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Racconti storici

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Velia, la zia d'America

Vita agra quella di "Sciuse" nel dopoguerra; alla morte della sorella ne aveva sposato il marito ed era andata "all'America."
L'ho conosciuta quando tornava ogni estate in Italia, negli anni settanta, spocchiosa e acidula, col suo intercalare di parole italianizzate in stile "broccolino", e con quell'odiosa abitudine di dire "Noi all'America..." dando le sue lezioni di vita in stile yankee.
So che prima di partire per sposare il nuovo mondo, nel '44 aveva salvato mio zio da un rastrellamento in paese, grazie ai suoi "buoni uffici" con la Wehrmacht. Certo, si era fatta una cattiva reputazione durante l'occupazione tedesca, ma quanti possono dire di aver salvato la vita a qualcuno?

Centodieci d'America



Il Perdono di Ambrogio

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Prima di tutto, il fatto storico che mi appresto a narrare, con mie parole, con mie invenzioni ad adattamenti poetici, è un fatto veramente esistito, questo per non pensare che sia il prodotto di qualche mia fantasia onirica.
Non vorrei rivelarvi più di molto sul succo del racconto, essendo obbligato a dire però che i fatti qui descritti si collocano intorno al 390 Dopo Cristo, quando l'Impero Romano entrava ( ma era già entrato seppur minimamente) in crisi e quando la Chiesa era già religione di Stato, approvata, contrapprovata e dichiarata.
Vescovi, chiese, cattedrali, Messe, si affiancavano agli ultimi fasti dell' Impero che aveva dominato il mondo.
Una società del resto molto simile alla nostra.
Buona Lettura.



L’alba sorse a Tessalonica con l’impiccagione del governatore Boterico.
Tumulti avevano infiammato la cittadina il giorno prima, durante lo svolgimento annuale dei giochi olimpici con i carri d’oro e le quadrighe bronzee.
Boterico non era il solo a pendere dal muro degli orefici, che si affacciava sulla piazza dei giochi olimpici.
Accanto a lui il funzionario romano Lucio Ventrone e alla sua sinistra il suo spietato consigliere, Emilio Sandalo.
Poche ore dopo giungeva da Salonicco un nuovo governatore, alleato del Cesare Romano, di Teodosio, Savio Parmalo, il quale con un pugno di legionari in molto silenzio prelevò i corpi impiccati e con la carovana delle zucche li spedì a Roma, dall’imperatore.
Questo Savio Parmalo covava un odio profondo per Tessalonica e si aspettava una bella punizione da parte di Teodosio per gli empi cittadini.
I corpi, ben sistemati da Parmalo e i legionari, arrivarono all’imperatore tre giorni dopo con tanto di lettera.
Teodosio credette di svenire davanti a tanta crudeltà.
Là giaceva il suo caro amico Boterico, che presentava sul collo le nette linnee della corda assassina.
E nella lettera, abilmente cucita da Parmalo, l’accusa diretta ai cittadini, ai miglia

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Giovanni Pascoli tra Urbino e Messina

Gli impegni universitari mi davano la sicurezza di adempiere agli oneri che rientrano nelle competenze ministeriali, ma sentivo il bisogno di un rapporto più vivo e diretto con i discenti.
I miei colleghi mi invidiavano perché avevo avuto dal preside, Prof. Alvise Lunigiani l'incarico di presiedere alle riunioni di Facoltà. Il docente di Greco, Domenico Giffoni diceva di me, ed in mia presenza che ero il beniamino del preside; a volte lo diceva con un sarcasmo tale, che avrei voluto dirgli: "Ti cedo il posto mio, con relativi obblighi, purché tu la smetta di provocarmi."
A volte, ritornavo a casa amareggiato; nonostante l'alta considerazione, nella quale ero tenuto, mi rammaricavo al pensiero che ci fossero degli invidiosi; un gruppo di colleghi mi ostacolava per inconsce rivendicazioni personali, rifugiandosi nel pretesto che i miei oneri non avrebbero dovuto uguagliare quelli del Vice Preside.
Era il mese di Gennaio, del 1891; era trapelata la voce che un professore di Filologia Romanza, Carmine Rao, anelava ad avere la docenza nella Facoltà di Lettere.
Non ebbi remore e lo andai a trovare all'Istituto Aleardi. Il Professore Rao, mi venne incontro sentendosi onorato, della mia visita. Quindi, mi disse: "Non ci son smentite; anelo veramente ad ottenere un posto di docente all'università, ma non per ambizione. Dico sempre ai ragazzi che quanto prima, io li lascerò... E, al buon intenditor, poche parole. Sappia, Professor Pascoli, Le dico, col cuore in mano, quel che non vorrei rivelare ad alcuno: di quei ragazzi, non ne posso più; mi fa star male non poter reagire, quando mi chiamano per nome, aggiungendo a dileggio un aggettivo, suggerito dal loro immaginario. Ella deve sapere, Professore, che son malato; è una malattia, che a lungo andare, e a diretto contatto, potrebbe generare, anche il contagio... Dio non lo voglia. Loro non sanno... Continuano a chiamarmi, goliardicamente "Il tubercolotico" perché ignorano che quella malattia ce l'ho davve

