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Racconti su sentimenti liberi

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PDL e Cesca oggi 1

È passato un po’ di tempo, e sono successe molte cose; in ordine più o meno cronologico, mi sono messo in pensione, approfittando di una “finestra” ministeriale, non è che prenda molti soldi, ma, con le lezioni private, la collaborazione come free lance ad un paio di riviste, e l’antico impegno di correttore di bozze, riesco a vivere con dignità.

Certo la scuola mi manca, nel bene e nel male, ha rappresentato circa 30 anni della mia vita, ma comunque, meglio così!

Alda, mia moglie, da circa un anno, in concomitanza della partenza di nostro figlio, si è ritirata in un centro di meditazione pseudo religioso, pseudo esoterico, e di fatto, seppur senza traumi evidenti, mi ha lasciato definitivamente!
Mi è costato un po’ di riflessione ma tutto sommato era inevitabile, il nostro amore non aveva più alcuna valenza, e lei ha così ritrovato una motivazione di vita, che da un canto è persino invidiabile, anche se, trattandosi di una “setta filo-religiosa” non è certo da me condivisibile!

Mio figlio, invece, come io sospettavo da sempre, ascoltando i suoi silenzi, guardando i suoi sogni trapelare dalle palpebre, ha maturato la decisione di aderire, come parasanitario volontario, a Medici Senza Frontiere, dopo un corso iniziale molto duro, a dire il vero, dopo un attento screening psicologico motivazionale, è stato accettato, e dopo pochi mesi ha avuto la sua prima “missione”; ora è in Africa, (il suo sogno fin da bambino) e di tanto in tanto riesce a mandarmi una mail, quando, per servizio, si trova in qualche centro servito da internet-point.
Sono infinitamente fiero di lui, ha portato avanti l’opera sociale lasciata incompiuta da me, suo padre, suo mentore, e, credo e spero, suo amico!

Certo il vivere soli ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi, ho per un po’ trascurato sia l’alimentazione che la cura della persona, e me ne sono accorto una mattina, che per la strada, sono stato fermato da una giovane donn

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   7 commenti     di: luigi deluca


Albe e tramonti

Amo le albe, come evento naturale e come metafora dell'inizio di una nuova vita. Ricordo un'alba particolare. Mi ero imbarcata a Venezia con due amiche. Destinazione: Grecia.
L'organizzazione che si era occupata del nostro viaggio ci aveva dato la classica bidonata. Ci aveva sistemato nella stiva della nave, in uno spazio promiscuo sotto grossi tubi dove scorreva l'acqua bollente delle caldaie. Era agosto e per noi, l'inferno. Dormimmo vestite, ma puntammo la sveglia per vedere il canale di Corinto aprirsi sull'Egeo. Ci svegliammo alle tre antimeridiane. Stavamo attraversando il lungo "tunnel" che metteva un po' d'angoscia per gli alti muri illuminati da radi lampioni dai quali si diffondeva una antipatica luce gialla. Ma verso le cinque il canale si aprì su un mare cilestrino, calmissimo sotto un cielo terso dove ancora brillava una stella e già si scorgevano i primi bagliori del sole che creavano sul mare giochi di argentee luci. Ci invase uno stupore magico ed una pace profonda che scaturiva dall'armonia del paesaggio. Eravamo soltanto noi tre a prua della nave e ci sembrò che la Grecia ci avesse preparato un saluto particolare.
L'alba metaforica l'ho vissuta quando è nato il mio primo nipotino. L'alba era passata da poco ed io, che mi avviavo al mio tramonto, benedissi la vita che mi regalava un'alba nuova e viva.
I tramonti ho imparato ad amarli sul mare Tirreno, in un paese vicino a Roma dove trascorrevo estate felici, ospite della nonna materna ed in compagnia di un cugino mio coetaneo che amavo come un fratello. Godevamo di una notevole libertà che ci permetteva di restare al mare fino al tramonto. Quando il sole stava per immergersi nel mare, interrompevamo i nostri giochi e fissavamo il giallo disco che non disturbava più i nostri occhi e seguivamo la sua discesa fino a che l'ultimo spicchio scompariva dietro la linea dell'orizzonte. Lo spettacolo era sempre diverso. A volte il sole viaggiava nel cielo sereno, altre volte, nel suo andare, incontra

