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Racconti su sentimenti liberi

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Moments I treasure

Quando aprì gli occhi e la vide, così vicina, ebbe un sussulto e, per qualche inesplicabile motivo, ebbe paura. Lei dormiva, raggomitolata sul divano su cui, la sera prima, l'aveva invitato a passare la notte insieme a lei. Lui non aveva voluto: in quell'istante, si chiese perchè; e, da solo, capì la risposta. La lesse nei suoi occhi ancora chiusi, nel sollevarsi lento del suo petto ad ogni respiro; nel suo corpo inerme, così bello e così potente allo stesso tempo. L'ascoltò nel rombo crescente del suo cuore in tumulto; nel silenzio di quella stanza in cui ancora tutti dormivano. La sentì sotto la pelle, quando il pavimento freddo su cui aveva dormito gli sembrò di fuoco. Capì che non avrebbe potuto violare la loro amicizia, dormendo insieme a lei quando nel suo cuore albergava il seme di un sentimento nuovo e violento. Capì che, da allora in poi, lei sarebbe stata qualcosa di più che una semplice amica.
Per questo ebbe paura. Paura nell'immaginare lei che, al risveglio lo abbracciava, per salutarlo; sussurrandogli quella parola che per lei era uno scherzo, ma per lui era una fitta alla testa. Avrebbe tremato alla sua voce come a un tuono, lo sapeva.
E si sarebbe chiesto perchè, proprio lui, doveva finire vittima di quel delitto a due che è l'amore...

   2 commenti     di: Lele M.


mi chiamo Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe, ho 99 anni, essendo nato nel 1907 tra poco arriverò al secolo, ultimo traguardo che mi resta nella vita. Dove mi trovo? Boh, non ricordo, ricordo solo di essere stato per la strada, ad aspettare un’ambulanza che mi portasse soccorso; oddio, non che stessi poi così male, anzi… io mi sentivo benone, solo che anni fa mi hanno impiantato un catetere, non mi ricordo più per quale motivo, ma alla mia età perdonerete se non ho la mente lucidissima nei ricordi. So soltanto che ogni tanto devo farmi portare in ospedale per sbloccare non so neanche io quale valvolina. Tutto è cominciato quella volta che Teresa non è potuta venire a cambiare e pulire l’impianto (io ormai il catetere lo chiamo familiarmente “l’impianto”) per un impegno preso in precedenza. Chi è Teresa? Ma lo sanno tutti, è la dottoressa, infermiera, governante, assistente sociale, amica, psicologa di tutti noi vecchi in questa piccolissima frazione di questo piccolissimo paese, non ha mai studiato, ma se c’è bisogno sicuramente chiamiamo lei piuttosto che qualche “scienziato” che ci ruba la pensione solo perché riesce a mettere in fila tutti quei minacciosi paroloni. Insomma, stavo già perdendo il filo, tutto è iniziato quel giorno che lei non è potuta venire, le dissi “fa niente, verrai domani” e la notte mi svegliai con l’impianto bloccato e una forte necessità di urinare. Fu allora che mi ricordai di quel biglietto che la Terre mi aveva messo sulla credenza, con tutti i numeri da chiamare se avessi avuto bisogno d’aiuto, guardai bene e vidi che in caso di malori o infortuni bisognava comporre il 118 sul telefono, esitai un attimo prima di chiamare, io non ero infortunato e se si toglie il male alla vescica non avevo malori, ma sul biglietto ci stava scritto chiamata gratuita, quindi, che mi costava? Chiamai e mi rispose una donna che con molta gentilezza mi chiese un sacco di cose, anche personali, finché mi disse che avrebbe mandato una squad

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   17 commenti     di: marco moretti


Una giornata di festa.

Quel giorno era festa al paese. Un sabato pieno di promesse che la pioggia ossessiva minacciava di disattendere.
Bastiano era andato all’ovile molto presto quella mattina, come ogni giorno.
Il suo lavoro non ammetteva né ferie né festività comandate, una tazza di caffelatte e pane come colazione e poi fuori: uno sguardo al grigiore del cielo e subito le prime gocce gli bagnarono il viso. Si strinse nel suo pastrano verde, si mise il cappuccio sopra la testa e si avventurò tra quel pantano che ormai era diventata la strada.
La luce del sole avrebbe dovuto accogliere con i suoi primi vagiti quella giornata e accompagnarlo per il sentiero che conduceva all’ovile, ma attendeva nascosto dietro quelle nuvole gonfie e dispettose. Avrebbe rimandato la sua comparsa di qualche ora.

