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Racconti su sentimenti liberi

Pagine: 1234... ultimatutte

Patrizia

I suoi passi lievi sul pavimento non fanno rumore. Le sue vesti leggere e sottili non emettono nessun fruscio.
I suoi sono piedi da angelo, piedi che non toccano il terreno. Si muove con la stessa grazia del vento.
Mi si avvicina con la delicatezza di una farfalla che si posa sulle mie ginocchia per riposare nel rifugio concavo del mio grembo.
Quasi non mi accorgo della sua presenza silenziosa dietro di me.
Solo il suo respiro caldo si dipana, come il velo tenue di una sposa, lungo i miei capelli ricci e fluenti, che scendono ribelli e anarchici sulla mia schiena ossuta.
Mi poggia le mani sulle spalle, all'altezza delle clavicole.
Stringe un po' facendo pressione con le sue dita lunghe e contorte, contro le ossa aguzze che mi sporgono dalla pelle arrossata dal troppo sole che ho preso ieri in spiaggia.
Non mi fa male, ma un lamento sfugge lo stesso dalle mie labbra accaldate che sanno di burro-cacao alla vaniglia e che hanno ancora indosso l'aroma agro-dolce di una notte insonne, troppo calda per riuscire tranquillamente a dormire.
Mi tira via i capelli dal collo scostandoli di lato fino a sfiorami con le loro punte i seni piccoli e sodi, scoprendomi la nuca bagnata di sudore, dove sporge la prima vertebra cervicale.
Ho caldo. Fuori ci saranno più di trenta gradi anche se sono solo le nove del mattino.
Nella mia stanza non c'è il ventilatore. Mi sento sudata e appiccicosa.
Non riesco a respirare. Mi gira la testa. Mi manca l'ossigeno.
È come se fossi schiacciata da una cappa pesante d' umidità che vorrebbe prendere il posto dei miei stessi abiti.
Dalla finestra spalancata non penetra nemmeno uno spiffero di vento. Un refolo d'aria che mi apporti un po' di sollievo da questa insolita calura di fine agosto.
C'è profumo di pioggia. C'è odore di salsedine e di mare in tempesta.
Il grido di un gabbiano spezza la quiete in cui è immersa la mia stanza. Il suono acuto della sirena di una barca che si sta dirigendo verso il porto,

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Un ricciolo d'ottone

Aveva labbra bianche, e un ricciolo di ottone, un ricciolo d'ottone.

La videro per la prima volta, davanti al portone del vecchio pazzo, scese il gradino di marmo, come se contasse i passi, uno, per farlo,
come se lo contasse e lo mettesse assieme a quelli già fatti finora,
da quando aveva iniziato a contarli e metterli da parte.

Alzò lo sguardo verso gli altri, e spinse quei suoi occhi furbi per la prima volta,
fin da subito a entrare oltre le difese, fin da subito a farti sentir nudo davanti a lei,
chi con vergogna, chi senza, o persa a poco a poco, per non sapersi difendere, e forse,
con calma, aver deciso, o compreso, di non volerci nemmeno più provare.

Permisero al cuore di sognarla, si convinsero di amarla,
gli occhi la seguivano nelle faccende più semplici, come in quelle più importanti,
nel momento di un saluto, o di un breve parlarsi in faccia, con parole trattenute di speranza,
e pensieri intorno di ben altra pasta, pieni di un motivo a rendersi la vita un desiderio,
eppure stare lì, in un contorno.

Aveva labbra bianche, di un colore che al rosso naturale,
permetteva di accogliere sorrisi e parole, senza mai far perder loro la grazia,
ne la leggerezza del poterle dire, sia che frivole di significato, sia che pregne di peccato,
o di ragionamenti logici di cui non perder filo.

Labbra bianche come una fanciulla, che in alcuni frammenti di pellicola, macchiati, sembravano lasciar intendere qualcosa, con quel bianco, che era stato cancellato,
nascosto, non mostrato.
E a guardare ancora, qualche attimo di sguardo perdersi nel vuoto,
come ad osservare, altrove.

A volte apparivano colate di sabbia dal suo fare inaspettato,
qualcosa che da dentro toglieva respiro, per poter uscire, un demone sopito,
o un angelo dimenticato, che aveva le sue ali, e un tempo per volare,
da dove cadere e farsi male, da dove cadere,
e farsi male.

