Racconto (vero) tratto dal mio blog:
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Arrivo un po' in ritardo. Succede sempre più spesso, recentemente. E mentre vengo da te, quasi come nausea, porto un peso nello stomaco. È lo stesso peso per il quale, la settimana prima, avevo evitato di venire. Ho mille problemi, ho mille pensieri per la testa. Ho un'altra donna che mi ama, e tu lo sai, e non posso lasciarla per te. Non riesco più a ritrovarmi in una nostra dimensione. Quello che prima vivevo come poesia, sta diventando un complesso modulo burocratico, pieno di intricate domande da espletare. Quello che prima era libertà pura, ora sta montando le mura di una cella.
Mentre percorro i quaranta chilometri che ci separano, penso alla prima volta che siamo usciti. Lo faccio con malinconico sorriso. Eri stata proprio quel giorno dal parrucchiere, e avevi tagliato i capelli come un uomo. Cenando mi avevi raccontato che avevi mestruazioni lunghe e dolorosissime, e che ti sarebbe piaciuto diventare maschio. Mentre me lo raccontavi, guardavo il pomodoro rosso vivo della mia pizza, e mi chiedevo se mi era capitato di trattare mai l'argomento alla prima uscita. Avevi poi continuato dicendo che, qualche volta, avevi pensato di operarti, e di diventarlo davvero un uomo. Sorridevo, ma per un momento, mi ero sentito di troppo al tavolo. È strana la vita, pensavo che non ci saremmo più visti, dopo quella sera, e invece ci vediamo da sette mesi ormai. Ma ho troppe cose che devo fare, e non riesco più a darti lo spazio di qualche mese fa. In quale guaio ti ho cacciato, amica mia? In quale storia ti ho invischiato? Ti ho sempre detto che prima o poi finirà. Non ti ho mai mentito, ma già da un pezzo abbiamo passato quel poi, e io non me la sento di lasciarti ora. Non adesso che sei messa così male. Non adesso che stai toccando il fondo della tua vita. Ripenso, per un attimo, ancora a quella prima sera. Dopo la pizza, davanti alla tua macchina, ti avevo salu
Si può scrivere un racconto di primavera in inverno? Ho scritto "Racconto d'autunno", poi "Racconto d'inverno" ed ora vorrei scrivere, appunto, "Racconto di primavera". È chiaro che mi sono ispirata alle quattro stagioni di Vivaldi, non per presunzione, ma semplicemente perché lo adoro. Il fatto è che l'inverno non è solo fuori di me, ma dentro di me. E l'inverno significa amarezza, delusione, rancore. Quest'ultimo è la cosa che mi fa stare più male. Finora la scrittura è stata, per me, bisogno di comunicazione ed anche terapia psicologica. Vediamo se funziona come terapia morale.
La vite americana sul mio terrazzo, fino a poco tempo fa era rossa e bellissima, punteggiata da foglie giallo oro. Adesso è solo una rete intricata di rami secchi ed io mi chiedo: "La rivedrò germogliare? Rivedrò quei germogli verde brillante, turgidi, che da un giorno all' altro esplodono in centinaia di foglie?" Tra i rami della mia vite americana, due anni orsono, una coppia di uccelli fece il nido e nacquero tre o quattro uccellini. Non ricordo. Presero tutti il volo, con mia grande gioia. Il nido restò vuoto e il vento dell' inverno successivo se lo portò via, come tante altre cose che il tempo mi ha tolto: la giovinezza, la salute. La bellezza no. Non l' ho avuta per molto. Da bambina, sì, l'avevo, ma qualcosa o qualcuno me la rubò. Rivedrò la prossima primavera? Non voglio essere patetica e non ditemi: "Ma si, la rivedrai!" Che ne sapete? Non lo sappiamo né io né voi. Ma se la rivedrò voglio tornare a vedere il mare dove giocavo da bambina. Voglio risalire la lunga gradinata che portava all' Istituto Maria S. S. Bambina, una scuola di suore dove ho frequentato l'asilo e le prime due classi elementari. È vicinissima a S: Pietro e, poiché non disturbava la megalomania mussoliniana, è stata risparmiata dalla distruzione dei Borghi. Per quello che ricordo era una scuola bellissima. Attraverso una scala coperta, si saliva ad un giardino pensile ricchissimo di fiori
Anna si apprestava ad uscire di casa, doveva recarsi al negozio alimentare della Teresa per comprare della pasta e un a cucchiaiata di conserva. Prima di varcare l'uscio temporeggiò qualche minuto a darsi una sistemata ai lunghi capelli che portava raccolti dietro la nuca fermati da un grosso spillone. Poi diede una lisciata al vestito di cotone leggero, un unico pezzo dalle maniche corte che terminava qualche centimetro sotto le ginocchia. Sulle spalle adagiò uno scialle di seta, unica civetteria che si poteva permettere, regalo di nozze di una sua cugina. Infine piegò verso il basso il piccolo specchio appeso alla parete che in posizione verticale rifletteva l'immagine della sola testa e le spalle. Guardò la sua immagine riflessa nello specchio e il volto, fino a un momento prima più sereno, s'incupì di colpo-
Ad amareggiarla non fu l'immagine di una ragazza ventunenne, fresca sposa da tre mesi e già incinta da trenta settimane poiché per nulla al mondo avrebbe rinunciato al suo Raffaele, da lei silenziosamente corteggiato fin dall'infanzia, ma il pensiero di dover andare al negozio della Teresa con la libretta nera e farsi segnare sul già congruo debito anche la pasta e la conserva.
