PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti surreale

Pagine: 1234... ultimatutte

La sarta

Jeff era veramente stufo di quella vita girare tutta la notte con il taxi a New York, farsi un culo tanto e non avere mai un dollaro in tasca, mentre i colleghi compravano casa e facevano una vita agiata, Jeff si domandava perche' lui non riusciva a mettere via un soldo, anche sua moglie se lo domandava, finche' un giorno lo pianto' di punto in bianco. Ecco le donne sono tutte uguali, penso' Jeff, sono i soldi che vogliono. Si spiega in questo modo perche'si vedono tante belle ragazze con uomini orribili, e difficile il contrario.
Inizio' per Jeff un nuovo capitolo della sua vita, e spesso intratteneva con i clienti, tra una corsa e l'altra delle conversazioni proprio inerenti alla avidita' che hanno le donne per i soldi, tanto da credere che fosse diventato per lui un problema sociale.
Scrisse anche diverse lettere ai settimanali femminili, per altro mai pubblicate, quando si ritrovava a mangiare un hamburger con i colleghi sapeva solo parlare di questo, si era convinto che tutte le donne fossero uguali, non credeva più all'amore al sentimento, vedeva le donne come avide jene. Jeff era messo male, non riusciva più a vivere nella societa' normalmente, si comportava strano, ogni giorno si isolava di più dagli altri, Jeff era in pericolo.
Il taxi, la notte, la solitudine, tutti questi ingredienti facevano di Jeff una persona terribilmente sola, e qualcosa di parecchio pericoloso gli frullava nel cervello a Jeff.
Una notte verso le quattro monto' una ragazza sul taxi appena uscita da una discoteca di Manhattan, doveva accompagliarla a Spring Valley, ma lei ad un certo punto le ordino' di fermarsi di fronte ad una sartoria e di aspettarla, la ragazza apri' il bandone del negozio, entro' e ne usci' subito dopo con un sacchetto in mano, Jeff le domando' se fosse quello il suo lavoro, e la ragazza rispose affermativamente, dallo specchietto retrovisore Jeff noto' che la ragazza prese un paio di pantaloni dalla borsa di plastica e con fare circosp

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Isaia Kwick


La casa abbandonata (seconda parte)

Davanti alla porta sotto il tetto, erano al riparo dalla pioggia, soffrendo per il freddo aspettavano che smettesse per tornare a casa. Osservando la casa che cadeva in pezzi, con le persiane rotte e i muri un po' sbriciolati, Tom si accorse che Jane tremava per il freddo. La coprì con la sua giacca e l'abbracciò per scaldarla così facendo urtarono contro la porta e scoprirono che era aperta. "Se è aperta, vuol dire che non ci abita nessuno, che è abbandonata." Disse Tom, così incuriositi, decisero di entrare.
All'ingresso c'era un mobile antico, pieno di polvere e appeso alla parete un quadro che rappresentava un paesaggio. Osservarono un attimo, poi andarono avanti e si fermarono davanti alla porta della sala. Era una sala abbastanza grande, con qualche mobile lussuoso ma vecchio e un camino che però non notarono subito perché era molto buio.
Vi entrarono e Jane disse. "Forse fa più freddo in questa vecchia casa vuota che fuori, " Tom avvicinandosi al camino appoggiò il fiore ricevuto in dono e disse: "Allora, cerchiamo di scaldarci come facevano i nostri antenati, aiutati dalla natura e usando l'ingegno."
"Sì, ma non sarà certo facile."
"Almeno proviamoci."
Così cominciò a studiare la situazione e prese accanto al camino due pezzi di legno abbandonati. Li fregò l'uno contro l'altro e dopo poco si cominciò a vedere salire prima un po'di fumo e poi il fuoco.
"Forza, vieni a scaldarti!"
Lei si avvicinò e lui allungò la mano per prendere la sua e farla sedere accanto. Lei si abbassò e lo guardò sorridendo.
"Che sensazione piacevole questo calore, sei stato davvero bravo."
"Grazie"
Era un momento davvero speciale, lì davanti al camino, con entrambe le mani racchiuse nelle sue e guardandosi profondamente negli occhi, Jane sentiva il cuore battere forte, ma questa volta capì che non era solo la tensione, ma quel sentimento chiamato amore. La situazione era magica, in un'atmosfera così silenziosa, dai loro occhi il desiderio sgorgava

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: sara zucchetti


Speravo andasse a traverso a Plinton!

