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Racconti storici

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Amsterdam

CHE VIAGGIO! 25/12/2005

NAVE E FIUMICINO

Occhi stanchi,
noi emigranti per gioco.
Stupisciti all'arrivo,
il giorno è arrivato.
Questo è il secondo giorno,
il sonno è secondario
e il cibo... rinviato.

È passato circa un mese da quando abbiamo deciso di partire.
Il tempo è passato segnando i giorni passo dopo passo.
Abbiamo decorato le giornate d'attesa ripercorrendo avvenimenti passati
o incitandoci continuamente in prospettiva futura.
Ora... che mi trovo in movimento nel treno destinazione Roma,
Mi richiedo ancora "Cosa ci faccio qui, perchè ancora?"

La via più breve è già stata scritta
Il percorso c'incita a proseguire.
In custu logu sperdiu ca sperdiu no esti,
deu m'agattu annodau a sa vita.
Sa genti chistionara fore problemasa,
custu tottu esti tottu in leggerezza.

So già che durerà sino a quando tornerò...

AMSTERDAM

Bisogna muoversi!
Bisogna muoversi!
Ti chiamano!
Ti cercano!
Sfilano il portafoglio
con un sorriso.
Svendono il corpo
al primo sconosciuto.
Svenuto da molto lontano,
distratto chiede della sua anima in giro.
L'Uomo nero come un avvoltoio
si lancia in quel che resta del moribondo.
"Baratterò con te!"
(Sì si, in cambio di tutto il resto...)

BOOM! ARIA PER SEMPRE...(*)

Pianeggianti, camminanti
in tempo controsenso.
Fiamme in caverne,
primissime forme.
La forca in un rito
provoca dolore al primogenito.
Anime contrastanti,
(come) la vivacità di un passo teso
(come) un rosso un po' sbiadito.
Il gusto a malapena assaporato.
Hanno la lingua biforcuta.

Leone e Gorilla
in piedi d'innanzi al Potere Supremo.
Tutto è tutto è di tutti.

Camminavo nelle strade principali
(nel) la notte furibonda.
Con recenti residui
d'intere giornate furibonde.

THE DOORS

Si ricompone quel che non vuol significare...

SARO' VIVO PER SEMPRE (*)

Devo solo trascrivere
un qualcosa d'

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   5 commenti     di: Carlo Caredda


Don Giuseppe Puglisi: la forza del garbo

Chissà se esiste una relazione del tutto trascendente fra persone tra loro sconosciute, vissute in luoghi e in epoche differenti, ma accumunate dal coraggio e segnate dal medesimo destino?
Cosa hanno in comune il vescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero e il sacerdote palermitano don Giuseppe Puglisi?
Entrambi furono assassinati, in virtù della loro testimonianza: Óscar Arnulfo Romero fu trucidato con una pallottola che gli recise la vena giugulare, mentre stava elevando l'ostia; Giuseppe Puglisi fu soppresso con un colpo di pistola alla nuca, mentre stava rientrando nella propria abitazione.
Con atteggiamento profetico il vescovo salvadoregno annunciava: "Un vescovo potrà morire, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non morirà mai".
E come non estendere tale formulazione anche a don Puglisi e a tutti i martiri della Chiesa?
Può una pallottola mettere a tacere la voce univoca della Comunità cristiana?
Presto Don Giuseppe sarà beatificato per poi essere elevato all'onore degli altari come primo martire della mafia, deceduto in odio alla fede.
La cronaca nera rilevava che il 15 settembre 1993 il corpo di don Giuseppe giaceva a terra, privo di vita.
3P (acronimo delle iniziali Padre Pino Puglisi) veniva chiamato così dai suoi parrocchiani, terminava la sua avventura terrena il giorno del suo 56° compleanno.
Una strana coincidenza... eppure un altro elemento conferisce alla vicenda un significato un po' particolare: il giorno dell'omicidio don Puglisi indossava un clergyman, anziché la solita camicia a scacchi.
A qualche parrocchiano che glielo aveva fatto notare, don Giuseppe aveva spiegato che quel giorno doveva celebrare più matrimoni. A me piace pensare che il Signore lo abbia chiamato a sé, abbigliato con il suo abito migliore, in vista dell'imminente unione mistica con quell'anima devota.
Forse qualcuno potrebbe chiedersi: qual è il confine tra il dovere deontologico e il valore aggiunto della santità?
Perché la mafia ha inviat

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


LUCREZIA e GAIO

Pompei, anno 79 d. c.

Ante diem undecimum kalendas septenbres (22 agosto)

Nella casa, situata vicino alla porta vesuviana, il sole cominciava ad illuminare le stanze dove dormivano Lucrezia, il marito Marco e Gaio, il loro figlio di nove anni.
L’abitazione, pur nella sua modestia ed essenzialità, mostrava i segni, nell’arredo e nelle sue dotazioni, di una condizione di benessere superiore alla media degli abitanti di Pompei, dediti alle attività commerciali ed artigianali. Costoro erano quasi tutti liberti, ex schiavi affrancati ed ex militari delle legioni romane, come Marco e costituivano il nerbo della fiorente economia della cittadina, risorta dopo il terremoto dell’anno 62.
La casa disponeva anche di un piccolo giardino, nella parte posteriore, dove razzolavano alcune galline.

