C'era una volta un paese appollaiato nell'inguine di una collina, discosto dal mare da dove, si racconta, si rifugiarono i policastersi.
Una sera, all'improvviso, nei pressi della foce del fiume Bussento giunsero i Pirati. Erano agguerriti e feroci, dopo tante peripezie.
I Policastresi, atterriti, abbandonarono il loro mare, il loro fiume, le loro paludi; rinunciarono a difendere le loro mura e il loro castello e fuggirono dalle loro case.
Fuggirono e si sparsero come schegge esplose dalla paura.
Fuggirono ansimanti, da perdenti ed alcuni di loro si rifugiarono a nord tra i cespugli di un costone roccioso dal quale sgorgava un rivolo d'acqua pura.
Si appollaiarono in capanne di fortuna e costruirono, si racconta, la prima casa su una roccia, abbarbicata come una cozza su uno scoglio.
Si nutrirono di bacche e di caccia. Raccontano i vecchi del paese che di notte sognavano le barche, il mare e l'odore dei pesci sulla brace.
Per sopravvivere, furono costretti a cambiare le loro abitudini e da pescatori diventarono pastori, boscaioli e più tardi anche contadini.
Più di ogni cosa coltivarono nel loro cuore e nel loro animo il terrore e la paura; covarono un millenario rancore verso una qualunque cosa diversa da se stessi e dal loro modo di pensare.
Si nascosero e si isolarono dal resto del mondo pur piccolo dell'epoca. Maturarono un senso di altera superiorità morale e si gonfiarono di orgoglio; un forte senso di identità di popolo li univa sempre più forte.
Tutto questo non impediva ai santamarinesi di azzuffarsi tra di loro come galli in un piccolo pollaio, come leoni nella foresta.
Avevano le loro leggi e la loro morale; la vita e i rapporti si coniugavano su valori da tutti accettati: il rispetto per gli anziani, l'ubbidienza ai genitori, la riparazione dello sgarro verso una donna, la parola data che valeva più di un contratto, il timore di Dio.
Chi sbagliava pagava, e pagava anche con la forza e tutti si schieravano non con la vittima
La vita di due principesse aspiranti al trono della dinastia Asburgo-Lorena sembra semplice, piena di agiatezze, lussi e spensierata felicità. Il vostro narratore Ulrich vi dice che non tutto quel che sembra facile lo è davvero, la vita va dove gli pare e le difficili asprezze non si risparmiano a nessuno, neanche a chi potrebbe vivere su un tappeto di rose.
Le due principesse sono sorelle e vivono a Mainz dove scorrono due fiumi che si intersecano cambiano il nome e una sola consonante, il Reno e il Meno, così diversi, così simili, sempre vicini e mai uguali. Belli i loro nomi che la regina madre Gertrud scelse per loro: Geike e Franziska come una zia diretta ed una cugina di secondo grado. Il maschio tanto aspettato erede al trono non arrivò mai: Gertrud era delicata, forte di carattere e organizzata ma dopo le due gravidanze si debilitò talmente che non riuscì più a portarne a termine altre. Con il disappunto delle cortigiane che presero a chiamarla "la tirolese" in segno di scherno per le sue origini basso-austriache (era di Graz) di fisico compatto ma minuto, diverse dalle floride tedesche della zona occidentale. Il re Ludwig suo marito non la amava, sposo a 17 anni per volere degli uomini vicino al Governatore, esigenze politiche e di dinastia, il sovrano per tutta la sua breve vita pensò pochissimo al suo popolo e condusse la sua esistenza fra abbondanti libagioni e frequentazioni femminili al di fuori del matrimonio. L'educazione delle figlie rimase affidata a Gertrud che mai acconsentì ad affidarle le bimbe a nutrici e istitutori, attirandosi nuove critiche che la dipinsero come poco aristocratica e tendente al borghese. Avrebbe voluto opporsi anche all'ingresso dell'Abate Hans ma le rigide regole dell'etichetta reale lo impedirono. L'istinto di Gertrud non sbagliò, l'Abate avrebbe dovuto avviarle ai precetti religiosi ma si rivelò, superstizioso e abbastanza incline alle pratiche esoteriche nonché sessualmente represso, ma la vigile attenzion
Suonava sempre, la campana. Bastava saperla aspettare.
Alle undici meno dieci, all’una meno dieci, alle tre e mezza e alle cinque.
La foga, il bisogno, l’impellenza di un pallone, aveva il suono delle sedie che strisciano sul pavimento, che si ribaltano sul banco dietro. Il rombo di centinaia di piedi che tuonano nei corridoi e lungo le scale, il boato somma di parole urlate, o sbraiti indefiniti. Il boato si attenua nel cortile quando il suono non viene rimesso in gioco dai muri, quando il suono può andare fino ai muri del cortile scavalcarli e andare a perdersi nel motore di una macchina che passa per via Dante o nel “din don” di un campanello di bicicletta.
