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Racconti su sentimenti liberi

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STAGIONI

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Il temporale estivo

Era una notte d’estate, il caldo torrido e umido non faceva scendere il termometro sotto i 30 gradi. Non si respirava, i vestiti si appiccavano al corpo come una seconda pelle.
A quel tempo abitavo in una casa di ringhiera ancora con il mio ex marito, un essere viscido che la mia famiglia mi aveva costretto a sposare dopo che lui aveva compromesso il mio onore abusando di me quando avevo solo 17 anni. Ne erano passati ormai di anni. Lui tornava a casa tutte le sere ad ore tarde dopo essere stato con gli amici a fare chissà cosa ed io lo aspettavo in silenzio.
Quella sera era particolarmente caldo, un caldo strano pesante e carico di umidità. Non un alito di vento, anche respirare era difficile. Io cercavo di fare un po’ di corrente lasciando aperta la porta di casa e tutte le finestre che davano sul cortile interno. Indossavo solo una semplice sottoveste di raso bianca, i capelli neri mi scendevano sulle spalle appiccicandosi alla schiena per il sudore. Camminavo per casa, passando dal tinello alla camera da letto, ogni tanto guardavo fuori, ero stranamente inquieta come se qualcosa dovesse succedere. L’atmosfera era carica di elettricità.
Sapevo bene che lui dall’altra parte del ballatoio che circondava tutto il cortile mi stava fissando, sentivo i suoi occhi su di me come ogni sera, e questo lo trovavo estremamente eccitante. Seduto su una vecchia sedia in paglia, con la sigaretta in bocca mi fissava in silenzio. Era ancora un ragazzo, ma il suo ardire nel guardarmi era quello di un uomo. Mio marito quella sera non era ancora rientrato e così io maliziosamente mi divertivo a provocare il mio ospite sconosciuto.
Mi muovevo lentamente per casa, scalza, ogni tanto tiravo su i capelli per far prendere aria alla schiena, poi sedendomi davanti allo specchio in camera da letto me li spazzolavo, mentre dallo specchio fissavo lui che mi guardava. Lentamente facevo scivolare la spazzola come se fosse la sua mano ad accarezzarmi. Era un perverso gioco del

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Grazie davvero!

Sabato sera. Uno dei tanti. Al solito bar di fronte alla chiesa, due amici, Pierre e Cristine. Un tavolo rettangolare con una tovaglia rosso scuro che li separa, loro seduti in sedie di legno, l’uno di fronte all’altra. Primi dieci minuti: si parla di amici e amiche, l’uno racconta la propria vita all’altra e viceversa, il barista, alquanto scortese, continua a interromperli chiedendo qualsiasi cavolata che gli passi per la testa e intrufolandosi ogni tanto nei discorsi di loro due, un vero e proprio impiccione con la camicia nera e la traversa rosso scuro, poi cinque minuti di silenzio e poi di colpo Cristine alza la testa improvvisamente, si toglie gli occhiali, fissa Pierre per due minuti guardandolo negli occhi e gli dice: “Guardami e dimmi cosa vedi.” “Orgoglio. No, aspetta…voglia di piangere, no, forse…forse tristezza, no, ci sono, paura, si, tu hai paura di vivere, credi di non essere capace di affrontare gli ostacoli della vita perché tutti te li hanno sempre mostrati come irraggiungibili e difficoltosi. Vivi la vita con più facilità e pensa che fuori sei una mollicca di pane ma dentro c’è un’energia che nessuno potrà mai cancellare.” “GRAZIE.” e scoppia in lacrime.



