Era notte fonda,
magari le due o le tre,
mi è sembrato di fare uno strano sogno;eravamo
assembrati in una enorme valle, e
annunciato da squilli di tromba,
mi sono visto presentare alla folla;
io, dapprima sbigottito, poi incuriosito, ho
chiesto:- perché volete che vi parli? ,
allora in coro, la pletora tutta ha strillato: Dicci un nome!
Em…ma…io, veramente, non so, non saprei proprio;
ma se proprio insistete,
ma se proprio devo enunciare pubblicamente…
allora che ella sia e ho detto il nome : (ma non me lo ricordo più )
Carlos Echiuirri è un direttore di banca e lavora in Mexico City, Carlos è pure stanco di quel lavoro e ha in animo di fare la stronzata più grande della sua vita, autorapinarsi la sua banca.
La giornata di lavoro è appena iniziata, Carlos è nel suo ufficio e sta meditando, ha ordinato alle sue segretarie di non disturbarlo per nessuna ragione. Pensa e ripensa, ogni tanto borbotta tra se:_
«Ho bisogno di un complice, da solo non ce la faccio». Scarabocchia su un foglio, appunta orari, disegna frecce, traccia vie di fuga e di nuovo schizzi, disegni.
E ancora bofonchia:_
«No un complice no».
La mattinata se ne va e sopraggiunge l'ora dell'almuerzo (pranzo).
Carlos non deve comportarsi diversamente dal silito, non deve dare nessun segnale sospetto, i colleghi non devono percepire niente di niente.
Tutto normale quindi, il pranzo i colleghi, il cameriere di sempre, le solite battute. E pensa :_ «Odio questa vita, questa gente, provo disgusto in tutto ciò». Il caffè se lo gusta giocando ad una slot, seduto scomposto, con una gamba a terra spingendo lo sgabello in un andare altalenante. Lui è il direttore e si può permettere di rientrare cinque minuti dopo nel suo ufficio; guarda rientrare i suoi colleghi uno per uno e si raffigura nella sua mente di ucciderli, come in un gioco elettronico, riarmando le armi e totalizzando i punti ad ogni centro.
Adesso è seduto nel suo ufficio, i piedi sulla scrivania, scazzatissimo e irrequieto, prende in mano il foglio scarabocchiato ne fa una pallina e lo getta nel cestino, si sofferma a scrutare l'angolo della parete, lo sguardo si perde, improvvisamente uno scatto, riprende il foglietto gettato nel cestino e si avventa su questi come una iena; come una iena sulla carogna ancora calda, riduce quegli appunti in mille pezzi, addentandoli e risputandoli con la bocca sulla scrivania.
La notte la trascorre rimuginando con il cervello, facendo piani, analizzando circostanze avverse, pensando alle strategie gi
Kong dormiva, la testa poggiata sulle ginocchia di Dio, il corpo oscuro ammassato ai Suoi piedi.
Il braccio, deposto su una gamba, sporgeva verso il nulla.
La mano sinistra di Dio gli accarezzava la pelata.
Sognava, una pioggia incessante.
Dio soffia nel suo orecchio, allora Kong risale la corrente, lentamente, verso il risveglio.
La vastità del luogo fa si che persino Kong appaia minuscolo. È in piedi, in angolo di una sala rettangolare. Le dimensioni sono enormi, la sala è vuota, due colonne e tre vetrate su uno dei lati lunghi. Solo un tavolo da ufficio, vicino l'angolo opposto, anche il tavolo è rettangolare, due sedie. Pareti bianche, alte, lisce, irreprensibili.
Kong guarda una porta chiusa, vicino il tavolo. Sposta il peso sulla gamba destra e considera una delle due sedie. Gli sembra minuscola, dubita che possa reggere il suo peso. Inizia ad avvicinarsi lentamente al tavolo. Sulle finestre preme una luciaggine vischiosa, come un biancore d'uova.
È ottuso, sa di essere ottuso. Non è una sensazione generica, un sentimento, è proprio un'otturazione ben localizzata nel cranio. Parte dalla nuca, invade la tempia e si solidifica nell'occhio destro. La pressione di quel pugno gli schiaccia i pensieri, deformando e stancando ogni cosa nella mente. Talvolta, senza sapere come, il peso viene tolto, e la leggerezza nella cavità dove solo l'impronta è rimasta sconcerta Kong. Si chiede, stupito, se si possa vivere anche così. Ma sono lampi, in breve l'iceberg si riforma e Kong china di nuovo la testa, convinto una volta ancora a stringersi intorno al cerchio della sua ottusaggine. Col tempo è giunto, a credere che ognuno abbia un pugno che lo opprime dentro..
Dio entra dalla porta e la richiude accuratamente. Si dirige svelto verso l'altra sedia, quella che dà le spalle al muro, procediamo? dice.
