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Racconti su sentimenti liberi

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Musica nuova

Vi è mai capitato di sapere a memoria le canzoni di un cd e non saperne dire il titolo? A me capita da quando avevo sette anni, mi è diventato naturale. A otto anni mi avevano regalato il cd dei Gazzosa, era il mio gruppo di cantanti preferito, ho ascoltato quel cd mesi e l’ho sempre tenuto come sacro, adesso non mi piace più, però me lo porto sempre appresso, è il cd meno rovinato credo… beh lo sapete che vi sto dicendo le stesse cose che ho detto alla mia migliore amica giorni fa? Sapete qual è stata la sua risposta? “complimenti.” Complimenti di che scusa? Cosa c’entra? Mi hai ascoltato o hai fatto finta? “no, no, complimenti.” Ponendomi la mano. L’unica cosa che sono stata in grado di fare è stata una grande risata, lei se ne andò… non stava scherzando allora… rientrai in casa, corsi in camera dopo cena, mi stesi sul letto e riascoltai per l’ennesima volta quel cd, e mi ricordai che tutte le volte che l’avevo ascoltato, c’era anche la mia migliore amica vicino a me.



World

In un negozio di giocattoli usati vicino casa mia abita un pupazzo pagliaccio di nome Tom, era il mio giocattolo preferito quand’ero bambina, ma Tom è il giocattolo preferito anche del negoziante, il signor Scott, un tipo gentile in cuore ma crudele all’apparenza, ha conosciuto un signore che abita in Alabama e gli ha chiesto un oggetto particolare del posto in cambio di un gioco, l’uomo gli portò un banjo scassato, ma funzionale, il banjo fece amicizia col pagliaccio che imparò a suonarlo, insieme fecero tanti piccoli concerti in giro per il mondo, finchè un giorno, a Mosca, si accorsero che una vecchia statua di Stalin si muoveva e allargava gli occhi come un gufo, ma non a loro, a un vecchio che sembrava babbo Natale in miniatura e che aveva appena comprato certi bonghi che suonavano perfettamente bene e cominciò a fare concerti in giro per il mondo, ma un giorno a Roma, incontrò Minnie e Topolino che avevano appena cominciato il loro tour come cantanti: Tunisi - Londra?" Mosca?" Chicago. A Chicago furono convocati da Geppetto che convocò anche il pagliaccio con i borghi e Babbo Natale in miniatura e diedero vita a un gruppo musicale.



Fox on the run

E così ci diamo ancora appuntamento fuori dai bar che chiudono, per guardarci sotto gli aghi e contarci le ferite. Come vecchi soldati un po' sbiaditi e coi capelli bianchi, ma col cazzo che ci hanno fatti fuori. A illuderci ancora che ti porti in tasca una chiave, una brugola o uno stomaco per dare una sistemata ad un cosmo col mal di testa.
Gli occhi sepolti in un sacchetto di cartone, le mani tese verso le endorfine che ancora carezzano il basso ventre. Che sia adesso, e per sempre. Come i fari posteriori che svaniscono nella nebbia d'inverno, così che tutto si fa un pochino più grigio - le notti vomitano crepe, i numeri si confondono.
Ricoveri indigeni su nidi di ragni, colonie di cimici - errori e squilibri. La pelle brucia e si corrode per il makeup di serie che ci arreda il viso. E quasi il pensiero di leccarsi le labbra. Giù, sempre più giù, dove il soffitto goccia e il caldo si fa soffocante.
Annegando nel silenzio dell'anima, dove le parole sono piombo e le ombre scure tradiscono la malinconia.
Dormi.
Sorridi.



La lunga notte

Ci sono notti più lunghe delle altre. È una lunga notte quella di chi aspetta il ritorno a casa
dei figli che sono andati in discoteca. Sono lunghe notti quelle di chi veglia un malato terminale. Lo sono anche quelle di chi ha gravi preoccupazioni e non riesce ad abbandonarsi
al sollievo del sonno.

