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Racconti su sentimenti liberi

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Antonio

Sono Antonio, anzi Tony, lo preferisco: i nomi corti danno più sicurezza nella vita.
Sono quello che sa fare un po’ di tutto, ma non è il migliore in nessuna delle cose.
Sono quello che sa parlare di tutto, ma non è l’esperto di niente.
È un po’ come saper cercare dei fiori in un campo, ma non conoscere il nome di nessuno di essi.
Alle donne però piace chi sa sembrare sempre padrone della situazione, loro non si soffermano neanche sull’idea che dietro l’aspetto controllato e l’atteggiamento studiato, c’è un universo umano infinito e incompleto: cioè una persona.
A volte mi sento come un oggetto, che volando in un trafficato spazio di cielo, urta continuamente altri corpi, cambiando di rotta e riportando dei segni, a volte lievi graffi e altre volte evidenti solchi.
La verità è che la mia direzione sarà sempre soggetta a piccoli cambiamenti. La cosa non mi disturba poi così profondamente, perché alla fine ho capito che io sono questo: semplicemente una palla liscia che nel percorso della vita assume continue forme e direzioni.
Ma queste riflessioni le tengo per me, nei miei numerosi rapporti con le donne ho imparato che l’instabilità del pensiero è una precedenza che va lasciata a loro, a noi spetta il ruolo di sapere sempre chi siamo e dove andiamo. Siamo una specie di finto nostromo che si finge consapevole di ogni rotta.
Quello che non capiscono è che il solo incontrarle ha dato già un colpetto al timone della nostra nave.
Basta che non mettano in pericolo la navigazione.
Con questa certezza ho sempre vissuto le mie storie senza mai troppo concedere, perché “Tony” può lasciarsi influenzare da qualcuna, ma non vuole appartenere mai a nessuna di queste meteore!
Che ci faccio allora davanti a queste scale?
Potrei anche immaginare di aver girato a quell’incrocio solo perché in questa zona c’è un negozio che mi interessa.
Ma no, non è così.
Io quel negozio non l’ho neanche guardato arrivando qui, non

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   5 commenti     di: Carlo Tollo


Il cavatore

Le nuvole coprivano le cime delle montagne, la pioggia continuava a cadere fitta.
Il paesaggio era affascinante, ma al tempo stesso incuteva timore.
La guida continuava a raccontare la storia delle cave di marmo, io lo ascoltavo, pur continuando a fotografare. Rimasi incantato davanti al monumento del ''cavatore'' scolpito alla perfezione, sembrava guardarti, sembrava vivo, sembrava volesse farti capire tutte le sofferenze e le fatiche che quel lavoro gli aveva procurato. Chi aveva scolpito quella statua ci aveva messo dentro l'anima.
Lasciammo il paese con l'auto per recarci in visita alle cave e alla larderia, a pensarci bene io ero venuto proprio per il lardo, non sapevo
che Colonnata stesse a Carrara così fui doppiamente contento. La storia delle cave era veramente interessante ed era strettamente legata alla storia del lardo. Purtroppo l'ora era tarda e le cave erano chiuse, così ci limitammo a guardarle dal di fuori, mentre la guida continuava con le sue spiegazioni.
La signora ci offrì dei pezzettini di focaccia con sopra il famoso lardo poi ci mostrò la vasca, fatta col marmo del luogo, dove avveniva la stagionatura e ci spiegò tutto il procedimento di condimento.
Fuori della larderia un vecchietto mi sorrise dicendo che era lì per il vino, scambiammo qualche parola poi se ne andò, sarebbe ripassato più tardi. Guardandolo mi ricordava qualcuno ma non mi veniva in mente chi.
Acquistai del lardo ed un mortaio, naturalmente di marmo, poi ci recammo al bar per un aperitivo.
All'interno, in un angolo appartato, vidi di nuovo quel vecchietto, alzo il bicchiere per salutarmi, risposi con un gesto della mano, sorridendo, ma sconcertato. Come era possibile che era arrivato prima di noi? finii per pensare che forse conosceva qualche scorciatoia, ma non rimasi molto convinto. Bevemmo del vino, ottimo, si continuò a parlare delle cave e del lardo poi la guida mi
consigliò, per il giorno dopo, di visitare le ``Cinque terre'' spiegò come arrivarci e

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   2 commenti     di: Riko Zodiako


SOMME

La matematica non è un’opinione, ma a volte la vita rivela dei risultati inaspettati…



“Non cercarmi più!" disse a lui e riagganciò il citofono.
Tre parole per "accartocciare" una storia di vent’ anni e farci canestro gettandola nel cestino dei rifiuti.

Donata, 46 anni. Stefano, 50 anni.

Tre anni di lotte contro le loro famiglie che non li ritenevano adatti a stare insieme, essendo Donata di buona famiglia e perciò con un bel gruzzolo alle spalle; sei anni di pura passione; dieci anni di amore quasi fraterno; un anno "sabbatico" per riflettere su tutti quegli anni trascorsi felicemente insieme e tirarne le somme.
Totale del loro attuale rapporto: un figlio diciannovenne e una causa di divorzio in atto.

