username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti storici

Pagine: 1234... ultimatutte

Amos e Mario. Italia anno di guerra 1943- IIa parte

A fine marzo 1943 Mario aderì al minuscolo gruppo clandestino di operai della fabbrica in cui lavorava. Divenne lui l'uomo che piazzava i pochi volantini all'interno dello stabilimento, gli venne insegnato come fare e quando muoversi. Apprese così che il materiale cambiava più volte mano, c'era un passamano di distribuzione interna tra i pochissimi attivisti. Si facevano delle " uscite" con questa stampa, poi si stava fermi per giorni e giorni in attesa degli eventi e che si calmassero le acque. Oltre a questo, Mario partecipava alle riunioni molto segrete del gruppo, alle quali erano presenti politici antifascisti che avevano già conosciuto il confino e in taluni casi erano ancora dei sorvegliati speciali. Conobbe così un muratore socialista, un calzolaio comunista, due avvocati , tutte persone che vivevano e agivano nell'ombra e nel pericolo per mantenere i contatti con altri gruppi nel territorio provinciale e oltre ; lo scopo era quello di diffondere e coinvolgere il più possibile in una protesta, contro la guerra e le condizioni di vita, anche le altre fabbriche della zona industriale e del porto.
Mario iniziò così una vita tesissima : smontava dal turno alle sei del mattino, dopo dodici ore alla lavorazione della pressa, riposava qualche ora a casa, appena qualche ora di sonno, duro e pesante ; poi via, nuovamente, egli spariva in qualche riunione con gli altri compagni. Si incontravano in posti oscuri e disparati: vecchi casoni da pesca abbandonati ai margini della laguna, il retrobottega di un tipografo o di qualche artigiano fidato, persino in una canonica... in questi incontri ci si scambiava opinioni su come procedeva della guerra, si ricevevano incarichi, si studiava come allargare la rete di penetrazione della protesta.
In casa, la madre di Mario non lo vedeva quasi mai e la poveretta lasciava per ore, sulla tavola, il piatto della cena destinato al ragazzo. Il padre,

[continua a leggere...]



Sicura, verso la morte

Sicura verso il patibolo, vai, con la stessa spavalderia con cui hai affrontato il tuo processo.
Che processo! Uno spettacolo di scimmie danzanti non ti avrebbe fatto ridere come il tuo procedimento giudiziario.
Ti hanno accusato di "esaurimento del tesoro" e sei scoppiata a ridere come una pazza. Persino i tuoi accusatori si sono spaventati da tanta ilarità.
Hai riso, con le lacrime agli occhi e la bocca coperta dal fazzoletto di seta cinese. Hai riso perché i tuoi aguzzini sono stupidi, talmente stupidi che a confronto un fagiano pare un aquila.
E quando hai finito di ridere, con i dolori alla pancia, hai detto -Ma, signori miei, quel denaro mi serviva per mangiare.-
E te ne sei andata, trascinata dalle guardie, mentre dietro di te la folla ti urlava contro i peggiori insulti.
Mentre venivi portata via, si è avvicinato quell'avvocato.
Quell'avvocato dal naso grosso e la testa piccola. Quello buffo, come si chiamava? Roberten? Rubensierre?* Non importa.
L'uomo si è avvicinato a te e gli hai lanciato uno sguardo velenoso. Forse sarebbe stato più sensato non farlo, ma tu hai sentito il dovere di rivolgergli quell'occhiata, a quell'uomo di cui non ti ricordi il nome ma che sai con certezza, come sai che i la luna brilla solo di notte, che lui è uno degli artefici della tua rovina.
L'avvocato ti ha risposto scrollando le spalle, in volto la stessa espressione che ha un medico quando guarda un malato prossimo alla morte.
Non sei riuscita a vedere dove andava perché le guardie hanno ripreso a trascinarti via e ti hanno riportata in cella.
Là, sbattuta in quella prigione senza finestre, con negli occhi il volto dell'uomo senza nome e la consapevolezza della tua innocenza riguardo a quella assurda accusa che brilla nella tua mente.
Cosa ne vuol sapere il popolaccio del tuo desiderio di gola, manifestato nel bisogno di mangiare continuamente?
Come quella medicante che tanti anni addietro era venuta davanti a te, prostrandosi ai tuoi piedi e portand

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Giulia Brugnoli


Miniere pericolose ( Ultima parte )

