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Racconti storici

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Soldato nella nebbia

Sera fredda e nebbiosa a Melegnano, non so cosa mi porta a camminare per la città con questo tempo e a quest'ora, forse il piacere di gustarmi le vie cittadine quando nessuno è in vista, guardare incuriosito i giochi d'ombra che si creano in anfratti debolmente illuminati con la nebbia a fare da principale comprimaria.
E così cammino riempiendomi gli occhi di immagini curiose ed irreali, facendo lavorare la fantasia immaginandomi situazioni suggestive come le solitarie vie che percorro ; sono in giro a curiosare e pensare, e, con poco, passo bei momenti sotto la magica nebbia o, quando a tratti questa si apre, sotto un fascio argenteo di luce lunare, eh si! Perché stanotte c'è anche la luna piena che impera sopra la coltre, soffice e immateriale, che incombe sulla città.
Mi ritrovo a passeggiare verso il castello, l'illuminazione fioca sotto la nebbia da dell'edificio un'immagine a tratti tremolante, da farlo sembrare un miraggio notturno, in certi momenti però riemerge nitido ed imponente a ricordarti che è lì da secoli e, quasi a schernire la tua piccola parentesi in questo mondo, lì rimarrà per tanto altro tempo ; non posso fare a meno di ammirarlo.
Nel fossato c'è una piccola luce bianca, hanno messo un altro riflettore? ! No! La piccola luce si muove, qualcuno con una torcia passeggia nel fossato e siccome sono tremendamente curioso, con un piccolo sforzo scendo e mi avvio verso questo signore che riesco appena a distinguere attraverso la nebbia che si fa piu fitta.
Ecco gli sono al fianco, lui mi ha notato da un po' dato che ha fatto piu cenni di saluto, ora che gli sono vicino mi sorride trasmettendomi una sensazione di tranquillità. Non ha torcia, ma è la sua intera figura ad emettere una chiara luminosità, è vestito da militare : tunica scura, credo blu, con cinturone e fibbia argentea, calzoni rossi, ghette bianche sopra gli scarponi e kepì rosso ; porta anche dei gradi sulle maniche che m'incuriosiscono attirando il mio sguardo in mod

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   1 commenti     di: Saverio


Il buffone

Io sono un giullare. Come? Sì esatto, un buffone. Ma non solo! Sono artista, musicista, menestrello, sognatore e fantasista sotto ogni centimetro della pelle. Sono quel genere di persona che non ha nulla e ha tutto. Che non vive per se stesso ma vive per gli altri. Che sogna storie e immagini luminose come stelle e le racconta a tutti coloro che hanno voglia di abbagliarsi e di sentire gli occhi lucidi. Mi piace saltellare da uno sgabello a una sedia su un piede solo, strimpellare la cetra prima con furore poi con delicatezza, urlare a squarciagola e poi abbassare il tono di voce come se avessi messo la testa in una botte! Ogni oggetto, ogni sensazione, ogni idea, è per me uno stimolo che si trasforma in magia. Un po' come i fiori. Riuscite a spiegare la meraviglia di un bocciolo che improvvisamente si trasforma in fiore? Ecco. Per quanto io non abbia lo stesso profumo (e credetemi, a viaggiare quasi tutti i giorni, non profumo affatto!), cerco di riproporre quella magia con tutto il corpo.
Ho imparato da solo ogni arte che potesse permettermi di agitare tutti i muscoli a scapito di un sorriso, semplicemente osservando e analizzando. Il cammino mi ha condotto da un paese all'altro cantando storie ai fornai la mattina presto, ai giovani bambini delle piazze mercato, ai costruttori delle grandi cattedrali che salivano piano piano nel cielo come a volerlo toccare. Le voci correvano di paese in paese. Mentre cavalcavo il mio piccolo asinello sentivo in lontananza qualcuno che urlava "Arriva il cantastorie!", "Eccolo il buffone!", oppure "Si si è proprio lui! È arrivato!". E ogni volta era un'entrata trionfale. Ho seguito così il flusso della vita fino all'ultimo giorno. Fino a oggi.
Dovete sapere infatti che con fatica e sudore ero riuscito finalmente a diventare giullare di corte in un regno del Nord. Una sera, mentre tornavo dalla solita serenata alla locanda, la strada verso casa mi parve diversa, più lunga, e intrapresi una scorciatoia. I passi div

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   3 commenti     di: Andrew Abel


