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Racconti storici

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L'Essenza del mio nome

Io che vi parlo e ascolto, miei lettori,
Sono la Santa che visse in quarantena, per far sapere al mondo d'esser viva... E
che morir si può... Ma non si deve.
Il mio nome si perde tra i meandri, di chi ordì una serie di misfatti, per far sapere a tutti che non ero così buona e casta, come mi palesavo. Mi accingo ad un ritorno per il quale, sento dover svelare quel mistero che non si teme perché fa paura. E presaghi del male si ritiene che oltre il nulla, non ci sia che il niente... Le cose che vi dico son reali, ma non c'è tempo per "verificare".
Scrivente, stai ascoltando la mia voce, senza capire... Solo un attimo fa, tu mi dicevi: "Che cosa mi succede? Ti vedo... Proprio io... che ti ignoravo... Ci sono persone molto più degne, molto più devote di me. Tu sai quanto mi sia difficile soffermarmi su storie dolorose: la mia impressione risale a quando ero bambina: ti vidi in una effige con il viso sconvolto, e davanti a una bara con una lunga croce sopraelevata. Io non sapevo la tua storia... So che è tremendo dir "Non ti conosco" e mi dicevo, che sicuramente, eri una Santa, ma al di là del tempo. Evitavo le immagini sacre, non perché non le volessi, ma per paura di me, di quei pensieri che possono venire involontari, quando non ci sorregge una certezza."

"Non mi hai ignorata: mi tenevi nascosta. E quanto al nome, lo ritenevi scialbo e impersonale... Ma sappi che ogni nome, diventa bello, in grazia della Fede. È mio desiderio dirti quel che mi accadde recentemente, nei dintorni di Brescia. Ma, innanzitutto, è necessario che tu conosca la mia storia, nella sua pienezza, risalendo al mio nome.
Per quanti non mi videro, né seppero di me, io fui Margoth, la dolce fanciulla che si addormentò all'ombra di un roseto, sognando il suo amore Italiano.
Mi risvegliai stranita... in un nuovo paese: era l'Italia. Non c'erano abitazioni, ma solo una cappella. Entravo; mi inginocchiai, invocando la Vergine. Poco dopo incontravo una signora, in abiti dimessi. E

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Don Giuseppe Puglisi: la forza del garbo

Chissà se esiste una relazione del tutto trascendente fra persone tra loro sconosciute, vissute in luoghi e in epoche differenti, ma accumunate dal coraggio e segnate dal medesimo destino?
Cosa hanno in comune il vescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero e il sacerdote palermitano don Giuseppe Puglisi?
Entrambi furono assassinati, in virtù della loro testimonianza: Óscar Arnulfo Romero fu trucidato con una pallottola che gli recise la vena giugulare, mentre stava elevando l'ostia; Giuseppe Puglisi fu soppresso con un colpo di pistola alla nuca, mentre stava rientrando nella propria abitazione.
Con atteggiamento profetico il vescovo salvadoregno annunciava: "Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai".
E come non estendere tale formulazione anche a don Puglisi e a tutti i martiri della Chiesa?
Può una pallottola mettere a tacere la voce univoca della Comunità cristiana?
Presto Don Giuseppe sarà beatificato per poi essere elevato all'onore degli altari come primo martire della mafia, deceduto in odio alla fede.
La cronaca nera rilevava che il 15 settembre 1993 il corpo di don Giuseppe giaceva a terra, privo di vita.
3P (acronimo delle iniziali Padre Pino Puglisi) veniva chiamato così dai suoi parrocchiani, terminava la sua avventura terrena il giorno del suo 56° compleanno.
Una strana coincidenza... eppure un altro elemento conferisce alla vicenda un significato un po' particolare: il giorno dell'omicidio don Puglisi indossava un clergyman, anziché la solita camicia a scacchi.
A qualche parrocchiano che glielo aveva fatto notare, don Giuseppe aveva spiegato che quel giorno doveva celebrare più matrimoni. A me piace pensare che il Signore lo abbia chiamato a sé, abbigliato con il suo abito migliore, in vista dell'imminente unione mistica con quell'anima devota.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: qual è il confine tra il dovere deontologico e il valore aggiunto della santità?
Perché la mafia ha inviat

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Miniere pericolose ( Parte 2 )