Il cordless di Donata si mise a squillare con invadente insistenza.
"Tanto non ti rispondo... pezzo di m...! Lo so che sei tu!" esclamò ad alta voce continuando a lavare i piatti nervosamente.
Di colpo il telefono s'ammutolì, forse suo figlio dall'altra stanza aveva risposto...
Dopo pochi minuti infatti, Alessandro comparve in cucina. Il viso stanco, gli occhi lucidi, teneva ancora in mano la cornetta e...
“Mamma era la questura: ci sono problemi, tra mezz'ora vengono qui il
maresciallo Todini e il brigadiere Francesconi.. hanno chiesto di parlare con
te e papà."
Donata non aprì bocca cercando di razionalizzare le parole.
"Valerio.. oh mio Dio.. Valerio" pensò, quasi una strana e insolita premonizione,
"Chiama tuo padre! Non restare lì impalato.. forse non ha ancora iniziato la lezione..".
Valerio.. ex amante di Donata.. un lontano cugino.. una storia sporca, intensa, estrema…ma soprattutto sporca. Maledettamente sporca.
È normale...
Quando, dopo una vita spesa male in amore, ti ritrovi a tirar le somme, beh... allora ciò che ti pareva accettabile, diventa un macigno insormontabile.
Ti accorgi di co

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   8 commenti     di: Marta Niero


Da Posillipo a Scampia

Sabato 2 maggio. Un sabato apparentemente come tanti altri in quell’appartamento all’ultimo piano di Via Manzoni.. Melissa, quasi 18 anni, figlia di un importante medico chirurgo e un facoltoso avvocato si prepara ad uscire con le sue amiche. “Dove andiamo stasera?” chiede Ilaria, spazzolandosi i capelli biondi. “Andiamo a mangiare da qualche parte! Ho una fame!” risponde Melissa scoppiando a ridere. “Pensi solo a mangiare, sei un caso disperato! Ma come fai a rimanere così magra?” le urla Francesca lanciandole un cuscino addosso. Ride ancora Melissa e raccoglie il cuscino. “Andiamo al Gatto e la Volpe, è carino quel posto” suggerisce Monica. “Speriamo di rimorchiare qualcuno di carino!” Le quattro amiche ridono gaie. In quel momento entra la madre di Melissa in camera e inizia la solita paternale “Ma come faccio ad avere una figlia così disordinata? È mai possibile che questa stanza è un’immondezzaio?”. Ride ancora Melissa. È talmente abituata a quelle sgridate che ormai non le fanno più alcun effetto. Osserva la sua bella stanza, le mura completamente ricoperte di foto e il disordine che regna sovrano. Dappertutto magliette, jeans, mutandine, quaderni di scuola, CD, scarpe. Un giorno la metterà in ordine, forse. Ma non certo di sabato sera. “Mi metto il mascara e usciamo” dice alle amiche. Eccole pronte, quelle quattro ragazze, studentesse dell’ultimo anno di liceo classico, tirate a lucido per il tanto atteso sabato sera. “Meli non fare troppo tardi! Non dopo le 2!” le urla la mamma dal salotto, mentre la ragazza afferra le chiavi. “Che palle!” le urla di rimando quella figlia un po’ ribelle e si tira con forza la porta alle spalle. “Speriamo di divertirci stasera!” dice Ilaria sistemandosi la frangetta.
“Un sabato come tanti altri” pensa Melissa, del tutto ignara che quel sabato 2 maggio avrebbe cambiato completamente la sua vita.

La luna è alta nel cielo, le stelle brillano come diamant

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Un quarto alle nove

PREFAZIONE


L'autore in questo libro, immagina gli ultimi quindici minuti di vita del padre durante i quali, quest'ultimo, or-mai sessantaquattrenne, rivede come in un nastro la pro-pria vita, ricordandone i momenti salienti.
Ritornano alla sua memoria gli episodi vissuti e tra-scritti su di un diario, unico compagno nei momenti di so-litudine e tristezza.
Questi ricordi affondano le radici nell'infanzia vissuta drammaticamente per la perdita prematura del padre. Questa figura, pur assente, svolgerà un ruolo molto im-portante nel resto della sua esistenza, costellata pun-tualmente da esperienze drammatiche. Sperimenta la vita da orfano; costretto a vivere della pietà altrui, conosce la miseria umana passando da un orfanotrofio all'altro, fino a quando diciottenne conosce gli orrori della guerra.
Deportato ed internato nei campi nazisti, vede inper-sonificata la malvagità umana; è testimone degli orrori e dei crimini commessi contro l'umanità; vive in prima per-sona la condizione di schiavitù riservata ai prigionieri di guerra deportati in Germania.
Conosce la realtà dell'Italia anni trenta, una nazione povera e tecnologicamente arretrata rispetto al resto d'Europa, sprofondata, a seguito della seconda guerra mondiale, in una condizione di miseria sociale e civile. È in questa condizione che si sviluppa il suo cammino, sino a raggiungere momenti di tranquillità e benessere. In tut-to questo, però, non viene mai a mancare la speranza che, tra le tante vicissitudini, nutre e sostiene il protago-nista di questa vicenda.
Questi ricordi sono sospesi quando moribondo, nell'a-gone della morte, rivede soprattutto quel padre che aveva tanto desiderato, e parla con gli altri familiari defunti che gli preparano, in maniera indolore e quasi piacevole, il trapasso.





