Già dall'ingresso dell'enorme maniero di pietra grigia, si udiva il dolce brusio misto a musica, tipico delle grandi feste. I menestrelli cantavano e suonavano i loro liuti e tamburelli mentre le zingare del vicino campo ballavano per gli innumerevoli invitati, seguendo il ritmo delle veloci note irlandesi, il ritmo della libertà.
Mona si tolse il pesante mantello di pelliccia e lo porse ad uno dei servitori, con un sorriso che le guadagnò un'occhiataccia da parte di sua madre.
" Dai troppa confidenza alla servitù Mona. Non è appropriato."
" Sono solo educata, Madre."
Il vestito, che indossava in occasione della grande festa dei McConnelly, era stato fatto realizzare dalle migliori sarte di tutta Irlanda, ma Mona non vi badava, era sua madre che aveva insistito tanto. Il colore rosso le donava molto, metteva in risalto la sua pelle chiara e gli occhi grandi e profondi. La stoffa pregiata fasciava il suo corpo e la scollatura quadrata lasciava immaginare le forme abbondanti della nobildonna nel fiore della gioventù. Una cintura di finissimi fili d'oro stretta in vita, richiamava i preziosi ricami della stoffa e i bordini delle maniche ampie. I lunghi capelli castani erano raccolti semplicemente in una treccia chiusa da un nastro color del fuoco vivo.
Sua madre la guardava compiaciuta, con il sorrisetto di chi la sa lunga e crede che sua figlia sia la ragazza più bella della nazione.
La Famiglia O'Sullivan fu annunciata e introdotta nel grande salone, sotto gli sguardi curiosi e le occhiate di ammirazione di tutti i presenti. Era senza dubbio una delle famiglie più potente e in vista del paese e la loro presenza ad una festa era costantemente richiesta e segno che il padrone di casa aveva un certo spessore sociale. Mona era la giovane donna più corteggiata di tutta la verde isola, ma non aveva un carattere facile, così non aveva ancora accettato uno dei suoi pretendenti. Anzi, si divertiva molto a farli penare e a dar loro, infine, un'amara delusione
- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat
Edimburgo, 18 febbraio 1567
PREMESSA: Ci troviamo alla corte della regina di Scozia, Maria Stuart, sposata a suo cugino Henry Stuart, Lord Danley. È stato da poco assassinato l'amante di Maria, l'italiano Davide Riccio, da parte di un gruppo di nobili protestanti ostili alla regina.
Il sole stava per tramontare su Edimburgo, e gli abitanti di Holyrood Palace, sede della corte reale, si preparavano per coricarsi, al termine di un'altra lunga giornata.
Nello sfarzo dei suoi appartamenti, la regina Maria sedeva di fronte ad uno specchio che ne rifletteva il bel volto pallido e scavato dalla stanchezza, mentre Emily continuava a passarle la spazzola tra i capelli bruni, con gesti rapidi e ripetitivi, in silenzio. Maria non pareva fare caso alla serva, ma fissava con aria assente la propria immagine riflessa, apparentemente senza vederla. Ma per lei, quello specchio rifletteva molto di più del proprio volto stanco e triste; in quel pezzo di vetro la regina vedeva materializzarsi i propri pensieri cupi, vedeva volti conosciuti e immagini vecchie e nuove di un passato drammaticamente e improvvisamente spezzato.
Il volto del suo amato Davide Riccio, l'umile musico italiano che aveva rapito il suo cuore di regina, e che negli ultimi tempi era diventato per lei molto di più di un semplice segretario personale, le sorrideva dall'altra parte dello specchio, e lei lo avvertiva così vicino, così reale, che, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto toccarlo...
Vedeva i suoi occhi color cielo e i lunghi riccioli che gli ricadevano sulla fronte, così morbidi e setosi, e quel neo sul collo che pian piano aveva imparato ad amare e a desiderare come il resto del corpo di lui. Le pareva di sentire il suo profumo, così diverso da quello degli altri uomini di corte, così genuino, da uomo di mondo, avrebbe persino potuto definirlo rude... Eppure per lei aveva la delicatezza e la soavità della musica più dolce che si potesse suonare.
“Vostra Maestà, io ho terminato.
CAPITOLO UNO: LA LETTERA.
