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Racconti storici

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Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 4

quarta ora

Accertatomi che fosse viva, comandai fosse lasciata sola, a riposare, e richiusa con violenza, la porta della cella, di corsa, risalii le ripide scale e mi precipitai nel mio alloggio.
Erano anni, che andavo a letto saltando i riti imposti dall’abito, per cui niente cilicio, niente genuflessione, niente lettura della scritture, niente preghiere; ma quella notte, invece, pregai, oh sì pregai il mio sconosciuto Signore di spiegarmi cosa mi stesse succedendo, di spiegarmi perché sentivo le mie carni scottare e darmi tormento, perché avessi la testa in ebollizione e perché ogni qualvolta chiudevo gli occhi, mi appariva l’immagine di Antorcha abbandonata fra le mie braccia!
Non ebbi risposta alcuna, ma la polluzione conseguente ai miei sogni mi dette una ulteriore fonte di preoccupazione. Per alcuni giorni cercai di ignorare la sua presenza, e solo quando Padre Efisio me la impose, sospirando ed imprecando contro il Demonio che l’aveva messa sul mio cammino, mi accinsi a raggiungere la cella delle interrogazioni.
Devo dire che la guarnigione militare del villaggio, aveva attrezzato “al meglio” una “sala tortura” che, peraltro, io non avevo mai permesso venisse utilizzata; comunque fu lì che avvenne il nostro terzo incontro.
Soli, lei legata in piedi con braccia stese come fosse sulla croce, gambe divaricate e legate alle caviglie a robusti ceppi, il fuoco dove erano sistemati i ferri da tortura emanava calore e rumore, lo scoppiettare del legno bruciato scandiva quasi il tempo che rimasi a fissarla, lei, sempre con quel volto assente con lo sguardo mai diretto nei miei occhi, bella seppur affranta, mostrava al mio sguardo parte del collo del petto e dei seni, ricoperti da lentiggini, i suoi capelli ramati, d’un rosso demoniaco, riflettevano i bagliori delle fiamme, sembrando ancor più innaturali, il biancore latteo delle sue carni mi mise in uno stato d’agitazione addirittura incontrollabile, la guardavo, sì, la guardavo non g

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   3 commenti     di: luigi deluca


La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

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Il Murenaio

Ponza all’epoca dell’imperatore Tiberio

La piccola nave oneraria ha appena lasciato il porto di Ostia per dirigersi verso l’isola di Ponza.
Heraclides, il gubernator (capitano/timoniere), di origine greca e con una grande esperienza alle spalle, dopo aver impartito gli ordini a Rufinus il pansarius (secondo e nostromo) per raggiungere il mare aperto, sale a prua per valutare lo stato del mare e “fiutare” il vento.
“Il mare è calmo ed il vento, anche se debole, soffia a nostro favore, se tutto procede così arriveremo a Ponza all’ora undecima!”
“Sì è così, Heraclides.” Conferma soddisfatto Rufinus.
“Hai controllato bene la zavorra, Rufinus?” Gli dice con tono di comando, anche se conosce bene le qualità del suo nostromo, ma gli piace ribadire, anche nei compiti abituali, la sua prerogativa di comandante della nave.
“Sì, la zavorra è ben distribuita e salda allo scafo.”
“Bene, bravo!” Gli risponde con sussiego.

Dopo tanti anni di mare e di esperienza anche sulle naves longae sulle quali ha combattuto in diverse battaglie, vuol dimostrare che solo l’età e la famiglia cui deve provvedere l’hanno indotto a comandare navi mercantili, ma che l’autorità e la professionalità non sono mutate.
Spesso, durante le navigazioni lunghe e le bonacce, si compiace di raccontare ai suoi marinai le sue “gesta” d’intrepido guerriero del mare, anche se loro, ormai, conoscono quasi a memoria tutti i fatti narrati e lo sopportano perché, in fondo, è un brav’uomo ed un ottimo marinaio e navigare con lui, li fa sentire più sicuri che con altri comandanti.
Grazie al suo carattere ed alle sue conoscenze, riesce sempre a trovare dei buoni clienti che si affidano a lui e difficilmente stanno lungo tempo senza un ingaggio.

