PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti storici

Pagine: 1234... ultimatutte

C'era una volta (secondo capitolo)

Dopo la colazione mio padre ci lasciava con mia madre tesa ed indaffarata; aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Non ricordo granché di tutti i rituali, ma una immagine è ancora vivida. Dopo vari preliminari si dedicava ai letti, un compito che si ripeteva uguale tutte le mattine.

Innanzitutto svuotava l'orinale che tenevamo sempre nella stanza da letto come un soprammobile, un fondamentale accessorio, forse per la difficoltà a raggiungere il cesso di notte, sebbene fosse a pochi passi nella stanza detta scura per via che era senza finestre. In quel tempo non c'era ancora la luce elettrica e accendere di notte la lucerna ad olio o l'acetilene era un problema.

Il water era un buco tondo in una nicchia scavata nel muro, sfociava in un cunicolo che divideva la nostra casa da quelle vicine. Un cunicolo all'aria aperta.
Mio padre aveva rifinito quel buco con un sedile di legno, che non ti faceva sentire il freddo delle pietre, ed ornato di un coperchio che evitava il reflusso della puzza della cacca specialmente quando fischiava la bora nella "cuntagna".
Poche famiglie si potevano permettere un cesso così. Ed anche tata Michele lo frequentava, puntuale ogni mattina.

Si faceva una grande confusione vicino alla bacinella dell'acqua, fredda e scarsa; io mi sciacquavo gli occhi di nascosto, bagnando l'indice come un sacerdote durante la messa.
La pigrizia, la ritrosia dell'acqua fredda faceva parte di una lunga catena di difetti che dalla nonna alla mamma tutti mi rinfacciavano.

Poi quando tutto si placava, mi incantavo a seguire la guerra che mia madre ingaggiava con le pulci.
Alzava lentamente il lembo delle coperte e le tre dita centrali della sua mano destra piombavo su un malcapitato pidocchio. Un balzo e la pulce si rifugiava nelle trincee della coperta. Spariva ai suoi occhi delusi. La donna non si perdeva d'animo, avanzava nella ricerca, alzando un ulteriore lembo di coperta. Ecco un'altra pulce. La mano partiva e la pulce scat

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Ettore Vita


Il Murenaio

Ponza all’epoca dell’imperatore Tiberio

La piccola nave oneraria ha appena lasciato il porto di Ostia per dirigersi verso l’isola di Ponza.
Heraclides, il gubernator (capitano/timoniere), di origine greca e con una grande esperienza alle spalle, dopo aver impartito gli ordini a Rufinus il pansarius (secondo e nostromo) per raggiungere il mare aperto, sale a prua per valutare lo stato del mare e “fiutare” il vento.
“Il mare è calmo ed il vento, anche se debole, soffia a nostro favore, se tutto procede così arriveremo a Ponza all’ora undecima!”
“Sì è così, Heraclides.” Conferma soddisfatto Rufinus.
“Hai controllato bene la zavorra, Rufinus?” Gli dice con tono di comando, anche se conosce bene le qualità del suo nostromo, ma gli piace ribadire, anche nei compiti abituali, la sua prerogativa di comandante della nave.
“Sì, la zavorra è ben distribuita e salda allo scafo.”
“Bene, bravo!” Gli risponde con sussiego.

Dopo tanti anni di mare e di esperienza anche sulle naves longae sulle quali ha combattuto in diverse battaglie, vuol dimostrare che solo l’età e la famiglia cui deve provvedere l’hanno indotto a comandare navi mercantili, ma che l’autorità e la professionalità non sono mutate.
Spesso, durante le navigazioni lunghe e le bonacce, si compiace di raccontare ai suoi marinai le sue “gesta” d’intrepido guerriero del mare, anche se loro, ormai, conoscono quasi a memoria tutti i fatti narrati e lo sopportano perché, in fondo, è un brav’uomo ed un ottimo marinaio e navigare con lui, li fa sentire più sicuri che con altri comandanti.
Grazie al suo carattere ed alle sue conoscenze, riesce sempre a trovare dei buoni clienti che si affidano a lui e difficilmente stanno lungo tempo senza un ingaggio.

