Un raggio di Sole fece ingresso nella stanza, illuminando la faccia di Gavino. Era la sua sveglia quotidiana, che gli intimava ad alzarsi, per dirigersi al lavoro. Senza far rumore, si alzò dal letto e si vestì di quei pochi stracci che possedeva per affrontare la giornata. Sentiva girare la testa, ma molto probabilmente era il risveglio che gli faceva assumere questa prospettiva.
Scendendo le scale, osservò quelle poche foto che ritraevano la sua famiglia, solare e sorridente, di fronte a quella casa che oggi è la sua abitazione ed a quell'albero di olivo vicino ad essa. Si intravedeva molta vegetazione, e la casa era situata su di una collina, ove si ammirava tutto il panorama. Le scale erano in pietra grezza, i suoi passi giocavano echi rumorosi alle sue spalle. Giungendo all'ultimo gradino di quelle che parevano interminabili scale, si affacciò nella sala, fissando l'orologio per un attimo.
Le 6:05 di una mattinata che si preannunciava faticosa, forse più delle altre. Anche qui, qualche spiraglio di luce riusciva a fendere l'atmosfera circostante. Mugollii, tremiti, le gambe gli erano diventate pesanti, spiombando su una sedia, di fronte al tavolo della cucina. Caterina, sua moglie, gli aveva preparato delle cose da poter mangiare la mattina dopo.<<Papà! Papà! Guarda!>> Lucia era comparsa al posto accanto a lui, teneva un giocattolino di legno, con disegnato un cavallo, lo armeggiava per aria, quasi volasse. Il suo sorriso era smalliante, i suoi capelli sistemati alla rinfusa. Girò la faccia, vedendo anche Tore, il più piccolo, unico maschio. Prese il cavallo a Lucia di nascosto, ed ora ci giocava facendole dispetti. <<Tanto non lo prendi! Vieni sù!>> Lucia alzandosi si dimenava contro il fratello, ma, avendo la stessa forza, non ne cavava piedi.
<<Su smettetela.. sveglierete>> sbattendo un'altra volta quelle palpebre così pesanti, Gavino si accorse che quelle erano solo figure della sua mente, un'immagine, un sogno della stanchezza, o for
LA BOHEME (COPIONE)
I QUADRO
In soffitta
(Una finestra grande scopre un panorama imbiancato dalla neve di dicembre al Quartiere Latino a Parigi del 1830: vigilia di Natale, un camino spento, una libreria, un quadro "Il passaggio del Mar Rosso" largamente incompleto, il pittore Marcello con le idee confuse sul da farsi e carte sparse mentre il poeta Rodolfo si alza dal povero scrittoio e guarda fuori)
MARCELLO: Questo Mar Rosso mi rammollisce e dà un senso di gelo come se le sue gocce gelate mi venissero addosso!!! Ora dipingo un faraone che affoga e mi vendico! Tu Rodolfo che fai?
RODOLFO: Tra questo cielo grigio della Parigi imbiancata dalla neve vedo comignoli che emanano fumi e vapori e penso a quel caminetto inoperoso come un vecchio signore che ozia. Le foreste prosperano sotto la neve, niente legno per noi, da ardere.
MARCELLO: Rodolfo ti suggerisco un pensiero poetico che puoi utilizzare: FA UN FREDDO CANE.
RODOLFO: Neanch'io credo esista più il sudore che imperla la fronte.
MARCELLO: Ho le dita ghiacciate come le avessi intinte nel cuore della mia amata Musetta che non mi vuole più.
RODOLFO: Anche l'amore arde ma come il nostro caminetto i suoi tizzoni si esauriscono in fretta.
MARCELLO: Sì. Basta un soffio a far bruciare un uomo
RODOLFO: ... mentre le donne rimangono solo a guardare.
MARCELLO: Stiamo gelando, non possiamo stare senza far nulla.
RODOLFO: Bruciamo il mio dramma che sto scrivendo, lo sacrifico per un po' di fuoco che ci scaldi. Atto primo, prendi e accendi.
