username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti storici

Pagine: 1234... ultimatutte

LUCREZIA e GAIO

Pompei, anno 79 d. c.

Ante diem undecimum kalendas septenbres (22 agosto)

Nella casa, situata vicino alla porta vesuviana, il sole cominciava ad illuminare le stanze dove dormivano Lucrezia, il marito Marco e Gaio, il loro figlio di nove anni.
L’abitazione, pur nella sua modestia ed essenzialità, mostrava i segni, nell’arredo e nelle sue dotazioni, di una condizione di benessere superiore alla media degli abitanti di Pompei, dediti alle attività commerciali ed artigianali. Costoro erano quasi tutti liberti, ex schiavi affrancati ed ex militari delle legioni romane, come Marco e costituivano il nerbo della fiorente economia della cittadina, risorta dopo il terremoto dell’anno 62.
La casa disponeva anche di un piccolo giardino, nella parte posteriore, dove razzolavano alcune galline.

Questa condizione di “benessere” derivava dall’occupazione di Marco, che, per le sue qualità umane e contabili, era divenuto l’amministratore di fiducia di Lucio Olconio, uno dei magistrati di Pompei e uno degli uomini più ricchi della città. Egli possedeva una delle più belle case della città, una villa ad Ercolano ed una grande proprietà nell’agro sarnese, dove si produceva un po’ di tutto, dal frumento, alla frutta, dall’uva agli ortaggi. Tanta ricchezza, ovviamente, non proveniva solo dalla famiglia d’appartenenza, ma anche dalla spregiudicatezza tipica degli amministratori, che non andavano molto per il sottile, nel procurarsi dei congrui profitti personali nell’occuparsi della cosa pubblica. Tali proventi illeciti erano poi gestiti per speculare sugli immobili della rinascente Pompei, nella costruzione di terme ed in qualche attività ludica a beneficio del popolo, per acquisirne la stima e…i voti alle elezioni.

Marco, che conosceva bene tutto ciò, faceva con zelo e dedizione il suo lavoro, non curandosi delle faccende politiche, più che soddisfatto del salario e delle ricompense che, spesso, Lucio Olconio, con munificenza gl

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Sergio Maffucci


C'era una volta (secondo capitolo)

Dopo la colazione mio padre ci lasciava con mia madre tesa ed indaffarata; aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Non ricordo granché di tutti i rituali, ma una immagine è ancora vivida. Dopo vari preliminari si dedicava ai letti, un compito che si ripeteva uguale tutte le mattine.

Innanzitutto svuotava l'orinale che tenevamo sempre nella stanza da letto come un soprammobile, un fondamentale accessorio, forse per la difficoltà a raggiungere il cesso di notte, sebbene fosse a pochi passi nella stanza detta scura per via che era senza finestre. In quel tempo non c'era ancora la luce elettrica e accendere di notte la lucerna ad olio o l'acetilene era un problema.

Il water era un buco tondo in una nicchia scavata nel muro, sfociava in un cunicolo che divideva la nostra casa da quelle vicine. Un cunicolo all'aria aperta.
Mio padre aveva rifinito quel buco con un sedile di legno, che non ti faceva sentire il freddo delle pietre, ed ornato di un coperchio che evitava il reflusso della puzza della cacca specialmente quando fischiava la bora nella "cuntagna".
Poche famiglie si potevano permettere un cesso così. Ed anche tata Michele lo frequentava, puntuale ogni mattina.

Si faceva una grande confusione vicino alla bacinella dell'acqua, fredda e scarsa; io mi sciacquavo gli occhi di nascosto, bagnando l'indice come un sacerdote durante la messa.
La pigrizia, la ritrosia dell'acqua fredda faceva parte di una lunga catena di difetti che dalla nonna alla mamma tutti mi rinfacciavano.

Poi quando tutto si placava, mi incantavo a seguire la guerra che mia madre ingaggiava con le pulci.
Alzava lentamente il lembo delle coperte e le tre dita centrali della sua mano destra piombavo su un malcapitato pidocchio. Un balzo e la pulce si rifugiava nelle trincee della coperta. Spariva ai suoi occhi delusi. La donna non si perdeva d'animo, avanzava nella ricerca, alzando un ulteriore lembo di coperta. Ecco un'altra pulce. La mano partiva e la pulce scat