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Miniere pericolose ( Ultima parte )

Una sottile ed invisibile brezza soffiava alzando la polvere verso il cielo.
Questa cielo accoglieva l'ospite, ma nello stesso tempo la mandava via.
Dal vetro di una finestra, un raggio birichino attraversava le mura di una stanza, accogliendo la polvere festeggiando.
Dentro questa stanza, tutto si evolveva in un turbinio di corse, sorrisi, pensieri, accolti da una improvvisa felicità.
Pulizie, anche cinque comuni ragazzi sono chiamati ad eseguirle. Dal più grande al più piccolo, ognuno eseguiva il suo compito, con maestria e devozione.
Antonina lasciò che l'acqua pulisse i piatti e le credenze, avvolta in un sorriso misterioso.
Le sue perfette mani ormai eseguivano i comandi senza un ordine preciso, si muovevano e basta.
Lucia e Tore vagavano per la casa, porgevano aiuto, ed eseguivano i loro compiti.
Armati di un fazzoletto a testa, combattevano la polvere che campeggiava negli angoli più bui della casa, prendendo tutto alla pazza gioia, eseguendo battaglie, creando personaggi. Così è la mente dei giovani, eseguita e allargata alla fantasia, non si preoccupa di ciò che può accadere, non ha pensieri fissi dentro.
Terrificante il bagno. Forse uno dei più peggiori luoghi da pulire, ed oggi toccava proprio a Fannì. Detestava pulirlo, con tutto il cuore, infatti sul suo viso comparivano smorfie, lamenti. Anche lei con un fazzoletto passava e puliva delicatamente il lavabo, la doccia, e tutto il resto. Forse la rallegrava il Sole, forse.
Maria si divertiva a cantare. Allungava le coperte, sbatteva i cuscini, insomma ordinava i letti e le camere. Nel frattempo, cantava qualsiasi cosa, anche una semplice melodia, accompagnata da qualche cinguettio. Finì per prima le faccende, e corse giù dai fratelli.
<<Ho finito! A chi serve aiuto?>> Maria era troppo spensierata per capire realmente a chi serviva l'aiuto.
Era mattina, molto presto, ma già Antonina pareva molto sveglia, severa. <<Mari.. vai da Fannì, la sento fin qui lamentarsi.>>
<<Oh..

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   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Il veterano

Da un certo momento in poi niente è andato dritto nella mia vita.
Nel piccolo paesino, dove sono nato e cresciuto, a poche verste da Velyevo le notizie da Mosca arrivavano con molto ritardo e quasi niente si sapeva di quello che succedeva all'estero.
Mio padre era un maniscalco e aveva la bottega sempre affollata di contadini petulanti che pretendevano che le loro bestie fossero ferrate prima delle altre.
Dopo la scuola primaria, anche io come gli altri due fratelli gemelli più grandi ho iniziato a lavorare della bottega di famiglia.
A me erano riservati i lavori più umili come portare il carbone per la forgia, l'acqua per abbeverare le bestie e azionare il mantice.
Avevo appena diciassette anni quando i miei fratelli sono partiti per fare il militare.
Nostra madre ha pianto tutta la notte perché aveva sentito dire che stavamo per entrare in guerra..
Io da un giorno ad un altro mi sono trovato a dover sostituire i due fratelli e imparare tutto quello che è necessario per ferrare un animale.
La Domenica pomeriggio andavo in paese a comprare qualcosa allo spaccio e mi fermavo più del dovuto per poter stare accanto a Irina, la figlia del negoziante.
Soltanto una volta, alla festa del paese, siamo rimasti un po' appartati a mangiare un dolcetto di zucchero e a scambiarci poche parole.
Un giorno sono rientrato a casa e ho visto mia madre piangere e mio padre molto serio; era scoppiata la guerra.
Non si sapeva niente dei miei fratelli e le giornate erano più cupe dell'inverno che imperversava sulla nostra pianura.
A primavera rientrò dal fronte un nostro conoscente ferito e ci disse di aver visto di recente Igor e Natanievic in buona salute.
In casa facemmo festa e si stappò una bottiglia di Vodka di quelle speciali.
La contentezza durò poco perché arrivò anche la mia cartolina di arruolamento.
Io non mi ero mai mosso dal paese se non per andare a piedi in quello vicino e il Pope mi disse che la caserma alla quale ero destinata distava migliai

