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Racconti storici

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Ci sarà sempre qualcuno che si ribella all'oppressore

Tonino era un giovane di poco più 17 anni, da poco aveva smesso i pantaloni corti dei giovani e camminava per Piazza Carità, come tutti camminava rasente il muro, no che avesse rubato o ucciso, ma di quei tempi appena si udivano gli stivali dei tedeschi potersi trasformare in un camaleonte e confondersi con il muro pareva di essersela cavata. E invece quella mattina per lui non fu così, fu preso insieme a tutti gli altri, spintonato, urtato, e messo sul camion, stavano tutti ammassati, nessuno di loro aveva il coraggio di parlare, molti piangevano e vedere uomini adulti piangere di un sommesso pianto disperato faceva veramente male. Ora il camion era strapieno e si mise in moto, si guardarono, si stringevano gli uni agli altri, la paura era diventata un sentimento solido tanto che si poteva affettare come un salame, qualcuno timidamente cercava di darsi un contegno di persona saputa:
"Vedrete, ci tengono solo per accertamenti, appena vedono che non siamo ebrei ci lasciano andare."
E altri: - Ma che ne sai tu? , dicono che ci bruciano vivi, fanno uno strato di legna, poi uno di stronzi come a noi poi uno di legna, un altro di stronzi fin sopra a tutto e ci danno fuoco.
Qualche padre di famiglia sorpreso con il figlio gli tappava le orecchie e diceva:.
-Ma che dite, andiamo tutti a lavorare. e poi rivolto al figlio "Gennarì, mi raccomando, non dire mai che sei stanco, ma lavora più degli altri se no non ti fanno mangiare.
Arrivarono al campo, furono fatti scendere, furono divisi i padri dai figli, i giovani dai vecchi, i malati dai sani, li fecero sedere a terra e li rimasero per tutto il giorno, poi verso sera i malati furono portati via, dissero in ricovero, ma dopo poco si sentirono le mitragliette e qualche urlo tipo."VIVA LA LIBERTA'" e poi un gran cupo silenzio, i vecchi partirono per prima, il camion e poi il treno, per la Germania, a far che non si sapeva o meglio non si voleva pensare.
Il nostro giovane Tonino con le spalle al muro quasi fosse stat

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   1 commenti     di: bruna lanza


I grandi Santi che hanno fatto la storia: Santa Maria Goretti

Il 6 luglio 1902 nel tentativo di sottrarsi ad una violenza sessuale, Maria Goretti subisce con un punteruolo 14 ferite e dopo una lenta agonia di 24 ore, muore alla prematura età di 11 anni, 8 mesi e 21 giorni presso l'ospedale di Orsenico di Nettuno. Il 24 giugno del 1950 Papa Pio XII la canonizza, perché: " con una forte e generosa volontà, sacrificò la sua vita pur di non perdere la gloria della verginità".
Ma cosa ha di tanto speciale la Goretti rispetto alle tante donne che oggi vengono violentate o soppresse? Anche per loro, perché non si parla di santità, ma solo di martirio?
La santità di Maria Goretti si concretizza non soltanto negli ultimi istanti della sua breve vita con l'immediato quanto clamoroso perdono offerto al suo assassino, ma nasce e si sviluppa nella quotidianità e all'interno della sua famiglia.
All'età di 10 anni, Maria perde il padre stroncato dalla malaria e nonostante la propria sofferenza, consola la madre dicendole: "Mamma, non ti preoccupare... io prenderò il tuo posto in casa". È grazie alla generosità dell'adolescente che la madre può sostenere la famiglia con il lavoro nei campi, prendendo il posto del defunto Luigi Goretti.
Del padre Maria assimila il senso della Provvidenza che si manifesta anche nelle più grandi difficoltà, mentre dalla madre la fanciulla impara il primo rudimentale catechismo, ma è da entrambi che Maria apprende l'umiltà e il rispetto per il lavoro.
Con naturalezza l'adolescente si occupa della colazione, dell'approvvigionamento dell'acqua al pozzo, della cura dell'orto e del pollaio, della pulizia delle stanze, della cucina, del rammendo degli indumenti e della cura dei fratellini : Angelo, Mariano, Alessandro, Ersilia e Teresa. E sul finire della giornata Maria recita le preghiere che però spesso non completa per la stanchezza.
Nonostante l'impegno e la premura profusi, la piccola Maria riceve i rimproveri della madre, in qualche occasione riceve schiaffi e calci e una tan

