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Racconti surreale

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Una strega o una scienziata? - Parte Seconda

La neve scendeva placida come una lenta e gentile pioggerellina biancastra. Il sole splendeva opaco dietro le nuvole che circondavano quello strano paesaggio montano. Dove ci trovassimo non ero in grado di stabilirlo con precisione. Serena indossava un abbigliamento piuttosto inusuale, una sorta di strana e poco azzeccata combinazione che includeva un cappello da cowboy, dei pantaloni a zampa d'elefante e.. una lunga pelliccia bianca. -Cosa ti fa pensare che il mio abbigliamento sia stravagante?- Lo aveva fatto di nuovo, mi aveva letto nella mente, non sopportavo che utilizzasse quelle sue "capacità" per invadere in questo modo i miei spazi. -Sai Alex, se tu ti sforzassi di non pensare troppo a quello che ti circonda forse smetterei di trovare talmente interessanti i tuoi pensieri- continuava a farlo e non potevo impedirglielo in alcun modo. Tutto ciò era davvero snervante e fuori luogo, eppure per certi versi mi affascinava. Trovavo interessante il suo modo di analizzare, leggere e osservare tutti i miei pensieri. -Non scambiarmi per una psicologa però..- la sua voce mi riscosse nuovamente dai miei pensieri che, nonostante tutto, non volevano smetterla di fluire ininterrottamente come l'acqua di un fiume in piena. Stavo contemplando rapito una ciocca dei suoi capelli quando d'un tratto la mia attenzione venne attirata da un grosso cumulo di neve in lontananza, sembrava come ingrandirsi ogni istante sempre di più. -Guarda meglio, non è un cumulo di neve!- Aguzzai la vista cercando di scorgere meglio quella strana sagoma e infine mi resi conto che non era per nulla un cumulo di neve bensì.. una sorta di strano animale a metà strada fra un mammuth e l'abominevole uomo delle nevi. Stava su due zampe, aveva delle lunghe zanne aguzze e un piccolo naso nero che spuntava da sotto la folta pelliccia bianca che ne copriva quasi completamente il volto. -Serena cos'è quello?- temevo la risposta di mia sorella, e non a torto! -Quello è l'ab

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LO SCRITTORE LEGGE UNA SUA OPERA

Era una giornata d’inverno e Alice guardava i gatti.
Tutta la gente la fissava male e con malinconia.
Alice portava la tristezza nella loro città, difatti alice guardava i gatti non nel suo paese ma nel gycdt.
Un giorno gycdtiani decisero di fare la guerra ad Alice, ma loro non sapevano che lei era immortale.
FINE
Questo racconto lo stava leggendo Gennarino, ed era l’unica copia venduta.
Lo scrittore era l’omonimo.

   8 commenti     di: allen leonardo


Il re dei gamberi

Mi aspettavo di trascorrere una sera come le altre; perciò, dopo aver stappato una bottiglia di vino bianco che tenevo in frigo, andai fuori sul terrazzo di casa — quello che dava sul giardino — ad aspettare che si facesse l’ora giusta per uscire a cena con alcuni amici. Doveva essere una serata simile a tante altre, ripeto, ma stavo troppo male affinché lo fosse veramente.
Malgrado ce la mettessi tutta, non riuscivo proprio a superare il fatto che mi avesse mollato. Mi era impossibile da sopportare. L’avessi tradita, magari, lo avrei capito e me ne sarei fatto una ragione; ma ero sempre stato onesto e dabbene con lei, e adesso non meritavo di stare lì a soffrire come un cetaceo spiaggiato.
Invece, lei non aveva avuto pietà e all’improvviso era scappata senza darmi tante spiegazioni. Neanche fossi un rotolo di carta igienica della più scadente: tanti saluti e via a Sharm, a nuotare tra i coralli con un nuovo Napoleone pieno di grana. Come se fossi il peggiore degli uomini presenti sulla terra.
Ero davvero a terra insomma e il caldo estivo non mi sorreggeva affatto. Neppure il bianco che stavo bevendo mi era di sollievo e stavo quasi giungendo alla conclusione di fare qualche sciocchezza e combinarla grossa, quando per caso — nel chiaroscuro del crepuscolo — vidi quella strana figura sbucare tra le picche di nocciolo che avevo interrato nell’orto allo scopo di fare arrampicare i fagiolini.
A tutta prima, pareva un canguro. Mi rendo conto che sia difficile ammettere la presenza di un simile animale in un giardino della Brianza; cercate di capirmi, non è quella la sua casa! Da quello che ricordo, i canguri vivono nel bush australiano. Però, ci assomigliava davvero. Sarà stato per il taglio degli occhi o magari sarà stato per lo sguardo immobile. Non lo so di preciso. Gli mancavano soltanto le tipiche orecchie.
Sul momento, pensai che si trattasse di un animale scappato da qualche circo dei dintorni. Visto il periodo, la zona era piena

