Ciao, nonno. Ti ricordi di me? Lo spero tanto.
Sai, a me capita spesso di pensarti. Vedo ogni giorno i sedili della mia auto imbrattati dai tuoi pensieri bianchi e vischiosi. E dire che io ci ho provato a pulirli, lo giuro davanti al tuo miserabile dio. Ho finito col consumare intere fabbriche di vetro nel tentativo di cancellare il passaggio della tua lobotomia per niente frenata da candele in lattice.
Quando cammino mi fanno male le ginocchia. I jeans scivolano sulle cicatrici che mi sono rimaste da quella volta che mi volevi insegnare ad andare in bicicletta e io sono caduto. Un rullo compressore da venti tonnellate mi è passato sopra e io sono morto. Non è mica fico come dicono quei cantanti con la faccia pitturata e tutta quella roba appuntita addosso. Ma che ne sanno, loro.
Ma io provo ancora a volerti bene. Ho preso i tuoi documenti, stamattina. Sai, quelli in cui hai la faccia giovane e nemmeno un'arteria occlusa. Ho preso una penna color incubo e ti ho truccato come Eric Draven. Solo che la tua foto si è incazzata un casino. Mi ha mangiato la penna e io adesso non so più come fissare le date sull'elenco telefonico.
Adamo non nacque in tempo per venire al tuo funerale. La bara era vuota, tu sorseggiavi succo d'ananas in un bar lontano dal fiore di loto mentre Caronte a quadretti ti traghettava verso una riva che non hai mai voluto raggiungere.
Quella vecchia bicicletta è ancora in garage, sepolta da qualche parte sotto lucciole e gufi. Di notte la sento gridare, ma io stringo forte il mio carro Katjusha e aspetto l'alba senza piangere. È stato Satana a insegnarmi a guidare la Katjusha. Lo ricordo ancora con un Arbre Magique appeso al collo e una rosa tra i capelli. Mi sono beccato anche 30 euro di multa per non aver investito una comitiva di turisti marziani in visita al ricordo quando presi posto dietro alla cloche per la prima volta.
A volte mi sento strano. Le lapidi lanciano le liane dai polsi, ma io sono diventato bravo a schivar
Ricordava ancora quel giorno d'estate, erano saliti su un monte si tenevano la mano, d'intorno la radura era accesa di luce, un venticello leggero soffiava tra le fronde degli alberi, ogni cosa intrisa di magia parlava, il vento soffiava parole dolci d'amore e una melodia leggera come il suono di una musica accompagnava i suoi pensieri.
Lo aveva guardato negli occhi...
Oscar aveva occhi scuri e profondi, espressivi e ridenti. Il sole gli accarezzava dolcemente il viso velando emozioni e sentimenti, sentiva che niente li avrebbe allontanati, ed una leggera sensazione di calore le invadeva l'anima.
Stesi sul prato soffice guardavano il cielo attraversato da banchi di nuvole bianche ed ovattate. D'improvviso uscì una lacrima, Oscar la raccolse con delicatezza, poi le sorrise si guardarono di nuovo, occhi come specchi a scrutarsi l'anima si strinsero e iniziarono a ridere a crepapelle senza motivo come due ragazzini, anche se adesso non lo erano più.
Forse erano ridicoli, forse il tempo si era fermato così in quel momento soltanto per loro, sembrava che la natura, il mondo l'universo cospirassero contro il tutto per farlo durare in eterno.
Ogni cosa si era fermata e quell' attimo sarebbe durato per sempre, immobile nel ricordo come imprigionato.
Un momento galeotto bagnato da una lacrima arrestato da un sorriso nel cuore che cominciava indissolubilmente a battere come il rumore delle lancette di un orologio, poi una nuvola annebbiò il cielo, lo sguardo, la radura e provocò un fremito, fu in quel momento che Oscar la baciò con passione, un bacio lungo, intenso e in quell'abbraccio ritrovò l'uomo di un tempo, il ragazzino che aveva conosciuto a scuola, il loro amore immutato, rinnovato come i loro corpi segnati dagli anni, le rughe incise sui volti facevano presagire che non erano più a scuola, che erano "grandi" ma forse solo adesso stavano vivendo.
"Con gli occhi dell' esperienza si impara a vivere"-le diceva suo padre
Mi era impossibile stare lontano dall’acquedotto. Dal basso mi pareva tanto imponente, altezzoso tra le decine di costruzioni così quadrate o rettangolari e con lo stesso tetto a triangolo. La sua cilindrica figura emergeva su ogni altra offrendo al mondo l’immagine perfetta del “diverso”; tale e quale a come mi sentivo io: difforme, scartato da tutti per via della mia piccola statura e del corpo troppo … come dire … traboccante. Sembrava che il mio nome l’avessero tutti dimenticato e quella parola, “ciccione”, mi rimbombava dentro come un pugno indaffarato a rompermi l’anima. Avevo desiderato un amico con tutte le mie forze, mio Dio quanto l’avevo cercato! Qualcuno che mi stesse vicino, semplicemente accanto affinché il mio sguardo potesse riempirsi di un’immagine sorridente, colorata … certa, invece, i miei occhi rimanevano vuoti del posto disponibile accanto a me. Un amico ti regala pura compagnia e solo ad averlo vicino ti fa sentire importante, così quel verde intenso che all’inizio dava luce ai miei occhi, piano, piano si sbiadiva della mia delusione finché scomparve completamente quando, mi resi conto che un amico non è in vendita, te lo devi conquistare ed io ero ben lontano da qualunque competizione; ero un “fuori gara”, non avevo titoli, ero meno che una nullità e un niente… alla fine dovetti arrendermi. Era una partita troppo dura per me, ogni volta ne venivo fuori esausto, frustato, come m’avessero riempito di botte; pugni andati così a segno che sembrava dilatassero ancor di più il mio stomaco già ingrandito.
