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Racconti storici

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C'era una volta (secondo capitolo)

Dopo la colazione mio padre ci lasciava con mia madre tesa ed indaffarata; aveva sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Non ricordo granché di tutti i rituali, ma una immagine è ancora vivida. Dopo vari preliminari si dedicava ai letti, un compito che si ripeteva uguale tutte le mattine.

Innanzitutto svuotava l'orinale che tenevamo sempre nella stanza da letto come un soprammobile, un fondamentale accessorio, forse per la difficoltà a raggiungere il cesso di notte, sebbene fosse a pochi passi nella stanza detta scura per via che era senza finestre. In quel tempo non c'era ancora la luce elettrica e accendere di notte la lucerna ad olio o l'acetilene era un problema.

Il water era un buco tondo in una nicchia scavata nel muro, sfociava in un cunicolo che divideva la nostra casa da quelle vicine. Un cunicolo all'aria aperta.
Mio padre aveva rifinito quel buco con un sedile di legno, che non ti faceva sentire il freddo delle pietre, ed ornato di un coperchio che evitava il reflusso della puzza della cacca specialmente quando fischiava la bora nella "cuntagna".
Poche famiglie si potevano permettere un cesso così. Ed anche tata Michele lo frequentava, puntuale ogni mattina.

Si faceva una grande confusione vicino alla bacinella dell'acqua, fredda e scarsa; io mi sciacquavo gli occhi di nascosto, bagnando l'indice come un sacerdote durante la messa.
La pigrizia, la ritrosia dell'acqua fredda faceva parte di una lunga catena di difetti che dalla nonna alla mamma tutti mi rinfacciavano.

Poi quando tutto si placava, mi incantavo a seguire la guerra che mia madre ingaggiava con le pulci.
Alzava lentamente il lembo delle coperte e le tre dita centrali della sua mano destra piombavo su un malcapitato pidocchio. Un balzo e la pulce si rifugiava nelle trincee della coperta. Spariva ai suoi occhi delusi. La donna non si perdeva d'animo, avanzava nella ricerca, alzando un ulteriore lembo di coperta. Ecco un'altra pulce. La mano partiva e la pulce scat

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   2 commenti     di: Ettore Vita


Uomini-bestie

Le bestie arrivarono solo a cento chilometri da Roma, nell'ultima guerra, a fare razzia, quella più vigliacca.
"La Ciociara" è un film che ha vinto l'Oscar e si sappia che vi è narrata un'assoluta verità. Moravia aveva vissuto per un certo periodo fra le montagne azzurre della mia terra cercando ricovero dalle bombe cittadine. Così aveva fatto Cesira, la protagonista del suo romanzo e del film.
Ma la guerra non è solo di altri e può raggiungerti ovunque.
Non c'è luogo dove il male non possa arrivare.
Quando il film uscì nelle sale fu vietato ai minori e ho potuto vederlo solo qualche anno dopo. Venne vietato per l'immagine di una donna che girava fra le macerie tenendosi fra le mani un seno nudo e impazzita dal dolore gridava : " a chi darò il mio latte ora?" ma anche chiaramente, per la scena di stupro di gruppo.
Ho letto il libro, ho visto il film tante volte ma mai quella scena: non ci riesco.
Da bambina sentivo parlare a mezza voce dei "marocchini" passati durante la battaglia nel mio paesino come in altri vicini (non so perché dicessero battaglia e mai guerra...). Ero già sposata ed un giorno mamma e nonna cominciarono a ricordare per caso quei fatti accaduti, nei dettagli, con i nomi, i luoghi; pareva sussurrassero per pudore e rispetto e piansi con loro.
Avevano martoriato ragazzine, donne, anche qualcuna incinta, uomini e ragazzini, perfino il parroco del paese venne legato ad un albero perché con altri uomini dovevano assistere a quei misfatti.
Tutte e tutti si ammalarono di malattie veneree e di quegli uomini sporchi con l'orecchino al naso non ne vollero parlare più, nemmeno quando lo Stato, dopo molti anni, riconobbe loro il diritto ad una pensione.
Non ci sono risarcimenti che possano togliere di dosso le unghie di un branco affamato che ti violavano, che possano ridarti il corpo pulito da donare al tuo amore e togliere la paura di tutte le notti a venire.
Per alcune il tarlo lavorò solerte fin nella testa.
Una sorella di mio n

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   7 commenti     di: Chira


Donna Rachele

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   3 commenti     di: Ettore Vita


Cuore di regina - 2

PREMESSA: Il conte di Bothley è stato processato e assolto per l'assassinio del marito di Maria Stuart, regina di Scozia. Il racconto si svolge all'incirca un anno dopo l'assassinio.

