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Racconti su sentimenti liberi

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Mia madre

Mia madre era quasi analfabeta. Aveva fatto solo la terza elementare.
Mia nonna considerava la cultura un inutile fardello, specialmente per le donne.
Del resto non aveva fatto studiare nemmeno i figli maschi.
Forse non avevano, lei e il nonno, risorse economiche sufficienti per farli studiare tutti. E, così, non avevano voluto fare ingiustizie. Forse.
Con la sua scarsissima cultura, mia madre a vent'anni aveva trovato un posto di telefonista. La mia ferrea nonna glielo fece rifiutare. "Le donne non lavorano -disse - specialmente in posti pubblici. È come andare sul marciapiede".
Mia madre, che aveva un carattere dolce e docile, si rassegnò. Sposò mio padre che era buono e l'amava ma era un po' maschilista e non le lasciava grandi spazi. Ma quella donna fragile e docile, quando era sicura che una cosa fosse giusta, scopriva un lato ferreo del suo carattere che forse aveva ereditato dalla madre. Fu d'accordo con mio padre per farmi studiare, ma i loro obiettivi erano diversi.
Mio padre, che faceva il durissimo lavoro di macchinista delle Ferrovie dello Stato, voleva per me una condizione di vita diversa dalla sua. Sognava che diventassi una donna "di comando". Così diceva. Che cosa dovessi comandare non si capiva bene. Mia madre aveva un obiettivo molto concreto. "Studia - mi diceva - e poi trovati un lavoro. Creati un'indipendenza economica. Non dovrai chiedere a tuo marito un paio di calze. E se non vorrai sposarti, potrai provvedere a te stessa". Mio padre ha fatto molti sacrifici per farmi studiare, ma mia madre, che aveva il bellissimo nome di Elena, ne ha fatti molti di più. Quando mi assaliva l'agorafobia e non riuscivo a muovermi da casa, lei piantava tutto e mi accompagnava. Prima alle medie, poi al liceo e infine all'Università. Aspettava che finissi di ascoltare una lezione o concludessi un esame, seduta sotto la statua della Minerva, la dea della sapienza alla quale non aveva niente da invidiare: lei aveva la sapienza del cuore. Appena

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Gente di Bus

Sta aspettando il 71 da più di un quarto d’ora. Per fortuna l’ombra di una pianta del parco Ruffini rende l’attesa meno stressante ed in fondo a lei non dispiace aspettare. Sua madre le raccontava sempre che “l’attesa rende il viaggio più gustoso”. E poi in fondo lei adora incontrare tante persone e quindi l’eventualità di non trovare posto a sedere non è assolutamente un problema.

Eccolo finalmente: sta curvando da corso Trapani per imboccare via Lancia.

All’apertura delle porte c’è un gran via vai tra persone che escono ed altrettante che entrano. Lei è piccolina e riesce ad intrufolarsi tra una signora con enormi borse della spesa ed un ragazzino con lo skateboard.
Le porte si chiudono ed inizia a curiosare tra i volti.
Una giovane ragazza è seduta in maniera poco elegante nel posto vicino all’obliteratrice. Un body verde fosforescente l’attira moltissimo. E quelle magre braccia scoperte sono indubbiamente un’eccitante attrazione. Senza contare che i pantaloncini corti lasciano la vista su due lunghe e bianche gambe.
Wow! Realmente uno spettacolo. Ma sa bene che la preda migliore non sempre è la prima.

Nei posti in fondo al bus siede un interessante ragazzo di colore. Porta una maglietta da basket che mette in risalto la pelle lucida che attornia dei muscoli potenti.

Ma all’improvviso un dolce odore la attrae. Un’anziana signora porta un profumo neutro di acqua di colonia, classico ma eccitante.
Prova ad avvicinarsi, ma è infastidita dalla borsa della spesa che emana odori di tutt’altro sapore. Bleah! Aglio! Lei odia l’aglio!

Si allontana rapidamente, ed incrocia lo sguardo di un antipatico signore che sta litigando con uno straniero. No, a lei piacciono le persone dolci, e quello lì deve essere proprio cattivo.
Il ragazzino straniero con cui sta litigando potrebbe essere interessante ma, accidenti, scende alla prima fermata.