Le donne si muovevano svelte in casa, si chiamavano ad alta voce, scherzavano tra loro e si affaccendavano tra i letti da rifare e la cucina.
Le più anziane impastavano pane e preparavano dolci, in una apparente confusione che invece era controllata consuetudine in quei giorni dell’anno dove le protagoniste della festa erano loro;
registe di questa giornata e anche di tutte le altre, forse inconsapevoli di questo, ma sicuramente forti di una tacita autorità.
In ogni casa dove si trovassero delle donne la scena sarebbe stata la stessa, e nessuna figura maschile tra i piedi a dar fastidio a quei movimenti svelti, pratici, di chi sa quel che fa perché lo fa sin da piccola, gesti ripetuti da sempre: dalla madre, dalla nonna che lo vide fare dalla madre e dalla nonna, e così via, fino a perdersi in antiche memorie; e comunque, anche allora, quando un uomo non era indispensabile, era meglio che girasse al largo. Allora come adesso, tra il silenzio delle coperte, ci sarebbe stato il resoconto della giornata e le vere decisioni, l’ultima parola, erano veto di una e solo di una, altrimenti in casa sarebbe stata guerra per giorni e giorni.

In piazza alcuni operai attendevano al

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ciao citarico canarino

Ciao citarico canarino!
Compiacente caro compagno, congeniale consolatore, con cui condivido compunti,
consanguinei calibrati cordiali caduchi concetti carismatici, concedemi comporre
cotesta cicalata contemplando con civetteria ciò che
conserva cuore caldo.

“ Candide coltri cirrose completavano celestiale composizioni ceruleo calmo cielo
cromatico crepuscolare.
Canto calmo, carezzevole, cinguettante curioso caudato canarino canterino, completava
cotanta cornice creativa comunicando consolata confusa consona coscienza.
Cantico consegnava con capace caparbietà cotesti
creativi, cascanti, calmi, cadenti, cinguettii, cigolando con calda cosciente casuale
capacità civettuola.
Caustico carillon commovente correva come cesellato cristallo canoro con
celerità, costeggiando candidamente capriccioso cielo, creando copiosamente calibrate
calme ciarliere coccolanti composizioni.
Cammèo coerente colpiva coloro che conservano cuore contemplativo
con connubio caustico.
Che carezze! Che calma! Che cavatine! Che consolazione conservare cotesti cadenzati
crogiolanti capricciosi cinguettii con cauta, calda, complice consapevolezza!
Creaturina catalizzatrice con crescenti continui, ci consegnava, coinvolgendoci,
calda concessione colorando caduchi, capaci, calcolati, consoni, caroselli cromatici.”
Crakk…. Crash…. Crashboooommmm!!!!
.. Crepitio colpo cupa carabina, crasso, camuso, cinicamente crudele canaglia
collerico caprino cruento corrusco
Caino- contadino,
cancella, con correa cartuccia carminia crivellando coscienziosamente corpo,
confuso chimerico canto copiosamente condotto con calmo candore …
Collerico capoccia carnefice, consegnando crudele carabina, cinica consorte,
conclude celiando :

“Cacchio... Caspita!... Checca cretino, citrullo, cocciuto caparbio canarino, cambia canzone!
... Che calma che c’è…
Che coglione, carogna, corbello, capone, credulone, chiavica capoccione che eri...!
Crepa clown! Così canterai cherubin

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Comari

Ritornano dalle campagne spinose le vecchie comari.
Camminano dritte e fiere nei loro abiti luttuosi di lana pesante.
Agosto ruota attorno al sole del tramonto che rende le ombre delle donne deformi sulla terra arsa.
Scandiscono i passi lenti di solchi sgretolati i lamenti del rosario.
Venerdì di dolore.
Mani tagliate, secche e gonfie stringono i grani della coroncina con gli utlimi desideri del cuore.
Il rosso della sera che si avvicina rapisce le lodi e le libera nel vento.
La contadina più anziana guardando il cielo inizia a battersi il petto e a squarciare a morsi di veleno il cammino.
Urla fino a perdere i sensi e si lascia andare al tremore dei tamburi che tuonano in lontananza.
Danza violenta di morte. Esorcizza il corpo dai gigli nascosti.
Rimargina le orchidee che ancora bruciano nel suo ventre.
Le legano le mani. Le legano i piedi.
Appuntano spilli ai suoi occhi. Pelle intrecciata come cesti di vimini.
Il resto attende gli avvoltoi.
Banchettano goffi sulla carcassa della vecchia mentre tra le cuciture ottiche si sciolgono gli occhi.