Il primo respiro del mattino

Giovane e ingenuo, affidai le mie speranze e la mia onestà di inesperto guerriero al nostro generale, soldato aduso a guerre e saccheggi, divoratore di giovani destini, oppio dei nostri cuori, mia ed altrui dannazione.
Io, Marco Lucio Decimo, maledico quell'uomo e tutta la sua stirpe, che possa girare in eterno intorno ai campi elisi senza che questi accolgano mai la sua ombra tra le loro mura.
Affamato di gloria e di ricchezza, lo avrei seguito in capo al mondo, anche oltre se mi avesse ordinato di farlo, sarei salpato solo con lui in cerca di Atlantide, superando le colonne di Eracle, pronto a combattere contro tutti i mostri che vivono nel mare Oceano.
Arrivammo alle porte della città mentre stava albeggiando, il primo respiro del mattino, come il generale chiamava quelle ore.
Arringò subito la truppa, per preparare gli uomini all'imminente battaglia.
- L'acre sapore della guerra, l'aria bollente dei bronzi infuocati, vi riempirà i
polmoni e vi condurrà alla vittoria, come sempre è stato e come sempre sarà.
Siete cento ma è come se foste diecimila. Guardate quegli uomini, sugli
spalti; ormai avranno saputo chi siete, e vi dico che essi stanno tremando.
Come tremano tutti coloro che incrociano le vostre strade. Voi siete i cento
lupi di Soros! -
Passò in rassegna le nostre file, chiedendo a ognuno di noi se era pronto a sacrificarsi per la vittoria, ottenendo sempre la medesima risposta - Per Soros e per Roma! -.
In breve tempo gli arieti e le testuggini riuscirono a praticare una vasta breccia alla base delle mura, e all'improvviso un profondo silenzio scese sulla città e sull'accampamento. Un altissimo grido si levò allora dalle nostre gole e ci mettemmo in marcia per raggiungere il varco, proteggendoci con gli scudi contro i pochi dardi lanciati dal nemico asserragliato sugli spalti e soggetto al tiro micidiale delle catapulte, delle baliste e degli scorpioni dei nostri artiglieri.
Non trovammo guerr

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LE CARBONAIE PIEMONTESI: Un tuffo nel passato - Dove nasce la leggenda dell'"Uomo Nero"

È curioso ed oltremodo entusiasmante per me sapere quante cose nuove, oltreché interessanti, si possono scoprire ogni volta che "si mette il naso fuori di casa". Appena fuori di casa, devo dire in questo caso: solo ad una sessantina di Km. da Fossano.
Ultimamente, col CAI di Fossano, ospite del CAI di Pinerolo, si parte alla volta del giro dei Tre Denti, in Val di Noce. Ad attenderci a Pinerolo un gruppo d’escursionisti simpatici e cordiali del CAI locale. Colazione veloce al bar e via verso la Frazione di Talucco, punto di partenza per l'escursione a piedi. Ed anche inizio del percorso ecomuseale della Carbonaia, come ci spiega la nostra guida dalla fulgente chioma bianca, Eraldo Quero, perché proprio nei boschi sopra questa frazione, si svolgeva, fino ad un certo periodo, un duro e faticoso mestiere, quello del carbonaio. Ed io, figlia di una terra di minatori, non posso fare a meno di essere incuriosita da questo racconto che ha un alone quasi di favola, anche se questo mestiere ha cessato di vivere solo intorno al 1975.
Il carbone di legna veniva prodotto col sistema delle carbonaie da almeno 5000 anni ed usato non solo per il riscaldamento delle abitazioni, ma anche in campo industriale, chimico e siderurgico e nella cottura della ceramica. Per la sua combustione senza fumo né fiamma e per la quasi assenza di zolfo, la produzione di questo modesto "oro nero" raggiunse il suo apice nell'impiego industriale nel 1700-1800; ed anche agli inizi del '900, tra le due guerre mondiali, nonostante l’avvento del carbon fossile, del petrolio e dell'energia elettrica, la sua richiesta si mantenne molto alta. Tant'è vero che, nei boschi di tutta Italia, massimamente in Umbria e nella Sila calabrese, oltreché in queste zone, dal mare ai 1500 m. d’altitudine, come in Francia, Spagna, Africa o nei paesi balcanici, si muovevano compagnie stagionali anche di circa 30 persone fra tagliatori, carbonai e aiutanti.
Il carbone vegetale si ottiene dal le

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   1 commenti     di: Ada FIRINO


La Brigata del Duca

Si apprestava a uscire, il Duca. La sua epoca volgeva all'occaso, la storia gli girava le spalle.
Il suo tempo ormai era concluso.

Aveva cominciato la giornata con la vestizione, anche se immaginava che all'uscita non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo. In cuor suo sperava solo di non assistere ai lanci di frutta e al "codardo oltraggio" lungo la via dell'esilio, che temeva facesse seguito al "servo encomio" che molti gli avevano tributato da quando era asceso al trono, e che molti tributavano ai regnanti spazzati dall'onda di "mar commosso" che li colpiva.
E più l'encomio era stato servo, maggiore era, poi, l'oltraggio.

Un'insolita calma "regnava", si può ben dire, nel Palazzo Ducale, nessuno si faceva vedere, e questo gli metteva una certa ansia, unita al fatto che sarebbe stata l'ultima volta che avrebbe percorso i corridoi e le stanze che costituivano la reggia.

Sapeva che si era comportato bene, specie in quell'ultimo atto, non aveva voluto che nessuno si facesse male. La sorte era segnata e dunque era inutile sacrificare il suo piccolo esercito in una difesa che sarebbe stata vana di fronte ad un esercito tanto più numeroso e armato del suo.
"Sono più belle le nostre uniformi, che efficaci e numerose le armi" - aveva detto al suo consigliere.
Tutta la rabbia, l'aveva riposta in una lettera fatta recapitare all'ambasciatore di chi stava per impossessarsi del suo Ducato.
"Noi dobbiamo dunque a nostro malgrado volgere lagnanze verso il governo nostro vicino che intese a soppiantarci e, senza giusti motivi, considerarci come nemici..."

