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Racconti su sentimenti liberi

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La cosa che non vi ho detto

Ci sono tanti segreti dentro me, che forse rimarranno miei o che forse avrò il coraggio di dirvi.
Ma la cosa che non vi ho detto è che le perdite ti segnano dentro, ti fanno del male e, dopo il dolore iniziale, continuano a bruciare nello stomaco.
La mancanza è come una catena legata alle caviglie, la porti con te anche quando non vorresti. Con l'andare del tempo la senti sempre meno, ma sai perfettamente che fa parte di te, che si ripresenterà nei momenti più delicati, nelle giornate più cupe. La sofferenza è proporzionale in base all'importanza della persona che perdiamo. Voi siete stati importanti e la vostra mancanza, nonostante tutto, si sente eccome. Si sente nelle giornate cupe ma anche, e soprattutto, negli attimi di gioia e di svago, che sarebbero potuti essere i vostri. Mancate come quella sicurezza che una persona sa di avere in ogni giorno della sua esistenza; mancate malgrado fossimo consapevoli che fosse giunto il vostro momento. Mancate perché è sempre difficile voler ammettere del tutto che si è perso qualcuno di davvero importante. Ma la vita è questa e noi possiamo solo impegnarci a portarvi sempre con noi e a farvi vivere nei nostri momenti.
Ma io mi domando come possa star male per qualcosa che non ho mai sentito come davvero importante per me?
Non ci siete stati nei momenti di sconforto, di gioia, di confusione. O meglio, non ci siete stati come mi sarei aspettato, come avrei voluto. Sono cresciuto con l'idea che allontanarmi da voi fosse normale, ho capito tardi, crescendo, che mi sbagliavo di grosso; ma questo è un errore che abbiamo fatto insieme.
Siamo stati forse troppo stupidi, oppure forse troppo orgogliosi, per venirci davvero incontro. Sono cresciuto con le mie idee e con il mio distacco che non vi ha dato modo (non ci ha dato) di poter vivere insieme davvero bei momenti. Ciò che abbiamo passato è solo l'insieme di incontri e cene di famiglia, niente di più.
E magari la maggior parte della colpa è mia, del mio orgo

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La legge del riccio solitario (parte prima)

Alessandro.
La vita è composta al novanta per cento da tempo che scorre senza senso, le giornate morte, la routine.
Il restante dieci per cento, sono le volte in cui il nostro cuore batte in maniera diversa e molto spesso tutto si riduce a quelle giornate, dove in un secondo, si può rovinare una vita.
Impieghiamo tanto tempo a non vivere veramente, limitandoci a sopravvivere, rimandando a domani quello che non abbiamo il coraggio di fare oggi, sperando di trovare nel frattempo la forza per affrontare i nostri demoni.
Io in vita mia, ho cercato di trovare un senso alle cose, un perché, ma non ci sono riuscito. Poi un giorno...


Morgana
Alla fine delle superiori ho deciso di cercare lavoro, ma non è facile trovarlo, quindi passo il tempo a spedire curriculum privi di esperienza sperando che qualcuno mi dia un posto, ma la buona volontà non basta, bisogna avere le conoscenze, le spintarelle che io non ho.
Fuori è una bellissima giornata d'estate, il cielo è così azzurro che solo guardarlo mette allegria. Mi piace il caldo, ma non c'è nessuno con cui possa uscire, così scivolo nella tristezza.
Dalla finestra una leggera brezza mia accarezza la pelle strappandomi un sospiro. Di solito in estate sono sempre al mare con gli amici, ma quest'anno no, il gruppo si è diviso.
Mia sorella Ambra si è fidanzata e ha deciso di girare il mondo e questa è già una tragedia, poi se n'è andato anche Francesco, l'unica persona con cui riuscissi a parlare seriamente. Un giorno arriva e dice che parte per studiare medicina a Pisa, tutto qui.
Tutti gli altri, facevano solo spessore, accrescevano il numero del gruppo, ma non ha mai avuto un vero rapporto con loro.
Attorno a me c'è il silenzio, non c'è nessuno in casa a parte Doe, il mio amore, che sembra accorgersi della mia tristezza e mi viene in contro, guardandomi dal basso come per chiedermi perché sia giù.
Gli accarezzo la testa e lui ricambia leccandomi una mano. Si accontentano di poco per esser

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   5 commenti     di: Noir Santiago