Rumore di passi. Lontani echi e voci giù al paese, mentre il Sole riscalda ciò che rimane della brina mattutina. Una delicata figura avanza per la strada sterrata, la principale che porta al paese. Deliziosi capelli neri avvolti in boccoli emanano una fragranza di gelsomino così profumata che risveglia i sensi. Il suo tipico ondeggiare, sobbalza pure il vecchio sulla sua sedia.
Caterina si avviava al paese, le sue mani sfioravano quelle che erano le foglie di una palma nana, giusto per sorridere della minuta goccia posata su essa. Sorrideva ed a grandi falcate, camminava.
La strada non era molta, ma già casa sua non si intravedeva, e lei pensava sempre più alle sue preoccupazioni, dirette ai figli. Con un gesto della mano scacciò via quei pensieri, quasi volesse ricacciarli via, e serena si accorse di arrivare alle prime case.
La prima di queste, era un elegante casetta, il benvenuto all'Argentiera. Piano terra, qui abita una graziosa famiglia, ormai composta da una signora molto anziana e dal suo consorte, questi era sempre seduto fuori, fissando la strada, come se stesse aspettando qualcosa.
Un lieve saluto accennò Caterina, subito voltando le spalle e dirigendosi dal panettiere.
Le tende rivelarono una piccola stanza inebriata da un profumo di pane appena lavorato. Le pareti erano ricche di crepe, ma l'ambiente era pressochè confortevole. Alla destra, si trovavano due sedie, occupate ora dalle pettegole del paese, che, da quella stessa finestra che sopra di loro si apriva, scrutavano le persone che andavano e venivano.
E discutevano, discutevano.. che odiose. Stavano sempre lì a parlare e bofonchiare, mai a realizzare qualcosa di realmente giusto. Ma Caterina le lasciò ai loro discorsi, poco interessata, avviandosi davanti al bancone.
<<Oh buongiorno, Caterina, come siete solare oggi, ditemi.>> Per fortuna il panettiere non amava conversare così tanto.
<<Certo, vorrei due filoni e qualche panino.. due vanno bene.>> rispose graziosamente, otte

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   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Amos e Mario. Italia anno di guerra 1943- IIIa e ultima parte

La guerra andava male. Il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono con ingenti forze in Sicilia. La situazione nazionale precipitava ; i tedeschi li avevamo in casa, feroci e rabbiosi, incalzati da sud si preparavano a recedere, vie di fuga a nord, a qualsiasi costo.
Il 25 luglio 1943, il gruppo clandestino, cui apparteneva Mario, decise di uscire in maniera più incisiva con un appello a stampa, diretto a tutti gli operai della zona industriale di Porto Marghera ; un appello contro la guerra e le privazioni imposte dalla sua economia. Le fabbriche di Torino Mirafiori e Milano avevano già conosciuto diffuse proteste operaie e ciò incoraggiava il gruppo ad andare avanti.
Si decise di usare il ciclostile nella soffitta di casa di uno tra loro, certo Giuliano, studente universitario ( a distanza di vent'anni costui sarebbe diventato Preside di liceo...) il quale aveva la fortuna di abitare in una casa singola, alla periferia di Mestre; una villetta circondata da un giardino incolto, proprio alla fine di una stradaccia tutta buche. Alle spalle della casa, soltanto campi. Un luogo ideale anche per coprire il rumore del macchinoso ciclostile. Padre e madre di Giuliano erano presso dei parenti, a Padova, per alcuni giorni.
Verso mezzogiorno, di quel 25 luglio, mentre in quattro erano intenti a redigere il testo, la radio interruppe le solite musichette e gracchiò una notizia straordinaria. Subito i quattro giovani zittirono. Fu comunicato alla Nazione che il Gran Consiglio del fascismo aveva destituito Mussolini e rimesso il governo al Re. La notizia si espanse nell'aria estiva come una saetta. Sembrava persino aver scosso e trafitto le ferme e silenti chiome dei pioppi che si intravedevano dalla soffitta. Pure le cicale cessarono di frinire.
Seguì un attimo di sgomento alla clamorosa notizia, poi urla di gioia da parte di tutti. Giuliano scese precipitosamente dalla soffitta

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Soldato nella nebbia

Sera fredda e nebbiosa a Melegnano, non so cosa mi porta a camminare per la città con questo tempo e a quest'ora, forse il piacere di gustarmi le vie cittadine quando nessuno è in vista, guardare incuriosito i giochi d'ombra che si creano in anfratti debolmente illuminati con la nebbia a fare da principale comprimaria.
E così cammino riempiendomi gli occhi di immagini curiose ed irreali, facendo lavorare la fantasia immaginandomi situazioni suggestive come le solitarie vie che percorro ; sono in giro a curiosare e pensare, e, con poco, passo bei momenti sotto la magica nebbia o, quando a tratti questa si apre, sotto un fascio argenteo di luce lunare, eh si! Perché stanotte c'è anche la luna piena che impera sopra la coltre, soffice e immateriale, che incombe sulla città.
Mi ritrovo a passeggiare verso il castello, l'illuminazione fioca sotto la nebbia da dell'edificio un'immagine a tratti tremolante, da farlo sembrare un miraggio notturno, in certi momenti però riemerge nitido ed imponente a ricordarti che è lì da secoli e, quasi a schernire la tua piccola parentesi in questo mondo, lì rimarrà per tanto altro tempo ; non posso fare a meno di ammirarlo.
Nel fossato c'è una piccola luce bianca, hanno messo un altro riflettore? ! No! La piccola luce si muove, qualcuno con una torcia passeggia nel fossato e siccome sono tremendamente curioso, con un piccolo sforzo scendo e mi avvio verso questo signore che riesco appena a distinguere attraverso la nebbia che si fa piu fitta.
Ecco gli sono al fianco, lui mi ha notato da un po' dato che ha fatto piu cenni di saluto, ora che gli sono vicino mi sorride trasmettendomi una sensazione di tranquillità. Non ha torcia, ma è la sua intera figura ad emettere una chiara luminosità, è vestito da militare : tunica scura, credo blu, con cinturone e fibbia argentea, calzoni rossi, ghette bianche sopra gli scarponi e kepì rosso ; porta anche dei gradi sulle maniche che m'incuriosiscono attirando il mio sguardo in mod