Una sottile ed invisibile brezza soffiava alzando la polvere verso il cielo.
Questa cielo accoglieva l'ospite, ma nello stesso tempo la mandava via.
Dal vetro di una finestra, un raggio birichino attraversava le mura di una stanza, accogliendo la polvere festeggiando.
Dentro questa stanza, tutto si evolveva in un turbinio di corse, sorrisi, pensieri, accolti da una improvvisa felicità.
Pulizie, anche cinque comuni ragazzi sono chiamati ad eseguirle. Dal più grande al più piccolo, ognuno eseguiva il suo compito, con maestria e devozione.
Antonina lasciò che l'acqua pulisse i piatti e le credenze, avvolta in un sorriso misterioso.
Le sue perfette mani ormai eseguivano i comandi senza un ordine preciso, si muovevano e basta.
Lucia e Tore vagavano per la casa, porgevano aiuto, ed eseguivano i loro compiti.
Armati di un fazzoletto a testa, combattevano la polvere che campeggiava negli angoli più bui della casa, prendendo tutto alla pazza gioia, eseguendo battaglie, creando personaggi. Così è la mente dei giovani, eseguita e allargata alla fantasia, non si preoccupa di ciò che può accadere, non ha pensieri fissi dentro.
Terrificante il bagno. Forse uno dei più peggiori luoghi da pulire, ed oggi toccava proprio a Fannì. Detestava pulirlo, con tutto il cuore, infatti sul suo viso comparivano smorfie, lamenti. Anche lei con un fazzoletto passava e puliva delicatamente il lavabo, la doccia, e tutto il resto. Forse la rallegrava il Sole, forse.
Maria si divertiva a cantare. Allungava le coperte, sbatteva i cuscini, insomma ordinava i letti e le camere. Nel frattempo, cantava qualsiasi cosa, anche una semplice melodia, accompagnata da qualche cinguettio. Finì per prima le faccende, e corse giù dai fratelli.
<<Ho finito! A chi serve aiuto?>> Maria era troppo spensierata per capire realmente a chi serviva l'aiuto.
Era mattina, molto presto, ma già Antonina pareva molto sveglia, severa. <<Mari.. vai da Fannì, la sento fin qui lamentarsi.>>
<<Oh..

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Giuseppe Tiloca


I grandi Santi che hanno fatto la storia: Santa Maria Goretti

Il 6 luglio 1902 nel tentativo di sottrarsi ad una violenza sessuale, Maria Goretti subisce con un punteruolo 14 ferite e dopo una lenta agonia di 24 ore, muore alla prematura età di 11 anni, 8 mesi e 21 giorni presso l'ospedale di Orsenico di Nettuno. Il 24 giugno del 1950 Papa Pio XII la canonizza, perché: " con una forte e generosa volontà, sacrificò la sua vita pur di non perdere la gloria della verginità".
Ma cosa ha di tanto speciale la Goretti rispetto alle tante donne che oggi vengono violentate o soppresse? Anche per loro, perché non si parla di santità, ma solo di martirio?
La santità di Maria Goretti si concretizza non soltanto negli ultimi istanti della sua breve vita con l'immediato quanto clamoroso perdono offerto al suo assassino, ma nasce e si sviluppa nella quotidianità e all'interno della sua famiglia.
All'età di 10 anni, Maria perde il padre stroncato dalla malaria e nonostante la propria sofferenza, consola la madre dicendole: "Mamma, non ti preoccupare... io prenderò il tuo posto in casa". È grazie alla generosità dell'adolescente che la madre può sostenere la famiglia con il lavoro nei campi, prendendo il posto del defunto Luigi Goretti.
Del padre Maria assimila il senso della Provvidenza che si manifesta anche nelle più grandi difficoltà, mentre dalla madre la fanciulla impara il primo rudimentale catechismo, ma è da entrambi che Maria apprende l'umiltà e il rispetto per il lavoro.
Con naturalezza l'adolescente si occupa della colazione, dell'approvvigionamento dell'acqua al pozzo, della cura dell'orto e del pollaio, della pulizia delle stanze, della cucina, del rammendo degli indumenti e della cura dei fratellini : Angelo, Mariano, Alessandro, Ersilia e Teresa. E sul finire della giornata Maria recita le preghiere che però spesso non completa per la stanchezza.
Nonostante l'impegno e la premura profusi, la piccola Maria riceve i rimproveri della madre, in qualche occasione riceve schiaffi e calci e una tan

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Fabio Mancini


Sotto falsa bandiera

Il notaio Di Girolamo entrò nella stanza, dove fu fatto accomodare su una poltroncina davanti alla scrivania.
"Prego notaio, leggiamo questa lettera postuma del Saccaccini, sono curioso" disse il commissario Sacco.
Il notaio cominciò la lettura della lettera...

Cari concittadini,
a distanza di trenta anni ho chiesto allo studio del notaio Di Girolamo, di rendere nota questa mia.
Tutti sappiamo della mia morte avvenuta per mano del regime che oggi ci tiene sotto il suo giogo. Spero vivamente che, a distanza di tanti anni, la dittatura sia finita attraverso la progressiva presa di coscienza della popolazione sulla natura del regime che oggi ci opprime.
La mia morte avrà certamente provocato un ampliarsi dei sentimenti di ostilità, che vedo oggi sempre più manifestarsi nella nostra città e nella nazione in generale.
Per rendere omaggio alla realtà, però, voglio confessarvi, anche se in maniera postuma, la realtà di questi giorni.
La causa della democrazia e del riscatto di tutto il nostro popolo, sono stati per me la pietra miliare, il faro a cui volgere sempre il mio sguardo, il fine da perseguire senza incertezze e con tutti i mezzi. Non è stato lo spirito machiavellico che mi ha spinto a progettare ciò che ho fatto, ma quello di rendere un servigio, di essere agevolatore, di dare un contributo alla fine della dittatura.
La sostanza della giusta causa, non può interferire con l'azione delle persone per mano delle quali procede, né con le loro motivazioni personali.

