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Racconti storici

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Il primo respiro del mattino

Giovane e ingenuo, affidai le mie speranze e la mia onestà di inesperto guerriero al nostro generale, soldato aduso a guerre e saccheggi, divoratore di giovani destini, oppio dei nostri cuori, mia ed altrui dannazione.
Io, Marco Lucio Decimo, maledico quell'uomo e tutta la sua stirpe, che possa girare in eterno intorno ai campi elisi senza che questi accolgano mai la sua ombra tra le loro mura.
Affamato di gloria e di ricchezza, lo avrei seguito in capo al mondo, anche oltre se mi avesse ordinato di farlo, sarei salpato solo con lui in cerca di Atlantide, superando le colonne di Eracle, pronto a combattere contro tutti i mostri che vivono nel mare Oceano.
Arrivammo alle porte della città mentre stava albeggiando, il primo respiro del mattino, come il generale chiamava quelle ore.
Arringò subito la truppa, per preparare gli uomini all'imminente battaglia.
- L'acre sapore della guerra, l'aria bollente dei bronzi infuocati, vi riempirà i
polmoni e vi condurrà alla vittoria, come sempre è stato e come sempre sarà.
Siete cento ma è come se foste diecimila. Guardate quegli uomini, sugli
spalti; ormai avranno saputo chi siete, e vi dico che essi stanno tremando.
Come tremano tutti coloro che incrociano le vostre strade. Voi siete i cento
lupi di Soros! -
Passò in rassegna le nostre file, chiedendo a ognuno di noi se era pronto a sacrificarsi per la vittoria, ottenendo sempre la medesima risposta - Per Soros e per Roma! -.
In breve tempo gli arieti e le testuggini riuscirono a praticare una vasta breccia alla base delle mura, e all'improvviso un profondo silenzio scese sulla città e sull'accampamento. Un altissimo grido si levò allora dalle nostre gole e ci mettemmo in marcia per raggiungere il varco, proteggendoci con gli scudi contro i pochi dardi lanciati dal nemico asserragliato sugli spalti e soggetto al tiro micidiale delle catapulte, delle baliste e degli scorpioni dei nostri artiglieri.
Non trovammo guerr

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L'inizio della fine

Mio caro e vecchio amico,
più di trent'anni sono passati da quell'ultimo saluto alla stazione. Ricordo ancora le tue valigie fatte di corsa e la pioggia che batteva sui vetri della mia camera, che tante, troppe volte aveva assistito ai nostri assolati pomeriggi, trascorsi a parlare di musica e di amori finiti male. La stazione che faceva da sfondo al nostro amaro arrivederci, aveva l'odore acre dei giorni di pioggia e i passanti correvano frenetici verso chissà quale destinazione. Rivedo ancora il treno allontanarsi piano e sparire all'orizzonte;rimasi, allora, a fumare una sigaretta prima di tornare verso casa, col bavero del cappotto fin sopra la testa per ripararmi dalla pioggia. Era l'8 maggio 1978. L'inizio della fine, potrei aggiungere adesso, vista la triste realtà che ci avrebbe atteso, sorpreso. Mi fermai a bere del cognac, nel bar sotto casa, e discussi animatamente di politica con dei vecchi che, tra una un bicchiere di vino e una partita a scopone, citavano Marx e mi raccontavano dei loro trascorsi in guerra. Tornai a casa quasi ubriaco quella sera, e non appena poggiai le spalle sul letto, caddi in un sonno profondissimo. Venni svegliato la mattina verso le undici dalle grida del vicino;un democristiano militante, di quelli che invitano i preti a cena e vedono in tutti gli angoli di casa, aggirarsi l'oscuro spettro del comunismo. Gridava al telefono, penso, parole che non distinguevo bene, e batteva pugni sul muro, come in preda ad un raptus di follia. Mi alzai di scatto dal letto e poggiai l'orecchio sulla parete, per capire se aveva bisogno di aiuto, oltre che per pura curiosità.
- Le B. R. hanno ammazzato Moro, hanno trovato il corpo in una Renault rossa, in via Caetani-;
nonostante ci dividesse una gelida colata di cemento, poggiai la mano sul muro, quasi a voler lenire simbolicamente il suo dolore e la sua rabbia. Più di trent'anni oggi sono passati dal nostro ultimo saluto alla stazione sotto la pioggia, cosi come dall'uccisione dell'Onore

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   2 commenti     di: Alfonso