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mi chiamo Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe, ho 99 anni, essendo nato nel 1907 tra poco arriverò al secolo, ultimo traguardo che mi resta nella vita. Dove mi trovo? Boh, non ricordo, ricordo solo di essere stato per la strada, ad aspettare un’ambulanza che mi portasse soccorso; oddio, non che stessi poi così male, anzi… io mi sentivo benone, solo che anni fa mi hanno impiantato un catetere, non mi ricordo più per quale motivo, ma alla mia età perdonerete se non ho la mente lucidissima nei ricordi. So soltanto che ogni tanto devo farmi portare in ospedale per sbloccare non so neanche io quale valvolina. Tutto è cominciato quella volta che Teresa non è potuta venire a cambiare e pulire l’impianto (io ormai il catetere lo chiamo familiarmente “l’impianto”) per un impegno preso in precedenza. Chi è Teresa? Ma lo sanno tutti, è la dottoressa, infermiera, governante, assistente sociale, amica, psicologa di tutti noi vecchi in questa piccolissima frazione di questo piccolissimo paese, non ha mai studiato, ma se c’è bisogno sicuramente chiamiamo lei piuttosto che qualche “scienziato” che ci ruba la pensione solo perché riesce a mettere in fila tutti quei minacciosi paroloni. Insomma, stavo già perdendo il filo, tutto è iniziato quel giorno che lei non è potuta venire, le dissi “fa niente, verrai domani” e la notte mi svegliai con l’impianto bloccato e una forte necessità di urinare. Fu allora che mi ricordai di quel biglietto che la Terre mi aveva messo sulla credenza, con tutti i numeri da chiamare se avessi avuto bisogno d’aiuto, guardai bene e vidi che in caso di malori o infortuni bisognava comporre il 118 sul telefono, esitai un attimo prima di chiamare, io non ero infortunato e se si toglie il male alla vescica non avevo malori, ma sul biglietto ci stava scritto chiamata gratuita, quindi, che mi costava? Chiamai e mi rispose una donna che con molta gentilezza mi chiese un sacco di cose, anche personali, finché mi disse che avrebbe mandato una squad

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   17 commenti     di: marco moretti


Giulio e Saverio: o delle convergenze parallele

Saverio.
La lettera tanto attesa era arrivata.
Il mittente era scritto in rosso in alto a destra. Centro di studi Genetici. Via Dalmazio Birago 20, 73100 Lecce.
Saverio respirò profondamente e si appoggio sullo schienale della poltrona in pelle, nell'ufficio della Grandi Lavori Spa a Milano. Erano state tre settimane d'inferno, ma ora tutto si sarebbe chiuso. Avrebbe saputo la verità.
Per l'ennesima volta rivisse quella scena.
Stazione Porta Genova. Fermata della linea 2 del tram.
Una signora anziana sulla settantina vestita in modo elegante con una aria dolce ma decisa gli mise una mano sul braccio.
"Lei deve essere il figlio di Giulio Casavola. Io ho conosciuto suo padre".
Lo aveva fissato da quando era salito sul tram. Ed era scesa con lui.
"Guardi, si sbaglia. Io mi chiamo Saverio De Simone e il signor Casavola non so chi sia".
"È di Lecce, non è vero? Lei è tale a quale a lui, una goccia d'acqua.".
"È vero io sono nato a Lecce, ma mio padre si chiamava Luigi".
"Lei gli rassomiglia veramente tanto. Giulio è stato un amico di mio marito e per un certo tempo anche un mio caro amico. Se viene a casa mia le faccio vedere delle foto di quando aveva quarant'anni. Sembrano foto sue, a parte l'abbigliamento."
Dalla busta della spesa, prese lo scontrino, dalla borsa una penna; scrisse sul retro un numero di telefono e glielo porse.
"Mi chiami, così viene a casa mia e sarà d'accordo con me".
Arrivò il suo bus e fece per salire, ma prima lo salutò.
"L'aspetto, allora.".
Lesse la perplessità e lo smarrimento sul suo viso.
"Tu sei il figlio di Giulio, un uomo eccezionale". E, passata al tu, scomparve dietro le portiere dell'autobus.
Confuso, turbato, con il foglietto che gli bruciava in mano s'incamminò verso casa. Al primo cestino lo buttò via.
A casa fra i ragazzi, la cena e la partita di Champions non ci aveva pensato più. Ma una volta a letto, tutto gli ritornò in mente. Non ne aveva parlato con sua moglie. I rapporti fra le

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   1 commenti     di: luigi bosco


Perchè educhiamo?

Perché educhiamo? Il dizionario Devoto-Oli così definisce il verbo educare: "Portare a un livello di maturità sul piano intellettuale e morale". La radice etimologica del termine educare è il verbo educo che significa traggo da, faccio emergere. Dunque educare significa portare a maturità facendo emergere e crescere le capacità e le potenzialità di chi vogliamo educare.

