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Racconti su sentimenti liberi

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L'aria è un coltello che taglia...

C'era una volta un ragazzo che stava camminando per le strade deserte della città; camminava lentamente ma con passo sicuro, sotto un braccio teneva una cartella con dei fogli, ma nn si sa cosa ci fosse scritto.
Pensava a come fare per tornare a casa dopo una mattinata faticosa, e mentre tirava ai calci ai sassi lungo la strada si accorse che in un angolo della strada un gattino piangeva perchè era ferito ad una zampa. Gli fece tenerezza, posò in terra quello che aveva tra le mani e prese il gatto.
Il micino gli graffiò una mano, ma lui nn lo lasciò andare, anzi... strappò un pezzo della sua camicia e gli fasciò la zampa ferita.
Andò a casa a piedi portando con sè il gattino, gli disinfettò la ferita, lo mise a dormire tra 2 cuscini e si sedette sul divano... a pensare!
Pensava che averbbe voluto aprire i suoi occhi la mattina seguente vedendo il mondo con occhi diversi, riuscendo a scrutarne ogni minimo dettaglio e capendone perfettamente il significato...
Uscì di casa, fece qualche passo fischiettando, mise una mano in tasca... nessuno lo sa se tornò più a casa...

C'era una volta una ragazza che siedeva, piangendo, sulla scalinata di un grande edificio poggiando la schiena alle sbarre di ferro della scalinata.
Lei nn lo sapeva perchè stava piangendo, ma lo faceva... guardava il vuoto assoluto intorno a lei: il cielo, le scale, gli alberi spogli, la strada, le automobili parcheggiate le sembravano un tuttuno privo di forma, e senza neanche accorgersene cantava con voce fioca un motivetto che in quel momento le passava per la testa.
Da un piccolo taglio sulla mano destra, dovuto al freddo pungente, cominciò a colare sangue... così avvicinò la mano alla bocca leccandosi la ferita.
Era lì che nn aspettava nessuno, nn sapeva dove andare, nn sapeva cosa fare, chi chiamare, forse nn sapeva neanche a cosa pensare... aveva paura di pensare: di pensare a qualcosa che la potesse fare soffrire, di rimuginare su dettegli di avvenimenti che erano accad

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   3 commenti     di: Roberta Berardi


Pensieri

Erano circa le sette di una gelida serata di novembre. Ormai solo poche foglie popolaVano i nudi rami del ciliegio in giardino, mentre le altre, inermi, morte al suolo, aspettavano un rastrello arrugginito che le raccogliesse. Cadeva una fitta pioggerellina, che impregnava d'acqua un maglione di lana blu steso fuori ad asciugare. Dalla finestra un ragazzo, con occhi assenti osservava la scena, le mani in tasca e nelle orecchie una canzone che rievocava ricordi di momenti migliori. Voltatosi scese le scale, si diresse verso il tavolo e presa una sedia pieghevole arrivò alla stufa percorrendo l'intera zona giorno. Posizionata la sedia di fianco e messosi comodo godette dell'aria calda emanata. Con rapido sguardo individuò subito il telecomando della televisione e, premuto il bottone numero due, iniziò a guardare il meteo. Prevista pioggia per l'intero mese. In casa non c'era nessuno e niente da fare. Sal, così si chiamava, ormai vagava avanti e dietro per la casa da circa due ore, lo faceva da circa un mese, tormentato da pensieri che lo affliggievano, ormai non viveva più, la mattina aspettava la sera e a sera aspettava il giungere dell'alba. Pochi mesi prima aveva avuto l'occasione di andar via dalla sua città fonte del suo pensare, occasione che tuttavia aveva perso; la odiava con tutto il cuore, nella sua piccolezza, stupidità e bigottaggine. Tranne poche eccezioni, la gente era pessima, un alone di cattiveria lo circondava, ora mai non si sentiva più accettato da nessuno. Decise di uscire e di affrontare quel freddo anormale anche per il mese di novembre. Si cambiò. Jeans, maglia di pile, sciarpa di lana e giacca a vento. Abbassò le tapparelle, prese le chiavi e si incamminò nel buio. Fortunatamente l'autobus arrivò subito e dopo circa venti minuti era in centro. E adesso? Cosa fare? Nemmeno lui lo sapeva. A testa bassa iniziò a camminare fra la poca gente che si trovava assieme a lui. Tirava un forte vento e le gocce di pioggia, affilate come

