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Racconti su sentimenti liberi

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Un ricordo

"Ma alla fin fine un ricordo cos'è? Qualcosa che hai per sempre o qualcosa che hai perso per sempre?"
La mia risposta è questa: "Un ricordo è qualcosa che si ha per sempre per diversi motivi. Il ricordo è qualcosa di astratto e non c'è niente e nessuno che ci possa privarci di questo;in più fa parte della nostra vita, ci caratterizza. L'unica cosa che si può perdere per sempre nei ricordi, sono le persone che ne facevano parte, le emozioni provate in quel momento o l'importanza che davamo ad esso. Niente di più a parer mio.
Un ricordo sarà, quindi, nostro per sempre. Anche perchè i nostri ricordi sono pezzi di puzzle della nostra vita;senza qualcuno di essi rischieremmo di lasciare spazi vuoti."



Lì il tempo si poteva comprare

Li il tempo si poteva comprare. Era forse una cosa strana per le persone che ci capitavano, e al primo impatto qualcuno credeva di essere capitato in un paese di pazzi sconclusionati e visionari, ma poi, provandolo in prima persona, ci si doveva rendere conto che in fondo qualcosa di vero doveva esserci nelle folli parole di quella folle gente.
Una mattina d’estate, si fa per dire, naturalmente, pioveva. La gente si muoveva lentamente per le stradine strette e lungo il litorale il vento era forte pungente crudele. Più che mare, una latra di ghiaccio. Freddo.
La gente si muoveva lentamente, irrigidita da un freddo che gelava le menti e ancora di più le ossa i muscoli delle gambe e dei piedi, del collo. Si diceva che venisse da lontano, che venisse dal caldo, e a quel clima non era certo abituato, poiché li, mi sembra evidente, il caldo esisteva solo nei sogni della gente.
Il suo nome era Piero.
Scandiva il rumore dei suoi passi con la precisione delle rotaie e di un treno, rideva poco, parlava poco, e non ci credeva al fatto che in quella città il tempo, già, il tempo, quell’insieme di attimi istanti immediati di vita che scorre dentro e fuori di noi, lì si poteva comprare.
Qualcuno glielo aveva detto, anche se nella città la regola era di non farlo sapere a nessuno. Certo erano facilitati nel mantenere il loro segreto del semplice fatto che quella città non esisteva per niente, o meglio, esisteva solo per chi ci viveva.
Forse voi non potete capire, ma quella piccola fredda città gelidamente ventosa non era segnata sulle cartine, non si vedeva con i satelliti e la gente non ci capitava mai, la gente di fuori, la gente che non la conosceva.
Chi ci nasce, ci muore. E chi ci muore, inevitabilmente, finisce per rinascerci, Ve l’ho detto, lì la vita si poteva comprare.
Mah. In tutta sincerità tutto questo potrebbe suonare un po’ strano a uno che, come me, vive in un mondo normale. Eppure a lui non è che facesse tanta impressione sentire la gen

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Il cuore del corvo- terza parte

Bianchi. Tutto intorno a me, c'erano solo fiori bianchi. Soffiava un vento gelido che mi scuoteva fin nelle ossa. Ero sola, e avevo paura. Urlai, ma non emisi alcun suono. Ero morta?
"Ti sei persa?"
Conoscevo troppo bene quella voce alle mi spalle. Mi voltai.
"Papà!"
Mi sorrise. I capelli brizzolati ribelli, la barbetta grigia, e le mani in tasca. Era esattamente come lo ricordavo.
Corsi ad abbracciarlo, ma più mi avvicinavo, più lui si allontanava.
"Perché?" Singhiozzai fra le lacrime.
"Devi ritrovare la strada"
"Che significa?"
Non capivo. Ero confusa.
" Non ti aggrappare ai ricordi, coloro che hai amato saranno sempre con te, fino a quando tu li ricorderai. Ti voglio bene piccola mia"
Il mio cuore si fermò. Sentii una fitta trapassarmi il petto, e le gambe cedere sotto il mio peso.
" Mi manchi tanto papà.. Ti prego.. ti prego.. non mi lasciare di nuovo."
Scosse la testa.
"Guarda le stelle. Era un momento solo per noi due. Quando le guarderai, e penserai a me, io ti sarò accanto. Esattamente come questa notte."
Iniziò a muovere dei passi silenziosi verso di me, ed in breve mi fu accanto. Allungò il braccio, e mi accarezzò.
Il suo tocco delicato e pieno d'affetto, mi riscaldò l'anima.
"Sii felice"
Si avvicinò, e mi sussurrò delle parole all'orecchio.
Sentii le palpebre pesanti. Cercai di combattere contro quell'improvvisa sonnolenza, per restare ancora in quel limbo incantato, ma fu tutto inutile. Mi addormentai.
Aprii gli occhi incerta, e mi tirai a sedere.
Era stato solo un sogno? Uno scherzo del mio inconscio?
Decisi di mettere da parte il mio scetticismo, e pensare che quell'incontro non fosse stato solo frutto della mia immaginazione.
Mi guardai intorno, e mi accorsi di trovarmi in un luogo a me sconosciuto.
Ero sul letto di una stanza piuttosto buia. Alla mia destra c'era una porta bianca semiaperta, mentre alla mia sinistra una grande scrivania di legno scuro. Notai che vi era appoggiato un vaso con dei fiori, e ricord

