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Racconti storici

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Servo di un Dio

Lo schiavo alzò sollevò lo sguardo al cielo, dalla sabbia sotto i suoi piedi.
Quello sarebbe stato l'ultimo. L'ultimo enorme blocco della grande tomba che gli schiavi stavano costruendo ormai da vent'anni.
La tomba di un Dio.
Lo schiavo non sentiva più la fatica, abituato com'era a lavorare senza sosta dall'ora in cui si svegliava fino alla sera, quando il sonno prendeva il sopravvento. Le piccole pause per mangiare qualche frutto secco o per dissetarsi erano talmente brevi che quasi costavano più sforzo che il semplice continuare a lavorare. I tamburi, suonati da coloro che erano stati tanto fortunati da nascere con menomazioni che impedivano il lavoro, o storpiati da gravi ferite, scandivano cupamente ma con costanza il ritmo del suo lavoro e di quello dei suoi innumerevoli compagni.
Si può dire senza sbagliare che tutti si somigliavano, dopo aver vissuto in quella maniera per parecchi anni. Lo schiavo, come tutti gli altri, aveva la testa completamente rasata, in parte per poter sopportare meglio il caldo torrido, in parte perché comunque non sarebbero cresciuti molti capelli sulla cute colpita spesso dalle fruste e continuamente abrasa dal vento sabbioso. L'unico vestito che gli schiavi indossavano, sia durante il lavoro che nel pieno della notte, era un semplice straccio portato intorno alla vita, che bastava a malapena a coprire le parti intime. La corporatura era spesso esile, per via delle continue privazioni, ma mostrava un ben definita muscolatura secca e asciutta.
Mentre lo schiavo, assieme ad altri dieci compagni, trascinava l'ultimo blocco che avrebbe composto la piramide, un terribile senso di oppressione e ansia si impadroniva di lui. Sapeva che quell'ultima parte, la punta, era completamente coperta d'oro, e che la responsabilità sarebbe ricaduta su di lui e su tutto il resto della famiglia se fosse rimasta danneggiata, o peggio, se fosse caduta. Quello che lo schiavo temeva di più non erano le fruste dei padroni, a cui ormai era abituat

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Riflessioni decontestuali immaginarie di un soldato italiano in prima linea da tre giorni scritte su un casuale pezzo di carta

Da tre giorni ero pensieroso e cupo. Non che abbia subito influssi negativi provenienti da certe persone o abbia avuto motivi per esserlo.
Tuttavia ora riflettendo ne capisco la semplice ragione; ho fatto caso che le sensazioni da me percepite erano simili a quelle che è possibile provare quando per un motivo o per un altro si rimane a lungo privati della fonte di luce naturale principale, il sole. Faccio una digressione per meglio chiarire.
È questo uno stato di latente malessere nel quale ci si mette del tempo ad intender di essere entrati, poichè logora piano piano... ora dopo ora. Lo si riconosce, ahime!, soltanto nel momento in cui si oltrepassa la soglia della percezione del mondo e delle cose che si ha; ci si accorge che qualcosa dentro è cambiato quando si è oramai con un piede e mezzo dall'altra parte. Ciò è di per se subdolo, ma non è tutto. Dato per certo che il nostro animo abbia subito un mutamento è naturale chiedersene il motivo. Ed è questo il tratto di strada nel quale ci si puo ingannare; ha molte meno probabilità di trovarsi spiazzato colui che nella propria vita abbia provato la stessa sensazione, ma per il motivo contrario. Ossia: se partendo da uno stato d'animo già di per se cupo e tendente all'autoisolamento si passa gradatamente ad uno stato di tranqullità interna (ed intrinsecamente esterna) grazie alla pura e semplice esposizione al calore ed alla luce del sole, è facile riconoscerne la situazione inversa.
Avendo dunque io tratto benefici in passato da questa naturale fonte di luce, ora ero predisposto ad individuare la ragione di questo tipo di malumori nella reiterata non esposizione ad essa.
Tutto spiegato, pensavo.
O forse no. Infatti, riflettevo, ieri ero fuori e c'era il sole. Ier l'altro anche. Tre giorni fa idem; e c'era la neve che ne rifletteva con il suo color bianco, talvolta rossastro, la luce. Eppure non mi potevo sbagliare sulla sensazione che quello stato d'animo mi provocava; era si

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Lo speziale di Binasco

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La calcara

,
Un GIORNO DEL 1924 Riccobelli Felice in Francia per lavoro,
dice al suo principale francese,.
Io torno in Italia e cerco di fare qualche cosa, che mi consenta di vivere
onestamente al mio paese...

