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Racconti storici

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La vendetta di Artemide

Il cielo stava ormai volgendo all'imbrunire. Nella valle regnava un silenzio quasi irreale, e la natura era talmente immobile che pareva in attesa. Artemide stava per raccogliere le proprie armi e andarsene; si era già caricata la faretra in spalla e fece per alzarsi e rivelare la propria presenza alla natura circostante, quando le parve di udire qualcosa muoversi tra gli alberi. Si immobilizzò dietro al cespuglio di more che aveva scelto come nascondiglio, e rimase in ascolto. Poco dopo, ciò che si era mosso si palesò in tutto il suo splendore nell'ampia prateria davanti a lei, e Artemide non credette ai propri occhi. Si trovava di fronte un magnifico esemplare di unicorno, dal manto immacolato, che si muoveva circospetto, quasi avesse sentore della sua presenza.
Artemide impugnò l'arco e sfilò cauta una freccia dalla faretra, posizionandola sull'arma. Poi puntò il dardo contro la creatura, che ora si era fermata al centro della radura, proprio di fronte a lei. Artemide quasi non credeva alla propria fortuna; stava per scoccare la freccia, segnando irrevocabilmente la sorte del malcapitato esemplare, quando qualcosa le si parò dinnanzi, facendo improvvisamente capolino da dietro il cespuglio e facendola sobbalzare. Artemide riconobbe subito la creatura femminile che le era comparsa davanti, una ninfa bellissima, con un vestito di panno bianco e i lunghi capelli biondi, e che stava tentando di spaventarla mostrandole il proprio angelico viso trasfigurato e deformato in un modo inusuale, con gli enormi occhi sporgenti e le fauci spalancate. Ma lei non si sarebbe fatta sorprendere: lei, Artemide, l'intrepida dea della caccia, spaventarsi di fronte ad una ninfa dei boschi?
“Chi credi di spaventare? ” le domandò infatti, con il tono più sprezzante che le riuscì.
La ninfa si dileguò in fretta così com'era venuta, e quando Artemide tornò a guardare verso la radura, anche l'unicorno era sparito. “Maledizione! ” si lasciò sfuggire.
Solo allora co

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La strage

Angela era solita attardarsi la sera; le piaceva rimanere qualche momento in solitudine per raccogliere le idee e mettere in ordine gli avvenimenti della giornata. Quando poteva dare un giudizio positivo su quanto aveva fatto, si sentiva contenta. Per lei era come mettere a posto le cose di casa: amava vivere nell'ordine in sé stessa ed intorno a sé. Quando aveva l'animo inquieto e le cose non erano chiare, si sentiva a disagio ed aveva l'impressione che tutti se ne accorgessero. Non andava mai a dormire senza prima aver raccolto ogni giocattolo, senza aver riordinato le stoviglie e rimesso ogni cosa al suo posto; tutte le cose che durante la giornata, piccoli e grandi, avevano gettato o dimenticato qua e là, sparsi per la casa.

Prima di dormire si raccoglieva e cercava di ripensare alla giornata trascorsa per trovare una positività nei fatti accaduti, anche quando erano stati difficili, per cercare di addormentarsi in pace.

La nonna poi non era disordinata ma aveva il gusto di cambiare posto agli oggetti, disorientando così il generale andamento famigliare perché ognuno, non trovando le proprie cose al loro posto reagiva inevitabilmente con animoso malumore, ed essa, sotto-sotto, si divertiva. Era una piccola rivalsa che si procurava per quel sentirsi aggregata nella posizione di secondo piano che oramai occupava in famiglia.
Era stata protagonista nella sua vita, donna di comando, dal carattere forte e deciso, in famiglia ed anche nell'ambiente di lavoro dove aveva sempre occupato posti di rilievo. In gioventù era stata direttrice di una Casa di Moda, con tante allieve da guidare ed a cui insegnare la preziosa attività di confezionatrici di abiti d'Alta Moda.

In seguito si era occupata di promuovere iniziative di volontariato, come l'ospitalità alle persone bisognose con problemi di carattere pratico: la ricerca del lavoro, della casa, del medico adatto a patologie particolari. Gente a cui una parola di conforto ed un po' di compagnia

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   0 commenti     di: Verbena