Fu proprio dopo uno di questi crolli che mi ritrovai abbattuto, sfinito, disilluso, un piede seguiva l’altro senza meta poiché mi pareva che nulla fosse apprezzabile e, nel grigiore di quella giornata, tutto il mio essere, per caso o per vento, si forse per il vento che mi aveva spinto verso quella direzione, mi ritrovai sdraiato su una panchina rossa. L’unica panchina rossa, sotto l’unica
Sabato, di metà novembre. Il sole incendia le foglie aranciate della Lagestroemia, e scioglie il mio mal di schiena, miscelandolo, da sapiente alchimista, con il mio mal di vivere. Un merlo redivivo zampetta tra le foglie ormai scarnificate del Rafano e sbeffeggia la mia pigrizia.
Vorrei adesso trovarmi sull’Appennino, nei boschi che i lupi hanno riconquistato e impastarmi di odori di humus, di funghi, di foglie marcescenti. Ma l’Appennino è lontano, nello spazio e nel tempo.
Mi consolo con l’autunnale sapore del vino novello, profumato ma ancora acerbo, una promessa d’inverno con tanta nostalgia dell’estate, una sfumatura viola che accompagna il desiderio di focolare, di calore del fuoco di legna buona.
Un’impensabile farfalla si posa sul ferro della cancellata a riscaldare l’iride delle sue ali e mi spalanca dinnanzi implacabili album di vecchie foto: estati antiche, di un giallo ambrato, di vesti larghe di cotone, sul corpo magro di mia madre. Profumi intensi, che non sento più, che non ho più sentito. Voci appena accennate, ma non sussurrate, forse soltanto lontane, che cercano qualcuno, che pronunciamo nomi che avevo dimenticato.
Si insinua un’ansiosa nostalgia e allora mi muovo, cauto, verso il pozzo rivestito di marmo e di cotto. L’occhio corre, oltre il pozzo, al verde marcio della Magnolia e l’orecchio lì si perde, per un attimo, nello sfrigolio cartaceo delle sue foglie.
Vado oltre e ti vedo là, dove sei stato per decenni. All’inizio non mi stupisco, la tua scheletrica figura non allarma la memoria della mia retina: semplicemente è come se tu fossi ancora lì, da sempre e per sempre.
Poi realizzo il presente e mi giro di scatto. Dov’era il tuo tronco l’erba è più verde che tutto attorno. Non ci sei. Non ci sei più da almeno trent’anni. Mio padre ti fece abbattere, per pietà. Il tuo corpo era oramai straziato da fessure in cui persino la resina sembrava fossile. Funghi cresciuti su di te erano diventati piccoli o
Un omaggio a una persona conosciuta quasi per caso, una storia tra realtà e fantasia, raccontata a occhi chiusi, mai terminata, una birra ogni tanto, quel tavolino rimasto vuoto … forse non c’era un finale, o forse il finale voleva lo scrivessi io. Riposa in pace, ora.
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L’entrata era rimasta tale e quale, buia e poco accogliente, così come il corridoio, un lungo budello, con ai lati una fila interminabile di macchinette mangiasoldi, un salone enorme, tanto da far apparire minuscolo un bancone di almeno nove metri, che divideva lo spazio riservato ai biliardi dal resto del locale. Una via di mezzo tra un circolo, una sala biliardi e un centro sociale anziani. Erano dieci anni che non ci mettevo piede, l’ultima volta era stato in occasione dei campionati regionali di goriziana, una manifestazione minore, arricchita da alcune esibizioni, promosse dalla Fibis nell’ambito di un progetto finanziato dal Coni. La chicca: la sfida tra Rosanna e Marcello Lotti, una leggenda del biliardo, soprattutto nella specialità dei cinque birilli, la mia specialità.
Ricordo tutto nei minimi dettagli, la tribuna costruita per l’occasione, strapiena di appassionati attratti dai nomi in programma, la frenesia degli organizzatori, la camicia bianca prestatami da un amico perché avevo smarrito la valigia, il fiammante scudetto tricolore, la convocazione per i campionati mondiali in Argentina; sognavo ad occhi aperti: fate largo arriva il campione e …. e lei, dietro al banco, bellissima, capelli neri, occhi verdi, un corpo da paura, un culo da leggenda, una meraviglia della natura ….
