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Racconti storici

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Sicura, verso la morte

Sicura verso il patibolo, vai, con la stessa spavalderia con cui hai affrontato il tuo processo.
Che processo! Uno spettacolo di scimmie danzanti non ti avrebbe fatto ridere come il tuo procedimento giudiziario.
Ti hanno accusato di "esaurimento del tesoro" e sei scoppiata a ridere come una pazza. Persino i tuoi accusatori si sono spaventati da tanta ilarità.
Hai riso, con le lacrime agli occhi e la bocca coperta dal fazzoletto di seta cinese. Hai riso perché i tuoi aguzzini sono stupidi, talmente stupidi che a confronto un fagiano pare un aquila.
E quando hai finito di ridere, con i dolori alla pancia, hai detto -Ma, signori miei, quel denaro mi serviva per mangiare.-
E te ne sei andata, trascinata dalle guardie, mentre dietro di te la folla ti urlava contro i peggiori insulti.
Mentre venivi portata via, si è avvicinato quell'avvocato.
Quell'avvocato dal naso grosso e la testa piccola. Quello buffo, come si chiamava? Roberten? Rubensierre?* Non importa.
L'uomo si è avvicinato a te e gli hai lanciato uno sguardo velenoso. Forse sarebbe stato più sensato non farlo, ma tu hai sentito il dovere di rivolgergli quell'occhiata, a quell'uomo di cui non ti ricordi il nome ma che sai con certezza, come sai che i la luna brilla solo di notte, che lui è uno degli artefici della tua rovina.
L'avvocato ti ha risposto scrollando le spalle, in volto la stessa espressione che ha un medico quando guarda un malato prossimo alla morte.
Non sei riuscita a vedere dove andava perché le guardie hanno ripreso a trascinarti via e ti hanno riportata in cella.
Là, sbattuta in quella prigione senza finestre, con negli occhi il volto dell'uomo senza nome e la consapevolezza della tua innocenza riguardo a quella assurda accusa che brilla nella tua mente.
Cosa ne vuol sapere il popolaccio del tuo desiderio di gola, manifestato nel bisogno di mangiare continuamente?
Come quella medicante che tanti anni addietro era venuta davanti a te, prostrandosi ai tuoi piedi e portand

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   1 commenti     di: Giulia Brugnoli


Una madre per sorella

Soltanto adesso, dopo la morte della donna che credevo essere mia madre, ho trovato il suo diario e, leggendolo, scopro invece che era mia nonna. Mia madre era Elsa, ossia la ragazza che agli amici presentavo come mia sorella. Il diario racconta di Elsa Wannover, mia madre, nata a Monaco di Baviera il 15 dicembre del 1911 da un insigne professore della Sorbona di Parigi e da un'insegnante di musica. Aveva vissuto la sua giovinezza studiando a Parigi e Berlino. Era bella e di un'intelligenza fuori dal comune. Dopo la laurea in medicina, lavorò per molto tempo come tirocinante in un ospedale di Berlino, dove nel 1934 - il diario dice - conobbe mio padre. Lui, del quale so soltanto il nome di battesimo - Ernest -, era nato a Londra nel 1909 ed era un medico ebreo che lavorava nello stesso reparto di mia madre. Dopo che per ordine del Terzo Reich gli ebrei furono interdetti dalla professione, si persero di vista, perché mio padre, braccato dalle SS, dovette fuggire in America, dove ignaro della mia nascita si rifece una vita. Intanto mia madre, terminato il tirocinio, rientrò in Francia, nella piccola città del sud dove i nonni si erano trasferiti e dove, dopo alcuni mesi dal suo rientro, nacqui io. Mia nonna - una donna dal carattere duro e autoritario - volendo nascondere a tutti la mia nascita, fece credere agli amici di famiglia che ero figlia di un'amica di Elsa che mi aveva affidata a lei in punto di morte e ordinò a mia madre di non svelare mai a nessuno, tanto meno a me, che ero sua figlia. Venni così adottata e riconosciuta dai Wannover come loro figlia. Mia nonna scelse anche il mio nome, perché - come scrive lei - quello scelto da mia madre non era degno dei Wannover. Mi chiamò Elisa Maria. Accadde così che Elsa, non potendo farmi da madre perché ostacolata dalla nonna, se ne andò a lavorare in un ospedale a Parigi dove ritrovò Ernest che, arrivato in Francia dopo la fine del conflitto mondiale con la moglie e il figlio di sette anni, lavorava nel

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   0 commenti     di: Tiziana


Il Perdono di Ambrogio

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Prima di tutto, il fatto storico che mi appresto a narrare, con mie parole, con mie invenzioni ad adattamenti poetici, è un fatto veramente esistito, questo per non pensare che sia il prodotto di qualche mia fantasia onirica.
Non vorrei rivelarvi più di molto sul succo del racconto, essendo obbligato a dire però che i fatti qui descritti si collocano intorno al 390 Dopo Cristo, quando l'Impero Romano entrava ( ma era già entrato seppur minimamente) in crisi e quando la Chiesa era già religione di Stato, approvata, contrapprovata e dichiarata.
Vescovi, chiese, cattedrali, Messe, si affiancavano agli ultimi fasti dell' Impero che aveva dominato il mondo.
Una società del resto molto simile alla nostra.
Buona Lettura.