Lo sguardo

L'animale mi fissa indiscreto con una fierezza che mette quasi paura, è uno sguardo sicuro, deciso da suscitare rispetto e timore allo stesso tempo, uno sguardo talmente diretto e sincero da impormi l'assoluta immobilità, l'ossequioso silenzio.
Non mi posso sottrarre ad esso perché voltarmi ora sarebbe come chiudere una finestra sull'infinito, negare la mia stessa esistenza terrena.
Come sembrano lontani i miei errori di uomo senza speranza, come tutto mi appare così privo di contorni e significato e i suoni sono solo vibrazioni ovattate che si perdono nel brusio di un tuono lontano.
Ma perché continua a fissarmi così?
Mi vede dentro?
Sciami di pensieri mi affollano la mente nella staticità del momento mentre sento una vergogna profonda emergere dalla mia anima ferita.
Vorrei fuggire via, nascondermi, non essere costretto a specchiarmi dentro quegli occhi neri, talmente profondi da non vederne la fine, talmente accoglienti da desiderare la morte.
Non ho mai temuto la morte perché essa si affianca alla nostra vita nell'attimo esatto in cui nasciamo e ci accompagna indiscreta lungo tutto il percorso, è una presenza costante, un certezza assoluta, è l'unico atto di giustizia in un mondo di ingiustizie.
Sta lì adagiata sulle nostre paure, sui nostri incubi e attente paziente il suo momento.
Ora mi guarda attraverso gli occhi di un animale sperduto e mi chiama a se con la voce suadente di mille sirene.
Forse ha pietà di me, forse vede il mio vibrante dolore farsi coerenza e mi indica la strada migliore da percorrere, l'ultimo passo verso quel dolce silenzio che non ammette repliche.
Ora un ombra di disagio viene a velare un pallido sole di primavera è una nuvola solitaria e distratta, foriera di tempesta che si lascia condurre via da un improvviso refolo bizzarro, distolgo un attimo lo sguardo per seguirla nel suo incerto percorso, la vedo rincorrere un volo lontano di rondini appesa alla sua urgenza di libertà.
È solo un attimo, u

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   1 commenti     di: Stefano Monti


Vivi

Lei aprì gli occhi. Ricordava: era stata una luce bianca a svegliarla. Una luce, che era entrata nella profondità delle sue viscere. L'aveva completata. Il connubio tenebra-luce, si era compiuto. All'inizio si, era stato un po' traumatico, ma l'appagamento che aveva provato in quel momento, era stato particolarmente indescrivibile. Era sveglia, lei lo sapeva. Poteva persino ascoltare nell'orecchio il battito galoppante del suo, seppur arrugginito, cuore. Il suo respiro era un infrangersi delle onde marine sulla spiaggia. Ritmo lento e continuo. Forse aveva freddo. O forse, era soltanto il sangue che, lentamente, riprendeva a scorrere nelle vene. La cosa che più in quel momento le occupava la mente, era il ricordo di una voce di sirena. Si, una di quelle voci che ti penetrano l'anima e gettano l'ancora, per garantire la stretta ben salda. "Vivi" diceva. E Lei, aveva eseguito l'ordine. Acqua, fango, arcobaleno. Odore di pioggia. Prima salato, poi dolce. Una cascata di visioni, pronte a straripare dal suo cervello. "Vivi", di nuovo la sirena che la esortava. "Vivi". E in un attimo, quel fiume luccicante di pensieri che l'aveva riportata in vita, rientrava nelle sponde della mente, silenzioso e profondo. Lei aprì gli occhi. Finalmente, Viveva!

   3 commenti     di: Roberta R.


Confusione

Ci sono quelle notti in cui Morfeo vigliaccamente ti abbandona al tuo destino, se ne lava le mani e si ritira, battuto dalla tua stessa mente. Dentro di te qualcosa si mescola, davanti a te vedi tanti fotogrammi, di passato, di presente, di futuro, che si uniscono e si disfano in un puzzle inestricabile in cui a volte i pezzi non combaciano per niente, a volte invece si incastrano troppo facilmente, e non ti convincono. È come se qualcuno avesse aperto una valvola di libero sfogo nel tuo inconscio, cosi' da far fluire inesorabilmente nel tuo cervello quella parte di te che tenevi nascosta, prendendosi la foga degna di un reietto di galera che per la prima volta dopo vent'anni assapora la salubre aria di libertà. Le palpebre allora si ribellano, si fanno più pesanti, vogliono calare il sipario su questo spettacolo confuso. Alla fine ci riescono, si illudono di aver sistemato tutto per sempre, ma non sanno che la loro capacità non è quella di eclissare totalmente, ma di celare il tutto sotto effimeri, leggerissimi veli, che forse dureranno solo una notte...