Entra Colline filosofo in ambasce con al braccio alcuni libri.
COLLINE: Ho cercato di pignorare qualcosa ma al Monte di Pietà oggi non si accettano: è vigilia di Natale!
RODOLFO: Altro fuoco, serve calore, atto secondo, brucia!
MARCELLO: La fiammata si attenua già, abbasso l'autore!!! (Colline annuisce vigorosamente)
Finalmente giunge un quarto amico, il musicista Schaunard e li salva portando loro legna da ardere e provviste
Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.
Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.
Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.
Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."
"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.
Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non
La vita di due principesse aspiranti al trono della dinastia Asburgo-Lorena sembra semplice, piena di agiatezze, lussi e spensierata felicità. Il vostro narratore Ulrich vi dice che non tutto quel che sembra facile lo è davvero, la vita va dove gli pare e le difficili asprezze non si risparmiano a nessuno, neanche a chi potrebbe vivere su un tappeto di rose.
Le due principesse sono sorelle e vivono a Mainz dove scorrono due fiumi che si intersecano cambiano il nome e una sola consonante, il Reno e il Meno, così diversi, così simili, sempre vicini e mai uguali. Belli i loro nomi che la regina madre Gertrud scelse per loro: Geike e Franziska come una zia diretta ed una cugina di secondo grado. Il maschio tanto aspettato erede al trono non arrivò mai: Gertrud era delicata, forte di carattere e organizzata ma dopo le due gravidanze si debilitò talmente che non riuscì più a portarne a termine altre. Con il disappunto delle cortigiane che presero a chiamarla "la tirolese" in segno di scherno per le sue origini basso-austriache (era di Graz) di fisico compatto ma minuto, diverse dalle floride tedesche della zona occidentale. Il re Ludwig suo marito non la amava, sposo a 17 anni per volere degli uomini vicino al Governatore, esigenze politiche e di dinastia, il sovrano per tutta la sua breve vita pensò pochissimo al suo popolo e condusse la sua esistenza fra abbondanti libagioni e frequentazioni femminili al di fuori del matrimonio. L'educazione delle figlie rimase affidata a Gertrud che mai acconsentì ad affidarle le bimbe a nutrici e istitutori, attirandosi nuove critiche che la dipinsero come poco aristocratica e tendente al borghese. Avrebbe voluto opporsi anche all'ingresso dell'Abate Hans ma le rigide regole dell'etichetta reale lo impedirono. L'istinto di Gertrud non sbagliò, l'Abate avrebbe dovuto avviarle ai precetti religiosi ma si rivelò, superstizioso e abbastanza incline alle pratiche esoteriche nonché sessualmente represso, ma la vigile attenzion
La grande onda sommerse tutto, avvisaglie chiare ignorate, una montagna che si chiamava marcia, guasta non bastò a far recedere dall'idea di allagarne il fondovalle.
I grandi interessi della SADE non poterono essere ignorati, si cercò sempre la scusa giusta. E la montagna franava.
No, non frana! Sono movimenti del terreno che ci stanno. Ma il pendio scendeva,... allora no, anzi si un po' ma non è nulla di eclatante, è superficiale, lo possiamo controllare. Alla fine sapevano che era solo una questione di tempo tanto che progettarono anche un collegamento se la frana avesse diviso in due l'invaso.
C'era fretta di concludere la messa in opera per vendere tutto allo stato che aveva nazionalizzato l'energia elettrica.
Riempi, vuota, riempi ancora l'invaso sollecitando la frana, anticipandone i tempi di collasso.
Poi.
Monte, frana, onda, Erto, Casso, vento, acqua, Longarone.
Fine.
TOSCA (COPIONE)
ATTO I
1. SCENA:
ANGELOTTI: Ho tanta paura, spero non mi scoprano, sono stato console della repubblica romana ma se mi trovano sono guai. Finalmente sono arrivato alla Chiesa di Sant'Andrea della Valle, come stabilito troverò rifugio nella Cappella Attavanti dove riposano i miei avi, poi potrò proseguire verso la salvezza. Eccola lì, la chiave, posso entrare.
