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Racconti storici

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Trincea

Sono a 1km dalla città, dentro un blindato e con il mio fidato fucile a telescopio. Miro alla testa di uno di quei bastardi. Impazzisco quando ne vedo uno saltare per aria grazie ad una mia pallottola bene aggiustata.
Quei maledetti si nascondono ovunque. Sotto lamine di ferro, dietro le finestre, dentro le macchine o addirittura dietro ai compagni uccisi. Ma io non mi faccio scrupoli! Sparo, ricarico, aggiusto la mira e sparo di nuovo. Quando vedo il sangue schizzare ovunque un’emozione intensa mi pervade, mi rapisce, quasi a prendere il pieno controllo di me, e mi spinge a ricaricare, mirare e sparare.
Un giorno il tenente colonnello Linden osservò a lungo questa mia attività. Non so quanto rimase dietro di me, so solo che quando lo vidi risi e gli comunicai di averne impiombati 10 in mezz’ora. Lui mi guardò, prese il fucile e senza dire una parola se ne andò.
Io rimasi in piedi, a piangere e poi mi intontii e guardai verso il vuoto.
Tutto era cominciato due giorni fa, quando ricevetti una lettera da casa dove mi si comunicava che mia moglie, mia figlia e mio nonno erano stati uccisi durante un bombardamento. Prima che i miei compagni potessero fermarmi presi la mia rivoltella e sparai al crocifisso di legno e al quadro della madonna appesi al muro. E poi bevvi, come non avevo mai bevuto in vita mia. Per due giorni mi drogai di alchool. Cominciavo a bere appena alzato e finivo a tarda sera.
E continuai fino a quando i miei compagni non mi presero di forza e mi buttarono nell’abbeveratoio. Lentamente le idee mi si schiarirono in testa.
Divenni cacciatore di uomini, rabbioso e leggermente pazzo, nonostante la lucidità della mia visione. Passavo ore in trincea con il mio fucile e abbattevo ogni soldato nemico che mi trovavo davanti.
Continuai per svariate settimane!
Ricordo ancora quel giorno in cui mi stavano riempiendo la gavetta di un brodo di vecchia mucca bollita, quando sentii uno schiocco e qualcosa mi colpì la gamba con una fitta di fu

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   4 commenti     di: Alberto Amedeo


Sotto falsa bandiera

Il notaio Di Girolamo entrò nella stanza, dove fu fatto accomodare su una poltroncina davanti alla scrivania.
"Prego notaio, leggiamo questa lettera postuma del Saccaccini, sono curioso" disse il commissario Sacco.
Il notaio cominciò la lettura della lettera...

Cari concittadini,
a distanza di trenta anni ho chiesto allo studio del notaio Di Girolamo, di rendere nota questa mia.
Tutti sappiamo della mia morte avvenuta per mano del regime che oggi ci tiene sotto il suo giogo. Spero vivamente che, a distanza di tanti anni, la dittatura sia finita attraverso la progressiva presa di coscienza della popolazione sulla natura del regime che oggi ci opprime.
La mia morte avrà certamente provocato un ampliarsi dei sentimenti di ostilità, che vedo oggi sempre più manifestarsi nella nostra città e nella nazione in generale.
Per rendere omaggio alla realtà, però, voglio confessarvi, anche se in maniera postuma, la realtà di questi giorni.
La causa della democrazia e del riscatto di tutto il nostro popolo, sono stati per me la pietra miliare, il faro a cui volgere sempre il mio sguardo, il fine da perseguire senza incertezze e con tutti i mezzi. Non è stato lo spirito machiavellico che mi ha spinto a progettare ciò che ho fatto, ma quello di rendere un servigio, di essere agevolatore, di dare un contributo alla fine della dittatura.
La sostanza della giusta causa, non può interferire con l'azione delle persone per mano delle quali procede, né con le loro motivazioni personali.

Vi confesso oggi che la mia uccisione, trenta anni fa', non è stata opera del regime che combattevo, ma dei miei stessi compagni di lotta. D'accordo con me.
Il Danti, il Marchi e lo Scotti hanno eseguito ciò che io gli avevo ordinato.
Oramai mi restano pochi mesi di vita lucida, prima che la malattia mi renda estraneo a me stesso, così ho pensato di fare della mia vita una vita martirizzata per una causa superiore.
L'omicidio, lo sapete, avverrà nel bar in piazza, co