Questa condizione di “benessere” derivava dall’occupazione di Marco, che, per le sue qualità umane e contabili, era divenuto l’amministratore di fiducia di Lucio Olconio, uno dei magistrati di Pompei e uno degli uomini più ricchi della città. Egli possedeva una delle più belle case della città, una villa ad Ercolano ed una grande proprietà nell’agro sarnese, dove si produceva un po’ di tutto, dal frumento, alla frutta, dall’uva agli ortaggi. Tanta ricchezza, ovviamente, non proveniva solo dalla famiglia d’appartenenza, ma anche dalla spregiudicatezza tipica degli amministratori, che non andavano molto per il sottile, nel procurarsi dei congrui profitti personali nell’occuparsi della cosa pubblica. Tali proventi illeciti erano poi gestiti per speculare sugli immobili della rinascente Pompei, nella costruzione di terme ed in qualche attività ludica a beneficio del popolo, per acquisirne la stima e…i voti alle elezioni.

Marco, che conosceva bene tutto ciò, faceva con zelo e dedizione il suo lavoro, non curandosi delle faccende politiche, più che soddisfatto del salario e delle ricompense che, spesso, Lucio Olconio, con munificenza gl

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   0 commenti     di: Sergio Maffucci


Inviolata

Dopo la dipartita di mia madre avvenuta il 12 marzo alle 9, 15, la prima cosa che ho cercato tra le sue cose, sono state le preghiere che Geny recitava ogni mattina e tutte le sere.
In un certo qual modo la considerazione che mia madre aveva sulla pratica religiosa era equivalente, se non addirittura maggiore, rispetto all'impegno che ella dispensava negli affari della famiglia. La preghiera era per Lei un insieme di cose: un'occasione di aggregazione contro la solitudine e le inquietudini, una possibilità di avere scambi interpersonali stimolanti e formativi ed infine, ma non per ultima, una missione personale.
Conversare con il Signore o parlare con un vicino, secondo Geny erano la stessa cosa; le questioni di Dio le erano familiari, esattamente come le attività quotidiane. Il rovistare tra le sue carte custodite gelosamente, significa ricostruire il suo percorso spirituale, le scelte e gli interessi della sua spiritualità.
L'intento di questa pubblicazione non è quello di fare del facile revisionismo morale su una persona che ha vissuto per alcuni versi una vita normale, travolta sì dagli affanni e dalle sofferenze, ma senza che abbia perso per un solo istante la speranza e la luce che illuminano il mondo, per questo il titolo "Incorrotta" è da interpretare come "incontaminata" dalle brutture del mondo o "pura" di spirito.
Tutto nasce attorno ad un ristretto nucleo di persone, costituito da mia madre, mia nonna, gli zii e da poche amiche che con Geny hanno condiviso difficoltà e speranze, frustrazioni e consolazioni, ombre plumbee e albe radiose; interamente irradiato dalla forza rigeneratrice della preghiera.
Nessun essere umano può essere talmente santo da guadagnarsi il Paradiso da sé, se non per l'intervento della Misericordia del Padre che esalta i meriti di ciascuno e cancella i peccati e i demeriti. Tale prassi vale anche per mia madre che in vita fu una donna sensibile verso i poveri ed i deboli, ma al contempo vulnerabile verso gli avv

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   1 commenti     di: Fabio Mancini


Uomini-bestie

Le bestie arrivarono solo a cento chilometri da Roma, nell'ultima guerra, a fare razzia, quella più vigliacca.
"La Ciociara" è un film che ha vinto l'Oscar e si sappia che vi è narrata un'assoluta verità. Moravia aveva vissuto per un certo periodo fra le montagne azzurre della mia terra cercando ricovero dalle bombe cittadine. Così aveva fatto Cesira, la protagonista del suo romanzo e del film.
Ma la guerra non è solo di altri e può raggiungerti ovunque.
Non c'è luogo dove il male non possa arrivare.
Quando il film uscì nelle sale fu vietato ai minori e ho potuto vederlo solo qualche anno dopo. Venne vietato per l'immagine di una donna che girava fra le macerie tenendosi fra le mani un seno nudo e impazzita dal dolore gridava : " a chi darò il mio latte ora?" ma anche chiaramente, per la scena di stupro di gruppo.
Ho letto il libro, ho visto il film tante volte ma mai quella scena: non ci riesco.
Da bambina sentivo parlare a mezza voce dei "marocchini" passati durante la battaglia nel mio paesino come in altri vicini (non so perché dicessero battaglia e mai guerra...). Ero già sposata ed un giorno mamma e nonna cominciarono a ricordare per caso quei fatti accaduti, nei dettagli, con i nomi, i luoghi; pareva sussurrassero per pudore e rispetto e piansi con loro.
Avevano martoriato ragazzine, donne, anche qualcuna incinta, uomini e ragazzini, perfino il parroco del paese venne legato ad un albero perché con altri uomini dovevano assistere a quei misfatti.
Tutte e tutti si ammalarono di malattie veneree e di quegli uomini sporchi con l'orecchino al naso non ne vollero parlare più, nemmeno quando lo Stato, dopo molti anni, riconobbe loro il diritto ad una pensione.
Non ci sono risarcimenti che possano togliere di dosso le unghie di un branco affamato che ti violavano, che possano ridarti il corpo pulito da donare al tuo amore e togliere la paura di tutte le notti a venire.
Per alcune il tarlo lavorò solerte fin nella testa.
Una sorella di mio n