“Mia dolce Katia... scusami per non aver potuto scriverti prima. Sono stati giorni molto intensi. Abbiamo fatto un viaggio lungo e pieno di insidie per arrivare in Italia. Io e la mia compagnia ora ci troviamo in un paese di collina molto piccolo... si chiama Marzabotto. Abbiamo appena terminato l'insediamento e creato il nostro quartier generale all'interno del municipio. Il sindaco non ha opposto una grossa resistenza al nostro arrivo, così come la gente del luogo. Del resto sono persone molto semplici, a giudicare da quello che ho potuto vedere da due giorni a questa parte. Quasi tutti sono contadini o agricoltori. Le donne ed i bambini sono molto spaventati, lo leggo nei loro occhi. Non siamo stati certo discreti al nostro ingresso in paese. Quasi tutti si tengono alla larga quando ci vedono perlustrare le strade... non ti posso nascondere che la cosa mi dispiace un po'. Tu mi conosci, amore mio. Sai quanto io sia sempre stato una persona socievole con tutti. E mi piacerebbe molto sentire la storia di questo luogo dai suoi abitanti. È un paese bellissimo e vorrei che fossi qui per vederlo assieme. Pare un piccolo angolo di paradiso incontaminato. Posso sentire le melodie degli uccelli durante tutto il giorno... l'aria è pulita e ovunque ti volti puoi vedere tanti alberi e prati pieni di fiori. Mi rendo conto che noi siamo fuori contesto in una cornice del genere e credo che nessuno degli abitanti si aspettasse che il conflitto potesse arrivare sino a qui... ma si sa come vanno queste cose, purtroppo. I nemici sono dappertutto ed hanno certamente pensato che le tante colline attorno a questa zona possano essere un ottimo punto strategico... non sono certo degli stupidi. Il maggiore Reder è certo che fra i colli si nascondano parecchi combattenti dell'armata Stella Rossa, che ha dato parecchi problemi alle armate fasciste ultimamente. Abbiamo avuto precisi di rastrellare accuratamente il territorio e catturare quanti più prigion
Tonino era un giovane di poco più 17 anni, da poco aveva smesso i pantaloni corti dei giovani e camminava per Piazza Carità, come tutti camminava rasente il muro, no che avesse rubato o ucciso, ma di quei tempi appena si udivano gli stivali dei tedeschi potersi trasformare in un camaleonte e confondersi con il muro pareva di essersela cavata. E invece quella mattina per lui non fu così, fu preso insieme a tutti gli altri, spintonato, urtato, e messo sul camion, stavano tutti ammassati, nessuno di loro aveva il coraggio di parlare, molti piangevano e vedere uomini adulti piangere di un sommesso pianto disperato faceva veramente male. Ora il camion era strapieno e si mise in moto, si guardarono, si stringevano gli uni agli altri, la paura era diventata un sentimento solido tanto che si poteva affettare come un salame, qualcuno timidamente cercava di darsi un contegno di persona saputa:
"Vedrete, ci tengono solo per accertamenti, appena vedono che non siamo ebrei ci lasciano andare."
E altri: - Ma che ne sai tu? , dicono che ci bruciano vivi, fanno uno strato di legna, poi uno di stronzi come a noi poi uno di legna, un altro di stronzi fin sopra a tutto e ci danno fuoco.
Qualche padre di famiglia sorpreso con il figlio gli tappava le orecchie e diceva:.
-Ma che dite, andiamo tutti a lavorare. e poi rivolto al figlio "Gennarì, mi raccomando, non dire mai che sei stanco, ma lavora più degli altri se no non ti fanno mangiare.
Arrivarono al campo, furono fatti scendere, furono divisi i padri dai figli, i giovani dai vecchi, i malati dai sani, li fecero sedere a terra e li rimasero per tutto il giorno, poi verso sera i malati furono portati via, dissero in ricovero, ma dopo poco si sentirono le mitragliette e qualche urlo tipo."VIVA LA LIBERTA'" e poi un gran cupo silenzio, i vecchi partirono per prima, il camion e poi il treno, per la Germania, a far che non si sapeva o meglio non si voleva pensare.