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Giorno della memoria corta

... perché è colpa degli ebreacci anche la crisi di oggi, non lo vedi?
Aziende che chiudono, le banche che falliscono, hi hi mi vien da ridere... Chi c'ha le banche? Ma si sa, gli ebrei! Da sempre gli ebrei c'hanno le banche, ma mica le banche sono in crisi, nooo! Siamo noi risparmiatori che ci rimettiamo, la crisi la fanno con i nostri soldi, hai capito?
Che razzaccia, ma non aveva fatto bene Hitler a mandarli via, a cacciarli dal paese?...
Che dici? L'ha ammazzati?
Ma non è vero niente, ancora credi alle favole che ti insegnano a scuola su quei libri scritti dai rossi?
Hai sentito mai parlare di Paul Rassinier?...
No? Ecco, vedi, è quello che ti dicevo prima, ti riempiono la testa con Aush-vitz, Bucenvald, Daciau e Annafranc ma di Paul Rassinier niente, per carità, mai sentito nominare. Eppure lui lo dice chiaramente che erano tutte esagerazioni e anzi lui stesso, da prigioniero, non ha mai visto le camere a gas...
Non ci credi? E allora fidati della famosa Annafranc, che il libro, si sa, non lo ha scritto neanche lei ma il padre, dopo la guerra, e allora dimmi tu se possiamo credere a una cosa del genere! Ma tu sei libero di farlo così come di credere a tutte le bugie e il fango che gli americani hanno buttato sulla Germania.
Ma lo sapevi che agli inizi del Novecento la Germania era la potenza industriale numero uno nel mondo?...
Sì, certo, anche gli inglesi erano forti e allora capisci bene perché i massoni e gli ebrei hanno fatto scoppiare la prima guerra mondiale, perché dovevano eliminare una potenza concorrente. Allora mandano un pezzente slavo a far fuori un parente dell'imperatore e quindi scoppia tutto il casino per ridimensionare la Germania, per farla fuori e siccome non ci riescono da soli, allora chiamano gli americani e le banche ebree americane che finanziano tutta la guerra in Europa. Ma la Germania non si riesce a battere...
Ah si certo, per carità, una sconfitta l'hanno subita, ma mica i francesi, gli inglesi o gli

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1788, l'inverno del grande ghiaccio lagunare

Da qualche giorno è arrivato il gelo, in laguna: un vero freddo mordente, giusto per il cuore dell'inverno. La gente non è più abituata al rigore, riscaldata come è negli appartamenti e negli uffici. La mattina presto vedo persone osservare preoccupate, dai vetri dell'autobus, il leggero velo di ghiaccio che vetrifica qualche punto dello specchio lagunare, là dove l'acqua è meno profonda. Ma è certo che entro mezzogiorno tutto si scioglierà e che i gabbiani stupefatti smetteranno di pattinare. In città i ponti vengono cosparsi di sale grosso per impedire ai passanti di scivolare sui gradini e pure i gondolieri, a colpi di ramazza, nettano con il sale la poppa nera delle gondole per non rischiare di cadere in acqua mentre remano.
Forse è notizia poco nota, ma l'ultimo vero grande freddo in laguna si verificò nell'inverno del 1963, anno in cui la temperatura scese, eccezionalmente, a tredici gradi sotto zero.
Nei secoli passati la Storia attesta che il 1700 sia stato un secolo di forte gelo e che siano apparse grandi gelate nella laguna veneziana; certamente la popolazione affrontava l'evento con maggiori mezzi di sopportazione e minori, quanto a conforto, rispetto ad oggi. Si pensi solo al fatto che, tra il popolo, le donne si coprivano quasi esclusivamente con grandi scialli di lana grossa, fino al capo e gli uomini con corte mantelle e giacchette. Il tepore del tabarro non era alla portata di tutti.
Di queste gelate c'è memoria per quella avvenuta nell'inverno 1788, tanto che quell'annata passò alla Storia come " l'anno del giàsso", immortalato in una bella tela che può ancora ammirarsi a Ca' Rezzonico e che raffigura i Veneziani , con sciarpe e cappelli, camminare e scivolare sul ghiaccio spesso, attraversando il canale di Cannaregio verso la laguna aperta che pare pavimentata e tirata a cera. Egualmente minuziosa è la incisione del Battaglioli-Viero che si trova al Museo Correr e che raffigur

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La strage

Angela era solita attardarsi la sera; le piaceva rimanere qualche momento in solitudine per raccogliere le idee e mettere in ordine gli avvenimenti della giornata. Quando poteva dare un giudizio positivo su quanto aveva fatto, si sentiva contenta. Per lei era come mettere a posto le cose di casa: amava vivere nell'ordine in sé stessa ed intorno a sé. Quando aveva l'animo inquieto e le cose non erano chiare, si sentiva a disagio ed aveva l'impressione che tutti se ne accorgessero. Non andava mai a dormire senza prima aver raccolto ogni giocattolo, senza aver riordinato le stoviglie e rimesso ogni cosa al suo posto; tutte le cose che durante la giornata, piccoli e grandi, avevano gettato o dimenticato qua e là, sparsi per la casa.

Prima di dormire si raccoglieva e cercava di ripensare alla giornata trascorsa per trovare una positività nei fatti accaduti, anche quando erano stati difficili, per cercare di addormentarsi in pace.

La nonna poi non era disordinata ma aveva il gusto di cambiare posto agli oggetti, disorientando così il generale andamento famigliare perché ognuno, non trovando le proprie cose al loro posto reagiva inevitabilmente con animoso malumore, ed essa, sotto-sotto, si divertiva. Era una piccola rivalsa che si procurava per quel sentirsi aggregata nella posizione di secondo piano che oramai occupava in famiglia.
Era stata protagonista nella sua vita, donna di comando, dal carattere forte e deciso, in famiglia ed anche nell'ambiente di lavoro dove aveva sempre occupato posti di rilievo. In gioventù era stata direttrice di una Casa di Moda, con tante allieve da guidare ed a cui insegnare la preziosa attività di confezionatrici di abiti d'Alta Moda.