Sul treno di ritorno pensa, che la calce, per le costruzioni è
sempre stata nel suo comune prodotta e poi usata,
e con i vicini comuni forse anche commerciata.

Infatti nei boschi vi sono, qua e la parecchie tracce di calchere,
che per le nostre esigenze erano sicuramente troppe, anche se nei
cortili di ogni casa, vi era una buca della calcina, che come un giro di
ruota, la si prendeva e poi metteva, e mai doveva restare vuota

Quindi giunto a casa si procura picco, pala, e due lunghi pali per il piano
inclinato e così come un guerriero armato va nel suo non lontano
podere, con, entusiasmo e lunghi passi,
dove sa che vi è poca terra, ma in compenso molti e svariati sassi.

La lena di scavar di certo non gli manca, e dopo 60 giorni circa, la calchera
a forma di botte è pronta.

Lui di sicuro, nulla sapeva di Siracusa l'Archimede e, del suo punto di
appoggio per sollevare il mondo, ma da solo riuscì a spostare ogni pesante
masso, di forma sia quadrata oppure tutto tondo.

Nella costruzione della fornace vi è di sicuro dell'ingegno, perché vedi
ancora i sassi originali, ben fatti e sagomati, nonché come il posator voleva,
tutti bene allineati.

Se tu sosti davanti alla calchera ed osservi l'architrave
lo vedi grosso e pesante, ma posato dritto al posto giusto, così come si deve.

Lui le fatiche fatte le ha mai considerate, come mai nessuno, pur usando
Il manufatto, gli hanno nel giusto le giornate mai pagate.

Noi non sappiamo se alla prima accensione vi fecero festa, ma quel
che possiam pensare è che bevettero di sicuro del vino "clinto,, che anche a
Bione lo producevano quasi tutti, però se tu lo assaggiavi oppur fiutavi, non
restavi arcicontento
ma dall'odore e dal sapo

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   1 commenti     di: oreste vallini


Spartaco... amore per la libertà

Il sole era già alto nel cielo quando Spartaco si voltò verso i suoi uomini, i suoi raggi caldi accarezzavano il viso dei guerrieri quasi come fa una madre col proprio amato figlio. Il sussurro dei guerrieri che si parlavano con tono titubante fra di loro si alzava fino a creare un vero e proprio baccano...
Erano stati giorni gloriosi, erano passati da una vita in schiavitù ad una vita da uomini liberi, avevano conosciuto prima la polvere e l'umiliazione e poi la gioia della vittoria. Ma adesso erano giunti alla fine, all'ultima battaglia... gli esploratori mandati in avanscoperta avevano riferito che le truppe dei consoli mandati dal senato si stavano riunendo, e che entro poche ore le odiate coorti romane si sarebbero disposte di fronte a loro, pronte a dare battaglia, pronte a far scorrere il sangue, pronte allo sterminio. Osare ribellarsi a Roma, osare ribellarsi alla propria condizione di schiavi, osare sconfiggere le truppe romane non poteva avere una punizione minore.
Spartaco sfoderò dal fodero la sua spada e la volse verso il cielo... a quel punto tutti i suoi uomini smisero di parlare fra di loro, e volsero tutti lo sguardo verso di Lui.
"Amici miei... compagni di armi e di sventure!
siamo finalmente giunti alla battaglia finale contro coloro che ci vogliono o morti o schiavi, scegliete voi cosa è preferibile"
"È meglio vivere in schiavitù, sotto il dominio di un padrone oppure morire da uomini, lottare e andare incontro al nostro destino?" "Io so, che tutti noi preferiamo lottare, andare incontro al pericolo della morte, per uccidere o essere uccisi piuttosto che essere schiavi dei romani!" Quindi oggi l'alternativa alla morte non è la schiavitù... ma la vittoria!"
"Perciò vi chiedo di nuovo... vi chiedo ancora una volta... per la nostra libertà! Per la libertà dei nostri figli, dei nostri vecchi, delle nostre donne... combatterete con me oggi? Combatterete come abbiamo fatto ogni giorno negli ultimi 4 anni senza la paura del

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   1 commenti     di: Giovanni Russo