“Anche questa volta torniamo a Ponza capitano!”
“Sì, andiamo a caricare alcune derrate alimentari ed anche questa volta un bel numero di murene, con la differenza, però, che il nostro committent

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   1 commenti     di: Sergio Maffucci


Marianna de Leyva

Desiderato amore mio,
ho ancora il cuore in tumulto. Lo sento battere all'impazzata, così veloce da togliermi il fiato, così forte da rimbombarmi nelle orecchie. Le mani tremano e faccio fatica anche a scrivere, ma devo fissare sulla carta ciò che provo prima che possa dimenticare anche solo una briciola di questa smania.
Di fronte agli occhi ho quel muro che tante volte ho maledetto ed odiato perché mi separava dal mondo, e che ora benedico perché il mio mondo è tutto qui dentro, tra lo stormire degli alberi, l'odore degli agrumi ed il cinguettio degli uccelli. Oggi piove, ma mi è bastato intravedere il tuo viso oltre quel muro per sentire la vampata del sole di agosto.
Come devo sembrarti puerile, quanto infantili ti parranno le mie parole, ma io non so parlare di quell'amore che mi hanno insegnato a temere, e che invece è la più dolce delle torture.
Credevano che rinchiudendomi qua dentro io avrei dimenticato di esistere, ed è invece proprio in questo luogo che, grazie a te, ho iniziato a vivere. E tutta questa vita mi ubriaca, mi stordisce, mi dà la certezza di essere un gradino più in alto della meschinità di coloro che volevano dimenticassi persino il mio nome.
Ma io esisto, vivo, amo.
Da quando il tuo sguardo si è posato su di me sento la vita scorrere impetuosa sotto questo abito creato per mortificare, sotto questo saio che per troppo tempo ho vissuto come una prigione, come l'emblema del mio non esistere. Ed ora non la smetto di accarezzare la stoffa ruvida, il copricapo ed il soggolo soffocante, perché sono loro a preservare il mio corpo per te solo, ad impedire che le mie azioni quotidiane possano sporcare la mia pelle che da te solo vuole e deve essere sfiorata.
Se solo sapessero che mai come ora amo quel Dio che mi hanno imposto! Se solo immaginassero quanta gioia metto nel cantare la Sua gloria, proprio ora che ai loro occhi mi sono macchiata del più impudico dei peccati!
Quella fede che non ho mai avuto, quel Dio che altr

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   4 commenti     di: Simona Durante


La calcara

,
Un GIORNO DEL 1924 Riccobelli Felice in Francia per lavoro,
dice al suo principale francese,.
Io torno in Italia e cerco di fare qualche cosa, che mi consenta di vivere
onestamente al mio paese...

Sul treno di ritorno pensa, che la calce, per le costruzioni è
sempre stata nel suo comune prodotta e poi usata,
e con i vicini comuni forse anche commerciata.

Infatti nei boschi vi sono, qua e la parecchie tracce di calchere,
che per le nostre esigenze erano sicuramente troppe, anche se nei
cortili di ogni casa, vi era una buca della calcina, che come un giro di
ruota, la si prendeva e poi metteva, e mai doveva restare vuota

Quindi giunto a casa si procura picco, pala, e due lunghi pali per il piano
inclinato e così come un guerriero armato va nel suo non lontano
podere, con, entusiasmo e lunghi passi,
dove sa che vi è poca terra, ma in compenso molti e svariati sassi.

La lena di scavar di certo non gli manca, e dopo 60 giorni circa, la calchera
a forma di botte è pronta.

Lui di sicuro, nulla sapeva di Siracusa l'Archimede e, del suo punto di
appoggio per sollevare il mondo, ma da solo riuscì a spostare ogni pesante
masso, di forma sia quadrata oppure tutto tondo.

Nella costruzione della fornace vi è di sicuro dell'ingegno, perché vedi
ancora i sassi originali, ben fatti e sagomati, nonché come il posator voleva,
tutti bene allineati.

Se tu sosti davanti alla calchera ed osservi l'architrave
lo vedi grosso e pesante, ma posato dritto al posto giusto, così come si deve.

Lui le fatiche fatte le ha mai considerate, come mai nessuno, pur usando
Il manufatto, gli hanno nel giusto le giornate mai pagate.

