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Racconti storici

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C'era una volta (terzo capitolo)

Accipicchia, i pidocchi... dimenticavo i pidocchi. Si diceva che ce li mischiavano a scuola gli altri bambini... più sporchi di noi.

Mia madre si sedeva il pomeriggio innanzi alla porta, illuminata sempre da un raggio di sole che fendeva le case, apparecchiava sulle ginocchia una tovaglia bianca, si muniva di un pettine corto a doppia faccia, con i denti compatti.
Ci afferrava brusca, ci faceva sedere su di un piccolo sgabello, con la mano sinistra ci teneva inchiodati alle sue ginocchia e con la destra affondava tra i corti capelli quel pettine usato come un rastrello, e pufte cadeva sulla tovaglia il primo pidocchio. Si ripeteva il rito dello strofinamento e dello schiacciamento delle pulci, con la variante che in questo caso la mamma riponeva il pidocchio sulla spina dorsale del pettine e con un sottile senso di piacere lo schiacciava.
Eravamo terrorizzati dai pidocchi. E anche nostra madre li temeva più delle pulci.
Ci tagliavano i capelli con la macchinetta, lasciandoci solo un piccolo ciuffo davanti; ci dicevano di non avvicinarsi ad altri bimbi che erano fortemente indiziati, perché anche i pidocchi si sposavano con la povertà e la sporcizia.
Su alcune teste bianche i pidocchi si vedevano passeggiare, non si capiva dove si nascondessero. Forse le uova restavano attaccate alla radice dei capelli e poi si schiudevano all'improvviso dando un senso di disgusto che spingeva alla ritrosia. E la polverina bianca che ci cospargevano in testa era peggiore del male.

Nelle case convivevano con la famiglia molti animali, in numero inversamente proporzionali al benessere della famiglia.
Nelle case più povere c'erano le galline i cui escrementi sono acidi e schifosi. E con le galline almeno una volta all'anno girava per casa la chioccia con un nugolo di pulcini alla continua ricerca di cibo, con la testa sempre in movimento tra pigolii che si inseguivano.
Non mancavano mai nemmeno le cavie, un piccolo coniglio poco più grande di un topo. Erano piccole,

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   3 commenti     di: Ettore Vita


Amsterdam

CHE VIAGGIO! 25/12/2005

NAVE E FIUMICINO

Occhi stanchi,
noi emigranti per gioco.
Stupisciti all'arrivo,
il giorno è arrivato.
Questo è il secondo giorno,
il sonno è secondario
e il cibo... rinviato.

È passato circa un mese da quando abbiamo deciso di partire.
Il tempo è passato segnando i giorni passo dopo passo.
Abbiamo decorato le giornate d'attesa ripercorrendo avvenimenti passati
o incitandoci continuamente in prospettiva futura.
Ora... che mi trovo in movimento nel treno destinazione Roma,
Mi richiedo ancora "Cosa ci faccio qui, perchè ancora?"

La via più breve è già stata scritta
Il percorso c'incita a proseguire.
In custu logu sperdiu ca sperdiu no esti,
deu m'agattu annodau a sa vita.
Sa genti chistionara fore problemasa,
custu tottu esti tottu in leggerezza.

So già che durerà sino a quando tornerò...

AMSTERDAM

Bisogna muoversi!
Bisogna muoversi!
Ti chiamano!
Ti cercano!
Sfilano il portafoglio
con un sorriso.
Svendono il corpo
al primo sconosciuto.
Svenuto da molto lontano,
distratto chiede della sua anima in giro.
L'Uomo nero come un avvoltoio
si lancia in quel che resta del moribondo.
"Baratterò con te!"
(Sì si, in cambio di tutto il resto...)

