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Racconti surreale

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Se ne andò col vento di una sera di maggio

Alba se ne stava seduta sulla sua vecchia altalena della terrazza in una ventosa serata di maggio.
Guardava quel paesaggio che ormai dopo tanto tempo trascorso lì, conosceva a memoria.
Il vento le accarezzava i capelli e intanto piangeva di nascosto.
Non ce la faceva più: era diventata una situazione insostenibile; eppure lui non riusciva a capirlo.
Dopo qualche minuto, arrivò.
“Sono andato da Marco, e gli ho parlato chiaro. Non lascio questo lavoro, è troppo importante per me: ha fatto finta di non sentirmi! È un comportamento assurdo, non che infantile! ”
Ma Alba non aveva emesso fiato.
Poi sentì un freddo invadergli il cuore proprio nel momento in cui l'uomo che aveva amato per anni, prese posto vicino a lei domandandole: “Allora, non ti prepari? Dobbiamo andare fuori e festeggiare l'evento. ”
Alba socchiuse gli occhi e con voce stanca disse: “Non c'è più niente da festeggiare, te ne devi andare via” fece una pausa. “Ti prego. ”
Andrea si alzò di scatto, e iroso disse: “Perché fai così? Non ti accorgi che stai rovinando tutto? ”
Lei si alzò la coperta sulle spalle e si tappò le orecchie.
“Io vado dentro; quando ti sarai chiarita con te stessa, forse riusciremo a parlare. ”
Alba aprì gli occhi e vide che Andrea non era più lì.
Udì il rumore delle onde infrangersi contro gli scogli e questo le fece pensare alla prima volta che si erano incontrati: sulla spiaggia.
Era parte di lei ed era convinta che questo non sarebbe mai cambiato, ma era ora di fare i conti.
A quel punto scosse il capo e si alzò. Si diresse in camera, dove pensava di trovarlo.
Entrò nella stanza da letto, buia, se non per la fioca luce che emanavano le fessure della serranda.
Alba s'impose dinanzi alla porta e domandò: “Sei qui? ”
Dopo poco udì una voce.
“Dove altrimenti? ”
Lei deglutì.
“Dobbiamo parlare, una volta per tutte. ”
“Puoi dirlo forte, non trovo più le mie cose in bagno, le hai spostate tu? ”

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   16 commenti     di: Roberta P.


Sfida di un acrobata

Ho passeggiato lungo un sentiero tortuoso, fatto di foglie secche e di tramonti appena rubati, cercando compagnia come un sopravvissuto nel deserto in cerca di parole non solo di acqua. Ci sono sorgenti, seppur desiderate, che non dissetano mai abbastanza quando ci sentiamo soli. Camminavo lungo i miei anni, come un acrobata sul filo del tempo, una persona sempre in bilico tra lo spazio reale, così stretto e impercettibile e l’immenso vuoto dell’insicurezza, della fragilità, delle paure, dei sentimenti sempre più forti di me, in grado di soffocarmi nella mia stupida sensibilità.
Con le braccia tese volte all’infinito percorrevo e ancora continuo, il mio viaggio verso mete sempre diverse, spesso sono caduta, mi manca equilibrio tra mente, cuore e spirito neppure la pace interiore mi aiuta, troppo impegnata nell’altalena dei ricordi, alterno passato e presente perdendomi in un tempo che non conosco. Così accade che a volte chiudo gli occhi e continuo il mio spettacolo, senza vedere ma non è coraggio, non voglio illudermi di tanta forza, a volte è meglio non vedere, il mondo è troppo grande per me e le cattiverie sembrano sempre inghiottire le cose migliori. Ad occhi chiusi il mio viaggio è più bello, a volte non sento la tua mancanza, il vento mi abbraccia e non mi sento sola, come uno scudo mi protegge dalle mie stesse angosce. Sento le stagioni sulla mia pelle e quando arriva la primavera non resisto, immagino i colori dei fiori, il sole insistente bussa ai miei occhi, così voglio vedere: Immensi e profumati campi, orizzonti senza fine e cieli innamorati che ospitano ora il limpido cobalto, ora il trionfante arancione.
Dio è stato grande, ha dipinto creando con il cuore, senza impiastrarsi le mani di sangue, i Suoi rossi erano puri, la Sua tela era incontaminata, ha disegnato mari e monti per noi e noi per Lui neppure la pace. Ora cammino saltando giù da filo, voglio sentire la terra sotto i miei piedi senza presunzione, sono una briciola nel

