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Racconti storici

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La vendetta di Artemide

Il cielo stava ormai volgendo all'imbrunire. Nella valle regnava un silenzio quasi irreale, e la natura era talmente immobile che pareva in attesa. Artemide stava per raccogliere le proprie armi e andarsene; si era già caricata la faretra in spalla e fece per alzarsi e rivelare la propria presenza alla natura circostante, quando le parve di udire qualcosa muoversi tra gli alberi. Si immobilizzò dietro al cespuglio di more che aveva scelto come nascondiglio, e rimase in ascolto. Poco dopo, ciò che si era mosso si palesò in tutto il suo splendore nell'ampia prateria davanti a lei, e Artemide non credette ai propri occhi. Si trovava di fronte un magnifico esemplare di unicorno, dal manto immacolato, che si muoveva circospetto, quasi avesse sentore della sua presenza.
Artemide impugnò l'arco e sfilò cauta una freccia dalla faretra, posizionandola sull'arma. Poi puntò il dardo contro la creatura, che ora si era fermata al centro della radura, proprio di fronte a lei. Artemide quasi non credeva alla propria fortuna; stava per scoccare la freccia, segnando irrevocabilmente la sorte del malcapitato esemplare, quando qualcosa le si parò dinnanzi, facendo improvvisamente capolino da dietro il cespuglio e facendola sobbalzare. Artemide riconobbe subito la creatura femminile che le era comparsa davanti, una ninfa bellissima, con un vestito di panno bianco e i lunghi capelli biondi, e che stava tentando di spaventarla mostrandole il proprio angelico viso trasfigurato e deformato in un modo inusuale, con gli enormi occhi sporgenti e le fauci spalancate. Ma lei non si sarebbe fatta sorprendere: lei, Artemide, l'intrepida dea della caccia, spaventarsi di fronte ad una ninfa dei boschi?
“Chi credi di spaventare? ” le domandò infatti, con il tono più sprezzante che le riuscì.
La ninfa si dileguò in fretta così com'era venuta, e quando Artemide tornò a guardare verso la radura, anche l'unicorno era sparito. “Maledizione! ” si lasciò sfuggire.
Solo allora co

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Amos e Mario. Italia anno di guerra 1943- IIIa e ultima parte

La guerra andava male. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono con ingenti forze in Sicilia. La situazione nazionale precipitava ; i tedeschi li avevamo in casa, feroci e rabbiosi, incalzati da sud si preparavano a recedere, vie di fuga a nord, a qualsiasi costo.
Il 25 luglio 1943, il gruppo clandestino, cui apparteneva Mario, decise di uscire in maniera più incisiva con un appello a stampa, diretto a tutti gli operai della zona industriale di Porto Marghera ; un appello contro la guerra e le privazioni imposte dalla sua economia. Le fabbriche di Torino Mirafiori e Milano avevano già conosciuto diffuse proteste operaie e ciò incoraggiava il gruppo ad andare avanti.
Si decise di usare il ciclostile nella soffitta di casa di uno tra loro, certo Giuliano, studente universitario ( a distanza di vent'anni costui sarebbe diventato Preside di liceo...) il quale aveva la fortuna di abitare in una casa singola, alla periferia di Mestre; una villetta circondata da un giardino incolto, proprio alla fine di una stradaccia tutta buche. Alle spalle della casa, soltanto campi. Un luogo ideale anche per coprire il rumore del macchinoso ciclostile. Padre e madre di Giuliano erano presso dei parenti, a Padova, per alcuni giorni.
Verso mezzogiorno, di quel 25 luglio, mentre in quattro erano intenti a redigere il testo, la radio interruppe le solite musichette e gracchiò una notizia straordinaria. Subito i quattro giovani zittirono. Fu comunicato alla Nazione che il Gran Consiglio del fascismo aveva destituito Mussolini e rimesso il governo al Re. La notizia si espanse nell'aria estiva come una saetta. Sembrava persino aver scosso e trafitto le ferme e silenti chiome dei pioppi che si intravedevano dalla soffitta. Pure le cicale cessarono di frinire.
Seguì un attimo di sgomento alla clamorosa notizia, poi urla di gioia da parte di tutti. Giuliano scese precipitosamente dalla soffitta

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La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

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Tosca (riduzione teatrale)