Il castello di Binasco

La nascita del romanzo storico italiano si fa generalmente risalire al 1827, anno della pubblicazione dei "Promessi sposi". Nell'ambito della storia della letteratura italiana c'è posto anche per la scrittrice torinese Diodata Saluzzo Roero e per Binasco ed il suo castello. Infatti nel 1819 viene data alle stampe ad opera di questa autrice la novella "Il castello di Binasco" dal netto intreccio e sapore di romanzo storico e che anticipa, anche se di ben diverso spessore letterario, la pubblicazione dei Promessi Sposi e che peraltro ebbe il plauso dello stesso Manzoni che con Diodata esercitò un amichevole scambio epistolare. La novella racconta la triste sorte di Beatrice Balbo Lascaris-Tenda, detta Beatrice di Tenda che sposò in prime nozze il condottiero Facino Cane e dopo essere rimasta vedova nel 1412 si risposò con Filippo Maria Visconti duca di Milano di molti anni più anni giovane di lei, come descritto da Pietro Verri nella sua Storia di Milano. "Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffrì il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio... Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Furono condannati l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna

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C'era una volta (secondo capitolo)

Dopo la colazione mio padre ci lasciava con mia madre tesa ed indaffarata; aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Non ricordo granché di tutti i rituali, ma una immagine è ancora vivida. Dopo vari preliminari si dedicava ai letti, un compito che si ripeteva uguale tutte le mattine.

Innanzitutto svuotava l'orinale che tenevamo sempre nella stanza da letto come un soprammobile, un fondamentale accessorio, forse per la difficoltà a raggiungere il cesso di notte, sebbene fosse a pochi passi nella stanza detta scura per via che era senza finestre. In quel tempo non c'era ancora la luce elettrica e accendere di notte la lucerna ad olio o l'acetilene era un problema.

Il water era un buco tondo in una nicchia scavata nel muro, sfociava in un cunicolo che divideva la nostra casa da quelle vicine. Un cunicolo all'aria aperta.
Mio padre aveva rifinito quel buco con un sedile di legno, che non ti faceva sentire il freddo delle pietre, ed ornato di un coperchio che evitava il reflusso della puzza della cacca specialmente quando fischiava la bora nella "cuntagna".
Poche famiglie si potevano permettere un cesso così. Ed anche tata Michele lo frequentava, puntuale ogni mattina.

Si faceva una grande confusione vicino alla bacinella dell'acqua, fredda e scarsa; io mi sciacquavo gli occhi di nascosto, bagnando l'indice come un sacerdote durante la messa.
La pigrizia, la ritrosia dell'acqua fredda faceva parte di una lunga catena di difetti che dalla nonna alla mamma tutti mi rinfacciavano.

Poi quando tutto si placava, mi incantavo a seguire la guerra che mia madre ingaggiava con le pulci.
Alzava lentamente il lembo delle coperte e le tre dita centrali della sua mano destra piombavo su un malcapitato pidocchio. Un balzo e la pulce si rifugiava nelle trincee della coperta. Spariva ai suoi occhi delusi. La donna non si perdeva d'animo, avanzava nella ricerca, alzando un ulteriore lembo di coperta. Ecco un'altra pulce. La mano partiva e la pulce scat

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   2 commenti     di: Ettore Vita


Miniere pericolose ( Parte 2 )

Rumore di passi. Lontani echi e voci giù al paese, mentre il Sole riscalda ciò che rimane della brina mattutina. Una delicata figura avanza per la strada sterrata, la principale che porta al paese. Deliziosi capelli neri avvolti in boccoli emanano una fragranza di gelsomino così profumata che risveglia i sensi. Il suo tipico ondeggiare, sobbalza pure il vecchio sulla sua sedia.
Caterina si avviava al paese, le sue mani sfioravano quelle che erano le foglie di una palma nana, giusto per sorridere della minuta goccia posata su essa. Sorrideva ed a grandi falcate, camminava.
La strada non era molta, ma già casa sua non si intravedeva, e lei pensava sempre più alle sue preoccupazioni, dirette ai figli. Con un gesto della mano scacciò via quei pensieri, quasi volesse ricacciarli via, e serena si accorse di arrivare alle prime case.
La prima di queste, era un elegante casetta, il benvenuto all'Argentiera. Piano terra, qui abita una graziosa famiglia, ormai composta da una signora molto anziana e dal suo consorte, questi era sempre seduto fuori, fissando la strada, come se stesse aspettando qualcosa.
Un lieve saluto accennò Caterina, subito voltando le spalle e dirigendosi dal panettiere.
Le tende rivelarono una piccola stanza inebriata da un profumo di pane appena lavorato. Le pareti erano ricche di crepe, ma l'ambiente era pressochè confortevole. Alla destra, si trovavano due sedie, occupate ora dalle pettegole del paese, che, da quella stessa finestra che sopra di loro si apriva, scrutavano le persone che andavano e venivano.
E discutevano, discutevano.. che odiose. Stavano sempre lì a parlare e bofonchiare, mai a realizzare qualcosa di realmente giusto. Ma Caterina le lasciò ai loro discorsi, poco interessata, avviandosi davanti al bancone.
<<Oh buongiorno, Caterina, come siete solare oggi, ditemi.>> Per fortuna il panettiere non amava conversare così tanto.
<<Certo, vorrei due filoni e qualche panino.. due vanno bene.>> rispose graziosamente, otte