   0 commenti     di: Mattia Casanova


La notte che l'alba non venne

Mi piace divagare. O forse no. Forse preferisco concentrarmi su un solo argomento ed esplicarlo ben bene, senza lasciare dubbi, senza che rimanga spazio per le domande. Ma adoro la gente che non sa dove andare a parare. Quelli che saltano di palla in frasca, senza arrivare a nessun dunque, quasi che sembrano credere che ogni cosa sia importante come qualsiasi altra e le priorità non esistano. Quelli che si domandano con la stessa necessità di trovare risposta, se è bene trovare in fretta un nuovo lavoro e cosa cazzo gli era saltato in mente agli egiziani di tirarsi fuori il cervello dal naso. Le chiederò di sposarmi? Quanto poteva spaventare la miopia prima che fosse diagnosticabile? Chi ha deciso che dovesse essere il tabacco e non la melissa? È davvero necessario che io smetta di bere? Hammurabi di che schieramento politico farebbe parte? L'ultima sigaretta e poi mi defenestro.
Quando i pensieri diventano vortice e spazzano via il sonno, un essere umano può rischiare allo stesso modo la follia e l'ascetismo. Quell'uomo rischiava più la demenza che altro...
In verità non mi piace granché divagare. E forse nemmeno la gente che divaga. Ma quelli che si fanno domande inutili li adoro. Quelli che si fanno rubare il tempo dai muri di una stanza, che sprecano la loro vita a fissare un soffitto. Che riempiono di valore una sigaretta. Quelli mi fanno impazzire. Quella manica di disperati che la società non sa distinguere, i disgraziati che non sanno come si dorme o che si lanciano dai ponti con un sasso legato al collo e poi stracciano la corda e tornano su solo per il piacere di rigettarsi. O le persone che si incrociano per la strada mentre parlano con l'aria, molto prese da quel che dicono. Vorrei sapere come fanno. Quali sono i gangli che regolano i loro pensieri. Trovo la loro necessità di pensare a qualcosa di importante e non riuscire mai a trovarla, con la conseguenza di divagare all'infinito, estremamente interessante. Per questo ho voglia di rac

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   0 commenti     di: Pio Chiozzo


Due amiche in carriera

Ore otto di una soleggiata mattina d'aprile a Roma. Sì, il tempo non poteva essere più splendido di così. Un'ultima spruzzata di "Diorissimo" e via, ero pronta per affrontare la giornata. Raccolsi al volo lo spolverino di seta bianco e mi cacciai sotto il braccio la costosa borsa portadocumenti in pelle di struzzo. Come al solito ero in ritardo, ma oggi avevo un appuntamento con un cliente importantissimo, che non potevo far aspettare. Riflessa nello specchio dell'ascensore scorsi soddisfatta la mia immagine elegante, trucco leggero che aumentava lo splendore dei miei occhi neri e poi di corsa verso l'atrio salutando il portiere con un cenno della mano. Attraversai svelta Piazza Navona per raggiungere il giornalaio che, gentile come sempre, era già pronto con il mio quotidiano preferito.
Mentre mi stavo concedendo il caffè d'obbligo al bar di fianco cominciai a dare una scorsa veloce alle notizie del giorno. Giunta alla pagina della cronaca locale rimasi per qualche secondo a fissare, senza in realtà capire, la foto della bella giovane donna accanto al titolo a caratteri cubitali che recitava: "misteriosa morte di una giovane manager." Avvertii un tuffo al cuore e dovetti posare la tazzina di caffè, tanto mi tremavano le mani.
Ma quella era Valeria! La pettinatura era diversa rispetto a cinque anni fa, ma la bocca perfetta e il nasino all'insù erano inconfondibili. Ero sbigottita e lessi l'articolo con estrema attenzione:
"Valeria C., l'affascinante direttrice del settore acquisti di una nota azienda di profumi è stata trovata priva di vita nel suo lussuoso attico ai Parioli, dove dopo la separazione dal marito viveva sola con la figlia e una domestica filippina. L' ex marito Stefano C., si dichiara affranto e incapace di gettare luce sulla vicenda. Nell'ambiente di lavoro della giovane manager si parla però di stress eccessivo e di problemi sentimentali……."
Sospirai, non poteva che finire così. Mi accesi una sigaretta pe

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