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Bianco

Bianco. Tutto bianco. Foglio, sei tutto bianco e sei davanti a me, e io ti devo scrivere, perché è così che si fa.
Per ora sei tutto per me: non esiste altro. Mi fai dimenticare il resto, mi fai liberare, mi fai immergere nel tuo bianco di mille colori, e ricreare mille e ancora mille forme con la fantasia. Ah, la fantasia! Strana bestia, eh? Tutti ce l’ hanno, pochi la usano, nessuno la capisce. Se tutti la usassero, pochi la capissero e nessuno l’avesse, sarebbe più fantasioso no? Mentre se tutti la capissero, pochi l’avessero e nessuno la usasse sarebbe molto brutto. Poco fantasioso. Oppure più fantasioso? Mah.
Chissà perché la parola fantasia se provo a pensarla mi viene a mente un rigoglire di colori provenienti da un unico punto, in tutte le direzioni: colori caldi e colori freddi, su uno sfondo bianco, nero, celestino, rosso, giallo, verde, o mescolato. E suoni, suoni di tutti i tipi, messi lì come a caso ma ognuno con una sua ragione. E ci si sposta, ci si sposta velocemente nel dentro di questi colori come a ricercarne la fonte, ma trovando solo altri colori, nel dentro di questi suoni ma trovando solo altri suoni.
No, ecco: ora vedo. Ho ritrovato il foglio, il foglio bianco, tu. Scuoto un po’ la testa, perplesso: eh sì, sei proprio tu. Possibile che tu contenga così tante cose? Eppure non le vedo subito, devo tuffarmi dentro di te.
Forse è proprio questo il trucco: tuffarsi, tuffarsi nell’acqua per schizzare come la fantasia. E se nella vita facessi lo stesso? E se mi tuffassi? Cosa succederebbe? Se l’acqua fosse la mia vita, e mi ci tuffassi, la mia vita schizzerebbe? Non riesco proprio a immaginarlo.
O forse sì: la mia vita sarebbe come la fantasia. Sarebbe infinita, sarebbe eccezionale, sarebbe incredibile, sarebbe… poca. Sì, poca; perché se la mia vita fosse fantasia, nessuno eccetto me la capirebbe, e avrebbe senso solo per me. Ma come gli schizzi, che non possono essere visti da chi si tuffa, hanno significato solo pe

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   8 commenti     di: Andrea Albero


Se la notte si vuole raccontare

(Brano scritto su canovaccio minore, ma con appoggio maggiore di Opere d'Autore)

Mi hanno fatto molte domande, oggi si dice interviste, nel corso dei millenni. Cercano in me la donna, ma possono trovare l'uomo, come viceversa.
Parlare di me? Che dire che non sia già stato narrato, poetato, scritto, osservato sul mio conto?... vero è che sono state solo parole di uomini, forse imperfette.

" La notte s'era svegliata, come al tintinnio di una sonagliera." (1)

Dall'alba del Mondo, io sono... legata al dinamismo dei pianeti e delle stelle, al movimento della Terra, al suo ruotare. Sono pur io una "creatura"... recita infatti il Libro : " Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre NOTTE, e fu sera e fu mattina: giorno primo" . Esisto, quindi, ancor prima della definitiva separazione delle acque terrestri. Sono colui o colei che suscitò nell'Uomo la terribile domanda " perché il buio? " , costringendolo a trovare un riparo, un nascondiglio, allo spengersi del Sole e all'incedere del Sonno, mio alleato. In natura Notte e Sonno vanno all'unisono. Giorno e Sonno sono una forzatura, un'anomalia. Ne soffre moltissimo l'Uomo moderno.

La mia presenza e il mio colore - il color ombra- sono necessari a rendere nitidi i pensieri e quei fatti che - nelle ore del Giorno - non si distinguono mai nel loro tutto e compiutezza:

" A mezzanotte ancora non dormiva, ma rimaneva in un confuso dormiveglia, il pensiero rivolto ai fatti della vita " . (2)

" Quella notte Matilde non aveva potuto prendere sonno. Il pensiero dominante, che di solito la teneva desta: il matrimonio di Andrea, la vendita di Balizaou e di Cernès l'aveva ossessionata fino all'alba.. l'angoscia notturna non è mai semplice " ( 3)

Così io offro sempre un proscenio, allestisco un palco e vi sospingo l'Uomo. Faccia quello che non può o non sa o non deve fare nelle ore del giorno. E così ... si ruba preferi

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Vibrante Protesta

Quelli erano giorni, oh si, erano giorni
al mondo non puoi chiedere di più

Cantava una vecchia canzone; quelli eran giorni, quei giorni mai esistiti. Oh sì.

Eravamo noi.
La verità è che non ci hanno voluto, rifiutati prima di nascere, abortiti, mai vissuti.

