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Racconti storici

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Una voce all'infinito

È il racconto di una vicenda realmente accaduta, frammento di un passato lontanissimo e misterioso che attraverso le narrazioni di mia nonna e di mio padre è arrivato fino a me. Magicamente mi ha proiettata a ritroso nel tempo, un tempo senza date e senza altri riferimenti di rilievo, dove la fantasia ha colmato la lacune narrative trasformando poche parole in una storia. Ed ecco una voce all'infinito, per raccontare della dura contrapposizione tra uomini e lupi nella lotta per la sopravvivenza e di Zuanne, l'avo più lontano, che non s'è perso nell'oblio del passato.

-Mamma, perché la luna ha gli occhi tristi?
-Dove li vedi gli occhi sulla luna? Sorrideva sua madre.
Zuanne, trascorreva tanto tempo a scrutare la luna quando, bella piena, troneggiava nel cielo come una regina. I suoi occhi di bambino ne coglievano un'espressione perennemente tragica e sofferente, che non riusciva a spiegarsi e a descrivere alla madre con la sua semplicità di bambino.
-Sarà che da lassù osserva tutte le nostre miserie - pensava - e ne è impietosita. Sarà che non può far nulla per alleviarle, se non regalare la sua luce d'argento.

Era quella una sera d'estate. Le abbondanti piogge primaverili avevano riempito i torrenti e i corsi d'acqua minori che solcavano le colline. Il fosso, che scorreva vicino alle case, rumoreggiava come una cascata.
Faceva caldo, più caldo del solito, ma forse era una sensazione condizionata dagli eventi e l'afa soffocante portava con sé un'umidità insopportabile.

Dal Col de Fer, il colle più alto, un castello sovrastava la piana sottostante formata dall'incontro tra due valli, e consentiva una buona panoramica su una zona importante di collegamento tra la pianura e la montagna e tra la pianura veneta e quella friulana.
La sua terra ricca di ferro conferiva al suolo un colore rossastro che aveva suggerito il nome dell'altura, ma c'era anche un'altra interpretazione legata a quel nome: la sua inespugnabilità da parte dei nemici.

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   2 commenti     di: Marisa Amadio


Il castello di Binasco

La nascita del romanzo storico italiano si fa generalmente risalire al 1827, anno della pubblicazione dei "Promessi sposi". Nell'ambito della storia della letteratura italiana c'è posto anche per la scrittrice torinese Diodata Saluzzo Roero e per Binasco ed il suo castello. Infatti nel 1819 viene data alle stampe ad opera di questa autrice la novella "Il castello di Binasco" dal netto intreccio e sapore di romanzo storico e che anticipa, anche se di ben diverso spessore letterario, la pubblicazione dei Promessi Sposi e che peraltro ebbe il plauso dello stesso Manzoni che con Diodata esercitò un amichevole scambio epistolare. La novella racconta la triste sorte di Beatrice Balbo Lascaris-Tenda, detta Beatrice di Tenda che sposò in prime nozze il condottiero Facino Cane e dopo essere rimasta vedova nel 1412 si risposò con Filippo Maria Visconti duca di Milano di molti anni più anni giovane di lei, come descritto da Pietro Verri nella sua Storia di Milano. "Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffrì il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio... Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Furono condannati l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna

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Miniere pericolose ( Parte 2 )