È un'operazione maieutica, non impositiva. Se vogliamo inculcare idee e principi nostri senza metterci in una posizione di reciprocità (chi educa si educa anche attraverso il rapporto con l'educando) non educhiamo ma dominiamo."Fare emergere le capacità e le potenzialità di chi vogliamo educare" E qui si pone subito un problema. Se chi educa tiene conto solo di alcune o anche molte potenzialità ma non di tutte, rischia di non vedere preziose risorse nascoste e di emarginare o giudicare negativamente chi ha potenzialità che l'educatore non ha visto. E così si perdono tanti bambini e ragazzi che finiscono col perdere l'autostima. Don Milani l'aveva capito molto bene quando fu mandato, per punizione non meritata, a Barbiana, un un paesino sperduto tra i monti del Mugello. Vi trovò un pugno di ragazzini, figli di contadini, scartati dalla scuola di Vicchio. E così fondò lui una scuola, a tempo pieno, dalla mattina alla sera e senza vacanze. Il suo metodo era dialogico, il lavoro scolastico era collaborativo, "comunitario". I ragazzi scrivevano un testo e poi tutti insieme lo correggevano, lo ampliavano o tagliavano le parti inutili e alla fine decidevano quale fosse la stesura migliore. Nacque così anche la famosa "Lettera a una professoressa", una forte denuncia della scuola selettiva ed antidemocratica. Un altro elemento importante dell'insegnamento di don Milani è l'individualizzazione nel senso che dicevo prima. Un insegnamento individualizzato non vuol dire individualistico. Niente è più lontano dall'orizzonte pedagogico di don Milani dell'individualismo. E'

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LA DIFFERENZA TRA MASCHI E FEMMINE

"Che te ne fai di una donna che è sempre presente, lì sempre a cercarti? Che pende dalle tue labbra e che, anche quando spari un sacco di cavolate, ti guarda amaliata come se le avessi detto chissà cosa! Di una sempre pronta a prendersi cura di te, quando sembra che stai male, o triste, e invece sei solo stanco e hai voglia di stare in pace, come si fa a stare accanto a una donna che ti dice, ogni due secondi, c'è-qualcosa-che-non-va? La monotonia uccide la coppia..." Tutto d'un fiato. Hai sparato le parole a raffica, peggio di una mitragliatrice. L'orecchio è ancora incollato alla cornetta del telefono e il tuo silenzio è diventato un ronzio che fa male. Che te ne fai di una donna che ti vuole veramente e che per te darebbe la vita? Niente, è quello che hai appena detto tu. Fortuna che non ho avuto il coraggio di dichiararmi...
Solo pochi minuti prima di chiamarti, ho pensato : o adesso o mai più.
L'amicizia dura ormai da 3 anni : la nostra confidenza è tale che ognuno sa tutto dell'altro, o quasi. C'è feeling. C'è passione, idee in comune. Mancava solo l'amore... che non è tardato a venire, almeno da parte mia, quasi da subito. Ma 3 anni non sono bastati per aprirti il mio cuore, 3 anni - a volte - sono troppo pochi per sapere come e quando e a chi dire < ti amo >.
"Oh! Ci sei?" Mi riprende la tua voce.
"Sì-sì", catatonica, forse troppo. E di nuovo silenzio.
E allora tu fai : "A che cosa pensi?"
E, ti giuro, non so che dire : le idee si sono mischiate una sopra l'altra, la confusione che ho in testa non mi permette di accedere a nessuno dei miei pensieri. E allora tento : " Lo sai che cosa risponderebbe un maschio a questo tipo di domanda?"
"A niente", dici tu, prima di scoppiare a ridere. Rido con te, ma a fatica.
"Già. È proprio così anche per me, in questo momento." E poi non fiato più. Non un respiro. Sento persino la mia assenza, la voglia di non esserci, non lì, non al telefono con te, non a sentirti dire

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   15 commenti     di: Argeta Brozi


Un giorno lontano

L'altro giorno ero sull'autubus e vedo una signora, in verità era più una vecchietta curva e stanca dalla vita.
Per qualche strana ragione mi fermai ad osservarla, quello che mi colpì fu che stava sorridendo.
Camminava tranquillamente, si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni per andare da qualche parte, ma aveva un sorriso contento sul viso. Era come se non gli importasse nulla di avere 80 anni o giù di li, come se non gli importasse sapere che forse tra non molto non avrebbe mai più visto i suoi figli o i suoi cari.
Mentre l'autubus ripartiva e quella figura si allontanava, mi chiesi: "riuscirò anche io, un giorno lontano, a finire così?"




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