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Racconti su sentimenti liberi

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lettera alla mia MAMMA

Ciao Mamma,
sono 17 mesi che te ne sei andata,  il 18 settembre 2005
il giorno del tuo compleanno.
Giacevi sul letto, oramai incosciente,
sono uscito ho comprato dei  fiori per te,
sperando che questo piccolo dono potesse riportarti tra noi,
volevo rivedere il tuo sorriso, sentire la tua voce, riempirmi ancora il cuore d te.
Te ne sei andata, con un ultimo sguardo, mentre tutti ti tenevano le mani,
io non ne avevo il coraggio, eppure ho fatto 18 anni di ambulanza e di parole di conforto ne ho dette a migliaia, ho tenuto le mani ad estranei sino a quando non si sono spenti, ma con te non ne ho avuta la forza.
La rabbia il dolore mi hanno sopraffatto e tuttora la rabbia non è passata.
Ancora non riesco a guardare con serenità una tua fotografia, non ne ho appesa neanche una e mi sento in colpa, eppure non riesco a farlo.
Troppo è ancora il dolore, troppa la mancanza di te, troppa la rabbia, eppure sono grande, ho un figlio anch’egli ormai grande.
Nella tua vita hai avuto ben poche gioie e questo mi fa rabbia.
Nella tua vita hai avuto molti dolori, patimenti, rinunce, tutti i sogni infranti,
eppure ci hai cresciuto, sei sempre stata dolce e disponibile, sempre una parola buona, un consiglio per noi che spesso non capivamo, presi  dal nostro essere grandi e magari a volte saccenti.
Dicono che il tempo lenirà il dolore, la rabbia.
E allora che passi il tempo, in modo che possa guardarti con serenità, ricordare solo la gioia di averti avuto, senza che le lacrime ogni volta che mi scendono sul viso traccino cicatrici indelebili.
Un figlio.



COME MANCIA UNA LANCIA NELLA PANCIA

“Sono un po’ gay pure io, dopotutto”, si ripeteva Paolo fissando fuori del vetro del pullman.
La vacanza era oramai collaudata, il tempo prometteva costantemente per il meglio, e quella sera, Paolo e Stefano, s’erano preposti una serata di spensierata baldoria.
Consueto intramezzo tra cena e prime sfilate per il centro, le telefonate delle famiglie: come trascorrevano le giornate, come fosse il tempo, cosa avessero mangiato, fugaci novità famigliari, il saluto e l’appuntamento alla sera seguente.
La scontrosità di Paolo nel dialogar con Marilena, sua madre, era palese per chiunque captasse i loro scambi telefonici. Sembrava la vita, forse Dio stesso, avesse avuto un conto in sospeso con lei, allorché, dieci anni prima, la consegnò definitivamente ad una carrozzina.
Questa sua deficienza fisica sembrò sfogarsi, specie col passare degli anni, in atteggiamenti volgari e gratuiti. Era solita trascinarsi per le strade dubbiosamente velata; gonna corta ulteriormente sollevata, reggiseno in bella vista, trucco inspessito. Miscela offensiva sulla quale il padre di Paolo cercava da sempre di tacere quanto più gli riuscisse. Quanto doveva amarla per riuscire a fare tutto questo sorridendole? Per quanto ancora avrebbe pianto di nascosto?
Per lui e Stefano, miglior amico di sempre, era la prima vera vacanza senza genitori: regalo di maturità delle rispettive famiglie.
A telefonata conclusa si recarono in stanza per prepararsi: spalmate di crema su tutto il corpo, pelo e contropelo, piastra calda per lisciare i capelli, deodorante e profumo, pantaloni stretti e scarpe di tela a punta, boxer, polo e finto occhiale da vista di marca, di marca quanto tutto il resto. E ancora soldi, sigarette, qualche preservativo (perché non si sa mai) e cellulare dal quale risuonavano le canzoni dance che, da lì a poco, avrebbero ballato sino all’alba.
Mentre si vestiva, Paolo notò il discreto segno dell’abbronzatura all’altezza del bacino e pensò fosse ancora tro

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   2 commenti     di: Mirko Zullo


Nevrosi

San Francesco chiamava i nevrotici "gli angosciati"
e aveva per loro la stessa tenerezza che nutriva per i
lebbrosi. Li baciava sulle guance, incurante del contagio.
L'amore vinceva ogni paura.