TOSCA (COPIONE)
ATTO I
1. SCENA:
ANGELOTTI: Ho tanta paura, spero non mi scoprano, sono stato console della repubblica romana ma se mi trovano sono guai. Finalmente sono arrivato alla Chiesa di Sant'Andrea della Valle, come stabilito troverò rifugio nella Cappella Attavanti dove riposano i miei avi, poi potrò proseguire verso la salvezza. Eccola lì, la chiave, posso entrare.
SACRESTANO: Quanti pennelli qui dentro, tutti sporchi, disordine, la Chiesa è luogo di preghiera, un rumore, forse è tornato il pittore, no no meglio pregare (recita l'Angelus)
CAVARADOSSI: (Scopre il quadro di Maria Maddalena e si rivolge al sacrestano): Che fai?
SACRESTANO: Sto recitando l'Angelus. Ma quella Maria Maddalena dagli occhi azzurri io la conosco!!! Sì, certo una donna devota che passa spesso da qui per pregare.
CAVARADOSSI: Non posso negarlo, non la conosco ma l'ho spiata e l'ho dipinta a sua insaputa. Le donne son tutte belle anche se la mia amata Floria ha gli occhi neri.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi.
CAVARADOSSI: L'arte porta a confonder la bellezza ma amo solo Floria Tosca.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi. Io me ne vado. (scandalizzato si fa il segno della croce). (poi guarda un paniere pieno): Fa digiuno di penitenza, maestro?
CAVARADOSSI: No, non ho fame.
2. SCENA:
CAVARADOSSI: (sente qualcosa): Chi c'è là dentro?
ANGELOTTI: (Si ritrae nella cappella per evitare di essere scoperto ma riconosce il pittore suo vecchio amico) Voi Cavaradossi, il Cielo vi manda!! Non mi riconoscete? Le sofferenze patite in prigionia, mi hanno cambiato così tanto?
CAVARADOSSI: Angelotti, siete voi? Il console della repubblica romana ormai scomparsa!!!
ANGELOTTI: Si, ero rinchiuso in Castel Sant'Angelo e ora sono qua, ho bisogno di aiuto.
CAVARADOSSI: Disponete di me!
TOSCA: Mario!!
CAVARADOSSI: Nasconditi Cesare amico mio, è la mia donna, Floria, è molto gelosa. Tra poco la mando via!

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Un volo tranquillo

Una sensazione di freddo pungente alle gambe si unì al ruvido sfregamento delle lenzuola sulle guance di Joachim, che lentamente emerse dalla confortevole incoscienza del sonno.
Dopo alcuni mesi passati sul fronte nordafricano aveva imparato a rispettare le bizze del clima, apparentemente mite di giorno, ma assolutamente rigido nelle lunghe notti senza luna.
Il risveglio significava per Joachim la fine del sogno che stava facendo e la rapida presa di coscienza della sua situazione, pilota militare di caccia tedeschi, impegnato ad onorare la bandiera della sua patria in quella che tutti i quotidiani indicavano come Seconda Guerra Mondiale, con inquietanti iniziali maiuscole.
A poco serviva ricordare che fra tutti i giovani piloti impegnati sui diversi fronti, Joachim Marseille era uno dei migliori, e che con 102 aerei abbattuti stava cominciando a diventare una leggenda per i membri della sua squadriglia e non solo. La crudeltà del conflitto lo attendeva tutte le mattine, una amarezza malinconica che accompagnava il risveglio di un bambino cresciuto troppo in fretta e con troppa morte negli occhi.
Un’occhiata al suo cronografo da polso gli confermò che si avvicinavano le 5. 30, ora ufficialmente fissata per la sveglia. Un altrettanto rapido riepilogo mentale del debriefing della sera precedente gli riportò alla mente il compito del giorno: missione di ricognizione alle estremità del fronte, squadriglia composta di due soli aerei, con rapporto sulle disposizioni delle trincee nemiche una volta rientrato alla base. Il sollievo fu immediato; dopo giorni di concitate battaglie aeree in cui altro non aveva fatto che incrementare il suo stress di pari passo con la sua fama di asso dell’aviazione, finalmente una missione tranquilla in cui potersi godere il motivo che veramente l’aveva spinto ad arruolarsi in aviazione, ovvero una tremenda, innata, pressante e dolcemente fastidiosa passione per il Volo.
Dopo il rito della rasatura e una veloce doccia, si vestì

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La lapide nera dei Dogi

Entrati nella imponente chiesa barocca di San Stae - nome che in dialetto veneziano significa Sant'Eustachio - si resta un poco sorpresi dal suo interno chiaro, non particolarmente pomposo ed " arrogante ", in vero contrasto con la facciata grandiosa dell'edificio che s'apre sul Canal Grande. In prossimità dell'ingresso principale il visitatore trova subito, ai propri piedi, una grande lapide nera, una sola lastra di marmo, con un teschio in rilievo. Vi si leggono, incise, le seguenti parole: NOMEN ET CINERES UNA CUM VANITATE SEPULTA. La posizione del sepolcro pare voluta, come se qualcuno, un tempo lontano, avesse deciso che quella lapide nera e la sua scritta fossero le prime cose che l'occasionale fedele o viandante, entrato nel tempio, doveva percepire. Una sorta di monito, su cui immediatamente l'uomo sconosciuto è chiamato a riflettere.
La scritta, come hanno attestato gli Studiosi dell'epoca settecentesca, è d'accompagnamento ai monumenti funebri dei Dogi dell'età Barocca. Ed infatti in questa chiesa sono sepolti i potentissimi dogi del 1700, Alvise II Mocenigo e Marco Foscarini.
L'iscrizione incisa sulla grande lapide nera merita una riflessione. Tradotta in italiano significa " il nome e le ceneri assieme confuse sono sepolte con la vanità". Ma ciò non basta, essendoci a mio parere, un significato che va " oltre" le lettere.
Cosa copre quella lapide? Innanzi tutto il NOMEN di un uomo. Certamente è un riferimento all'alto casato nobiliare, ciò che ha individuato e contraddistinto socialmente il Doge, nel suo potere e nella sua ricchezza. Tuttavia nella tradizione giudaico-cristiana, il " nomen" è quanto ha di più importante l'Uomo mentre è in vita. In questa tradizione di fede l'Uomo non è mai un soggetto generico. È il suo nomen che lo individua come singolo davanti a Dio. Chi ha il potere di dare i nomi alle persone, sin dall'Antico Testamento, è il Signore. Basta leggere il primo libro della Genesi, in cui, d

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La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.

Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."

"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non

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