la via da percorrere

Quella sera fu la mia ultima volta al Malacarne.
Fu l’ultima volta di Sergio.
Avevamo trent’anni: la nostra età non ci consentiva di essere troppo bambini, e non ci dava la possibilità di essere maturi. Cosi sfogavamo la nostra frustrazione in occupazioni di vario genere, per noi di vitale importanza: io cambiavo lavoro ogni due settimane, Roberto cambiava donna ogni due giorni.
Laura tradiva Sergio anche lei una volta ogni due giorni.
E poi c’era Sergio, con il suo sorriso cosi infantile: lui non si sapeva bene cosa facesse.

Un giorno, ricordo, passai da lui prima di andare al locale. Guardava “Un posto al sole”. Sparsi per il soggiorno un cucchiaio, una ciotola con dell’acqua calda, fiammiferi: la siringa, sparita.
Aveva appena terminato la lettura di “Come una bestia feroce”.
Notai le sue occhiaie: sembravano dipinte col mascara.
Tutto in lui era in un certo modo forzato: non riuscivi bene a distinguere tra finzione e realtà.
Era in perenne attesa.
Sergio al Malacarne era gay, mentre in realtà era sposato con Laura.
A lui piaceva giocare: quando entravamo, nel locale era un festa di culi maschili che cadevano sotto i colpi sicuri della sua mano.
Sapeva benissimo che Laura lo tradiva: a lui andava bene cosi, lo sapeva di non averla mai soddisfatta, né a letto né fuori.
A lui serviva qualcuno che si prendesse cura di lui; lei aveva preso sul serio questo impegno.
I problemi sorsero quando lei scappò in India, ad inseguire un negro bello e facoltoso che le offriva una grande casa e molto sesso, tutto gratis.
Sergio resse all’urto. Era convinto che tornasse, prima o poi. Era quello il suo destino, si ripeteva, c’è chi ci nasce, diceva. La sua forza era non stare quasi mai in casa, quella sua apparente estraneità alla realtà che gli faceva vivere gli eventi alla moviola, senza esserne partecipe.
Per tutto il tempo in cui Laura stette in India, la nostra conversazione era ridotta ad una sola domanda.
-Massimo, ma sarà

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   3 commenti     di: Valerio Damini


CRISTOFORO COLOMBO

CRISTOFORO COLOMBO

Corrono circa cinque centenari che Cristoforo Colombo, celebre connazionale,
coronava complicatissimi calcoli circumnivagatori, concludendo che, con corsa
coraggiosamente condotta contro costa, conseguirebbesi circolar collegamento colla costa contraria.
Concordati chiari contratti coi colendissimi coronati cristiani, che
comandavano con così clemente comprensione chi castiglian crescea, Cristoforo Colombo,
capitanando celeri caravelle( che col centenario colombèo conseguentemente celebransi),
cominciò con circa centocinquantacinque compagni, con cuor conscio, con cristiana cautela,
codesta crociera che capovolse cognizioni costantemente credute classiche.
Corsi con cameratesca concordia, circa cinquemila chilometri,
certuni ciurmatori, convintisi che Colombo cullasse chimeriche convinzioni,
cercarono convincerlo che conveniva cambiar crociera capovolgendola.
Colombo, con calorosi conversari, combinò che continuerebbesi con circa
cinquecentocinque chilometri.
Crespuleggiava
Colombo camminava cogitabondo considerando con crescente cordoglio come
crollasse completamente ciò che certificavagli calcoli credibilissimi.
“Capo coffa, che cosa ci comunichi? “
... chiese Colombo colla consueta cantilena.
“ Costa... costa... costa!!!”
Con clamori confusi ciaschedun ciurmatore corse celermente contro cassero,
constatando con crescente curiosità che costeggiavan celermente.
Con che commozione convulsiva capì Colombo che cncludevasi così,
col coronamento completo codesta crociera circuminavigatoria,
coscientemente, cocciutamente caldeggiata che credevasi catastroficamente chimerica!
Costeggiavano…
Calate cinque canoe capaci Colombo coi compagni calcò cotesta creta conquisa.
Ciascun curvossi.
Con cristiana contentezza conversarono caldamente con Creatore
che custoditeli così chiaramente, consacrarono cotesto Continente conquiso.

Costante Costantini celebre calcografo, carissimo compagno, comunicando calore con coloro

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