Angelo

Sembrava nato per comandare.
Non ci si metteva di proposito ma finiva per farlo comunque e alla giovane età di 18 anni, tutti quelli che lo circondavano pendevano sempre dalle sue labbra. Quelle belle labbra carnose dall’inclinazione dolce di natura. Eppure non pendevano solo da quelle ma anche da ogni suo gesto.
Chi l’avrebbe mai detto che crescere senza padre, con la madre assente per lavoro, spesso affidato al nonno insieme ai suoi fratelli e sorelle minori, l’avrebbe fatto crescere prima del tempo fino a diventare la persona responsabile e matura che era? Era giovane per esserlo, eppure era così. Qualunque fosse il motivo, aveva una spinta in più rispetto agli altri coetanei ed ora eccolo lì con un coltello a serramanico in mano pronto per essere utilizzato in ogni momento contro la persona che aveva davanti.
Il ragazzo suo rivale non era più grande di lui, aveva i capelli scuri e un abbronzatura invidiabile, la rasatura su gran parte della testa e i piercing gli conferivano un aria decisamente punk, aria completata dagli abiti neri in pelle. Era quasi ridicolo con quel trucco.
Michael ridacchiò fra sé e sé cercando di distrarsi e sciogliere la propria tensione.
Dall’esterno non appariva agitato o preoccupato, non il minimo segno di paura o esitazione.
Come sempre.
Eppure vederlo fronteggiare così serio un'altra persona che a sua volta aveva un altro coltello, era strano.
Stonava quasi.
A guardare Michael sembrava di trovarsi di fronte ad un angelo caduto troppo bruscamente dal cielo. Magari un angelo che cercava le sue ali perdute nello scontro col suolo.
Michael era bello, davvero bello.
I capelli biondi che gli coprivano il collo avevano la riga in parte e trasportavano la lunga frangia tutta diagonalmente arrivandogli un po’ sul viso. Al momento erano un po’ sudati e goccioline gli si staccavano dalle ciocche chiare percorrendo la pelle lattea del viso serio. Gli occhi erano azzurro-blu e i lineamenti di una delica

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   1 commenti     di: Astrid Basso


-Seconda parte-Una semplice vita

La sveglia suona, sono le 6:50;voglia di alzarsi zero, pensieri a non finire, desiderio di calore infinito. Mi alzo dal letto, percorro il breve corridoio fino ad arrivare in cucina dove prendo un bicchiere d'acqua fresca, frizzante! Ritorno di là, vado in bagno, una doccia veloce, capelli appena asciugati, mi rado velocemente. Qualche taglietto, si sa ho poca pazienza. Mi lavo i denti e ritorno in camera;jeans e una maglietta abbastanza elegante, senza però niente di impegnativo! Sono le 7 e 35, il tempo passa velocemente quando sei impegnato in qualcosa! Mi dirigo in macchina al solito bar dove col mio amico Maurizio mi trovo sempre. Sono le 7 e 45 e ancora non c'è, lo chiamo;
Io: "Ehi Maurì sono Riccardo, dove sei?"
Maurizio: "Ehi Rì, sono quasi arrivato, sono al semaforo di fronte."
Io: "Ok, ti aspetto dai! Che dobbiamo andare a lavoro."
Maurizio: "Sì a dopo, scusa il ritardo."
Eccolo arrivare, ci diamo un cinque e una pacca amichevole!
Io:Due cornetti al cioccolato e due caffè, il solito insomma."
Barista"Certo!"
Un sorriso tra noi due, oramai è una routine.
Io: "Com'è andata ieri con quella ragazza?!"
Maurizio: "Bene molto bene, domani andiamo al cinema insieme."
Io"Wow, inizia ad essere una cosa seria, sono contento per te!"
Maurizio: "Sì, lo è. Grazie amico."
Finita la colazione ci dirigiamo insieme al lavoro dove siamo pronti per lavorare.
Maurizio, questo mio caro amico, scrive articoli sportivi.
Oggi sarà occupato per il pre-partita di Parma-Lazio si stasera, la vedremo da lui.
Arrivati al lavoro andiamo entrambi nel nostro piccolo ufficio;sono le 8 e 15. Puntualissimi!
Cerco ulteriori notizie sull'articolo che entro le 12:30 devo stampare e consegnare al mio capo, il signor Di Cesare, un uomo di appena cinquanta anni, capelli brizzolati, un fisico asciutto. Un uomo per bene, molto serio ed impegnato tutto il giorno!
Intanto Maurizio con molta facilità ha già scritto le due formazioni delle squadre e viene subito da me en

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Tu eri...

