perché così è stato deciso. Ma ora voglio dirti tutto, senza finzioni, senza ipocrisie e senza inutili giri di parole, perché per me il tempo sta per finire. Pena di morte. È quello che ha deciso la corte suprema. È quello che si meritano gli uomini come me. Gli assassini come me. Sono pericoloso io!
Premetto che se ti scrivo questa lettera e ti racconto di me, non lo faccio perché tu possa poi consolarti con le mie parole, quando non ci sarò più, ma lo faccio per me, unicamente per me stesso. Sono un inguaribile egoista!
Ti scrivo perché le parole rendono eterni: il mio cuore smetterà di battere, il mio corpo verrà mangiato dai vermi e il mio nome verrà presto dimenticato, ma le mie parole non si degraderanno, non spariranno, questo inchiostro non si cancellerà, e con le mie parole anche la mia essenza sarà eterna: sarò immortale. Non farti prendere da stupidi sentimentalismi per me, non merito nessuna lacrima e nessuna pietà. E non ne voglio!
Ti avverto : quello che scriverò non ti piacerà ma … a nessuno piace la realtà. So che ti sarai interrogato tante volte sulla mia colpevolezza e che speravi che fossi innocente. Bè, vuoi sapere la verità? Vuoi sapere se l’ho ucciso io? Si, l’ho ucciso io, quel bastardo, sino all’ultimo sparo. È vero, ho ucciso un uomo, ma quel bastardo se lo meritava, credimi, è così! Ha ricevuto la sua punizione divina!
Adesso smettila! Smettila! So che starai pensa

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   1 commenti     di: ayumi


-Quinta parte-Una semplice vita

La sveglia puntualmente suona come ogni mattina e stordito mi alzo dal letto.
"Buongiorno Mondo" dico tra me e me. Subito prendo il cellulare, ho ricevuto un messaggio verso le 6:30. Mi lavo il viso e mi preparo a leggerlo;
Elisa: "Buongiorno Riccardo, spero di non disturbarti a quest'ora. Sto partendo per tutto il giorno quindi non potremo sentirci. Ti auguro buona giornata, bacio".
Le rispondo adesso: "Buongiorno a te, non disturbi mai, buon viaggio :)".
Anche oggi da solo al bar;sento già un po' di nostalgia, mi manca Maurizio.
Mi dirigo al lavoro, 10 gradi oggi, fa un po' freschetto, in macchina con la musica e un vecchio CD di Tiziano Ferro. Mi sento spensierato oggi, sarà ancora l'effetto della serata di ieri.
Arrivo al lavoro alle 8:12, vado a salutare Donato e Luciano.
Io:Ciao bello, come stai?"
Donato: "Ciao Rì, tutto bene, tu?"
Io: "Me la cavo dai. Dov'è Silvano?"
Donato: "Non ne ho idea, arriverà a momenti. So che Maurizio ritorna domani."
Io: "Sì è così, non si è fatto vedere però in questi giorni."
Donato: "Ah ecco Silvano, sta entrando. Stasera io e lui andiamo a farci una birra insieme a Maurizio, vuoi unirti a noi?"
Io: "Davvero? Grazie, vengo volentieri! Chiamo Maurizio e mi metto d'accordo con lui. Buon lavoro."
Donato: "Anche a te!"
Passando dò una pacca sulla schiena a Silvano che ricambia con un sorriso.
Mando un bacio volante anche a Silvia, l'assistente del sr. Di Cesare e mi chiudo in ufficio. Cellulare già spento, è ora del lavoro.
"Italia-Svizzera, un'amichevole per sorridere!"
Buffon tra i pali, Cassano e Osvaldo in attacco, centrocampo da brividi;ecco cosa riserva per Mercoledì questa Italia.
Articolo scritto e completato, che faticaccia però, non sono abituato. Non sarò mai bravo come Maurizio su questi argomenti.
Io: "Silvia è libero il capo?"
Silvia: "Aspetta, adesso controllo." "Sì, entra pure!"
Io: "Grazie."
"Permesso, posso?" Chiedo bussando.
Sr. Di Cesare: "Certo entra pure e accomodati".

