Gli occhi erano pesanti e rivendicavano le ore di sonno sottratte dalla levataccia. Pure le gambe mancavano dell’abituale solidità, un po’ per lo stesso motivo, un po’ per la corsa del giorno prima, sanissima ma certo abbastanza forzata visto che era la terza volta che ero tornato a correre dopo avere ricominciato ad allenarmi. La vista del lago fu quindi sbiadita da tale stato fisico, ma l’aria della prima mattina mi aiutò a sgranare le immagini e a farmi rendere conto che si sarebbero stampate sufficientemente nella memoria da farmele riaffiorare in futuro, con un interessante numero di dettagli.
Mio padre, invece, era sveglissimo, diceva che aveva dormito una sola ora, e c’era da credergli dalle occhiaie che aveva portato dalle due, ora della sveglia, per un po’, almeno fino all’imbocco della tangenziale di Mestre. Aveva deciso di partire presto, l’appuntamento per la cerimonia era fissato alle 8. 30 di fronte alla stazione di Fine Lago, ultima fermata delle ferrovie Nord. Era prevedibile che saremmo arrivati con largo anticipo, ma era meglio così; effettivamente partendo più tardi c’era il rischio di trovare coda in tangenziale a Milano. “Se partivamo due ore dopo, arrivavamo almeno tre ore dopo!”, aveva ripetuto un paio di volte sul lungolago. Aveva ragione.
Sarebbe stato bello fare un giro col battello, l’aria della prua mi avrebbe certo completamente ridestato, ma questo pensiero mi balenò per andarsene in fretta. Non c’era molto tempo e Como avrei sicuramente avuto altre occasioni per vederla con calma.
Mia cugina, la Lia, arrivò trafelata provenendo dalla sala mortuaria. Disse che la zia si era fermata direttamente lì. Ci salutammo molto velocemente, lei stessa nel parlare e nel descrivere i dettagli dei preparativi per il funerale mi ricordava una segretaria. Non l’ascoltai molto, ma quel suo parlare affannato e sicuro mi fece capire che non v’erano stati intoppi di alcun tipo e che il funerale si sarebbe svolto da man
Il direttore M., in realtà, non ricordava di essere uscito dall’appartamento di Arianna in quello stato. Non ricordava nemmeno i quindici giorni precedenti, dei quali i primi sette erano bastati ad Arianna per farlo innamorare di lei in maniera assoluta, totale, così come non ricordava i secondi sette, durante i quali si era creduto altrettanto corrisposto, e si era sentito il re del mondo, ed il quindicesimo, quello più atroce, qello che aveva fatto crollare quel mondo magico come un castello di carte. Tantomeno ricordava l’incidente, lo schianto contro un autobus del motorino che, sulla strada del ritorno verso casa, lui stava guidando come un folle.
Era semplicemente pervaso da una sensazione inspiegabile, violenta, sgradevole, gli pareva che un tentacolo malefico gli frugasse ogni minimo recesso di pensieri e sentimenti inconfessati, nascosti. Gli pareva che quell’escrescenza estranea fosse pronta ad erompere, ed a moltiplicarsi, fino ad invadere il mondo perfetto e sereno che si trovava oltre la porta della stanza-studio.
Il giovane M. rimase per giorni fra la vita e la morte. I medici, che consideravano già un vero miracolo l’essere riusciti a salvare il ragazzo, non presero quasi in considerazione l’amnesia del giovane paziente, che, nei propri ricordi, aveva fermato l’orologio quindici giorni prima dell’incidente. Fenomeni di questo tipo, dopotutto, si verificavano, talora, dopo traumi così gravi.
La priorità, per ora, era rimettere a posto le diverse ossa fratturate.
La guarigione del giovane M. fu totale ma lunga, tanto da costringerlo a non rientrare a scuola per tempo, ed a studiare, quando il suo stato di salute lo consentì, privatamente. Il ragazzo aveva deciso di sostenere comunque l’esame di maturità, e di passarlo con ottimi voti, anzi, con il massimo, e la lode.
Uno dei suoi compagni di classe, tale Giovanni S., notorio innamorato senza speranza alcuna della bella Arianna, raccontò al giovane M. che la raga
La cena era stata, invero, eccellente.
Al soffuso barbaglio delle due candele il vellutato colore del vino si riverberava romanticamente sulle pareti della sala come un fiammeggiante tramonto di mezza estate.
Il siderale luccichio delle posate d'argento prometteva un'indimenticabile notte stellata d'incanto attraversata da mirabile cometa, il diamante appena donatole.
Discioltosi il dolce dessert sulle labbra impazienti, d'un tratto gli sguardi si incontrarono invasi, entrambi, dal medesimo desio.
