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Racconti storici

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Leningrado. Sì, assediati mangiavano i cadaveri

Dell'assedio di Leningrado è stato scritto tanto. Inoltre, recentemente, sono stati aggiunti dei particolari talmente orrendi e nudi, che non credo di poter aggiungere qualcosa di nuovo su questo tema. Penso, che ciascuno di noi ha provato a mettersi al posto di quella gente, che ha vissuto un incubo indescrivibile. E ciascuno ha tratto le proprie conclusioni. Ma la notizia più sconvolgente era il riconoscimento ufficiale dei casi di cannibalismo. Sì, assediati mangiavano i cadaveri. Molti tremarono dall'abominazione e dall'orrore. Ma era davvero tanto abominevole? Oh, è facile discutere e condannare, quando il vostro bambino ha appena pranzato a sazietà e sta giocando nel cortile con gli amici altrettanto sazi!

Non mi metterò adesso a parlare di me, a che cosa avrei fatto io al posto di quella gente. Ma posso dire con sicurezza che non avrei sacrificato mai la vita del mio bambino per le convezioni mondane! Ed avrei fatto giurare i miei, nel caso dovessi morire per prima, di usare la mia morte per ammazzare le altre, le loro morti! La morte è sempre insensata, ma in questo caso avrebbe potuto ridare la vita. E far continuare la mia!
Di quel pezzetto di terra, sulla riva sinistra del fiume Neva, non ho fino ad oggi un'opinione determinata. È difficile dare una valutazione giusta. Certamente, nessuno mette in dubbio il valore di questa terra fino a quando il commando aveva intenzione di rompere l'assedio proprio in quel posto. Era così grande quel valore, che persino i fiumi di sangue versatici, nel senso letterale di questa parola, erano umanamente giustificati. Ma quando divenne chiaro che lo sblocco dell'assedio non sarebbe avvenuto là...
E dimmi, davvero era talmente necessario continuare a trattenersi quei pochi chilometri di terra, fertilizzandola ininterrottamente con il sangue della gente sovietica? Ho letto, che questa decisione fu presa basandosi su considerazioni ben definite, non si poteva togliere la speranza d

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   3 commenti     di: Tajvi Tum


1788, l'inverno del grande ghiaccio lagunare

Da qualche giorno è arrivato il gelo, in laguna: un vero freddo mordente, giusto per il cuore dell'inverno. La gente non è più abituata al rigore, riscaldata come è negli appartamenti e negli uffici. La mattina presto vedo persone osservare preoccupate, dai vetri dell'autobus, il leggero velo di ghiaccio che vetrifica qualche punto dello specchio lagunare, là dove l'acqua è meno profonda. Ma è certo che entro mezzogiorno tutto si scioglierà e che i gabbiani stupefatti smetteranno di pattinare. In città i ponti vengono cosparsi di sale grosso per impedire ai passanti di scivolare sui gradini e pure i gondolieri, a colpi di ramazza, nettano con il sale la poppa nera delle gondole per non rischiare di cadere in acqua mentre remano.
Forse è notizia poco nota, ma l'ultimo vero grande freddo in laguna si verificò nell'inverno del 1963, anno in cui la temperatura scese, eccezionalmente, a tredici gradi sotto zero.
Nei secoli passati la Storia attesta che il 1700 sia stato un secolo di forte gelo e che siano apparse grandi gelate nella laguna veneziana; certamente la popolazione affrontava l'evento con maggiori mezzi di sopportazione e minori, quanto a conforto, rispetto ad oggi. Si pensi solo al fatto che, tra il popolo, le donne si coprivano quasi esclusivamente con grandi scialli di lana grossa, fino al capo e gli uomini con corte mantelle e giacchette. Il tepore del tabarro non era alla portata di tutti.
Di queste gelate c'è memoria per quella avvenuta nell'inverno 1788, tanto che quell'annata passò alla Storia come " l'anno del giàsso", immortalato in una bella tela che può ancora ammirarsi a Ca' Rezzonico e che raffigura i Veneziani , con sciarpe e cappelli, camminare e scivolare sul ghiaccio spesso, attraversando il canale di Cannaregio verso la laguna aperta che pare pavimentata e tirata a cera. Egualmente minuziosa è la incisione del Battaglioli-Viero che si trova al Museo Correr e che raffigur

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La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.

Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."

"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non

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Legame oltre confine

Il rosso vermiglio del crepuscolo riempiva tutta la grande vallata. Oltrepassava le nubi all'orizzonte e illuminava le chiome degli irti abeti che formavano un piccolo boschetto. Non lontano vi era un fiumiciattolo che scorreva con gran foga. Del resto, le piogge autunnali quell'anno erano state davvero abbondanti e non era ancora giunta la loro fine, né era ancora arrivato il gelido inverno. Tra il boschetto e il fiume, il suolo era occupato da un accampamento di soldati; nelle bandiere, sventolate dal vento, si poteva notare l'effigie di un'aquila, emblema della legione romana. L'accampamento era lì ormai da diverse settimane, poiché Cesare, per riuscire nel suo obiettivo di sottomettere la Gallia, aveva affidato a una sua legione fidata il compito di conquistare quella parte di territorio, mentre lui si occupava di regioni più ostiche. In parte i legionari erano riusciti nel loro intento e ora non restava che espugnare la fortezza di Kentisia, piccolo ma forte villaggio di galli che stava dando ai romani non pochi problemi. Sembrava impossibile, ma l'esercito del grande Cesare non era ancora riuscito a sopraffare quel pugno di semplici Galli i quali si erano dimostrati più abili e furbi del previsto e avevano sfruttato più e più volte diverse tecniche difensive, avvantaggiati per lo più dall'alta cinta muraria che circondava il villaggio. I legionari, stanchi ormai dopo sacrifici, lotte e lunghi giorni di vita militare, erano sopraffatti dal freddo che, data la stagione, aumentava sempre più.
«Questo maledetto gelo sembra non volersene proprio andare».
La voce veniva da uno dei legionari, stanco e affaticato come i suoi compagni.
«E anche questo vento, diventa più gelido ogni giorno che passa. Lo sento fin dentro alle ossa».
I soldati tornavano da un giro di ricognizione e ora stavano dirigendosi verso il loro accampamento, dove avrebbero trovato i compagni.
«Un legionario degno di tale nome non si lamenta mai. Non pensa al freddo, non si pre

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   10 commenti     di: Angela Lazzara


La liberazione della regina di Gerusalemme

Erano da poco calate le tenebre, quella notte, quando dal castello prospiciente il Monte del tempio, furono udite forti grida che squarciarono il cielo sopra la colonna cavalcante di sette templari di ritorno dalla perlustrazione della valle a ridosso di Gerusalemme. Tutti i cavalieri si fermarono all'unisono e il primo di essi, tale Goffredo, alzò la mano indicando il maniero donde provenivano le grida. Armati di coraggio, e della propria spada, si mossero verso il pendio, attraverso un sentiero costeggiato da alberi di ulivo, che davano ampio riparo da eventuali occhi nemici.
Giunti a ridosso del fossato, sguainando le spade si mossero circospetti verso un lucernaio a destra del portone accanto alla torre sud. Altre forte grida, proveniente proprio dalla torre sud, gelarono i due cavalieri più vicini. Questi, lanciando le funi, si apprestavano a salire di soppiatto fino alla sommità della torre, con l'intenzione di sorprendere le sentinelle di vedetta.
Una di queste, si accorse di quanto stava accadendo, e mentre sciabolava la propria spada con l'intenzione di tranciare la fune, venne fulminato da un violento colpo al capo, procuratogli dal secondo cavaliere che a distanza di pochi metri dal primo, lestamente era riuscito a salire sulle mura merlate che congiungevano le torri. I due templari, di nuovo uniti, si mossero carponi verso l'entrata superiore della torre dove si intravedeva una ripida scalinata.
Un'assonnata sentinella presidiava l'accesso, ma un colpo al capo, ne assicurò rapidamente un sonno profondo. Non c'erano più ostacoli, oramai, dieci gradini scesi in un baleno e i due eroi si trovarono innanzi ad una nobildonna con le mani legate a due pesanti catene di ferro ancorate al muro in pietra. Due fragorose scintille, seguirono ad altrettanti due colpi di spada ben assestati e le catene spezzate caddero a terra. Il più robusto dei due cavalieri caricò il debole corpo della nobildonna sulle spalle, mentre l'altro circospetto e la spada in pu

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   2 commenti     di: Fuvell Altego


Una voce all'infinito

È il racconto di una vicenda realmente accaduta, frammento di un passato lontanissimo e misterioso che attraverso le narrazioni di mia nonna e di mio padre è arrivato fino a me. Magicamente mi ha proiettata a ritroso nel tempo, un tempo senza date e senza altri riferimenti di rilievo, dove la fantasia ha colmato la lacune narrative trasformando poche parole in una storia. Ed ecco una voce all'infinito, per raccontare della dura contrapposizione tra uomini e lupi nella lotta per la sopravvivenza e di Zuanne, l'avo più lontano, che non s'è perso nell'oblio del passato.