Rumore di passi. Lontani echi e voci giù al paese, mentre il Sole riscalda ciò che rimane della brina mattutina. Una delicata figura avanza per la strada sterrata, la principale che porta al paese. Deliziosi capelli neri avvolti in boccoli emanano una fragranza di gelsomino così profumata che risveglia i sensi. Il suo tipico ondeggiare, sobbalza pure il vecchio sulla sua sedia.
Caterina si avviava al paese, le sue mani sfioravano quelle che erano le foglie di una palma nana, giusto per sorridere della minuta goccia posata su essa. Sorrideva ed a grandi falcate, camminava.
La strada non era molta, ma già casa sua non si intravedeva, e lei pensava sempre più alle sue preoccupazioni, dirette ai figli. Con un gesto della mano scacciò via quei pensieri, quasi volesse ricacciarli via, e serena si accorse di arrivare alle prime case.
La prima di queste, era un elegante casetta, il benvenuto all'Argentiera. Piano terra, qui abita una graziosa famiglia, ormai composta da una signora molto anziana e dal suo consorte, questi era sempre seduto fuori, fissando la strada, come se stesse aspettando qualcosa.
Un lieve saluto accennò Caterina, subito voltando le spalle e dirigendosi dal panettiere.
Le tende rivelarono una piccola stanza inebriata da un profumo di pane appena lavorato. Le pareti erano ricche di crepe, ma l'ambiente era pressochè confortevole. Alla destra, si trovavano due sedie, occupate ora dalle pettegole del paese, che, da quella stessa finestra che sopra di loro si apriva, scrutavano le persone che andavano e venivano.
E discutevano, discutevano.. che odiose. Stavano sempre lì a parlare e bofonchiare, mai a realizzare qualcosa di realmente giusto. Ma Caterina le lasciò ai loro discorsi, poco interessata, avviandosi davanti al bancone.
<<Oh buongiorno, Caterina, come siete solare oggi, ditemi.>> Per fortuna il panettiere non amava conversare così tanto.
<<Certo, vorrei due filoni e qualche panino.. due vanno bene.>> rispose graziosamente, otte

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   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Fiore di Loto

Marco Antonio avvertì il cuore palpitante della regina fremere sotto le lenzuola di lino candido.
Avrebbe dato qualunque cosa per possederla di nuovo, steso sulla stuoia regale.
Ma le sue gambe conserte gli vietavano l'accesso a quel mondo così divino e desiderabile.
-Mi stai fissando- mormorò ad un tratto la regina, socchiudendo gli occhi.
L'uomo scosse la testa -No, mia signora-.
La donna si tirò su, e il lenzuolo le scivolò dal corpo, rivelando i capezzoli turgidi.
Marco Antonio li guardò ammaliato e attonito finché la regina non se ne accorse e rise di piacere.
L'uomo avvampò e nascose il viso nella stuoia.
-Non devi vergognarti se brami il mio corpo- le parole della regina lo lasciarono interdetto.
Sollevò lo sguardo e incontrò il suo.
Era così intenso, così dolce.
L'uomo annuì -Sai che ti desidero-
Avvicinò le mani alla sua schiena inarcata, pronto a riprenderla, ma lei si spostò.
Scivolò via, strappando il lenzuolo dal corpo del generale.
-Ma non posso vendermi come una prostituta che bazzica le rive del Nilo, o una donna di taverna; sono una regina!- la donna si lisciò il lenzuolo sul seno.
Marco Antonio scosse la testa e si alzò.
Il suo corpo nudo e muscoloso, imperlato di sudore, risplendette alla luce del sole appena sorto.
Era un bell'uomo; forte e vigoroso; nel fiore degli anni.
-Non mi posso neanche più fidare di te, Antonio!- la voce della regina tradiva una nota di amarezza -Hai tradito la mia fiducia di regina e di donna-
L'uomo abbassò la testa; sapeva a cosa alludeva la regina e se ne vergognava.
Le aveva giurato amore e fedeltà, inebriato dall'odore del suo corpo che come un fiore di loto, lo mandava in estasi.
Ma quando era tornato in patria si era sposato con un'altra donna, costretto dalla mirabile posizione di lei.
La regina lo era venuta a sapere e non l'aveva perdonato.
-Hai ragione, amore mio- disse l'uomo con voce flebile -Ma che cosa vuoi da me?-
Gli occhi della donna brillarono di una stran

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   2 commenti     di: Giulia Brugnoli


Donna Rachele

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   3 commenti     di: Ettore Vita