I preti ci tiravano i palloni.
“Piano” dicevano “calma” dicevano.
Noi si saltava come cani impazziti alla vista del guinzaglio, perché sembra un oggetto d’oppressione, il guinzaglio, invece è libert?? , è pisciare sull’albero.
Il prete tirava tre palloni da calcio due da basket e uno o due da pallavolo.
I campi da basket finivano quasi deserti, due o tre altoni si mettevano a tirare a canestro, i campi da pallavolo erano per le femmine, il campo da calcio era guerra.
Sei squadre, tre partite, due porte con tre portieri ciascuna, sessanta e più giocatori in un unico campo, un’unica danza, un unico movimento. Vieni li, a studiarla, la teoria del caos.
Vieni li, a studiare come fanno gli uccelli a muoversi tutti insieme in sincrono e a non scontrarsi mai.
Vieni li.
Ma noi non eravamo uccelli, e ogni tanto vedevi di quei voli d’angelo. Ragazzi che decollavano su una gamba tesa di un’altra partita, di un’altra azione, di un altro mondo e planavano sorridenti a scheggiare gli incisivi sull’asfalto.
Perchè sotto c’era asfalto.
Benedetti sempre siano i campi di terra, la terra è soffice, è polverosa, qualcosa contro l’attrito che le fa un ginocchio ce lo mette. L’asfalto è cattivo, sono sassi e bitume, è attrito, è morso, è carta di vetro che ti scava la p
CHE VIAGGIO! 25/12/2005
NAVE E FIUMICINO
Occhi stanchi,
noi emigranti per gioco.
Stupisciti all'arrivo,
il giorno è arrivato.
Questo è il secondo giorno,
il sonno è secondario
e il cibo... rinviato.
È passato circa un mese da quando abbiamo deciso di partire.
Il tempo è passato segnando i giorni passo dopo passo.
Abbiamo decorato le giornate d'attesa ripercorrendo avvenimenti passati
o incitandoci continuamente in prospettiva futura.
Ora... che mi trovo in movimento nel treno destinazione Roma,
Mi richiedo ancora "Cosa ci faccio qui, perchè ancora?"
La via più breve è già stata scritta
Il percorso c'incita a proseguire.
In custu logu sperdiu ca sperdiu no esti,
deu m'agattu annodau a sa vita.
Sa genti chistionara fore problemasa,
custu tottu esti tottu in leggerezza.
So già che durerà sino a quando tornerò...
AMSTERDAM
Bisogna muoversi!
Bisogna muoversi!
Ti chiamano!
Ti cercano!
Sfilano il portafoglio
con un sorriso.
Svendono il corpo
al primo sconosciuto.
Svenuto da molto lontano,
distratto chiede della sua anima in giro.
L'Uomo nero come un avvoltoio
si lancia in quel che resta del moribondo.
"Baratterò con te!"
(Sì si, in cambio di tutto il resto...)
BOOM! ARIA PER SEMPRE...(*)
Pianeggianti, camminanti
in tempo controsenso.
Fiamme in caverne,
primissime forme.
La forca in un rito
provoca dolore al primogenito.
Anime contrastanti,
(come) la vivacità di un passo teso
(come) un rosso un po' sbiadito.
Il gusto a malapena assaporato.
Hanno la lingua biforcuta.
Leone e Gorilla
in piedi d'innanzi al Potere Supremo.
Tutto è tutto è di tutti.
Camminavo nelle strade principali
(nel) la notte furibonda.
Con recenti residui
d'intere giornate furibonde.
THE DOORS
Si ricompone quel che non vuol significare...
SARO' VIVO PER SEMPRE (*)
Devo solo trascrivere
un qualcosa d'
Un racconto su due linee temporali incentrato su una figura storica che mi ha sempre molto colpito e che intendo riprendere in alcune mie opere future.
Leggi o scarica in pdf, epub e azw3 la versione completa >
http://tncs. altervista. org/1412-1431/
1412 - 1431
Mi scortano nella piazza del Mercato Vecchio e vedo che è già stato tutto preparato. Il lungo abito bianco che mi hanno fatto indossare mi pizzica un po' e non rispecchia i miei gusti, tuttavia penso che riuscirò a sopportarlo.
Un uomo si fa avanti e comincia a leggere a gran voce un documento. È la sentenza ecclesiastica disposta contro di me e la ascolto senza farmi impressionare dai toni elevati e dalla gravità delle accuse. Mi vogliono bruciare viva, ma se credono di spaventarmi si sbagliano di grosso.
Mi consegnano al boia e vengo condotta là dove è stata costruita la pira. Vedo una folla numerosa pronta ad assistere al macabro spettacolo e circa duecento soldati incaricati di scortarmi.
Lascio che un sorriso beffardo affiori appena sulle mia labbra. Quale onore...
***
Il vento spirava tranquillo tra le foglie degli alberi e un uomo sulla cinquantina camminava con passo cadenzato lungo un sentiero battuto.