Raffaele, era un bravo ragazzo, sin da piccolo aveva sostituito la scuola pubblica con la pubblica strada, ma non era un perdigiorno, per strada si era adattato a fare mille mestieri perché nella sua famiglia, composta di ben nove bocche da sfamare, il pane non bastava mai. Così aveva fatto di tutto, manovale, spaccapietre, bracciante agricolo, fino all'ultimo lavoro trovato circa sei mesi prima, potatore di piante di ulivo nella tenuta del barone Cipriani.
Stando alle apparenze doveva essere il miglior lavoro che aveva trovato invece il barone era di manica corta, di mesi di lavoro glie n'aveva pagato appena quattro su sei. Altra amara conseguenza di quei calcoli sbagliati era stata la leggerezza, condivisa, di portare fino in fondo il rapporto con Anna, tanto,
Castello è un paesino arroccato su un monte dell'Appennino campano, un piccolo centro alle porte del Cilento. Costruito, nel 1144, intorno al monastero di S. Lorenzo de Strictus è strutturato, come un gigantesco presepe, tra gli Alburni ed il Tirreno della piana del Sele. Un posto splendido, al riparo dagli orrori della guerra e dal caos di un dopoguerra lungo e difficile. Una lunga serie di fertili terrazzi, ricchi di fichi e vigneti, offrono, ancora oggi, ai più esigenti cultori del vino, un barbera doc, dove si armonizzano eccezionalmente colore, gusto e profumo.
È qui che si svolge la nostra storia, negli anni cinquanta, quando, all'età di quindici anni, mio padre volle che andassi ad imparare il mestiere da mastro Antonio Iannuzzi, un imprenditore di Vallo, che si era sposato a Castel San Lorenzo.
Angela Morra, una splendida donna di ventisei anni, viveva in una modesta abitazione del corso, nel lungo tratto di strada, che accoglieva i carretti dei "semenzari", che ritornavano da Piaggine e da Laurino, prima di perdersi nelle curve scavate nella boscaglia, che, sinuose, precipitavano a valle, verso il lungo rettifilo di Capaccio Scalo.
Alta, ben fatta, dal seno esuberante, i glutei sodi e ben disegnati, percorreva il paese a testa alta, come chi non ha nulla da spartire con nessuno. Gli occhi verdi e grandi, i capelli castano chiaro, con riflessi rossi evidenziavano le labbra piene e ben disegnate, una bellezza inconsueta, tra la miseria e l'ignoranza superstiziosa del luogo.
Era una ragazza madre, ma il figlio si diceva l'avesse affidato ad un istituto di religiose, sapeva che sarebbe stato impossibile tenerlo con lei, in paese, e lottare per sopravvivere. Da sola poteva affrontare la vita, non le mancava il coraggio, ne aveva più di dieci uomini messi assieme.
- Domani vengo a lavorare! - disse a mastro Antonio Iannuzzi, con le mani ai fianchi e le gambe dritte e leggermente aperte, come usano dalle nostre parti gli uomini di principio.
- Vedi
Luigi è un patriarca. È saggio ma non invadente, tanto
meno un dominatore. Guarda con affetto i suoi figli, nupoti e pronipoti e li lascia in pace. Non dispensa né consigli né ammonimenti. Altezza media, fisico asciutto, viso e braccia
sempre abbronzati. Cammina dritto, appoggiandosi appena ad un leggero bastone che gli dà l'aria di un vecchio gentiluomo di campagna piuttosto che quella di un anziano con problemi motori. Ha 95 anni ed è un concentrato di saggezza e cultura contadina. Ha lavorato sempre una terra non sua ma adesso possiede i suoi animali e la casa in cui vive non è del padrone. Ha perso la moglie da molti anni
ma vive serenamente il suo ricordo. Vive con un figlio e la nuora che non hanno da temere che invada i loro spazi.
Lui si è creato il suo: si siede al sole, davanti alla casa
e, con una lunga bacchetta, tiene a bada galline, polli, oche e tacchini. Quando glielo chiedono uccide un pollo o un tacchino
e si gode l'arrosto. Io l'ho conosciuto ad una festa di compleanno di una dei suoi tanti pronipoti. La mia amica
Giovanna, che è sua nuora, mi presentò così: "Papà, questa
è la mia amica Franca, la professoressa di cui ti ho parlato"
Lui prese la mano che gli tendevo e disse: "Molto piacere.
