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Racconti su sentimenti liberi

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Un uomo, una storia piccola...

- Lo trovarono verso mezzogiorno due zoologi, vagavano sulle colline sovrastanti il Mar Ligure, alla ricerca di tracce che dimostrassero che le voci del ritorno di branchi di lupi erano fondate.
Era seduto sotto un pino marittimo, la bocca atteggiata ad un sorriso dolce, con la bocca un poco storta, gli occhi, ormai spenti, erano ancora rivolti verso il mare immenso, occhi che lo avevano scrutato a lungo. Gli abiti erano in ordine, un poco frusti forse e il corpo non presentava segni di violenza, morsi o punture di insetti. Tutto intorno le orme inconfondibili di un branco di lupi, una dozzina, ma nessuno stranamente aveva violato quel corpaccione con segni di atti aggressivi. Era morto, in prima analisi, a causa di un cedimento del cuore, o forse un ictus. In una tasca aveva i documenti, pochi soldi ed un mazzo di chiavi, la foto di un ragazzo, forse suo figlio e quella di una donna ancora giovane, bella dallo sguardo fiero ed anche un blocco da appunti scritto con calligrafia incerta; ma questi bastarono al giudice inquirente per ricostruire la sua storia, che inizia con un appunto scritto al computer, a casa, ancora acceso...-

... A volte penso agli sbagli compiuti nella mia vita, tanti e spesso abbondantemente stupidi, posso comunque dire di averla vissuta intensamente; ho girato il mondo in lungo ed in largo, ho amato donne bellissime ed a volte ne sono stato riamato, ho passato buona parte del mio tempo in grandi alberghi, mi sono riposato in luoghi incontaminati, ho avuto la fortuna, in posti che considero speciali, di entrare in sintonia con la natura.
Tutto preso dal lavoro mi sono ritrovato in pensione quasi senza accorgermene, volevo ritirarmi sulla piccola isola vicina al mio cuore, Carloforte, dove aspettare la partenza per un ultimo viaggio, senza ritorno, scrivendo i ricordi di una vita vagabonda, ordinando le migliaia di fotografie e pescando in letizia, sia per passatempo che per bisogno mentale; ma una splendida donna incontrata

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Storia di una separazione

La mente maschile a volte incontra delle strane pulsioni, delle volontà che è impossibile spiegare razionalmente. Non potrei trovare altre giustificazioni per la volta che decisi di radermi i peli pubici.
Una sera particolarmente noiosa di marzo mi stavo facendo la barba come succede ad intervalli variabili, e vidi che il mio petto, da cui avevo estirpato diligentemente tutti i peli qualche settimana prima, si era ripopolato. Sorpreso di questa tenacia, la corressi subito, non prima di notare che tra il torace e il basso ventre si era venuta così a formare una discontinuità, una cesura odiosa a vedersi. Corressi anche quella: ma è facile capire a cosa portò a sua volta quell'operazione.
Mentre ero seduto con il rasoio elettrico in mano sulla tazza del cesso, passavo in rassegna tutti i motivi per cui le persone si potrebbero radere i peli pubici. “ Igiene”, pensai. OK, dirò che è per motivi di igiene. Mi sembra plausibile.
L'operazione fu lunga e complessa (non dolorosa) ma alla fine non ottenni il risultato sperato.
Non c'era nulla di svettante, slanciato, virile nel mio membro ora: era aumentata sì la sua dimensione apparente, ma così anche il suo intrinseco aspetto ridicolo, l'evidenza delle smorte e violacee venature, il suo aspetto mesto e solitario, accentuato ora dall'assenza delle radici cui era solito appoggiarsi, che lo metteva in dubbio se stare dal lato destro o dal lato sinistro, sopra o sotto.
Per la prima volta vidi il vero colore del mio scroto, un rosso intenso che mi ricordava, ne ero certo, l'assetto cromatico che avevo da appena nato su tutto il corpo. Era la sola cosa rimasta uguale in me? Sì: io ero maturato, era diventato un uomo con desideri e ambizioni, il mio corpo era cambiato gradualmente, ma il mio scroto era rimasto sempre uguale a sé stesso, punto di riferimento in un mondo in cui tutto cambia. E ora lo sapevo.
Il fallimento di quest'opera mi fece giungere ad una rivelazione, una di quelle rivelazioni che

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   7 commenti     di: Matteo Ferrazzi


