Avete mai osservato dei pesci in un acquario? Cosa fanno tutto il giorno. Nuotano. Girano. Faranno, in un giorno, lo stesso percorso almeno mille volte, ma poi? Non possono girare in tondo in eterno. Si stancheranno dopo un po', e mi chiedo se sanno di essere in trappola. Inizialmente pensavo che i pesci non si rendessero conto di nulla, ma, osservandoli bene, mi sono resa conto che nel loro piccolo anche loro si accorgono di quello che accade. Fissando il vetro della loro prigione chiedendo, anzi implorando, di poter uscire e rivedere un'ultima volta un habitat a loro consono. Ecco cosa siamo; anime imprigionate in un corpo che fissano il mondo sperando in una liberazione che arriverà solo con la morte, cosa considerata negativa nel pensiero comune, ma, per me la possibilità di trovare un habitat ideale. Ma per il momento non mi sento ancora pronta per un salto così grande.
Ogni persona è un grande bunker, pieno d'informazioni riservate, divise con pochi. Forse il mio è leggermente troppo protetto, non riesco, neanche di mia spontanea volontà, a far trapelare informazioni. Mi limito a registrare i comportamenti altrui cercando di decifrarli con calma nel mio piccolo bunker estraniandomi dagli altri. Ormai i miei compagni avranno capito che non sono molto aperta, almeno aperta, perché se no sono ancora più stupidi di quel che io, nel mio bunker, ho capito. Sono stupidi, sì. Questa parola va a pennello alle mie conoscenze; tutti a far capire i loro sentimenti fidandosi di tutti, io mio chiedo perché. Perché? Perché devono andare in giro a raccontare le loro storie a tutti senza un minimo di buon senso, senza che il pensiero che qualcuno possa rivelare in giri i loro sentimenti più intimi alle crude opinioni delle persone. Piacere, sono Alisée; è un nome francese, l'ho ereditato da mia madre che, per l'appunto, era francese. Ha incontrato mio padre quando lui era in viaggio d'affari a Nîmes. Si sono sposati dopo due mesi. Un po' presto, no? Crescend
Il sole splendeva alto nel cielo mentre Jane, una dolce e delicata ragazza, aspettava che entrassero i clienti nel suo negozio. Era un momento tranquillo, non arrivava nessuno, la noia cominciò a disturbarla e catturata da numerosi pensieri, il suo viso perse il sorriso, che aveva regalato un attimo prima a un cliente. La mente era sempre più impegnata a inseguire riflessioni sui dilemmi della vita. Una cosa tanto importante che spesso la faceva meditare sterilmente, confondendola perché non riconosceva più le sue idee e non sapeva, se continuare a cercare la serenità o se l'aveva già trovata.
Un attimo dopo decise di distrarsi leggendo un libro e s'immaginò subito la situazione, trovandosi al posto della protagonista, quando sentì il campanello e si accorse che era entrato un cliente, torno nella sua realtà.
Posò il libro, si avvicinò subito e la salutò gentilmente. Era una signora che le ordinò qualche panino e una torta, Jane la servì con precisione scambiando qualche parola sul tempo atmosferico.
"Nonostante il sole risplenda, non fa per niente caldo."
"Eh sì, ormai è inverno."
Poi prese i soldi, le diede il resto e la conversazione terminò.
Uno dopo l'altro li servì tutti i clienti, sia anziani che giovani, con piacere e soddisfazione, finché arrivò sua madre che tornava dal giro per la consegna della merce. Poi facendo un po'di pulizia, si avvicinò il mezzogiorno e il momento di chiudere per tornare a casa e pranzare. E dopo un pranzo frugale il pomeriggio diventava lungo e angosciante se non poteva fare ciò che voleva.
Venne l'indomani, la giornata ricominciò e il lavoro era sempre uguale. Ogni giorno le stesse persone venivano a comprare qualcosa così cominciò ad avere più confidenza e contatto con la gente, anche se non erano persone della sua età. Finché un giorno, entrò un ragazzo carino e con un sorriso acceso e gentile. Insomma una persona particolare, che la colpì e si sentì subito intimidita e imbarazzata. Ciò
La notte era infine trascorsa e l'aurora aveva iniziato il suo metodico lavoro di resa dei colori alle cose del mondo.
Giovanni aveva paura della notte, del sonno, dei sogni. Di quel sogno che lo tormentava da giorni.