Antorcha hija del diablo y el inquisidor cap 5

Cap 5 ultima ora


L’indomani fu l’inizio della fine, alle prime luci dell’alba, scortato da uno squadrone di lancieri, il Cardinale Principe della Chiesa, Primo Inquisitore di Spagna, senza neanche darmi tempo di parlare, schiaffeggiandomi pubblicamente col guanto di pelle nera, suo simbolo personale, mi destituì da ogni incarico, mi retrocesse all’istante, brandendo una Bolla Papale ove era scritto che io Aloisio de la Cruz avevo indegnamente servito etc etc e venivo pertanto condannato alla clausura nel convento di Chateau de Rennes ad libitum.
Prese, immediatamente le redini di tutti i procedimenti in atto, e, neanche a dirlo, tempo una settimana condannò al rogo oltre cento fra vecchie, giovani e addirittura bambini, fra il giubilare della folla accorsa, finalmente soddisfatta nel suo istinto criminale, contenta a tal punto di applaudire le urla strazianti dei condannati alle fiamme!
Ovviamente Antorcha, dopo giorni di torture e sevizie inimmaginabili, nonostante le quali non profferì una sola parola, fu fra le prime a subire l’onta del giudizio capitale, rifiutando con deciso orgoglio il pentimento finale, rifiutando il conforto dei sacramenti e sorridendo, mi fu detto, attese che le fiamme la straziassero.
Io sono qui, con l’obbligo del silenzio imperituro, la mia giornata è divisa fra la celletta per il giorno e la biblioteca per la notte, la mia condanna mi impedisce non solo di parlare ma anche di vedere chicchessia, quindi il Priore ha disposto che io lavori in biblioteca, quando questa è chiusa per gli altri monaci.
All’inizio mi sembrava una condanna crudele, poi, l’ho considerata addirittura una fortuna, di giorno, dormo, di notte, accudisco la biblioteca, eseguo gli ordini che mi vengono vergati sulla lavagna, penso, sogno ad occhi aperti, scrivo le mie memorie e le nascondo in un incavo dell’architrave della sala grande; ma soprattutto non passa giorno, o meglio notte che non rivedo con gli occhi, con il cuore, con il se

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   2 commenti     di: luigi deluca


Giorno della memoria corta

... perché è colpa degli ebreacci anche la crisi di oggi, non lo vedi?
Aziende che chiudono, le banche che falliscono, hi hi mi vien da ridere... Chi c'ha le banche? Ma si sa, gli ebrei! Da sempre gli ebrei c'hanno le banche, ma mica le banche sono in crisi, nooo! Siamo noi risparmiatori che ci rimettiamo, la crisi la fanno con i nostri soldi, hai capito?
Che razzaccia, ma non aveva fatto bene Hitler a mandarli via, a cacciarli dal paese?...
Che dici? L'ha ammazzati?
Ma non è vero niente, ancora credi alle favole che ti insegnano a scuola su quei libri scritti dai rossi?
Hai sentito mai parlare di Paul Rassinier?...
No? Ecco, vedi, è quello che ti dicevo prima, ti riempiono la testa con Aush-vitz, Bucenvald, Daciau e Annafranc ma di Paul Rassinier niente, per carità, mai sentito nominare. Eppure lui lo dice chiaramente che erano tutte esagerazioni e anzi lui stesso, da prigioniero, non ha mai visto le camere a gas...
Non ci credi? E allora fidati della famosa Annafranc, che il libro, si sa, non lo ha scritto neanche lei ma il padre, dopo la guerra, e allora dimmi tu se possiamo credere a una cosa del genere! Ma tu sei libero di farlo così come di credere a tutte le bugie e il fango che gli americani hanno buttato sulla Germania.
Ma lo sapevi che agli inizi del Novecento la Germania era la potenza industriale numero uno nel mondo?...
Sì, certo, anche gli inglesi erano forti e allora capisci bene perché i massoni e gli ebrei hanno fatto scoppiare la prima guerra mondiale, perché dovevano eliminare una potenza concorrente. Allora mandano un pezzente slavo a far fuori un parente dell'imperatore e quindi scoppia tutto il casino per ridimensionare la Germania, per farla fuori e siccome non ci riescono da soli, allora chiamano gli americani e le banche ebree americane che finanziano tutta la guerra in Europa. Ma la Germania non si riesce a battere...
Ah si certo, per carità, una sconfitta l'hanno subita, ma mica i francesi, gli inglesi o gli

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