Oggi i nevrotici sono i "diversi", tollerati in famiglia che
lascia loro spazi di libertà molto ristretti. Se esprimono un'opinione
non condivisa viene subito etichettata come faziosa o dettata da
impulsi irrazionali o frutto dell'aggressività. Parlo per esperienza.
Il nevrotico qualche volta è aggrssivo, quando l'incomprensione,
l'emarginazione o addirittura l'insulto scatenano in lui meccanismi
distruttivi che colpiscono prima di tutto proprio lui. Allora sta
male da morire, sospinto in una solitudine che annienta la sua forza
vitale.
I nevrotici sono una manna per neurologi, psichiatri, psicanalisti.
Nella mia esperienza di nevrotica ne ho incontrati molti. Non posso
dire che mi abbiano aiutato molto. Qualche volta sono così maldestri
da andare a toccare con ruvidezza ferite aperte, oppure, anche loro,
forse credendo di far bene, ti caricano di sensi di colpa. Per un
certo periodo ho frequentato un neurologo che una volta mi raccontò
una sua storia personale. Mi disse che aveva il terrore delle
nefropatie, terrore che lo induceva a controllare, ogni mezz'ora,
il colore dell'urina. In un giro turistico all'estero, fece fermare,
in piena notte, il pullmann, per fare il necessario controllo.
Il bagno si trovava in un sotterraneo. Risalendo non si accorse
di un arco più basso della sua statura. Vi andò a sbattere la testa,
beccandosi una commozione cerebrale. Naturalmente quella fu l'ultima
seduta.
Come ho vissuto? Accettando questo limite, aumentando i miei
interessi, tenendomi sempre occupata. Dopo aver detto tanto male
della categoria degli strizzacervelli, sento il dovere di correggermi.
In realtà un grosso aiuto l'ho avuto da uno psicoterapeuta che operava
in Messico dove aveva organizzato una struttur

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nuove indagini 3

Ormai il lavoro era entrato nel sangue di Piter, questo è un nome da piccolo pensava, ma i suoi genitori ne andavano fieri lui meno, durante l'accademia di polizia veniva a volte preso in giro ma simpaticamente.
Gli ultimi casi rientravano quasi nella normalità, i soliti delitti e le solite indagini, ma una gli era rimasta particolarmente impressa.
Sono ormai le tre del mattino fra poco ci arriverà il cambio così vado a fare una bella dormita, pensavo mentre il collega era quasi intorpidito dal freddo ma non potevano accendere l'auto per evitare di farsi scoprire, avevano una coperta che di solito veniva usata per socorrere le persone e in quella occasione andava più che bene, poi due termos di caffè bollente con un goccio di rum riusciva a riscaldare il cuore.
Alle quattro la luce della casa che controllavano si accese prima quella della camera poi quella della cucina e a seguire l'ingresso, ci siamo disse Michele un collega che lavorava con lui già da parecchi anni, forse va via all'aereoporto, il controllato effettivamente usci alle quattro e trenta, con la moglie quasi di corsa e accesa l'auto filarono sulla via principale la seguirono senza stare troppo attaccati al mattino non puoi perdere di vista un'auto con così poco traffico.
Arrivarono davanti ad un bar lei scese e lui ripartì al volo decidemmo di dividerci Michele seguì l'uomo in auto mentre io entrai nel bar per far colazione e controllare la signora, quaranta anni portati d'incanto occhi verdi da rapirti e gambe da favola, presi un caffè e incrociai il suo sguardo, mi sorrise poi mi disse"alzataccia, se vuole possiamo scambiare due parole mentre aspetto una amica" quasi il caffè mi andò di traverso, non riuscivo a capire se sapeva chi ero oppure voleva solo attacare bottone, acettai poi dopo il primo caffè ordino un succo di arancia e una pasta, mentre io ero passato al secondo caffè, parlammo di tempo e lavoro, riuscivo a parlare di prodotti farmaceu

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   1 commenti     di: tore chiaro


Hedgehog's dilemma

Ciao, nonno. Ti ricordi di me? Lo spero tanto.
Sai, a me capita spesso di pensarti. Vedo ogni giorno i sedili della mia auto imbrattati dai tuoi pensieri bianchi e vischiosi. E dire che io ci ho provato a pulirli, lo giuro davanti al tuo miserabile dio. Ho finito col consumare intere fabbriche di vetro nel tentativo di cancellare il passaggio della tua lobotomia per niente frenata da candele in lattice.
Quando cammino mi fanno male le ginocchia. I jeans scivolano sulle cicatrici che mi sono rimaste da quella volta che mi volevi insegnare ad andare in bicicletta e io sono caduto. Un rullo compressore da venti tonnellate mi è passato sopra e io sono morto. Non è mica fico come dicono quei cantanti con la faccia pitturata e tutta quella roba appuntita addosso. Ma che ne sanno, loro.
Ma io provo ancora a volerti bene. Ho preso i tuoi documenti, stamattina. Sai, quelli in cui hai la faccia giovane e nemmeno un'arteria occlusa. Ho preso una penna color incubo e ti ho truccato come Eric Draven. Solo che la tua foto si è incazzata un casino. Mi ha mangiato la penna e io adesso non so più come fissare le date sull'elenco telefonico.
Adamo non nacque in tempo per venire al tuo funerale. La bara era vuota, tu sorseggiavi succo d'ananas in un bar lontano dal fiore di loto mentre Caronte a quadretti ti traghettava verso una riva che non hai mai voluto raggiungere.
Quella vecchia bicicletta è ancora in garage, sepolta da qualche parte sotto lucciole e gufi. Di notte la sento gridare, ma io stringo forte il mio carro Katjusha e aspetto l'alba senza piangere. È stato Satana a insegnarmi a guidare la Katjusha. Lo ricordo ancora con un Arbre Magique appeso al collo e una rosa tra i capelli. Mi sono beccato anche 30 euro di multa per non aver investito una comitiva di turisti marziani in visita al ricordo quando presi posto dietro alla cloche per la prima volta.
A volte mi sento strano. Le lapidi lanciano le liane dai polsi, ma io sono diventato bravo a schivar