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   7 commenti     di: Chira


La rivoluzione gentile

- Claudio, sembra che a Praga succederà qualcosa come nel 1968-
mi disse Maurizio, un mio amico giornalista,
-che ne diresti di accompagnarmi e farmi da fotografo?-
Come perdere un'occasione del genere? Era la prima volta che venivo chiamato a fare il fotoreporter. Organizzai al volo le mie cose, comprai una trentina di pellicole e via: era novembre del del 1989. Alla fine di quel viaggio avevo scattato più di quattromila foto.
Pochi giorni dopo a Praga le prime foto, ci furono due morti, negli scontri, ma alla fine fu dichiarata l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Aspettavamo i carri armati russi che non giunsero, ma le foto, con tutte quelle candele accese, in Piazza Venceslao, nei vicoli del centro, in ricordo dei morti di circa vent'anni prima, tra i quali Jan Palach, erano di un effetto tremendo. Ancora oggi guardandole mi commuovono. Restammo lì qualche mese, fotografai tutta quella euforia di libertà, volti felici, conferenze del neo Presidente, momenti bellissimi, locali e birrerie aperti fino a tardi, discoteche improvvisate con musica rock, atmosfera da "volemose tutti bene". Ragazze stupende con le quali era oltre che piacevole fare amicizia. Sembrava una festa continua. Poi, in aprile mi sembra, giunse il Presidente degli Stati Uniti e, dalle bandiere a stelle e strisce che avevano invaso Praga, sembrava che la "Rivoluzione Gentile", come fu chiamata, l'avesse condotta lui.
Dopo qualche tempo americani ed europei avevano letteralmente svaligiato i negozi di cristalli di Bohemia, le bellissime ragazze avevano imparato a prostituirsi in cambio di dollari e marchi.
L'atmosfera gioiosa dei primi mesi aveva lasciato il campo a momenti meno poetici pur conservando Praga un qualcosa di affascinante, con i suoi ponti, i suoi quartieri centrali, le piazze affollate di turisti, la cultura che si respirava comunque nei vicoli del centro.
Una delle cose più significative da vivere in quella fine d'estate fu l'abbat

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Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni

"Non lasciar cadere la profezia". Sono le parole che Dom Heldéer Camara, in un momento di lucidità della sua agonia, rivolse al suo collaboratore e amico Marcelo Barros, monaco benedettino e autore del libro: "Dom Heldér Camara, profeta per i nostri giorni" uscito recentemente per le Edizioni EGA. Quell' appassionata preghiera a non lasciar cadere la profezia risuona molte volte nel libro e rappresenta il nodo in cui si intrecciano le vicende della vita dello straordinario Arcivescovo di Olinda e Recife, situate nel poverissimo Nordeste brasiliano. Davvero "una giornata di sole, in questi tempi bui, il Dom Camara dal nome strano per i brasiliani. La mamma, leggendo il nome
Heldér in un calendario olandese ne fu affascinata e volle darlo al suo piccolo. La profezia di Dom Heldér è la parola di Dio che si fa carne e impegna l' uomo a "sporcarsi" le mani con la politica e con la storia per
lottare contro le ingiustizie del mondo ponendosi sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, degli sfruttati.
Marcelo Barros sa leggere con grande acutezza tutte le pieghe della personalità del Dom. Insiste molto sul suo amore per la libertà che ha consentito al profeta di accostarsi ai potenti senza esserne condizionato e sempre per la causa dei poveri e che lo ha indotto a spostarsi da
iniziali posizioni integraliste a posizioni radicali in tema di sobrietà ed anche di critica ad una Chiesa troppo attaccata alle ricchezze. Diceva di vergognarsi a portare nelle processioni un ostensorio d' oro mentre i poveri non avevano cibo e tetto. Parlava con tutti e dai giovani ascoltava seriamente le critiche. Proprio da una domanda di un giovane prese lo spunto per condannare le nunziature, come forme di potere della chiesa. Aveva, dice Barros, civetterie e vanità che non intaccavano la sua coerenza evangelica ed erano la manifestazione della sua umanità concreta fatta di carne e sangue. Aveva anche limiti che riconosceva e accettava sulla base della sua grande fiduc

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