Noi non sappiamo se alla prima accensione vi fecero festa, ma quel
che possiam pensare è che bevettero di sicuro del vino "clinto,, che anche a
Bione lo producevano quasi tutti, però se tu lo assaggiavi oppur fiutavi, non
restavi arcicontento
ma dall'odore e dal sapo

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   1 commenti     di: oreste vallini


Una voce all'infinito

È il racconto di una vicenda realmente accaduta, frammento di un passato lontanissimo e misterioso che attraverso le narrazioni di mia nonna e di mio padre è arrivato fino a me. Magicamente mi ha proiettata a ritroso nel tempo, un tempo senza date e senza altri riferimenti di rilievo, dove la fantasia ha colmato la lacune narrative trasformando poche parole in una storia. Ed ecco una voce all'infinito, per raccontare della dura contrapposizione tra uomini e lupi nella lotta per la sopravvivenza e di Zuanne, l'avo più lontano, che non s'è perso nell'oblio del passato.

-Mamma, perché la luna ha gli occhi tristi?
-Dove li vedi gli occhi sulla luna? Sorrideva sua madre.
Zuanne, trascorreva tanto tempo a scrutare la luna quando, bella piena, troneggiava nel cielo come una regina. I suoi occhi di bambino ne coglievano un'espressione perennemente tragica e sofferente, che non riusciva a spiegarsi e a descrivere alla madre con la sua semplicità di bambino.
-Sarà che da lassù osserva tutte le nostre miserie - pensava - e ne è impietosita. Sarà che non può far nulla per alleviarle, se non regalare la sua luce d'argento.

Era quella una sera d'estate. Le abbondanti piogge primaverili avevano riempito i torrenti e i corsi d'acqua minori che solcavano le colline. Il fosso, che scorreva vicino alle case, rumoreggiava come una cascata.
Faceva caldo, più caldo del solito, ma forse era una sensazione condizionata dagli eventi e l'afa soffocante portava con sé un'umidità insopportabile.

Dal Col de Fer, il colle più alto, un castello sovrastava la piana sottostante formata dall'incontro tra due valli, e consentiva una buona panoramica su una zona importante di collegamento tra la pianura e la montagna e tra la pianura veneta e quella friulana.
La sua terra ricca di ferro conferiva al suolo un colore rossastro che aveva suggerito il nome dell'altura, ma c'era anche un'altra interpretazione legata a quel nome: la sua inespugnabilità da parte dei nemici.

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   2 commenti     di: Marisa Amadio


Amos e Mario. Italia anno di guerra 1943- IIIa e ultima parte

La guerra andava male. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono con ingenti forze in Sicilia. La situazione nazionale precipitava ; i tedeschi li avevamo in casa, feroci e rabbiosi, incalzati da sud si preparavano a recedere, vie di fuga a nord, a qualsiasi costo.
Il 25 luglio 1943, il gruppo clandestino, cui apparteneva Mario, decise di uscire in maniera più incisiva con un appello a stampa, diretto a tutti gli operai della zona industriale di Porto Marghera ; un appello contro la guerra e le privazioni imposte dalla sua economia. Le fabbriche di Torino Mirafiori e Milano avevano già conosciuto diffuse proteste operaie e ciò incoraggiava il gruppo ad andare avanti.
Si decise di usare il ciclostile nella soffitta di casa di uno tra loro, certo Giuliano, studente universitario ( a distanza di vent'anni costui sarebbe diventato Preside di liceo...) il quale aveva la fortuna di abitare in una casa singola, alla periferia di Mestre; una villetta circondata da un giardino incolto, proprio alla fine di una stradaccia tutta buche. Alle spalle della casa, soltanto campi. Un luogo ideale anche per coprire il rumore del macchinoso ciclostile. Padre e madre di Giuliano erano presso dei parenti, a Padova, per alcuni giorni.
Verso mezzogiorno, di quel 25 luglio, mentre in quattro erano intenti a redigere il testo, la radio interruppe le solite musichette e gracchiò una notizia straordinaria. Subito i quattro giovani zittirono. Fu comunicato alla Nazione che il Gran Consiglio del fascismo aveva destituito Mussolini e rimesso il governo al Re. La notizia si espanse nell'aria estiva come una saetta. Sembrava persino aver scosso e trafitto le ferme e silenti chiome dei pioppi che si intravedevano dalla soffitta. Pure le cicale cessarono di frinire.
Seguì un attimo di sgomento alla clamorosa notizia, poi urla di gioia da parte di tutti. Giuliano scese precipitosamente dalla soffitta

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