PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti su sentimenti liberi

Pagine: 1234... ultimatutte

Una tartaruga sul parquet

Erano le nove di sera, sera d’inverno dal freddo pungente. Malinconica periferia di una malinconica cittadina dei gloriosi Statiunitid’america. 2000 anni prima il Cristo s’era arreso su una croce. 800 anni prima uomini valorosi s’erano coperti di gloria in Terra Santa. 30 anni prima qualcuno aveva scattato fotografie sulla luna. Questo era il passato, e non aveva poi molta importanza. Quello che mi importava era il presente. In quel preciso momento, durante l’inarrestabile trascorrere dei secondi, avevo nell’ordine freddo-fame-sonno e sete. In tasca 12 dollari e 47 cents. C’era al mondo chi aveva di meno, ma questo non bastava a rincuorarmi. C’era anche chi aveva giacche di pelliccia e bottiglie di whiskey da 20 dollari e buoni pasto e letti rifatti a puntino e pantofole imbottite e auto col riscaldamento centralizzato e frigoriferi simili a piccoli supermercati ben forniti. Erano uomini vicini alla linea della felicità, o se non altro parecchio distanti da quella della miseria. Uomini che andavano in giro a testa alta, senza che la strada ridesse di loro, senza che la terra avesse la certezza di ricoprirli da un momento all’altro. Forse nessuno di loro avrebbe vinto il concorso di Mister Muscolo o un viaggio alle Hawaii, nessuno sarebbe diventato presidente degli States o premio nobel per la letteratura. Nessuno avrebbe vinto tre SuperBowl. Forse molti di loro avevano dentro vuoti abissali. Ma fuori erano pieni, pieni di oggetti e cose che migliorano la vita. L’inghippo era quello. Camminavano per la strada, tutti (o quasi) avevano due gambe due braccia una testa due occhi e due orecchie. A me sembravano diversi. Altra specie, altra razza. Altri animali, tutto lì. Avevano le loro tane per combattere la notte, e non era poco. Camminavo senza sapere dove andare. Gesù, un’altra notte al freddo, caffè e biscotti sullo stomaco. Il mattino dopo avrei sorriso al sole, 12 ore di tregua prima di una nuova battaglia. Fino a quando? Camminavo, stanco

[continua a leggere...]



-Quarta parte-Una semplice vita

Di-di-di-di... La sveglia suona, mi squilla anche il cellulare. Mi alzo tutto stordito, assonnato;la palestra ieri mi ha distrutto!
Io: "Pronto chi è?"
Maurizio: "Rìc, sono Maurizio;vedi che mi sono preso qualche giorno libero quindi non troviamoci al bar."
Io: "Ah va bene, hai fatto bene ad avvisarmi;stasera ti chiamo che devo parlarti."
Maurizio: "Certo quando vuoi, a presto!"
Mi preparo velocemente un caffè, ho un forte mal di testa.
Mi dirigo poi subito al lavoro, oggi fa freddo, stanotte sembra aver piovuto, meglio che mi copra il più possibile!
8:10, sono al lavoro con cinque minuti d'anticipo. Vado da Silvia, una mia grande amica e collega.
Io: "Ciao Silvia, come stai?"
Silvia: "Ciao carissimo!" Ci abbracciamo. "Tutto bene e tu?"
Io: "Me la cavo dai, stasera sono pieno di impegni."
Silvia: "Capisco capisco, ti vedo in ottima forma."
Io: "Sì, vado quasi ogni sera in palestra;oggi però dovrei uscire con una ragazza."
Silvia: "Ah che bello! Poi me la presenti."
Io: "Certo, ora vado, mi tocca lavorare, ciao." Ci scambiamo un sorriso e si inizia.
Mi dirigo nell'ufficio e medito su cosa fare;sto per spegnere il cellulare ma prima mando un messaggio alla bellissima regina dei miei pensieri, Elisa.
"Ciao bella, come stai? Spero tu abbia dormito bene. Mi chiedevo, oggi per le 20:30 sei libera? Potremmo andare al cinema se ti và. Fammi sapere, ti abbraccio".
Spengo il cellulare e mi metto al lavoro!
Il mio articolo oggi è molto semplice e poco impengativo, scrivere del concerto che avverrà tra qualche settimana quì in città;arriverà Biagio Antonacci. Devo scrivere di quanti biglietti sono venduti e quanti ancora da vendere..
Per le 11:00 circa ho già finito il mio articolo, che oggi pomeriggio avrò occasione di correggere. Rileggo e aggiusto qualche rigo, prendo qualche informazione in più fino a quando, arrivate le 12:15, vado via.
"Oggi alle 16:00 sarò di nuovo quì." dico al mio capo!
Scappo verso la macchina impaziente di andare

[continua a leggere...]



