La biografia di Jack Tower è stata scritta a quattro mani. Non da due persone, ma da un essere amorfo e senza rimorso in possesso di quattro arti superiori.
Ignota e piuttosto ignobile è rimasta la sua identità. Forse non ha avuto il coraggio, dato che il materiale è scarso di soddisfacenti episodi. Sappiamo solo della sua sfortunata nascita, non avvenuta da parto femminile, ma per combinazione di scarti industriali uniti ad atomi di ammoniaca vaganti nell'atmosfera.
Fece studi irregolari e regalati, fu un bambino prodigio alle scuole alimentari, affamato di conoscenza e di cosce di tacchino. Prese una laurea dal cestino dei rifiuti e si fregiò del titolo di dottore. Indossò un camice bianco già sporco di sangue, fu così assunto in una macelleria, ma fece la fine del pollo facendosi spennare di quei pochi quattrini che non aveva guadagnato.
Jack, se fosse una persona normale dubiteremmo del concetto di normalità.
È divenuto eroe con la certezza che nessuno potrebbe mai chiedere il suo aiuto. Il suo tratto distintivo è l'ombrello al braccio nei giorni di sole e un incerto vagare nelle notti di plenilunio. Non ha fissa dimora né un pasto caldo assicurato, se non contro furti e incendi di cui fa volentieri il testimone falso in tribunale per racimolare qualche euro.
Le poche parole che ha pronunciato nella sua inesistenza sono irriferibili o meglio depositate in varie questure d'Italia, dove ha il piacere di passare le ore più fredde della notte.
Questo è Jack, ma anche peggio, se volete.
Fin da piccolo ho sempre ammirato il modo in cui muoveva le orecchie il mio vicino di casa. La prima volta che ho assistito a questo fenomeno paranormale ho scavato una buca tanto profonda da non uscirne mai più, e dovetti rassegnarmi all'idea di rimaner prigioniero eterno di quell'ammasso brulicante, e forse sostenitore, di nozioni errate.
In quel periodo, quando mi alzavo la mattina mi esercitavo con questo semplice e puerile insieme di sostantivi maschili plurali: "teatri virgola triglifi virgola tasti virgola tornanti virgola tifoni virgola alisei con l'alfa che cade con successiva contrazione tra beta e gamma, e infine beta più gamma uguale dieci al quadrato."
Vi può sembrar folle, ma ero conscio dei miei sentimenti obliqui.
Sapete voi cos'è un'allucinazione? Avete mai avuto un'allucinazione? Io credo proprio di si, anche perchè è un fenomeno molto diffuso a certe latitudini. Mi trovavo sulle rive del Po, a sud di Busto Arsizio, vicino quel ponte che i Romani attraversarono circa 204 000 mesi fa per conquistare le antiche risaie dei barbari, dove si produceva un riso molto particolare, un riso incontenibile, un riso anche amarognolo in certi momenti della giornata. Ero seduto sulla riva e stavo preparando la mia canna telescopica al carboidrato espanso. Avevo legato sulla punta il filo di cylon, con due piombini e un galleggiante di sughero sintetico a mò di filtro. Non ve l'ho ancora detto, io sono un pescatore solo perchè la caccia è troppo facile, e le armi non s'inceppano mai quando tutti ridono e piangono nello stesso istante. Puntai la canna verso il centro del fiume, lì dove l'acqua scorre velocemente come un'autostrada, come la Salerno Reggio Calabria a mezzanotte del 31, sempre se le condizioni meteorologiche sono buone. E poi le grandi opere sono come... così... come dire, pelose? Ma torniamo a noi, l'esca era fresca, il cielo era un velo, il vento era spento... ma che cazz sto dicendo, scusate... ritorniamo sulla riva. Ero accovacciato e assorto, e aspettavo che un pesce abboccasse all'amo, quando ad un tratto vicino al mio galleggiante si affacciò un pesce dalla bocca rossa e dallo sguardo da pesce... ovvio. Mi guardò dritto nelle pupille e mentre si apprestava ad esclamare qualcosa, lo interruppi con un grido poderoso:togliti di lì, che mi spaventi l'esca!!!! Lui rimase in silenzio e poi scoppiò in una risata barbara, la classica risata di una trota inquinata. Aspettai che finisse di ridere e gli chiesi: come ti chiami? E lui: sono il pesce cervello. Dimmi giovanotto, rivolgendosi a me(anche perchè c'ero solo io e altri due o tre spaventapasseri) sei un extracomunitario? Sinceramente mi disturbava un po' il fatto di dover dare spiegazioni e giustific
[continua a leggere...]Col mento appoggiato sul pugno della mia mano, fissavo il sovrastante pannello della mia postazione.