Entrava nella sua camera, e vedeva di spalle un ragazzo seduto davanti allo specchio. Indossava i suoi stessi vestiti, aveva i capelli del suo colore e tagliati in egual modo. Lentamente cominciava a girarsi, e quando finiva quel movimento di rotazione, poteva finalmente vederne la faccia.
Era uguale a lui.
Forse era lui.
Con l'unica differenza che lui era mancino, mentre il ragazzo dello specchio era manodestro.
Il sogno finiva lasciandogli addosso una leggera inquietudine, nulla di più.
Una notte di pochi giorni prima, però, il ragazzo, l'altro sé stesso, aveva pronunciato delle parole.
" Sono stanco di guardarmi allo specchio. Vieni..."
Aveva sedici anni, Giovanni, ed era la prima volta che avvertiva quel particolare tipo di paura, quella che ti lascia la bocca secca facendoti ascoltare i battiti del tuo cuore come se venissero da fuori.
Entrò in cucina portandosi dietro la sua pena. Sua madre stava preparando la colazione e lo salutò senza guardarlo in faccia.
Si sedette a tavola in silenzio.
Solo dopo un po' di tempo, trascorso a guardare il suo piatto come se non riuscisse a capirne la funzione, notando gli sguardi sempre più preoccupati della madre, la tranquillizzò dicendole che aveva solo mal di pancia e per questo non mangiava.
Uscendo di casa avvertì il contatto con l'aria tiepida di quel mattino d'estate.
Decise che quel giorno non sarebbe andato a scuola.
Aspettò nascosto tra gli alberi del vicino parco che la madre uscisse per andare al lavoro e rientrò nell'abitazione. Raggiunse la sua camera e si mise a sedere davanti allo specchio, guardandosi il viso.
Se la sua teoria era valida, l'altro sarebbe comparso alle sue spalle.
Aveva voluto invertire i ruoli.
Si girò verso la porta, ma non c'era nes
. L'Ira sorride, dall'alto della sua armatura Viola di metallo luccicante.
Regina Gelosia, l'invidia aspetta alle sue spalle, la sua veste Verde fiammante schernisce il manto del prato.
Blu sono le acque che danno la vita e senza scomporsi, tranquillamente comprendono.
Eserciti Turchesi un tempo felici sono schierati l’uno di fronte all’altro, pronti,
ma si chiedono perché il combattimento stia per cominciare.
Il mio Rosso è così spavaldo, fa mostra di trofei di guerra e nastrini d’euforia.
L’Arancione è giovane, pieno di sfida, ma molto precario per la prima uscita.
Il mio Giallo è spaventato.
La mia "zona d'ombra"è un arcobaleno.
Stavo passeggiando a siracusa con mio nonno.
Avevo 14 anni.
Mi stava dando consigli di vita e mi insegnava che dovevo essere educato ed essere una persona onesta, solo cosi sarei andato avanti nella vita.
Alle persone piace insegnare, si credono superiori ma io non mi lasciai abbindolare.
Davanti a me c'era un giovane di trent'anni circa vestito elegante e con una ragazza bellissima.
Stavano discutendo su quale meta scegliere per andare in vacanza.
Da ambizioso com'ero lasciai la mano di quel vecchio che non aveva nulla da darmi e mi fiondai dall'uomo ricco per chiedergli il segreto del suo successo.
Mi disse questo:
<ho rubato e ho fatto tante cose cattive per essere ricco, ora vorrei tanto uccidere tuo nonno tanto posso fare quello che voglio muahaha!>
Scandalizzato scappai da mio nonno mentre la sua ragazza lo rimproverava.
Raccontai tutto a mio nonno.
Lui si arrabbio e mi diede un pugno in faccia.
Quando mi ripresi mio nonno era in mezzo a tante persone che lo volevano uccidere.
Mori alla fine..
Non potete immaginare quanto dolore provai..
Andai a seppellire il suo corpo con due miei amici.
Mentre seppellivamo la carcassa discutevamo su qualche metodo per fare soldi.
Che bello avere degli amici!
Il fetore ci diede cosi sdegno che non finimmo nemmeno di fare la buca, cosi siamo andati in un bar la vicino e ci siamo ubriacati fino a svenire.
Oggi ho 20 anni
Sono davanti a una banca...
I miei due fratelli stavano finendo di controllare i sistemi di sicurezza e le guardie...
Volevamo rapinarla..
Dopo aver finito e discusso gli ultimi dettagli ce ne andammo tutti a casa.
