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Racconti storici

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Il velo di Fathma

Seduto dietro alla caldaietta per scaldare l'acqua Al Maed prepara il the per tutto il mercato. È bravo, mescola le foglie di the con certe erbe strane. Il suo the è il migliore. Io, una piccola ragazzina bastarda, incuriosita dalla menomazione che lo costringe a muoversi a fatica, ho cominciato ad osservarlo. Nel nostro villaggio ci sono molte persone malate o invalide, ma lui ha un modo particolare di accarezzare la sua gamba ritorta; come fosse il ricordo di qualcosa di intenso che l'ha sfiorato, lasciandogli quel segno del proprio passaggio. . Lui si è accorto di me, appena scacciata dalla casa di un lontano parente, sporca e sola. Dopo qualche giorno mi ha chiesto di aiutarlo a portare il the ai suoi clienti nel bazar. Magari ha visto le cicatrici nascoste sulla mia anima. Oppure cerca solo un po' di compagnia. Gli piace raccontare delle storie; la storia di Fathma me l'ha raccontata dopo qualche tempo che ho cominciato a portare il the per lui. E con essa storie di uomini incontrati quando attraversava il deserto guidando le carovane o commerciando, prima di diventare ciò che è adesso. Io mi siedo accanto a lui, le gambe incrociate nella polvere, lo guardo spezzare le foglie nell'acqua e ascolto la sua voce un po' nasale che parla. Poi vado a cercare dei piccoli pezzi di rami per alimentare il fuoco del bollitore, intanto imparo a versare il the nei bicchieri facendolo cadere dall'alto, a sistemare tutto sui vassoi e a correre per le stradine affollate senza versarne neanche una goccia. Poso i bicchieri sui tavolini di legno e scappo prendendo quelli vuoti; lungo la strada dalle botteghe altre persone mi chiamano, così arrivata a destinazione riferisco gli ordini e lui mi riempie il vassoio con altri bicchieri.
Sono brava come portatrice di the, anche se sono una piccola ragazzina senza famiglia: una buona capacità di equilibrio, velocità nel percorrere stradine affollate, occhio attento per prevedere ed evitare urti fra il vassoio carico di bicchier

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   0 commenti     di: marco mariano


Amos e Mario. Italia anno di guerra 1943- IIIa e ultima parte

La guerra andava male. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono con ingenti forze in Sicilia. La situazione nazionale precipitava ; i tedeschi li avevamo in casa, feroci e rabbiosi, incalzati da sud si preparavano a recedere, vie di fuga a nord, a qualsiasi costo.
Il 25 luglio 1943, il gruppo clandestino, cui apparteneva Mario, decise di uscire in maniera più incisiva con un appello a stampa, diretto a tutti gli operai della zona industriale di Porto Marghera ; un appello contro la guerra e le privazioni imposte dalla sua economia. Le fabbriche di Torino Mirafiori e Milano avevano già conosciuto diffuse proteste operaie e ciò incoraggiava il gruppo ad andare avanti.
Si decise di usare il ciclostile nella soffitta di casa di uno tra loro, certo Giuliano, studente universitario ( a distanza di vent'anni costui sarebbe diventato Preside di liceo...) il quale aveva la fortuna di abitare in una casa singola, alla periferia di Mestre; una villetta circondata da un giardino incolto, proprio alla fine di una stradaccia tutta buche. Alle spalle della casa, soltanto campi. Un luogo ideale anche per coprire il rumore del macchinoso ciclostile. Padre e madre di Giuliano erano presso dei parenti, a Padova, per alcuni giorni.
Verso mezzogiorno, di quel 25 luglio, mentre in quattro erano intenti a redigere il testo, la radio interruppe le solite musichette e gracchiò una notizia straordinaria. Subito i quattro giovani zittirono. Fu comunicato alla Nazione che il Gran Consiglio del fascismo aveva destituito Mussolini e rimesso il governo al Re. La notizia si espanse nell'aria estiva come una saetta. Sembrava persino aver scosso e trafitto le ferme e silenti chiome dei pioppi che si intravedevano dalla soffitta. Pure le cicale cessarono di frinire.
Seguì un attimo di sgomento alla clamorosa notizia, poi urla di gioia da parte di tutti. Giuliano scese precipitosamente dalla soffitta

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1989, opinioni

Il piccolo ha fame, ha freddo, piagnucola. Hanna si tiene al braccio libero, con l’altro tengo il piccolo. Siamo qua, tutti e tre, davanti a poit Charlie che aspettiamo di passare. C’è tanta gente.
Dicono che possiamo passare. Chi lo dice? L’hanno detto alla radio. Cosa hanno detto? Che aprono i posti di blocco. Quando? Sono già aperti. Scherzi? No.
Avevo lasciato la birra a metà ed ero corso a casa. Hanna stava preparando la cena, Klaus giocava.
Hanno detto che aprono i posti di blocco… che sono già aperti. Hanna mi guardava come si guarda un pazzo. Vestilo, indicavo Klaus, andiamo.
Voglio andare a casa. No Klaus, dobbiamo andare di là. Ho fame. Resisti. Ho freddo. Resisti. Cosa c’è di là? La libertà. Che cos’è la libertà? Avere fame e avere freddo se ne hai voglia.
Klaus mi guardava poco convinto.
Klaus, oggi siamo un pezzo di storia, non possiamo stare a casa, non possiamo stare al caldo, dobbiamo andare e vedere. Dobbiamo scegliere di avere fame e freddo e di stare qui in piedi, in questa notte fredda.
Klaus? Dimmi. Ti ricordi la sera che cadde il muro? Si. Com’è stata? Fredda, la gente applaudiva quando passammo e mio padre piangeva e rideva, libero, tra i palazzi grigi e la notte.

