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Racconti surreale

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Risveglio

L'uomo giaceva supino sul freddo impiantito della piccola caverna immersa nel buio totale. L'unica entrata era sbarrata da un grosso macigno e non vi erano altre fonti di possibile luce, nessuna finestra né uno sfiatatoio che immettesse aria dall'esterno. L'uomo giaceva esanime in quella posizione già da molte ore. Era alto più della norma, quasi un gigante, aveva capelli lunghi sciolti e il corpo martoriato da profonde e numerose ferite. La schiena, poi, portava i segni di una lacerante flagellazione. La punizione che aveva subito, secondo le usanze del posto, era stata dolorosa e di indicibile sofferenza.
Esternamente alla caverna l'aria notturna era fredda e umida, senza vento e quasi senza luna, sembrava immersa in un cupo silenzio, anche gli animali notturni tacevano come soggiogati e atterriti di far sentire la propria voce.
All'interno l'aria si era fatta stantia e pesante e ancora non era sfumato l'odore acre delle lampade a olio spente molte ore prima e il silenzio, già cupo e innaturale dell'esterno, ora appariva ancor più opprimente. Sebbene la temperatura non fosse del tutto invernale tutta la fauna e gli insetti che popolano la notte sembravano essersi volatilizzati quasi a presagire un incombente evento.
Nella caverna l'unica presenza era rappresentata dall'uomo che giaceva immobile e privo di vitalità disteso orizzontalmente sull'impiantito a secco posizionato sulla naturale levigatura della roccia.
Come da migliaia di cateratte improvvisamente apertesi l'aria inondò i polmoni dell'uomo ridandogli la vitalità perduta.
Con essa il sangue riprese a circolare impetuosamente e pochi istanti dopo anche la mente si risvegliò.
L'uomo, come colpito sul viso da un getto di acqua ghiacciata aprì gli occhi trovandosi ancora immerso nel buio. Ingoiando aria a pieni polmoni tentò invano di muovere il corpo, imprigionato nel sudario che lo copriva interamente davanti e dietro per tutta la sua lunghezza dalla testa ai piedi. Inoltre larghe fasce es

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Serata d'estate

In un vicolo al buio mi ritrovo a passeggiare,
un muto silenzio disturbato da cicale e
da ciottoli che si intrecciano tra i miei passi.
Nella mia mente solo vaghi pensieri,
che arrecano gioia e dolore al mio cuore.
Improvvisamente, brividi sulla mia pelle,
sudore dalla mia fronte e il mio cuore scalpitante come
un treno in corsa.
Il mio respiro diviene sempre più debole.. qualcosa mi travolge,
facendomi perdere i sensi.
Apro gli occhi; il vicolo è pieno di luci, di gente, artisti di strada che intrattengono la folla, musicanti che rallegrano l'atmosfera con i loro strumenti.
È bellissimo. I bambini con lo zucchero filato e
i loro sorrisi contagiosi. Mi faccio strada tra la folla.. ma qualcosa mi tira il braccio. Mi volto e vedo un angelo con due splendidi occhi celesti, con una bellezza straordinaria, che mi tiene la mano e sorridendomi mi esclama "Aspettami!".
Rimango incantato, si avvicina a me baciandomi sulle labbra.
Nella mia mente i pensieri sono volati via,
una sensazione indescrivibile, chiudo gli occhi e mi
faccio trasportare da questo uragano dentro me.
Silenzio.
Riapro gli occhi.
Mi guardo intorno, sono a terra nel buio vicolo.
Una lacrima scende dal mio occhio e un triste sorriso appare sul mio volto.

