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Racconti su sentimenti liberi

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Sara

Il mio cuore era corazzato, non mi ero mai confidata con nessuno, ho aperto l'armatura per te perchè mi fidavo, ma tu hai tradito la mia fiducia infilzandoci una lancia di dolore, facendomi vedere solo i tuoi pochi difetti o provare per te invidia o odio oppure fingendo per avere uno scopo nella vita? Per un anno non ti ho più vista, quindi ho ricreato un'armaturina, solo che sentivo che era debole, quindi mi sono messa solitaria, in disparte pur volendo stare al centro dell'attenzione, ero in mezzo a due necessità contrastanti, ma poi ti ho rivista ed è stato uno shock:mi ero dimenticata di quanto di odiavo, invidiavo o ammiravo e che la mia migliore amica ti preferisce. La ferita non si è ben chiusa, tu, l'hai riaperta infilzandoci una lancia e pian piano scavare nel mio cuore. Seppure tu mi abbia detto che hai litigato con le tue migliori amiche, continuo a sentirmi a disagio con te, a guardarti con occhi profondi per capire cosa hai nei tuoi pensieri, invano. Ora sto mettendo da parte questi sentimenti per avvicinarmi e ci sto riuscendo! Pian piano si riesce a far tutto, cercate di non odiare ma di amare, di stare in gruppo e di non provare risentimento.



L'albero e la panchina quel giorno delle sei del mattino

Un albero dalla chioma giallognola, immerso nel gelo delle sei del mattino d'un 16 dicembre in una città settentrionale, avvolto dalle tenebre e da quella nebbiolina che si rivela solo all'illuminazione gialla dei lampioni delle piazzette deserte si chiede: "perchè sono costretto a subire tutto questo, la solitudine in attesa di spogliarmi con dolore agli occhi di tutti, di chi porta dei caldi piumini e dorme sotto altrettanto calde coperte in altrettanto calde dimore?"

A quel punto sentì una rauca risposta al suo interrogativo. Proveniva da una vecchia panchina di legno, ormai orfana della vernice verde che contraddistingueva la sua cute organica anni prima, ubicata sotto di lui: "questo è il nostro destino amico Castagno, amico mio. I e te siamo fratelli, io sono fatto della tua stessa materia anche se quest'ultima origina dalla violenza dell'uomo. Noi siamo cose, non meritiamo rispetto alcuno, così come non ne merita nessun ragazzino arrogante che ci prende a calci o ci calpesta o ti strappa la corteccia provocandoti un terribile dolore. Lasciali fare, un giorno un sacerdote dello spirito tornerà sulla terra e ci libererà da questa vita grama. Ci riuniremo banchettando su tavoli dorati, al cospetto di commensali buoni, generosi e divini mentre osserveremo l'annientamento di quelli che ora sono i nostri aguzzini.

   3 commenti     di: JRA157


Notte d'inverno

Era una notte d’inverno, avevo solo cinque anni, mi ritrovai sopra l’autobus giallo dell’asilo che ogni giorno mi portava da casa all’asilo e dall’asilo a casa, il pulmino era pieno di bambini, ognuno seduto sul proprio posto, l’autista a sinistra che guidava con prudenza nella notte buia, la suora a destra, dietro l’autista, che stava attenta a noi, e dietro la suora vestita di bianco che stava attenta a noi, e dietro l’autista che guidava con prudenza nella notte buia, sei file di amici miei seduti a destra e a manca, poi c’ero io seduta a destra vicino al finestrino, che guardavo fuori, e dietro, sull’ultimo sedile, c’erano Anna e Marika che giocavano a lasciarsi spostare ogni volta che c’era una curva, lo facevamo sempre quel gioco, per ridere un po’, il gioco delle curve lo chiamavamo, il gioco delle curve. Dopo poco mi accorsi che il gioco delle curve lo stavamo facendo tutti, e ognuno nel proprio sedile, anche se non era l’ultimo sedile, famoso per il gioco delle curve, pure la suora lo faceva il gioco delle curve, ma nessuno lo faceva di sua spontanea volontà, l’autista adesso non guida più con prudenza nella notte buia, no, l’autista va veloce, l’autobus giallo dell’asilo comincia a prendere fuoco, e la suora impazzita, vestita di bianco a destra, dietro l’autista dice di andare tutti sotto i sedili e viene vicino a me, Marika e Anna, poi dei colpi di fucile, secchi e duri. Fiamme, fumo, odore di fumo e colpi di fucile, tanta paura.
Poi apro gli occhi, e vedo il viso di mia mamma sopra di me che sorride, e mi dice: “Svegliaaaa! È ora di alzarsi!” E allora mi resi conto che era solo un incubo, solo, il mio cuore riprese il suo normale battito, e io mi alzai, felice della mia scoperta.



Parole pensanti...

