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Racconti su sentimenti liberi

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il direttore M. - sesta puntata

Il direttore M., in realtà, non ricordava di essere uscito dall’appartamento di Arianna in quello stato. Non ricordava nemmeno i quindici giorni precedenti, dei quali i primi sette erano bastati ad Arianna per farlo innamorare di lei in maniera assoluta, totale, così come non ricordava i secondi sette, durante i quali si era creduto altrettanto corrisposto, e si era sentito il re del mondo, ed il quindicesimo, quello più atroce, qello che aveva fatto crollare quel mondo magico come un castello di carte. Tantomeno ricordava l’incidente, lo schianto contro un autobus del motorino che, sulla strada del ritorno verso casa, lui stava guidando come un folle.
Era semplicemente pervaso da una sensazione inspiegabile, violenta, sgradevole, gli pareva che un tentacolo malefico gli frugasse ogni minimo recesso di pensieri e sentimenti inconfessati, nascosti. Gli pareva che quell’escrescenza estranea fosse pronta ad erompere, ed a moltiplicarsi, fino ad invadere il mondo perfetto e sereno che si trovava oltre la porta della stanza-studio.

Il giovane M. rimase per giorni fra la vita e la morte. I medici, che consideravano già un vero miracolo l’essere riusciti a salvare il ragazzo, non presero quasi in considerazione l’amnesia del giovane paziente, che, nei propri ricordi, aveva fermato l’orologio quindici giorni prima dell’incidente. Fenomeni di questo tipo, dopotutto, si verificavano, talora, dopo traumi così gravi.
La priorità, per ora, era rimettere a posto le diverse ossa fratturate.
La guarigione del giovane M. fu totale ma lunga, tanto da costringerlo a non rientrare a scuola per tempo, ed a studiare, quando il suo stato di salute lo consentì, privatamente. Il ragazzo aveva deciso di sostenere comunque l’esame di maturità, e di passarlo con ottimi voti, anzi, con il massimo, e la lode.
Uno dei suoi compagni di classe, tale Giovanni S., notorio innamorato senza speranza alcuna della bella Arianna, raccontò al giovane M. che la raga

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   2 commenti     di: laura ruzickova


Sempreverdi

Ad Antonio Romano

La musica risuonava nella via, un tiepido sole compariva tra i profili dei grigi palazzi di città.
La melodia si espandeva mentre dall'uscio di casa il maestro abbeverava le amate piante.
Aghi di pino marittimo ricoprivano il selciato su cui bambini festanti giocavano.
La notte avvolse la via e degli angeli posarono un aereo di sogni su quel pino, l'aereo ristette poi cadde sulle rose timide del maestro.
Le piante immobili attesero il mattino per rivedere il maestro sorridere al nuovo giorno.

   9 commenti     di: Marina Walker


Non ero sicura

Non ero sicura.
Avrei voluto trovare in lui, uomo, la certezza di quello che stavo facendo.
Lo conoscevo piuttosto bene, dopo sette mesi cominci a scoprire ogni particolare del partner. Ciò nonostante, una situazione del genere non era mai capitata fino ad ora.
“Allora?”, mi disse lui con un tono impaziente.
Io non risposi, mi limitai a togliermi la maglietta e lanciarla sulla moquette alla destra del letto.
Quel mio gesto dipinse sul suo volto un sorriso incomprensibile: ciò non fece altro che far aumentare le mie preoccupazioni.
Di li in poi, fu lui a prendere il comando della situazione.
Mi spogliava con fare tenero, alternando il levar dei vestiti con qualche caldo bacio.
Più il ritmo aumentava e più le mie ansie crescevano.
Arrivai ad essere abbigliata solo nella mia parte più intima e poco dopo fui spogliata anche di quella.
I pensieri mi facevano capolino nella testa, fermandosi qua e la, senza alcuna logica: percepivo risposte affermative e negative a domande inesistenti.
Un vortice di emozioni contrastanti impediva il mio libero arbitrio.
Arrivò il culmine.
Lui mi si avvicinò per iniziare il rapporto.
Io gli diedi le spalle, facendo roteare la testa per guardarlo.
Eravamo a meno di un metro di distanza ma era come se ci fosse un abisso tra di noi.
Presi ad esporgli cosa andava e cosa no, le mie ansie, i miei pensieri, le mie preoccupazioni e i miei contrapposti stati d’animo…
Giusto in tempo per fargli capire che non me la sentivo…