   1 commenti     di: francis francis


Rubik Hotel

Il mio sguardo, per motivi della mia vita che non sto qui a specificare, si è di molto ridotto, rivolto ogni santo giorno, ripetutamente, monotonamente, soprattutto ai volti e non al paesaggio. Per cui fatico ormai a risalire con gli occhi dalle mie traversie, dalla mia stessa scrivania, che ha assunto, da tempo ormai, l'aspetto di una parete.
Aveva esordito così, Tom Hornby, nella sua "lettera di giustificazione". Chiamavano così la richiesta di alloggio da presentarsi debitamente firmata alla Commissione Esaminatrice incaricata delle accettazioni, e chiamavano Rubik Hotel il posto presso il quale la sua era stata, dopo lungo esame, finalmente accettata.
In realtà si trattava più che di un albergo, di un nosocomio con 27 camere singole di forma cubica fatte ruotare alla bisogna attorno a un nucleo sferico e, per questo, affaccianti a periodi su scenari e paesaggi artificiali.
Nel loro insieme le 27 camere cubiche formavano un cubo più grande. Dunque l'albergo era un cubo costituito di cubi, insomma un cubo di Rubik ingigantito (da cui il nome della struttura) nel quale si potevano vedere, in conclusione, per chi osservasse il palazzone in questione dalla strada, i 9 quadrati corrispondenti a ciascuna delle 27 camere, per ognuna della quattro facciate.
Ogni stanza era fornita di un terrazzino e di una finestra.
Sento la necessità, aveva continuato Hornby nella sua lettera, di chiudere, di spegnere la mia anima e riaccenderla altrove.
Giunse al Rubik di notte. L'accolse un inserviente vestito con una casacca gialla che senza neanche rivolgergli la parola, figuriamoci aiutarlo, gli piazzò in mano la chiave della sua stanza e gl'indicò col pollice l'ingresso dell'ascensore alle sue spalle.
Salito in camera, Hornby trovò l'accesso al terrazzo chiuso da una tapparella e la finestra spalancata.
Poggiato il suo pesante borsone sul letto, andò ad affacciarsi alla finestra per curiosare e, subito, una voce registrata cominciò a sussurrargli sensazi

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   0 commenti     di: Sergio Saggese


Il Volo della Fenice

L'uomo era alto e così magro che sembrava sempre di profilo. La sua pelle era scura, le ossa sporgenti e gli occhi ardevano di un fuoco perpetuo che gli avevano regalato il soprannome di "Fenice".
Da Sao Tomè a Rio. Finalmente per lui, unico tuffatore della nazione, la soddisfazione della competizione olimpica. Doveva essere solo una partecipazione simbolica per entrare nella storia dello sport del suo piccolo paese.
Ultimo, ovviamente, dopo il primo tuffo, osò sul secondo l'inosabile. Quintuplo salto mortale e mezzo in avanti.
Voleva passare alla storia come l'unico che l'avesse tentato: riuscirci non era necessario.
Salendo la scaletta sentiva l'emozione che aumentava come la brezza dal basso verso la piattaforma della piscina con l'atlantico immenso di fronte. Sotto di lui non c'erano parole, soltanto rumori come voci sospese.
C'erano ora solo lui e l'oceano infinito.

Il vento caldo aumentava d'intensità. Aspettò ancora un momento e poi si lanciò nella storia.
Un due, tre, quattro, cinque... il vento fortissimo lo sosteneva nel suo sforzo rallentandone la discesa, permettendogli le evoluzioni previste dal tuffo impossibile.
Newton contro Eolo, gravità contro vento ascensionale con l'acqua in attesa del corpo leggero.
Davanti al suo paese, migliaia di sogni distante, ebbe il punteggio più alto mai visto in una gara di tuffi tra l'acclamazione del pubblico carioca.

Non volle esagerare e lasciò la gara dopo quel tuffo.
Si era spento il fuoco che gli ardeva negli occhi.



La battuta di caccia

Non caldo ma afa. Già da cinque giorni l'aria
irrespirabile flagellava il "divertimento" dei cacciatori
di frodo sulla collina.
"Ehi Dario, per poco non mi colpivi!"
L'uomo fu avvolto dal panico e con il cuore sottosopra si
precipitò verso il cugino.
Alex aveva solo 32 anni e mai si era avvicinato al pericolo
di una morte improvvisa.
"Non so proprio cosa possa essere successo... io..."ansimò l'uomo.
"Ho sentito il fischio del proiettile quasi dietro l'orecchio, come hai
fatto a non vedermi??"
"Non te lo so dire, davvero..." ma forse lo sapeva... da tempo non era
più lui da quando gli era stato diagnosticato un tumore benigno da
tenere sotto controllo e lui ogni tanto aveva timore di eventuali complicazioni.
La vita da allora gli divenne più precaria e aleatoria, lui che di solito
cercava di fare progetti. Questo ad Alex non lo avrebbe mai rivelato, era il
suo nipote preferito... rifletteva del fatto che tutti possono essere egoisti
e sovrapporre i propri conflitti sopra quegli degli altri... in effetti
il proiettile mancò il bersaglio di pochissimo... brutto affare. Il ragazzo
sudava freddo ed era ancora sotto shock. Era solo alla sua terza battuta di
caccia e per lui questo non era altri che un passatempo... e per colpa dei suoi
"forse" infondati timori stava per compiere una tragedia.
Tornarono subito verso casa avvolti in un lugubre silenzio. La cena era pronta
e Normase ne stava già seduta. Era la madre di un cugino che anni fa fece perdere
le proprie tracce. Da llora la donna divenne sempre più malinconica e taciturna.
Del figlio non si ebbe più notizia, anche se il gesto era prevedibile da un tipo come
lui, affetto da turbe psichiche... un giorno decise di andarsene per sempre, dopo
una vita non facile in seno alla famiglia. La madre però non lo aveva dimenticato
anche se ci litigava spesso per via della sua instabilità.
La cena si svolse in assoluta silenziosità. Nessuno, per i propri motivi, a