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   9 commenti     di: Gerardo Masi


Mica sarà che ti amo...?

.. oggi è piovuto tutto il giorno. una pioggia di marzo, niente di che. sì, tirava un po' di vento.. qualche scroscio, due o tre tuoni.. qualche nuvola bassa, un po' nera.. un lampo.
niente di che.. è marzo. non è come in inverno, come dici tu.
.. come hai fatto a non sentire la primavera.. ad ogni costo? com'è che io, che sono una figlia.. del sole, proprio, che sogno l'estate tutto il tempo che non c'è, che aspetto l'estate come si può aspettare solo l'estate.. appunto.
io, che sono una funzione dell'estate.. ho sentito la presenza della primavera attraverso l'acquazzone, il vento, i due o tre tuoni e il lampo.. e tu, no?
.. io, non me ne sarei nemmeno accorta che pioveva. se mi avessi chiamato. come hai fatto a non chiamarmi.. solo perchè pioveva? come hai fatto?
ho voglia di litigare.. perchè?.. mica sarà che ti amo?



La stessa

Ci passavo davanti di ritorno dalla spiaggia.
L’obitorio dell’anima, pensavo, fra me e me, di quelli che se ne lavano le mani con l’acqua calda, fino agli sgoccioli. Come un fiume di indifferenza, lo spreco sociale. Ci passavo davanti e mi tornava su tutto. Quasi lo percepivo quel vento gelido del novembre scorso, quello fuori-porta-ospedale, quello dei 4 gradini e della serratura, quello del mio costante anticipo orario visite. Ti vedevo di nuovo in quel lettino bianco, a chiedermi se ricordavo le morbide giornate passate, e vedevo di nuovo gli occhi di quella ragazza che ti aveva chiesto chi ero, che nel caso avrebbe voluto essere lei nelle mie vesti, e vedevo la signora un po’ invadente dei biscotti e il tale delle gocce da mandare giù tutto d’un fiato. Come si fa col rum, come si fa con la vita.
Di colpo, una nuvola nera ad offuscarmi la vista. Non mi riprenderò mai, da quelle giornate senza speranza.
Oggi, di nuovo quelle stesse mura a stringerti forte. Ancora quella chiave alla serratura, ancora quell’aria a battermi i denti. Non sono più, eppure sono. Sono solo parole. Io, la stessa.

   4 commenti     di: robibreak.


Emozioni

Se un giorno dovessi chiedermi cos'è un'emozione ti direi, non è semplice descriverla.
Devi lasciare che il silenzio ti avvolga con senzazioni che portano luce laddove
alberga la notte. Ti parlerò dei momenti trascorsi in attesa di un sorriso, di uno
sguardo, di un bacio, di un ti amo. Un'emozione è quel caldo brivido che ti avvolge
ti scolvolge, è quel pensiero che ti culla prima di addormentarti è quel preciso attimo
che rivivresti mille volte. è quella piccola parte d'amore che ogni singolo attimo ti
regala, sono le emozioni, che la persona che ami può donarti, emozioni che sono come
acqua pura, che sono linfa vitale, che non si riescono a spiegare che rimangono tra le
pieghe del cuore, che non si dimenticano emozioni che rimangono in gola, emozioni che
hanno una sola cosa in comune e che sono uniche L'AMORE!