Dapprima una mano cercò presto l'altra, sfiorando leggera le pieghe di seta presso ombre di cristallo e petali di rosa tra il bianco panno sparsi.
Sul ciglio della mensa si incontrarono furtive, ambo sospese e tremebonde sul folle abisso della bramosia. Una piuma di sorriso accennata sulla bocca, un accenno di sospiro che prelude già allo slancio, un pensiero temerario sulla tanto ambita impresa. Lui sa già che intende fare; lei è da un po' che vuol vedere. Nessun cuore, però, denuda quel che cova nel suo centro: prudenze dell'amore o previdenze di saggezza.
Ed ecco, in opra le altre mani, fino allora dondolanti nella semioscurità. Lentamente, con ardire, riaffiorano alla luce inerpicandosi, gagliarde, tra selciati di baguette e giardini rucolosi. Le dita come artigli si inarcano nell'aria. Appresso, un rimbombo di silenziosità ancestrale preannuncia l'imminente, ormonica tempesta. Con movimento blando e adesso accelerando si innalzano in vertigini, come aquile, scrutando.
Precipitando, infin, fameliche, sul telecomando!
FERNANDA
A 50 anni, io sottoscritto, ingegner Sergio Donise, dopo la separazione da mia moglie, mi ritrovai solo, depresso, quasi disperato.
Vivevo a Napoli, in un quartiere del centro.
Tralascio le motivazioni che mi spinsero a quel passo che credo non siano di vostro interesse.
Solo mia zia mi diede qualche consolazione. È vero che pretendeva di farmi la morale ogni volta che m’invitava a cena, lei molto religiosa, legata alla curia della diocesi, io non credente (l’eretico, mi chiamava affettuosamente), ma in compenso un piatto di minestra me lo preparava.
Sentivo molto la solitudine, avevo bisogno di contattare altri esseri umani, di distrarmi.
Così, in un momento di speranza, decisi di dedicarmi al tango.
Questo ballo mi era sempre piaciuto. Lo vedevo passionale, intenso, coinvolgente.
Avevo inoltre assistito a spettacoli del genere, dove sia la musica, sia il ballo in se, mi avevano fatto notevole impressione.
Se a questo aggiungete che i balli sono frequentati più da donne che da uomini e che quindi vi è l’occasione di fare conoscenze femminili (Dio solo sa quanto n’avevo bisogno), capirete perché m’iscrissi ad una scuola di tango.
Nella milonga (così si chiama il luogo in cui si balla il tango) mi trovai subito a mio agio.
Di donne ne conobbi tante, al ballo facevo progressi. A detta del maestro, Stefano, ero uno che prometteva bene.
Naturalmente avrete capito che la mia storia con Fernanda cominciò lì.
Una storia molto passionale e drammatica per certi aspetti, nella quale montagne d’emozioni, a volte piacevoli e dolci, a volte molto dolorose mi hanno segnato nel bene e nel male.
Conobbi dunque Fernanda nella milonga, una sera in cui non c’era lezione. In serate “normali” gli allievi affinano con la pratica le loro conoscenze teoriche, apprese a lezione.
Era sola, ai bordi della pista. La invitai a ballare. Era principiante come me, ma io ballavo decisamente meglio.
In questo primo ballo non destò in me alcuna
Il mare accarezzava i suoi sogni, che viaggiavano ancor più lontano dei suoi pensieri. Volgeva lo sguardo all’orizzonte nero, gustando una luna troppo contrastante col suo umore. La scogliera a strapiombo sul mare era fredda, non la vedeva, riusciva solo a percepirla al tatto, era tutto nero ciò che la circondava, si sentiva avvolta in un abbraccio gelido. Non sarebbe stata la prima volta che sentiva sua quella sensazione di perenne freddezza, il suo cuore più duro di un diamante non brillava per le sue mille sfaccettature. Opaca la notte, opaca la sua mente, opaco il suo cuore. Solo la luna brillava. Stiracchiò un braccio, si sdraiò ascoltando ancora le onde. Una taciturna calma, solo il frangersi del mare sulla roccia nera. Aspettava, una parola, un volto, una carezza. Aspettava, un pensiero caldo, un amore ancorante. Aspettava. Ogni desiderio moriva come il moto lento del mare, si spegneva come le stelle al mattino, eppure era notte. Lo aveva avuto, era suo, ma non poteva esserlo. Lo aveva amato, forse l’amava, ma non poteva farlo. Urlò nella notte, quel poco di rabbia che ancora tratteneva tra le mani, come sabbia le scivolava via, l’ultimo appiglio alla vita, volava, sparso dal vento gelido. Anche le lacrime, che le rigavano il volto, congelavano nell’impatto con la brezza marina, forse, quelle lacrime erano solo sinonimo di esistenza. Forse, il dolore la rendeva ancora reale, perché tutto ciò che la circondava grondava inesistenza. Un’ultima eco della sua flebile voce si schiantò sul mare, pensava ancora. Amava. Era consapevole di ciò a cui sarebbe andata incontro, ma l’aveva fatto, aveva continuato a trattenere un contatto razionale con se stessa, ma tutto era stato più forte del suo arido tentativo d’opposizione. Amava. Giustificava con forza le sue azioni, nulla era plausibile al fine di accettarsi di nuovo. Si odiava. Trasse un piccolo frammento di specchio dalla tasca, il riflesso biancastro della luna brillò, immediatamente, s
[continua a leggere...]Sappiamo tutti che la vita è il dono più bello,
e per questo dobbiamo essere tanto felici,
ma la vita non ha solo i lati positivi...