“Anche questa volta torniamo a Ponza capitano!”
“Sì, andiamo a caricare alcune derrate alimentari ed anche questa volta un bel numero di murene, con la differenza, però, che il nostro committent

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Sergio Maffucci


Magnifico ribelle parte I

"Se un uomo non lotta per le sue idee, o non vale l'uomo, o non valgono le idee"
Platone





Fortezza di Pizzo Calabro, 13 ottobre 1815


- Ah, foudre (1)! Una commissione militare! A me, una commissione militare! E che, sono forse un brigante?- tuonò Gioacchino Murat, disgustato, gettando a terra una berretta di seta nera da casa (2) e facendo quasi rimbombare l'appartamento in cui era stato rinchiuso. Gli ufficiali borbonici che erano venuti a comunicargli quale sarebbe stato il suo destino, pur non riuscendo a comprendere le sue ragioni, non poterono fare a meno di sussultare, tanto quell'uomo era impressionante.
Gioacchino non era più un giovanotto. Qualche filo d'argento si mischiava al giaietto dei suoi ricci folti; il suo viso, pur piacente ed espressivo, era segnato dagli anni passati in guerra ed anche un po' provato dagli ultimi eventi, gravato dalla preoccupazione e graffiato com'era dalla lotta che aveva preceduto la sua cattura. Era ancora vestito a mezzo, con abiti borghesi che gli erano stati prestati: la sua alta uniforme dell'esercito di Napoli con cui era sbarcato era stata fatta a pezzi. Ma questi particolari diventavano insignificanti quando si considerava nell'insieme la figura imponente e come pronta a scattare, il portamento vigoroso ed elegante, l'aria ardita, il colorito tendente al bruno ora accesso dall'alterco, gli occhi fieri d'un azzurro limpido, quella criniera da Sansone, i baffi potenti, i grandi e lunghi favoriti. Aveva ben ragione di indignarsi; più che offeso, era ferito. Lo volevano processare da invasore, non da re! Ma cosa pensavano, che si sarebbe prestato a quella farsa, a quell'apparato scenico? Lo sapeva quanto loro, adesso, che lo volevano morto! Lo sospettava ancora prima di tentare di salvare Napoli! Nondimeno, era stato un ritorno che aveva dovuto assolutamente rischiare, perché non poteva abbandonare al suo destino un popolo che aveva imparato ad amare, non poteva permettere il ritorno dei Borboni

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: laura manzoni


L'inizio della fine

Mio caro e vecchio amico,
più di trent'anni sono passati da quell'ultimo saluto alla stazione. Ricordo ancora le tue valigie fatte di corsa e la pioggia che batteva sui vetri della mia camera, che tante, troppe volte aveva assistito ai nostri assolati pomeriggi, trascorsi a parlare di musica e di amori finiti male. La stazione che faceva da sfondo al nostro amaro arrivederci, aveva l'odore acre dei giorni di pioggia e i passanti correvano frenetici verso chissà quale destinazione. Rivedo ancora il treno allontanarsi piano e sparire all'orizzonte;rimasi, allora, a fumare una sigaretta prima di tornare verso casa, col bavero del cappotto fin sopra la testa per ripararmi dalla pioggia. Era l'8 maggio 1978. L'inizio della fine, potrei aggiungere adesso, vista la triste realtà che ci avrebbe atteso, sorpreso. Mi fermai a bere del cognac, nel bar sotto casa, e discussi animatamente di politica con dei vecchi che, tra una un bicchiere di vino e una partita a scopone, citavano Marx e mi raccontavano dei loro trascorsi in guerra. Tornai a casa quasi ubriaco quella sera, e non appena poggiai le spalle sul letto, caddi in un sonno profondissimo. Venni svegliato la mattina verso le undici dalle grida del vicino;un democristiano militante, di quelli che invitano i preti a cena e vedono in tutti gli angoli di casa, aggirarsi l'oscuro spettro del comunismo. Gridava al telefono, penso, parole che non distinguevo bene, e batteva pugni sul muro, come in preda ad un raptus di follia. Mi alzai di scatto dal letto e poggiai l'orecchio sulla parete, per capire se aveva bisogno di aiuto, oltre che per pura curiosità.
- Le B. R. hanno ammazzato Moro, hanno trovato il corpo in una Renault rossa, in via Caetani-;
nonostante ci dividesse una gelida colata di cemento, poggiai la mano sul muro, quasi a voler lenire simbolicamente il suo dolore e la sua rabbia. Più di trent'anni oggi sono passati dal nostro ultimo saluto alla stazione sotto la pioggia, cosi come dall'uccisione dell'Onore

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Alfonso


Quei giorni di Settembre Parte 2.

