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Racconti su sentimenti liberi

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LEI

Bella in maniera sfavillante. Unica, come solo lei sa essere. Non teme confronti, nonostante altre bellezze che la imitano fino ad assomigliarle. Uomini senza occhi l’hanno violata, deturpata, ma lei è sopravvissuta e loro sono caduti, inghiottiti dalla loro stessa cecità. Protagonista a volte involontariamente, quando sarebbe chiamata a rimanere in disparte ed invece ruba la scena ad attori di prima grandezza. Eccessiva, sfrontata e strafottente nel suo riuscire sempre ad essere al centro dell’attenzione in modo assolutamente naturale. Uomini straordinari l’hanno amata perdendo l’uso della ragione, offrendole doni incantevoli, frutto di genialità tramutatasi in follia, che l’hanno resa ancora più attraente e che lei ha reso immortali. Guardala all’alba, quando sonnecchia ancora sotto la luce che sorge, tenera e pura nella quiete, prima di esporsi alla volgare curiosità di chi ancora non la conosce e vuole a tutti i costi ammirarla, o alla distrazione di altri che ci convivono e hanno perduto l’iniziale passione. Guardala sotto il sole splendente, radiosa, che mostra lo spettacolo di sé stessa generosamente, senza pudori. Guardala sotto il cielo plumbeo, sospesa in un’atmosfera quasi irreale, così livida e corrucciata che vorresti ci fosse un modo per farla ridere, vulnerabile ma scintillante nella pioggia battente. Uomini senz’anima hanno provato a spezzarla, vergognandosi però di fronte alle sue ferite, alla profanazione della sua sacralità che avevano cominciato, e sono fuggiti lasciandola piegata ma non sconfitta, sofferente ma combattiva. Uomini non straordinari ma rispettosi l’hanno rimessa in piedi, curata, coccolata, gustandosi poi il suo ritorno alla vita. Guardala al tramonto, nella lotta contro le ombre che vogliono sopraffarla, aggrappata finché è possibile all’ultimo spicchio di luminosità, sensuale al punto che il desiderio di lei ti spacca le viscere, la vedi sparire lentamente ai tuoi occhi e ti senti morire di nos

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PDL e Cesca oggi 1

È passato un po’ di tempo, e sono successe molte cose; in ordine più o meno cronologico, mi sono messo in pensione, approfittando di una “finestra” ministeriale, non è che prenda molti soldi, ma, con le lezioni private, la collaborazione come free lance ad un paio di riviste, e l’antico impegno di correttore di bozze, riesco a vivere con dignità.

Certo la scuola mi manca, nel bene e nel male, ha rappresentato circa 30 anni della mia vita, ma comunque, meglio così!

Alda, mia moglie, da circa un anno, in concomitanza della partenza di nostro figlio, si è ritirata in un centro di meditazione pseudo religioso, pseudo esoterico, e di fatto, seppur senza traumi evidenti, mi ha lasciato definitivamente!
Mi è costato un po’ di riflessione ma tutto sommato era inevitabile, il nostro amore non aveva più alcuna valenza, e lei ha così ritrovato una motivazione di vita, che da un canto è persino invidiabile, anche se, trattandosi di una “setta filo-religiosa” non è certo da me condivisibile!

Mio figlio, invece, come io sospettavo da sempre, ascoltando i suoi silenzi, guardando i suoi sogni trapelare dalle palpebre, ha maturato la decisione di aderire, come parasanitario volontario, a Medici Senza Frontiere, dopo un corso iniziale molto duro, a dire il vero, dopo un attento screening psicologico motivazionale, è stato accettato, e dopo pochi mesi ha avuto la sua prima “missione”; ora è in Africa, (il suo sogno fin da bambino) e di tanto in tanto riesce a mandarmi una mail, quando, per servizio, si trova in qualche centro servito da internet-point.
Sono infinitamente fiero di lui, ha portato avanti l’opera sociale lasciata incompiuta da me, suo padre, suo mentore, e, credo e spero, suo amico!

Certo il vivere soli ha i suoi lati positivi, ma anche quelli negativi, ho per un po’ trascurato sia l’alimentazione che la cura della persona, e me ne sono accorto una mattina, che per la strada, sono stato fermato da una giovane donn

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   7 commenti     di: luigi deluca