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   1 commenti     di: Saverio


Un volo tranquillo

Una sensazione di freddo pungente alle gambe si unì al ruvido sfregamento delle lenzuola sulle guance di Joachim, che lentamente emerse dalla confortevole incoscienza del sonno.
Dopo alcuni mesi passati sul fronte nordafricano aveva imparato a rispettare le bizze del clima, apparentemente mite di giorno, ma assolutamente rigido nelle lunghe notti senza luna.
Il risveglio significava per Joachim la fine del sogno che stava facendo e la rapida presa di coscienza della sua situazione, pilota militare di caccia tedeschi, impegnato ad onorare la bandiera della sua patria in quella che tutti i quotidiani indicavano come Seconda Guerra Mondiale, con inquietanti iniziali maiuscole.
A poco serviva ricordare che fra tutti i giovani piloti impegnati sui diversi fronti, Joachim Marseille era uno dei migliori, e che con 102 aerei abbattuti stava cominciando a diventare una leggenda per i membri della sua squadriglia e non solo. La crudeltà del conflitto lo attendeva tutte le mattine, una amarezza malinconica che accompagnava il risveglio di un bambino cresciuto troppo in fretta e con troppa morte negli occhi.
Un’occhiata al suo cronografo da polso gli confermò che si avvicinavano le 5. 30, ora ufficialmente fissata per la sveglia. Un altrettanto rapido riepilogo mentale del debriefing della sera precedente gli riportò alla mente il compito del giorno: missione di ricognizione alle estremità del fronte, squadriglia composta di due soli aerei, con rapporto sulle disposizioni delle trincee nemiche una volta rientrato alla base. Il sollievo fu immediato; dopo giorni di concitate battaglie aeree in cui altro non aveva fatto che incrementare il suo stress di pari passo con la sua fama di asso dell’aviazione, finalmente una missione tranquilla in cui potersi godere il motivo che veramente l’aveva spinto ad arruolarsi in aviazione, ovvero una tremenda, innata, pressante e dolcemente fastidiosa passione per il Volo.
Dopo il rito della rasatura e una veloce doccia, si vestì

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Donna Rachele

La chiamavano donna Rachele, non tanto per il casato ma per quel suo portamento da nobil donna, affabile ed autorevole, gentile e distaccato.
Prima di quattro sorelle ed un fratello, morto in giovane età, da ragazza il suo ruolo nella illustre famiglia di origine fu quello di signora del focolare domestico, di padrona di casa, anche a causa della prematura morte della mamma, ruolo non adeguatamente ricoperto dalla matrigna.
Cucinava con maestria per la famiglia e i numerosi operai ed inservienti, e coadiuvava il padre, speziale, nella gestione dei rapporti e nella preparazione di numerosi intrugli: sciroppi, pomate e medicamenti, utili per ogni malanno.
Come tutte le donne dell'epoca non era andata a scuola, ma siccome riusciva a firmare con una certa disinvoltura si sentiva quasi una letterata a confronto con le sorelle e le donne del paese.
Era molto orgogliosa dei suoi trascorsi, anche se criticava il padre per via dei tanti errori commessi nel ripartire la sontuosa eredità, fatta essenzialmente di terreni.
Lo speziale era un uomo autorevole, consapevole di sé; era stato un protagonista in tutto, sindaco e farmacista, datore di lavoro e consigliere; era abituato a comandare, a gestire le sue cose e quelle degli altri; era un padre amorevole ma anche padrone, gli era naturale un innato istinto ad indirizzare, a governare dall'alto la vita delle sue figlie e dei nipoti; forse aveva una umana debolezza che lo portava a prediligere, a distinguere.
Forse faceva tutto in buona fede per equilibrare la situazione di una prole che aveva avuto storie alquanto diverse, ma il suo austero comportamento, creava malintesi, mugugni, diffidenze.
Invecchiando era diventato meno sicuro, forse ricattabile, e diciamo era stato anche incattivito dalle vicende della vita.
Insomma, scrisse e riscrisse un testamento che era un vero ginepraio, fonte di litigi, di interminabili perizie e patteggiamenti che finirono per spezzare i legami familiari.
Donna Rachele non riusc?

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   3 commenti     di: Ettore Vita



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