ci sono purtroppo pure quelli negativi... quelli brutti...
se non ci fossero sarebbe un bellissimo sogno
dove nessuno vorrebbe più risvegliarsi...
quel sogno esiste, lo si incontra dopo la vita,
con la morte, perché la morte ci avvicina a Dio, e Dio ci consola...
ci assiste, ci perdona, ci sorride, ci abbraccia, ci stringe la mano...
ci accoglie, ci fa vedere la luce, ci ama.
La morte inizia con l'inizio della vita.
È una catena che una volta aperta, deve chiudersi per forza.
Desiderando la vita, desideriamo pure la morte.
Molti lottano per vivere, ma molti altri lottano per poter morire.
Noi la vita la desideriamo, ammiriamo le immensità...
ma la tranquillità, la pace, la solitudine ce la dà solo la morte.
La morte, è una bruttissima parola, perché con la morte una persona smette di vivere...
Smette di essere in vita, smette di guardare, smette di respirare, smette di ascoltare, smette di camminare, smette di alzarsi...
Ma penso che ognuno di noi, quando moriremo non ce ne accorgeremo proprio, perché è una cosa naturale...
come la nascita...
come l'ingresso alla vita... e la morte,
chiude il ciclo di una persona.
Sinceramente nessuno sa dove in realtà si va, ma ovunque si vada, dobbiamo accontentarci, perché è tutto già scritto, è tutto predestinato.
È tutto un gioco...
Io non so oggi a cosa pensi un ragazzo tra i dodici e i tredici anni.
Io allora pensavo solo a tre cose: giocare a pallone, andare a scuola e cercare di finire i compiti.
La mia vita era scandita da regole certe. A 10 anni ero andato in collegio. Al mio paesino non c’era la scuola media ed io, che in un impeto di orgoglio ( forse più dei miei ) avevo saltato la quinta, dovevo dimostrare che quei due investimenti erano stati saggi e oculati.
Praticamente avevo due classi, una in collegio, composta per l’ottanta per cento dagli stessi compagni che rivedevo a scuola e l’altra, nella scuola statale, la sezione E, composta appunto di soli maschi.
Nella pausa pranzo mi scatenavo con il calcio, con squadre a 5 o 6, nei due campetti del San Matteo. Niente magliette o pantaloncini, niente scarpe bullonate, ma i vestiti e le scarpe di tutti i giorni, che necessariamente restavano impolverati e sudati. Mi sono sempre chiesto se o come mai noi ragazzi non emanavamo quel odore di sudore che oggi si sente subito.
E poi il pomeriggio per oltre 4 ore mi immergevo nello studio, o meglio nell’ approntare i compiti, l’algebra, le versioni dal latino e in latino, l’Odissea, la letteratura italiana, le poesie dei nostri autori, che ancora oggi talvolta, con meraviglia della memoria, recito.
Un avvenimento è entrato con forza nella la mia vita di ragazzo-bambino.
Avevano distaccato alcune aule dalla sede in una succursale, in via Napoli.
In ogni paese del sud c’è una via Napoli, ma quella portava effettivamente a Napoli, dopo 4 ore di viaggio, attraverso i paesi della Valle di Diano, Casalbuono, Padula, Polla, la salita dello Scorzo in pieno Cilento, quando ancora non era stata costruita la Salerno-Reggio Calabria nel tratto lucano.
E quella mattina di inizio febbraio ero più incuriosito di vedere le nuove aule che i compagni delle classi vicine alla mia.
Dal collegio a scuola si arrivava sempre con largo anticipo.
La nostra giornata d’altra par
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