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Racconti surreale

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Solo il tempo cambia

Anche quella mattina, come era solito fare, il vecchio e zoppo contadino uscì di casa al sorgere del sole e, come al solito, l'intero villaggio se ne accorse. Niente di particolarmente arduo, viste le continue, maligne imprecazioni e le continue offese che era solito lanciare riferendosi a tutto ciò che rientrasse nel naturale ordine delle cose. <<Dannato sole cocente!>>; <<Dannate pietre spigolose!>>; <<Dannate foglie che cadono dagli alberi!>>, continuava a ripetere.
Ma di certo anche un contadino che non trascorre la giornata a lavorare il suo terreno non rientra nell'ordinario.
Non un solo germoglio, non un solo frutto maturo. Tanto che quello spaventapasseri non aveva motivo di trovarsi li, conficcato nel terreno. Questo suo particolare comportamento aveva ovviamente attirato l'attenzione del resto del piccolo villaggio, abitato per lo più da contadini come lui, ma che al contrario del loro collega portavano a termine quotidianamente il loro compito. Noncurante degli sguardi che lo attanagliavano, il vecchio contadino zoppicante si introdusse sul sentiero che come al solito lo avrebbe condotto verso il fiume. In molti si chiedevano cosa lo spingesse ad andare li, cosa ci trovasse di interessante; nessuno era mai andato oltre la semplice curiosità. Ma quella mattina qualcuno decise di seguirlo...
Un giovane biondo, alto e distinto.
Entrò nella sua piccola utilitaria, all'interno della quale continuò a bere il caffè che teneva stretto nella mano sinistra. Non smetteva di piovere. Il rumore della pioggia che si infrangeva sul tetto dell'auto si infittiva sempre più.
"Pioggia del cazzo, è da tre giorni che va avanti così", pensò il giovane, non lasciando trasparire una certa malinconia sul suo volto.
Era stanco, a giudicare dalla mancanza di entusiasmo che fece trasparire quando mise in moto. Doveva essersi svegliato da poco e a giudicare dal volume intitolato "Manuale di diritto privato" che fuoriusciva dalla ventiquattrore che teneva

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   1 commenti     di: Kloomb


La cornacchia solitaria

In molti avevano avvistato una cornacchia che camminava frettolosamente e contromano su una trafficata autostrada.
- Eh! Hai visto quella cornacchia contromano? Accipicchia che coraggio!
- Secondo me, sta rischiando di finire all’ospedale.
- Ah! Beata gioventù. Come mi piacerebbe seguirla!
- Ma no! Vi dico che quello che sta facendo quella cornacchia è veramente folle. Qualcuno la fermi! O chiami la polizia!
- Sentite io nella mia vita di cose strane ne ho viste, ma questa le supera tutte!
- Allora cosa facciamo?
- Perché non la seguiamo, vedremo dove và.
Così il gruppo decise di seguire la cornacchia solitaria.
Nonostante la cornacchia solitaria camminasse, le altre, pur volando, a malapena gli andavano dietro.
Al primo affanno qualcuno degli inseguitori suggerì di andare a piedi.
La proposta fu accettata all’unanimità.
Un folto gruppo di impavide cornacchie s’impossessò di una corsia, convinte di andare fino infondo.
Poi una delle cornacchie ebbe l’ardire di chiedere alla cornacchia solitaria il motivo della sua iniziativa.
Il volatile emise un sospirone, poi disse: “ E vola di qua! E vola di là! Oh! Mica perché sono un uccello, devo volare tutta la vita? O no? Così mi sono detta: Oh! A Caterì quasi, quasi oggi mi vado a fa quattro passi!
Sentita la spiegazione, le cornacchie esplosero d’entusiasmo emettendo cori e fischi di giubilo.

   5 commenti     di: Fabio Mancini


LO SCRITTORE LEGGE UNA SUA OPERA

Era una giornata d’inverno e Alice guardava i gatti.
Tutta la gente la fissava male e con malinconia.
Alice portava la tristezza nella loro città, difatti alice guardava i gatti non nel suo paese ma nel gycdt.
Un giorno gycdtiani decisero di fare la guerra ad Alice, ma loro non sapevano che lei era immortale.
FINE
Questo racconto lo stava leggendo Gennarino, ed era l’unica copia venduta.
Lo scrittore era l’omonimo.