In seguito si era occupata di promuovere iniziative di volontariato, come l'ospitalità alle persone bisognose con problemi di carattere pratico: la ricerca del lavoro, della casa, del medico adatto a patologie particolari. Gente a cui una parola di conforto ed un po' di compagnia

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   0 commenti     di: Verbena


Magnifico ribelle parte I

"Se un uomo non lotta per le sue idee, o non vale l'uomo, o non valgono le idee"
Platone





Fortezza di Pizzo Calabro, 13 ottobre 1815


- Ah, foudre (1)! Una commissione militare! A me, una commissione militare! E che, sono forse un brigante?- tuonò Gioacchino Murat, disgustato, gettando a terra una berretta di seta nera da casa (2) e facendo quasi rimbombare l'appartamento in cui era stato rinchiuso. Gli ufficiali borbonici che erano venuti a comunicargli quale sarebbe stato il suo destino, pur non riuscendo a comprendere le sue ragioni, non poterono fare a meno di sussultare, tanto quell'uomo era impressionante.
Gioacchino non era più un giovanotto. Qualche filo d'argento si mischiava al giaietto dei suoi ricci folti; il suo viso, pur piacente ed espressivo, era segnato dagli anni passati in guerra ed anche un po' provato dagli ultimi eventi, gravato dalla preoccupazione e graffiato com'era dalla lotta che aveva preceduto la sua cattura. Era ancora vestito a mezzo, con abiti borghesi che gli erano stati prestati: la sua alta uniforme dell'esercito di Napoli con cui era sbarcato era stata fatta a pezzi. Ma questi particolari diventavano insignificanti quando si considerava nell'insieme la figura imponente e come pronta a scattare, il portamento vigoroso ed elegante, l'aria ardita, il colorito tendente al bruno ora accesso dall'alterco, gli occhi fieri d'un azzurro limpido, quella criniera da Sansone, i baffi potenti, i grandi e lunghi favoriti. Aveva ben ragione di indignarsi; più che offeso, era ferito. Lo volevano processare da invasore, non da re! Ma cosa pensavano, che si sarebbe prestato a quella farsa, a quell'apparato scenico? Lo sapeva quanto loro, adesso, che lo volevano morto! Lo sospettava ancora prima di tentare di salvare Napoli! Nondimeno, era stato un ritorno che aveva dovuto assolutamente rischiare, perché non poteva abbandonare al suo destino un popolo che aveva imparato ad amare, non poteva permettere il ritorno dei Borboni

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   0 commenti     di: laura manzoni


Il giardino di Livia

"E qui voglio degli affreschi floreali ", Livia Drusilla aveva ordinato a Ennio Libone anni prima. "Anzi no, voglio un giardino, il mio giardino."
Il povero artista aveva pensato che si trattasse di una richiesta assurda, nettamente fuori luogo e difficile da realizzare in quel locale sotterraneo, con poca luce e aria. Ma non aveva osato avanzare alcuna obiezione, non poteva discutere i desideri della moglie di Augusto.

"Voglio tante piante, fiori e uccelli, infiniti uccelli" aveva proseguito Livia "e tanto alloro, la mia pianta."
Anche l'insistenza sull'alloro gli era parsa alquanto stravagante, ma non aveva osato dar voce ai suoi interrogativi. Con la sua maestria era però riuscito a creare l'affresco del più bel giardino che si potesse immaginare. Non appariva qualcosa di illusorio, ma vivo, palpitante: se ne potevano quasi percepire i profumi, i fruscii.
Quell'orto magico era un'oasi di pace e Livia vi si rifugiava spesso per meditare e riposarsi dai mille impegni domestici e di stato in cui il marito la coinvolgeva.

Ennio era riuscito anche a scoprire qual era il significato dell'alloro. Si narrava che, nel giorno delle sue nozze con Ottaviano, un'aquila le aveva fatto cadere in grembo una gallina bianca che teneva nel becco un rametto di alloro. Livia l'aveva considerato un auspicio aveva subito fatto piantare quel ramoscello là dove poi sarebbe sorta la villa.

Erano passati gli anni, ed Ennio Libone controllava regolarmente la tenuta della pittura, sistemando o rinnovando le parti più deteriorate. Ci sarebbe andato anche quel giorno.

Scendendo pesantemente la scala, provò una specie di brivido, come mai gli era capitato in precedenza. E ripensò all'ultima volta che vi si era recato per uno dei soliti ritocchi, circa un mese prima.

Anche allora era molto impensierito, perché sua moglie Apollonia, che amava dilungarsi in mille dicerie, ultimamente gli stava riportando i malevoli rumores diffusi sulla padrona, e su tutte le disgrazie ca

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   0 commenti     di: Luisa Zambrotta



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