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   4 commenti     di: Fabio Mancini


Spartaco... amore per la libertà

Il sole era già alto nel cielo quando Spartaco si voltò verso i suoi uomini, i suoi raggi caldi accarezzavano il viso dei guerrieri quasi come fa una madre col proprio amato figlio. Il sussurro dei guerrieri che si parlavano con tono titubante fra di loro si alzava fino a creare un vero e proprio baccano...
Erano stati giorni gloriosi, erano passati da una vita in schiavitù ad una vita da uomini liberi, avevano conosciuto prima la polvere e l'umiliazione e poi la gioia della vittoria. Ma adesso erano giunti alla fine, all'ultima battaglia... gli esploratori mandati in avanscoperta avevano riferito che le truppe dei consoli mandati dal senato si stavano riunendo, e che entro poche ore le odiate coorti romane si sarebbero disposte di fronte a loro, pronte a dare battaglia, pronte a far scorrere il sangue, pronte allo sterminio. Osare ribellarsi a Roma, osare ribellarsi alla propria condizione di schiavi, osare sconfiggere le truppe romane non poteva avere una punizione minore.
Spartaco sfoderò dal fodero la sua spada e la volse verso il cielo... a quel punto tutti i suoi uomini smisero di parlare fra di loro, e volsero tutti lo sguardo verso di Lui.
"Amici miei... compagni di armi e di sventure!
siamo finalmente giunti alla battaglia finale contro coloro che ci vogliono o morti o schiavi, scegliete voi cosa è preferibile"
"È meglio vivere in schiavitù, sotto il dominio di un padrone oppure morire da uomini, lottare e andare incontro al nostro destino?" "Io so, che tutti noi preferiamo lottare, andare incontro al pericolo della morte, per uccidere o essere uccisi piuttosto che essere schiavi dei romani!" Quindi oggi l'alternativa alla morte non è la schiavitù... ma la vittoria!"
"Perciò vi chiedo di nuovo... vi chiedo ancora una volta... per la nostra libertà! Per la libertà dei nostri figli, dei nostri vecchi, delle nostre donne... combatterete con me oggi? Combatterete come abbiamo fatto ogni giorno negli ultimi 4 anni senza la paura del

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   1 commenti     di: Giovanni Russo


Il segreto di villa concamarise

La vecchia serva Erminia era l'unica a conoscere il segreto di Villa Concamarise.
Erminia era una donna piccola, vecchia e curva. Si occupava di mansioni secondarie nella villa: in inverno badava che il fuoco non si spegnesse nel grande camino con la cappa sostenuta da due grifoni di tufo. In estate provvedeva a cercare erbe officinali nel grande parco, da usare per i decotti e gli impacchi.
La villa era grande e servi e serve giovani si occupavano dei lavori pesanti. Preparavano i cibi nella grande cucina che aveva la parete occupata da pentole in rame. Accudivano i cavalli nelle scuderie, gli animali nella stalla; in estate falciavano le messi, in autunno facevano la vendemmia. Inoltre nelle dependance c'erano falegnami per aggiustare carri e botti; fabbri per la manutenzione di portoni, serrature e per forgiare alabarde e spade; maniscalchi per ferrare i cavalli. E poi ancora tessitori, lavandaie, cameriere...
Erminia non aveva la forza per dedicarsi a queste attività. I suoi compiti erano di secondaria importanza, con una eccezione.
Due volte al giorno, la vecchia saliva il grande scalone col soffitto affrescato per arrivare al piano superiore. Da lì seguiva una scala di servizio per arrivare ai granai. Attraverso alcune stanze oscure stipate di ferraglia e oggetti in disuso, arrivava a una scaletta di legno con in fondo una porticina chiusa che immetteva nella torre Est. Questa era una cameretta con il pavimento di mattoni e finestre a bifora su due pareti. In quel posto era custodito il segreto della villa e questo segreto si chiamava Isabella.
Proprio così. Una fanciulla bella e bionda viveva rinchiusa lassù dove trascorreva le lunghe giornate da sola, senza nessuna compagnia. Fra la servitù, solamente la vecchia sapeva della sua esistenza e aveva ricevuto dal Conte Ottavio, il compito di accudirla. Portava gli avanzi dei cibi dalla cucina, peraltro abbondanti, cambiava l'acqua nel secchio di rame, portava dabbasso e svuotava i recipienti sporchi.