L'elegante carrozza reale, quel caldo mattino di fine aprile, stava percorrendo la strada che dal castello di Stirling portava a Edimburgo, sede della corte reale. La regina Maria, scortata dal suo numeroso seguito e al sicuro all'interno della carrozza, stava cercando inutilmente di prendere sonno, dopo che per l'intera notte non era riuscita a chiudere occhio. C'erano molte cose che la preoccupavano, come donna e come regina.
La sovrana era di ritorno da una breve visita al figlioletto Giacomo di appena un anno, e per quanto cercasse di recarsi dal piccolo più spesso che poteva, separarsi da lui per fare ritorno a Edimburgo le causava ogni volta una dolorosa fitta al cuore. Anche ora, accasciata sui sedili di pelle dell'ampia e vuota carrozza, Maria avrebbe voluto avere tra le braccia il suo piccolo principe, che le riempiva il volto di umidi e teneri baci, e le stringeva intorno al collo le braccine con tutta la forza di cui era capace.
Ma non era solo quello ad affliggere il suo giovane cuore. Suo marito, Lord Darnley, era morto da poco, assassinato nella sua residenza, e la maggior parte dei nobili del regno era incline a credere che lei stessa fosse implicata nell'omicidio. Poco dopo la morte di Darnley, i familiari del suo defunto marito avevano chiesto al Consiglio Segreto di iniziare un procedimento contro uno dei nobili cortigiani più vicini alla regina, il conte di Bothley. L'uomo era stato assolto, e ciò non aveva fatto altro che accrescere il malcontento e l'impopolarità di Maria tra i nobili di corte.
Nella quasi minacciosa tranquillità della campagna che stava attraversando, la regina fu distolta all'improvviso dalle sue riflessioni da uno scalpitare di zoccoli, che si faceva sempre più vicino. Maria rimase in attesa e tese l'orecchio. Un gruppo di uomini a

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L'ultimo e il primo

Si muove con grande fatica, lasciando sulla neve ghiacciata chiazze di sangue. Il bisonte era troppo forte per un solo cacciatore, ma aveva tentato lo stesso di ucciderlo. Dopo un lungo appostamento gli era balzato addosso dall'alto di una rupe, tentando di colpirlo in un punto vitale con l'ascia di pietra. L'animale se l'era scrollato di dosso come un fuscello e lo aveva ripetutamente assalito a cornate, prima di allontanarsi giù per il canalone. Si sente sempre più debole, ma la grotta è vicina. Ha un grande freddo: la pelliccia d'orso che porta addosso si è lacerata sotto i colpi del bisonte. Si trascina oltre l'ingresso della caverna, riesce a raggiungere il focolare e vi si sdraia accanto. Ma il fuoco è spento: la sua compagna che badava ad alimentarlo è morta di stenti già da alcuni giorni. Anch'egli, ultimo della sua razza in quella valle senza nome, cessa di vivere.
Al di sotto della grotta il fiume continua il suo inesorabile corso, formando anse, rallentando in ampie pozze e spumeggiando in cascatelle e salti improvvisi, tra pareti calcaree e fitte distese di boschi. Nel corso dei secoli, che diventano millenni, la valle si popola di uomini, che hanno sembianze simili a quelle del cacciatore. Sono anch'essi cacciatori, ma hanno anche imparato a coltivare la terra, ad addomesticare animali e ad erigere dimore rudimentali. Di loro conosciamo molto di più di quanto si sappia del remoto e dimenticato cacciatore. Anche la valle e il suo fiume, in un certo periodo della nostra storia, ricevono un nome che li identifica. Il fiume viene chiamato Düssel e la valle Hundsklipp. Il Düssel, poco più che un torrente, sfocia in un grande fiume, il Rhein, sulle cui rive sorgono e si ingrandiscono villaggi. La tendenza ormai non è più quella di vivere isolati, ma di costruire agglomerati di capanne in quelle zone che sono più favorevoli per le risorse vitali e il commercio di scambio. I grandi villaggi spesso ricevono il nome in base alla loro collocazione

