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Racconti storici

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Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 2

Cap 2 seconda ora

Dopo poche settimane mi ritrovai, assistito da un drappello di armigeri reali al mio servizio, e coadiuvato da due giovani monaci, ad istituire il mio primo Autodafè ; espletati i riti pregiudiziali, accolte le confessioni spontanee dei convertiti, ascoltate le denunce dei prelati e dei cittadini testimoni, riuscii a “condannare” con pene veramente “blande” un ridottissimo numero di “non-pentiti”, e comunque non andai oltre la fustigazione e la gogna, esterrefatto da queste procedure che sembravano indurre al piacere i “colleghi” inquisitori che operavano in città e borgate limitrofe.
E così, lasciavo trascorrere i miei giorni, la sera, nell’alloggio destinatomi, tiravo fuori dal mio baule le carte dei miei studi, e, rinchiuso fra il mio cervello il mio cuore e quelle fonti di sapienza, chiedevo perdono all’umanità per il mio ossequioso comportarmi.
Tutto, quindi, rinchiuso in un cerchio; dare ai miei “superiori” l’immagine di un coscienzioso lavoro di pulitura della fede, dare ai miei armigeri ed ai miei assistenti, l’idea che la giustizia non necessita necessariamente della violenza estrema, dare a quei cittadini spauriti e invasati dalla presenza del “Male”, l’illusione che la presenza dell’inviato vaticano, avrebbe pulito e immunizzato le loro terre e le loro genti.
Poi, però, un giorno, mi fu condotta, quasi facendola strisciare per terra, una donna, scarmigliata, sporca, le vesti in più punti stracciate, con profondi graffi sulle mani, sulle braccia, sulle ginocchia e gambe e piedi, un vero spettacolo di ribrezzo, tracce evidenti di urina e feci sulle vesti e sulle gambe…. eppure, quando alzati gli occhi da terra, senza un lamento, senza un urlo, senza un’ingiuria o una maledizione, li ha diretti nei miei… ebbi un colpo, un brivido misto di sorpresa e delusione, nonostante lo stato aberrante nel quale versava, questa donna aveva negli occhi una espressione fiera, di dignità mai scalfita.

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   2 commenti     di: luigi deluca


Calipso

Mi ricordo ora dei lunghi anni trascorsi con Calipso, nella sua lontana isola, ad Occidente. Mi ricordo dell'amore innaturale di quella ninfa immortale per me. È la donna con cui per più tempo, nella mia vita, ho diviso il letto. È bella, è sapiente, è una dolce amante, è immortale. La mia intima e prolungata consuetudine con lei mi ha permesso di riflettere a lungo sulla condizione dell'immortalità. Parlo, beninteso, dell'immortalità che si coniuga all'eterna giovinezza, ciò che non capitò in sorte al valoroso Titono, sfortunato sposo di Eos, costretto ad invecchiare in eterno, sempre più mostruosamente.
L'immortale eterno giovane non ha urgenza, non ha bisogni la cui soddisfazione non può essere rimandata; non ha impulso ad agire, perchè ne ha tutto il tempo; non consuma a caldo vendette, perchè può attendere, o perdonare, o dimenticare. L'immortale non cerca favori, possedendo già quello supremo, nè cerca gloria. L'immortale non ha posteri. Egli, ella, non ha curiosità perchè ha l'eternità per poter conoscere. La curiosità esige l'urgenza.
Non ha paura, perchè sa che a tutto sopravviverà; e dunque non ha sentimenti, perchè tutti i sentimenti - amore, amicizia, avversione, tenerezza, angoscia - contengono in sè una componente di paura. Non ha voglia. L'immortale non ha motivo di agire, e si adatta all'immobilità, all'assenza perfino del pensiero. Il pensiero, in quanto progetto costruttivo, in quanto somma di operazioni, gli è alieno.
Calipso, ho sempre pensato, volle per una volta tentare la fuga da quella prigione dorata amandomi come le più focose e passionali donne mortali sanno amare, donando se stessa, affrettandosi a soddisfare ogni mia necessità, giorno dopo giorno. Ne fui presto stanco. Desideravo la mia donna e la mia patria. La nostalgia molte volte mi ha portato al pianto, anche perchè avvertivo la colpa di venir meno al giuramento di fedeltà a Penelope. Ma la stanchezza divenne man mano angoscia, oppress

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Una voce all'infinito

È il racconto di una vicenda realmente accaduta, frammento di un passato lontanissimo e misterioso che attraverso le narrazioni di mia nonna e di mio padre è arrivato fino a me. Magicamente mi ha proiettata a ritroso nel tempo, un tempo senza date e senza altri riferimenti di rilievo, dove la fantasia ha colmato la lacune narrative trasformando poche parole in una storia. Ed ecco una voce all'infinito, per raccontare della dura contrapposizione tra uomini e lupi nella lotta per la sopravvivenza e di Zuanne, l'avo più lontano, che non s'è perso nell'oblio del passato.

