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Racconti storici

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Il portone del Palazzo Consalvo-Debellis

In geografia siamo abituati a pensare in grande, circa le superfici di continenti, stati, regioni, fin giù alle province. Anche per quanto riguarda la storia avviene la stessa comparazione, ad esempio parliamo di un impero del passato e la mente vola a calcolare inconsciamente distanze e superfici. Ma ci siamo mai chiesti quanta storia è racchiusa in un fazzoletto di terra, in un angolo del pianeta sperduto e dimenticato da Dio e dagli uomini?
Ebbene, spesso mi sono chiesto, trovandomi nel centro storico di Montepiano, quanta storia sia racchiusa in poco meno di tre ettari di terreno, giusto lo spazio che circonda la seicentesca chiesa madre con l'antistante sagrato e relativa piazza rettangolare. Ai lati della piazza si ergono antichi palazzi nobiliari, sia da un lato sia dall'altro, e di fronte alla chiesa il vecchio palazzo dei nobili Consalvo, famiglia estintesi e trapiantata in quella dei Debellis, forse ancora attuali proprietari.
Il palazzo occupa quasi per intero il lato più piccolo della rettangolare piazza e dista dalla chiesa circa centocinquanta metri. AD intromettersi tra le due antiche costruzioni un vecchio pozzo in muratura a forma esagonale che raccoglie tutte le acque piovane, poiché l'intera pavimentazione della piazza in selciato converge sensibilmente verso di esso.
Il palazzo, da due lati è asservito da stradine in cui a stento possono circolare degli automezzi ma solo se incolonnati. Su questi lati si affacciano più portoncini, mentre sul lato posteriore, dopo attenta deturpazione, spiccano tre belle saracinesche in lamiera zincata.
Il lato prospiciente la chiesa è invece adornato da un solitario portone di legno massiccio tutto bordato in ferro, alto circa quattro metri e largo poco più di due, costituito da due soli battenti e, in quello di destra vi è inserito un piccolo battente largo meno di sessanta centimetri e alto appena un metro e settanta, quanto basta per poterlo varcare inchinandosi e contorcendosi di lato, ma stando

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   6 commenti     di: Michele Rotunno


La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

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La vendetta di Artemide

Il cielo stava ormai volgendo all'imbrunire. Nella valle regnava un silenzio quasi irreale, e la natura era talmente immobile che pareva in attesa. Artemide stava per raccogliere le proprie armi e andarsene; si era già caricata la faretra in spalla e fece per alzarsi e rivelare la propria presenza alla natura circostante, quando le parve di udire qualcosa muoversi tra gli alberi. Si immobilizzò dietro al cespuglio di more che aveva scelto come nascondiglio, e rimase in ascolto. Poco dopo, ciò che si era mosso si palesò in tutto il suo splendore nell'ampia prateria davanti a lei, e Artemide non credette ai propri occhi. Si trovava di fronte un magnifico esemplare di unicorno, dal manto immacolato, che si muoveva circospetto, quasi avesse sentore della sua presenza.
Artemide impugnò l'arco e sfilò cauta una freccia dalla faretra, posizionandola sull'arma. Poi puntò il dardo contro la creatura, che ora si era fermata al centro della radura, proprio di fronte a lei. Artemide quasi non credeva alla propria fortuna; stava per scoccare la freccia, segnando irrevocabilmente la sorte del malcapitato esemplare, quando qualcosa le si parò dinnanzi, facendo improvvisamente capolino da dietro il cespuglio e facendola sobbalzare. Artemide riconobbe subito la creatura femminile che le era comparsa davanti, una ninfa bellissima, con un vestito di panno bianco e i lunghi capelli biondi, e che stava tentando di spaventarla mostrandole il proprio angelico viso trasfigurato e deformato in un modo inusuale, con gli enormi occhi sporgenti e le fauci spalancate. Ma lei non si sarebbe fatta sorprendere: lei, Artemide, l'intrepida dea della caccia, spaventarsi di fronte ad una ninfa dei boschi?
“Chi credi di spaventare? ” le domandò infatti, con il tono più sprezzante che le riuscì.
La ninfa si dileguò in fretta così com'era venuta, e quando Artemide tornò a guardare verso la radura, anche l'unicorno era sparito. “Maledizione! ” si lasciò sfuggire.
Solo allora co

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Una madre per sorella

Soltanto adesso, dopo la morte della donna che credevo essere mia madre, ho trovato il suo diario e, leggendolo, scopro invece che era mia nonna. Mia madre era Elsa, ossia la ragazza che agli amici presentavo come mia sorella. Il diario racconta di Elsa Wannover, mia madre, nata a Monaco di Baviera il 15 dicembre del 1911 da un insigne professore della Sorbona di Parigi e da un'insegnante di musica. Aveva vissuto la sua giovinezza studiando a Parigi e Berlino. Era bella e di un'intelligenza fuori dal comune. Dopo la laurea in medicina, lavorò per molto tempo come tirocinante in un ospedale di Berlino, dove nel 1934 - il diario dice - conobbe mio padre. Lui, del quale so soltanto il nome di battesimo - Ernest -, era nato a Londra nel 1909 ed era un medico ebreo che lavorava nello stesso reparto di mia madre. Dopo che per ordine del Terzo Reich gli ebrei furono interdetti dalla professione, si persero di vista, perché mio padre, braccato dalle SS, dovette fuggire in America, dove ignaro della mia nascita si rifece una vita. Intanto mia madre, terminato il tirocinio, rientrò in Francia, nella piccola città del sud dove i nonni si erano trasferiti e dove, dopo alcuni mesi dal suo rientro, nacqui io. Mia nonna - una donna dal carattere duro e autoritario - volendo nascondere a tutti la mia nascita, fece credere agli amici di famiglia che ero figlia di un'amica di Elsa che mi aveva affidata a lei in punto di morte e ordinò a mia madre di non svelare mai a nessuno, tanto meno a me, che ero sua figlia. Venni così adottata e riconosciuta dai Wannover come loro figlia. Mia nonna scelse anche il mio nome, perché - come scrive lei - quello scelto da mia madre non era degno dei Wannover. Mi chiamò Elisa Maria. Accadde così che Elsa, non potendo farmi da madre perché ostacolata dalla nonna, se ne andò a lavorare in un ospedale a Parigi dove ritrovò Ernest che, arrivato in Francia dopo la fine del conflitto mondiale con la moglie e il figlio di sette anni, lavorava nel