Sono stato a poltrire dalle 10 di mattina fino alle 4 di pomeriggio davanti la tv
Alle 4. 10 sono uscito per farmi un giro in bici e alle 4. 15 sono tornato.
Sono rimasto davanti la tv 18 ore.
L'appuntamento era alle 9. 30 vicino la banca con i miei fratelli.
Mi sono alzato un po scombussolato dopo tutta quella televisione.
L'ansia mi attanagliava, mi stavo sentendo ma
(È il titolo del primo dei capitoli del fascicolo misterioso che mi accingo a leggere.)
Semaforo rosso! Piove.
I tergicristalli oscillano ipnotici.
Il motore, al minimo, fa le fusa.
Un grigio vuoto.
La radio trasmette un concerto di classica; autore “Franz”, direttore “Herbert ”.
La conosco! È di una volgarità rozza, ma ha il potere di sedurmi.
Ben altro sono le opere di “Ludwig”. Razionalmente lo so, ma questa di “Franz” mi rimescola l’animo.
Rosso! Piove.
Perchè non fare quel gioco che inventai da ragazzino?
Ma si! Chi se ne frega.
Accetto l’ipnosi e mi lascio andare al flusso della musica.
Vedo con l’immaginazione e lascio la mente reagire in sintonia con le note.
Ecco il crescendo. Arriva... arriva... ah... un infinito, vertiginoso prato verde... Ecco l’adagio. Ora plano su un maestoso fiume di acqua azzurra.
Riesplode il crescendo... aaaah... mi toglie il fiato. Un esercito immenso emerge da dietro le colline ed invade la pianura.
Pianissimo! Un deserto sconfinato, silente... nobile.
Un senso di languore mi pervade.
Ricordo quando quel giorno, io dodicienne, facendo lo stesso gioco, avevo sperimentato un viaggio usando l’equazione “OLTRE” . Come una infinita matrioska mi ero immaginato il contenitore contenuto nel contenitore che è contenuto... Universi compresi in universi dentro altri universi...
Perchè, adesso, non invertire il viaggio?
Nuova equazione: “ENTRO”.
Inizia il viaggio e la musica diviene remota. Si affievolisce e scompare.
M’immergo in uno spazio turchino privo di riferimenti. Poi, man mano mi vengono incontro figure, sensazioni e odori. Alcune sono percezioni a me note, volti e fatti della mia vita, caposaldi della memoria. Altre mi sembrano inedite, forse risorse del subconscio.
Ad un tratto una di queste figure si rivolge a me.
È me stesso a dodici anni. Capisco che è(sono) in viaggio nella direzione opposta alla mia(sua) da quel giorno del gioco. Co
La soglia del dolore era diminuita, non provava molto. A terra, giacente su vestiti sporchi, chiuse gli occhi. Il respiro non era più affannato. Non tremava e le dita non si muovevano convulsamente. Le palpebre non tremavano e la bocca non emetteva versi di panico. Il buio c'era, ma non era maligno. La stava sostenendo come un'amaca morbida, che non ondeggia con violenza. La mente non stava vagando stanca, era lucida. Si tirò a sedere e con le gambe incrociarte prese fiato lentamente. Una sigaretta, le labbra ancora leggermente tumefatte che accoglievano quel chiodo di bara. Non tossì, era abituata a quelle dosi di nicotina a catrame che ora sembravano così dolci... Non voleva che qualcuno accendesse la luce, facendole bruciare gli occhi, facendola lacrimare. Le dita ossute si piegavano a cercare qualcosa tra le pieghe del suo vestito: un'immagine del suo passato. La trovò nella tasca interna, una foto stropicciata e in parecchi punti macchiata. Qualcuno le rimandava un sorriso scialbo, qualcuno la stava salutando mentre sullo sfondo onde violente si infrangevano su scogli neri, ruvidi. Sorrise di rimando alla foto un sottile rivolo di sangue che le scorreva lungo il collo dandole leggeri brividi. Si rialzò ondeggiando sotto il peso di lotte eterne e attese. Voltò lo sguardo verso la porta e prese la sigaretta tra le labbra: la spense sotto la pianta del piede callosa e insensibile. Un'ultima triste, lenta, amara boccata. Stracciò la foto, lasciando che i piccoli pezzi di carta cadessero in circolo sul pavimento polveroso. Di nuovo ancora, irrimediabilmente, stava lottando contro se stessa per cancellare tutti i suoi ricordi. Ora serviva solo scomparire...
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