Neve segreta prima parte

Prologo
Proprio prima della fine della curva, tra due palazzi con l'intonaco cadente e le scale che salgono al lato, c'è la nostra casa.
Guardare quel cartello giallo con scritto vendesi tra le sbarre del cancello mi fa un po' male. Eppure ormai è una liberazione.
La nostra casa è un bel villino degli anni venti, di quelli con un grande giardino intorno, le ringhiere di ferro battuto e le persiane di legno dipinte di verde.
Io ero nata lì.
Mamma ci viveva da una vita, appena sposata con papà, con zia Nives, la loro piccola bambina ( che sarei io) e Pepe.
Pepe veramente era mio, cioè io non pensavo che appartenesse alla famiglia, perché era il mio cane. Me lo aveva regalato zia Nives quando avevo sei anni.
Quando arrivò a casa dentro una scatola di cartone era piccolo come un topino.
Mamma non voleva che entrasse in casa. Pepe però faceva di tutto per disobbedire a quella regola. Un piccolo canuccio nero e riccio che male fa in una grande casa? A volte mamma neanche se ne accorgeva.
Io certe volte di notte scendevo scalza in cucina e aprivo la finestra per farlo entrare. Era un'operazione molto pericolosa perché la persiana di sinistra si era un po' gonfiata con l'umidità e non accostava bene. Per questo faceva un rumore tipico quando si apriva e si chiudeva. Io lo ricordo ancora quel rumore. Sembrava come la voce di un bambino che fa i capricci o il lamento di una gatta in calore. Comunque un rumore quasi vivente. Lo sentivo dalla mia stanza, proprio sopra la cucina quando papà si alzava presto e preparava il caffé. O la notte quando litigava con mamma e scendeva a fumare. Facevano di tutto per non farsi accorgere di discutere ma io sentivo il rumore della persiana e capivo che papà fumava. E poi la mattina trovavo la cenere del sigaro vicino al mandorlo, di fronte la cucina, e capivo lo stesso.
Per non far sentire quel rumore, bisognava aprire prima la persiana di destra e poi sollevare leggermente verso l'alto la persiana di sinistra. Solo

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Giacomo D'Alia


Una partita astrale

Mancavano pochi minuti al tramonto e i colori del pomeriggio sfumavano seriosi in quelli della sera. "Sono stanco - esclamò il sole - ho deciso di prendermi qualche giorno di ferie". "Ma davvero?" Rispose meravigliata la luna. "Esiste da qualche parte un altro sole che possa prendere il tuo posto?" "No - rispose il sole - ma la mia amica Grande Nuvola Grigia starà al mio posto fino a quando mi sarò riposato".
"Che peccato!" Rispose la luna. "Proprio domani ci sarà un grande incontro di calcio. Sai, nel quartiere povero della città bambini italiani assieme ad extracomunitari di colore e musulmani giunti dalle terre d'Oriente hanno organizzato una partita. Solo i bambini possono riuscire in queste cose. I grandi non l'avrebbero neppure saputa pensare".

"Ma io non posso badare mica alle partite di calcio di tutti i bambini della terra... e poi sono stanco!" Replicò il sole.

"Questa partita è davvero speciale - riprese la luna - perché per la prima volta hanno deciso di passare la giornata assieme un gruppo di bambini che le geografie e le politiche del mondo hanno sempre schierato in contrapposizione."

"Io non me ne intendo di politica, né la geografia è stato mai il mio punto di forza e poi ho deciso di riposarmi per qualche giorno. Ciao sorella luna".

"Pazienza - replicò la luna - ma un'occasione così non deve essere perduta. Parlerò a Grande Nuvola Grigia sperando che almeno lei comprenda".

Grande Nuvola Grigia ascoltò le parole della luna e le garantì che avrebbe fatto il possibile per trattenersi. Ma il mattino seguente Grande Nuvola Grigia era diventata grassoccia e paonazza e, non avvezza a trattenere tutta quella massa d'acqua, scoppiò in un pianto dirotto ed allagò tutto il campo di gioco. I bambini con grande eccitazione s'erano recati al campo, ma ben presto la delusione si materializzò sul volto di tutti data l'impossibilità di disputare quella partita. Il sole, che il giorno prima era sembrato determinato nelle sue d

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Nicola Colabufo


Pelle

Nel buio delle palpebre chiuse le labbra si trovarono senza intoppi, come se sapessero perfettamente le loro posizioni, come se appartenessero allo stesso corpo.
Il bacio tanto atteso, dapprima dolce e affettuoso, diventò invadente, aggressivo, fino a richiamare le mani nei capelli, sulla nuca, fino a chiedere al corpo di collaborare spingendosi contro l'altro, fino a chiedere al diaframma di lavorare con più frequenza, aumentando respiri e battiti.
Raggiunse l'apice, poi, lentamente, si calmò; le labbra umide, morbide e rosse si staccarono gentilmente, restando socchiuse.
Gli occhi di lei si aprirono dolcemente a scrutare il viso giovane di lui, i suoi lineamenti regolari distesi nell'espressione di estasi che solo un bacio come quello può dare, le labbra definite dischiuse a lasciar passare un sospiro forse troppo rumoroso.
Labbra così desiderabili...
Spalancò gli occhi, senza preavviso, e come avvertendo il fuoco di lei, li fissò nei suoi, trasmettendole con quello sguardo color del muschio tutto il suo desiderio.
Lei trattenne il respiro, il cuore perse un battito mentre fissava i suoi occhi, incapace di pensare.
Bastò un attimo, le labbra si trovarono di nuovo, subito aggressive, affamate, mordevano e volevano essere morse.