Il castello di Binasco

La nascita del romanzo storico italiano si fa generalmente risalire al 1827, anno della pubblicazione dei "Promessi sposi". Nell'ambito della storia della letteratura italiana c'è posto anche per la scrittrice torinese Diodata Saluzzo Roero e per Binasco ed il suo castello. Infatti nel 1819 viene data alle stampe ad opera di questa autrice la novella "Il castello di Binasco" dal netto intreccio e sapore di romanzo storico e che anticipa, anche se di ben diverso spessore letterario, la pubblicazione dei Promessi Sposi e che peraltro ebbe il plauso dello stesso Manzoni che con Diodata esercitò un amichevole scambio epistolare. La novella racconta la triste sorte di Beatrice Balbo Lascaris-Tenda, detta Beatrice di Tenda che sposò in prime nozze il condottiero Facino Cane e dopo essere rimasta vedova nel 1412 si risposò con Filippo Maria Visconti duca di Milano di molti anni più anni giovane di lei, come descritto da Pietro Verri nella sua Storia di Milano. "Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffrì il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio... Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Furono condannati l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna

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L'Ascesa di un Re

-Attenti con quei cannoni! Uno solo di quelli vale più della vostra paga annuale!-
Il capitano, rivolgendosi ai genieri della sua compagnia, si mosse per controllare che tutto procedesse speditamente: l'attraversamento del passo dell'Argentiére, appartenente al duca di Savoia e non controllato dagli svizzeri, era stata una mossa molto astuta da parte del re di Francia, ma bisognava agire in fretta; quell'agosto, piuttosto caldo, contribuiva a rendere la marcia più sicura, trattandosi sempre e comunque di un passo montano, anche se il sole, molto caldo, rendeva spesso più pesante il trasporto degli armamenti pesanti e il movimento.
Chiunque si trovasse sulla cima del monte della Maddalena in quell'agosto del 1515, avrebbe potuto osservare l'imponente esercito francese, mentre si snodava, lentamente ma incessantemente, come un immenso serpente variopinto diretto verso la sua preda più ambita: Milano.
Da quando era salito al trono l'allora ventunenne Francesco aveva dovuto combattere contro la confederazione elvetica, le cui mire espansionistiche avevano minacciato più volte la Lombardia e i possedimenti del duca di Milano, titolo che il re di Francia reclamava, più o meno legittimamente, per sé.
Dopo anni di brucianti sconfitte, i francesi avevano dovuto abbandonare il controllo sulla città, considerata la porta principale per l'Italia.
Ora Milano era governata da Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro e semplice strumento nelle mani degli svizzeri, i veri padroni della città che, oramai, non possedeva nemmeno più un esercito proprio.
Francesco aveva deciso che era giunto il momento di cambiare le cose: muovendosi di sorpresa con questo grande esercito, aveva deciso di varcare le alpi da uno dei pochi passi non controllati dagli svizzeri, per calare poi nella pianura padana e riconquistare il ducato. Per troppi anni i picchieri svizzeri si erano fatti beffe dell'esercito francese, sconfiggendo i fieri cavalieri in numerose occasioni. Ma or

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   0 commenti     di: Jaco Caste


LE CARBONAIE PIEMONTESI: Un tuffo nel passato - Dove nasce la leggenda dell'"Uomo Nero"

È curioso ed oltremodo entusiasmante per me sapere quante cose nuove, oltreché interessanti, si possono scoprire ogni volta che "si mette il naso fuori di casa". Appena fuori di casa, devo dire in questo caso: solo ad una sessantina di Km. da Fossano.
Ultimamente, col CAI di Fossano, ospite del CAI di Pinerolo, si parte alla volta del giro dei Tre Denti, in Val di Noce. Ad attenderci a Pinerolo un gruppo d’escursionisti simpatici e cordiali del CAI locale. Colazione veloce al bar e via verso la Frazione di Talucco, punto di partenza per l'escursione a piedi. Ed anche inizio del percorso ecomuseale della Carbonaia, come ci spiega la nostra guida dalla fulgente chioma bianca, Eraldo Quero, perché proprio nei boschi sopra questa frazione, si svolgeva, fino ad un certo periodo, un duro e faticoso mestiere, quello del carbonaio. Ed io, figlia di una terra di minatori, non posso fare a meno di essere incuriosita da questo racconto che ha un alone quasi di favola, anche se questo mestiere ha cessato di vivere solo intorno al 1975.
Il carbone di legna veniva prodotto col sistema delle carbonaie da almeno 5000 anni ed usato non solo per il riscaldamento delle abitazioni, ma anche in campo industriale, chimico e siderurgico e nella cottura della ceramica. Per la sua combustione senza fumo né fiamma e per la quasi assenza di zolfo, la produzione di questo modesto "oro nero" raggiunse il suo apice nell'impiego industriale nel 1700-1800; ed anche agli inizi del '900, tra le due guerre mondiali, nonostante l’avvento del carbon fossile, del petrolio e dell'energia elettrica, la sua richiesta si mantenne molto alta. Tant'è vero che, nei boschi di tutta Italia, massimamente in Umbria e nella Sila calabrese, oltreché in queste zone, dal mare ai 1500 m. d’altitudine, come in Francia, Spagna, Africa o nei paesi balcanici, si muovevano compagnie stagionali anche di circa 30 persone fra tagliatori, carbonai e aiutanti.
Il carbone vegetale si ottiene dal le