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Ettore Vita


Ci sarà sempre qualcuno che si ribella all'oppressore

Tonino era un giovane di poco più 17 anni, da poco aveva smesso i pantaloni corti dei giovani e camminava per Piazza Carità, come tutti camminava rasente il muro, no che avesse rubato o ucciso, ma di quei tempi appena si udivano gli stivali dei tedeschi potersi trasformare in un camaleonte e confondersi con il muro pareva di essersela cavata. E invece quella mattina per lui non fu così, fu preso insieme a tutti gli altri, spintonato, urtato, e messo sul camion, stavano tutti ammassati, nessuno di loro aveva il coraggio di parlare, molti piangevano e vedere uomini adulti piangere di un sommesso pianto disperato faceva veramente male. Ora il camion era strapieno e si mise in moto, si guardarono, si stringevano gli uni agli altri, la paura era diventata un sentimento solido tanto che si poteva affettare come un salame, qualcuno timidamente cercava di darsi un contegno di persona saputa:
"Vedrete, ci tengono solo per accertamenti, appena vedono che non siamo ebrei ci lasciano andare."
E altri: - Ma che ne sai tu? , dicono che ci bruciano vivi, fanno uno strato di legna, poi uno di stronzi come a noi poi uno di legna, un altro di stronzi fin sopra a tutto e ci danno fuoco.
Qualche padre di famiglia sorpreso con il figlio gli tappava le orecchie e diceva:.
-Ma che dite, andiamo tutti a lavorare. e poi rivolto al figlio "Gennarì, mi raccomando, non dire mai che sei stanco, ma lavora più degli altri se no non ti fanno mangiare.
Arrivarono al campo, furono fatti scendere, furono divisi i padri dai figli, i giovani dai vecchi, i malati dai sani, li fecero sedere a terra e li rimasero per tutto il giorno, poi verso sera i malati furono portati via, dissero in ricovero, ma dopo poco si sentirono le mitragliette e qualche urlo tipo."VIVA LA LIBERTA'" e poi un gran cupo silenzio, i vecchi partirono per prima, il camion e poi il treno, per la Germania, a far che non si sapeva o meglio non si voleva pensare.
Il nostro giovane Tonino con le spalle al muro quasi fosse stat

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: bruna lanza


Una madre per sorella

Soltanto adesso, dopo la morte della donna che credevo essere mia madre, ho trovato il suo diario e, leggendolo, scopro invece che era mia nonna. Mia madre era Elsa, ossia la ragazza che agli amici presentavo come mia sorella. Il diario racconta di Elsa Wannover, mia madre, nata a Monaco di Baviera il 15 dicembre del 1911 da un insigne professore della Sorbona di Parigi e da un'insegnante di musica. Aveva vissuto la sua giovinezza studiando a Parigi e Berlino. Era bella e di un'intelligenza fuori dal comune. Dopo la laurea in medicina, lavorò per molto tempo come tirocinante in un ospedale di Berlino, dove nel 1934 - il diario dice - conobbe mio padre. Lui, del quale so soltanto il nome di battesimo - Ernest -, era nato a Londra nel 1909 ed era un medico ebreo che lavorava nello stesso reparto di mia madre. Dopo che per ordine del Terzo Reich gli ebrei furono interdetti dalla professione, si persero di vista, perché mio padre, braccato dalle SS, dovette fuggire in America, dove ignaro della mia nascita si rifece una vita. Intanto mia madre, terminato il tirocinio, rientrò in Francia, nella piccola città del sud dove i nonni si erano trasferiti e dove, dopo alcuni mesi dal suo rientro, nacqui io. Mia nonna - una donna dal carattere duro e autoritario - volendo nascondere a tutti la mia nascita, fece credere agli amici di famiglia che ero figlia di un'amica di Elsa che mi aveva affidata a lei in punto di morte e ordinò a mia madre di non svelare mai a nessuno, tanto meno a me, che ero sua figlia. Venni così adottata e riconosciuta dai Wannover come loro figlia. Mia nonna scelse anche il mio nome, perché - come scrive lei - quello scelto da mia madre non era degno dei Wannover. Mi chiamò Elisa Maria. Accadde così che Elsa, non potendo farmi da madre perché ostacolata dalla nonna, se ne andò a lavorare in un ospedale a Parigi dove ritrovò Ernest che, arrivato in Francia dopo la fine del conflitto mondiale con la moglie e il figlio di sette anni, lavorava nel

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Tiziana


La calcara

,
Un GIORNO DEL 1924 Riccobelli Felice in Francia per lavoro,
dice al suo principale francese,.
Io torno in Italia e cerco di fare qualche cosa, che mi consenta di vivere
onestamente al mio paese...

Sul treno di ritorno pensa, che la calce, per le costruzioni è
sempre stata nel suo comune prodotta e poi usata,
e con i vicini comuni forse anche commerciata.

Infatti nei boschi vi sono, qua e la parecchie tracce di calchere,
che per le nostre esigenze erano sicuramente troppe, anche se nei
cortili di ogni casa, vi era una buca della calcina, che come un giro di
ruota, la si prendeva e poi metteva, e mai doveva restare vuota

Quindi giunto a casa si procura picco, pala, e due lunghi pali per il piano
inclinato e così come un guerriero armato va nel suo non lontano
podere, con, entusiasmo e lunghi passi,
dove sa che vi è poca terra, ma in compenso molti e svariati sassi.

La lena di scavar di certo non gli manca, e dopo 60 giorni circa, la calchera
a forma di botte è pronta.

Lui di sicuro, nulla sapeva di Siracusa l'Archimede e, del suo punto di
appoggio per sollevare il mondo, ma da solo riuscì a spostare ogni pesante
masso, di forma sia quadrata oppure tutto tondo.

Nella costruzione della fornace vi è di sicuro dell'ingegno, perché vedi
ancora i sassi originali, ben fatti e sagomati, nonché come il posator voleva,
tutti bene allineati.

