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Racconti storici

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Vaticinio breve

Lo stormo di dodici uccelli virò d'improvviso verso oriente e per un
riflesso della luce sui piumaggi, parve d'argento. Gli àuguri trassero
i loro presagi e i litomanti scrutarono le pietre; gli aruspici, le mani
inondate dal sangue, osservavano le viscere del sacrificio mentre oltre, amanti romantici, metereomanti divinavano le nuvole.



Il miracolo di San Leopoldo

Nella località collinare di Santa Croce, in provincia di Pistoia, giungevo, dopo un estenuante viaggio alla piccola abitazione della nonna. La porta si aprì con una debole spallata. Mi lasciavo andare sul letto e pregavo che un Angelo venisse in mio soccorso.
Pensavo a quell'incontro a Ventimiglia... Mia madre era venuta... Pallida e bella, mi abbracciava, dicendo: "Zvanì, ritorna alla casetta..."
Mamma, son ritornato... Ci sono ancora come le hai lasciate, tutte le cose in religiosa attesa... Da questo letto dove tu sei morta, guardo l'altra stanzetta... Un tavolo, due sedie, una credenza due lavelli, ma non c'è più l'acqua.
Andrò a cercarla ai piè della Madonna, dove pregavi Tu.
Mi inginocchiavo a quella sacra fonte; c'era la Madonnina, come sempre. Sgorgava un filo d'acqua, quanto basta per far la croce e inumidire il viso. Rientrato, rigirai il rubinetto ma, rimaneva asciutto... Andavo al piccolo lavabo, per rinfrescarmi, dopo la stanchezza; girai la rotellina, non c'era traccia d'acqua. Lo sgomento mi vinse; caddi in ginocchio... E nel pregare mi rivolsi al Santo che m'ebbe visto all'ultima fermata. La carrozza era lì, ma il conducente non si degnò di dirmi: "Può salire." Gli dissi: "Sono un profugo del Cile..." Allora si convinse e mi abbordò. Lungo il tragitto, fummo silenziosi; al crocevia, il cocchiere riacquistò la parola e mi diceva: "Non so se le va bene... Però, mi fermo qui." Risposi: "Come vuole..." Nell'assoldare il debito, mentre mi accomiatavo, sentii una mano eterea e calda al tempo stesso, prendere la mia destra, come volesse aiutarmi a scendere quell'ultimo gradino. M i sorrise, dicendo: "Arrivederci..." sì che non ebbi il tempo di ringraziare.
Lungo il cammino mi sentii estenuato; finalmente vedevo un'osteria... Lì mi fermavo. E fu grazie all'accoglienza del gestore, che mi risolsi a chiedere: "Come posso raggiuger Santa Croce?"
Mi rispondeva: "Aspetti un sol momento, le do un passaggio con il mio calesse fino

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Delitto a Rue des Cordelliers

Tic tac…. tic tac……
Può apparirvi strano che questo racconto provenga da un assai singolare narratore come posso esser io, ma va detto, ad onor del vero, che il sottoscritto è l’unico essere ad aver assistito a quello che fu poi narrato come un evento di enorme importanza per le sorti della mia opulenta nazione e, perché no, per le vicende dell’umanità tutta.
Sono opera di un fine disegnatore, a nome Valadier, e plasmato da un valente ebanista ed intarsiatore, il Rouillon in persona, della sua medesima bottega. E sono un orologio. Legno intagliato, poi scolpito ed infine dorato, per quello che, modestamente, posso ben definire un vero capolavoro della fine del settecento. Ebbene, ometto di tratteggiare la finezza dell’intaglio, ovvero la perizia della doratura, nonché la stupefacente vena ornamentale che il Valadier posò sulla mia parte superiore, ove un Mercurio si slancia verso l’alto, per non parlare poi della grazia del quadrante smaltato, con numeri romani per le ore ed eleganti numeri arabi a segnare i minuti. Durante quegli anni turbolenti della Francia passai di mano in mano, di corte in corte, di dama in dama. Tutti, grazie a Dio, esterrefatti dinanzi alla beltà delle mie forme, alla sapienza stilistica con cui mi pavoneggiavo, immancabilmente, sulla mobilia e le credenze di maggior pregio che ospitavano quelle sontuose abitazioni in cui albergai per tanti anni. Non mi soffermo, poi, sulla raffinatezza di gaudente armonia con cui scoccavo l’incedere del tempo di quei curiosi parrucconi, tutti assorti, all’ora incipiente, ad attendere l’idilliaco rintocco che promanavo.
Ma quando la dimora del visconte di Monfort fu messa a ferro e fuoco, quel terribile luglio dell’ ottantanove, il padrone di casa non ebbe il tempo o, forse, la voglia, di condurmi via con sé. Eh già, quella notte lo vidi predisporre in fretta e furia una decina di ingombranti bauli, aiutato dalla servitù, e partire, ancora buio, verso destinazione ignota, as