Kong avverte un'improvvisa pressione al cuore, non spiacevole, ma è costretto a trattenere il fiato per un istante, gli esce u
La chiave girò, aprendo il portone. Salì i gradini che lo separavano dal suo appartamento lentamente. Nessuno lo aspettava. I suoi orari di lavoro erano insoliti. Turno di notte. Rientrava a casa all'alba. Per le strade non una persona. Si trovò finalmente di fronte alla lastra di legno che lo separava dalla sua tomba letargica. Estraette dal mazzo il suo lasciapassare e fu dentro. Si fece strada fino al letto. Si sdraiò. Chiuse gli occhi e morì. Risorse in tempo per mangiare, quasi come ogni giorno. Non riconosceva più colazione, pranzo, cena. No, pensò, scartando l'ipotesi di un cibo salato. Mangiò una brioche industriale. Mentre intorno a lui negli altri loculi il mondo friggeva, salava, condiva, oliava. Si stese sul divano, aspettando che passassero le ore, o i minuti. Chissà se è questa la mia vita. Vivere quando gli altri dormono, senza conoscerli mai. Ho mai visto uno solo dei miei vicini? Hanno dei figli? Piccoli o grandi? Magari non ho vicini. Per me è come se non esistessero. Questo lavoro mi ha ucciso? Eppure non mi pesa non avere nessuno, e agli altri di me non importa. Non ricevo lettere. Né visite. Se anche venissero non aprirei. Non li voglio.
Gli capitava sempre più spesso di pensare agli altri. Un tempo aveva vissuto in mezzo a loro. Poi Il Lavoro. Tornato a casa non sapeva più dire con esattezza dove lavorasse e in cosa consistesse la sua occupazione. Con la luce non avrebbe trovato la strada. Si sarebbe perso. Non ci provava neanche. Aspettava che la sveglia suonasse per avvertirlo di dover uscire. Aveva tagliato fuori dalla sua vita il tempo. Non c'erano orologi nel suo sepolcro. La sveglia suonava, e lui non ricordava a che ora. Era iniziato tanto tempo fa Il Lavoro.
Accadde: suonò. Si alzò, e uscì. Non si era cambiato prima di dormire. Avrebbe fatto una doccia, poi. La porta si chiuse dietro di lui, imprigionandolo nel pianerottolo con un uomo. Sarà un mio vicino, pensò, speriamo non voglia fare conversazione.
Royal era un abitante di un villaggio molto ricco ma che un giorno venne assaltato da zombie, scheletri armati di freccie e mostri verdi che esplodono chiamati crepeer.
Tutti morirono ma Royal riuscì a sopravvivere e giurò vendetta. Allora si armò di spada di diamante e cavallo. Così si dirisse verso il castello di Herobrine, il capo di tutti i mostri e dopo una battaglia a forze eguali, Herobrine venne sconfitto e da quel giorno regnò pace sulla terra, chiamata anche VITA
Torno dal mare bello carico, abbronzato, sono proprio MORESCO! Ma che dico sono proprio ILBONO, mi sento una POTENZA, bello come un RE! Sono euforico, ho deciso stasera PECCO con lei, la mia fidanzata PAOLA. Tiro fuori dal box il mio ASSO nella manica, la spyder, con questa lei non mi resiste. Telefono, passo a prenderla e so già che non scenderò a PATTI, NE a compromessi con lei... cascasse er MONNO! Sono sotto casa sua, sale e partiamo: questa volta faccio giro lungo, di preparazione. Lei nel salutarmi mi sfiora, sono subito nei pressi di ERTO, mi dirigo verso posto fuoridalla MASSA, niente MONTI, niente litorale MARINO. Lei mi asseconda, mai CANDIDA; serata eccitante, tiro fuori l'ERBA, rollo una CANNA ci siamo, siamo CAPACI ormai e mi dico, FALLO! E tiriamo l'ALBA...
In MAIUSCOLO potete leggere nomi di alcuni noti e meno noti, Comuni Italiani...
Niente andava bene, e spesso, il ragazzo di cui vi parlerò ripeteva questa frase: " Scommetto tutto quello che ho che se io morissi domani a nessuno dispiacerebbe".
Viveva in una casa da sogno, dove aveva tutto ciò che desiderava, compresa la servitù che lo riveriva in tutto e per tutto, forse proprio questo agio lo aveva reso consapevole della sua fortuna e per questo era sempre gentile e disponibile con tutti, come se dovesse sdebitarsi.
Entrambi i genitori erano sempre via per lavoro, quindi passava gran parte del suo tempo da solo in camera a scrivere bellissime poesie e racconti, che però nessuno leggeva.
La sua grande timidezza aveva fatto si che non avesse amici veri, ma solo conoscenze, e quando si è quasi maggiorenni e non si hanno amici l'unica compagna che si può avere è la solitudine.
La sera era il periodo più duro della giornata, perchè, come diceva anche Foscolo, porta alla mente emozioni che si possono collegare alla pace, ma anche alla morte, in quel periodo della giornata questo ragazzo scriveva tantissimo, senza fermarsi fino a che non si addormentava sul foglio. Era ormai un po' di tempo che scriveva riguardo alla sua voglia di vedere la rezione delle persone a lui care nel caso in cui morisse, stava diventando un'ossessione, voleva vedere chi avrebbe pianto per lui.
Una sera stava per finire l'ennesimo racconto sull'argomento quando senti una delle cameriere piangere a dirotto nella sala adiacente alla sua, la camera da pranzo, corse per vedere l'accaduto e trovò la donna con la testa chinata sul tavolo mentre singhiozzava, gli chiese cosa aveva ma non ebbe risposta, notò sul tavolo un giornale aperto e quando lesse il titolo dell'articolo che la donna stava leggendo gli si gelò il sangue nelle vene, parlava del figlio di due noti personaggi della città morto suicida, e dalla foto non c'erano dubbi, era lui!
Dopo i primi istanti di sconforto capi cosa stava succedendo, il suo desiderio si era avverato, lui era morto e
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