D'un tratto fra i tronchi sottili apparve una croce di pietra. Il braccio orizzontale era posto in alto ed era molto più corto di quello verticale, due parole e una data erano incise nella parte superiore e un solido basamento la innalzava dal terreno cosparso di erba verde.
L'uomo si fermò di fronte alla croce e si tolse il cappello per contemplarla in silenzio. Ora che la guerra era finita, andava spesso in quel luogo tranquillo e rilassante, lontano dalla devastazione e dagli intrighi che avevano sconvolto i decenni precedenti.
Sollevò una mano e le sue dita callose accarezzarono con riverenza la pietra ruvida e porosa, così diversa dalla pelle liscia e temprata di lei...
***
Mi fanno salire sulla catasta di legna e poi mi incatenano ad u
PREMESSA: Il conte di Bothley è stato processato e assolto per l'assassinio del marito di Maria Stuart, regina di Scozia. Il racconto si svolge all'incirca un anno dopo l'assassinio.
L'elegante carrozza reale, quel caldo mattino di fine aprile, stava percorrendo la strada che dal castello di Stirling portava a Edimburgo, sede della corte reale. La regina Maria, scortata dal suo numeroso seguito e al sicuro all'interno della carrozza, stava cercando inutilmente di prendere sonno, dopo che per l'intera notte non era riuscita a chiudere occhio. C'erano molte cose che la preoccupavano, come donna e come regina.
La sovrana era di ritorno da una breve visita al figlioletto Giacomo di appena un anno, e per quanto cercasse di recarsi dal piccolo più spesso che poteva, separarsi da lui per fare ritorno a Edimburgo le causava ogni volta una dolorosa fitta al cuore. Anche ora, accasciata sui sedili di pelle dell'ampia e vuota carrozza, Maria avrebbe voluto avere tra le braccia il suo piccolo principe, che le riempiva il volto di umidi e teneri baci, e le stringeva intorno al collo le braccine con tutta la forza di cui era capace.
Ma non era solo quello ad affliggere il suo giovane cuore. Suo marito, Lord Darnley, era morto da poco, assassinato nella sua residenza, e la maggior parte dei nobili del regno era incline a credere che lei stessa fosse implicata nell'omicidio. Poco dopo la morte di Darnley, i familiari del suo defunto marito avevano chiesto al Consiglio Segreto di iniziare un procedimento contro uno dei nobili cortigiani più vicini alla regina, il conte di Bothley. L'uomo era stato assolto, e ciò non aveva fatto altro che accrescere il malcontento e l'impopolarità di Maria tra i nobili di corte.
Nella quasi minacciosa tranquillità della campagna che stava attraversando, la regina fu distolta all'improvviso dalle sue riflessioni da uno scalpitare di zoccoli, che si faceva sempre più vicino. Maria rimase in attesa e tese l'orecchio. Un gruppo di uomini a
Pompei, anno 79 d. c.
Ante diem undecimum kalendas septenbres (22 agosto)
Nella casa, situata vicino alla porta vesuviana, il sole cominciava ad illuminare le stanze dove dormivano Lucrezia, il marito Marco e Gaio, il loro figlio di nove anni.
L’abitazione, pur nella sua modestia ed essenzialità, mostrava i segni, nell’arredo e nelle sue dotazioni, di una condizione di benessere superiore alla media degli abitanti di Pompei, dediti alle attività commerciali ed artigianali. Costoro erano quasi tutti liberti, ex schiavi affrancati ed ex militari delle legioni romane, come Marco e costituivano il nerbo della fiorente economia della cittadina, risorta dopo il terremoto dell’anno 62.
La casa disponeva anche di un piccolo giardino, nella parte posteriore, dove razzolavano alcune galline.
Questa condizione di “benessere” derivava dall’occupazione di Marco, che, per le sue qualità umane e contabili, era divenuto l’amministratore di fiducia di Lucio Olconio, uno dei magistrati di Pompei e uno degli uomini più ricchi della città. Egli possedeva una delle più belle case della città, una villa ad Ercolano ed una grande proprietà nell’agro sarnese, dove si produceva un po’ di tutto, dal frumento, alla frutta, dall’uva agli ortaggi. Tanta ricchezza, ovviamente, non proveniva solo dalla famiglia d’appartenenza, ma anche dalla spregiudicatezza tipica degli amministratori, che non andavano molto per il sottile, nel procurarsi dei congrui profitti personali nell’occuparsi della cosa pubblica. Tali proventi illeciti erano poi gestiti per speculare sugli immobili della rinascente Pompei, nella costruzione di terme ed in qualche attività ludica a beneficio del popolo, per acquisirne la stima e…i voti alle elezioni.
Marco, che conosceva bene tutto ciò, faceva con zelo e dedizione il suo lavoro, non curandosi delle faccende politiche, più che soddisfatto del salario e delle ricompense che, spesso, Lucio Olconio, con munificenza gl
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