Senza pensieri, speravo di godermi un po' di quella silente spensieratezza che vivono i più fortunati.
La cosa, però, fu notata dal vigile occhio aziendale e interpretata come un comune mal di vivere, pertanto fu riferita alla direzione.
Dal piano più alto scese una voce: "Mi chiami subito il Mancini!"
Il comando venne subito raccolto da Torquemada, tristemente nota per la sua rigidità mentale, piuttosto che per la sua intelligenza.
Pochi istanti dopo, mi trovai davanti a me le cieche occhiaie dell'inquisitrice che con aria greve e preoccupata mi invitava a seguirla.
Non avevo scelta... e forse era giunto il momento di pagare i pochi istanti di quella incosciente spensieratezza! La presenza inquietante al mio fianco di Torquemada era forse il preludio di ciò che sarebbe successo più tardi?
Io e la "Procedura" salimmo su per la rampa delle scale in due minuti che però a me parvero due secoli, poi, una volta raggiunti la porta del Capo, la mia scorta personale bussò due volte all'uscio.
Una voce femminile, chiese: "Chi è?"
- Sono io! Sto con Mancini...
- Avanti!
L'ambiente angusto non concedeva molto alla fantasia, né alla femminilità. Tutta la mobilia rispondeva ad un incerto criterio di funzionalità e di buon gusto.
Dentro un piattino sul tavolo, quattro caramelle Rossana, sopravvissute a chissà quante e quali razzie, mi guardavano pallide, nonostante la carta della confezione fosse notoriamente rossa.
La conversazione prese subito avvio e con un sorriso artefatto Rosso Relativo prese a dirmi:
- I miei collaboratori mi hanno riportato che lei è stato colto nell'atto di pensare durante l'orario di lavoro. Ha forse dei problemi? Se ce ne fossero, lei sa a chi rivolgersi. . .
- Beh, innanzitutto la ringrazio. So che alcuni colleghi che avevano prenotato con Lei un colloquio nel frattempo sono andati in pensione e altri so
Voltare un'altra pagina della propria vita comporta sempre il rischio di trovarsi di fronte alla terza di copertina; così, quando ci si accorge che la propria storia si conclude, non ci resta che sbirciare oltre la rilegatura, fra i caratteri affossati delle bronzine, se da qualche parte qualcuno abbia scritto il nostro nome.
Proprio a questo punto era arrivato Lemar, restava lì, con la mano quasi rattrappita a serrare fra le dita l'ultima pagina della sua esistenza e ad accarezzare con il mignolo la copertina rigida dove già sapeva; non avrebbe trovato scritto nulla.
Si rigirò il volumetto di cartonato ruvido fra le palme, con il fare distratto di chi non vuole dare a intendere tutta la propria delusione, poi, strabuzzò gli occhi; sulla sua vita non c'era forse il suo nome, ma, appena dietro la copertina brunita e stanca, si distendeva in bella grafia una dedica:
"A tutte le persone cui rimarrà di me il ricordo e un lusinghiero senso d'assenza".