Vi confesso oggi che la mia uccisione, trenta anni fa', non è stata opera del regime che combattevo, ma dei miei stessi compagni di lotta. D'accordo con me.
Il Danti, il Marchi e lo Scotti hanno eseguito ciò che io gli avevo ordinato.
Oramai mi restano pochi mesi di vita lucida, prima che la malattia mi renda estraneo a me stesso, così ho pensato di fare della mia vita una vita martirizzata per una causa superiore.
L'omicidio, lo sapete, avverrà nel bar in piazza, co

[continua a leggere...]



La storia di Camille, tra i fiori di settembre

Il mio nome fu Camille, cui volli aggiungere Marie, per la salubrità dei luoghi, splendide marine che ispiravono i miei dipinti, generalmente realizzati dall'unione di tinte trasparenti, proprie dell'acquerello, con qualche pennellata di colore ad olio. Realizzai anche con i pastelli, sullo sfondo acquerellato, l'immagine più sentita, quella delle maternità. Il mio casato fu quello dei marchesi di Belamì. Erroneamente, sono passata alla storia col nome di Mary Cassatt.
Fui la più oltraggiata tra le autrici, che nelle proprie raccolte, si ispirarono alle tonalità morbide degli eclettici pittori dell'Impressionismo. A ferirmi, non furono gli Impressionisti, verso i quali nutrivo ammirazione... ma i loro adulatori.
Io amavo la grafica e il colore, ma non avevo conoscenze... Sapevo bene di esprimermi secondo le mie emozioni, ma succube della concezione edonica, per la quale, non è concesso al pubblico meno addottorato, sapersi esprimere, mi trovai nell'anomala condizione, di chi chiede un parere: non per sapere, ma per avere un attestato d'amicizia. Ero una giovinetta; intrattenevo gli "amici" di papà, mostrando i miei lavori... Ma mi persuasi presto che il mio interpellarli, equivaleva per loro ad una supplica... Di poter fare parte anch'io, di un mondo d'élite, che invece, detestavo. Ad ogni richiesta, mi sentivo anch'io: era come se manifestassi la mia estrema volontà: "Illustre gente, datemi un parere... ad ognuno di voi farò un regalo."
Il nome di Cassatt (cosa da nulla), non mi fu dato, non dall'ambiente dell'aristocrazia borghese, né dall'umile gente di provincia. Furono gli avanguardisti di maniera, ad affibbiarmelo, confinandomi tra le donne, che osavano avere velleità artistiche. Gli avanguardisti erano gruppi radicali, che si opponevano a qualsiasi manifestazione, dell'Io libero e pensante. Essi, come solevano definirsi furono la borghesia incipiente.
Io non ero una fanciulla estroversa, a parere di tutte quelle persone, che abitualmente and

[continua a leggere...]



Il segreto di villa concamarise

La vecchia serva Erminia era l'unica a conoscere il segreto di Villa Concamarise.
Erminia era una donna piccola, vecchia e curva. Si occupava di mansioni secondarie nella villa: in inverno badava che il fuoco non si spegnesse nel grande camino con la cappa sostenuta da due grifoni di tufo. In estate provvedeva a cercare erbe officinali nel grande parco, da usare per i decotti e gli impacchi.
La villa era grande e servi e serve giovani si occupavano dei lavori pesanti. Preparavano i cibi nella grande cucina che aveva la parete occupata da pentole in rame. Accudivano i cavalli nelle scuderie, gli animali nella stalla; in estate falciavano le messi, in autunno facevano la vendemmia. Inoltre nelle dependance c'erano falegnami per aggiustare carri e botti; fabbri per la manutenzione di portoni, serrature e per forgiare alabarde e spade; maniscalchi per ferrare i cavalli. E poi ancora tessitori, lavandaie, cameriere...
Erminia non aveva la forza per dedicarsi a queste attività. I suoi compiti erano di secondaria importanza, con una eccezione.
Due volte al giorno, la vecchia saliva il grande scalone col soffitto affrescato per arrivare al piano superiore. Da lì seguiva una scala di servizio per arrivare ai granai. Attraverso alcune stanze oscure stipate di ferraglia e oggetti in disuso, arrivava a una scaletta di legno con in fondo una porticina chiusa che immetteva nella torre Est. Questa era una cameretta con il pavimento di mattoni e finestre a bifora su due pareti. In quel posto era custodito il segreto della villa e questo segreto si chiamava Isabella.
Proprio così. Una fanciulla bella e bionda viveva rinchiusa lassù dove trascorreva le lunghe giornate da sola, senza nessuna compagnia. Fra la servitù, solamente la vecchia sapeva della sua esistenza e aveva ricevuto dal Conte Ottavio, il compito di accudirla. Portava gli avanzi dei cibi dalla cucina, peraltro abbondanti, cambiava l'acqua nel secchio di rame, portava dabbasso e svuotava i recipienti sporchi.

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: sergio bissoli



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Racconto storico.