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Racconti storici

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Quei giorni di Settembre Parte 2.

CAPITOLO 7 : L’ULTIMA BATTAGLIA DEL LUPO.

I soldati del Reich avanzano, seppur con evidente difficoltà. Le colline dell’Appennino tosco emiliano non sembrano il terreno più adatto ai loro stivali di cuoio ed il terreno a tratti friabile dei boschi non favorisce il loro equilibrio. A volte chi cade riesce a rimettersi in piedi ed a continuare la propria faticosa salita verso il nemico, ma capita che il soldato tedesco che scivoli sulla finissima ghiaia sotto i suoi piedi sia destinato a non rialzarsi più, falciato dai proiettili che sembrano sputati da una vegetazione desiderosa di dare la più dura delle punizioni agli intrusi che non meritano di essere accolti in essa. Una natura indignata dal sangue che quegli uomini hanno fatto scorrere sotto i loro occhi. Occhi puri, abituati alla lucentezza del sole, al sapore invitante dell’aria pura... assolutamente impreparate a respirare il disgusto del sangue che ha imbevuto le loro radici e corrotto la loro innocenza. Una vegetazione che sembra essersi stancata di fare da spettatore passivo e che ora vuole la sua vendetta.
Le grida di addio alla vita di quella razza che si crede tanto superiore alle altre ed i corpi che rotolano dai declivi sono un pessimo spettacolo per gli altri che restano e che non hanno altra scelta che continuare ad avanzare faticosamente nel grembo di quella natura così bella che vuole solo rigettarli, servendosi dei loro nemici e nascondendoli fra i suoi rami, i suoi cespugli e le sue rocce.
Gli ordini sono chiari: avanzare a qualunque costo. Mai indietreggiare. Mai ritirarsi.
Molti di quei soldati sono poco più che ragazzi. Non hanno mai combattuto una battaglia contro un nemico invisibile. Si sono divertiti ad uccidere per tutta la mattina e tanti loro compagni stanno ancora uccidendo in paese. Sfortunatamente, loro hanno ricevuto l’ordine di rastrellare le colline circostanti per scoprire i rifugi dei loro principali nemici e stanarli. Erano tutti convinti che fosse un compit

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L'Ombra di Caracalla

PREFAZIONE DELL'AUTORE
I fatti qua narrati ci riportano al lontano 211 Dopo Cristo, sempre nell'Impero Romano, per toccar con mano la tormentata vita del figlio di Settimio Severo, Caracalla.
Qua ho cercato di ripercorrere il dramma di un uomo.
Ancora una volta i fatti, seppur romanzati, sono veramente accaduti e nomi o persone sono reali, fidandoci dell'attendibilità di molte fonti storiche.
Buona Lettura.




Lucio Settimio Bassiano soleva in quei tiepidi giorni settembrini giocare nei Giardini Reali con Livio Didone, il suo migliore amico, suo immancabile compagno di giochi, l’eterno fanciulletto biondo che sprizzava energia e trascinava Lucio per le vie più nascoste e più buie di Roma, le più belle, le più magiche.
Lucio era uno dei bambini più in vista a Roma. Figlio dell’Imperatore Settimio Severo, Lucio discendeva da quel magnifico filosofo che era stato Marco Aurelio e dalla la sua superba casata. E sua madre, Giulia Domna, direttamente dalla recente casata del ricchissimo senatore Oreste Gruccia. Lucio, all’età di sette anni, sapeva quanto di importante c’era da sapere sulla Letteratura Greca, si comportava a Palazzo come un vero e proprio signorotto nobile, educato, affabile, premuroso, carezzevole, disponibile come pochi figli reali lo erano stati.
Settimio era orgoglioso di Lucio, se lo portava sempre con sé alle assemblee più importanti in Senato e a cavallo tra le magnifiche province d’Oriente.
Lucio aveva anche un fratello, Antonino Geta, con il quale non aveva un rapporto così affiatato come lo aveva con Livio, ma lo trattava lo stesso con quella generosità, con quella sensibilità, che facevano di lui una delle persone più apprezzate dal popolo e dal senato stesso.
Lucio adorava passare pomeriggi, quando non era impegnato con il magister Filone a ripassare Omero o qualche passo dell’Eneide, con il suo inseparabile Livio, con il quale adorava appostarsi ai Mercati Traianei e spiare sogghignando le bellissime fa

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La Boheme (riduzione teatrale)

LA BOHEME (COPIONE)
I QUADRO
In soffitta

(Una finestra grande scopre un panorama imbiancato dalla neve di dicembre al Quartiere Latino a Parigi del 1830: vigilia di Natale, un camino spento, una libreria, un quadro "Il passaggio del Mar Rosso" largamente incompleto, il pittore Marcello con le idee confuse sul da farsi e carte sparse mentre il poeta Rodolfo si alza dal povero scrittoio e guarda fuori)