Ci sono notti più lunghe delle altre. È una lunga notte quella di chi aspetta il ritorno a casa dei figli che sono andati in discoteca. Sono lunghe notti quelle di chi veglia un malato terminale. Lo sono anche quelle di chi ha gravi preoccupazioni e non riesce ad abbandonarsi al sollievo del sonno.
Quella di Margareth fu una lunga notte particolare. Le avevano ucciso un figlio, un ragazzo di 25 anni che lavorava in una stazione di servizio.
Un coetaneo, fermatosi al suo distributore, prima della chiusura, gli aveva puntato addosso la pistola, intimandogli di consegnare tutto l'incasso. Robert aveva reagito: era un cultore di karatè ed aveva sperato di disarmarlo con una mossa a sorpresa. Ma David era stato più svelto.
Sorpreso dalla reazione di Robert, aveva premuto il grilletto, freddando il ragazzo con due colpi. Poi, arraffato quanto più denaro poteva, aveva tentato la fuga, ma era stato fermato dalla polizia. Colto praticamente in flagrante, a poca distanza dalla stazione di servizio dove Robert giaceva esanime, accanto alla pistola gettata dal suo aggressore, al processo non aveva avuto alcuna possibilità di scampo. Condannato alla pena capitale, era stato 15 anni nel braccio della morte. L'esecuzione della sentenza era stata fissata per la mezzanotte di un freddissimo giorno del dicembre texano. Margareth aveva atteso a lungo quel giorno in cui finalmente sarebbe stata fatta giustizia ed aveva deciso, a processo concluso, di andare ad assistere all'esecuzione, insieme al marito.
Ma da un po' di tempo l'idea di assistere alla morte di un uomo aveva cominciato a ripugnarle. Ne aveva parlato con il marito, sorprendendolo negativamente. " Margareth -

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L'uomo solitario

Italia 1981. C’è confusione per le strade di Palermo, un uomo sta correndo per la strada inseguito da quattro uomini, cerca di entrare in un bar ma lo respingono e all’improvviso gli uomini lo raggiungono e lo uccidono con tre colpi di pistola. La polizia arriva sul luogo del delitto e chiedendo ad alcuni testimoni informazioni utili, scopre che in una casa vicino al luogo del delitto, è stato commesso un altro omicidio dove una mamma e una figlia sono state uccise qualche ora prima. Roma, 2001, la polizia sta indagando su una serie di omicidi in varie parti della città, le vittime sono tutti pentiti mafiosi e si è scoperto che sono stati assassinati proprio dai mafiosi. Su una montagna alta, vive un cacciatore di animali che vive in solitudine e tre volte a settimana scende in città per consegnare legno ai falegnami o alle case e vendendo i peli degli animali usati per fabbricare pellicce. Quest’uomo era diventato molto importante in città, si sapeva solo che il suo nome era Flavio e che aveva una grande amicizia con il commissario Alessandro sonetti. Tutti i cittadini vedevano Flavio come un uomo povero, senza amore, senza odio, senza dolore cioè un uomo vuoto e in giro da un po’ di anni si era sparsa la voce che era “cieco”, ma un giorno quando sentì suonare il campanello della sua casa in montagna, appena aprì la porta, il suo cuore venne profondamente colpito da una donna o meglio una postina che gli consegnò una lettera e firmò. Mentre vide la donna allontanarsi con una bicicletta, Flavio si rese conto che non aveva mai ricevuto posta e in quello stato confusionale ricordò solo un nome Clorinda, il nome che gli aveva detto la postina prima di dargli la lettera. Flavio si lavò, si riposò e lesse la lettera che era del commissario Sonetti che diceva di correre subito in commissariato perché aveva scoperto delle cose su di lui e sulla sua famiglia. In commissariato il commissario spiegò a Flavio che suo padre era stato ucciso dalla ma