Forse tutto il lercio e la fuliggine che alla sua vista velavano, a volte scempiavano, le pagine del suo diario non erano veramente lì, certo, lui le avvertiva, quasi gli avevano reso impossibile leggere alcuni passi, ma ora, stava maturando la consapevolezza che a "tutte quelle persone" non avrebbero dato fastidio.
In quelle pagine rabbiose e rombanti, fra i tumulti degli inchiostri doveva esserci qualcosa di luminoso; non poteva essere d'aver buttato via tutta una vita nel dolore; non per sé magari ma per qualcun altro, fra le strofe sbiadite, fra le volute e le acrobazie della penna, riposava forse qualcosa che valesse la pena d'esser serbato.
Quelle pagine racchiuse fra un inizio ed una fine, fra le parole "Amo" e "muoio" lui non le avrebbe volute leggere mai più, ma in virtù di quella dedica non bruciò il libro lì dove si trovava.
Passarono un'alba e il tramonto suo figlio prima che a Lemar tornassero le forze per attuare il proprio nuovo proposito. Da qualche parte, oltre i cumuli di pensieri ch
Aveva ripreso a fumare, dopo anni di astinenza sentiva l' irrefrenabile bisogno di accendere una sigaretta per sfogare la noia:sempre chiusa in casa, spesso in cucina intorno ai fornelli, mai una piccola soddisfazione.
Uscì, percorse lentamente il vialetto alberato del giardino e, mentre osservava le chiome verdi dei pini, accese quel cilindretto bianco, quasi inoffensivo.
Aspirò senza troppa convinzione le prime boccate, non era un granchè.
Insomma doveva pur fare qualcosa di proibito altrimenti che vita era?
Intanto le tinte del tramonto sfumavano ed una lieve brezza ristorava la campagna intorno, arsa, bisognosa di rigenerarsi con una pioggia ristoratrice. Anche lei si sentiva così, arida come quella terra asciutta che si sgretolava sotto i suoi passi.
Arrivò vicino al belvedere, i contorni di una montagna scura si delineavano netti contro un cielo sempre più turchino.
Non sapeva se fermarsi di fronte a tanta bellezza per assaporarne i colori rimasti oppure riprendere a passo veloce la via del ritorno.
Ritornare però verso cosa?
Meglio continuare per quel sentiero stretto, sconosciuto.
S' inoltrò tra i cespugli, con difficoltà, un leggero stordimento la prese, sentì la testa girare e un lieve tremore
attraversare le sue membra. Certo poteva essere l' effetto del fumo a cui non era abituata, ma sentì che anche i muscoli cominciavano a tendersi, il collo le faceva male e le labbra secche vibravano ritmicamente; erano sensazioni che la facevano impaurire.
Il cuore batteva veloce e un'inquietudine l' assalì.
Ma dov'era? Quella radura non la conosceva e la casetta di legno non l' aveva mai vista prima.
Ripresasi dall' intontimento decise di entrare dalla porta semiaperta. Una piccola stanza spoglia l' attendeva: il fuoco acceso nel camino, una poltrona confortevole e più niente.
Si sedette per riprendersi un po', avvertiva una strana stanchezza, non riusciva a capire il perché.
Nella stanza, sul fondo, notò un grande baule celat
Dormire. All'apparenza la cosa più semplice del mondo, la vita si ferma quando si dorme.
Ma il sogno è un'altra dimensione! Anche se della nostra mente sono un mondo da vivere da creare... Sei un Dio.
Ho passeggiato con Angeli e camminato con creature mitiche,
Combattuto guerre e costruito cattedrali.
E il risveglio, la realtà stessa è deludente, nel sogno, ho conosciuto me stesso!
Perso, nello spazio onirico, per anni come Ulisse ho vagato per terre e mondi alla ricerca di risposte a domande che nascono insieme a noi: chi sono? Da dove vengo? Perché ho questo carattere? E più dormivo, più sognavo, più entravo dentro di me, fino a comprendere dopo 20 anni, chi ero.
Non erano i postumi di una canna o di una pasticca, e molto più di un sogno lucido: la mia odissea!
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