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Racconti su sentimenti liberi

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Il direttore M. (seconda puntata )

Gli bastò una pagina per provare la sensazione di avere ritrovato un amico perduto di vista da troppo tempo, un amico col quale urgeva una rimpatriata degna di questo nome.  Non udì i passi della moglie nel corridoio, non udì la porta dello studio aprirsi.
Non ebbe modo, quindi, di cancellare dalle proprie labbra un sorriso sognante,  e dal proprio sguardo una  quasi languida vaghezza.  Ritrovò immediatamente l’abituale compostezza,  ma  colse sul viso della  moglie  un accenno di allarme,  l’ombra di un sospetto antico,  tramandato da generazioni e generazioni di quelle  mogli che, nei secoli, hanno visto rincasare i loro uomini insolitamente tardi, ed insolitamente sorridenti.  Più compiaciuto che offeso,  il Direttore M.  pensò bene di tranquillizzare la consorte con un  tenero ed attento  amplesso,  ma, quella notte, al momento del solito, collaudato, gradevole incontro,  il Direttore M. si rivelò un amante impetuoso, accanito, quasi rude, sorprendendo sé stesso quasi più della sua signora, sul volto della quale il sospetto era oramai esplicito.  Prima che le labbra tremanti di lei si schiudessero per pronunciare allusioni o domande che avrebbero messo a disagio entrambi, M., diplomaticamente,  depose un bacio sulla fronte aggrottata della consorte, e si impegnò a fingere di dormire. Dopo pochi minuti, secondi forse, il sonno lo vinse davvero.
Il Direttore dormì benissimo, tanto che quelle poche ore gli bastarono per risvegliarsi riposato, sereno,  deciso a godersi quella limpida e frizzante giornata di fine Maggio,  che,  dopo la serata precedente, insolitamente  e pesantemente calda,  dopo quella notte luminosa, ma innaturalmente calma  , profumava  di fresco, di  vita, di normalità, una normalità che M. ritrovò sul viso sorridente della moglie, e nelle allegre chiacchiere dei figli, due liceali, uno al primo anno, l’altro al quarto, entrambi alti, entrambi snelli, e chiari di occhi e di capelli, entrambi

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   3 commenti     di: laura ruzickova


Vecchio Pruno

Sabato, di metà novembre. Il sole incendia le foglie aranciate della Lagestroemia, e scioglie il mio mal di schiena, miscelandolo, da sapiente alchimista, con il mio mal di vivere. Un merlo redivivo zampetta tra le foglie ormai scarnificate del Rafano e sbeffeggia la mia pigrizia.
Vorrei adesso trovarmi sull’Appennino, nei boschi che i lupi hanno riconquistato e impastarmi di odori di humus, di funghi, di foglie marcescenti. Ma l’Appennino è lontano, nello spazio e nel tempo.
Mi consolo con l’autunnale sapore del vino novello, profumato ma ancora acerbo, una promessa d’inverno con tanta nostalgia dell’estate, una sfumatura viola che accompagna il desiderio di focolare, di calore del fuoco di legna buona.
Un’impensabile farfalla si posa sul ferro della cancellata a riscaldare l’iride delle sue ali e mi spalanca dinnanzi implacabili album di vecchie foto: estati antiche, di un giallo ambrato, di vesti larghe di cotone, sul corpo magro di mia madre. Profumi intensi, che non sento più, che non ho più sentito. Voci appena accennate, ma non sussurrate, forse soltanto lontane, che cercano qualcuno, che pronunciamo nomi che avevo dimenticato.
Si insinua un’ansiosa nostalgia e allora mi muovo, cauto, verso il pozzo rivestito di marmo e di cotto. L’occhio corre, oltre il pozzo, al verde marcio della Magnolia e l’orecchio lì si perde, per un attimo, nello sfrigolio cartaceo delle sue foglie.
Vado oltre e ti vedo là, dove sei stato per decenni. All’inizio non mi stupisco, la tua scheletrica figura non allarma la memoria della mia retina: semplicemente è come se tu fossi ancora lì, da sempre e per sempre.
Poi realizzo il presente e mi giro di scatto. Dov’era il tuo tronco l’erba è più verde che tutto attorno. Non ci sei. Non ci sei più da almeno trent’anni. Mio padre ti fece abbattere, per pietà. Il tuo corpo era oramai straziato da fessure in cui persino la resina sembrava fossile. Funghi cresciuti su di te erano diventati piccoli o