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La montagna

Si erge minacciosa oltre le siepi, vi sono alberi di molti tipi. Vedo campi interi inclinarsi sempre di più al cospetto della montagna gigantesca che si innalza di fronte a me. I primi a cedere sono gli alberelli più piccoli, eccetto gli olivi e le viti che continuano a crescere arrampiscandosi sulle vaste colline. Poi anche gli alberi più resistenti cedono, e quando perfino l'erba è esausta di arrampicarsi su quei ripidi sentieri, allora vi è solo fredda roccia e nebbia. Sì, più si sale sù per quella montagna, e più quella sembra concentrarsi sull'essenziale, spogliandosi della natura vanitosa e piena di piaceri.
La montagna imperscrutabile è spirituale e ha bisogno di Silenzio e concentrazione. Essa non si accontenta delle gioie mutevoli di sua Madre, la terra, e sebbene non possa disprezzarle, nè farne a meno essendo parte del suo grembo possessivo, non cessa mai di desiderare con passione le gioie eterne dello Spirito. Ma tanto è forte il legame con sua madre che non trova riposo, nemmeno a quelle altitudini l'atmosfera terrestre la lascia concentrarsi. Liberarsi dell'erba era stato fin troppo semplice, ma ora le nubi bagnavano le sue pareti gelandole, e i venti soffiavano così forte che era difficile perfino ascoltare il proprio pensiero. Fischiavano come trombe impazzite, scivolate via all'Angelo del Giudizio, rubate dalla sacca di Eolo.
Così per quanto fosse estenuante immaginare un altezza ancora maggiore, la montagna con grande resistenza e concentrazione si svincolò dai venti siderali e si elevò ancora più un alto, in un mondo fatto di ghiacci e cristalli di ogni forma. La montagna finalmente serena, restò a lungo accocolata nelle neve soffice e nelle foreste di ghiaccio. Di tutte le realtà che nascevano nel seno di sua Madre, la terra, le altezze glaciali erano quelle che più la aiutavano nel suo scopo spirituale. Si rilassò talmente tanto che non seppe mai quanto tempo restò addormentata sotto i ghiacci, e mentre un giorno se ne

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Un epilogo dal chilometro settantasei

Lo vedo muoversi verso me, deciso, e, se potessi, sussulterei.
Brutta faccenda, la morte.
Ti immobilizza agli occhi degli altri, mentre la vita interna, quella di tessuti e cellule, continua nell'anarchia.
Non ti permette di comunicare, di spiegare di fare attenzione a noi cadaveri, perché non c'è un margine netto tra vita e morte, che uno spasmo di vita continua anche dopo l'afflosciarsi del cuore, l'appiattirsi dell'encefalo, l del respiro.
Forse per alcuni dura pochi secondi, o anche meno, ma per altri minuti.
Perché nel mio caso questa vita nascosta tra la morte duri tanto da spaventarmi ancora, non so.
Mi perdo in questi dubbi, ma il fatto è che l'uomo continua a avvicinarsi. Tra le rovine degli altri cadaveri, proprio a me. Merda, questo riesco ancora a esclamarlo, o almeno lo concretizzo nelle feci che continuano a uscire degli squarci del mio intestino. Non me ne accorgo mica dall'odore, figurarsi, in questo marasma di corpi mutilati e di lamiere di vagoni, cosa volete che sia la puzza di escrementi.
Un accenno di salsa pesante su sapori acidi.
Me ne accorgo solo perché nei miei intestini le cellule sono ancora sensibili e mi sussurrano cosa perdo.
Chissà se è così anche per gli altri miei compagni di viaggio. Di morte. Di morte e di viaggio, se questa morte ci porterà lungo altri sentieri. Ma credo che non funzioni così. C'è questa vita residua, in cui le cellule conservano una consapevolezza temporanea. Poi, quando anche loro si desquamano, tanti saluti pianeta coscienza. Stop.
Comunque avevamo una cosa in comune, i miei compagni di viaggio ed io. L'assenza della morte. Quella che ora ci rende simili negli squarci dei volti, nella braccia, nelle gambe amputate.
La vita è imprevedibile fino in fondo, Anzi, nel fondo, nel morire, più imprevedibile di ogni atto quotidiano, non fosse altro perché galleggiamo nel presente, ignorando il fondo.
Anche da noi, pendolari del solito treno regionale, la morte era ben lontana.
Car