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Uomini-bestie

Le bestie arrivarono solo a cento chilometri da Roma, nell'ultima guerra, a fare razzia, quella più vigliacca.
"La Ciociara" è un film che ha vinto l'Oscar e si sappia che vi è narrata un'assoluta verità. Moravia aveva vissuto per un certo periodo fra le montagne azzurre della mia terra cercando ricovero dalle bombe cittadine. Così aveva fatto Cesira, la protagonista del suo romanzo e del film.
Ma la guerra non è solo di altri e può raggiungerti ovunque.
Non c'è luogo dove il male non possa arrivare.
Quando il film uscì nelle sale fu vietato ai minori e ho potuto vederlo solo qualche anno dopo. Venne vietato per l'immagine di una donna che girava fra le macerie tenendosi fra le mani un seno nudo e impazzita dal dolore gridava : " a chi darò il mio latte ora?" ma anche chiaramente, per la scena di stupro di gruppo.
Ho letto il libro, ho visto il film tante volte ma mai quella scena: non ci riesco.
Da bambina sentivo parlare a mezza voce dei "marocchini" passati durante la battaglia nel mio paesino come in altri vicini (non so perché dicessero battaglia e mai guerra...). Ero già sposata ed un giorno mamma e nonna cominciarono a ricordare per caso quei fatti accaduti, nei dettagli, con i nomi, i luoghi; pareva sussurrassero per pudore e rispetto e piansi con loro.
Avevano martoriato ragazzine, donne, anche qualcuna incinta, uomini e ragazzini, perfino il parroco del paese venne legato ad un albero perché con altri uomini dovevano assistere a quei misfatti.
Tutte e tutti si ammalarono di malattie veneree e di quegli uomini sporchi con l'orecchino al naso non ne vollero parlare più, nemmeno quando lo Stato, dopo molti anni, riconobbe loro il diritto ad una pensione.
Non ci sono risarcimenti che possano togliere di dosso le unghie di un branco affamato che ti violavano, che possano ridarti il corpo pulito da donare al tuo amore e togliere la paura di tutte le notti a venire.
Per alcune il tarlo lavorò solerte fin nella testa.
Una sorella di mio n

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   7 commenti     di: Chira


Donna Rachele

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   3 commenti     di: Ettore Vita


Notte senza luna

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   7 commenti     di: Elisa Tronci


Il velo di Fathma

Seduto dietro alla caldaietta per scaldare l'acqua Al Maed prepara il the per tutto il mercato. È bravo, mescola le foglie di the con certe erbe strane. Il suo the è il migliore. Io, una piccola ragazzina bastarda, incuriosita dalla menomazione che lo costringe a muoversi a fatica, ho cominciato ad osservarlo. Nel nostro villaggio ci sono molte persone malate o invalide, ma lui ha un modo particolare di accarezzare la sua gamba ritorta; come fosse il ricordo di qualcosa di intenso che l'ha sfiorato, lasciandogli quel segno del proprio passaggio. . Lui si è accorto di me, appena scacciata dalla casa di un lontano parente, sporca e sola. Dopo qualche giorno mi ha chiesto di aiutarlo a portare il the ai suoi clienti nel bazar. Magari ha visto le cicatrici nascoste sulla mia anima. Oppure cerca solo un po' di compagnia. Gli piace raccontare delle storie; la storia di Fathma me l'ha raccontata dopo qualche tempo che ho cominciato a portare il the per lui. E con essa storie di uomini incontrati quando attraversava il deserto guidando le carovane o commerciando, prima di diventare ciò che è adesso. Io mi siedo accanto a lui, le gambe incrociate nella polvere, lo guardo spezzare le foglie nell'acqua e ascolto la sua voce un po' nasale che parla. Poi vado a cercare dei piccoli pezzi di rami per alimentare il fuoco del bollitore, intanto imparo a versare il the nei bicchieri facendolo cadere dall'alto, a sistemare tutto sui vassoi e a correre per le stradine affollate senza versarne neanche una goccia. Poso i bicchieri sui tavolini di legno e scappo prendendo quelli vuoti; lungo la strada dalle botteghe altre persone mi chiamano, così arrivata a destinazione riferisco gli ordini e lui mi riempie il vassoio con altri bicchieri.
Sono brava come portatrice di the, anche se sono una piccola ragazzina senza famiglia: una buona capacità di equilibrio, velocità nel percorrere stradine affollate, occhio attento per prevedere ed evitare urti fra il vassoio carico di bicchier

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   0 commenti     di: marco mariano



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