Se tu sosti davanti alla calchera ed osservi l'architrave
lo vedi grosso e pesante, ma posato dritto al posto giusto, così come si deve.

Lui le fatiche fatte le ha mai considerate, come mai nessuno, pur usando
Il manufatto, gli hanno nel giusto le giornate mai pagate.

Noi non sappiamo se alla prima accensione vi fecero festa, ma quel
che possiam pensare è che bevettero di sicuro del vino "clinto,, che anche a
Bione lo producevano quasi tutti, però se tu lo assaggiavi oppur fiutavi, non
restavi arcicontento
ma dall'odore e dal sapo

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: oreste vallini


Fiore di Loto

Marco Antonio avvertì il cuore palpitante della regina fremere sotto le lenzuola di lino candido.
Avrebbe dato qualunque cosa per possederla di nuovo, steso sulla stuoia regale.
Ma le sue gambe conserte gli vietavano l'accesso a quel mondo così divino e desiderabile.
-Mi stai fissando- mormorò ad un tratto la regina, socchiudendo gli occhi.
L'uomo scosse la testa -No, mia signora-.
La donna si tirò su, e il lenzuolo le scivolò dal corpo, rivelando i capezzoli turgidi.
Marco Antonio li guardò ammaliato e attonito finché la regina non se ne accorse e rise di piacere.
L'uomo avvampò e nascose il viso nella stuoia.
-Non devi vergognarti se brami il mio corpo- le parole della regina lo lasciarono interdetto.
Sollevò lo sguardo e incontrò il suo.
Era così intenso, così dolce.
L'uomo annuì -Sai che ti desidero-
Avvicinò le mani alla sua schiena inarcata, pronto a riprenderla, ma lei si spostò.
Scivolò via, strappando il lenzuolo dal corpo del generale.
-Ma non posso vendermi come una prostituta che bazzica le rive del Nilo, o una donna di taverna; sono una regina!- la donna si lisciò il lenzuolo sul seno.
Marco Antonio scosse la testa e si alzò.
Il suo corpo nudo e muscoloso, imperlato di sudore, risplendette alla luce del sole appena sorto.
Era un bell'uomo; forte e vigoroso; nel fiore degli anni.
-Non mi posso neanche più fidare di te, Antonio!- la voce della regina tradiva una nota di amarezza -Hai tradito la mia fiducia di regina e di donna-
L'uomo abbassò la testa; sapeva a cosa alludeva la regina e se ne vergognava.
Le aveva giurato amore e fedeltà, inebriato dall'odore del suo corpo che come un fiore di loto, lo mandava in estasi.
Ma quando era tornato in patria si era sposato con un'altra donna, costretto dalla mirabile posizione di lei.
La regina lo era venuta a sapere e non l'aveva perdonato.
-Hai ragione, amore mio- disse l'uomo con voce flebile -Ma che cosa vuoi da me?-
Gli occhi della donna brillarono di una stran

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Giulia Brugnoli


Notte senza luna

Pregare. Ci sono momenti in cui non posso fare nient’altro.
Seduta su queste scomode poltroncine di plastica, in questi squallidi corridoi verdi che odorano di medicinali, prego un Dio che non conosco. Prego perché i medici riescano a salvarlo. Prego perché il chirurgo varchi le porte della sala operatoria con un sorriso e mi dica che Francesco ce l’ha fatta.
Crescono l’ansia ed il terrore. I secondi passano lenti ed inesorabili, diventano minuti, diventano ore e l’aria è sempre intrisa di paura e di speranza. Cresce la mia inquietudine, insieme al senso di impotenza. Non c’è nient’altro che possa fare. Pregare è tutto quello che mi resta.
- “Tieni, ti ho portato qualcosa di caldo” - È Maria che mi porge una tazza di tè bollente - “Devi cercare di prendere qualcosa, almeno tu”.
- “Grazie, non la voglio”.
- “I medici non si pronunciano. Dicono che è grave, che fanno il possibile. Nient’altro”.
Sospira trattenendo le lacrime e si siede accanto a me. È così vicina che potrei toccarla solamente allungando la mano, eppure il suo sguardo è spento e distante, perso in un mare di ricordi; forse lo stesso mare dove è perso il mio.
Ho conosciuto Francesco nel dicembre del ’70 sul treno. Ricordo quel giorno come se fosse ieri: eravamo entrambi diretti a Roma, ma per motivi completamente diversi. Lui ed i suoi amici andavano ad aderire per solidarietà ad una manifestazione. Io andavo a dare il mio esame di diritto romano.
Ricordo che cercavo di dare un ultimo sguardo distratto agli appunti che tenevo in mano, ma una numerosa comitiva seduta dietro di me mi disturbava con il suo chiacchiericcio continuo. Mi sono girata per dire loro di smetterla ed è stato allora che l’ho visto per la prima volta. Mi ha colpito subito.
Francesco era sicuramente bello. Aveva un viso pulito, due grandi occhi azzurri, ombrati da ciglia folte e scure ed un magnifico sorriso sicuro di sé. Il fervore carismatico dei suoi discorsi destava l?

[continua a leggere...]

   7 commenti     di: Elisa Tronci



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconto storico.