L’alba sorse a Tessalonica con l’impiccagione del governatore Boterico.
Tumulti avevano infiammato la cittadina il giorno prima, durante lo svolgimento annuale dei giochi olimpici con i carri d’oro e le quadrighe bronzee.
Boterico non era il solo a pendere dal muro degli orefici, che si affacciava sulla piazza dei giochi olimpici.
Accanto a lui il funzionario romano Lucio Ventrone e alla sua sinistra il suo spietato consigliere, Emilio Sandalo.
Poche ore dopo giungeva da Salonicco un nuovo governatore, alleato del Cesare Romano, di Teodosio, Savio Parmalo, il quale con un pugno di legionari in molto silenzio prelevò i corpi impiccati e con la carovana delle zucche li spedì a Roma, dall’imperatore.
Questo Savio Parmalo covava un odio profondo per Tessalonica e si aspettava una bella punizione da parte di Teodosio per gli empi cittadini.
I corpi, ben sistemati da Parmalo e i legionari, arrivarono all’imperatore tre giorni dopo con tanto di lettera.
Teodosio credette di svenire davanti a tanta crudeltà.
Là giaceva il suo caro amico Boterico, che presentava sul collo le nette linnee della corda assassina.
E nella lettera, abilmente cucita da Parmalo, l’accusa diretta ai cittadini, ai miglia

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Il segreto di villa concamarise

La vecchia serva Erminia era l'unica a conoscere il segreto di Villa Concamarise.
Erminia era una donna piccola, vecchia e curva. Si occupava di mansioni secondarie nella villa: in inverno badava che il fuoco non si spegnesse nel grande camino con la cappa sostenuta da due grifoni di tufo. In estate provvedeva a cercare erbe officinali nel grande parco, da usare per i decotti e gli impacchi.
La villa era grande e servi e serve giovani si occupavano dei lavori pesanti. Preparavano i cibi nella grande cucina che aveva la parete occupata da pentole in rame. Accudivano i cavalli nelle scuderie, gli animali nella stalla; in estate falciavano le messi, in autunno facevano la vendemmia. Inoltre nelle dependance c'erano falegnami per aggiustare carri e botti; fabbri per la manutenzione di portoni, serrature e per forgiare alabarde e spade; maniscalchi per ferrare i cavalli. E poi ancora tessitori, lavandaie, cameriere...
Erminia non aveva la forza per dedicarsi a queste attività. I suoi compiti erano di secondaria importanza, con una eccezione.
Due volte al giorno, la vecchia saliva il grande scalone col soffitto affrescato per arrivare al piano superiore. Da lì seguiva una scala di servizio per arrivare ai granai. Attraverso alcune stanze oscure stipate di ferraglia e oggetti in disuso, arrivava a una scaletta di legno con in fondo una porticina chiusa che immetteva nella torre Est. Questa era una cameretta con il pavimento di mattoni e finestre a bifora su due pareti. In quel posto era custodito il segreto della villa e questo segreto si chiamava Isabella.
Proprio così. Una fanciulla bella e bionda viveva rinchiusa lassù dove trascorreva le lunghe giornate da sola, senza nessuna compagnia. Fra la servitù, solamente la vecchia sapeva della sua esistenza e aveva ricevuto dal Conte Ottavio, il compito di accudirla. Portava gli avanzi dei cibi dalla cucina, peraltro abbondanti, cambiava l'acqua nel secchio di rame, portava dabbasso e svuotava i recipienti sporchi.

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Millequattrocentododici - Millequattrocentotrentuno

Un racconto su due linee temporali incentrato su una figura storica che mi ha sempre molto colpito e che intendo riprendere in alcune mie opere future.

Leggi o scarica in pdf, epub e azw3 la versione completa >
http://tncs. altervista. org/1412-1431/


1412 - 1431

Mi scortano nella piazza del Mercato Vecchio e vedo che è già stato tutto preparato. Il lungo abito bianco che mi hanno fatto indossare mi pizzica un po' e non rispecchia i miei gusti, tuttavia penso che riuscirò a sopportarlo.

Un uomo si fa avanti e comincia a leggere a gran voce un documento. È la sentenza ecclesiastica disposta contro di me e la ascolto senza farmi impressionare dai toni elevati e dalla gravità delle accuse. Mi vogliono bruciare viva, ma se credono di spaventarmi si sbagliano di grosso.

Mi consegnano al boia e vengo condotta là dove è stata costruita la pira. Vedo una folla numerosa pronta ad assistere al macabro spettacolo e circa duecento soldati incaricati di scortarmi.

Lascio che un sorriso beffardo affiori appena sulle mia labbra. Quale onore...


***


Il vento spirava tranquillo tra le foglie degli alberi e un uomo sulla cinquantina camminava con passo cadenzato lungo un sentiero battuto.