   2 commenti     di: alice righetti


Al mio tempio

Oggi il mio consunto spirito ristora fra ascose alpi eburnee scolpite in doriche e fiere colonne.
Prodigo per le forme più placide della sua coscienza e sacra dimora alle fiamme che lambiscono piedi ed ali quando spicca voli sommi verso eteree mete, verso l'unione di tutte le cose, verso l'unità e l'eterno impero universale di tutte le cose, meta invocata e mai raggiunta.
Ignei organi raffreddano ora lo spirito fuggendo i mezzi di ogni volo e corsa, pascendo su candelabri e bracieri, ed erigo a me il tempio più vasto che l'impero abbia mai veduto, il più divino ristoro dello spirito.
Immolo il solo presente alla terra, precipitato in pace dalle vette dello spirito, ora i frutti terreni maturano per contemplare la madre che dona vita per non spezzar se stessa. E anche il mio spirito è un frutto della natura, anche la vita matura le sue messi ed il suo nettare denso, ma chi inebria se non se stessa? chi berrà il succo divino se non la coscienza? essa riposa su calde braci contemplando ed odiando l'eterno circolo della vita, odiando ed amando la forma che sola diede la forza per amare ed odiare, fino alla più alta e divina unione che lo spirito possa mai toccare, dove l'amore l'odio incorona, dove Polemos l'amore sposa, dove lo spirito si fa sacro sacerdote del conflitto, dove unisce il tutto nell'uno più grande, la cerimonia che più ristora, qui, nel tempio più vasto dello spirito eretto da eburnee cime, qui nel tempio dove lo spirito mio si quieta brevemente, prima che l'acque d'Amelete smorzino i selvaggi fuochi indomiti.
Perché è nell'ozio della quiete, è dove più tramonta lo zelo dell'imbelle guerriero che lo spirito coglie per miti vie... l'assoluto.



La malattia invisibile

Non possiamo essere realmente artefici del nostro destino. Molte volte il caso distrugge piani ed obbiettivi, o in altri, aiuta . Anche questo c è nella storia di Ester e Muhamad. Lei sapeva di essere sua figlia ma lui non ne ebbe mai la certezza.
Ester viveva una vita normale, nell'Europa occidentale, studiava all'università , usciva con le amiche, aveva avuto storie d'amore ed un altrettanto amorevole madre. Ma ad Ester mancava qualcosa, la figura paterna quella a cui tanto sono le legate le figlie. Si sentiva in disagio vedendo i padri degli altri oppure due genitori assieme, la madre non volle risposarsi credendo di dare un dispiacere, ma quando non c è dialogo si finisce per illudere o deludere l'altro. Non lo fece mai presente alla madre pensando di farla soffrire, e ne la madre volle mai indurla a farlo. Un tempo l'ignoranza nelle zone più sottosviluppate, rendeva ingenue anche le giovani ragazze, fu così che la madre di Ester che vedendo un ragazzo muscoloso, grande, di un colorito mulatto, affascinante, non seppe resistere e cedette alle sue insistenti richieste pur non capendo bene cosa dicesse. Pur essendo rimasta sola, incinta senza veri punti di riferimento, non si pentì mai di quello che fece, il dolore e il dispiacere provato in quel momento le fu ricompensato con l'amore e le soddisfazioni che le diede in seguito la figlia. Ester era sempre stata una ragazza studiosa, brava, obbediente non diede mai problemi alla madre,- ma per questo volta-pensò -non farà nulla. Infatti aveva da tempo intenzione di fare presente al genitore il bisogno di trovare suo padre. Conoscere anche la parte maschile delle sue origini. Glielo disse un giorno in cucina, mentre stavano per pranzare assieme, la madre guardo un attimo il suo piatto mosse le labbra verso l'interno della bocca se fosse adirata, Ester per un attimo si pentì di averglielo chiesto, ma poi dopo la sollecitazione della figlia sorrise, rendendosi conto che questo momento sarebbe dovuto arrivar

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   2 commenti     di: antonio imbesi



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