Allontanatemi da Lei

Perdersi nei pensieri, farsi trascinare dalla debole luce del sole che ti attraversa, che ti riporta in un mondo di sconfinata vastità, dove cerci di afferrare il senso, per poi comprendere che un senso in realtà non c'è.
Ritrovare poi l'ombra di un sorriso, fugace, leggero e rimanere ancorata al ricordo di esso, soddisfatta del vago sentore di felicità; ma poi, delusa del ritorno alla realtà, ripiombi in un'insostenibile amarezza. Questo accade alle persone come me.
Ti circondi di oggetti, di libri, di colori, di riflessi, ma non afferri l'aria, la luce, l'amore, la vita, e soffri per questa tua incapacità.
O forse è solo una mia incapacità..
Sono io che non riesco a capire chi mi circonda, sono io che non riesco ad afferrare il senso delle cose, sono io che non oso mostrarmi alla luce del sole per quello che sono veramente, sono io che non riesco a capire il perché di questa mia confusione in testa, vorrei urlare, ma non capisco perché, vorrei correre via veloce, ma non riesco a farlo...
Ad un tratto mi rendo conto che sulla parete di fronte a me, di solito completamente bianca, e ora di un orrido color ocra, è proiettata un'ombra, incredibilmente tremante, indefinita e curva, ripiegata su se stessa ma con il capo alzato che prende vita grazie ad una luce fioca e indecisa che però colpisce i miei occhi, ferendoli e costringendomi a chiuderli..
E allora mi rendo conto che quella vivida luce solare che colpiva dolcemente e direttamente il mio volto, l'avevo solo immaginata, e con essa quella tenue contentezza.
Era solo immaginazione..
Ad un tratto una voce, stavolta tanto reale quanto scortese, irruppe nel mio silenzio assordante, e mi intimò di alzarmi.
Poco dopo scoprii che a quel vigoroso timbro vocale corrispondevano due braccia forti e robuste che mi sollevarono con incredibile facilità.
-"C'è una visita per te, Sally.. è tua madre" - L'affermazione non mi procurò nessun tipo di eccitazione, o felicità, o quantomeno dispiacere, prova

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   3 commenti     di: Rob n.


Ricordi

Molti e molti anni fa, mio padre funzionario delle ferrovie italiane venne trasferito alla stazione internazionale di un paese della Svizzera a pochi passi dalla frontiera Italiana.
Qui ho trascorso la mia fanciullezza.
Molte volte mi recavo alla stazione per vedere i treni in partenza.
Quelli che mi colpivano di più erano i treni che io chiamavo della speranza perché erano stracolmi di emigranti italiani che avevano lasciato il loro paese natio con delle valigie di cartone legate con dello spago piene di pochi vestiti ma tante derrate alimentari delle loro regioni.
Nei loro occhi leggevo la stanchezza del viaggio che allora era interminabile.
Tutta la notte e buona parte del giorno.
La tristezza dei loro cuori per aver lasciato a casa parenti, mogli e figli, ma la speranza di poter raggranellare qualche soldo da mandare a casa dava loro la forza di continuare la strada intrapresa.
Poi venivano fatti scendere dal treno, incolonnati e portati in un palazzo adiacente alla stazione dove la polizia controllava i loro permessi provvisori di lavoro. Chi era in regola passava oltre per effettuare la visita medica, gli altri venivano accompagnati subito su di un treno e con il foglio di via rispediti a casa,
Durante la visita medica solo chi era sano usciva, dove li attendeva rappresentanti del datore di lavoro che li accompagnava nei cantieri, sistemati in baracche di legno attrezzate di tutto, cucina, gabinetti e lavabi, ma pur sempre baracche di legno.
E il giorno dopo iniziavano a lavorare, un lavoro duro, gli attrezzi di lavoro a quei tempi non erano moderni come quelli di adesso, martelli pneumatici, scavatrici potentissime, ruspe gigantesche, bisognava fare tutto con pale e picconi, sotto il sole cocente, la pioggia battente o le grandi nevicate.
Loro in silenzio lavoravano, pur di migliorare la loro vita e quella dei loro famigliari rimasti a casa, perché le leggi di allora non permettevano di portare con loro mogli e figli.
Molti di loro morivano

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La paga della servitù

C'era una volta una regina che, imprigionata da un malvagio incantesimo, passava il tempo nel suo castello a scrivere libri e poesie. Un giorno pensò: "Ho studiato più di venti anni quando ero solo una principessa sconosciuta, ora vorrei ottenere un bel risultato". Infatti i sudditi, che leggevano tutto quello che la regina scriveva, la incoraggiavano, perché amavano leggere i suoi libri.

La regina allora chiese di pubblicare il suo libro ai Grandi Ambasciatori della Scienza e dell'Arte in cambio di un sacchetto di monete d'oro ma quelli risposero di no dicendo: "Noi siamo grandi, troppo grandi per te, che sei solo una sconosciuta piccola principessa..."
"Ma ben presto diventerò una regina!" dichiarò la scrittrice, quasi offesa da quel rifiuto.

Allora si rivolse ai Piccoli Messaggeri del Sapere, i quali la accolsero numerosi a braccia aperte ma non potevano darle subito tante monete d'oro, anzi le chiesero una certa quantità di monete d'argento, chi più chi meno.

La regina ascoltò tutte le promesse dei piccoli Messaggeri del Sapere, ma proprio tutte, finché scelse quelli che le avevano chiesto poche monete e promesso che sarebbe diventata una regina importante come loro, che presto sarebbero entrati nel mondo dei Grandi Ambasciatori.

La regina perciò si mise immediatamente al lavoro e scriveva tantissimo e soprattutto si impegnava per essere sempre più conosciuta facendo pubblicità in tutti i modi con le sue poesie e il suo talento.

