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Racconti surreale

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Sogno numero Uno

…. sei in un corridoio, lunghissimo, non sembra ci siano altri utenti, cammini a passo regolare, alcuni neon, molti a dire il vero, sono in fin di vita e lampeggiano in modo irregolare, provocando un rumore TAC TATATATAC, che è anche l’unico rumore percepibile oltre i passi; non sai perché sei in quel corridoio, sai solo d’esserci, non sai se l’uscita più vicina è alle spalle o davanti, in fondo, lì dove sembra le luci siano fisse, comunque cammini, indifferente, quasi rassegnata, almeno fino a che sembra che le pareti del corridoio comincino a restringersi, come un budello di salsiccia, sembra quasi animarsi e volerti afferrare; a questo punto cerchi di guardarti indietro, verso il percorso già fatto, ma, dietro, c’è solo buio, come se, quasi fosse un videogioco, il pavimento si sviluppi davanti, cessando di esistere alle tue spalle;sudore, battito irregolare, però vai avanti, l’angoscia ancora non è tua compagna, e vai avanti, il TAC TATATATAC degli starter consunti continua ad essere l’unico suono percettibile, cerchi di restare indifferente, di non riconoscere neanche con te stessa di avere qualche dubbio, qualche brivido di paura, ti costringi a non guardare il buio alle spalle, fissi con ostinazione il corridoio cercando di intuire dove sarà il punto di soffocamento, ma, ad un tratto c’è qualcosa che esce, quasi come un ectoplasma da una parete, cos’è? Ti avvicini e la scopri “mano” mano umana, calda
morbida, sicura, taumaturgica…. Sei indecisa, spaventata e confusa, hai paura di sbagliare, di sbagliare ancora, temi che anche questa “mano” possa, nell’attimo in cui cerchi di stringerla, sparire nel nulla della notte, però poi ti avvicini…. la tocchi, percepisci il suo calore, ne contraccambi la carezza, ne trai la forza della fiducia e….. un tuono ti sveglia!

   10 commenti     di: luigi deluca


Se non sai cos'è... allora è jazz

È come se un santone indiano camminasse sulla brace del vostro barbecue, mentre state festeggiando con gli amici il primo mese da quando avete mollato il cane sulla Salerno-Reggio Calabria... Sensazioni, il ketchup schizzato sulle salsicce, i nipotini che guardano estasiati la lucertola che annaspa nella cera della candela da giardino dove l'hanno messa per vederla meglio. La voce del silenzio, che ripete l'eco delle cose che hai perduto... uto... uto... uto. È qualcuno che ama il prossimo suo come se stesso... esso... esso... che fesso! La luna gialla dall'itterizia d'essere circondata d'assedio dalle nuvole della tua ultima sigaretta. La stella che cade dritta nel tuo calzino bucato mentre esprimi ad occhi chiusi il desiderio di rammendarlo. È la fatina dei piatti sporchi che aspetti dopo la festa e che si presenta dopo 48 ore col certificato medico. Rincorrere il cuore che ruzzola giocondo nella voragine aperta dalle ruspe della mente e raggiungerlo prima che si tuffi nel lago delle margherite. La lingua che batte dove il dente duole, e proprio per questo ce la stai mettendo tutta. La siringa che ti succhia il sangue mentre pensi alla lingerie della dottoressa che ti sta facendo il prelievo. È la sabbia sui panini, la scatoletta di tonno chiusa male che scola nella busta dei rullini delle foto da sviluppare, le tende da sole che si fanno compagnia. Stanotte i bambini nasceranno ridendo e mio padre riderà ad una mia battuta senza provocarsi un embolo. Ba-daa-dee-dee-ba-di-daaaaah... Non sai cos'è? E allora il titolo che ci sta a fare?



The light

Era intessuto di ingiustizie e parole pesanti, di grida lacerate e che laceravano. Vi erano incastonati pezzi di realtà misti a fantasia. Il lavoro dentro di me, quello che non ero mai riuscita a capire. Ed ecco poi, poi ho preso il volo! Equilibri fragili su corazze di cristallo. Le stelle sopra di me, era poesia, la sentivo. Sussurava parole rubate ai poeti, ma eternamente mie. La libertà tanto ambita, una forza che non avevo mai provato. Il mondo sotto di me, i turbamenti, il disprezzo
tutto era sotto di me. Ma dovevo ritornarci. Ahimè, nient'altro che frammenti di libertà chiusi in una prigione!