racconto di papà

Oggi ero in macchina con mio padre e abbiamo iniziato a parlare di chi è volontario in croce rossa, come alcuni miei amici, e dei vari incidenti, e sono rimasta colpita da una cosa.
Era il 1984, Agosto per precisione, mio padre era insieme a degli amici in casa, stavano aspettando altri 2 ragazzi; uno di 16 e l'altro di 18 anni, erano su una vespa, era una bella giornata, il sole era alto e loro non vedevano bene;
Arrivarono ad un passaggio livello, quelli vecchi di una volta, senza la sbarra ma solo con il lampeggiante e il suono, i 2 ragazzi stavano andando tranquillamente solo che avevano il sole negli occhi e non si accorsero che il semaforo stava lampeggiando, quando se ne accorsero era troppo tardi, il ragazzo alla guida appoggiò istintivamente i piedi per terra per frenare, solo che all'inizio del passaggio livello c'era una piccola cunetta che li catapultò oltre la vespa.
Il ragazzo sedicenne che era dietro volò oltre il passaggio livello e si ruppe il bacino in 5 punti, a sedici anni la sua carriera da ciclista fu stroncata.
Il ragazzo diciottenne finì contro la punta del treno che gli tagliò la gamba sinistra all'altezza del ginocchio.
Mio padre e gli altri amici corsero per soccorrerli, l'ambulanza arrivò dopo mezzora, mio padre vide gli occhi di quel ragazzo senza una gamba, vide il sangue, e quel suo sguardo perso nel vuoto, era sveglio ma non era coscente di quello che gli era successo; li portarono all'ospedale e si salvarano entrambi, aveva perso3 litri di sangue mentre aspettava quella stupida ambulanza! Pochi minuti e sarebbe morto lì, sotto gli occhi dei suoi amici, dei genitori e del suo compare di avventure.
Mio padre tornò a casa, si scolò mezza bottiglia di liquore e non si ubriacò, era come acqua, non sentiva più niente, non mangiò per dei giorni, nella sua mente continuava a vedere quegli occhi vuoti, insensibili, e quella gamba, frantumata, non c'era rimasta neanche più la scarpa.

   1 commenti     di: silvia bonezzi


La Pianta Incantata

Da molto tempo il giovane Arturo aveva desiderato di avere come sposa la bellissima principessa figlia del sovrano del regno in cui viveva.
Non aveva molto da donarle, e quindi volle cercare un modo per poterla avere.
Un giorno si recò al palazzo reale per chiedere la mano della fanciulla, ma il re, ovviamente, rispose che non avrebbe potuto sposarla, a meno che non le avesse portato la cosa più rara che il suo regno avesse.
Cominciò allora a scervellarsi su cosa avrebbe potuto offrire. Qualcosa di raro, che non si trovava ovunque, e che solo pochi possedevano, difficile da vedere e toccare.
Pensando, mentre era sulla strada di casa, si guardava intorno e tra i rami delle piante vedeva il sole filtrare e rispecchiargli negli occhi, fu in quel momento che ebbe l’idea.
Quando tornò a casa prese una sacca vuota e una piena, qualcosa da mangiare e si diresse all’entrata della foresta.
Aveva deciso di addentrarsi in casa dell’uomo della foresta alla ricerca del giardino segreto.
Con un po’ di timore cominciò a camminare. Vide del fumo non molto lontano, doveva essere la casa dell’uomo della foresta e così si avvicinò.
Sentì dei rumori strani, porte che si aprivano e chiudevano, forbici che tagliuzzavano qualcosa e dell’acqua che scorreva. Cosa mai stava facendo l’uomo?
Arturo non sapeva cosa lo aspettasse, ma il suo problema era che fuori della casa non c’era alcun giardino segreto, era solo un fitto bosco nero.
Allora decise di entrare per vedere cosa ci fosse nella casa.
Fece capolino da una delle persiane socchiuse e vide tra le tende una strana porta fatta di corteccia con una maniglia tutta d’oro.
La porta rimasta aperta svelava il segreto che tutti desideravano sapere, dove fosse il giardino segreto.
Una luce potente si irradiava dalla porta tutta intorno e a quello spettacolo il giovane dovette proteggersi gli occhi.
Ora che sapeva dov’era il giardino bastava che si intrufolasse, prendesse uno dei Fiori Incantati e uscis

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   0 commenti     di: Monica P.


Yo no tengo miedo

Pierre saliva gli scalini del treno, uno per volta, molto lentamente. Aveva uno zaino blu che portava sulle spalle e due borsoni uno per mano, logico che andasse piano, arrancava dopo qualche metro per lo sforzo nonostante i suoi muscoli fossero ben allenati. Pierre aveva una missione: scalare il monte Toukal situato nel Marocco : 4200m. Da Milano a Roma, prima classe, schiacciati come nelle Ferro Tranvie Vicentine, VIA! A Roma l’aereo, tapis roulant, la sensazione di essere in una prigione di vetro al decollo, arrivo: Tunisi, grande città turistica. Autobus o Taxi? Taxi, e via per il Marocco! Montagne di spazzatura lungo le strade di ghiaia, donne e figli piccoli sopra un carretto pieno di taniche d’acqua, trainato da un mulo. Algeria: due poliziotti colpiscono a bastonate un ladro. Marocco: FINALMENTE! Pierre arriva in un villaggio poco distante dalla montagna, un uomo alto e robusto lo fissa con occhi inquietanti, nessuna paura, avanti! Dorme in una villa che di villa aveva ben poco, il giorno dopo parte con tutta l’attrezzatura. Dolore alle ginocchia, avanti; il peso lo schiaccia, avanti senza sosta, sempre più testardo! Cala la notte, Pierre dorme nella tenda che si era portato con se, il mattino dopo la smonta e riparte, 2500m, un burrone, dall’altra parte la continuazione della montagna. Non si può proseguire a meno che non si scenda e si risalga dall’altra parte. Si scende. Senza corda di sicurezza, la roccia si sgretola facilmente, cade l’attrezzatura, Pierre è costretto a proseguire con i mezzi che ognuno di noi ha a disposizione ogni giorno: mani e piedi. È difficile. La roccia si sgretola sempre di più, le mani sanguinano, una frana. Pierre è sepolto dagli ammassi di roccia, il suo fisico non è più attivo ma la sua mente lo è. Il secondo giorno, Pierre vede uno spiraglio di luce provenire da qualche parte, ma allora c’è qualcuno! SI! Delle mani scure gli stanno togliendo di dosso l’ultima pietra… era quell’uomo che l’avev