L'uomo fu il colpevole, l'artefice del nostro infausto destino;
Aveva sbagliato il suo conto, il cretino!
Quante cose potevano accadere durante la nostra esistenza,
Poteva finire una guerra, o nascere un uomo di scienza!
Parliamo insieme perché ci accomuna l'oblio:
Dimenticati dagli uomini, ed anche da Dio!

Si accorsero, un giorno, che si erano sbagliati, il loro calendario aveva segnato meno giorni di quanti ne contenessero i loro anni, le stagioni arrivavano prima, la pasqua era sempre più calda, tutto si anticipava. Trovarono, allora, l'arcano.

I giorni andavano contati in modo diverso, d'ora in poi,
Ma perché sacrificare qualcuno. Perché proprio noi?

Il cinque di ottobre poteva nascere un grande pittore, il sei invece avevamo riservato un posto per un geografo, che sarebbe stato di grande aiuto in quei tempi, il sette poi sarebbe stata la volta di un condottiero di fama europea, la domenica dell'otto ci saremo riposati.
Eravamo pur cristiani, cattolici e romani.

La settimana seguente sarebbe partita con la nascita di un esploratore,
Poi, a seguire un navigatore.
Sarebbero morte tante persone,
Certo, nelle guerre solite d'umana tradizione.

Perché non saremmo stati, alla fine, migliori dei giorni che ci avevano preceduto, ne peggiori di quelli che ci seguirono. Però ci saremmo stati!

Eleviamo pertanto, con questa nostra, un vibrante protesta, noi sottoscritti giorni dal cinque al quattordici ottobre del 1582.

Tanto a voi dovevamo, per nostra buona amministrazione e vostra conoscenza



GIARDINO DI DELIZIE

Un giardino di delizie, nel cuore del Punjab, si dilata immenso e fiorito da una dimora di marmi bianchi e guglie dorate.

In uno dei gazebi, prossimo a un laghetto di ninfee e papiri, due corpi nudi, appena bruniti, si confrontano nell'amore.

Rajid, giovane e nobile come i suoi natali, inginocchiato seduto sui talloni, elegante e naturale, contempla estasiato i grandi occhi, due lune di luce coricate su gote piene, di Rama, supina sotto di lui.

Lei, bella, sorriso immenso, languida come il tramonto sulla jungla, danza sinuosa con il bacino, imprigionando il membro del suo amante nel suo ventre di seta.

L'aria è tersa e tiepida sul laghetto.
Improvvisamente una giovane tigre emerge dal buio delle piante, non troppo lontano dall'alcova di Rajid e Rama, si fa sulla riva e si abbevera.

Senza smettere l'amplesso, Rajid, impugna un arco, incocca una freccia d'argento, volge la punta verso la belva e lo sguardo verso la femmina...
nell'orgasmo dei giovani, sospiri amaranto,...
sibilo della freccia... rantolo e ruggito... l'aria calda del Punjab domina su tutto.

Tra le scure fronde Ganescia e Kali danzano un ballo infinito.



Jack Tower: il non ritorno

La biografia di Jack Tower è stata scritta a quattro mani. Non da due persone, ma da un essere amorfo e senza rimorso in possesso di quattro arti superiori.
Ignota e piuttosto ignobile è rimasta la sua identità. Forse non ha avuto il coraggio, dato che il materiale è scarso di soddisfacenti episodi. Sappiamo solo della sua sfortunata nascita, non avvenuta da parto femminile, ma per combinazione di scarti industriali uniti ad atomi di ammoniaca vaganti nell'atmosfera.
Fece studi irregolari e regalati, fu un bambino prodigio alle scuole alimentari, affamato di conoscenza e di cosce di tacchino. Prese una laurea dal cestino dei rifiuti e si fregiò del titolo di dottore. Indossò un camice bianco già sporco di sangue, fu così assunto in una macelleria, ma fece la fine del pollo facendosi spennare di quei pochi quattrini che non aveva guadagnato.
Jack, se fosse una persona normale dubiteremmo del concetto di normalità.
È divenuto eroe con la certezza che nessuno potrebbe mai chiedere il suo aiuto. Il suo tratto distintivo è l'ombrello al braccio nei giorni di sole e un incerto vagare nelle notti di plenilunio. Non ha fissa dimora né un pasto caldo assicurato, se non contro furti e incendi di cui fa volentieri il testimone falso in tribunale per racimolare qualche euro.
Le poche parole che ha pronunciato nella sua inesistenza sono irriferibili o meglio depositate in varie questure d'Italia, dove ha il piacere di passare le ore più fredde della notte.
Questo è Jack, ma anche peggio, se volete.




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