D'un tratto fra i tronchi sottili apparve una croce di pietra. Il braccio orizzontale era posto in alto ed era molto più corto di quello verticale, due parole e una data erano incise nella parte superiore e un solido basamento la innalzava dal terreno cosparso di erba verde.

L'uomo si fermò di fronte alla croce e si tolse il cappello per contemplarla in silenzio. Ora che la guerra era finita, andava spesso in quel luogo tranquillo e rilassante, lontano dalla devastazione e dagli intrighi che avevano sconvolto i decenni precedenti.

Sollevò una mano e le sue dita callose accarezzarono con riverenza la pietra ruvida e porosa, così diversa dalla pelle liscia e temprata di lei...


***


Mi fanno salire sulla catasta di legna e poi mi incatenano ad u

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   2 commenti     di: Ghost Writer


Cuore di regina - 1

Edimburgo, 18 febbraio 1567
PREMESSA: Ci troviamo alla corte della regina di Scozia, Maria Stuart, sposata a suo cugino Henry Stuart, Lord Danley. È stato da poco assassinato l'amante di Maria, l'italiano Davide Riccio, da parte di un gruppo di nobili protestanti ostili alla regina.

Il sole stava per tramontare su Edimburgo, e gli abitanti di Holyrood Palace, sede della corte reale, si preparavano per coricarsi, al termine di un'altra lunga giornata.
Nello sfarzo dei suoi appartamenti, la regina Maria sedeva di fronte ad uno specchio che ne rifletteva il bel volto pallido e scavato dalla stanchezza, mentre Emily continuava a passarle la spazzola tra i capelli bruni, con gesti rapidi e ripetitivi, in silenzio. Maria non pareva fare caso alla serva, ma fissava con aria assente la propria immagine riflessa, apparentemente senza vederla. Ma per lei, quello specchio rifletteva molto di più del proprio volto stanco e triste; in quel pezzo di vetro la regina vedeva materializzarsi i propri pensieri cupi, vedeva volti conosciuti e immagini vecchie e nuove di un passato drammaticamente e improvvisamente spezzato.
Il volto del suo amato Davide Riccio, l'umile musico italiano che aveva rapito il suo cuore di regina, e che negli ultimi tempi era diventato per lei molto di più di un semplice segretario personale, le sorrideva dall'altra parte dello specchio, e lei lo avvertiva così vicino, così reale, che, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto toccarlo...
Vedeva i suoi occhi color cielo e i lunghi riccioli che gli ricadevano sulla fronte, così morbidi e setosi, e quel neo sul collo che pian piano aveva imparato ad amare e a desiderare come il resto del corpo di lui. Le pareva di sentire il suo profumo, così diverso da quello degli altri uomini di corte, così genuino, da uomo di mondo, avrebbe persino potuto definirlo rude... Eppure per lei aveva la delicatezza e la soavità della musica più dolce che si potesse suonare.
“Vostra Maestà, io ho terminato.

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Giorno della memoria corta

... perché è colpa degli ebreacci anche la crisi di oggi, non lo vedi?
Aziende che chiudono, le banche che falliscono, hi hi mi vien da ridere... Chi c'ha le banche? Ma si sa, gli ebrei! Da sempre gli ebrei c'hanno le banche, ma mica le banche sono in crisi, nooo! Siamo noi risparmiatori che ci rimettiamo, la crisi la fanno con i nostri soldi, hai capito?
Che razzaccia, ma non aveva fatto bene Hitler a mandarli via, a cacciarli dal paese?...
Che dici? L'ha ammazzati?
Ma non è vero niente, ancora credi alle favole che ti insegnano a scuola su quei libri scritti dai rossi?
Hai sentito mai parlare di Paul Rassinier?...
No? Ecco, vedi, è quello che ti dicevo prima, ti riempiono la testa con Aush-vitz, Bucenvald, Daciau e Annafranc ma di Paul Rassinier niente, per carità, mai sentito nominare. Eppure lui lo dice chiaramente che erano tutte esagerazioni e anzi lui stesso, da prigioniero, non ha mai visto le camere a gas...
Non ci credi? E allora fidati della famosa Annafranc, che il libro, si sa, non lo ha scritto neanche lei ma il padre, dopo la guerra, e allora dimmi tu se possiamo credere a una cosa del genere! Ma tu sei libero di farlo così come di credere a tutte le bugie e il fango che gli americani hanno buttato sulla Germania.
Ma lo sapevi che agli inizi del Novecento la Germania era la potenza industriale numero uno nel mondo?...
Sì, certo, anche gli inglesi erano forti e allora capisci bene perché i massoni e gli ebrei hanno fatto scoppiare la prima guerra mondiale, perché dovevano eliminare una potenza concorrente. Allora mandano un pezzente slavo a far fuori un parente dell'imperatore e quindi scoppia tutto il casino per ridimensionare la Germania, per farla fuori e siccome non ci riescono da soli, allora chiamano gli americani e le banche ebree americane che finanziano tutta la guerra in Europa. Ma la Germania non si riesce a battere...
Ah si certo, per carità, una sconfitta l'hanno subita, ma mica i francesi, gli inglesi o gli

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