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Racconto d' inverno

Era dicembre e si avvicinava il Natale. Matteo abitava in una valle tra alte montagne, in un casolare modesto ma confortevole.
In cucina c'era un bel caminetto e tutta la casa era calda perché i genitori di Matteo mettevano in tutti gli ambienti eleganti bracieri di rame montati su treppiedi in ferro battuto. Ma occorreva molta legna. Matteo aveva tredici anni e conosceva benissimo il territorio che si estendeva intorno alla sua casa, compresi i sentieri che salivano verso le montagne circostanti. I genitori si fidavano di lui e perciò gli avevano dato l'incarico della raccolta della legna. Il ripostiglio vicino alla stalla ne era quasi pieno, ma quell'inverno era particolarmente rigido e tutti i componenti la famiglia pensavano che ci si dovesse mettere al sicuro, tagliando altra legna. Una mattina Matteo prese lo slittino-carrello, gli attrezzi per tagliare la legna e si avviò per un sentiero verso un bosco dove sapeva di trovare buona legna da ardere. Un vento gelido sferzava il suo viso ma il ragazzo era tranquillo: il cielo, tranne qualche banco di nuvole, era sereno e il sole, quando faceva capolino da una nuvola, mandava un certo tepore. Almeno questa era la sensazione di Matteo. Passò poco tempo. Il ragazzo si era spinto abbastanza in alto. Improvvisamente il cielo si oscurò e una fitta nebbia calò su tutto il paesaggio. Matteo cominciò ad avere paura di perdere l'orientamento. Per sua fortuna, poco lontano da lui, si poteva scorgere una grotta scavata nel fianco della montagna. Matteo, muovendosi con cautela, la raggiunse e vi entrò. Sul pavimento c'era uno strato di paglia. Probabilmente i pastori vi facevano rifugiare il gregge, in caso di pioggia o di nevicate. Matteo si sedette sul morbido tappeto e dopo un po', per la tensione e la stanchezza, si addormentò. Si svegliò al crepuscolo e subito lo assalì l'angoscia. C'era ancora molta nebbia e non poteva certamente avventurarsi alla cieca per tornare a casa.
Intanto i genitori, allarmati per

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San Matteo

Io non so oggi a cosa pensi un ragazzo tra i dodici e i tredici anni.
Io allora pensavo solo a tre cose: giocare a pallone, andare a scuola e cercare di finire i compiti.
La mia vita era scandita da regole certe. A 10 anni ero andato in collegio. Al mio paesino non c’era la scuola media ed io, che in un impeto di orgoglio ( forse più dei miei ) avevo saltato la quinta, dovevo dimostrare che quei due investimenti erano stati saggi e oculati.
Praticamente avevo due classi, una in collegio, composta per l’ottanta per cento dagli stessi compagni che rivedevo a scuola e l’altra, nella scuola statale, la sezione E, composta appunto di soli maschi.
Nella pausa pranzo mi scatenavo con il calcio, con squadre a 5 o 6, nei due campetti del San Matteo. Niente magliette o pantaloncini, niente scarpe bullonate, ma i vestiti e le scarpe di tutti i giorni, che necessariamente restavano impolverati e sudati. Mi sono sempre chiesto se o come mai noi ragazzi non emanavamo quel odore di sudore che oggi si sente subito.
E poi il pomeriggio per oltre 4 ore mi immergevo nello studio, o meglio nell’ approntare i compiti, l’algebra, le versioni dal latino e in latino, l’Odissea, la letteratura italiana, le poesie dei nostri autori, che ancora oggi talvolta, con meraviglia della memoria, recito.
Un avvenimento è entrato con forza nella la mia vita di ragazzo-bambino.
Avevano distaccato alcune aule dalla sede in una succursale, in via Napoli.
In ogni paese del sud c’è una via Napoli, ma quella portava effettivamente a Napoli, dopo 4 ore di viaggio, attraverso i paesi della Valle di Diano, Casalbuono, Padula, Polla, la salita dello Scorzo in pieno Cilento, quando ancora non era stata costruita la Salerno-Reggio Calabria nel tratto lucano.
E quella mattina di inizio febbraio ero più incuriosito di vedere le nuove aule che i compagni delle classi vicine alla mia.
Dal collegio a scuola si arrivava sempre con largo anticipo.
La nostra giornata d’altra par

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   1 commenti     di: Marco Lauria



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