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Racconti su sentimenti liberi

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passione perversa

sei lì sdraiata sotto quella lampada, per far sì che il suo calore ti penetri nelle ossa. per prendere colore. stanza chiusa, musica in sottofondo, solo tu ed i tuoi pensieri che vagano dal passato al futuro. ad un tratto ti senti sfiorare, ti volti e vedi me.. ti accarezzo i capelli, ti sorrido e ti passo delicatamente le dita sugli occhi e ti sussurro:tranquilla, lasciati andare. sospirando fai un sorriso. ok, sei rilassata, lo sento, inizio dandoti dolcemente un bacio sulle labbra, ti sfioro i seni e tu un altro sospiro ma questa volta lo sento che hai un brivido, sarà di piacere? vedo il sorriso sul tuo volto, quindi non mi fermo. sfioro il tuo corpo con i polpastrelli delle mie dita, suscitandoti solletico, brivido, piacere. ti coccolo, ti bacio e il tuo corpo inizia a muoversi cercando invano il mio tatto. e no, a te ci penso io. desidero che tu ti lasci andare. così mi fermo a fissarti e cerco il cuore del tuo piacere prima che tu ti renda conto di quello che sta accadendo. ti ribacio, mi alzo e... ti volti, apri gli occhi ma... non vedi nessuno. ti sfiori e senti il tuo piacere:è stato un sogno o realtà? ti rivesti, esci dalla stanza, prendi il telefonino componi il mio numero, ci incontriamo e mi racconti di quello che ti è successo... poi ad un tratto le nostre labbra si sfiorano e so di te...

   1 commenti     di: Jina Sunrise


Ma cosa ne sai

Dice: ma quando l'hai conosciuto? Mi fa con quella faccia inquisitoria, che solo quando si mette in testa di rompere veramente, le viene proprio bene. Le faccio, quest'inverno a febbraio. Anzi a dire il vero due anni prima l'avevo incontrato già una volta. Mi fa, con la solita faccia da cazzo, le facce che non sopporto e prenderei a schiaffi, se non fosse che lei aspetta solo quello per correre dall'avvocato a tramare contro di me, dice, mi fa: e come si chiama 'st'amico scrittore? Riccardo, faccio io, perché, che c'è che non va? Lei mi guarda qualche secondo. Non parla. Sembra alimentare il disprezzo, coltivando il disamore che si accresce istante dopo istante in quello spazio di silenzio che separa la risposta dalla domanda precedente e che si dilata nel silenzio. Tace ancora qualche momento. Cinque, sei, non un'eternità, una manciata di cazzo di secondi che mi permettono di annusare nell'aria l'olezzo degli ormoni che la preparano alla lotta. Poi finalmente, quando orami disperavo una risposta dice: Riccardo chi? Riccardo Merli faccio io. Contenta adesso? Dovresti vederla, cazzo! Dovresti vedere quella faccia. Dio come la odio! Ti sta davanti, sembra che ti guarda ma non lo fa, calcola solo il momento per affondare la zampata. Si siede sulla poltrona di alcantara fingendosi rilassata. Io non la sopporto quando vuole far vedere di essere calma. Si sente superiore, ne è convinta. Distilla gocce di sapienza miscelate col veleno. Pensa di dominare la sua ira, in realtà la lascia espandere nella sua mente, ne fa una cosa enorme, un ribollir di fiele che lascia scendere nelle viscere e spruzza improvviso quando coglie il tuo rilassamento. Ma non me la fai. Stavolta non lo permetto. Ah, quello, dice. Si. Quello, faccio io. Mi risuona ancora il tono con cui ha sputato quelle sillabe. Ci sono frasi che devi sentir suonare direttamente per comprenderne il reale intendimento. Si fa presto a dire quello. È quell'aria di sapienza e superiorità, quella spocch

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   4 commenti     di: Giacomo D'Alia


La notte di S. Lorenzo

La notte di stelle di S. Lorenzo
e insieme eravamo stati ore fianco
a fianco ma tu per me esistevi da molto prima
di allora, ore respirare la stessa aria, a innamorarci e a proteggerci.