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Dio prepagato

Dio o dio?
Mille carte sparse su un tavolo come gli shangai, gettate lì come un sacco pieno di semi prima di essere piantati.
Ogni carta ha più di un colore, migliaia di sfaccettature impossibili da giocare subito.
Utilizzare i loro semi per coltivare qualcosa dentro il nostro cuore spetta solo a noi.
Stipati in una piccola stanza, attorno ad un minuscolo tavolo, ormai logoro e puzzolente, ci sono tutti i giocatori del mondo, cristiani, ebrei, induisti, animisti e islamici.
Con un unica carta in mano e un sigaro in bocca, che bruciando pervade il locale di una fitta nebbia impedendo di vedere chiaramente le cose, ci sono gli uomini di tutto il mondo.
In quella piccola stanzzeta, in angolo, ci sono le persone senza carte.
Ci sono anche io.
Sto scomodo tra uomini vecchi, neonati e persone di tutte le età, guardo di tanto in tanto verso il tavolo e le fish che aumentano diventando alte come grattacieli.
Non capisco il gioco, del resto io a carte non ho mai eccelso, a parte a rubamazzetto.
Ho la sensazione di essere l'unico a guardare verso il tavolo ma, ogni volta che mi rigiro aumentano le persone ammassate lì con me, che guardano nella mia stessa direzione.
Sento un sacco di bla bla bla, "il mio Dio sono i soldi!" "il mio Dio sono le donne!" "il mio Dio sono i rcordi..."non sono considerate delle carte nel tavolo dei giocatori, perlopiù figurine.
Mi viene in mente che tutto questo mi ricorda il quadro con i cani che giocano a carte, ma che si mordono la coda a vicenda.
Tra i mille bla bla bla sento una voce che dice"dio?".
E viene subito zittita dall' abbaiare.
Abbiamo bisogno di un qualcosa a cui essere fedeli, qualcuno che ci tenga al caldo.
Del tutto normale che il cane si irriti se gli si tocca il padrone, siamo tutti fedeli a qualcosa, ma se mi si chiede che carta ho, rispondo che ho la carta prepagata.
Anche se mi stà finendo pian piano, il credito, l' ho caricata di tutto quello in cui credo.

   2 commenti     di: Attilio Fugazza


struggle for pleasure

Questa è una canzone che riesce a farmi vedere, immaginare cose che la gente normale non riesce a fare, io vedo sento, parto per un viaggio che mi porta in un mondo parallelo, mio, tutto mio;
vedo la vita che mi sta intorno dall’esterno, di nascosto sotto un tavolo della mia immaginazione, noto ogni minimo particolare con estrema facilità a chiarezza, fino a quando…una volta ho sognato un bacio lento, tenero, dato quasi con ingenuità tra due ragazzi che stavano tradendo; li ho visti, li ho riconosciuti.
Ricordo benissimo lo sguardo perso nel vuoto assoluto, quelle labbra morbide e gustose, e quelle mani che lentamente a ritmo di musica si sfioravano leggere, quasi avessero paura di essere sentite, scoperte dai rumori sordi della notte.
Ricordo quella sinfonia che senza chiedere permesso si intrufolava nell’anima dei due giovani rendendoli schiavi di qualcosa che desideravano, ma, non potevano.
Ricordo i vestiti poggiati con delicatezza a terra, sul pavimento freddo;
ricordo due corpi nudi distesi su un letto forse troppo piccolo per contenerli;
si volevano sempre di più sempre di più sempre di più, quell’emozione come se fosse la prima volta, come se non si conoscessero e volessero imparare a vicenda ciò che era l’uno ciò che era l’altro, volevano sentirsi, assaggiarsi, gustarsi ogni momento di quel giorno tanto atteso;
sembra lo aspettassero da una vita, e facendo che tutto so è un sogno… bè non voglio svegliarmi
voglio rivedere ancora quei corpi, sentire il sapore di quei lunghi baci lenti e sensuali sulla pelle leggermente abbronzata, là dove il colore cambia, là dove la pelle si fa chiara, li rivoglio, si, li sento.

   3 commenti     di: silvia bonezzi



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