Il faro, all'improvviso, lo vidi. Era sempre stato lì e decisi di raggiungerlo. Volare non era mai stato più semplice, era un talento che mi apparteneva. Raggiunsi il Faro e ammirai il mare tempestoso e tranquillo.
Capii che sogno spesso un luogo
privo di barriere e di confini,
senza gabbie, sbarre, catene o spinati.
Con la voce intessuta di cristallo
ed avorio per viso
e occhi, non occhi
ma aquile infuocate.
Sul limite del mare,
sospesa tra paure ed aspirazioni
certezza insicura,
avvelenata.
Sotto di me il vuoto.


E capii, all'improvviso capii che quei manichini lì sotto non erano in grado di volare e vedere le stelle perchè incapaci d'amare e credere.
Ma finalmente davanti a me,
IL FARO.

   0 commenti     di: Giorgia Deidda


La casa gialla è in fondo alla via

Una donna sulla cinquantina con un paio di cesoie da giardino le indicò la strada: “La casa gialla è in fondo alla via! ”
Miranda alzò una mano.
“La ringrazio! ”
Tirò su il finestrino della Jeep e avanzò lungo la strada.
Quel posto non la metteva particolarmente a suo agio, ma lo trovava ideale per il suo lavoro.
In fondo sarebbe dovuta rimanere lì solo il tempo necessario per la stesura del libro che il suo agente le aveva imposto di scrivere.
L’annuncio l’aveva letto sul giornale locale, e le era parsa un’idea fattibile. Poteva permettersi molto di più, dati i risultati delle vendite dei suoi libri, ma non era una megalomane e credeva fermamente che la semplicità fosse una delle virtù più importanti.
Diede uno sguardo al biglietto che teneva in mano e fissò l’abitazione. L’annuncio aveva attirato la sua attenzione nel momento in cui aveva messo gli occhi sul giornale.
“Affittasi abitazione in Via dei Ciliegi, due piani, ammobiliata, euro 200 al mese”.
Parcheggiò l’auto e scese. Una casa gialla non la vedeva da quando sua madre le aveva mostrato quella nella quale abitava da ragazza.
Scese ad osservarla. Le chiavi le erano state consegnate dall’agenzia. Aprì il cancelletto, e diede un’occhiata al giardino. Piccolo ma ben tenuto per essere un terreno che non riceveva cure da più di tre anni. Salì i tre gradini in pietra, ed inserì la chiave nella serratura. Poi spalancò la porta.
L’interno si presentava buio. Entrò e si richiuse la porta alle spalle. Tastò il muro in cerca dell’interruttore ma quando lo cliccò, la luce non si accese.
Allora riaprì la porta per farsi strada verso le finestre. Quando spalancò le imposte, vide l’interno. I mobili erano stati coperti con delle lenzuola bianche. Il posto era bello e anche se doveva soggiornarvi per poco, fu felice della scelta che aveva intrapreso.
Dopo aver disfatto le valige, e dopo cena, decise di mettersi già a lavoro.
Aveva preso post

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   7 commenti     di: Roberta P.


Dammi il tuo cuore

Le tende bianche della finestra della camera da letto oscillavano accompagnate dal vento fresco di una sera di aprile.
I due ragazzi se ne stavano nel letto abbracciati, quando lui si svegliò di soprassalto. Fissò nel buio la stanza, e si accorse della finestra aperta.
Spostò delicatamente la ragazza e scese per chiudere le ante. Si sfregò le mani tra loro a riscaldarle, e si voltò nel sentire qualcuno battere la lingua sul palato a dimostrare l'errore.
“CHI C'E'? ” gridò lui.
La ragazza si svegliò di colpo.
“Con chi urli? ” domandò assonnata.
“Samantha, non muoverti! C'è qualcuno nella stanza! ”
La luce della luna illuminava metà camera.
“E già... C'è proprio qualcuno nella stanza”, disse la voce.
I due ragazzi rimasero immobili, ma chi aveva appena parlato poteva udire il respiro affannato ed impaurito di entrambi.
“Chi sei? ” domandò lui cercando di celare la paura.
“La sento”, fece una breve pausa. “Sento la paura nella tua voce... ”
L'ombra fece qualche passo, ma sempre restando nel buio.
“Cosa vuoi? ” chiese lui nuovamente.
“Hai una cosa che mi appartiene Flavio, e io la rivoglio. ”
“Cosa? ”
Lei esitò. Poi come un sussurro, rispose: “Il tuo cuore. ”
In quel momento lui corse in velocità verso la porta, ma lei lo bloccò e gli inflisse un calcio che lo fece cadere a terra, e che gli fece perdere i sensi.
La ragazza che stava nel letto cominciò a gridare.
La voce nell'ombra la raggiunse e le tappò la bocca, svelando il suo aspetto.
Avevi occhi neri e capelli della stessa tinta, lisci come la seta. Labbra scarlatte e mascara nero.
“Vedi come te lo dico: devi stare zitta, altrimenti ammazzo anche te, e credimi, non mi fa alcuna differenza. Dipende solo da te. Puoi vivere, o puoi morire. A te la scelta”, chiarì fissandola intensamente.
La ragazza chiuse gli occhi facendo capire che sarebbe stata zitta.
Lentamente allontanò la mano dalla sua bocca e si fiondò sul

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   13 commenti     di: Roberta P.