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   4 commenti     di: Rossella Panna


Sotto le Stelle

Racconto (vero) tratto dal mio blog:
http://blog. libero. it/ilramorubato/2506654. html

Arrivo un po' in ritardo. Succede sempre più spesso, recentemente. E mentre vengo da te, quasi come nausea, porto un peso nello stomaco. È lo stesso peso per il quale, la settimana prima, avevo evitato di venire. Ho mille problemi, ho mille pensieri per la testa. Ho un'altra donna che mi ama, e tu lo sai, e non posso lasciarla per te. Non riesco più a ritrovarmi in una nostra dimensione. Quello che prima vivevo come poesia, sta diventando un complesso modulo burocratico, pieno di intricate domande da espletare. Quello che prima era libertà pura, ora sta montando le mura di una cella.
Mentre percorro i quaranta chilometri che ci separano, penso alla prima volta che siamo usciti. Lo faccio con malinconico sorriso. Eri stata proprio quel giorno dal parrucchiere, e avevi tagliato i capelli come un uomo. Cenando mi avevi raccontato che avevi mestruazioni lunghe e dolorosissime, e che ti sarebbe piaciuto diventare maschio. Mentre me lo raccontavi, guardavo il pomodoro rosso vivo della mia pizza, e mi chiedevo se mi era capitato di trattare mai l'argomento alla prima uscita. Avevi poi continuato dicendo che, qualche volta, avevi pensato di operarti, e di diventarlo davvero un uomo. Sorridevo, ma per un momento, mi ero sentito di troppo al tavolo. È strana la vita, pensavo che non ci saremmo più visti, dopo quella sera, e invece ci vediamo da sette mesi ormai. Ma ho troppe cose che devo fare, e non riesco più a darti lo spazio di qualche mese fa. In quale guaio ti ho cacciato, amica mia? In quale storia ti ho invischiato? Ti ho sempre detto che prima o poi finirà. Non ti ho mai mentito, ma già da un pezzo abbiamo passato quel poi, e io non me la sento di lasciarti ora. Non adesso che sei messa così male. Non adesso che stai toccando il fondo della tua vita. Ripenso, per un attimo, ancora a quella prima sera. Dopo la pizza, davanti alla tua macchina, ti avevo salu

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   0 commenti     di: Ramo Rubato


Il Tesoro piú grande

Guarda lontano, verso l'orizzonte...
Un ragazzo normale, come tanti altri...
Fissa un punto lontano, che vede solo lui...
Pensa al futuro, alla carriera, alla scuola, alla vita, alla morte... e si rende conto, che non sa come affrontare tutte queste cose.
Ma tanto che differenza fa?
Ha paura, le sue mani tremano... gli occhi socchiusi perché il sole sta calando lasciando spazio alla luna e alle stelle...
Che belle le stelle, pensa... forse lo dice ad alta voce, ma tanto non lo sente nessuno, le sue parole, sempre se sono uscite, vengono inghiottite dal rumore delle onde che si infrangono sugli scogli...
Il vento gli accarezza il viso abbronzato, sorride...
"Mark, che ci fai qua? È tutto il giorno che ti cerco..."
Mark si gira, salutando Lucas senza neanche guardarlo in faccia "Ciao".
"Che ci fai qui?" gli domanda di nuovo Lucas, ma sa già la risposta...
"Non voglio morire" taglia corto Mark... cercando di sorridere.
Lucas ricambia lo sforzo... alzando la mano davanti agli occhi per vedere meglio, poi avvicinandosi al suo migliore amico una lacrima gli scende calda sulla guancia.
"Non dire così..." Lucas si ferma non sapendo cos'altro dire, le parole gli si annodano in gola. Lo abbraccia e i due scoppiano a piangere.
"Ho tanta paura" singhiozza Mark, ancora abbracciato a Lucas, che stringendolo ancora più forte li fa capire che non é solo... che non sarà mai solo...
"Anche io ne ho" poi i due si lasciano, girandosi verso il tramonto. Tutto intorno a loro sta sfumando di rosso, e un gabbiano ritardatario si alza in volo.
All'improvviso Mark urla, è un grido folle, straziante, pieno di dolore, di paura... Il suo amico non lo guarda, non gli dice niente, lo capisce e guardando verso il mare piange silenziosamente.
L'urlo di Mark si spegne in un lamento, spezzato da singhiozzi convulsi, i gabbiani, sembrano rispondergli con il loro gracchiare, poi cala il silenzio...
Noi, che non possiamo fare altro che guardare la scena, rimaniamo com