“Ciao, come stai?” Era girata di spalle, riconobbe la voce, ma a parte un leggero irrigidimento del collo, restò immobile, forse per prendere tempo, per decidere cosa fare: “Sono tentata di risponderti che non sono affari tuoi, ma … sto bene, anche se questo è un incontro che avrei evitato volentieri.”
Certo dieci a
Abbiamo passeggiato lungo un mare finito sulle coste africane con degli africani gialli. Abbiamo camminato lungo tutta la Muraglia cinese con delle cinesine grasse. Abbiamo camminato controvento a Trieste. Abbiamo mangiato un gelato al Polo Nord perché sentivamo caldo. Siamo scivolati coi tacchi sulle montagne rocciose. Abbiamo saltellato con gli occhi chiusi nel Gran Canyon. Abbiamo attraversato la strada a Tokyo col semaforo verde per le macchine. Abbiamo fatto l'amore all'aperto a Islamabad. Abbiamo cercato e poi trovato la lampada di Aladino per regalarla ad un senzatetto di Mosca. Abbiamo recitato l'Ave Maria in una Moschea. Abbiamo detto che tutto poteva essere, che tutto poteva esistere, che tutto poteva succedere, mentre eravamo in catene in un carcere in Turchia. Abbiamo concluso che ci piace di più la rivoluzione Tolemaica. Ci siamo affacciate dal finestrino di un aereo. Abbiamo detto alle nostre madri che le amiamo ma che non vorremmo mai essere come loro vorrebbero che noi fossimo, perché non saremmo mai noi e ciò che vorremmo essere. Abbiamo gettato oggetti dal finestrino. Abbiamo disegnato i baffi alla Gioconda. Abbiamo detto al presidente che è un coglione. Abbiamo detto che la vera fuga dei cervelli non è all'estero, ma nelle fabbriche. Abbiamo pensato che siamo tutti egoisti. Abbiamo visto nullatenenti avere le tasche piene. Abbiamo visto gente ricca lamentarsi di non avere nulla. Abbiamo visto gente in salute lamentarsi per un mal di testa. Abbiamo visto gente senza gambe giocare a hokey sul ghiaccio. Abbiamo visto gente povera sorridere perché non conoscevano l'alternativa. Abbiamo visto gente povera piangere perché conoscevano l'alternativa. Abbiamo visto gente che parlava di amore e speranza mentre l'auto blu l'aspettava fuori il Grand Hotel. Ci siamo abbracciati forte in un vortice fortissimo senza che Dante ci degnasse di uno sguardo. Ci siamo detti addio per vedere cosa si provava senza lasciarci mai. Ci siamo guardati per undici or
[continua a leggere...]La sveglia suona, sono le 6:50;voglia di alzarsi zero, pensieri a non finire, desiderio di calore infinito. Mi alzo dal letto, percorro il breve corridoio fino ad arrivare in cucina dove prendo un bicchiere d'acqua fresca, frizzante! Ritorno di là, vado in bagno, una doccia veloce, capelli appena asciugati, mi rado velocemente. Qualche taglietto, si sa ho poca pazienza. Mi lavo i denti e ritorno in camera;jeans e una maglietta abbastanza elegante, senza però niente di impegnativo! Sono le 7 e 35, il tempo passa velocemente quando sei impegnato in qualcosa! Mi dirigo in macchina al solito bar dove col mio amico Maurizio mi trovo sempre. Sono le 7 e 45 e ancora non c'è, lo chiamo;
Io: "Ehi Maurì sono Riccardo, dove sei?"
Maurizio: "Ehi Rì, sono quasi arrivato, sono al semaforo di fronte."
Io: "Ok, ti aspetto dai! Che dobbiamo andare a lavoro."
Maurizio: "Sì a dopo, scusa il ritardo."
Eccolo arrivare, ci diamo un cinque e una pacca amichevole!
Io:Due cornetti al cioccolato e due caffè, il solito insomma."
Barista"Certo!"
Un sorriso tra noi due, oramai è una routine.
Io: "Com'è andata ieri con quella ragazza?!"
Maurizio: "Bene molto bene, domani andiamo al cinema insieme."
Io"Wow, inizia ad essere una cosa seria, sono contento per te!"
Maurizio: "Sì, lo è. Grazie amico."
Finita la colazione ci dirigiamo insieme al lavoro dove siamo pronti per lavorare.
Maurizio, questo mio caro amico, scrive articoli sportivi.
Oggi sarà occupato per il pre-partita di Parma-Lazio si stasera, la vedremo da lui.
Arrivati al lavoro andiamo entrambi nel nostro piccolo ufficio;sono le 8 e 15. Puntualissimi!
Cerco ulteriori notizie sull'articolo che entro le 12:30 devo stampare e consegnare al mio capo, il signor Di Cesare, un uomo di appena cinquanta anni, capelli brizzolati, un fisico asciutto. Un uomo per bene, molto serio ed impegnato tutto il giorno!
Intanto Maurizio con molta facilità ha già scritto le due formazioni delle squadre e viene subito da me en
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