BOOM! ARIA PER SEMPRE...(*)

Pianeggianti, camminanti
in tempo controsenso.
Fiamme in caverne,
primissime forme.
La forca in un rito
provoca dolore al primogenito.
Anime contrastanti,
(come) la vivacità di un passo teso
(come) un rosso un po' sbiadito.
Il gusto a malapena assaporato.
Hanno la lingua biforcuta.

Leone e Gorilla
in piedi d'innanzi al Potere Supremo.
Tutto è tutto è di tutti.

Camminavo nelle strade principali
(nel) la notte furibonda.
Con recenti residui
d'intere giornate furibonde.

THE DOORS

Si ricompone quel che non vuol significare...

SARO' VIVO PER SEMPRE (*)

Devo solo trascrivere
un qualcosa d'

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   5 commenti     di: Carlo Caredda


Anima nel cuore

Miei cari avventori avvinazzati - disse il vecchio ai due giovinastri -, vi racconterò. Vi racconterò.
Era ancora la prima metà del secolo, ed io vivevo, con la sola compagnia del mio vecchio maremmano Gilles, in una barca trasandata adibita a dimora in quel del Lago di Como.
Di giorno in giorno passavo di sponda in sponda, di paese in paese, a portare la mia musica. In cambio non chiedevo null'altro che almeno uno o due dei miei ascoltatori lasciassero nel mio vecchio cappello scucito giusto due monete: il necessario per tirare avanti un giorno di più.
Nessuno mi disprezzava, non ero insultato, maltrattato, ignorato, come quelli che al giorno d'oggi voi giovinastri chiamate barboni. La gente mi amava. In ogni paese i bambini accorrevano al mio arrivo, e più di una fanciulla aveva ceduto al mio fascino. Sapete, quello dell'uomo di strada, del vagabondo: avevo storie da raccontare, un passato.
Le donne mi adoravano, già. Eppure mai, mai ne incontrai una che mi facesse veramente sciogliere.
Che fosse in grado di ispirarmi sogni, poesie, canzoni. Una musa, insomma. Non l'avevo; mi mancava, ma ancora non lo sapevo. Ero convinto che tutto ciò che avevo fosse tutto ciò di cui avevo bisogno.
Non era così.
Era in realtà da poco che io ero approdato a quei lidi e avevo iniziato il mio giro: quasi un anno. Tanto per voi, un'inezia paragonato alla totalità della mia esistenza.
Ebbene, io allora avevo deciso che quell'anno lo avrei speso così, di paese in paese, giorno dopo giorno. Trecentosessantacinque paesi in trecentosessantacinque giorni, quello era il mio obiettivo.
E poi via, verso altre mete. Fallii.
L'ultima tappa dell'anno, il trentuno di dicembre 1943, fu lei, Como.
Ed appena vi giunsi, mi innamorai.
Lei era bellissima, davvero bellissima. Clara il suo nome. Era infermiera nell'ospedale della città. Un ospedale da operetta, sia chiaro. Ma lei per quanto poteva vi si dava da fare, per i molti oberati dalle più disparate malattie e fe

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   2 commenti     di: simone regolo