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Ma cosa ne sai

Dice: ma quando l'hai conosciuto? Mi fa con quella faccia inquisitoria, che solo quando si mette in testa di rompere veramente, le viene proprio bene. Le faccio, quest'inverno a febbraio. Anzi a dire il vero due anni prima l'avevo incontrato già una volta. Mi fa, con la solita faccia da cazzo, le facce che non sopporto e prenderei a schiaffi, se non fosse che lei aspetta solo quello per correre dall'avvocato a tramare contro di me, dice, mi fa: e come si chiama 'st'amico scrittore? Riccardo, faccio io, perché, che c'è che non va? Lei mi guarda qualche secondo. Non parla. Sembra alimentare il disprezzo, coltivando il disamore che si accresce istante dopo istante in quello spazio di silenzio che separa la risposta dalla domanda precedente e che si dilata nel silenzio. Tace ancora qualche momento. Cinque, sei, non un'eternità, una manciata di cazzo di secondi che mi permettono di annusare nell'aria l'olezzo degli ormoni che la preparano alla lotta. Poi finalmente, quando orami disperavo una risposta dice: Riccardo chi? Riccardo Merli faccio io. Contenta adesso? Dovresti vederla, cazzo! Dovresti vedere quella faccia. Dio come la odio! Ti sta davanti, sembra che ti guarda ma non lo fa, calcola solo il momento per affondare la zampata. Si siede sulla poltrona di alcantara fingendosi rilassata. Io non la sopporto quando vuole far vedere di essere calma. Si sente superiore, ne è convinta. Distilla gocce di sapienza miscelate col veleno. Pensa di dominare la sua ira, in realtà la lascia espandere nella sua mente, ne fa una cosa enorme, un ribollir di fiele che lascia scendere nelle viscere e spruzza improvviso quando coglie il tuo rilassamento. Ma non me la fai. Stavolta non lo permetto. Ah, quello, dice. Si. Quello, faccio io. Mi risuona ancora il tono con cui ha sputato quelle sillabe. Ci sono frasi che devi sentir suonare direttamente per comprenderne il reale intendimento. Si fa presto a dire quello. È quell'aria di sapienza e superiorità, quella spocch

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   4 commenti     di: Giacomo D'Alia


il punto e la prospettiva.

quello che nel cuore rimane nascosto per troppo tempo finisce con l' andare a male come una busta con dentro il pane buono rimasto per troppo tempo, troppo dietro lo scaffale e quando lo ritrovi ormai e ammuffito pensi a quello che avresti potuto farci se fosse ancora buono ma ormai e tardi ma tardi per cosa? non lo sai e cerchi una risposta al perchè tu non sia riuscito a ricordare e sei li a pensare e ripensare a quello che hai perso mentre dell'altro nello stesso tempo stai dimenticando e perdendo senza consapevolezza e il tempo
come un aguzzino senza pietà imperterrito passa regalandoti
malinconia e tristezza allora la soluzione? potrebbe essere riuscire a far si che dal pane ammuffito ci possa dare dell’ ottima penicillina per guarire una serie infinita di infezioni e quindi anche quella forma più grave di tutte che l'amore che
quando per troppo tempo rimane chiuso li dietro a uno scaffale del cuore possa sembrare non più buono ma forse è solo un impressione.