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   1 commenti     di: Marcello Piquè


LE CARBONAIE PIEMONTESI: Un tuffo nel passato - Dove nasce la leggenda dell'"Uomo Nero"

È curioso ed oltremodo entusiasmante per me sapere quante cose nuove, oltreché interessanti, si possono scoprire ogni volta che "si mette il naso fuori di casa". Appena fuori di casa, devo dire in questo caso: solo ad una sessantina di Km. da Fossano.
Ultimamente, col CAI di Fossano, ospite del CAI di Pinerolo, si parte alla volta del giro dei Tre Denti, in Val di Noce. Ad attenderci a Pinerolo un gruppo d’escursionisti simpatici e cordiali del CAI locale. Colazione veloce al bar e via verso la Frazione di Talucco, punto di partenza per l'escursione a piedi. Ed anche inizio del percorso ecomuseale della Carbonaia, come ci spiega la nostra guida dalla fulgente chioma bianca, Eraldo Quero, perché proprio nei boschi sopra questa frazione, si svolgeva, fino ad un certo periodo, un duro e faticoso mestiere, quello del carbonaio. Ed io, figlia di una terra di minatori, non posso fare a meno di essere incuriosita da questo racconto che ha un alone quasi di favola, anche se questo mestiere ha cessato di vivere solo intorno al 1975.
Il carbone di legna veniva prodotto col sistema delle carbonaie da almeno 5000 anni ed usato non solo per il riscaldamento delle abitazioni, ma anche in campo industriale, chimico e siderurgico e nella cottura della ceramica. Per la sua combustione senza fumo né fiamma e per la quasi assenza di zolfo, la produzione di questo modesto "oro nero" raggiunse il suo apice nell'impiego industriale nel 1700-1800; ed anche agli inizi del '900, tra le due guerre mondiali, nonostante l’avvento del carbon fossile, del petrolio e dell'energia elettrica, la sua richiesta si mantenne molto alta. Tant'è vero che, nei boschi di tutta Italia, massimamente in Umbria e nella Sila calabrese, oltreché in queste zone, dal mare ai 1500 m. d’altitudine, come in Francia, Spagna, Africa o nei paesi balcanici, si muovevano compagnie stagionali anche di circa 30 persone fra tagliatori, carbonai e aiutanti.
Il carbone vegetale si ottiene dal le

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   1 commenti     di: Ada FIRINO


Il Murenaio

Ponza all’epoca dell’imperatore Tiberio

La piccola nave oneraria ha appena lasciato il porto di Ostia per dirigersi verso l’isola di Ponza.
Heraclides, il gubernator (capitano/timoniere), di origine greca e con una grande esperienza alle spalle, dopo aver impartito gli ordini a Rufinus il pansarius (secondo e nostromo) per raggiungere il mare aperto, sale a prua per valutare lo stato del mare e “fiutare” il vento.
“Il mare è calmo ed il vento, anche se debole, soffia a nostro favore, se tutto procede così arriveremo a Ponza all’ora undecima!”
“Sì è così, Heraclides.” Conferma soddisfatto Rufinus.
“Hai controllato bene la zavorra, Rufinus?” Gli dice con tono di comando, anche se conosce bene le qualità del suo nostromo, ma gli piace ribadire, anche nei compiti abituali, la sua prerogativa di comandante della nave.
“Sì, la zavorra è ben distribuita e salda allo scafo.”
“Bene, bravo!” Gli risponde con sussiego.

Dopo tanti anni di mare e di esperienza anche sulle naves longae sulle quali ha combattuto in diverse battaglie, vuol dimostrare che solo l’età e la famiglia cui deve provvedere l’hanno indotto a comandare navi mercantili, ma che l’autorità e la professionalità non sono mutate.
Spesso, durante le navigazioni lunghe e le bonacce, si compiace di raccontare ai suoi marinai le sue “gesta” d’intrepido guerriero del mare, anche se loro, ormai, conoscono quasi a memoria tutti i fatti narrati e lo sopportano perché, in fondo, è un brav’uomo ed un ottimo marinaio e navigare con lui, li fa sentire più sicuri che con altri comandanti.
Grazie al suo carattere ed alle sue conoscenze, riesce sempre a trovare dei buoni clienti che si affidano a lui e difficilmente stanno lungo tempo senza un ingaggio.

“Anche questa volta torniamo a Ponza capitano!”
“Sì, andiamo a caricare alcune derrate alimentari ed anche questa volta un bel numero di murene, con la differenza, però, che il nostro committent

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   1 commenti     di: Sergio Maffucci



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