Morte di un'universitario per colpe non sue.

C’è un palazzo che si staglia, lontano, giù, verso il centro.
Ritto contro la notte, con le sue luci accese lo vedo lungo il bordo destro della finestra. Qui dal mio settimo piano.
Decine e decine di vite si svolgono in quel palazzo. Decine e decine, tutte abbastanza diverse tra loro, tutte piuttosto simili alla fine, se uno ci pensa.
Amore, morte, disperazione, gioia, roba di tutti, che provano tutti uguale, o che tutti provano in maniera diversa ma che chiamano uguale.
Le percepisco, quelle vite: pesanti, ingombranti, sono così se me ne faccio carico, se le vivo e mi faccio vivere da loro. Se le vivo tutte insieme.
Mentre guardo quel palazzo che so grigio, stagliarsi nella notte con le finestre illuminate, con tutte quelle vite che si svolgono come rotoli di spago sotto quelle luci che spaccano la notte, d’improvviso… più non so.
D’improvviso sono a metri e metri di altezza e salgo ancora in ostinata direzione radiale.
Le vite che adesso vedo, che sento, si moltiplicano. Ora sono migliaia, centinaia di migliaia.
Sempre più in alto, vedo la pianura a meridione e le montagne a settentrione e giù ai bordi della pianura distinguo il mare. C’è ancora la linea dell’orizzonte, che piano, mentre salgo, si incurva e ultima mi separa dal tutto.
Mentre guardo giù tutte quelle vite m’invadono la mente.
Le sento, le provo, le vivo, tutte nello stesso istante medesimo. E il loro peso mi distrugge.
Mi riempiono il cuore e la mente e premono perche sono troppe, dentro non ci stanno, mentre il mio torace e il mio cranio in tensione disperati resistono.
Mi vedo.
Sono circondato da luce bianca, in uno spazio senza profondità, bianco anch’esso su una sedia vecchia di scuola con le gambe grigioverdi e il poggia schiena di listelle di legno incollate e pressate. Ho la testa china, che ciondola lentamente.
-Smettetela- penso - smettetela di vivere, non vi sopporto, mi ucciderete-.
E sto salendo ancora, il mondo si allontana.
Le valli div

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   6 commenti     di: Umberto Briacco


Spettacolo di marionette

I miei figli ne vanno matti, e devo confessare che piace molto anche a me, così li porto volentieri ogni volta a guardare lo spettacolo delle marionette. Non è come nei comuni spettacoli dove le marionette sono mosse dai fili all'interno di un piccolo teatrino di cartone, qui si va al teatro e ci si mette comodi finchè non inizia lo spettacolo. Il marionettista è davvero forte, appena si apre il sipario lui è seduto al centro del palco e attorno a lui sono seduti tanti piccoli burattini. Appena lui si alza loro si alzano, se lui muove un braccio tutti loro insieme muovono un braccio, se lui alza la gamba tutti i burattini fanno lo stesso. Ogni movimento che lui compie loro lo eseguono alla stessa maniera e perfettamente sincronizzati. E non ci sono fili!
O almeno così sembrerebbe visto che più di una volta il burattinaio, per dimostrarlo, passa un braccio sopra le loro teste mentre loro ne imitano perfettamente il movimento.
Il trucco c'è sicuramente, i fili saranno sottilissimi e trasparenti e lui passa la mano in modo da non toccarli. E poi in fondo è solo uno spettacolo per bambini, loro si divertono con poco, non avrebbe senso escogitare stratagemmi incomprensibili. E allora perché sono così attratto da questo trucco a tal punto da non riuscire a togliermelo dalla testa?
Bah, a questo punto tanto vale che vado dal burattinaio e glielo chiedo, al massimo mi risponderà dicendo che quelli come lui non rivelano mai i propri segreti.

Lo spettacolo inizia alle 21, arrivo un'ora prima sperando di incontrarlo. Il teatro è ancora chiuso, faccio il giro e con mia grande gioia trovo l'ingresso del retro aperto. Do un'occhiata all'interno e non vedo nessuno. Entro, mi dirigo velocemente dietro le quinte dove il marionettista starà sicuramente iniziando a preparare il suo spettacolo. Spero non si arrabbi troppo per il mio ingresso improvviso.
Supero una porticina e mi ritrovo all'interno di quello che sembra a tutti gli effetti il retrobottega di un nego

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   0 commenti     di: Jeffry



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