Poi corpo contro un corpo, braccia aggrappate
alle schiene voglia impetuosa
senza ragionamento solo l'impeto di toccarsi
il sapore dei tuoi neri capelli
sopra le mie labbra, il mio fiato sul collo.
noi due uno solo senza dire una parola
senza staccarsi mai, poi altre città
per salutarci sempre troppo presto.
sei l'uomo con capelli da ragazzo
che mi avrebbe portata via
Tu sei l'amico, l'amante,
l'amore per sempre,
un ragionamento che non c'era,
chi senti nell'anima,
l'uomo che fa volare i pensieri altrove
al tocco di un suo bacio,
l'alito fresco la brezza che ti rende felice,
una musica incantata di voce,
tanti uomini cercati per una vita in uno soltanto
Sei la persona a cui dicevo buonanotte
quando neppure sapevo che nome avevi
l'intuizione sentita e confusa che viene
dalla predizione dei maghi
sei la mia vita l'oltre
che non spieghi e che riconosci
come una notte d'incanto
la notte delle stelle di S. Lorenzo
la notte dove tutto brilla e il mondo
fuori è lontano e tu amore, amor mio
non sapevo nell'incontrarti, eppure immaginavo
quanto ti avrei desiderato sotto le dita mille volte e dopo
quanto ti avrei desiderato e amato così tanto poi.

   4 commenti     di: Giulia Aurora


Un profondo solco nel Mare

Usciva  a notte fonda, guidato dalle stelle. La luna dava un colore strano alle cose, una percezione alterata delle forme che si riflettevano mutevoli nelle creste delle onde. Forse era proprio questo a svegliarlo la mattina, a dargli non solo la forza, ma il fervido desiderio, di uscire in mare: lì dentro tutto scorre restando immobile ed uguale a sè stesso.
Sopra di lui il cielo stellato, quello sì, immobile ed eterno. Eternamente immobile. O almeno così sembrava. Ma in quelle notti, nella solitudine cullata dallo strascichio della risacca, cielo e mare sembravano fondersi alla sua vista ed al suo pensiero, sciogliersi conpenetrandosi dolcemente. Ed era in quei brevi momenti di illuminazione interiore che riusciva a capire, seppur solo per qualche istante, che la natura dei due sistemi era unica, identica; onde e stelle, stelle e onde. Cambia solo l’unità di misura, cambia solo il tempo necessario ad osservare i mutamenti. Ma visti da lontano, da molto lontano, apparirebbero forse maggiori i cambiamenti della volta celeste rispetto a quelli di una massa d’acqua schiumosa che si alza e si abbassa solo di qualche metro ogni notte. La percezione del mutamento è proporzionale alla distanza che intercorre tra noi, uomini, e ciò che pretendiamo di osservare; ciò che è lontano appare sempre uguale a sè stesso, ciò che è vicino, invece, lo vediamo crescere e rimpicciolirsi, ringiovanire ed invecchiare, dormire, e svegliarsi.
Si stava svegliando, il mare, quella notte. Come sorpreso nella sua pigrizia, sembrava volersi riscattare, mostrare a chi lo aveva sfidato finchè dormiente la sua reale, mostruosa natura. Si stava svegliando, ad ogni suo respiro diveniva sempre più profondo, poteva inghiottire e vomitare ogni cosa l’acqua contenesse, ogni essere cui avesse dato asilo. Cominciava la sua personale guerra contro se stesso, in cui la vittoria è un obiettivo mai raggiunto, un mero pretesto per lottare. L’oceano bisbigliava, si contorceva, gridava

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Talvolta, per caso...

Stavo chiudendo il giornale, un’occhiata veloce prima di iniziare una giornata che si preannunciava lunga e non priva di insidie, quando notai il titolo nella pagina della cronaca regionale: ANZIANA SIGNORA TROVATA MORTA NELLA SUA VILLA. Nell’articolo, dieci righe in tutto, non erano specificate le cause del decesso, anche se la polizia propendeva per la morte naturale.

L’avevo conosciuta in circostanze particolari. La mia auto si era bloccata in una strada di campagna, lontanissimo dall’autostrada o da qualcosa che assomigliasse a un centro abitato. Per fortuna a poche centinaia di metri scorsi la luce esterna di una casa. Per la verità si trattava di molto di più, una vecchia villa in seguito rivelatasi in tutta la sua maestosità. Una pressione quasi rassegnata sul campanello, una brevissima attesa e …. Mi aveva accolto alle due di notte quasi fosse una cosa naturale, poche parole per spiegare la situazione e una sistemazione per la notte. Il mattino dopo trovai la mia auto nel cortile e due uomini in tuta che la stavano sistemando.