"Touchez..." almeno pensava lui, toccava con la penna, perché non aveva potuto farlo con la spada.

Percorrendo l'ultima parte dei corridoi, e avvicinandosi alla porta, cominciò a sentire il rumore che fanno le persone in silenzio, dentro il palazzo e fuori dal grande portone che si apriva sul cortile interno dove lo aspettava la carrozza che lo avrebbe portato verso l'esilio. Che poi tanto esilio non

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Il Murenaio

Ponza all’epoca dell’imperatore Tiberio

La piccola nave oneraria ha appena lasciato il porto di Ostia per dirigersi verso l’isola di Ponza.
Heraclides, il gubernator (capitano/timoniere), di origine greca e con una grande esperienza alle spalle, dopo aver impartito gli ordini a Rufinus il pansarius (secondo e nostromo) per raggiungere il mare aperto, sale a prua per valutare lo stato del mare e “fiutare” il vento.
“Il mare è calmo ed il vento, anche se debole, soffia a nostro favore, se tutto procede così arriveremo a Ponza all’ora undecima!”
“Sì è così, Heraclides.” Conferma soddisfatto Rufinus.
“Hai controllato bene la zavorra, Rufinus?” Gli dice con tono di comando, anche se conosce bene le qualità del suo nostromo, ma gli piace ribadire, anche nei compiti abituali, la sua prerogativa di comandante della nave.
“Sì, la zavorra è ben distribuita e salda allo scafo.”
“Bene, bravo!” Gli risponde con sussiego.

Dopo tanti anni di mare e di esperienza anche sulle naves longae sulle quali ha combattuto in diverse battaglie, vuol dimostrare che solo l’età e la famiglia cui deve provvedere l’hanno indotto a comandare navi mercantili, ma che l’autorità e la professionalità non sono mutate.
Spesso, durante le navigazioni lunghe e le bonacce, si compiace di raccontare ai suoi marinai le sue “gesta” d’intrepido guerriero del mare, anche se loro, ormai, conoscono quasi a memoria tutti i fatti narrati e lo sopportano perché, in fondo, è un brav’uomo ed un ottimo marinaio e navigare con lui, li fa sentire più sicuri che con altri comandanti.
Grazie al suo carattere ed alle sue conoscenze, riesce sempre a trovare dei buoni clienti che si affidano a lui e difficilmente stanno lungo tempo senza un ingaggio.

“Anche questa volta torniamo a Ponza capitano!”
“Sì, andiamo a caricare alcune derrate alimentari ed anche questa volta un bel numero di murene, con la differenza, però, che il nostro committent

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   1 commenti     di: Sergio Maffucci


Leningrado. Sì, assediati mangiavano i cadaveri

Dell'assedio di Leningrado è stato scritto tanto. Inoltre, recentemente, sono stati aggiunti dei particolari talmente orrendi e nudi, che non credo di poter aggiungere qualcosa di nuovo su questo tema. Penso, che ciascuno di noi ha provato a mettersi al posto di quella gente, che ha vissuto un incubo indescrivibile. E ciascuno ha tratto le proprie conclusioni. Ma la notizia più sconvolgente era il riconoscimento ufficiale dei casi di cannibalismo. Sì, assediati mangiavano i cadaveri. Molti tremarono dall'abominazione e dall'orrore. Ma era davvero tanto abominevole? Oh, è facile discutere e condannare, quando il vostro bambino ha appena pranzato a sazietà e sta giocando nel cortile con gli amici altrettanto sazi!

Non mi metterò adesso a parlare di me, a che cosa avrei fatto io al posto di quella gente. Ma posso dire con sicurezza che non avrei sacrificato mai la vita del mio bambino per le convezioni mondane! Ed avrei fatto giurare i miei, nel caso dovessi morire per prima, di usare la mia morte per ammazzare le altre, le loro morti! La morte è sempre insensata, ma in questo caso avrebbe potuto ridare la vita. E far continuare la mia!
Di quel pezzetto di terra, sulla riva sinistra del fiume Neva, non ho fino ad oggi un'opinione determinata. È difficile dare una valutazione giusta. Certamente, nessuno mette in dubbio il valore di questa terra fino a quando il commando aveva intenzione di rompere l'assedio proprio in quel posto. Era così grande quel valore, che persino i fiumi di sangue versatici, nel senso letterale di questa parola, erano umanamente giustificati. Ma quando divenne chiaro che lo sblocco dell'assedio non sarebbe avvenuto là...
E dimmi, davvero era talmente necessario continuare a trattenersi quei pochi chilometri di terra, fertilizzandola ininterrottamente con il sangue della gente sovietica? Ho letto, che questa decisione fu presa basandosi su considerazioni ben definite, non si poteva togliere la speranza d

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   3 commenti     di: Tajvi Tum



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