   0 commenti     di: max koln


Sicuramente sì

Le lettere erano emerse da un mare nero. Piccole lettere viola, in stampatello, incise su una superficie triangolare. “Sicuramente sì” era stato il verdetto. Schietto, deciso, senza margine di dubbio. Ed era rimasta così, seduta sul letto a fissare quella palla nera, poco più grande del suo cuore. Se ne stava immobile ad osservare il suo destino, la sua ultima decisione, la sua fine.
La stanza si trovava all'ultimo piano di un vecchio palazzo ottocentesco. Era larga e luminosa, a causa dell'enorme porta finestra in vetro sottile e bronzo che dava sul piccolo terrazzo.
Quel pomeriggio di fine primavera era scappato via veloce, portandosi dietro le tonalità più chiare del sole. Lasciando una grossa palla arancione decisa a tuffarsi sulla linea ondulata dell'orizzonte.
Una luce intensa e surreale riusciva comunque ad entrare nella grande stanza spoglia, illuminando il letto basso, le coperte di seta rosse e il viso della ragazza. E la palla 8 che teneva stretta tra le mani.
“Affidare tutto quello che ho ad uno stupido giocattolo” stava pensando “come mi sono ridotta così?” ed in quel mentre una lacrima le era scesa dall'angolo interno dell'occhio sinistro andando a posarsi sul suo vestito intero, entrandone a far parte. Era allo stesso tempo una lacrima di tristezza e felicità. Tristezza perchè era una decisione difficile, tragica da prendere il cui risultato avrebbe cancellato qualcosa di importante. Felice a causa del sollievo dato, appunto, dalla conclusione di tutto. La consapevolezza di non dover più stare a pensare alla soluzione migliore, al passato, al presente e, soprattutto, al futuro.
Poi, togliendo la mano destra da quella sfera in plastica lucida, si era asciugata il viso, aveva chiuso gli occhi e piegato la testa verso il soffitto e, più in alto, verso il cielo. Forse ancor più in alto, fino ad incontrare dio o chi ne fa le veci.
Aveva iniziato a tremare, mentre brividi freddi e caldi si rincorrevano lungo tutto il corpo

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Malizioso madrigale, Messer Monzù Mario, meridionale mecenate, ma... maldestro!

Mario mordicchiava minuscola mela matura
marcata “Melinda”, mantecando mirabile
morbido manicaretto, mostrando molta
misurata musicale manualità.
Metteva minuto misurino marsala/moscato
mediterraneo, mentre mano mancina,
munita maneggevole mestolo, miscelava
manicaretto ( miriadi mangerecci, minuscoli,
moscardini molluschi ) marinandoli.
Massa mangereccia mostrava
morbida malleabilità.
Mossa maldestra mano mancina,
macchiò maglioncino marrone marca “Missoni”.
Macroscopiche monelle miriadi minuscole
maliziose macchie multiple macularono
mosaico maglia.
Misericordia…! Madonna mia…!
mormorò mentalmente mugugnando Mario
mantenendo manierosa manualità,
ma... modulando maschie
melodie... maremmane
meditando magico mansueto
mattacchione moderno
monotono mascherato madrigale meritevole.



Il _4° di Dicembre

Mio padre dipingeva. Vivevamo in un cottage sulle montagne vicino Turigi. Su quelle alture era come se il mondo contemporaneo avesse imboccato ogni volta la stessa scorciatoia per evitare l’incontro con chi ci viveva. Lissù c’era solo spazio per i propri progetti, per le fantasie personali. E mio padre ne era la prova vivente.
Tutte le bozze che avrebbe voluto mostrare a quel mondo le spargeva sui muri del vecchio cottage. Ricordo quello che aveva piazzato di fronte la culla che lui stesso assemblò per me quando ero piccolo. Era un uomo di poche parole, ma riusciva a trasmetterti molto più di quanto può fare un abile retore, con la sola forza dello sguardo.
Ogni sera accostava lo sgabello vicino la culla, non mi raccontava storie né mi cullava, ma con la pazienza e la pacatezza proprie solo di colui che ha finalmente trovato il senso della vita, aspettava e aspettava e attendeva finchè io non chiudevo gli occhi e d’improvviso poi mi ritrovavo nella tranquillità del giorno nascente.
Ricordo ancora quel dipinto, come fosse stampato nei miei occhi. I suoi non erano colori vivaci come invece nelle altre bozze; erano colori scuri a sumature bianche.
C’era un castello…sì c’è un castello…esso è avvolto in una coltre di nebbia e di neve…ma c’è anche un particolare.
Nella luce fioca della lampada ad olio nella mia stanza, ricordo che tutte le finestre del castello erano…sì sono illuminate di un giallo così acceso, così vivo che sembra sia quasi reale…splende così tanto…chiunque gli attribuirebbe un aurea di realtà. Così mi diverto ad immaginare che ogni tanto da quelle finestre si affaccia qualcuno;e anche se mi appaiono come degli omini neri, scuri e in miniatura so che guardano verso quegli alberi al margine del rettangolo su cui vi è la bozza. Ma come nella realtà, quello è solo i margine di un bosco che si estende per miglia e miglia, e dentro quel bosco ci sono io. Così mi diverto a fantasticare, a pensare che loro si affacciano, scru

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   3 commenti     di: Sari Koon



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