Io sono Luigi, contadino". E così mise al posto suo la professoressa. Avemmo una conversazione piacevolissima.
Luigi è molto informato sull'attualità politica. Non perde un
telegiornale, legge tutti i giorni l'Unità e qualche volta altri giornali per sentire, dice, anche le altre campane. Quando
scoprì che le sue idee politiche erano anche le mie disse: "Ah,
adesso le professoresse sono anche rivoluzionarie?"
"Perché - chiesi - è un male?" "No, no - rispose lui - ce ne
dovrebbero essere di più".
Un giorno volle portare i suoi animali a pascolare in un
vicino bosco. I suoi occhi ancora validi videro tra i cespugli
la sagoma inconfondibile di una volpe. In quattro e quattr'otto,
con la sua lunga bacch
Galatea non lo desiderava, ma senza che potesse evitarlo, il suo sguardo si diresse verso un piccolo animaletto di pezza che si trovava appoggiato su uno scaffale della sua libreria e per lei fu come tornare a sbirciare tra le pagine di un vecchio diario.
Si trattava di un minuscolo cagnolino di peluce bianco, che tra le zampine, chiazzate di marrone, stringeva un cuoricino rosso, sul quale c’era scritto “Ti voglio bene, sorellina”.
Quel simpatico pupazzetto, glielo aveva regalato Artemisia, nel giorno del suo decimo, compleanno.
Galatea la ricordava ancora, mentre le correva incontro tutta contenta per consegnarle quel dono prezioso, vestita nel suo vezzoso abitino verde, su cui spiccavano, come in un prato fiorito, delle candide margherite primaverili.
Sua sorella, allora, possedeva dei lunghi capelli neri e lisci, che la loro madre amava spesso acconciarle in un alta coda di cavallo, fermandola sulla nuca con un grosso fiocco di raso bianco.
I suoi occhi, neri e fondenti come il cioccolato, possedevano una tale dolcezza che rendeva impossibile guardarla senza rimanerne colpite.
“Tieni, questo è il mio regalino per te”, le aveva detto porgendole timidamente, il morbido involucro di carta da regalo, un po' stropicciato, con le manine cicciottelle e ancora sporche di panna e crema chantilly, a causa della torta di compleanno con cui aveva pasticciato fino a poco prima.
Galatea si era piegata sulle ginocchia, chinandosi verso di lei, trovandosi con il viso lentigginoso davanti a quello di sua sorella, infiammato dall’emozione per quel meraviglioso istante di dolcezza, e le aveva schioccato un bacio sulla gota paffuta, abbracciandola forte a se.
Essendo figlia unica, Artemisia, era stata per Galatea una gioiosa elargizione del destino, che aveva cancellato dalla sua esistenza il vuoto dell’ inquieta solitudine sofferta sino al momento della sua nascita.
Quando la madre gliela aveva mostrata per la prima volta, lei era rimasta a bocca aperta
Gli occhi di un bimbo. Occhi che parlano, ridono, piangono, trasmettono emozioni... e hanno vita propria.
Quegli occhi che ti fissano, scrutano la tua anima, la rendono nuda e semplice, priva di qualsiasi maschera... e ti senti impotente, indifeso, dinanzi all’immenso potere di quegli occhi. Perchè non puoi resistere alla loro forza, non puoi opporti a quel infinito senso di pietà, commozione e tenerezza che ti assale ogni volta che ti specchi in quello sguardo... E quello stesso sguardo rimarrà impresso nella tua mente per sempre, traccia indelebile di un incontro speciale. E se farai del male a un bambino, non ti illudere di esserti riuscito a sbarazzare per sempre di quel viso... quegli occhi ti seguiranno ovunque, nei tuoi sogni e nei volti di persone sconosciute e non. Occhi neri, azzurri, piccoli, affusolati, grandi... occhi di qualsiasi tipo. Ma che non smettono mai di comunicare.
E gli occhi di questo bimbo ti stanno parlando, stanno gridando, non puoi fare finta di non sentire; ti stanno chiedendo aiuto, affetto, comprensione... quegli occhi di un bimbo così piccolo, eppure così esperto della crudeltà del mondo... Quegli occhi non vogliono più vedere ore e ore passate con altri suoi coetanei a lavorare duramente per portare a casa qualcosa, non vogliono più vedere la gente morire a causa della fame e delle malattie, non vogliono più vedere fragili case di capanna e fango e misere porzioni di cibo, non vogliono più vedere le violenze delle continue guerre, non vogliono più vedere corpi mutilati e sangue in mezzo alla strada... la luce di quegli occhi si va sempre più affievolendo, al posto della speranza subentra la rassegnazione, al posto della felicità la tristezza, al posto della meraviglia l’orrore... e se di notte, nei nostri sogni, siamo tormentati da un dilaniante rimorso la colpa è solo nostra, perchè non abbiamo avuto il coraggio di incrociare lo sguardo con quello di questo bimbo e restituire ai suoi occhi la loro innocenza e la gio
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