Vita di corte

La vita di due principesse aspiranti al trono della dinastia Asburgo-Lorena sembra semplice, piena di agiatezze, lussi e spensierata felicità. Il vostro narratore Ulrich vi dice che non tutto quel che sembra facile lo è davvero, la vita va dove gli pare e le difficili asprezze non si risparmiano a nessuno, neanche a chi potrebbe vivere su un tappeto di rose.
Le due principesse sono sorelle e vivono a Mainz dove scorrono due fiumi che si intersecano cambiano il nome e una sola consonante, il Reno e il Meno, così diversi, così simili, sempre vicini e mai uguali. Belli i loro nomi che la regina madre Gertrud scelse per loro: Geike e Franziska come una zia diretta ed una cugina di secondo grado. Il maschio tanto aspettato erede al trono non arrivò mai: Gertrud era delicata, forte di carattere e organizzata ma dopo le due gravidanze si debilitò talmente che non riuscì più a portarne a termine altre. Con il disappunto delle cortigiane che presero a chiamarla "la tirolese" in segno di scherno per le sue origini basso-austriache (era di Graz) di fisico compatto ma minuto, diverse dalle floride tedesche della zona occidentale. Il re Ludwig suo marito non la amava, sposo a 17 anni per volere degli uomini vicino al Governatore, esigenze politiche e di dinastia, il sovrano per tutta la sua breve vita pensò pochissimo al suo popolo e condusse la sua esistenza fra abbondanti libagioni e frequentazioni femminili al di fuori del matrimonio. L'educazione delle figlie rimase affidata a Gertrud che mai acconsentì ad affidarle le bimbe a nutrici e istitutori, attirandosi nuove critiche che la dipinsero come poco aristocratica e tendente al borghese. Avrebbe voluto opporsi anche all'ingresso dell'Abate Hans ma le rigide regole dell'etichetta reale lo impedirono. L'istinto di Gertrud non sbagliò, l'Abate avrebbe dovuto avviarle ai precetti religiosi ma si rivelò, superstizioso e abbastanza incline alle pratiche esoteriche nonché sessualmente represso, ma la vigile attenzion

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Sicura, verso la morte

Sicura verso il patibolo, vai, con la stessa spavalderia con cui hai affrontato il tuo processo.
Che processo! Uno spettacolo di scimmie danzanti non ti avrebbe fatto ridere come il tuo procedimento giudiziario.
Ti hanno accusato di "esaurimento del tesoro" e sei scoppiata a ridere come una pazza. Persino i tuoi accusatori si sono spaventati da tanta ilarità.
Hai riso, con le lacrime agli occhi e la bocca coperta dal fazzoletto di seta cinese. Hai riso perché i tuoi aguzzini sono stupidi, talmente stupidi che a confronto un fagiano pare un aquila.
E quando hai finito di ridere, con i dolori alla pancia, hai detto -Ma, signori miei, quel denaro mi serviva per mangiare.-
E te ne sei andata, trascinata dalle guardie, mentre dietro di te la folla ti urlava contro i peggiori insulti.
Mentre venivi portata via, si è avvicinato quell'avvocato.
Quell'avvocato dal naso grosso e la testa piccola. Quello buffo, come si chiamava? Roberten? Rubensierre?* Non importa.
L'uomo si è avvicinato a te e gli hai lanciato uno sguardo velenoso. Forse sarebbe stato più sensato non farlo, ma tu hai sentito il dovere di rivolgergli quell'occhiata, a quell'uomo di cui non ti ricordi il nome ma che sai con certezza, come sai che i la luna brilla solo di notte, che lui è uno degli artefici della tua rovina.
L'avvocato ti ha risposto scrollando le spalle, in volto la stessa espressione che ha un medico quando guarda un malato prossimo alla morte.
Non sei riuscita a vedere dove andava perché le guardie hanno ripreso a trascinarti via e ti hanno riportata in cella.
Là, sbattuta in quella prigione senza finestre, con negli occhi il volto dell'uomo senza nome e la consapevolezza della tua innocenza riguardo a quella assurda accusa che brilla nella tua mente.
Cosa ne vuol sapere il popolaccio del tuo desiderio di gola, manifestato nel bisogno di mangiare continuamente?
Come quella medicante che tanti anni addietro era venuta davanti a te, prostrandosi ai tuoi piedi e portand

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   1 commenti     di: Giulia Brugnoli


La guerra all'Argentiera: Primo bombardamento 1/9

Il mio racconto comincia qui, in questo paesino di mare chiamato Argentiera, questo mio racconto vi narrerà della povertà, della miseria, della fame, della seconda guerra mondiale, in Nord-Sardegna.
Paure, sorrisi, ricchezze, famiglie, bombe, giochi. Da qui, si susseguono nove storie, tutte vere, testimonianze e ricordi, che la gente non ha dimenticato, ma che conserva tutt' ora.