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   4 commenti     di: David Gruber


Ti prende sempre di più

Michael si sedette nella sua poltrona preferita; si lasciò sprofondare fino a quando non trovò la posizione ideale e chiuse gli occhi. La sua ex moglie non sopportava quella poltrona, in più di un’occasione l’aveva definita pacchiana e di pessimo gusto, fino a quando non aveva deciso che anche suo marito lo era altrettanto e lo aveva lasciato. Michael se ne era fatto una ragione, un divorzio è duro da sopportare, ma sono cose che si superano…si girò verso il tavolinetto bianco in tek e prese una bottiglia di birra. La aprì e cominciò a berla lentamente. Una birra era quello che ci voleva in una serata come quella e probabilmente anche più di una…anzi, una sbronza era proprio quello che andava cercandosi. Non si era mai sentito così depresso, neanche quando Mary aveva fatto le valigie e l’aveva piantato lì da solo in quello schifo di appartamento arredato con quei mobili ultramoderni che le piacevano così tanto e che lui invece non riusciva a sopportare. Gran parte del mobilio era bianco, dagli armadi a muri, al comodino vicino al letto; dava l’impressione di un laboratorio completamente asettico, dove si stesse portando avanti la ricerca di un virus letale. Sua moglie lo definiva minimalista e chic, ma l’unica cosa a cui Michael riusciva a pensare era che se avesse potuto gli avrebbe dato fuoco volentieri. Purtroppo il suo vecchio appartamento da scapolo ora era in affitto, coi suoi mobili così poco “glamour” e per questo si ritrovava bloccato lì, mentre Mary era tornata a casa dei suoi. L’unica cosa, che si era potuto portare dietro, era la sua poltrona di pelle nera e anche se Mary aveva fatto il diavolo a quattro lui non si era arreso. La poltrona restava, non c’era nient’altro da dire. Mary lo aveva guardato da sotto in su, con quella espressione imbronciata che Michael conosceva così bene, che voleva dire: “Ok, questa non me la dai vinta, ma tanto prima o poi te la faccio pagare in un altro modo” e così era stato. Per

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   3 commenti     di: Francesca Tanti


Lei è la mia vita!

Fuori piove, sul vetro della finestra mille goccioline fanno gare di velocità. L'inverno è arrivato, e l'oscurità non tarda ad invadere tutto: alle cinque è già tutto buio.
Guardi per l'ennesima volta il cellulare, togli il blocca tasti, guardi tra i messaggi, e rimetti il blocca tasti.
La testa va avanti e indietro, i pensieri non hanno un loro senso, tutto non ha senso in questo mondo di cavolo! Il cellulare non squilla, non arrivano messaggi, e dalla finestra si vede solo un palazzo di mattoni, antico, come questo, ma ben saldo sulle sue fondamenta.
Poggi i piedi sulla scrivania, tra il computer e il monitor, e continui a guardar fuori. Il cellulare ancora non suona, non vibra, niente! Assolutamente niente!
I pipistrelli iniziano i loro giri attorno ai palazzi, alla ricerca di cibo o di chissà cos'altro. L'orologio segna già le cinque, tutto dovrebbe essere già finito ormai, ma il cellulare non si illumina. La chiamata non arriva, la notizia ufficiale non c'è.
Ti leghi i capelli, inizi a sudare, ti sbottoni leggermente il pigiama. Ti fa ancora caldo, eppure fuori fa freddo! Metti i piedi per terra e ti alzi dalla sedia; sei già arrivata alla porta, quando ti blocchi, torni indietro e prendi il cellulare.
Vai in bagno e ti lavi la faccia con acqua fredda, gelata, ti si è gelato il cervello, il cuore, tutto! Il mondo ormai non ha senso, il mondo è freddo!
Rimetti la canzone che ti accompagna da giorni, i fatidici giorni prima della "catastrofe".
Ti asciughi in fretta la faccia e le mani, e poi vai sul divano, poggi il cellulare sul tavolino e ti siedi. Porti lentamente, dolcemente, con fatica le gambe al petto, la posizione fetale ti ha accompagnato sin dai primi nove mesi, ti da sicurezza, non ti fa sentire sola, anche se, guardandoti in giro per la stanza, l'unica cosa che pensi è di essere sola al mondo!
Guardi un'altra volta il cellulare, Niente!
Poggi la fronte sulle ginocchia, non ce la fai più, sei stremata, il sonno ti prende e ti

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   3 commenti     di: licia ambrosini



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