Rimasi fissa per qualche secondo ad osservare la porta che lui aveva fatto sbattere pochi minuti prima.
Se n’era andato, senza dire niente, senza arrabbiarsi, senza salutare ma soprattutto
senza capire….

   7 commenti     di: Simone Campana


vorrei una tregua...

Sto correndo con la musica, le ali della libertà tarpate da cellule impazzite. Il suono sparato dalle cuffie verso nervi atrofici... un testo di Wim Mertens e la mia rabbia sopita di corse insperate.
Lotto ogni ora, minuto con sfuggenti pavimenti e sensazioni di caduta libera all'interno del mio essere fisicità. Colori mutati di una macchina fotografica consunta dal tempo per errore di fabbrica. Lacrime inutili respinte all'interno del mio io.
Mi mancano le corse, mi manca la mia perduta voglia di solitudine nei prati verdi della mia piccola città... e molte sono le domande inevase, con risposte buttate a casaccio. Non consola sapere che non si è soli in questa esperienza diversa, neppure aiuta voltarsi indietro e rendersi conto che in ogni caso si è fortunati e neppure aiutano le parole di rito: viviti al meglio.

ora, adesso: sono stanca, e correndo nei meandri del mio "io" vorrei una tregua insperata e gratuita, dove la mia fisicità ritorni ai primordi e non mi faccia rimpiangere di non essere mai nata..



Moments I treasure

Quando aprì gli occhi e la vide, così vicina, ebbe un sussulto e, per qualche inesplicabile motivo, ebbe paura. Lei dormiva, raggomitolata sul divano su cui, la sera prima, l'aveva invitato a passare la notte insieme a lei. Lui non aveva voluto: in quell'istante, si chiese perchè; e, da solo, capì la risposta. La lesse nei suoi occhi ancora chiusi, nel sollevarsi lento del suo petto ad ogni respiro; nel suo corpo inerme, così bello e così potente allo stesso tempo. L'ascoltò nel rombo crescente del suo cuore in tumulto; nel silenzio di quella stanza in cui ancora tutti dormivano. La sentì sotto la pelle, quando il pavimento freddo su cui aveva dormito gli sembrò di fuoco. Capì che non avrebbe potuto violare la loro amicizia, dormendo insieme a lei quando nel suo cuore albergava il seme di un sentimento nuovo e violento. Capì che, da allora in poi, lei sarebbe stata qualcosa di più che una semplice amica.
Per questo ebbe paura. Paura nell'immaginare lei che, al risveglio lo abbracciava, per salutarlo; sussurrandogli quella parola che per lei era uno scherzo, ma per lui era una fitta alla testa. Avrebbe tremato alla sua voce come a un tuono, lo sapeva.
E si sarebbe chiesto perchè, proprio lui, doveva finire vittima di quel delitto a due che è l'amore...

   2 commenti     di: Lele M.


la scritta sul vetro

Il traffico scorreva lento.
Un alito di vento mi accarezzava il braccio lievemente abbronzato dal primo sole di maggio, tenuto fuori dal finestrino della mia c3 azzurra, mentre la radio faceva da sottofondo ai pensieri.

Una coppia di giovani innamorati attraversò la strada davanti a me.
Quanti ricordi…


Finalmente scattò il verde, l’auto salì di giri e ripartì mentre il Blasco riempiva l’aria con la sua Albachiara e il sole basso all’orizzonte rifletteva sui miei ray ban a specchio.