MARCELLO: Questo Mar Rosso mi rammollisce e dà un senso di gelo come se le sue gocce gelate mi venissero addosso!!! Ora dipingo un faraone che affoga e mi vendico! Tu Rodolfo che fai?
RODOLFO: Tra questo cielo grigio della Parigi imbiancata dalla neve vedo comignoli che emanano fumi e vapori e penso a quel caminetto inoperoso come un vecchio signore che ozia. Le foreste prosperano sotto la neve, niente legno per noi, da ardere.
MARCELLO: Rodolfo ti suggerisco un pensiero poetico che puoi utilizzare: FA UN FREDDO CANE.
RODOLFO: Neanch'io credo esista più il sudore che imperla la fronte.
MARCELLO: Ho le dita ghiacciate come le avessi intinte nel cuore della mia amata Musetta che non mi vuole più.
RODOLFO: Anche l'amore arde ma come il nostro caminetto i suoi tizzoni si esauriscono in fretta.
MARCELLO: Sì. Basta un soffio a far bruciare un uomo
RODOLFO: ... mentre le donne rimangono solo a guardare.

MARCELLO: Stiamo gelando, non possiamo stare senza far nulla.

RODOLFO: Bruciamo il mio dramma che sto scrivendo, lo sacrifico per un po' di fuoco che ci scaldi. Atto primo, prendi e accendi.

Entra Colline filosofo in ambasce con al braccio alcuni libri.

COLLINE: Ho cercato di pignorare qualcosa ma al Monte di Pietà oggi non si accettano: è vigilia di Natale!

RODOLFO: Altro fuoco, serve calore, atto secondo, brucia!

MARCELLO: La fiammata si attenua già, abbasso l'autore!!! (Colline annuisce vigorosamente)

Finalmente giunge un quarto amico, il musicista Schaunard e li salva portando loro legna da ardere e provviste

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Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni

"Non lasciar cadere la profezia". Sono le parole che Dom Heldéer Camara, in un momento di lucidità della sua agonia, rivolse al suo collaboratore e amico Marcelo Barros, monaco benedettino e autore del libro: "Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni" uscito recentemente per le Edizioni EGA. Quell' appassionata preghiera a non lasciar cadere la profezia risuona molte volte nel libro e rappresenta il nodo in cui si intrecciano le vicende della vita dello straordinario Arcivescovo di Olinda e Recife, situate nel poverissimo Nordeste brasiliano. Davvero "una giornata di sole, in questi tempi bui, il Dom Camara dal nome strano per i brasiliani. La mamma, leggendo il nome
Heldér in un calendario olandese ne fu affascinata e volle darlo al suo piccolo. La profezia di Dom Heldér è la parola di Dio che si fa carne e impegna l' uomo a "sporcarsi" le mani con la politica e con la storia per
lottare contro le ingiustizie del mondo ponendosi sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, degli sfruttati.
Marcelo Barros sa leggere con grande acutezza tutte le pieghe della personalità del Dom. Insiste molto sul suo amore per la libertà che ha consentito al profeta di accostarsi ai potenti senza esserne condizionato e sempre per la causa dei poveri e che lo ha indotto a spostarsi da
iniziali posizioni integraliste a posizioni radicali in tema di sobrietà ed anche di critica ad una Chiesa troppo attaccata alle ricchezze. Diceva di vergognarsi a portare nelle processioni un ostensorio d' oro mentre i poveri non avevano cibo e tetto. Parlava con tutti e dai giovani ascoltava seriamente le critiche. Proprio da una domanda di un giovane prese lo spunto per condannare le nunziature, come forme di potere della chiesa. Aveva, dice Barros, civetterie e vanità che non intaccavano la sua coerenza evangelica ed erano la manifestazione della sua umanità concreta fatta di carne e sangue. Aveva anche limiti che riconosceva e accettava sulla base della sua grande fiduc

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Lo speziale di Binasco

"Dall'Alpe a Sicilia,
Dovunque è Legnano,

recitano due versi dell'Inno di Mameli e di fatto, se si scorre lentamente l'elenco di coloro che seguirono Garibaldi nella gloriosa spedizione dei Mille, ricorrono spesso quali nomi dei loro paesi di origine o di provenienza quelli di piccoli o sconosciuti borghi.
Ad esempio oltre a quello della città di Pavia significativo risulta l'elenco dei comuni della sua Provincia quali: Albuzzano, Belgioioso, Bereguardo, Copiano, Corteolona, Landriano, Marcignago, Vidigulfo.
Spostandosi poi dalla Certosa di Pavia verso Milano notiamo che la vicina Vernate ha offerto i natali a Giuseppe Sisti il garibaldino della sua frazione di Pasturago ma particolare attenzione merita, in questo ricordo, una visita presso il Cimitero di Binasco dove nella parte vecchia si offrono alla pietas del visitatore antiche tombe e tra di esse una, alquanto semplice e scolorita dal tempo ma sempre adorna di fiori, che sulla lapide riporta la seguente iscrizione: Marcello Candia/Chimico-Farmacista/1837-1894/Una Prece; la moglie Teodolinda Beretta Candia (1848-1877) gli riposa accanto assieme ad altri familiari.
Nome, quello di Marcello Candia, che ricorre spesso nella "Storia di Binasco" di Damiano Muoni allorché, con riferimento alle guerre risorgimentali si legge : " In questi ultimi anni di rivolgimenti e di lotte per conseguire la patria redenzione non furono pochi gli abitanti di Binasco e del suo territorio che per eroici fatti si mostrarono all'altezza dei tempi"..." Lunga è la lista di coloro che parimenti si distinsero nella campagna del biennio 1859 e 1860:Citeremo soltanto quelli che ricorrono alla nostra memoria...; il Candia, il Marcello e i due fratelli Melotti di Lacchiarella.." Marcello Candia:l'antico speziale binaschino, il combattente per l'unità d'Italia, altro non è che il nonno di un altro Marcello Candia " Il Marcello dei Lebbrosi" così chiamato da Padre Piero Gheddo che nel libro a lui dedicato cos?