Mi ripresentai quasi un mese dopo con un mazzo di rose e accettai volentieri di fermarmi a pranzo. Si intuiva che era abituata a vivere da sola, perché prestava poca attenzione alle risposte e si muoveva senza il minimo condizionamento. Le stanze erano arredate con semplicità, i mobili risalivano al primo novecento e nessun cambiamento, o quasi, era avvenuto nel corso di un intero secolo. Tutti i locali che avevo visto fino a quel momento erano pulitissimi e senza la “patina di vecchio” che solitamente contraddistingue queste situazioni.
“Vive sola in questa casa così grande? ”
Avrei voluto evitare quella domanda, quell’incursione nella vita privata di un’estranea, ma era troppo tardi! Non parve infastidita e, seppure sempre in tono distaccato, cominciò a parlare della sua vita. Viveva lì da sempre, i suoi genitori erano proprietari terrieri e possedevano quasi tutto il paese. Frutteti, campi di

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   15 commenti     di: Ivan Bui


Il cuore del corvo

Per quelli come me non c'è lieto fine. Passi la vita a lottare strenuamente per conquistare la libertà, ma resti comunque chiuso in una gabbia.
La mia vita mi soffocava, m'incatenava ad uno stato di catalessi, in cui tutto quello che mi circondava mi feriva, ma io ero un'ottima attrice.
Bastava un sorriso falso, una battuta divertente, e nessuno si accorgeva del dolore che mi lacerava.
La gente era troppo occupata a pensare a se stessa per preoccuparsi degli altri.
Erano mesi che soffrivo d'insonnia ormai, così avevo preso l'abitudine di fumare un pacchetto di sigarette sulla veranda di casa mia, contemplando il cielo notturno.
Abitavo abbastanza lontana dal centro urbano, quindi mi godevo la vista in aperta campagna, senza quei lampioni accecanti che alteravano la naturale oscurità notturna.
Adoravo guardare le stelle, e spesso immaginavo come sarebbe stata la vista da lassù.
Quei pensieri, mi riportarono alla mente le notti trascorse al mare a guardare il cielo stellato accanto a mio padre.
Erano già passati due anni dalla sua morte. Un brivido mi percorse la schiena, e sentii gli occhi bagnarsi di lacrime.
Le ricacciai indietro, e pensai che ormai ero un'adulta, e che avevo scelto io d'interpretare quella parte così scomoda, scappando di casa dopo il diploma.
Avevo vagabondato, e alla fine mi ero arresa alla sorte. Vivevo in una squallida baracca, facevo la cameriera in un bar del centro, e il passato mi tormentava.
Sentii la suoneria del mio telefono cellulare e aprii gli occhi.
"Emma che vuoi?"
Avevo la voce ancora impastata dal sonno.
Dall'altro capo del telefono, la mia amica parlò con voce scocciata.
"Irene, accidenti, sei in ritardo! Lo sai che il capo è inflessibile per quanto riguarda gli orari!"
Non persi tempo a risponderle. Chiusi la chiamata, e mi diressi alla fermata dell'autobus senza neanche cambiarmi.
Il tepore del sole in quella mattinata di primavera era piacevole.
Guardai gli alberi in fiore sul viale che percorrevo

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   8 commenti     di: Rossella Panna


Il mio fedele amico Fuffy

Nella nostra adolescenza, i miei fratelli ed io, avemmo un padre padrone che ci limitava in tutto; perfino ad accostare nostri coetanei poiché a suo dire, non conosceva le loro origini; però, mi fa tanta tenerezza ricordare che ci ha permesso di tenere in casa - con nostra grande gioia - Un cucciolo di cane, al quale ci siamo dedicati amorevolmente per gran parte della nostra vita e, tengo anche a fare rilevare che di mezzi ne avevamo ben pochi, ma ad esso non venne mai nulla a mancare..
In quanto al suo arrivo è stata ns grande sorpresa trovarlo quando meno ce lo aspettavamo sul pianerottolo d'ingresso ed era talmente piccolo da essere tenuto tra i denti della madre che spaventata lo depose a terra e scappò via... Facemmo appena in tempo vedere un volpimo dal pelo marrone allontanarsi velocemente : volpino che tornò altre volte nei giorni successivi. Nel silenzio del mattino si udiva un lieve grattare alla porta : era essa "la nutrice di fuffy", a noi bastava aprirle la porta e col suo fiuto gli era subito vicino per alimentarlo. Ma, purtroppo, un giorno, senza ce lo aspettassimo sparì nel nulla e a noi non fu mai dato sapere donde venisse.
Crudele fu subire una simile cosa!! eravamo impreparati sul da farsi e la paura che Fuffy morisse ci attenagliava la gola e ancora una volta fummo costretti affidarci ai consigli di papà i cui compiti assegnatici grazie all'elevato livello d'intelligenza del cane ci permisero addestrarlo in tante cose.. quali : aggirare gli ostacoli quando lo si portava in campagna, eseguire i nostri comandi, accertare la provenienza di rumori, stare alla larga da animali più grossi di lui, fermarsi sul marciapiede onde vedere se fosse o no il caso attraversare la strada ed infine si riuscì perfino con ns grande soddisfazione giocare con esso : gli tiravamo la palla ed esso la rimandava indietro spingendola col suo muso..
Insomma sembrava ad esso mancasse la parola : ci fu sempre vicino ed erano guai quando qualcuno si ac

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