-Mamma, perché la luna ha gli occhi tristi?
-Dove li vedi gli occhi sulla luna? Sorrideva sua madre.
Zuanne, trascorreva tanto tempo a scrutare la luna quando, bella piena, troneggiava nel cielo come una regina. I suoi occhi di bambino ne coglievano un'espressione perennemente tragica e sofferente, che non riusciva a spiegarsi e a descrivere alla madre con la sua semplicità di bambino.
-Sarà che da lassù osserva tutte le nostre miserie - pensava - e ne è impietosita. Sarà che non può far nulla per alleviarle, se non regalare la sua luce d'argento.

Era quella una sera d'estate. Le abbondanti piogge primaverili avevano riempito i torrenti e i corsi d'acqua minori che solcavano le colline. Il fosso, che scorreva vicino alle case, rumoreggiava come una cascata.
Faceva caldo, più caldo del solito, ma forse era una sensazione condizionata dagli eventi e l'afa soffocante portava con sé un'umidità insopportabile.

Dal Col de Fer, il colle più alto, un castello sovrastava la piana sottostante formata dall'incontro tra due valli, e consentiva una buona panoramica su una zona importante di collegamento tra la pianura e la montagna e tra la pianura veneta e quella friulana.
La sua terra ricca di ferro conferiva al suolo un colore rossastro che aveva suggerito il nome dell'altura, ma c'era anche un'altra interpretazione legata a quel nome: la sua inespugnabilità da parte dei nemici.

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   2 commenti     di: Marisa Amadio


Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 1

Cap 1 (prima ora)

Siamo all'incirca nel 1630, chi scrive, è "recluso" in un Convento isolato, sui Pirenei...


"Noi, Papa….., per misericordia divina Inquisitore Generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza... vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo quale fidelis filium fra gli inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l’apostasia nell’Inquisizione di Nostro Signore.. voi Aloisius de la Cruz e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione... che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime".

Con oggi, son giusto 10, gli anni che porto i segni di questa Bolla; io Certosino dedito agli studi più che alla battaglia, io, impegnato nella traduzione di Platone, al quale ho dedicato anni a lui ed alla sua “de Re Publica”, sì, son proprio io, il belante animale che contrito verga queste righe, nell’ora, nella sola ora ogni 24, che m’è dato essere ancora uomo!
Ma necessita che anteponga ai fatti, la mia storia:
battezzato alla nascita, per volere di mia madre, Aloisio, ed impostomi il di lei cognome, quasi fatidico direi, essendo cadetto, m’erano offerte due strade, indossare l’armatura, al servizio del Re, o indossare il saio al servizio del Re dei Re, io nemico per istinto della guerra, ho scelto pur senza logica di fede, il saio.
L’essere uomo di Chiesa, m’ha consentito di accedere a Biblioteche per molti proibite, di conoscere ed essere allievo di uomini illuminati di scienza, invasati di sete di conoscenza, adoratori del sapere, anche se questo comporta, evidentemente il dubitare della Fede.
Non so perché, né se si trattò di uno scambio di persona, ma quando 10 anni fa, fui convocato a Roma, in udienza pontificia, il mio stupore e confesso, paura, fu veramente grande.
Pensavo, infatti,

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   4 commenti     di: luigi deluca


Achille, amore e morte

Nella mitologia greca è centrale la figura di Achille, del quale tutti ricordano la famosa ira contro Agamennone e la vendetta su Ettore, che gli aveva ucciso l'amico Patroclo, ma anche il nobile comportamento tenuto con il vecchio Priamo quando gli aveva restituito il corpo del figlio. Secondo la versione più nota, l'eroe sarebbe morto per una freccia di Paride che lo avrebbe colpito al tallone, unica parte vulnerabile del suo corpo. Altri autori ci parlano del suo amore per Polissena, la più giovane figlia di Priamo, che sarebbe stata sacrificata sulla sua tomba alla fine del conflitto. La tradizione tardolatina e medievale, l'unica nota a Dante, fonde i due argomenti e spingerà il divino poeta a mettere Achille accanto a Paolo e Francesca nel girone dei lussuriosi ("e vidi il grande Achille che con Amore al fine combatteo").
Questo testo, con la bibliografia allegata, può liberamente e proficuamente essere impiegato per fini didattici in tutte le classi che si occupano di epica classica e medievale.