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   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Miniere pericolose ( Ultima parte )

Una sottile ed invisibile brezza soffiava alzando la polvere verso il cielo.
Questa cielo accoglieva l'ospite, ma nello stesso tempo la mandava via.
Dal vetro di una finestra, un raggio birichino attraversava le mura di una stanza, accogliendo la polvere festeggiando.
Dentro questa stanza, tutto si evolveva in un turbinio di corse, sorrisi, pensieri, accolti da una improvvisa felicità.
Pulizie, anche cinque comuni ragazzi sono chiamati ad eseguirle. Dal più grande al più piccolo, ognuno eseguiva il suo compito, con maestria e devozione.
Antonina lasciò che l'acqua pulisse i piatti e le credenze, avvolta in un sorriso misterioso.
Le sue perfette mani ormai eseguivano i comandi senza un ordine preciso, si muovevano e basta.
Lucia e Tore vagavano per la casa, porgevano aiuto, ed eseguivano i loro compiti.
Armati di un fazzoletto a testa, combattevano la polvere che campeggiava negli angoli più bui della casa, prendendo tutto alla pazza gioia, eseguendo battaglie, creando personaggi. Così è la mente dei giovani, eseguita e allargata alla fantasia, non si preoccupa di ciò che può accadere, non ha pensieri fissi dentro.
Terrificante il bagno. Forse uno dei più peggiori luoghi da pulire, ed oggi toccava proprio a Fannì. Detestava pulirlo, con tutto il cuore, infatti sul suo viso comparivano smorfie, lamenti. Anche lei con un fazzoletto passava e puliva delicatamente il lavabo, la doccia, e tutto il resto. Forse la rallegrava il Sole, forse.
Maria si divertiva a cantare. Allungava le coperte, sbatteva i cuscini, insomma ordinava i letti e le camere. Nel frattempo, cantava qualsiasi cosa, anche una semplice melodia, accompagnata da qualche cinguettio. Finì per prima le faccende, e corse giù dai fratelli.
<<Ho finito! A chi serve aiuto?>> Maria era troppo spensierata per capire realmente a chi serviva l'aiuto.
Era mattina, molto presto, ma già Antonina pareva molto sveglia, severa. <<Mari.. vai da Fannì, la sento fin qui lamentarsi.>>
<<Oh..

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   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Intervista a Socrate

399 a. C. Ultima Notte di Socrate.
Giornalista: "Ultimissime News sul processo a Socrate da TUTTOATENE. Siamo riusciti a strappare qualche minuto al grande filosofo."
Giornalista: "Buonasera Socrate, possiamo darle del tu?"
Socrate: "Sì, certamente!"
Giornalista: "Allora salve Socrate, come ti senti dopo il tuo processo?"
Socrate: "Salve a voi, vi concederò questi pochi minuti per dirvi ciò che sento."
Giornalista: "Dicci tutto Socrate, siamo qui per te."
Socrate: "In realtà non c'è molto da dire, sarò condannato perchè cercavo di dare una coscienza critica alle giovani menti ancora inesperte;voglio il bene della Polis."
Giornalista: "E allora perchè questo processo?"
Socrate: "I motivi non li so con precisione, forse son io ad aver sbagliato qualcosa. Eppure cerco sempre di fare del bene, conoscendo il male."
Giornalista: "Oh, Socrate non buttarti giù, pensi di aver fatto qualcosa di sbagliato?"
Socrate: "Io seguo le mie idee cercando di trovar la verità nelle altre anime per scovare in ogni uomo qualcosa in più, molti mi paragonano alla mia cara madre, levatrice di corpi."
Giornalista: "Sei davvero molto Saggio! Ma, allora come ti spieghi tutto ciò?"
Socrate: "Allora non so dirti, vorrei capirlo, attraverso il dialogo e le loro idee, ma non mi danno opportunità di esprimermi."
Giornalista: "Mi dispiace Socrate, è arrivato anche il tuo momento. Pensi che i tuoi insegnamenti saranno d'aiuto per qualcuno?"
Socrate: "Molta gente mi seguiva nelle mie lezioni e nei miei insegnamenti, spero di aver dato il supporto adatto a tutti i giovani, anche se non mi aspetto che la gent emi lodi, sono un umile uomo con i piedi per terra."
Giornalista: "Socrate ci mancherà la tua saggezza, grazie ancora per la tua disponibilità."
"Da TUTTOATENE è tutto, alla prossima!"




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