-Mamma, perché la luna ha gli occhi tristi?
-Dove li vedi gli occhi sulla luna? Sorrideva sua madre.
Zuanne, trascorreva tanto tempo a scrutare la luna quando, bella piena, troneggiava nel cielo come una regina. I suoi occhi di bambino ne coglievano un'espressione perennemente tragica e sofferente, che non riusciva a spiegarsi e a descrivere alla madre con la sua semplicità di bambino.
-Sarà che da lassù osserva tutte le nostre miserie - pensava - e ne è impietosita. Sarà che non può far nulla per alleviarle, se non regalare la sua luce d'argento.

Era quella una sera d'estate. Le abbondanti piogge primaverili avevano riempito i torrenti e i corsi d'acqua minori che solcavano le colline. Il fosso, che scorreva vicino alle case, rumoreggiava come una cascata.
Faceva caldo, più caldo del solito, ma forse era una sensazione condizionata dagli eventi e l'afa soffocante portava con sé un'umidità insopportabile.

Dal Col de Fer, il colle più alto, un castello sovrastava la piana sottostante formata dall'incontro tra due valli, e consentiva una buona panoramica su una zona importante di collegamento tra la pianura e la montagna e tra la pianura veneta e quella friulana.
La sua terra ricca di ferro conferiva al suolo un colore rossastro che aveva suggerito il nome dell'altura, ma c'era anche un'altra interpretazione legata a quel nome: la sua inespugnabilità da parte dei nemici.

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   2 commenti     di: Marisa Amadio


C'era una volta (terzo capitolo)

Accipicchia, i pidocchi... dimenticavo i pidocchi. Si diceva che ce li mischiavano a scuola gli altri bambini... più sporchi di noi.

Mia madre si sedeva il pomeriggio innanzi alla porta, illuminata sempre da un raggio di sole che fendeva le case, apparecchiava sulle ginocchia una tovaglia bianca, si muniva di un pettine corto a doppia faccia, con i denti compatti.
Ci afferrava brusca, ci faceva sedere su di un piccolo sgabello, con la mano sinistra ci teneva inchiodati alle sue ginocchia e con la destra affondava tra i corti capelli quel pettine usato come un rastrello, e pufte cadeva sulla tovaglia il primo pidocchio. Si ripeteva il rito dello strofinamento e dello schiacciamento delle pulci, con la variante che in questo caso la mamma riponeva il pidocchio sulla spina dorsale del pettine e con un sottile senso di piacere lo schiacciava.
Eravamo terrorizzati dai pidocchi. E anche nostra madre li temeva più delle pulci.
Ci tagliavano i capelli con la macchinetta, lasciandoci solo un piccolo ciuffo davanti; ci dicevano di non avvicinarsi ad altri bimbi che erano fortemente indiziati, perché anche i pidocchi si sposavano con la povertà e la sporcizia.
Su alcune teste bianche i pidocchi si vedevano passeggiare, non si capiva dove si nascondessero. Forse le uova restavano attaccate alla radice dei capelli e poi si schiudevano all'improvviso dando un senso di disgusto che spingeva alla ritrosia. E la polverina bianca che ci cospargevano in testa era peggiore del male.

Nelle case convivevano con la famiglia molti animali, in numero inversamente proporzionali al benessere della famiglia.
Nelle case più povere c'erano le galline i cui escrementi sono acidi e schifosi. E con le galline almeno una volta all'anno girava per casa la chioccia con un nugolo di pulcini alla continua ricerca di cibo, con la testa sempre in movimento tra pigolii che si inseguivano.
Non mancavano mai nemmeno le cavie, un piccolo coniglio poco più grande di un topo. Erano piccole,

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   3 commenti     di: Ettore Vita



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