Il sole, ora mai tramontato, lasciava spazio alla brezza serale che annunciava l’arrivo imminente dell’estate e dalla strada che mi riportava a casa il panorama era mozzafiato.
Rallentai per ammirarlo, anche se lo vedevo ogni sera da anni è sempre un vero spettacolo.


L’immagine di lei e Luca che si baciavano mi gira da mesi per la testa..
Quel giorno volevo fare una sorpresa a Stella, e l’ho trovata tra le sue braccia.
Il mondo mi è crollato addosso in una manciata di secondi.

Ogni angolo di casa mia mi ricordava lei..


Quanti ricordi…


È stato più di 2 anni fa, in luglio, ci frequentavamo da pochi mesi e quella sera io e Stella eravamo proprio qui, in giardino.

L’aria era frizzante e in sottofondo vi era solo il rumore delle foglie mosse dal leggero vento estivo e nell’aria il profumo dei gelsomini.
Distesi sul prato scaldato dal sole, tramontato da poco, a guardare l’immensità del cielo comparire lentamente dinanzi a noi, abbracciati.
Mi guardò negli occhi, e io, ebbi l’impressione di perdermi in quei suoi occhioni verde smeraldo.
La sua bocca si unì delicatamente alla mia.
Minuti interminabili, minuti bellissimi.
Le scostai i capelli dal viso…
Lei arrossì…. e abbassò lo sguardo.
Le sollevai il viso con la mano.
Era bellissima..
Lentamente le feci scivolare quel leggerissimo vestitino che metteva in risalto il suo fisico scolpito da anni di pallavolo..
Mentre la spogliavo i nostri sguardi nn si

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   12 commenti     di: omar Gessi


La prigione

La prigione
Ora sono vecchio... non credo mi sia rimasto molto da vivere... le forze mi mancano... il tempo è
finito.
Sento ancora la voce del mio compagno ``Libertà, libertà, libertà''.
Mi sarebbe piaciuto morire fuori dalla prigione, ma allora non lo capivo ed ora, rimpiango di non
aver approfittato, di non essere fuggito anch'io.
La prigione?!?!... Per me era normale, io lì dentro c'ero nato. Io non conoscevo la''Libertà'' tanto
decantata dal mio compagno di cella. Lui si sforzava di farmelo capire, ma io non avevo mai visto al
di là di quelle sbarre. Vedevo fuori ma non c'ero mai andato.
Diceva che stavo pagando le colpe dei miei genitori che per colpa loro ero nato la dentro, in quelle
condizioni non avrebbero nemmeno dovuto concepirmi. Per me era normale essere lì. Io in ogni caso
c'ero nato.
Quando lo portarono, capii subito che era diverso, era nato fuori, non era nato dentro come
me. Avvertii subito il suo disagio, in ogni caso non avrei mai potuto capire.
Raccontava cose strane, parlava di mondi fantastici e ripeteva sempre la stessa parola ``Libertà''.
... Sto male. Respiro a fatica e il mio padrone neanche se n'accorge. Aveva ragione di chiamarlo
``Aguzzino''ora lo capisco, ma adesso non c'è più tempo. Tutto comincia e tutto finisce.
Qui... Lì... Dentro, fuori è lo stesso. Si nasce e si muore.
Lo vedevo attento quando ci servivano il cibo, studiava tutte le mosse del nostro carceriere. Il pasto
era abbondante, ma lui diceva che era sempre lo stesso. Esisteva forse un altro tipo di cibo?!?!...
Lui diceva di si.
Intuii che era giunto il momento, era nervoso, tirato e quel ghigno sarcastico sapeva di vittoria. Mi
guardo negli occhi, era come se mi stesse parlando come se volesse dirmi''Vieni, vieni, libertà,
libertà, libertà''.
Di lì a poco sarei rimasto solo era l'unica cosa che riuscivo a pensare. Pregavo che il padrone non
arrivasse, avrei anche rinunciato al cibo, pur di non vedere il mio compagno and

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   1 commenti     di: Riko Zodiako



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