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La lapide nera dei Dogi

Entrati nella imponente chiesa barocca di San Stae - nome che in dialetto veneziano significa Sant'Eustachio - si resta un poco sorpresi dal suo interno chiaro, non particolarmente pomposo ed " arrogante ", in vero contrasto con la facciata grandiosa dell'edificio che s'apre sul Canal Grande. In prossimità dell'ingresso principale il visitatore trova subito, ai propri piedi, una grande lapide nera, una sola lastra di marmo, con un teschio in rilievo. Vi si leggono, incise, le seguenti parole: NOMEN ET CINERES UNA CUM VANITATE SEPULTA. La posizione del sepolcro pare voluta, come se qualcuno, un tempo lontano, avesse deciso che quella lapide nera e la sua scritta fossero le prime cose che l'occasionale fedele o viandante, entrato nel tempio, doveva percepire. Una sorta di monito, su cui immediatamente l'uomo sconosciuto è chiamato a riflettere.
La scritta, come hanno attestato gli Studiosi dell'epoca settecentesca, è d'accompagnamento ai monumenti funebri dei Dogi dell'età Barocca. Ed infatti in questa chiesa sono sepolti i potentissimi dogi del 1700, Alvise II Mocenigo e Marco Foscarini.
L'iscrizione incisa sulla grande lapide nera merita una riflessione. Tradotta in italiano significa " il nome e le ceneri assieme confuse sono sepolte con la vanità". Ma ciò non basta, essendoci a mio parere, un significato che va " oltre" le lettere.
Cosa copre quella lapide? Innanzi tutto il NOMEN di un uomo. Certamente è un riferimento all'alto casato nobiliare, ciò che ha individuato e contraddistinto socialmente il Doge, nel suo potere e nella sua ricchezza. Tuttavia nella tradizione giudaico-cristiana, il " nomen" è quanto ha di più importante l'Uomo mentre è in vita. In questa tradizione di fede l'Uomo non è mai un soggetto generico. È il suo nomen che lo individua come singolo davanti a Dio. Chi ha il potere di dare i nomi alle persone, sin dall'Antico Testamento, è il Signore. Basta leggere il primo libro della Genesi, in cui, d

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La calcara

,
Un GIORNO DEL 1924 Riccobelli Felice in Francia per lavoro,
dice al suo principale francese,.
Io torno in Italia e cerco di fare qualche cosa, che mi consenta di vivere
onestamente al mio paese...

Sul treno di ritorno pensa, che la calce, per le costruzioni è
sempre stata nel suo comune prodotta e poi usata,
e con i vicini comuni forse anche commerciata.

Infatti nei boschi vi sono, qua e la parecchie tracce di calchere,
che per le nostre esigenze erano sicuramente troppe, anche se nei
cortili di ogni casa, vi era una buca della calcina, che come un giro di
ruota, la si prendeva e poi metteva, e mai doveva restare vuota

Quindi giunto a casa si procura picco, pala, e due lunghi pali per il piano
inclinato e così come un guerriero armato va nel suo non lontano
podere, con, entusiasmo e lunghi passi,
dove sa che vi è poca terra, ma in compenso molti e svariati sassi.

La lena di scavar di certo non gli manca, e dopo 60 giorni circa, la calchera
a forma di botte è pronta.

Lui di sicuro, nulla sapeva di Siracusa l'Archimede e, del suo punto di
appoggio per sollevare il mondo, ma da solo riuscì a spostare ogni pesante
masso, di forma sia quadrata oppure tutto tondo.

Nella costruzione della fornace vi è di sicuro dell'ingegno, perché vedi
ancora i sassi originali, ben fatti e sagomati, nonché come il posator voleva,
tutti bene allineati.

Se tu sosti davanti alla calchera ed osservi l'architrave
lo vedi grosso e pesante, ma posato dritto al posto giusto, così come si deve.

Lui le fatiche fatte le ha mai considerate, come mai nessuno, pur usando
Il manufatto, gli hanno nel giusto le giornate mai pagate.

Noi non sappiamo se alla prima accensione vi fecero festa, ma quel
che possiam pensare è che bevettero di sicuro del vino "clinto,, che anche a
Bione lo producevano quasi tutti, però se tu lo assaggiavi oppur fiutavi, non
restavi arcicontento
ma dall'odore e dal sapo

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   1 commenti     di: oreste vallini



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