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L'incubo di jenny

Inorridì, e sul suo volto il tempo sembrava fosse passato due volte per imprimere meglio i segni e il dolore.
La porta si spalancò nel buio, un boato. Il grido le rimase dentro al petto strozzato dalle mani del silenzio di quella notte che non voleva essere disturbata.
La pioggia aveva smesso di battere sulle finestre, le ultime gocce scivolavano tremando sui vetri gelidi e appannati, andavano di fretta perché non volevano partecipare allo scempio che stava per avvenire. Dalla porta avanzò un'ombra nera, e gli stivali di gomma scura che entrarono fecero vibrare le vecchie tavole di legno tarlato che costituivano il lurido pavimento di quella catapecchia dimenticata dal mondo.
Lei rimase immobile, il petto si alzava e abbassava ad un ritmo estenuante, i capillari degli occhi le si erano infiammati di rabbia e delle fiamme gelide le scorrevano nelle vene e nelle arterie impedendole di compiere qualunque gesto.
L'ombra nera fece un altro tuonante passo, non si vedeva nulla di lei, stagliata contro lo sfondo scuro delle montagne solitarie si mescolava all'orgoglioso governo delle tenebre.
- Jenny... piccola Jenny - la voce falsamente dolce accarezzò con una frusta la pelle della ragazza che adesso si era rannicchiata in un angolo della stanza.
- Non è bene che tu stia tutta sola al buio... nono.. povera piccola- ancora una volta quella voce ruvida l'abbracciò con gli artigli di un falso amore. Ci furono dei fruscii molto lenti, un 'tic' veloce che fece schioccare la fiamma di una sottile candela che ora l'ombra nera teneva con le sue ossa sottili.
Si avvicinò con il suo ghigno e dando una pedata alla porta la fece richiudere alle sue spalle con un tonfo secco. I vetri tremarono, gli infissi delle finestre ebbero un brivido. Poggiò la candela su un tavolo zoppo e il suo ghigno distorto fu illuminato parzialmente mettendo in mostra la follia del suo sguardo.
E lei era sola. Oggi come ieri. Era senza nome e senza volto in quella sera. Era in silenzio quand

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   12 commenti     di: Ethel Vicard


I MIEI 18 ANNI

Era la gita di liceo, ultimo anno, ultimo sapore di libri scritti e sfogliati, ultima ebbrezza giovine che si spegne lungo la schiena al calar della luna. Domani arriverà. Domani è la maturità. Domani. Ancora l’ultimo respiro in quest’area fresca d’estate, tanto per sentire dentro me le cose come non le sentirò mai più. Forse. Il leggero vento si confonde sul mio viso, al ricordo di pochi giorni fa lungo strade sconosciute, tutte da assaporare, come una cara vecchi gita. Prima della maturità. Le urla, le voci e le scazzottate, le risate per il niente, tutto torna ora, nella fresca sera, d’estate. Voglio non arrivi domani, voglio che questa notte sia infinita, non passi mai, temo che non sentirò più il tuo dolce respiro sulla mia pelle, grande giovinezza, temo la paura, so che non tornerai più, so di odiare gli adii. Perché non tornano più. Potrei rivederti un giorno, ma negli occhi non miei e so ne soffrirei. So che da domani avrò una ruga in più sul mio fresco viso,è quella del sorriso mentre ti lascio………... non una parola se non un saluto, non uno sguardo se non un ricordo, sarà così che ti rincontrerò nei miei sogni, nei miei pensieri, oggi, come ieri.
Ti chiederei di restare ancora un po’, ho paura. Temo il tempo e le sue rovine, temo il mare ed i suoi confini, temo che andandotene mi si appanneranno un po’ gli occhi, temo il non vedere ciò che vedevo prima. Resta con me ancora un po’ ti prego,è solo un numero a cambiare il mio destino, una penna, un libro, un diario, sono sicura perderanno di significato…che dirti, forse un giorno ti rincontrerò, sfogliando un vecchio libro, risentirò quel sapore di invincibile giovinezza, leggerò i tuoi pensieri nei segreti diari miei di ieri, capirò con un sorriso quelle frasi scritte su…e tu, allontanati con calma, ogni tanto se puoi vieni a trovarmi, forse è vero, non troverai più quella di prima, ma fallo ti prego, tu bussa, più volte ti prego, forse aprirò quando te ne sarai già andata via e con un po’

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   1 commenti     di: maria p.



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