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   0 commenti     di: Tiziana


C'era una volta

C'era una volta un paese appollaiato nell'inguine di una collina, discosto dal mare da dove, si racconta, si rifugiarono i policastersi.

Una sera, all'improvviso, nei pressi della foce del fiume Bussento giunsero i Pirati. Erano agguerriti e feroci, dopo tante peripezie.
I Policastresi, atterriti, abbandonarono il loro mare, il loro fiume, le loro paludi; rinunciarono a difendere le loro mura e il loro castello e fuggirono dalle loro case.
Fuggirono e si sparsero come schegge esplose dalla paura.
Fuggirono ansimanti, da perdenti ed alcuni di loro si rifugiarono a nord tra i cespugli di un costone roccioso dal quale sgorgava un rivolo d'acqua pura.
Si appollaiarono in capanne di fortuna e costruirono, si racconta, la prima casa su una roccia, abbarbicata come una cozza su uno scoglio.
Si nutrirono di bacche e di caccia. Raccontano i vecchi del paese che di notte sognavano le barche, il mare e l'odore dei pesci sulla brace.
Per sopravvivere, furono costretti a cambiare le loro abitudini e da pescatori diventarono pastori, boscaioli e più tardi anche contadini.

Più di ogni cosa coltivarono nel loro cuore e nel loro animo il terrore e la paura; covarono un millenario rancore verso una qualunque cosa diversa da se stessi e dal loro modo di pensare.
Si nascosero e si isolarono dal resto del mondo pur piccolo dell'epoca. Maturarono un senso di altera superiorità morale e si gonfiarono di orgoglio; un forte senso di identità di popolo li univa sempre più forte.
Tutto questo non impediva ai santamarinesi di azzuffarsi tra di loro come galli in un piccolo pollaio, come leoni nella foresta.
Avevano le loro leggi e la loro morale; la vita e i rapporti si coniugavano su valori da tutti accettati: il rispetto per gli anziani, l'ubbidienza ai genitori, la riparazione dello sgarro verso una donna, la parola data che valeva più di un contratto, il timore di Dio.
Chi sbagliava pagava, e pagava anche con la forza e tutti si schieravano non con la vittima

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   2 commenti     di: Ettore Vita


Il Perdono di Ambrogio

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Prima di tutto, il fatto storico che mi appresto a narrare, con mie parole, con mie invenzioni ad adattamenti poetici, è un fatto veramente esistito, questo per non pensare che sia il prodotto di qualche mia fantasia onirica.
Non vorrei rivelarvi più di molto sul succo del racconto, essendo obbligato a dire però che i fatti qui descritti si collocano intorno al 390 Dopo Cristo, quando l'Impero Romano entrava ( ma era già entrato seppur minimamente) in crisi e quando la Chiesa era già religione di Stato, approvata, contrapprovata e dichiarata.
Vescovi, chiese, cattedrali, Messe, si affiancavano agli ultimi fasti dell' Impero che aveva dominato il mondo.
Una società del resto molto simile alla nostra.
Buona Lettura.



L’alba sorse a Tessalonica con l’impiccagione del governatore Boterico.
Tumulti avevano infiammato la cittadina il giorno prima, durante lo svolgimento annuale dei giochi olimpici con i carri d’oro e le quadrighe bronzee.
Boterico non era il solo a pendere dal muro degli orefici, che si affacciava sulla piazza dei giochi olimpici.
Accanto a lui il funzionario romano Lucio Ventrone e alla sua sinistra il suo spietato consigliere, Emilio Sandalo.
Poche ore dopo giungeva da Salonicco un nuovo governatore, alleato del Cesare Romano, di Teodosio, Savio Parmalo, il quale con un pugno di legionari in molto silenzio prelevò i corpi impiccati e con la carovana delle zucche li spedì a Roma, dall’imperatore.
Questo Savio Parmalo covava un odio profondo per Tessalonica e si aspettava una bella punizione da parte di Teodosio per gli empi cittadini.
I corpi, ben sistemati da Parmalo e i legionari, arrivarono all’imperatore tre giorni dopo con tanto di lettera.
Teodosio credette di svenire davanti a tanta crudeltà.
Là giaceva il suo caro amico Boterico, che presentava sul collo le nette linnee della corda assassina.
E nella lettera, abilmente cucita da Parmalo, l’accusa diretta ai cittadini, ai miglia

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La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.

Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."

"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non

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