- L'Argentiera, così chiamata per la miniera di argento che è all'interno del paese, è un piccolo paese, in provincia di Sassari, che si affaccia su uno splendido e cristallino mare. La ricchezza del luogo è la miniera, dove le persone lavorano talmente tanto, per pochi soldi e per riuscire ad estrarre il prezioso minerale.
Il paese cresce per le creste delle montagne verdeggianti della Nurra, ed ha come cornice una fantastica vegetazione della macchia mediterranea. Vi è, inoltre, una sola strada, che acceda al paese, ed una secondaria, che porta al pozzo della miniera, e finisce li. Tutto il resto, solo sentieri e terra brulla.
Anche qui, è arrivata la guerra. Aerei, sottomarini, bombardamenti, si, anche quelli.
La guerra travolse questo paese isolato pochi anni dopo il 1940, esclusivamente per le ricchezze, e per la vicinanza ad Alghero ( che a quell'epoca risultava una località strategica, perché possedeva sia porto, che aeroporto. )
Vi racconterò delle vicende di una famiglia, la famiglia Muroni, che vive in una casa sopra la collina, vicino al centro abitato, dove si gode una perfetta visuale dei dintorni. È formata da sette componenti, Gavino e Caterina, i capofamiglia, Antonietta, Maria, Fanni, Lucia ( la protagonista ), le figlie, e Tore, il figlio maschio.
In questi tempi, la famiglia di Lucia, dovrà affrontare fame, miseria, povertà e paura. Si, paura, perché da un momento all'altro potrebbero sbarcare nemici, magari i francesi potrebbero sganciargli bombe, anche altro, forse.

- È sera, il Sole volge al suo termine, e si spengono tutte le candele, per

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   7 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Monte San Saverio

Il Sottotenente Gregorio De Mattia, quel mattino si svegliò nella sua tenda da campo incredibilmente riposato e disteso.
Egli stesso ne fu sorpreso dato che quando si era coricato la sera prima, stanchissimo, la sua mente era colma di pensieri cupi, dolorosi e ancorché fumosi.
Pensieri che tornarono ben presto al posto che avevano lasciato, ma apparivano più chiari e forse più angoscianti.
La sua prima considerazione fu comunque: - Assurdo svegliarsi così bene il giorno della propria morte…-

Questa era in sintesi l’origine della sua angoscia della giornata precedente. L’indomani sarebbe stato quasi certamente l’ultimo giorno della sua giovane vita.
Quel giorno era stato di quelli che non si possono dimenticare, e non ne aveva avuti altri di simili dall’inizio della guerra, e forse nella sua esistenza.
Le atrocità che ogni giorno si perpetravano in quella orribile guerra, di cui aveva viva testimonianza attraverso i bollettini giornalieri e che si raccontavano fra le truppe al fronte e nelle retrovie, le tremende sconfitte e le sanguinose battaglie piccole e grandi combattute quotidianamente da mesi e mesi, avevano inspiegabilmente risparmiato Gregorio De Mattia e i suoi uomini. Ma questa situazione di immeritato privilegio stava inesorabilmente per finire.

Si lavò e si fece la barba accuratamente come se dovesse recarsi ad un importane appuntamento e indossò la divisa con una strana solennità.
Era una giornata tersa come la precedente e più tardi avrebbe fatto quasi caldo. Era un aprile veramente mite, almeno a dar retta a quanto dicevano i suoi uomini di quelle parti che avevano, al contrario di lui, esperienza di vita di montagna.
Per lui il Monte San Saverio, la cima Vergola, l’altopiano del Luc, i pratoni di S. Biagio non significavano assolutamente nulla fino a quando erano entrati a far parte del suo panorama abituale delle ultime settimane apprestandosi a diventare purtroppo teatro della sua morte.

Oltre a lui,

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   1 commenti     di: Manfred Antoine



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