SACRESTANO: Quanti pennelli qui dentro, tutti sporchi, disordine, la Chiesa è luogo di preghiera, un rumore, forse è tornato il pittore, no no meglio pregare (recita l'Angelus)
CAVARADOSSI: (Scopre il quadro di Maria Maddalena e si rivolge al sacrestano): Che fai?
SACRESTANO: Sto recitando l'Angelus. Ma quella Maria Maddalena dagli occhi azzurri io la conosco!!! Sì, certo una donna devota che passa spesso da qui per pregare.
CAVARADOSSI: Non posso negarlo, non la conosco ma l'ho spiata e l'ho dipinta a sua insaputa. Le donne son tutte belle anche se la mia amata Floria ha gli occhi neri.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi.
CAVARADOSSI: L'arte porta a confonder la bellezza ma amo solo Floria Tosca.
SACRESTANO: Scherza coi fanti e lascia stare i santi. Io me ne vado. (scandalizzato si fa il segno della croce). (poi guarda un paniere pieno): Fa digiuno di penitenza, maestro?
CAVARADOSSI: No, non ho fame.
2. SCENA:
CAVARADOSSI: (sente qualcosa): Chi c'è là dentro?
ANGELOTTI: (Si ritrae nella cappella per evitare di essere scoperto ma riconosce il pittore suo vecchio amico) Voi Cavaradossi, il Cielo vi manda!! Non mi riconoscete? Le sofferenze patite in prigionia, mi hanno cambiato così tanto?
CAVARADOSSI: Angelotti, siete voi? Il console della repubblica romana ormai scomparsa!!!
ANGELOTTI: Si, ero rinchiuso in Castel Sant'Angelo e ora sono qua, ho bisogno di aiuto.
CAVARADOSSI: Disponete di me!
TOSCA: Mario!!
CAVARADOSSI: Nasconditi Cesare amico mio, è la mia donna, Floria, è molto gelosa. Tra poco la mando via!
Chissà se esiste una relazione del tutto trascendente fra persone tra loro sconosciute, vissute in luoghi e in epoche differenti, ma accumunate dal coraggio e segnate dal medesimo destino?
Cosa hanno in comune il vescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero e il sacerdote palermitano don Giuseppe Puglisi?
Entrambi furono assassinati, in virtù della loro testimonianza: Óscar Arnulfo Romero fu trucidato con una pallottola che gli recise la vena giugulare, mentre stava elevando l'ostia; Giuseppe Puglisi fu soppresso con un colpo di pistola alla nuca, mentre stava rientrando nella propria abitazione.
Con atteggiamento profetico il vescovo salvadoregno annunciava: "Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai".
E come non estendere tale formulazione anche a don Puglisi e a tutti i martiri della Chiesa?
Può una pallottola mettere a tacere la voce univoca della Comunità cristiana?
Presto Don Giuseppe sarà beatificato per poi essere elevato all'onore degli altari come primo martire della mafia, deceduto in odio alla fede.
La cronaca nera rilevava che il 15 settembre 1993 il corpo di don Giuseppe giaceva a terra, privo di vita.
3P (acronimo delle iniziali Padre Pino Puglisi) veniva chiamato così dai suoi parrocchiani, terminava la sua avventura terrena il giorno del suo 56° compleanno.
Una strana coincidenza... eppure un altro elemento conferisce alla vicenda un significato un po' particolare: il giorno dell'omicidio don Puglisi indossava un clergyman, anziché la solita camicia a scacchi.
A qualche parrocchiano che glielo aveva fatto notare, don Giuseppe aveva spiegato che quel giorno doveva celebrare più matrimoni. A me piace pensare che il Signore lo abbia chiamato a sé, abbigliato con il suo abito migliore, in vista dell'imminente unione mistica con quell'anima devota.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: qual è il confine tra il dovere deontologico e il valore aggiunto della santità?
Perché la mafia ha inviat
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