-Eccole la, le formiche impazzite-
Aveva sentito alla radio che aprivano i posti di blocco, si era versato un cognac. Ora se ne stava alla finestra e guardava tutta quella confusione di gente che passava sotto la sua finestra verso il maledettissimo Ceckpoint Charlie. Erano passate due ore dalla comunicazione e tutti correvano a vedere. Portò la bottiglia di cognac alle labbra. Era nell’aria, certo, era nell’aria. Si sentiva che qualcosa scricchiolava, prima i bastardi Ungheresi, e adesso guarda… Cambierà tutto, maledetti bastardi, farete cambiare tutto.
La moglie lo guardava nascosta dietro la porta della cucina. Non l’aveva mai visto bere così, solo.
State distruggendo tutto, maledette formiche impazzite, tutto il mio mondo.
La s

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   9 commenti     di: Umberto Briacco


La Boheme (riduzione teatrale)

LA BOHEME (COPIONE)
I QUADRO
In soffitta

(Una finestra grande scopre un panorama imbiancato dalla neve di dicembre al Quartiere Latino a Parigi del 1830: vigilia di Natale, un camino spento, una libreria, un quadro "Il passaggio del Mar Rosso" largamente incompleto, il pittore Marcello con le idee confuse sul da farsi e carte sparse mentre il poeta Rodolfo si alza dal povero scrittoio e guarda fuori)

MARCELLO: Questo Mar Rosso mi rammollisce e dà un senso di gelo come se le sue gocce gelate mi venissero addosso!!! Ora dipingo un faraone che affoga e mi vendico! Tu Rodolfo che fai?
RODOLFO: Tra questo cielo grigio della Parigi imbiancata dalla neve vedo comignoli che emanano fumi e vapori e penso a quel caminetto inoperoso come un vecchio signore che ozia. Le foreste prosperano sotto la neve, niente legno per noi, da ardere.
MARCELLO: Rodolfo ti suggerisco un pensiero poetico che puoi utilizzare: FA UN FREDDO CANE.
RODOLFO: Neanch'io credo esista più il sudore che imperla la fronte.
MARCELLO: Ho le dita ghiacciate come le avessi intinte nel cuore della mia amata Musetta che non mi vuole più.
RODOLFO: Anche l'amore arde ma come il nostro caminetto i suoi tizzoni si esauriscono in fretta.
MARCELLO: Sì. Basta un soffio a far bruciare un uomo
RODOLFO: ... mentre le donne rimangono solo a guardare.

MARCELLO: Stiamo gelando, non possiamo stare senza far nulla.

RODOLFO: Bruciamo il mio dramma che sto scrivendo, lo sacrifico per un po' di fuoco che ci scaldi. Atto primo, prendi e accendi.

Entra Colline filosofo in ambasce con al braccio alcuni libri.

COLLINE: Ho cercato di pignorare qualcosa ma al Monte di Pietà oggi non si accettano: è vigilia di Natale!

RODOLFO: Altro fuoco, serve calore, atto secondo, brucia!

MARCELLO: La fiammata si attenua già, abbasso l'autore!!! (Colline annuisce vigorosamente)

Finalmente giunge un quarto amico, il musicista Schaunard e li salva portando loro legna da ardere e provviste

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Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 1

Cap 1 (prima ora)

Siamo all'incirca nel 1630, chi scrive, è "recluso" in un Convento isolato, sui Pirenei...


"Noi, Papa….., per misericordia divina Inquisitore Generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza... vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo quale fidelis filium fra gli inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l’apostasia nell’Inquisizione di Nostro Signore.. voi Aloisius de la Cruz e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione... che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime".

