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Racconti su sentimenti liberi

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Libertà era giocare coi cani.

Quando Marge uscì di prigione il mondo le sembrò diverso. Certo, c’erano sempre i panni tesi alle finestre, c’erano sempre quei gatti puzzolenti che pisciavano ovunque, c’erano sempre i bar dalle insegne brillanti. Ma il baraccone si reggeva ancora in piedi, e la gente che ci viveva non era poi tanto cambiata. Marge se li immaginò tutti lì, davanti al televisore, a scurreggiare e a bere vodka liscia mentre pensavano al modo migliore per ingannare la vita. E per ritardare la morte. Erano i piccoli dettagli ad apparire diversi, o forse era cambiata lei, dopo ventitré anni fra quelle pareti unte e arrabbiate.
La notte tentava di nascondere i cambiamenti. I lampioni illuminavano sempre la stessa porzione di mondo, come se ciò che rimaneva al buio non avesse ragione di essere visto. Lassù, la luna dalla faccia rugosa sembrava invecchiata. Marge si guardò ancora intorno, e pensò che aveva voglia di una bella bistecca grondante sangue, di un bel bicchierone di whiskey&acqua, e di farsi una bella dormita. La libertà fisica era di nuovo sua, ma era ancora prigioniera dei desideri del corpo. Scese lungo la Western senza fretta, gustandosi a pieno l’idea di poter camminare dritta dopo anni di passeggiate circolari e senza meta. Dentro le auto, sugli autobus, a piedi o in bicicletta, gli altri esseri umani che popolavano Los Angeles sembravano ignorarla senza difficoltà. Correvano affaccendati qua e là, apparentemente attenti a non sciupare la loro parentesi di vita, concedendosi a mala pena il tempo per tirar giù un bicchiere o per grattarsi sotto le ascelle sudate. Marge li invidiò. Una parte della sua parentesi l’aveva passata a farsi violentare da quel sacco di merda che i documenti indicavano come suo padre. Poi, un bel giorno, aveva deciso di chiudere la parentesi e gli aveva tagliato l’uccello di netto con un bel coltellone da cucina affilato e lucente. Il pene se ne stava lì a terra, fermo immobile dopo anni di gran baldoria. Sembrava volers

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Noi abbiamo fatto cose

Abbiamo passeggiato lungo un mare finito sulle coste africane con degli africani gialli. Abbiamo camminato lungo tutta la Muraglia cinese con delle cinesine grasse. Abbiamo camminato controvento a Trieste. Abbiamo mangiato un gelato al Polo Nord perché sentivamo caldo. Siamo scivolati coi tacchi sulle montagne rocciose. Abbiamo saltellato con gli occhi chiusi nel Gran Canyon. Abbiamo attraversato la strada a Tokyo col semaforo verde per le macchine. Abbiamo fatto l'amore all'aperto a Islamabad. Abbiamo cercato e poi trovato la lampada di Aladino per regalarla ad un senzatetto di Mosca. Abbiamo recitato l'Ave Maria in una Moschea. Abbiamo detto che tutto poteva essere, che tutto poteva esistere, che tutto poteva succedere, mentre eravamo in catene in un carcere in Turchia. Abbiamo concluso che ci piace di più la rivoluzione Tolemaica. Ci siamo affacciate dal finestrino di un aereo. Abbiamo detto alle nostre madri che le amiamo ma che non vorremmo mai essere come loro vorrebbero che noi fossimo, perché non saremmo mai noi e ciò che vorremmo essere. Abbiamo gettato oggetti dal finestrino. Abbiamo disegnato i baffi alla Gioconda. Abbiamo detto al presidente che è un coglione. Abbiamo detto che la vera fuga dei cervelli non è all'estero, ma nelle fabbriche. Abbiamo pensato che siamo tutti egoisti. Abbiamo visto nullatenenti avere le tasche piene. Abbiamo visto gente ricca lamentarsi di non avere nulla. Abbiamo visto gente in salute lamentarsi per un mal di testa. Abbiamo visto gente senza gambe giocare a hokey sul ghiaccio. Abbiamo visto gente povera sorridere perché non conoscevano l'alternativa. Abbiamo visto gente povera piangere perché conoscevano l'alternativa. Abbiamo visto gente che parlava di amore e speranza mentre l'auto blu l'aspettava fuori il Grand Hotel. Ci siamo abbracciati forte in un vortice fortissimo senza che Dante ci degnasse di uno sguardo. Ci siamo detti addio per vedere cosa si provava senza lasciarci mai. Ci siamo guardati per undici or