Il nostro giovane Tonino con le spalle al muro quasi fosse stat
Mio caro e vecchio amico,
più di trent'anni sono passati da quell'ultimo saluto alla stazione. Ricordo ancora le tue valigie fatte di corsa e la pioggia che batteva sui vetri della mia camera, che tante, troppe volte aveva assistito ai nostri assolati pomeriggi, trascorsi a parlare di musica e di amori finiti male. La stazione che faceva da sfondo al nostro amaro arrivederci, aveva l'odore acre dei giorni di pioggia e i passanti correvano frenetici verso chissà quale destinazione. Rivedo ancora il treno allontanarsi piano e sparire all'orizzonte;rimasi, allora, a fumare una sigaretta prima di tornare verso casa, col bavero del cappotto fin sopra la testa per ripararmi dalla pioggia. Era l'8 maggio 1978. L'inizio della fine, potrei aggiungere adesso, vista la triste realtà che ci avrebbe atteso, sorpreso. Mi fermai a bere del cognac, nel bar sotto casa, e discussi animatamente di politica con dei vecchi che, tra una un bicchiere di vino e una partita a scopone, citavano Marx e mi raccontavano dei loro trascorsi in guerra. Tornai a casa quasi ubriaco quella sera, e non appena poggiai le spalle sul letto, caddi in un sonno profondissimo. Venni svegliato la mattina verso le undici dalle grida del vicino;un democristiano militante, di quelli che invitano i preti a cena e vedono in tutti gli angoli di casa, aggirarsi l'oscuro spettro del comunismo. Gridava al telefono, penso, parole che non distinguevo bene, e batteva pugni sul muro, come in preda ad un raptus di follia. Mi alzai di scatto dal letto e poggiai l'orecchio sulla parete, per capire se aveva bisogno di aiuto, oltre che per pura curiosità.
- Le B. R. hanno ammazzato Moro, hanno trovato il corpo in una Renault rossa, in via Caetani-;
nonostante ci dividesse una gelida colata di cemento, poggiai la mano sul muro, quasi a voler lenire simbolicamente il suo dolore e la sua rabbia. Più di trent'anni oggi sono passati dal nostro ultimo saluto alla stazione sotto la pioggia, cosi come dall'uccisione dell'Onore
Seduto dietro alla caldaietta per scaldare l'acqua Al Maed prepara il the per tutto il mercato. È bravo, mescola le foglie di the con certe erbe strane. Il suo the è il migliore. Io, una piccola ragazzina bastarda, incuriosita dalla menomazione che lo costringe a muoversi a fatica, ho cominciato ad osservarlo. Nel nostro villaggio ci sono molte persone malate o invalide, ma lui ha un modo particolare di accarezzare la sua gamba ritorta; come fosse il ricordo di qualcosa di intenso che l'ha sfiorato, lasciandogli quel segno del proprio passaggio. . Lui si è accorto di me, appena scacciata dalla casa di un lontano parente, sporca e sola. Dopo qualche giorno mi ha chiesto di aiutarlo a portare il the ai suoi clienti nel bazar. Magari ha visto le cicatrici nascoste sulla mia anima. Oppure cerca solo un po' di compagnia. Gli piace raccontare delle storie; la storia di Fathma me l'ha raccontata dopo qualche tempo che ho cominciato a portare il the per lui. E con essa storie di uomini incontrati quando attraversava il deserto guidando le carovane o commerciando, prima di diventare ciò che è adesso. Io mi siedo accanto a lui, le gambe incrociate nella polvere, lo guardo spezzare le foglie nell'acqua e ascolto la sua voce un po' nasale che parla. Poi vado a cercare dei piccoli pezzi di rami per alimentare il fuoco del bollitore, intanto imparo a versare il the nei bicchieri facendolo cadere dall'alto, a sistemare tutto sui vassoi e a correre per le stradine affollate senza versarne neanche una goccia. Poso i bicchieri sui tavolini di legno e scappo prendendo quelli vuoti; lungo la strada dalle botteghe altre persone mi chiamano, così arrivata a destinazione riferisco gli ordini e lui mi riempie il vassoio con altri bicchieri.
Sono brava come portatrice di the, anche se sono una piccola ragazzina senza famiglia: una buona capacità di equilibrio, velocità nel percorrere stradine affollate, occhio attento per prevedere ed evitare urti fra il vassoio carico di bicchier
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