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L'incubo di jenny

Inorridì, e sul suo volto il tempo sembrava fosse passato due volte per imprimere meglio i segni e il dolore.
La porta si spalancò nel buio, un boato. Il grido le rimase dentro al petto strozzato dalle mani del silenzio di quella notte che non voleva essere disturbata.
La pioggia aveva smesso di battere sulle finestre, le ultime gocce scivolavano tremando sui vetri gelidi e appannati, andavano di fretta perché non volevano partecipare allo scempio che stava per avvenire. Dalla porta avanzò un'ombra nera, e gli stivali di gomma scura che entrarono fecero vibrare le vecchie tavole di legno tarlato che costituivano il lurido pavimento di quella catapecchia dimenticata dal mondo.
Lei rimase immobile, il petto si alzava e abbassava ad un ritmo estenuante, i capillari degli occhi le si erano infiammati di rabbia e delle fiamme gelide le scorrevano nelle vene e nelle arterie impedendole di compiere qualunque gesto.
L'ombra nera fece un altro tuonante passo, non si vedeva nulla di lei, stagliata contro lo sfondo scuro delle montagne solitarie si mescolava all'orgoglioso governo delle tenebre.
- Jenny... piccola Jenny - la voce falsamente dolce accarezzò con una frusta la pelle della ragazza che adesso si era rannicchiata in un angolo della stanza.
- Non è bene che tu stia tutta sola al buio... nono.. povera piccola- ancora una volta quella voce ruvida l'abbracciò con gli artigli di un falso amore. Ci furono dei fruscii molto lenti, un 'tic' veloce che fece schioccare la fiamma di una sottile candela che ora l'ombra nera teneva con le sue ossa sottili.
Si avvicinò con il suo ghigno e dando una pedata alla porta la fece richiudere alle sue spalle con un tonfo secco. I vetri tremarono, gli infissi delle finestre ebbero un brivido. Poggiò la candela su un tavolo zoppo e il suo ghigno distorto fu illuminato parzialmente mettendo in mostra la follia del suo sguardo.
E lei era sola. Oggi come ieri. Era senza nome e senza volto in quella sera. Era in silenzio quand

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   12 commenti     di: Ethel Vicard


Fernanda

FERNANDA

A 50 anni, io sottoscritto, ingegner Sergio Donise, dopo la separazione da mia moglie, mi ritrovai solo, depresso, quasi disperato.
Vivevo a Napoli, in un quartiere del centro.
Tralascio le motivazioni che mi spinsero a quel passo che credo non siano di vostro interesse.
Solo mia zia mi diede qualche consolazione. È vero che pretendeva di farmi la morale ogni volta che m’invitava a cena, lei molto religiosa, legata alla curia della diocesi, io non credente (l’eretico, mi chiamava affettuosamente), ma in compenso un piatto di minestra me lo preparava.
Sentivo molto la solitudine, avevo bisogno di contattare altri esseri umani, di distrarmi.
Così, in un momento di speranza, decisi di dedicarmi al tango.
Questo ballo mi era sempre piaciuto. Lo vedevo passionale, intenso, coinvolgente.
Avevo inoltre assistito a spettacoli del genere, dove sia la musica, sia il ballo in se, mi avevano fatto notevole impressione.
Se a questo aggiungete che i balli sono frequentati più da donne che da uomini e che quindi vi è l’occasione di fare conoscenze femminili (Dio solo sa quanto n’avevo bisogno), capirete perché m’iscrissi ad una scuola di tango.
Nella milonga (così si chiama il luogo in cui si balla il tango) mi trovai subito a mio agio.
Di donne ne conobbi tante, al ballo facevo progressi. A detta del maestro, Stefano, ero uno che prometteva bene.
Naturalmente avrete capito che la mia storia con Fernanda cominciò lì.
Una storia molto passionale e drammatica per certi aspetti, nella quale montagne d’emozioni, a volte piacevoli e dolci, a volte molto dolorose mi hanno segnato nel bene e nel male.
Conobbi dunque Fernanda nella milonga, una sera in cui non c’era lezione. In serate “normali” gli allievi affinano con la pratica le loro conoscenze teoriche, apprese a lezione.
Era sola, ai bordi della pista. La invitai a ballare. Era principiante come me, ma io ballavo decisamente meglio.
In questo primo ballo non destò in me alcuna

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Mica sarà che ti amo...?