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   0 commenti     di: Linda Tonello


Sogno numero Uno

…. sei in un corridoio, lunghissimo, non sembra ci siano altri utenti, cammini a passo regolare, alcuni neon, molti a dire il vero, sono in fin di vita e lampeggiano in modo irregolare, provocando un rumore TAC TATATATAC, che è anche l’unico rumore percepibile oltre i passi; non sai perché sei in quel corridoio, sai solo d’esserci, non sai se l’uscita più vicina è alle spalle o davanti, in fondo, lì dove sembra le luci siano fisse, comunque cammini, indifferente, quasi rassegnata, almeno fino a che sembra che le pareti del corridoio comincino a restringersi, come un budello di salsiccia, sembra quasi animarsi e volerti afferrare; a questo punto cerchi di guardarti indietro, verso il percorso già fatto, ma, dietro, c’è solo buio, come se, quasi fosse un videogioco, il pavimento si sviluppi davanti, cessando di esistere alle tue spalle;sudore, battito irregolare, però vai avanti, l’angoscia ancora non è tua compagna, e vai avanti, il TAC TATATATAC degli starter consunti continua ad essere l’unico suono percettibile, cerchi di restare indifferente, di non riconoscere neanche con te stessa di avere qualche dubbio, qualche brivido di paura, ti costringi a non guardare il buio alle spalle, fissi con ostinazione il corridoio cercando di intuire dove sarà il punto di soffocamento, ma, ad un tratto c’è qualcosa che esce, quasi come un ectoplasma da una parete, cos’è? Ti avvicini e la scopri “mano” mano umana, calda
morbida, sicura, taumaturgica…. Sei indecisa, spaventata e confusa, hai paura di sbagliare, di sbagliare ancora, temi che anche questa “mano” possa, nell’attimo in cui cerchi di stringerla, sparire nel nulla della notte, però poi ti avvicini…. la tocchi, percepisci il suo calore, ne contraccambi la carezza, ne trai la forza della fiducia e….. un tuono ti sveglia!

   10 commenti     di: luigi deluca


Insolite apparenze - Parte prima

Questa è la storia di due ragazzi. Uno ha dodici anni, l'altro venti; uno è bruno, l'altro è biondo; uno non ha le lentiggini, l'altro sì; uno è scontroso, l'altro è socievole; uno è reale, l'altro no.
Benicio abitava tra gli ulivi e la terra rossa della Sicilia. Sua madre e suo padre erano i proprietari di un tabacchino a pochi isolati dalla propria casa.
Il fratello maggiore viveva e studiava legge a Messina, e per le feste e le vacanze estive li andava a trovare.
Mentre sua madre era del posto, suo padre era emigrato dal Portorico durante gli anni Sessanta.
Benicio non amava stare a contatto con le persone. Infatti, tutti i giorni dopo la scuola, mentre i compagni di classe si radunavano nelle varie case per giocare tra loro, lui preferiva passeggiare tra il verde inesplorato, in cerca di solitudine.
Con un bastone che teneva sempre da parte per le lunghe passeggiate, s'incamminava su per le verdi colline, accompagnato dal ripetitivo cicaleccio che ormai conosceva a memoria.
I capelli scuri e la pelle olivastra, facile all'abbronzatura, l'aveva ereditata da suo padre, mentre la virtù più importante gli era stata tramandata, quella della comprensione, da sua madre,
Per avere dodici anni era già ben formato. Non praticava sport o altro, ma quando arrivava l'estate, l'unica cosa che gli importava era andare a nuotare nel mare dove era cresciuto in compagnia del fratello, dei cugini e degli amici.
Una volta arrivato in cima alla salita, la sua fronte grondò sudore, e col dorso della mano si pulì la fatica. Poi piantò facilmente il bastone nel terreno. Tese l'orecchio e le sentì di nuovo: le cicale.
Dopo si voltò e fissò l'orizzonte.
Da lassù era a circa venti metri d'altezza. Poteva vedere il paese e il verde abbracciarlo. Anche il mare vedeva da lassù.
Guardò l'orologio. Erano le tre del pomeriggio.
"Sei pazzo..."
Benicio si voltò.
In piedi davanti a lui, se ne stava un ragazzotto dai capelli biondicci e finissimi.
"Ch

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   2 commenti     di: Roberta P.



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