Prese le sue cose all'improvviso, o almeno così alla gente piace pensare,

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Oasi

Erano mesi che non sentiva più la vita scorrere nelle vene, da quando aveva preso la decisione di troncare quel rapporto che da anni lo dilaniava nel profondo.
Stava seduto, le sue mani toccavano la tazza del caffé, il tavolo col piano di vetro, lasciava vedere le sue scarpe, si ricordò di quando dallo stesso punto di osservazione vedeva le gambe di lei, sotto a una gonna blu, una di quelle gonne che aveva tanto ammirato, indossate da altre donne, ma mai visto indosso a lei; arrivava alle ginocchia, le pieghe a fisarmonica, stando seduta le sue gambe, avvolte da calze scure, disegnavano le forme calde, che in lui stimolavano la voglia di tenerezza, di abbracciare quelle gambe, di posarci la testa.
Era successo, molto tempo prima, si ricordò le sue carezze, e le parole dette sottovoce:
"Riposa la testa. Non preoccuparti, hai degli amici, ai me. Tutto andrà bene."
Non capitò quel giorno, aveva quella gonna ma non l'indossò per lui. Era in città per commissioni, un colloquio dallo psicologo e gli telefonò.
"Ti disturbo se vengo da te?"
Disse con freddezza. Lui capì subito che era arrivato il momento di darle delle spiegazioni, ma tentò di rinviare.
"Devo andare a lavorare alle due."
Disse come se avesse dovuto affrontare un drago.
"Ci vorrà poco, il tempo di un caffé. Un quarto d'ora e sono lì."
Chiuse la telefonata; lui per non gelare del tutto cominciò a fare il caffé.
Passarono i minuti, scanditi dai pensieri più profondi, dai ricordi di lei, di quello che aveva fatto per averla, di quello che non era riuscito a dirle, pensava alle parole che aveva detto e che ora si perdevano nel vento e ai suoi pensieri che viaggiavano lontano nel tempo, nello spazio e nella memoria del suo vano amore per lei. Si sentiva perduto, come chi nonostante gli sforzi la dedizione non riesce a trovare una via che lo porti vivere serenamente i suoi sentimenti. Umiliato come chi non vede riconosciuta la sua sensibilità, proprio dalla persona che ama. Si sentiva

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   4 commenti     di: Paolo Venturi


Ed ancora una volta.. ti sogno!

E sono qui, chiusa in una stanza vuota a guardare il soffitto.. Penso, rifletto e dolcemente mi addormento.
Ed anche li, nel mio sogno più segreto e più nascosto ci sei tu, bello come il sole, mi guardi, e con il tuo sguardo dolcemente assorto in me, mi fai capire ciò che provi, che non sono una qualsiasi.
Sì, sono la tua principessa... ma solo qui, in questo sogno che nemmeno io mi ricorderò quando il mattino mi sorprenderà.
Ed allora arriverà mia madre, con quella sua voce squillante, quasi fastidiosa, per svegliarmi, perchè ormai è tardi.
Saranno le 6. 30 e tutto svanirà, e potrà solo essere qualcosa di vagamente confuso, completamente fiabesco.
Arriverò in stazione, con le mie tre amiche di sempre, mi guarderò intorno, e ti troverò!
Lì, davanti a me, con quell'aria così assonnata ed ancora sognante.
Mi avvicino a te, e parliamo. Mi racconti, del tuo sogno, molto confuso ma allo stesso tempo così chiaro.
Sembri felice raccontandolo, e parli, parli, parli...
La tua voce sembra musica, di un dolce andantino che piano piano cresce, e poi, dei lievi diminuendi.
Mi incanto ad ascoltarti, e vorrei ricordare la tua voce per sempre, risuona nelle mie orecchie e la vorrei tenere lì, il più possibile.
Sembra passata un'infinità, invece sono solo pochi minuti, ed eccoci arrivati a scuola, entriamo, ci dividiamo nelle aule.
Mi siedo sulla mia sedia, dietro a quel banco che in questi tre anni ha visto sorrisi, pianti, bei voti e talvolta brutti, nuove amicizie e piccole confidenze, e lì, fingendo attenzione all'inizio della lezione più soporifera della settimana, ti penso, e ancora una volta... ti sogno!