.. oggi è piovuto tutto il giorno. una pioggia di marzo, niente di che. sì, tirava un po' di vento.. qualche scroscio, due o tre tuoni.. qualche nuvola bassa, un po' nera.. un lampo.
niente di che.. è marzo. non è come in inverno, come dici tu.
.. come hai fatto a non sentire la primavera.. ad ogni costo? com'è che io, che sono una figlia.. del sole, proprio, che sogno l'estate tutto il tempo che non c'è, che aspetto l'estate come si può aspettare solo l'estate.. appunto.
io, che sono una funzione dell'estate.. ho sentito la presenza della primavera attraverso l'acquazzone, il vento, i due o tre tuoni e il lampo.. e tu, no?
.. io, non me ne sarei nemmeno accorta che pioveva. se mi avessi chiamato. come hai fatto a non chiamarmi.. solo perchè pioveva? come hai fatto?
ho voglia di litigare.. perchè?.. mica sarà che ti amo?



Il pagliaccio

Tanto tempo fa c’era un pagliaccio che aveva il nasino rosso e molto buffo, nella faccia era tutto dipinto, aveva anche un mantello colorato. Un giorno se ne andò dal circo e arrivò in una caverna sperduta con attorno tanti alberi di mele. Soddisfatto, pensò tra sé: “Qui costruirò la mia casa!” e cominciò a scavare per costruire le fondamenta e poi innalzarsi verso l’alto, per costruire una casa, e vicino pure un circo dove esibirsi, e fare della grotta un posto relax, dove poter rilassarsi senza nessun disturbo. Ma il povero pagliaccio, aveva bisogno di aiuto, lui non aveva mai costruito una casa, un circo e un posto relax in vita sua, così pensò: “ Domani andrò al tendone dei clown, e chiederò aiuto ai miei amici clown!” Orgoglioso di se stesso, si mise a letto, ma mentre sognava la sua idea già finita, arrivò un fantasma che, con un suo urlo, gli fece dimenticare dove fosse il tendone dei clown, all’indomani il pagliaccio pensava e ripensava alla strada, ma nulla, la sua mente era vuota. Così decise di inoltrarsi nel bosco tetro e spettrale, dove nessuno aveva mai osato metter piede perché si diceva ci fossero una banda di pazzi sfrenati, nessuno tranne il nostro pagliaccio, ma il poveretto si perse e incontrò d’improvviso un cavaliere con un cappello piumato in testa che lo portò alla grotta, e con la sua spada spaventò il fantasma che scappò per sempre. Il cavaliere mostro al clown la strada per il tendone. Quella sera lui insieme a tutti gli altri clown fecero un bellissimo spettacolo con dei palloncini, acrobazie e tante altre cose. E due mesi dopo, la casa il circo e il posto relax erano pronti e vi si recò moltissima gente per vedere le loro meravigliose opere d’arte. Da allora visse felice e contento, e divenne il più famoso clown del mondo.



Rinascita

Paul stava guardando la bara che conteneva sua madre con uno sguardo di ghiaccio, privo di qualsiasi emozione. Stava disperatamente cercando di sembrare addolorato ma qualcosa gli diceva che non poteva provare quel sentimento nei confronti della defunta.
Era semplicemente impossibile.
La sua mente faticava persino ad accettare il fatto che la chiamasse “madre” e del resto non si poteva dargli completamente torto.
L’infanzia di quel ragazzo che oramai adesso andava per i venticinque anni era stata semplicemente terribile; costretto a rimanere chiuso in camera sua per la maggior parte della giornata non aveva mai conosciuto nessuno all’infuori di sua madre e soprattutto era stato per anni all’oscuro di ciò che poteva offrire il mondo esterno. Non aveva frequentato nessun tipo di scuola (le poche cose le erano state insegnate da Margaret), non aveva nessun amico e soprattutto si sentiva terrorizzato al solo pensiero di mettere piede fuori di casa. I discorsi di sua madre infatti avevano colpito profondamente la sua giovane mente da bambino, influenzandola irrimediabilmente. Le poche volte che si era azzardato ad affrontare la realtà che circondava casa sua ne era rimasto semplicemente scioccato. Quando poi le persone si giravano a guardarlo, anche se lo facevano con un sorriso, gli incutevano una paura tremenda costringendolo a correre di nuovo in casa.
E la storia era andata avanti fino ad un anno prima, quando lei si era ammalata ed era stata costretta a letto. Paul oramai aveva ventiquattro anni in quel periodo e dovette badare a lei, curandola giorno e notte. Considerando il modo in cui lei lo aveva cresciuto Paul avrebbe dovuto abbandonarla in quel letto di dolore e invece no; le era stato sempre accanto, tutti i giorni, curandola con una tenacia ed un amore che lei non aveva mai dimostrato nei suoi confronti.
La notte prima che morisse però lui andò in camera sua deciso a dirle tutta la verità.
Margaret nonostante la malattia che la stava

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