Due signore autoctone chiaccherano animatamente e sembrano cantare. La

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   10 commenti     di: Marco Donna


I MIEI 18 ANNI

Era la gita di liceo, ultimo anno, ultimo sapore di libri scritti e sfogliati, ultima ebbrezza giovine che si spegne lungo la schiena al calar della luna. Domani arriverà. Domani è la maturità. Domani. Ancora l’ultimo respiro in quest’area fresca d’estate, tanto per sentire dentro me le cose come non le sentirò mai più. Forse. Il leggero vento si confonde sul mio viso, al ricordo di pochi giorni fa lungo strade sconosciute, tutte da assaporare, come una cara vecchi gita. Prima della maturità. Le urla, le voci e le scazzottate, le risate per il niente, tutto torna ora, nella fresca sera, d’estate. Voglio non arrivi domani, voglio che questa notte sia infinita, non passi mai, temo che non sentirò più il tuo dolce respiro sulla mia pelle, grande giovinezza, temo la paura, so che non tornerai più, so di odiare gli adii. Perché non tornano più. Potrei rivederti un giorno, ma negli occhi non miei e so ne soffrirei. So che da domani avrò una ruga in più sul mio fresco viso,è quella del sorriso mentre ti lascio………... non una parola se non un saluto, non uno sguardo se non un ricordo, sarà così che ti rincontrerò nei miei sogni, nei miei pensieri, oggi, come ieri.
Ti chiederei di restare ancora un po’, ho paura. Temo il tempo e le sue rovine, temo il mare ed i suoi confini, temo che andandotene mi si appanneranno un po’ gli occhi, temo il non vedere ciò che vedevo prima. Resta con me ancora un po’ ti prego,è solo un numero a cambiare il mio destino, una penna, un libro, un diario, sono sicura perderanno di significato…che dirti, forse un giorno ti rincontrerò, sfogliando un vecchio libro, risentirò quel sapore di invincibile giovinezza, leggerò i tuoi pensieri nei segreti diari miei di ieri, capirò con un sorriso quelle frasi scritte su…e tu, allontanati con calma, ogni tanto se puoi vieni a trovarmi, forse è vero, non troverai più quella di prima, ma fallo ti prego, tu bussa, più volte ti prego, forse aprirò quando te ne sarai già andata via e con un po’

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   1 commenti     di: maria p.


Il funerale della nonna

Gli occhi erano pesanti e rivendicavano le ore di sonno sottratte dalla levataccia. Pure le gambe mancavano dell’abituale solidità, un po’ per lo stesso motivo, un po’ per la corsa del giorno prima, sanissima ma certo abbastanza forzata visto che era la terza volta che ero tornato a correre dopo avere ricominciato ad allenarmi. La vista del lago fu quindi sbiadita da tale stato fisico, ma l’aria della prima mattina mi aiutò a sgranare le immagini e a farmi rendere conto che si sarebbero stampate sufficientemente nella memoria da farmele riaffiorare in futuro, con un interessante numero di dettagli.
Mio padre, invece, era sveglissimo, diceva che aveva dormito una sola ora, e c’era da credergli dalle occhiaie che aveva portato dalle due, ora della sveglia, per un po’, almeno fino all’imbocco della tangenziale di Mestre. Aveva deciso di partire presto, l’appuntamento per la cerimonia era fissato alle 8. 30 di fronte alla stazione di Fine Lago, ultima fermata delle ferrovie Nord. Era prevedibile che saremmo arrivati con largo anticipo, ma era meglio così; effettivamente partendo più tardi c’era il rischio di trovare coda in tangenziale a Milano. “Se partivamo due ore dopo, arrivavamo almeno tre ore dopo!”, aveva ripetuto un paio di volte sul lungolago. Aveva ragione.
Sarebbe stato bello fare un giro col battello, l’aria della prua mi avrebbe certo completamente ridestato, ma questo pensiero mi balenò per andarsene in fretta. Non c’era molto tempo e Como avrei sicuramente avuto altre occasioni per vederla con calma.
Mia cugina, la Lia, arrivò trafelata provenendo dalla sala mortuaria. Disse che la zia si era fermata direttamente lì. Ci salutammo molto velocemente, lei stessa nel parlare e nel descrivere i dettagli dei preparativi per il funerale mi ricordava una segretaria. Non l’ascoltai molto, ma quel suo parlare affannato e sicuro mi fece capire che non v’erano stati intoppi di alcun tipo e che il funerale si sarebbe svolto da man