L'amore non ha un volto proprio, ha il volto della persona che ami
L'amore e' come la pioggerella d'autunno: cade piano ma fa straripare i fiumi!
Di solito si ottiene con tutta sicurezza e assai presto cio' che non si ha fretta di ottenere.
Nessuno muore sulla terra finché vive nel cuore di chi resta
Felici e forti quelli che accettano con animo uguale la sconfitta e la vittoria.
Per farsi capire dalle persone, bisogna parlare prima di tutto ai loro occhi
I nemici, proprio perché ti mettono alla prova, costruiscono la tua forza
Pensate da uomini saggi, ma parlate come la gente comune
L'abito non fa il monaco, ma influenza la prima impressione
L'impossibile non esiste, per quanto improbabile sia, vi è sempre una pur remota possibilità.
La felicità non è fare ciò che si vuole ma volere ciò che si fa
Un bacio crea una bella storia d'amore, ma il ricordo la rende infinita
A provocare un sorriso è quasi sempre un'altro sorriso
Il significato dei sogni ci incuriosisce più delle cose che vediamo da svegli.
Ogni uscita è un'entrata in un altrove
La saggezza, è un punto di vista sulle cose
Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.
Ogni frammento di canzone è per qualcuno lo specchio di un attimo passato
Non sbattere mai una porta dietro di te; potresti desiderare di riaprirla.
Fa' che i tuoi sogni siano duri come la pietra, affinché la realtà non possa distruggerli
La peggiore battaglia non è quella che si è persa, ma quella che non si è combattuta
Il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare.
Godi delle piccole cose, perché un giorno ti guarderai indietro e ti accorgerai che
erano grandi
Un giorno senza un sorriso, e' un giorno perso.
La vita è un attimo in cui ci si gioca l'eternità
Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa.

   4 commenti     di: ian romanto


Il neurologo

In un tramonto di aprile il sole arrivava sbilenco sulla griglia del grande portone marrone, riverniciata di recente. Costruzione di fronte al mare, in pieno centro cittadino. Un maldestro tentativo per ridare dignità ad un vittoriano decadente. L'inverno, più lungo del solito, da poco aveva abbandonato ogni pretesa arrendendosi alla primavera che spingeva ansiosa e scomposta. Di quell'ansietà s'era riempito anche il sole, di modo che riusciva ad accecare fino a qualche minuto prima del tramonto. Mia sorella Fede ne subì le conseguenze più immediate, abbagliata dal riflesso del telaio dorato del citofono, che allineava a due a due i nomi sul marmo dello stipite di fianco al portone d'ingresso.
Fede mi accompagnava, o meglio, conduceva l'operazione, ma dovette chiedere ad alta voce l'intervento del mio più giovane occhio, nella cantilena della sua insofferenza e quasi in tono di rimprovero. Mi scambiava per il sole, evidentemente, o quantomeno mi attribuiva la responsabilità di quel bagliore. Rintracciai quasi immediatamente la targhetta del prof. Monzino, noto neurologo dell'ospedale dove Fede lavorava come infermiera. Mia sorella considerava quella visita poco meno che un favore concesso dal primario, benché avrebbe valutato assolutamente giustificata qualsiasi pretesa in tema di parcelle, onorari o richieste affini.
Il professore suggeriva ai pazienti conosciuti in corsia visite private per una efficace terapia, conseguente ad una più attenta diagnosi. Fede non era più sua paziente ma si riteneva particolarmente fortunata che il recente cambio di reparto disposto dalla direzione sanitaria, l’avesse destinata proprio lì: 1^ clinica neurologica, direttore prof. Monzino, sua vecchia conoscenza per antiche vicende psico-somatiche. In verità, si comprenderà in seguito, quella sua fortuna Fede mi girava senza alcuna richiesta in cambio, esclusa la doverosa gratitudine di routine, umanamente tipica ma particolarmente ri

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   3 commenti     di: Carlo Diana


Sei nell'anima (dedicato a mio fratello)

Caro fratello, sono 11 mesi che non sei piu con noi, ma ora il tuo silenzio è
diventato ghiaccio che gela l'anima, fuoco che brucia la mente e acqua che annega
il cuore. In quel letto d'ospedale quando ti ho visto, un enorme vuoto mi ha assalito.
Il tuo respiro ormai esausto e i tuoi occhi che mi guardavano come quelli di un
naufrago che sa che non tornerà piu a casa. Tu ora lassu' sei una stella, di certo
quella piu luminosa.
Ottobre ti ha rubato ai tuoi affetti e meschino ha seminato angoscia.
Ottobre ha spento per sempre la luce della tua vita e ora sei già lontano e di bello è
rimasta solo la luna che guidando la mia penna ti urla Arrivederci.
Arrivederci.

   1 commenti     di: Alessio Gatti


Aria

È scritto in vecchi saggi di di autori dimenticati, raccolte in biblioteche dai capelli bianchi consultabili nei bar del porto. Difficilmente visibili durante le ore diurne costringono il lettore neofita ad un pazienza propria delle querce più che degli uomini - o così si racconta, senza curarsi dell'atletica leggera, del bowling, del pattinaggio artistico e dei mille mestieri cui le querce si dedicano con arborea solerzia quando sanno di non essere osservate, quando lo sguardo si fa vacuo e distante. E questo, credetemi, accade più spesso di quanto si possa immaginare. Hanno certo un sorriso stanco, e un ordine segreto. È scritto, si dice, che sia da accostarsi con cortesia l'orecchio al cuore della madre in silenzio, in terre immacolate di lingue nere, terre in cui sia ancora il tempo estraneo alla logica e virtuoso di confortante pazienza.
E così è capitato a me. Ho ascoltato in ore cupe e raggianti cartoline dall'ultima Thule. Ho disegnato strade nelle loro parole, e visto figli cadere da sere piovose. Ho visto, e voglio raccontare, palazzi e torri diroccate, sbarrati alle porte, preclusi al tatto. Voglio raccontare le serrature forzate e gli atri in penombra. Il regno di polvere e crepe alla foce di fiumi innominati. Le piante rampicanti e i muschi ben stretti e fusi ai massi, egoisti in dimensioni chiuse e distanti. E ricordare parole di folta barba sotto un cielo strappato di galeoni e Dresda in fiamme, in precipizio verso una morte liquida di notte profonda. Stringere la mano al tempo degli addii e vederlo nuotare in oceani lontani dal risveglio.
Lettere floreali di sogno parassita e nemmeno un gatto che riposi sul petto.




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