   8 commenti     di: allen leonardo


Negli spazi siderali

La notte astrale si preannunciava splendida. Come diamanti sciolti le stelle lanciavano il loro magico riverbero su tutto il creato. Due sagome ondeggiavano libere e veloci tra gli spazi bui e silenziosi. Lontano oramai era il luogo che li aveva ospitati.
I loro corpi sottili rifulgevano nello spazio di qualche metro e, accostandosi,
andavano a formare un piccolo sole.
Astrid osservare con candore ed estrema curiosità pianeti e satelliti. Di quella
porzioni di universo ne voleva respirare le viscere e imparare da essa. Riceveva
ulteriore energia e benevolenza dall'altro organismo etereo che le stava a fianco.
Actarus era il suo nome. Sebbene avessero un nome maschile e femminile, entrambi non
possedevano sesso. L'unica caratteristica che li differenziava risiedeva nella maggiore
possanza di Actarus.
Prendendogli la mano, Astrid disse:
"Vieni, andiamo più in là, dove quel piccolo pianeta se ne sta silenzioso davanti a quel minuscolo
sole..."
"Certo, ha risvegliato in me delle emozioni latenti..."disse Actarus sorridente.
Mano nella mano, con sentimento fraterno e per nulla malizioso si librarono con le sole forze
cinetiche e astrali.
"Questo luogo mi attira e mi intimorisce allo stesso tempo..." esclamò Astrid.
"Non sei il solo. Anche io sento quello che senti tu. Più che timore parlerei di un senso di oppressione..."
disse Actarus più controllato. I loro corpi lucenti si indebolivano a mano a mano che si avvicinavano al globo.
Malgrado tutto i loro volti erano smaniosi di osservarne la vita. Per loro era un'avventura da vivere anche nel suo aspetto misterioso. Per questo si convinsero a uscire dal loro piano dimensionale e scoprire cosa c'era "dall'altra parte".
Decisero di fermarsi appena sopra la troposfera per evitare di respirare possibili agenti contaminanti che si sarebbero mischiati con i loro purissimi e delicati organismi.
Videro tante forme di vita muoversi, correre, annaspare, litigare, ridere, piangere, disperarsi,

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   0 commenti     di: Linda Tonello


Lotta

La soglia del dolore era diminuita, non provava molto. A terra, giacente su vestiti sporchi, chiuse gli occhi. Il respiro non era più affannato. Non tremava e le dita non si muovevano convulsamente. Le palpebre non tremavano e la bocca non emetteva versi di panico. Il buio c'era, ma non era maligno. La stava sostenendo come un'amaca morbida, che non ondeggia con violenza. La mente non stava vagando stanca, era lucida. Si tirò a sedere e con le gambe incrociarte prese fiato lentamente. Una sigaretta, le labbra ancora leggermente tumefatte che accoglievano quel chiodo di bara. Non tossì, era abituata a quelle dosi di nicotina a catrame che ora sembravano così dolci... Non voleva che qualcuno accendesse la luce, facendole bruciare gli occhi, facendola lacrimare. Le dita ossute si piegavano a cercare qualcosa tra le pieghe del suo vestito: un'immagine del suo passato. La trovò nella tasca interna, una foto stropicciata e in parecchi punti macchiata. Qualcuno le rimandava un sorriso scialbo, qualcuno la stava salutando mentre sullo sfondo onde violente si infrangevano su scogli neri, ruvidi. Sorrise di rimando alla foto un sottile rivolo di sangue che le scorreva lungo il collo dandole leggeri brividi. Si rialzò ondeggiando sotto il peso di lotte eterne e attese. Voltò lo sguardo verso la porta e prese la sigaretta tra le labbra: la spense sotto la pianta del piede callosa e insensibile. Un'ultima triste, lenta, amara boccata. Stracciò la foto, lasciando che i piccoli pezzi di carta cadessero in circolo sul pavimento polveroso. Di nuovo ancora, irrimediabilmente, stava lottando contro se stessa per cancellare tutti i suoi ricordi. Ora serviva solo scomparire...



TIERRA ESMERALDA

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Insolite apparenze - Parte prima

Questa è la storia di due ragazzi. Uno ha dodici anni, l'altro venti; uno è bruno, l'altro è biondo; uno non ha le lentiggini, l'altro sì; uno è scontroso, l'altro è socievole; uno è reale, l'altro no.
Benicio abitava tra gli ulivi e la terra rossa della Sicilia. Sua madre e suo padre erano i proprietari di un tabacchino a pochi isolati dalla propria casa.
Il fratello maggiore viveva e studiava legge a Messina, e per le feste e le vacanze estive li andava a trovare.
Mentre sua madre era del posto, suo padre era emigrato dal Portorico durante gli anni Sessanta.
Benicio non amava stare a contatto con le persone. Infatti, tutti i giorni dopo la scuola, mentre i compagni di classe si radunavano nelle varie case per giocare tra loro, lui preferiva passeggiare tra il verde inesplorato, in cerca di solitudine.
Con un bastone che teneva sempre da parte per le lunghe passeggiate, s'incamminava su per le verdi colline, accompagnato dal ripetitivo cicaleccio che ormai conosceva a memoria.
I capelli scuri e la pelle olivastra, facile all'abbronzatura, l'aveva ereditata da suo padre, mentre la virtù più importante gli era stata tramandata, quella della comprensione, da sua madre,
Per avere dodici anni era già ben formato. Non praticava sport o altro, ma quando arrivava l'estate, l'unica cosa che gli importava era andare a nuotare nel mare dove era cresciuto in compagnia del fratello, dei cugini e degli amici.
Una volta arrivato in cima alla salita, la sua fronte grondò sudore, e col dorso della mano si pulì la fatica. Poi piantò facilmente il bastone nel terreno. Tese l'orecchio e le sentì di nuovo: le cicale.
Dopo si voltò e fissò l'orizzonte.
Da lassù era a circa venti metri d'altezza. Poteva vedere il paese e il verde abbracciarlo. Anche il mare vedeva da lassù.
Guardò l'orologio. Erano le tre del pomeriggio.
"Sei pazzo..."
Benicio si voltò.
In piedi davanti a lui, se ne stava un ragazzotto dai capelli biondicci e finissimi.
"Ch

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   2 commenti     di: Roberta P.



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