Con oggi, son giusto 10, gli anni che porto i segni di questa Bolla; io Certosino dedito agli studi più che alla battaglia, io, impegnato nella traduzione di Platone, al quale ho dedicato anni a lui ed alla sua “de Re Publica”, sì, son proprio io, il belante animale che contrito verga queste righe, nell’ora, nella sola ora ogni 24, che m’è dato essere ancora uomo!
Ma necessita che anteponga ai fatti, la mia storia:
battezzato alla nascita, per volere di mia madre, Aloisio, ed impostomi il di lei cognome, quasi fatidico direi, essendo cadetto, m’erano offerte due strade, indossare l’armatura, al servizio del Re, o indossare il saio al servizio del Re dei Re, io nemico per istinto della guerra, ho scelto pur senza logica di fede, il saio.
L’essere uomo di Chiesa, m’ha consentito di accedere a Biblioteche per molti proibite, di conoscere ed essere allievo di uomini illuminati di scienza, invasati di sete di conoscenza, adoratori del sapere, anche se questo comporta, evidentemente il dubitare della Fede.
Non so perché, né se si trattò di uno scambio di persona, ma quando 10 anni fa, fui convocato a Roma, in udienza pontificia, il mio stupore e confesso, paura, fu veramente grande.
Pensavo, infatti,

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   4 commenti     di: luigi deluca


Il Perdono di Ambrogio

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Prima di tutto, il fatto storico che mi appresto a narrare, con mie parole, con mie invenzioni ad adattamenti poetici, è un fatto veramente esistito, questo per non pensare che sia il prodotto di qualche mia fantasia onirica.
Non vorrei rivelarvi più di molto sul succo del racconto, essendo obbligato a dire però che i fatti qui descritti si collocano intorno al 390 Dopo Cristo, quando l'Impero Romano entrava ( ma era già entrato seppur minimamente) in crisi e quando la Chiesa era già religione di Stato, approvata, contrapprovata e dichiarata.
Vescovi, chiese, cattedrali, Messe, si affiancavano agli ultimi fasti dell' Impero che aveva dominato il mondo.
Una società del resto molto simile alla nostra.
Buona Lettura.



L’alba sorse a Tessalonica con l’impiccagione del governatore Boterico.
Tumulti avevano infiammato la cittadina il giorno prima, durante lo svolgimento annuale dei giochi olimpici con i carri d’oro e le quadrighe bronzee.
Boterico non era il solo a pendere dal muro degli orefici, che si affacciava sulla piazza dei giochi olimpici.
Accanto a lui il funzionario romano Lucio Ventrone e alla sua sinistra il suo spietato consigliere, Emilio Sandalo.
Poche ore dopo giungeva da Salonicco un nuovo governatore, alleato del Cesare Romano, di Teodosio, Savio Parmalo, il quale con un pugno di legionari in molto silenzio prelevò i corpi impiccati e con la carovana delle zucche li spedì a Roma, dall’imperatore.
Questo Savio Parmalo covava un odio profondo per Tessalonica e si aspettava una bella punizione da parte di Teodosio per gli empi cittadini.
I corpi, ben sistemati da Parmalo e i legionari, arrivarono all’imperatore tre giorni dopo con tanto di lettera.
Teodosio credette di svenire davanti a tanta crudeltà.
Là giaceva il suo caro amico Boterico, che presentava sul collo le nette linnee della corda assassina.
E nella lettera, abilmente cucita da Parmalo, l’accusa diretta ai cittadini, ai miglia

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Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 5

Cap 5 ultima ora


L’indomani fu l’inizio della fine, alle prime luci dell’alba, scortato da uno squadrone di lancieri, il Cardinale Principe della Chiesa, Primo Inquisitore di Spagna, senza neanche darmi tempo di parlare, schiaffeggiandomi pubblicamente col guanto di pelle nera, suo simbolo personale, mi destituì da ogni incarico, mi retrocesse all’istante, brandendo una Bolla Papale ove era scritto che io Aloisio de la Cruz avevo indegnamente servito etc etc e venivo pertanto condannato alla clausura nel convento di Chateau de Rennes ad libitum.
Prese, immediatamente le redini di tutti i procedimenti in atto, e, neanche a dirlo, tempo una settimana condannò al rogo oltre cento fra vecchie, giovani e addirittura bambini, fra il giubilare della folla accorsa, finalmente soddisfatta nel suo istinto criminale, contenta a tal punto di applaudire le urla strazianti dei condannati alle fiamme!
Ovviamente Antorcha, dopo giorni di torture e sevizie inimmaginabili, nonostante le quali non profferì una sola parola, fu fra le prime a subire l’onta del giudizio capitale, rifiutando con deciso orgoglio il pentimento finale, rifiutando il conforto dei sacramenti e sorridendo, mi fu detto, attese che le fiamme la straziassero.
Io sono qui, con l’obbligo del silenzio imperituro, la mia giornata è divisa fra la celletta per il giorno e la biblioteca per la notte, la mia condanna mi impedisce non solo di parlare ma anche di vedere chicchessia, quindi il Priore ha disposto che io lavori in biblioteca, quando questa è chiusa per gli altri monaci.
All’inizio mi sembrava una condanna crudele, poi, l’ho considerata addirittura una fortuna, di giorno, dormo, di notte, accudisco la biblioteca, eseguo gli ordini che mi vengono vergati sulla lavagna, penso, sogno ad occhi aperti, scrivo le mie memorie e le nascondo in un incavo dell’architrave della sala grande; ma soprattutto non passa giorno, o meglio notte che non rivedo con gli occhi, con il cuore, con il se

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   2 commenti     di: luigi deluca



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