   5 commenti     di: Lorena Crema


La felicità bussa alla porta

I problemi in famiglia sono iniziati quando sono nato io. Mio padre ci ha abbandonato, non voleva responsabilità e per questo andò via di casa.
Io, mia madre e mio fratello più grande abbiamo vissuto anni di fatica, tristezza, paura ma anche di tanta speranza.
Mi chiamo Angelo e ho otto anni. Non è facile per un bambino crescere senza la figura paterna, ma ciò mi ha reso più forte, sono diverso dagli altri bambini, sono più maturo: io sono già un uomo.
Era una fredda sera d'inverno di due anni fa; mamma stava preparando la cena come tutte le altre sere ma stranamente aveva gli occhi che brillavano di una luce nuova, forse luce d'amore.
Accese due candele sulla tavola apparecchiata con cura. Notai subito che c'erano quattro piatti, invece di tre.
Alle otto bussarono alla porta... chi poteva essere il nostro misterioso ospite??
Quando mia madre aprì la porta sulla soglia c'era un uomo alto, magro, con i capelli corti e neri, il viso con tratti calcati, gli occhi scuri e profondi, aveva un piccolo neo sulla guancia destra; in mano portava un mazzo di rose rosse.
Mamma ci chiamò con la voce che le tremava dall'emozione: "Ragazzi, era da molto tempo che volevo parlarvi di Carlo, ma non ho mai avuto il coraggio. Lui è il mio nuovo compagno e mi piacerebbe se voi diventaste buoni amici".
Durante la cena studiai a fondo quell'uomo; non parlava molto, forse perchè non sapeva prendere in mano la situazione.
Mi sembrava un tipo tranquillo, anche se mi infastidivano gli sguardi dolci che si scambiava con mamma.
Era vicino Natale; in sala avevamo addobbato un grande albero con luci e palline colorate. Dopo cena Carlo cacciò dalle tasche del suo cappotto due pacchettini e disse: "Questi sono per voi, ragazzi! Il pacchetto rosso è per Daniele, l'altro è per Angelo... ora metteteli sotto l'albero, li scarterete il giorno di Natale".
Quali erano le intenzioni di quest'uomo? Voleva comprarci o voleva solo essere gentile?"
Daniele lo ringraziò e

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   3 commenti     di: Claudia Costa


L'uomo solitario

Italia 1981. C’è confusione per le strade di Palermo, un uomo sta correndo per la strada inseguito da quattro uomini, cerca di entrare in un bar ma lo respingono e all’improvviso gli uomini lo raggiungono e lo uccidono con tre colpi di pistola. La polizia arriva sul luogo del delitto e chiedendo ad alcuni testimoni informazioni utili, scopre che in una casa vicino al luogo del delitto, è stato commesso un altro omicidio dove una mamma e una figlia sono state uccise qualche ora prima. Roma, 2001, la polizia sta indagando su una serie di omicidi in varie parti della città, le vittime sono tutti pentiti mafiosi e si è scoperto che sono stati assassinati proprio dai mafiosi. Su una montagna alta, vive un cacciatore di animali che vive in solitudine e tre volte a settimana scende in città per consegnare legno ai falegnami o alle case e vendendo i peli degli animali usati per fabbricare pellicce. Quest’uomo era diventato molto importante in città, si sapeva solo che il suo nome era Flavio e che aveva una grande amicizia con il commissario Alessandro sonetti. Tutti i cittadini vedevano Flavio come un uomo povero, senza amore, senza odio, senza dolore cioè un uomo vuoto e in giro da un po’ di anni si era sparsa la voce che era “cieco”, ma un giorno quando sentì suonare il campanello della sua casa in montagna, appena aprì la porta, il suo cuore venne profondamente colpito da una donna o meglio una postina che gli consegnò una lettera e firmò. Mentre vide la donna allontanarsi con una bicicletta, Flavio si rese conto che non aveva mai ricevuto posta e in quello stato confusionale ricordò solo un nome Clorinda, il nome che gli aveva detto la postina prima di dargli la lettera. Flavio si lavò, si riposò e lesse la lettera che era del commissario Sonetti che diceva di correre subito in commissariato perché aveva scoperto delle cose su di lui e sulla sua famiglia. In commissariato il commissario spiegò a Flavio che suo padre era stato ucciso dalla ma

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pensieri

Cammino lenta, mi attardo per evitare di vedere l' umana sofferenza:
egoisticamente.
Luce soffusa alle 7. 30 del mattino, passi felpati attendono ai bisogni di anziani logorati nel corpo scarno e nella mente.
Parcheggiata su una scomoda sedia, con la linfa vitale che goccia a goccia pervade le mie vene stanche e inospitali, assisto a questo movimento di vita dimenticata. Conto le gocce per non pensare... una, due, cinque... ci vorranno circa 4 ore per il tosco benefico... spero.
Camici bianchi corrono: impassibili sguardi. Un sorriso forzato, e quello invece sincero di una amica che non vedevo da tempo.
Aiuta un camice bianco amico, ti fa sentire in parte protetta da un che di magico. Anche se in effetti sia io che lei sappiamo benissimo dove si andrà forse malapena... a parare.
Ci si volta insieme all'unisono verso la sofferenza palese del corpo che corre al suo naturale destino: ci si guarda in silenzio e poi un abbraccio fraterno e complice. lei riprende a fare il camice bianco.
Sommessi mormorii, un sorriso forzato alla anziana signora.
Pallido sole trapela alle mie spalle e io forzatamente mi maschero al meglio: il solito per le formalità.
Oramai sulla sedia "rovente" è manifesta la mia non voglia di lottare, scappo ai dolori presenti, agli amici che vivono realtà fuorvianti dell'io..
divento maschera, divento cinismo manifesto interiore, fingendo con quella che è per me la dignità manifesta.

non ho più alcun desiderio collaborativo...




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