E pensava: "Se la mia servitù (che non ha mai studiato) guadagna sette monete d'argento per una sola ora di lavoro, quanto guadagnerà il mio regno con tutte le ore dedicate giorno e notte alle mie opere?"

Nel frattempo i piccioni viaggiatori portavano alla regina tanti messaggi con i complimenti dei sudditi che avevano letto il suo primo libro spendendo una moneta d'argento o poco più.

Anche i piccoli Messaggeri del sapere si congratulavano con la regina e moltiplicavano le promesse di un f

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   1 commenti     di: Marina Duccillo


Le pantofole del maragià

Il maragià indiano Ratanagron era arrivato a Parigi con il treno delle 19, 30. Era molto stanco e molto seccato perché, a causa di una forte pioggia, aveva dovuto viaggiare con quel noiosissimo treno anziché con il magnifico paio di pantofole in velluto rosso, ricamate d'oro, capaci di sfrecciare nel cielo più veloci del più veloce aeroplano. Eh, già! Le pantofole del maragià erano magiche e bastava dire il nome della città o del paese dove si voleva andare perché le pantofole si alzassero in volo immediatamente, arrivando a destinazione in perfetto orario e senza incidenti.

Il maragià viaggiava sempre con le pantofole tranne, naturalmente, quando pioveva o nevicava perché le pantofole erano magiche ma non impermeabili. Il viaggio a Parigi, dunque, il maragià aveva dovuto farlo in treno, però aveva avuto cura di mettere in valigia le pantofole, deciso ad usarle nel viaggio di ritorno, se il tempo glielo avesse permesso. Appena arrivato in albergo il maragià disfece la valigia, sistemò ordinatamente gli abiti nell'armadio e mise, incautamente, le pantofole sotto il comodino. Poi andò a cena, si fece fare una borsa d'acqua calda, andò a letto e si addormentò subito. Il mattino dopo si sentiva fresco, riposato e allegro e siccome il tempo era molto migliorato, decise di fare una passeggiata a piedi per andare a vedere la torre Eiffel. Mentre il maragià gironzolava per Parigi il cameriere Jean entrò nella sua stanza per metterla in ordine. Sotto il comodino stavano le bellissime pantofole, morbide e splendenti. Jean non resistette alla tentazione: si sfilò le sue scarpe, mise le pantofole, fece un giretto nella stanza e andò allo specchio per ammirare i suoi piedi così splendidamente calzati. In quel momento un altro cameriere si affacciò alla porta e chiese: "Sai dove è andato il signor Garassilov che è partito stamattina?" "A Mosca"- rispose Jean. Immediatamente una forza irresistibile lo sollevò da terra, lo lanciò fuori dalla fin

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LA DIFFERENZA TRA MASCHI E FEMMINE

"Che te ne fai di una donna che è sempre presente, lì sempre a cercarti? Che pende dalle tue labbra e che, anche quando spari un sacco di cavolate, ti guarda amaliata come se le avessi detto chissà cosa! Di una sempre pronta a prendersi cura di te, quando sembra che stai male, o triste, e invece sei solo stanco e hai voglia di stare in pace, come si fa a stare accanto a una donna che ti dice, ogni due secondi, c'è-qualcosa-che-non-va? La monotonia uccide la coppia..." Tutto d'un fiato. Hai sparato le parole a raffica, peggio di una mitragliatrice. L'orecchio è ancora incollato alla cornetta del telefono e il tuo silenzio è diventato un ronzio che fa male. Che te ne fai di una donna che ti vuole veramente e che per te darebbe la vita? Niente, è quello che hai appena detto tu. Fortuna che non ho avuto il coraggio di dichiararmi...
Solo pochi minuti prima di chiamarti, ho pensato : o adesso o mai più.
L'amicizia dura ormai da 3 anni : la nostra confidenza è tale che ognuno sa tutto dell'altro, o quasi. C'è feeling. C'è passione, idee in comune. Mancava solo l'amore... che non è tardato a venire, almeno da parte mia, quasi da subito. Ma 3 anni non sono bastati per aprirti il mio cuore, 3 anni - a volte - sono troppo pochi per sapere come e quando e a chi dire < ti amo >.
"Oh! Ci sei?" Mi riprende la tua voce.
"Sì-sì", catatonica, forse troppo. E di nuovo silenzio.
E allora tu fai : "A che cosa pensi?"
E, ti giuro, non so che dire : le idee si sono mischiate una sopra l'altra, la confusione che ho in testa non mi permette di accedere a nessuno dei miei pensieri. E allora tento : " Lo sai che cosa risponderebbe un maschio a questo tipo di domanda?"
"A niente", dici tu, prima di scoppiare a ridere. Rido con te, ma a fatica.
"Già. È proprio così anche per me, in questo momento." E poi non fiato più. Non un respiro. Sento persino la mia assenza, la voglia di non esserci, non lì, non al telefono con te, non a sentirti dire

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   15 commenti     di: Argeta Brozi



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