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Il fiume

Non dormo neanche stanotte, del resto mi sono quasi assuefatto alle mie notti insonni, ma domani tutto sarà risolto, forse; già …domani.
Domani, che parola, poi cos’è il domani, solo una sottile differenza fra oggi ed ieri, un confine che non esiste, scandito solo dal ciclo naturale del giorno seguito dalla notte?
Oppure una virtuale e voluta barriera che ci siamo creati, per dividere il tempo che inesorabilmente scorre o semplicemente una recondita ed intima speranza che quello che dovrà accadere, sarà meglio di ciò che è gia successo. Sarà solo poi questo, perché per me non esiste differenza alcuna: oggi è stato come ieri, così sarà domani…no domani sarà diverso.
Un velo leggero di malinconia adombra il mio cuore, il gelo mi attraversa raffreddando il mio animo, allora a volte sto lì presente ma distante, perso nei miei pensieri, lontano, pur essendo qui.
Come disteso sotto un albero, alla sua ombra, con gli occhi al cielo verso le nuvole.
Così, quasi da sembrare intento ad altro, forse perso, ma con i sensi tesi ed attenti, pronti a sentire se il vento, accarezzandoti il viso, potesse portare con sé il profumo di una rosa, la fragranza di una viola, il profumo di vaniglia : il profumo di te.
Dolci sensazioni ed emozioni, già passate ma non offuscate dal tempo, amore vissuto e ormai perduto, ormai amari ricordi senza te.
Ma il vento non arriva mai, questo vento tanto atteso ed agognato, né brezza leggera che allevia il mio dolore, né imperioso vento che spazza le mie nubi, nemmeno irascibile uragano che distrugge il mio dolore e spazza con furia ciò che ne rimane, cancellando per sempre quel poco che resta.
Poi in fondo che cosa resta, arida steppa, arsa prateria con sterili e secche sterpaglie, un misero tugurio
nella desolazione: questo è ciò che resta, nemmeno un uragano si degnerebbe di sprecare le sue forze, per distruggere quello che rimane di me:niente.
Sì, niente, senza di te vuol dire niente, anzi meno di niente

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   2 commenti     di: Chicco Tatino


MILO

Li pensava esseri fantastici e misteriosi.
Piccoli elfi della notte.
Probabilmente perché non aveva motivi per credere che non fosse così, non gli era mai capitato di vederli durante il giorno e in generale capiva molto poco della realtà che gli stava attorno.

Li desiderava come un sogno... esseri ineffabili, difficile incrociare il loro sguardo, il loro viso nascosto sempre a metà, invisibili come folletti, creature fantastiche che la notte colorano la città con strane scritte che ai più non è dato capire. Qualcuno poi gli aveva detto che neanche esistevano e quegli incomprensibili scarabocchi, che ammirava incuriosito dalla piccola finestra in realtà altro non erano che opera di vandali. Ma ciò lo aiutò soltanto ad accrescere la curiosità con il gusto del mistero.

Con la disperazione e col tempo imparò a capire quegli strani grovigli: i simboli dai colori schizzoidi, quelle brevi sequenze di lettere, in realtà custodivano qualcosa di molto importante, erano il nome segreto del loro artefice, la sua verità che urla al mondo ignorante: "io esisto ". Gli risultò abbastanza logico che fosse questo il motivo per il quale a molti non fosse concesso di capire, in fondo è giusto che solo tra di loro fossero capaci di conoscere i nomi dei propri compagni. Un urlare che ha in se qualcosa di silenzioso, ha un po' il sapore di una provocazione bastarda. Forse è solo la superbia spocchiosa di chi ha trovato un trucco per guardare il resto del mondo dall'alto in basso senza che nessuno glielo abbia concesso. Era sicuramente la cosa più bella che gli fosse mai passata per la testa, l'unica che in qualche modo poté giustificare per la prima volta quella strana speranza, che nessuno aveva mai pensato un ritardato come lui potesse desiderare.

Un giorno una scritta colpì particolarmente la sua attenzione, si faceva notare tra le altre perché eccezionalmente lunga: un treno inconcepibile per quel po' che aveva capito di quel mondo, una lunga fil

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Penny è volata dal tetto. (Cap 2)

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   3 commenti     di: Umberto Briacco


World



Una giornata di festa.

Quel giorno era festa al paese. Un sabato pieno di promesse che la pioggia ossessiva minacciava di disattendere.
Bastiano era andato all’ovile molto presto quella mattina, come ogni giorno.
Il suo lavoro non ammetteva né ferie né festività comandate, una tazza di caffelatte e pane come colazione e poi fuori: uno sguardo al grigiore del cielo e subito le prime gocce gli bagnarono il viso. Si strinse nel suo pastrano verde, si mise il cappuccio sopra la testa e si avventurò tra quel pantano che ormai era diventata la strada.
La luce del sole avrebbe dovuto accogliere con i suoi primi vagiti quella giornata e accompagnarlo per il sentiero che conduceva all’ovile, ma attendeva nascosto dietro quelle nuvole gonfie e dispettose. Avrebbe rimandato la sua comparsa di qualche ora.

Le donne si muovevano svelte in casa, si chiamavano ad alta voce, scherzavano tra loro e si affaccendavano tra i letti da rifare e la cucina.
Le più anziane impastavano pane e preparavano dolci, in una apparente confusione che invece era controllata consuetudine in quei giorni dell’anno dove le protagoniste della festa erano loro;
registe di questa giornata e anche di tutte le altre, forse inconsapevoli di questo, ma sicuramente forti di una tacita autorità.
In ogni casa dove si trovassero delle donne la scena sarebbe stata la stessa, e nessuna figura maschile tra i piedi a dar fastidio a quei movimenti svelti, pratici, di chi sa quel che fa perché lo fa sin da piccola, gesti ripetuti da sempre: dalla madre, dalla nonna che lo vide fare dalla madre e dalla nonna, e così via, fino a perdersi in antiche memorie; e comunque, anche allora, quando un uomo non era indispensabile, era meglio che girasse al largo. Allora come adesso, tra il silenzio delle coperte, ci sarebbe stato il resoconto della giornata e le vere decisioni, l’ultima parola, erano veto di una e solo di una, altrimenti in casa sarebbe stata guerra per giorni e giorni.

In piazza alcuni operai attendevano al

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