Vita di corte

La vita di due principesse aspiranti al trono della dinastia Asburgo-Lorena sembra semplice, piena di agiatezze, lussi e spensierata felicità. Il vostro narratore Ulrich vi dice che non tutto quel che sembra facile lo è davvero, la vita va dove gli pare e le difficili asprezze non si risparmiano a nessuno, neanche a chi potrebbe vivere su un tappeto di rose.
Le due principesse sono sorelle e vivono a Mainz dove scorrono due fiumi che si intersecano cambiano il nome e una sola consonante, il Reno e il Meno, così diversi, così simili, sempre vicini e mai uguali. Belli i loro nomi che la regina madre Gertrud scelse per loro: Geike e Franziska come una zia diretta ed una cugina di secondo grado. Il maschio tanto aspettato erede al trono non arrivò mai: Gertrud era delicata, forte di carattere e organizzata ma dopo le due gravidanze si debilitò talmente che non riuscì più a portarne a termine altre. Con il disappunto delle cortigiane che presero a chiamarla "la tirolese" in segno di scherno per le sue origini basso-austriache (era di Graz) di fisico compatto ma minuto, diverse dalle floride tedesche della zona occidentale. Il re Ludwig suo marito non la amava, sposo a 17 anni per volere degli uomini vicino al Governatore, esigenze politiche e di dinastia, il sovrano per tutta la sua breve vita pensò pochissimo al suo popolo e condusse la sua esistenza fra abbondanti libagioni e frequentazioni femminili al di fuori del matrimonio. L'educazione delle figlie rimase affidata a Gertrud che mai acconsentì ad affidarle le bimbe a nutrici e istitutori, attirandosi nuove critiche che la dipinsero come poco aristocratica e tendente al borghese. Avrebbe voluto opporsi anche all'ingresso dell'Abate Hans ma le rigide regole dell'etichetta reale lo impedirono. L'istinto di Gertrud non sbagliò, l'Abate avrebbe dovuto avviarle ai precetti religiosi ma si rivelò, superstizioso e abbastanza incline alle pratiche esoteriche nonché sessualmente represso, ma la vigile attenzion

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Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni

"Non lasciar cadere la profezia". Sono le parole che Dom Heldéer Camara, in un momento di lucidità della sua agonia, rivolse al suo collaboratore e amico Marcelo Barros, monaco benedettino e autore del libro: "Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni" uscito recentemente per le Edizioni EGA. Quell' appassionata preghiera a non lasciar cadere la profezia risuona molte volte nel libro e rappresenta il nodo in cui si intrecciano le vicende della vita dello straordinario Arcivescovo di Olinda e Recife, situate nel poverissimo Nordeste brasiliano. Davvero "una giornata di sole, in questi tempi bui, il Dom Camara dal nome strano per i brasiliani. La mamma, leggendo il nome
Heldér in un calendario olandese ne fu affascinata e volle darlo al suo piccolo. La profezia di Dom Heldér è la parola di Dio che si fa carne e impegna l' uomo a "sporcarsi" le mani con la politica e con la storia per
lottare contro le ingiustizie del mondo ponendosi sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, degli sfruttati.
Marcelo Barros sa leggere con grande acutezza tutte le pieghe della personalità del Dom. Insiste molto sul suo amore per la libertà che ha consentito al profeta di accostarsi ai potenti senza esserne condizionato e sempre per la causa dei poveri e che lo ha indotto a spostarsi da
iniziali posizioni integraliste a posizioni radicali in tema di sobrietà ed anche di critica ad una Chiesa troppo attaccata alle ricchezze. Diceva di vergognarsi a portare nelle processioni un ostensorio d' oro mentre i poveri non avevano cibo e tetto. Parlava con tutti e dai giovani ascoltava seriamente le critiche. Proprio da una domanda di un giovane prese lo spunto per condannare le nunziature, come forme di potere della chiesa. Aveva, dice Barros, civetterie e vanità che non intaccavano la sua coerenza evangelica ed erano la manifestazione della sua umanità concreta fatta di carne e sangue. Aveva anche limiti che riconosceva e accettava sulla base della sua grande fiduc

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