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Intreccio tra il bene e il male (quarta parte)

Gaia era sconvolta dalle ingiustificate accuse e spesso si abbandonava a pensieri negativi, che le impedivano di lavorare serenamente, profondo era il dolore represso e la depressione conseguente.
Nonostante la mancanza di prove valide, ci fu il processo in tribunale a seguito del quale fu condannato a libertà vigilata per un anno. Così Gaia rimase completamente delusa, anche se non riusciva a crederci che un ragazzo tanto buono avrebbe potuto compiere una simile azione. Dopo averci riflettuto, tentò di perdonarlo, ma la paura era così potente che non si accorse di trascurarlo spontaneamente. Quando lui si accorse che lo evitava capì che era amareggiata e cercò di giustificarsi spiegandole la situazione, ma lei non accettò nessuna parola e lui scosse la testa con aria ostentatamente mesta dicendo: "Con questo non ho più un tuo giudizio positivo e quindi la fiducia in me stesso, io ti voglio bene e ci tengo alla tua opinione, non posso perdere il tuo amore perché lascerei ogni senso della vita." Lei rispose dicendo: "Mi dispiace io non so cosa dire è una brutta situazione e..." Ma prima di finire di parlare si allontanò velocemente in lacrime e da quel giorno non si videro più per un certo periodo.
I giorni successivi furono malinconici per entrambi, ma la vita continuava accompagnata da acquazzoni temporaleschi. Ogni tanto lavorando in luoghi vicini s'incontravano, ma tra di loro c'era solo un saluto.
Lui si chiedeva e richiedeva se davvero era finita la loro storia, affogando la mente in mille ricordi che avevano in comune. Lei cominciò a interessarsi ai corteggiamenti di Luca e quindi a uscire con lui, anche se non era proprio felice, perché era ancora innamorata di Michele e non lo voleva ammettere neanche a se stessa.
L'appuntamento era sabato sera al cinema, dove videro un bel film d'amore. Gaia era abbastanza serena cercava di divertirsi, ma quando lui tentò di baciarla la sua reazione, non fu piacevole, si arrabbiò molto e gli diede uno sc

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   2 commenti     di: sara zucchetti


Il gigante che venne dal cielo-parte sesta

Abian inebetito esclamò: come disertore, vuoi forse dire che eri un soldato e sei fuggito?
In pratica si rispose il gigante, anche se non per salvare la pelle come forse ti immagini.
Ma allora adesso la tua gente ti cerca, magari per portarti alla corte marziale!
Mi farebbero di peggio se mi trovassero, perciò è opportuno che non sappiano nulla né di voi né di me. Riparerò la mia nave e me ne andrò quanto prima dal vostro mondo.
Ma perché sei scappato dal fronte? Chiese il folletto.
È una lunga storia rispose il gigante: Vedi alcuni scienziati del mio popolo scoprirono anni fa un pianeta accogliente chiamato Aptimal, su cui viveva una razza pacifica e primitiva di ometti blu chiamati Radros. Inizialmente questi vennero considerati una razza senza importanza da civilizzare, ma poi gli scienziati scoprirono su quel pianeta un minerale chiamato Axilos che incrementava le prestazioni della nostra tecnologia e i poteri dei signori delle ombre. Allora Rades Arìs cioè il re dei signori delle ombre e suprema autorità su Rades ordinò la conquista violenta di quel pianeta e così i Radros furono ridotti in schiavitù, costretti a estrarre l'Axilos dalle loro miniere.
Ma su Rades si costituì un movimento di dissidenti politici capeggiati da alcuni signori delle ombre che protestarono aspramente contro la politica espansionista dei loro governanti. Rades Arìs ne ordinò la repressione, e perciò i ribelli fuggirono su un altro pianeta. Vi furono violenti disordini sociali e in un tumulto fu ucciso un importante signore delle ombre chiamato Yares. Costui aveva uno schiavo Radros che approfittando della confusione bevve il sangue del suo padrone e ne assimilò i poteri e la sapienza e si proclamò Radros Arìs: dio dei Radros. Poi raccolse molti altri Radros ribelli e fondò un movimento intenzionato a liberare Aptimal dall'invasione radesiana.
A me era stato ordinato di distruggere il pianeta Aptimal con un ordigno spaventoso: la bomba iper neutronica,

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