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   1 commenti     di: Ada FIRINO


Tosca (riduzione teatrale)

TOSCA (COPIONE)
ATTO I
1. SCENA:
ANGELOTTI: Ho tanta paura, spero non mi scoprano, sono stato console della repubblica romana ma se mi trovano sono guai. Finalmente sono arrivato alla Chiesa di Sant'Andrea della Valle, come stabilito troverò rifugio nella Cappella Attavanti dove riposano i miei avi, poi potrò proseguire verso la salvezza. Eccola lì, la chiave, posso entrare.
SACRESTANO: Quanti pennelli qui dentro, tutti sporchi, disordine, la Chiesa è luogo di preghiera, un rumore, forse è tornato il pittore, no no meglio pregare (recita l'Angelus)
CAVARADOSSI: (Scopre il quadro di Maria Maddalena e si rivolge al sacrestano): Che fai?
SACRESTANO: Sto recitando l'Angelus. Ma quella Maria Maddalena dagli occhi azzurri io la conosco!!! Sì, certo una donna devota che passa spesso da qui per pregare.
CAVARADOSSI: Non posso negarlo, non la conosco ma l'ho spiata e l'ho dipinta a sua insaputa. Le donne son tutte belle anche se la mia amata Floria ha gli occhi neri.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi.
CAVARADOSSI: L'arte porta a confonder la bellezza ma amo solo Floria Tosca.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi. Io me ne vado. (scandalizzato si fa il segno della croce). (poi guarda un paniere pieno): Fa digiuno di penitenza, maestro?
CAVARADOSSI: No, non ho fame.
2. SCENA:
CAVARADOSSI: (sente qualcosa): Chi c'è là dentro?
ANGELOTTI: (Si ritrae nella cappella per evitare di essere scoperto ma riconosce il pittore suo vecchio amico) Voi Cavaradossi, il Cielo vi manda!! Non mi riconoscete? Le sofferenze patite in prigionia, mi hanno cambiato così tanto?
CAVARADOSSI: Angelotti, siete voi? Il console della repubblica romana ormai scomparsa!!!
ANGELOTTI: Si, ero rinchiuso in Castel Sant'Angelo e ora sono qua, ho bisogno di aiuto.
CAVARADOSSI: Disponete di me!
TOSCA: Mario!!
CAVARADOSSI: Nasconditi Cesare amico mio, è la mia donna, Floria, è molto gelosa. Tra poco la mando via!

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Don Giuseppe Puglisi: la forza del garbo

Chissà se esiste una relazione del tutto trascendente fra persone tra loro sconosciute, vissute in luoghi e in epoche differenti, ma accumunate dal coraggio e segnate dal medesimo destino?
Cosa hanno in comune il vescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero e il sacerdote palermitano don Giuseppe Puglisi?
Entrambi furono assassinati, in virtù della loro testimonianza: Óscar Arnulfo Romero fu trucidato con una pallottola che gli recise la vena giugulare, mentre stava elevando l'ostia; Giuseppe Puglisi fu soppresso con un colpo di pistola alla nuca, mentre stava rientrando nella propria abitazione.
Con atteggiamento profetico il vescovo salvadoregno annunciava: "Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai".
E come non estendere tale formulazione anche a don Puglisi e a tutti i martiri della Chiesa?
Può una pallottola mettere a tacere la voce univoca della Comunità cristiana?
Presto Don Giuseppe sarà beatificato per poi essere elevato all'onore degli altari come primo martire della mafia, deceduto in odio alla fede.
La cronaca nera rilevava che il 15 settembre 1993 il corpo di don Giuseppe giaceva a terra, privo di vita.
3P (acronimo delle iniziali Padre Pino Puglisi) veniva chiamato così dai suoi parrocchiani, terminava la sua avventura terrena il giorno del suo 56° compleanno.
Una strana coincidenza... eppure un altro elemento conferisce alla vicenda un significato un po' particolare: il giorno dell'omicidio don Puglisi indossava un clergyman, anziché la solita camicia a scacchi.
A qualche parrocchiano che glielo aveva fatto notare, don Giuseppe aveva spiegato che quel giorno doveva celebrare più matrimoni. A me piace pensare che il Signore lo abbia chiamato a sé, abbigliato con il suo abito migliore, in vista dell'imminente unione mistica con quell'anima devota.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: qual è il confine tra il dovere deontologico e il valore aggiunto della santità?
Perché la mafia ha inviat

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   3 commenti     di: Fabio Mancini



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