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   0 commenti     di: Alberto Zisa


L'Amore

Un giorno l’Amore decise di andare a trovare una dama che piangeva sporta sul ponte di un fiume che scorreva tranquillo il suo decorso.
“Fanciulla perché piangete in modo così accorato, non vedete come il vostro viso si raggrinza e si bagna delle vostre lacrime?”
La dama non fece alcun segno di voler smettere, ma d’un tratto sollevò il capo e disse :
“È solo colpa tua se il mio viso si è fatto così triste!”.
L’Amore non capiva, e allora cominciò a farle delle domande:
“Ma come? Io, l’Amore, colui che tutto adorna e rende dolce e felice, posso averti resa così triste e sconsolata?”
Ancora con le lacrime grondanti dagli occhi la dama rispose:
“L’Amore che è dentro il mio cuore è stato fin troppo calpestato e abbandonato, mio Nobile Sentimento. La dolcezza e la felicità di cui tanto parli, sono state sostituite dall’amarezza e dalla triste desolazione.
Voi, Amore e Sofferenza che vi accompagnate beati nelle vite altrui, abbiate pietà di me e non bramate il mio Animo e il mio Spirito, che mai più vi apparterranno!”.
L’Amore non seppe più cosa fare e come rivolgersi a quelle parole, ma vide che al suo fianco si presentò la Pazzia, che nel gesto di tale disperazione fece quasi per aiutarla nel riversarsi nelle acque.
Per un sentimento che fin troppo l’ebbe fatta soffrire, decise di mettere la fine.
La Sofferenza si presentò ai suoi piedi, come flagello dello Spirito che trasuda ogni sensibilità e sentimento, la portò con sé, fino a quando il corpo non fu ritrovato, adagiato sulle sponde del fiume. Ancora caldo trasmetteva l’Amore per cui lei decise di morire.
L’Amore non seppe farsene una ragione, allora volle capire quale motivo spinse così ferocemente la dama a quel gesto, Si recò da un’altra dama in lacrime e seguitò la sua ricerca in eterno.

   0 commenti     di: Monica P.


Una strana notte di aprile

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La penultima corsa

L'adrenalina si condensava ogni volta che reclinava lo schienale del sedile,
la distanza giusta dal volante calibrata con logico distacco, per avere una visione d'insieme che avanzasse di 20 cm dal parabrezza.
La stanza dei bottoni era semplicemente un volante, il traguardo veniva deciso di volta in volta, mai lo stesso, le soffiate in certe situazioni vissute in bilico, possono essere fatali, fatali come le distrazioni o le debolezze.
Anche le macchine cambiavano di volta in volta, anche perche' era un miracolo che ne arrivasse una sana alla fine della corsa. A volte il sedile era ancora caldo del culo del proprietario che ancora non sapeva che avrebbe visitato il comando pi vicino dei Carabinieri con la speranza di buone nuove.
Da dietro quel volante immaginavi la vita del legittimo proprietario, il cui nome lo rubavi, come tutto il resto, dal libretto di circolazione, che, ogni uomo medio, deposita nel cruscotto.
Una volta le era capitata una mito di una che si chiamava Rebecca Tosti, "una da pompini di classe" aveva pensato.
In due ore si avvicendavano storie di frangenti di vita su quei sedili, chissa' quanti ci avevano scopato in quelle macchine, chissa' quanti ci avevano litigato e in quanti si erano rifugiati per dieci minuti di assoluta solitudine esistenziale lontani dalla confusione della consuetudine.
Lisciava la pelle tirata del volante, stringeva la presa con le mani, pavoneggiava le dita e intanto guardava un punto lontano lungo il rettilineo della strada, promossa a circuito da competizione, che doveva progressivamente avvicinarsi al suo muso.
Non era banale vedere una donna al volante, il buon senso impone di non invischiarsi in questi compromessi con l'illegalita', le corse clandestine sono affare da veri uomini, quelli che sprezzano il rischio di far piangere qualche fidanzata, o qualche genitore che anche di fronte all'evidenza e' pronto a spergiurare che il figlio"era un cosi' bravo ragazzo, sicuramente ci e' stato portato

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