   5 commenti     di: Erica C.


L'incubo di jenny

Inorridì, e sul suo volto il tempo sembrava fosse passato due volte per imprimere meglio i segni e il dolore.
La porta si spalancò nel buio, un boato. Il grido le rimase dentro al petto strozzato dalle mani del silenzio di quella notte che non voleva essere disturbata.
La pioggia aveva smesso di battere sulle finestre, le ultime gocce scivolavano tremando sui vetri gelidi e appannati, andavano di fretta perché non volevano partecipare allo scempio che stava per avvenire. Dalla porta avanzò un'ombra nera, e gli stivali di gomma scura che entrarono fecero vibrare le vecchie tavole di legno tarlato che costituivano il lurido pavimento di quella catapecchia dimenticata dal mondo.
Lei rimase immobile, il petto si alzava e abbassava ad un ritmo estenuante, i capillari degli occhi le si erano infiammati di rabbia e delle fiamme gelide le scorrevano nelle vene e nelle arterie impedendole di compiere qualunque gesto.
L'ombra nera fece un altro tuonante passo, non si vedeva nulla di lei, stagliata contro lo sfondo scuro delle montagne solitarie si mescolava all'orgoglioso governo delle tenebre.
- Jenny... piccola Jenny - la voce falsamente dolce accarezzò con una frusta la pelle della ragazza che adesso si era rannicchiata in un angolo della stanza.
- Non è bene che tu stia tutta sola al buio... nono.. povera piccola- ancora una volta quella voce ruvida l'abbracciò con gli artigli di un falso amore. Ci furono dei fruscii molto lenti, un 'tic' veloce che fece schioccare la fiamma di una sottile candela che ora l'ombra nera teneva con le sue ossa sottili.
Si avvicinò con il suo ghigno e dando una pedata alla porta la fece richiudere alle sue spalle con un tonfo secco. I vetri tremarono, gli infissi delle finestre ebbero un brivido. Poggiò la candela su un tavolo zoppo e il suo ghigno distorto fu illuminato parzialmente mettendo in mostra la follia del suo sguardo.
E lei era sola. Oggi come ieri. Era senza nome e senza volto in quella sera. Era in silenzio quand

[continua a leggere...]

   12 commenti     di: Ethel Vicard


CINZIA: TUTTO EBBE COSI' INIZIO

Ora se ne accorge. Infatti, ecco lo stupore!
Finge discretamente di nulla, si guarda intorno nella speranza di distrarre con i suoi immensi occhi marroni il resto delle persone, ed ecco che, con discreta classe, volta il libro dalla parte giusta.
Qualcuno alle mie spalle, nel frattempo, intona una melodia straniera, molto probabilmente araba. Entrambi sembriamo accorgercene poiché non abbiamo ancora sfoggiato i nostri rispettivi iPod.
Come fa a sapere che pure lei ne possiede uno? Vi chiederete.
Siamo universitari e siamo nel duemilasette; tutti gli studenti ne hanno uno. Oramai i cd sono catalogati come specie estinta, materia per archeologi (può darsi, fra qualche mese, m’imbatta nella frequenza d’un corso di laurea riguardante la solare era dei cd musicali).
Una risata da destra: una ragazza mora, quasi sicuramente matricola, intenta a guardare sul suo portatile L’era glaciale. Di solito quei computer non sono l’ombra d’universitari in procinto della laurea? La ragazza mostra meno degli anni che effettivamente avrà?
“Chissenefrega”, mi rispondo estraendo l’iPod.
Scorro col pollice l’elenco dei brani, scelgo Angry Chair degli Alice In Chains.
Di tanto in tanto scatto qualche foto alla ragazza dagli occhi castani.
Deve esserle vibrato il cellulare nella borsa sdraiata sulle sue ginocchia: posa il libro, la apre frettolosamente, estrae il telefono rosa da una piccola calza rosa; mi lancia uno sguardo e nota io la stia fissando. La congedo con frettoloso disagio mentre lei s’immerge nella lettura.
Torno ad osservarla con velata discrezione: continua a leggere, ride, meglio, sorride, un sorriso sincero, solare, complice…
Ora risponde.
Resta immobile qualche secondo, giusto il tempo della conferma d’invio del messaggio, poi un ultimo sorriso mentre lo ripone nella borsa. Sguardo fuori: contempla il lago, si sistema i capelli dietro le orecchie, accarezza la borsa sulle ginocchia quasi fosse il suo gatto, dopodiché estrae anche l

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Mirko Zullo



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Altri sentimenti.