Avevo due punti deboli in quel momento:
Mio padre mi aveva lasciato dopo quindici brevissimi anni di malattia, e tu hai capito che era il mio punto di riferimento;
E il mio grande ed eterno problema della mia sfiducia in me stessa, e tu hai capito anche questo…
La cosa che più mi ha fatto male è che ci hai giocato. Eri più grande di me di dodici anni e hai pensato bene di farmi credere che avresti potuto sostituirti a mio padre quale punto di riferimento…che pensiero assurdo, come hai potuto credere di poter riempire quell’immenso vuoto che aveva lasciato il più grande uomo della mia vita???
E poi lui mi amava più di ogni altra cosa, un po’ meno di quanto amasse mia madre, forse, ma era pur sempre tantissimo. Tu no. Tu amavi solo te stesso e volevi solo farmi credere di essere in grado di prenderti cura di me.
In realtà volevi solo una persona al tuo fianco da sottomettere, non avevi niente da dare se non l’amore per te stesso e così hai fatto….
E ahimè ci sei riuscito…per un po’…
Appena hai capito che ero fragile, che la mia autostima era ridotta ai minimi termini, anzi meno, hai capito tutte le mie paure di non piacere, di non saper fare, di non saper essere, di non essere sicura in mezzo alla gente…. te ne sei approfittato, hai voluto infierire su questo facendomi pensare che niente di me andava bene… Non i capelli, non il mio fisico, non il mio modo di ridere, non il mio modo di esprimermi. Hai trasformato ogni mia caratteristica in un difetto, sei riuscito a farmi credere che anche gli altri mi vedessero così. Alla fine la cosa che più ti dava fastidio era la mia capacità di stare con la gente, a prescindere dall’età, dal sesso, dalla provenienza; la mia capacità di adattamento a qualsiasi situazione ti rendeva isterico. Non lo potevi sopportare, forse perché tu non ci riuscivi, tu non sapevi stare in mezzo a nessuno, amavi troppo te stesso e ogni pretesto era buono per litigare…ci hai provato con me, ma con gli

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   7 commenti     di: Paola Bonc


Kim e Borg - 6° parte

Tornato a casa con la barba lunga e l'umore nero Raf si fece abbracciare dalla madre perché era impossibile evitarlo, grugnì un saluto generalizzato, alzò un sopracciglio alla vista di Kim e, senza proferire verbo, si infilò nella doccia. Ci sono uomini che cambiano completamente a seconda che si trovino in giro per il mondo o in ambiente domestico e Kim, che quel giorno non era andata al mare per motivi femminili, stentò a riconoscerlo come il ragazzo che l'aveva colpita positivamente a Vienna.
Si era ritemprata, in quei giorni, e aveva avuto modo di conoscere e apprezzare l'allegra spensieratezza di Borg con cui, per via delle piccole avventure e disavventure marine e cittadine, era nata una sorta di complicità. Raf era stato la bella idea romantica del gigante intrepido e indipendente, un'idea non corrispondente alla realtà; Kim, che tra le sue doti aveva la lucidità, se ne rese conto quando lo vide delegare la madre a svuotargli il bagaglio pieno di panni sporchi da mettere in lavatrice: decise che non era il caso di farsi in quattro per preparare la Paulova.
Incominciò invece a farsi largo nella sua mente un progetto: voleva prolungare il suo soggiorno a Roma ma non poteva abusare dell'ospitalità di quella famiglia. Doveva cercare un lavoro e, al più presto possibile, trovare un'abitazione, magari una camera in subaffitto.
Si confidò con Borg e trovò in lui l'amico di cui aveva bisogno: insieme si misero a leggere e a cerchiare le offerte di lavoro sui quotidiani e su un giornale bisettimanale di annunci gratuiti: baby sitter, cameriera o shampista poco importava, l'importante era uscire dall'inerzia. Fu proprio Borg, che finalmente si era rasserenato di fronte al cuore libero di lei, a trovare qualcosa di decisamente interessante. Una scuola, per giunta del quartiere, cercava un'insegnante di inglese per delle ripetizioni estive.
Presentarsi ed essere assunta fu questione di poche ore: i suoi titoli non valevano, naturalmente, in Italia, ma

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