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   1 commenti     di: dino sauro


Il Perdono di Ambrogio

PREFAZIONE DELL'AUTORE
Prima di tutto, il fatto storico che mi appresto a narrare, con mie parole, con mie invenzioni ad adattamenti poetici, è un fatto veramente esistito, questo per non pensare che sia il prodotto di qualche mia fantasia onirica.
Non vorrei rivelarvi più di molto sul succo del racconto, essendo obbligato a dire però che i fatti qui descritti si collocano intorno al 390 Dopo Cristo, quando l'Impero Romano entrava ( ma era già entrato seppur minimamente) in crisi e quando la Chiesa era già religione di Stato, approvata, contrapprovata e dichiarata.
Vescovi, chiese, cattedrali, Messe, si affiancavano agli ultimi fasti dell' Impero che aveva dominato il mondo.
Una società del resto molto simile alla nostra.
Buona Lettura.



L’alba sorse a Tessalonica con l’impiccagione del governatore Boterico.
Tumulti avevano infiammato la cittadina il giorno prima, durante lo svolgimento annuale dei giochi olimpici con i carri d’oro e le quadrighe bronzee.
Boterico non era il solo a pendere dal muro degli orefici, che si affacciava sulla piazza dei giochi olimpici.
Accanto a lui il funzionario romano Lucio Ventrone e alla sua sinistra il suo spietato consigliere, Emilio Sandalo.
Poche ore dopo giungeva da Salonicco un nuovo governatore, alleato del Cesare Romano, di Teodosio, Savio Parmalo, il quale con un pugno di legionari in molto silenzio prelevò i corpi impiccati e con la carovana delle zucche li spedì a Roma, dall’imperatore.
Questo Savio Parmalo covava un odio profondo per Tessalonica e si aspettava una bella punizione da parte di Teodosio per gli empi cittadini.
I corpi, ben sistemati da Parmalo e i legionari, arrivarono all’imperatore tre giorni dopo con tanto di lettera.
Teodosio credette di svenire davanti a tanta crudeltà.
Là giaceva il suo caro amico Boterico, che presentava sul collo le nette linnee della corda assassina.
E nella lettera, abilmente cucita da Parmalo, l’accusa diretta ai cittadini, ai miglia

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Achille, amore e morte

Nella mitologia greca è centrale la figura di Achille, del quale tutti ricordano la famosa ira contro Agamennone e la vendetta su Ettore, che gli aveva ucciso l'amico Patroclo, ma anche il nobile comportamento tenuto con il vecchio Priamo quando gli aveva restituito il corpo del figlio. Secondo la versione più nota, l'eroe sarebbe morto per una freccia di Paride che lo avrebbe colpito al tallone, unica parte vulnerabile del suo corpo. Altri autori ci parlano del suo amore per Polissena, la più giovane figlia di Priamo, che sarebbe stata sacrificata sulla sua tomba alla fine del conflitto. La tradizione tardolatina e medievale, l'unica nota a Dante, fonde i due argomenti e spingerà il divino poeta a mettere Achille accanto a Paolo e Francesca nel girone dei lussuriosi ("e vidi il grande Achille che con Amore al fine combatteo").
Questo testo, con la bibliografia allegata, può liberamente e proficuamente essere impiegato per fini didattici in tutte le classi che si occupano di epica classica e medievale.

Era una notte di buio pesto, appena rischiarata dalle stelle e dalle luci sugli spalti di Troia. Achille disse ai soldati di guardia alla sua tenda che, profittando della tregua, andava ad esplorare la zona avanti al tempio di Apollo Timbreo, appena fuori della città, venerato comunemente da Greci e Troiani e rimasto indenne da tutte le operazioni di guerra. La risposta fu un imbarazzato silenzio, ma Achille aveva fretta e non ci badò più di tanto.
Mentre correva verso il tempio, pensava alla bellissima Polissena, la figlia di Priamo, che aveva vista per la prima volta quando era venuta con il padre a riscattare il corpo di Ettore. "Avrei dovuto accettare allora la proposta di Priamo, di prendermela come schiava ", disse a mezza bocca come aveva fatto tanto spesso in quei giorni. Ma aveva preferito il gesto generoso di non chiedere altro, per il riscatto, che le vesti preziose offertegli dal vecchio re, rinviando ad altra occasione la questione del suo ma

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