CAPITOLO 7 : L’ULTIMA BATTAGLIA DEL LUPO.

I soldati del Reich avanzano, seppur con evidente difficoltà. Le colline dell’Appennino tosco emiliano non sembrano il terreno più adatto ai loro stivali di cuoio ed il terreno a tratti friabile dei boschi non favorisce il loro equilibrio. A volte chi cade riesce a rimettersi in piedi ed a continuare la propria faticosa salita verso il nemico, ma capita che il soldato tedesco che scivoli sulla finissima ghiaia sotto i suoi piedi sia destinato a non rialzarsi più, falciato dai proiettili che sembrano sputati da una vegetazione desiderosa di dare la più dura delle punizioni agli intrusi che non meritano di essere accolti in essa. Una natura indignata dal sangue che quegli uomini hanno fatto scorrere sotto i loro occhi. Occhi puri, abituati alla lucentezza del sole, al sapore invitante dell’aria pura... assolutamente impreparate a respirare il disgusto del sangue che ha imbevuto le loro radici e corrotto la loro innocenza. Una vegetazione che sembra essersi stancata di fare da spettatore passivo e che ora vuole la sua vendetta.
Le grida di addio alla vita di quella razza che si crede tanto superiore alle altre ed i corpi che rotolano dai declivi sono un pessimo spettacolo per gli altri che restano e che non hanno altra scelta che continuare ad avanzare faticosamente nel grembo di quella natura così bella che vuole solo rigettarli, servendosi dei loro nemici e nascondendoli fra i suoi rami, i suoi cespugli e le sue rocce.
Gli ordini sono chiari: avanzare a qualunque costo. Mai indietreggiare. Mai ritirarsi.
Molti di quei soldati sono poco più che ragazzi. Non hanno mai combattuto una battaglia contro un nemico invisibile. Si sono divertiti ad uccidere per tutta la mattina e tanti loro compagni stanno ancora uccidendo in paese. Sfortunatamente, loro hanno ricevuto l’ordine di rastrellare le colline circostanti per scoprire i rifugi dei loro principali nemici e stanarli. Erano tutti convinti che fosse un compit

[continua a leggere...]



La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

[continua a leggere...]



Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 3

Va bene, ora è ufficialmente nelle mani della Chiesa, lasciatela, Padre Cusmano, Padre Efisio, portate questa donna nella cella del convento, e che le venga dato modo di lavarsi e dissetarsi, e di nutrirsi e procuratele anche dei panni decenti, che le facciano riacquistare il decoro di essere umana e non già bestia!
Gli impegni della giornata, mi assorbirono a tal punto da farmi letteralmente passar di testa la donna prigioniera, e fu solo al vespro, quando Padre Efisio mi chiese quando avessi intenzione di interrogarla, che mi ricordai di lei.
Seguito dai miei assistenti, scesi le scale impugnando una torcia, e raggiunta la cella, chiusa dall’esterno con un lunghissimo chiavistello, un po’ preoccupato per lo spettacolo di sporcizia che temevo di rivedere, aprii la porta.
Quale fu lo stupore, invece, di vederla pulita, pettinata, con una veste seppur troppo larga dato il suo corpo minuto, ma comunque decorosa, seduta con le mani sulle ginocchia, immobile, taciturna, con lo sguardo perso e fisso su di una ciotola d’acqua sul tavolo.
Come ti chiami? Esordii; lei, niente! Ti prego, donna, non aggravare la tua posizione, è necessario che io espleti il mio dovere, e il mio dovere mi impone di interrogarti…Lei, niente!
Non approfittare della mia pazienza, ascoltami con attenzione, posso evitarti il rogo, nonostante sia questo che i tuoi concittadini vogliono per te, devi solo…collaborare, pentirti, chiedere pubblicamente il perdono a SMC e riuscirò a salvarti la vita! Lei, niente di niente, nemmeno fosse di legno!
Mi partì la mano senza controllo, la violenza del mio schiaffo la fece cadere dalla seggiola e me la fece vedere discinta, con le gambe nude, per terra, come una bambola rotta, io, Aloisio de la Cruz che osava colpire una creatura del signore, inebetito e inorridito dal mio comportamento mi accostai per aiutarla ad alzarsi, assistito da Padre Cusmano la presi fra le braccia, era leggera come una piuma, la stesi sulla branda, era morbida c

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: luigi deluca



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconto storico.