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Anima nel cuore

Miei cari avventori avvinazzati - disse il vecchio ai due giovinastri -, vi racconterò. Vi racconterò.
Era ancora la prima metà del secolo, ed io vivevo, con la sola compagnia del mio vecchio maremmano Gilles, in una barca trasandata adibita a dimora in quel del Lago di Como.
Di giorno in giorno passavo di sponda in sponda, di paese in paese, a portare la mia musica. In cambio non chiedevo null'altro che almeno uno o due dei miei ascoltatori lasciassero nel mio vecchio cappello scucito giusto due monete: il necessario per tirare avanti un giorno di più.
Nessuno mi disprezzava, non ero insultato, maltrattato, ignorato, come quelli che al giorno d'oggi voi giovinastri chiamate barboni. La gente mi amava. In ogni paese i bambini accorrevano al mio arrivo, e più di una fanciulla aveva ceduto al mio fascino. Sapete, quello dell'uomo di strada, del vagabondo: avevo storie da raccontare, un passato.
Le donne mi adoravano, già. Eppure mai, mai ne incontrai una che mi facesse veramente sciogliere.
Che fosse in grado di ispirarmi sogni, poesie, canzoni. Una musa, insomma. Non l'avevo; mi mancava, ma ancora non lo sapevo. Ero convinto che tutto ciò che avevo fosse tutto ciò di cui avevo bisogno.
Non era così.
Era in realtà da poco che io ero approdato a quei lidi e avevo iniziato il mio giro: quasi un anno. Tanto per voi, un'inezia paragonato alla totalità della mia esistenza.
Ebbene, io allora avevo deciso che quell'anno lo avrei speso così, di paese in paese, giorno dopo giorno. Trecentosessantacinque paesi in trecentosessantacinque giorni, quello era il mio obiettivo.
E poi via, verso altre mete. Fallii.
L'ultima tappa dell'anno, il trentuno di dicembre 1943, fu lei, Como.
Ed appena vi giunsi, mi innamorai.
Lei era bellissima, davvero bellissima. Clara il suo nome. Era infermiera nell'ospedale della città. Un ospedale da operetta, sia chiaro. Ma lei per quanto poteva vi si dava da fare, per i molti oberati dalle più disparate malattie e fe

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   2 commenti     di: simone regolo


Quei giorni di Settembre Parte 1.

CAPITOLO UNO: LA LETTERA.

“Mia dolce Katia... scusami per non aver potuto scriverti prima. Sono stati giorni molto intensi. Abbiamo fatto un viaggio lungo e pieno di insidie per arrivare in Italia. Io e la mia compagnia ora ci troviamo in un paese di collina molto piccolo... si chiama Marzabotto. Abbiamo appena terminato l'insediamento e creato il nostro quartier generale all'interno del municipio. Il sindaco non ha opposto una grossa resistenza al nostro arrivo, così come la gente del luogo. Del resto sono persone molto semplici, a giudicare da quello che ho potuto vedere da due giorni a questa parte. Quasi tutti sono contadini o agricoltori. Le donne ed i bambini sono molto spaventati, lo leggo nei loro occhi. Non siamo stati certo discreti al nostro ingresso in paese. Quasi tutti si tengono alla larga quando ci vedono perlustrare le strade... non ti posso nascondere che la cosa mi dispiace un po'. Tu mi conosci, amore mio. Sai quanto io sia sempre stato una persona socievole con tutti. E mi piacerebbe molto sentire la storia di questo luogo dai suoi abitanti. È un paese bellissimo e vorrei che fossi qui per vederlo assieme. Pare un piccolo angolo di paradiso incontaminato. Posso sentire le melodie degli uccelli durante tutto il giorno... l'aria è pulita e ovunque ti volti puoi vedere tanti alberi e prati pieni di fiori. Mi rendo conto che noi siamo fuori contesto in una cornice del genere e credo che nessuno degli abitanti si aspettasse che il conflitto potesse arrivare sino a qui... ma si sa come vanno queste cose, purtroppo. I nemici sono dappertutto ed hanno certamente pensato che le tante colline attorno a questa zona possano essere un ottimo punto strategico... non sono certo degli stupidi. Il maggiore Reder è certo che fra i colli si nascondano parecchi combattenti dell'armata Stella Rossa, che ha dato parecchi problemi alle armate fasciste ultimamente. Abbiamo avuto precisi di rastrellare accuratamente il territorio e catturare quanti più prigion

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La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.

Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."

"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non

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