Michele MASTRAPASQUA


























PREMESSA


Prima o poi arriva il momento della morte e dover en-trare di persona nel mistero della vita

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CINZIA: TUTTO EBBE COSI' INIZIO

Ora se ne accorge. Infatti, ecco lo stupore!
Finge discretamente di nulla, si guarda intorno nella speranza di distrarre con i suoi immensi occhi marroni il resto delle persone, ed ecco che, con discreta classe, volta il libro dalla parte giusta.
Qualcuno alle mie spalle, nel frattempo, intona una melodia straniera, molto probabilmente araba. Entrambi sembriamo accorgercene poiché non abbiamo ancora sfoggiato i nostri rispettivi iPod.
Come fa a sapere che pure lei ne possiede uno? Vi chiederete.
Siamo universitari e siamo nel duemilasette; tutti gli studenti ne hanno uno. Oramai i cd sono catalogati come specie estinta, materia per archeologi (può darsi, fra qualche mese, m’imbatta nella frequenza d’un corso di laurea riguardante la solare era dei cd musicali).
Una risata da destra: una ragazza mora, quasi sicuramente matricola, intenta a guardare sul suo portatile L’era glaciale. Di solito quei computer non sono l’ombra d’universitari in procinto della laurea? La ragazza mostra meno degli anni che effettivamente avrà?
“Chissenefrega”, mi rispondo estraendo l’iPod.
Scorro col pollice l’elenco dei brani, scelgo Angry Chair degli Alice In Chains.
Di tanto in tanto scatto qualche foto alla ragazza dagli occhi castani.
Deve esserle vibrato il cellulare nella borsa sdraiata sulle sue ginocchia: posa il libro, la apre frettolosamente, estrae il telefono rosa da una piccola calza rosa; mi lancia uno sguardo e nota io la stia fissando. La congedo con frettoloso disagio mentre lei s’immerge nella lettura.
Torno ad osservarla con velata discrezione: continua a leggere, ride, meglio, sorride, un sorriso sincero, solare, complice…
Ora risponde.
Resta immobile qualche secondo, giusto il tempo della conferma d’invio del messaggio, poi un ultimo sorriso mentre lo ripone nella borsa. Sguardo fuori: contempla il lago, si sistema i capelli dietro le orecchie, accarezza la borsa sulle ginocchia quasi fosse il suo gatto, dopodiché estrae anche l

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   3 commenti     di: Mirko Zullo


I bambini e la morte

Considero i bambini miracoli, ognuno un miracolo. Sono tenerissimi, qualche volta crudeli, sempre ricchi di formidabile fantasia e curiosità che sono i primi passi verso la conoscenza. Se l'ambiente dove vivono non li ha guastati sono straordinariamente spontanei e la spontaneità è il primo passo verso il faticoso cammino della libertà. Mi interessa osservarli anche nel loro impatto con le realtà forti della vita, quando questo è inevitabile.

Questa che racconto è una storia privata e vera. Quando morì mia madre i miei due figli che erano molto affezionati alla nonna partirono subito dalle rispettive città dove risiedono, entrambe lontane da quella dove abito io. Uno dei miei figli, sposato, venne con la moglie e i bambini, uno di quattro e l'altro di nove anni.
Mi si creò subito un problema. Mia madre era nella bara scoperta che avevamo sistemato in sala. Intorno alla bara, le candele. La mamma aveva il viso come glielo aveva lasciato una morte serena e senza sofferenza. Era molto anziana e si era spenta a poco a poco, dolcemente. Il mio problema era come affrontare l'impatto dei bambini con la morte. Dovevo chiudere la porta della stanza con la bara? Ma che cosa avrebbe immaginato la fantasia dei bambini dietro quella porta vietata, come a nascondere terribili visioni? Mio figlio con la moglie e i bambini arrivarono di pomeriggio. Li aspettai davanti all'ascensore e, mentre guardavo i genitori per cercare il loro consenso o meno, dissi ai bambini: "Sapete che la vostra bisnonna è morta. Ora l'abbiamo messa in una specie di letto di legno. Ma lì c'è il suo corpo, lo spirito è in cielo e lei continua ad amarci. Volete vederla?".
I genitori accennarono un "Va bene" con la testa. I bambini dissero che si, volevano vederla. Entrammo nella stanza. I bambini si misero uno a destra e l'altro a sinistra della bara, proprio dalla parte della testa della nonna. Qualche istante di silenzio. Poi chiesi ai bambini: "Vi fa impressione?" Il più grande diss

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