Era una notte di buio pesto, appena rischiarata dalle stelle e dalle luci sugli spalti di Troia. Achille disse ai soldati di guardia alla sua tenda che, profittando della tregua, andava ad esplorare la zona avanti al tempio di Apollo Timbreo, appena fuori della città, venerato comunemente da Greci e Troiani e rimasto indenne da tutte le operazioni di guerra. La risposta fu un imbarazzato silenzio, ma Achille aveva fretta e non ci badò più di tanto.
Mentre correva verso il tempio, pensava alla bellissima Polissena, la figlia di Priamo, che aveva vista per la prima volta quando era venuta con il padre a riscattare il corpo di Ettore. "Avrei dovuto accettare allora la proposta di Priamo, di prendermela come schiava ", disse a mezza bocca come aveva fatto tanto spesso in quei giorni. Ma aveva preferito il gesto generoso di non chiedere altro, per il riscatto, che le vesti preziose offertegli dal vecchio re, rinviando ad altra occasione la questione del suo ma

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La Boheme (riduzione teatrale)

LA BOHEME (COPIONE)
I QUADRO
In soffitta

(Una finestra grande scopre un panorama imbiancato dalla neve di dicembre al Quartiere Latino a Parigi del 1830: vigilia di Natale, un camino spento, una libreria, un quadro "Il passaggio del Mar Rosso" largamente incompleto, il pittore Marcello con le idee confuse sul da farsi e carte sparse mentre il poeta Rodolfo si alza dal povero scrittoio e guarda fuori)

MARCELLO: Questo Mar Rosso mi rammollisce e dà un senso di gelo come se le sue gocce gelate mi venissero addosso!!! Ora dipingo un faraone che affoga e mi vendico! Tu Rodolfo che fai?
RODOLFO: Tra questo cielo grigio della Parigi imbiancata dalla neve vedo comignoli che emanano fumi e vapori e penso a quel caminetto inoperoso come un vecchio signore che ozia. Le foreste prosperano sotto la neve, niente legno per noi, da ardere.
MARCELLO: Rodolfo ti suggerisco un pensiero poetico che puoi utilizzare: FA UN FREDDO CANE.
RODOLFO: Neanch'io credo esista più il sudore che imperla la fronte.
MARCELLO: Ho le dita ghiacciate come le avessi intinte nel cuore della mia amata Musetta che non mi vuole più.
RODOLFO: Anche l'amore arde ma come il nostro caminetto i suoi tizzoni si esauriscono in fretta.
MARCELLO: Sì. Basta un soffio a far bruciare un uomo
RODOLFO: ... mentre le donne rimangono solo a guardare.

MARCELLO: Stiamo gelando, non possiamo stare senza far nulla.

RODOLFO: Bruciamo il mio dramma che sto scrivendo, lo sacrifico per un po' di fuoco che ci scaldi. Atto primo, prendi e accendi.

Entra Colline filosofo in ambasce con al braccio alcuni libri.

COLLINE: Ho cercato di pignorare qualcosa ma al Monte di Pietà oggi non si accettano: è vigilia di Natale!

RODOLFO: Altro fuoco, serve calore, atto secondo, brucia!

MARCELLO: La fiammata si attenua già, abbasso l'autore!!! (Colline annuisce vigorosamente)

Finalmente giunge un quarto amico, il musicista Schaunard e li salva portando loro legna da ardere e provviste

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Il primo respiro del mattino

Giovane e ingenuo, affidai le mie speranze e la mia onestà di inesperto guerriero al nostro generale, soldato aduso a guerre e saccheggi, divoratore di giovani destini, oppio dei nostri cuori, mia ed altrui dannazione.
Io, Marco Lucio Decimo, maledico quell'uomo e tutta la sua stirpe, che possa girare in eterno intorno ai campi elisi senza che questi accolgano mai la sua ombra tra le loro mura.
Affamato di gloria e di ricchezza, lo avrei seguito in capo al mondo, anche oltre se mi avesse ordinato di farlo, sarei salpato solo con lui in cerca di Atlantide, superando le colonne di Eracle, pronto a combattere contro tutti i mostri che vivono nel mare Oceano.
Arrivammo alle porte della città mentre stava albeggiando, il primo respiro del mattino, come il generale chiamava quelle ore.
Arringò subito la truppa, per preparare gli uomini all'imminente battaglia.
- L'acre sapore della guerra, l'aria bollente dei bronzi infuocati, vi riempirà i
polmoni e vi condurrà alla vittoria, come sempre è stato e come sempre sarà.
Siete cento ma è come se foste diecimila. Guardate quegli uomini, sugli
spalti; ormai avranno saputo chi siete, e vi dico che essi stanno tremando.
Come tremano tutti coloro che incrociano le vostre strade. Voi siete i cento
lupi di Soros! -
Passò in rassegna le nostre file, chiedendo a ognuno di noi se era pronto a sacrificarsi per la vittoria, ottenendo sempre la medesima risposta - Per Soros e per Roma! -.
In breve tempo gli arieti e le testuggini riuscirono a praticare una vasta breccia alla base delle mura, e all'improvviso un profondo silenzio scese sulla città e sull'accampamento. Un altissimo grido si levò allora dalle nostre gole e ci mettemmo in marcia per raggiungere il varco, proteggendoci con gli scudi contro i pochi dardi lanciati dal nemico asserragliato sugli spalti e soggetto al tiro micidiale delle catapulte, delle baliste e degli scorpioni dei nostri artiglieri.
Non trovammo guerr

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