Lo sai quando ti mancano le forze dopo l'ennesimo antibiotico che ti abbatte come una sega elettrica alla base l'albero. O anzi no, si insinua come virus all'interno del computer. E vuoi dormire, ancora riparato ma senza riparo, chissà per quanto. Malato con malato accanto, che forse non si tratta di depressione ma di sensazione. Di spreco energetico vitale, di mancanza di esperienza, come lasciato mozzarella nel frigo, che sei andato a male. E poi rido di follia e piango senza aver più contatto con questo sentimento che è nella stessa medaglia.
E continuare a scrivere per sentir le dita muovere, ma intorpidite, e gli occhi verso il videoschermo che piccini piccini cercan di resistere. Che non ne posso più di questo andare, già da questo istante, che meno male la musica mi salva. Perchè so che dentro di me, come in te, tutti i suoni del mondo. E coloro che ridono lassù vedendoci così fragili e semplici, che ormai ci controllano in ogni virtù e vizio. Aho! Può scendere qualcuno per far due chiacchiere? Altrimenti comincio a gridare. Lo avete voluto voi.
Ascensore! E sento ancor ridere e piangere sempre più forte l'umore della vita, l'amore e la morte. Ascensore? Che non arrivo nemmeno al pulsante, anzi, il pulsante non c'e' più. Questi ascensori moderni si chiamano come con una preghiera, a sistema spirituale e vocale, fin quando ci sarà ossigeno per poter respirare. Ma talmente afono sono, ecco in arrivo un montacarichi! Tutto lampeggiante, avrò risposta al mio grido, arriverò al cielo per ballare sulle nuvole? Mi ci accomodo sopra.
Cavolo, ma non mi porta su, stò finendo verso il centro della terra. Un neutrino mi pizzica l'orecchio. Mi è entrato dentro ci vorrebbe uno stecco. Passo gli strati tra detriti, rifiuti, insetti, e poi sento la botta. Rimango schiacciato come una frittata ho toccato il nucleo della terra. Mi stanno mangiando a Parigi. "Monsieur, votre crèps c'est ca. Un euro, merci! E mi mastica con dei denti, fosse almen

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Raffaele Arena


Vacanza a Cancun

Ciringhito e Pepito decisero di regalarsi una vacanza a Cancun, scelsero questa localita' per ovvi motivi, anche se Gatcun era più esclusiva, ma Cancun regalava loro più tranquillita' e Ciringhito amava andare a ballare al Bongo Pongo, immaginatevi perche', c'erano sempre un sacco di tope gringhe, bionde e disinibite. Ma questa volta avevano affittato una stanza all'Hotel Speedy Gonzales, camera con frigo bar, che riempirono di cacio di primissima qualita'.
Purtroppo non ebbero fortuna il primo giorno, acqua a catinelle, e non potettero andare in spiaggia.
Il secondo regalo' loro una splendita giornata, cielo azzurro intenso, e mare di sette colori, decisero di fare un breve corso di kite, anche per richiamare l'attenzione di un gruppo di tope che stavano a prendere il sole sulla battigia, costumini ridotti ad una essenza davanti, e dietro mele fuori, e che mele! Finito il corso nacque tra Pepito e Ciringhito una discussione sul lato B delle gringhe, Pepito asseriva che le latine lo avessero molto più bello e tra loro le colombiane erano le top della categoria, invece Ciringhito diceva che le gringhe erano migliori, dopo qualche Tequila tutti i culi erano uguali.
Passarono un fine settimana eccellente, lasciarono la stanza dell'hotel con il frigo vuoto, nemmeno una briciola di cacio rimase, il ritorno alla capitale fu un trauma, perche' sbagliarono canasta nel bulk dell'aereo e rifinirono nello spazio per le valige, ghiaccio e buio.
Ma per la topa questo e altro.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Il ragazzo dello specchio

La notte era infine trascorsa e l'aurora aveva iniziato il suo metodico lavoro di resa dei colori alle cose del mondo.

Giovanni aveva paura della notte, del sonno, dei sogni. Di quel sogno che lo tormentava da giorni.
Entrava nella sua camera, e vedeva di spalle un ragazzo seduto davanti allo specchio. Indossava i suoi stessi vestiti, aveva i capelli del suo colore e tagliati in egual modo. Lentamente cominciava a girarsi, e quando finiva quel movimento di rotazione, poteva finalmente vederne la faccia.
Era uguale a lui.
Forse era lui.
Con l'unica differenza che lui era mancino, mentre il ragazzo dello specchio era manodestro.
Il sogno finiva lasciandogli addosso una leggera inquietudine, nulla di più.
Una notte di pochi giorni prima, però, il ragazzo, l'altro sé stesso, aveva pronunciato delle parole.
" Sono stanco di guardarmi allo specchio. Vieni..."
Aveva sedici anni, Giovanni, ed era la prima volta che avvertiva quel particolare tipo di paura, quella che ti lascia la bocca secca facendoti ascoltare i battiti del tuo cuore come se venissero da fuori.
Entrò in cucina portandosi dietro la sua pena. Sua madre stava preparando la colazione e lo salutò senza guardarlo in faccia.
Si sedette a tavola in silenzio.
Solo dopo un po' di tempo, trascorso a guardare il suo piatto come se non riuscisse a capirne la funzione, notando gli sguardi sempre più preoccupati della madre, la tranquillizzò dicendole che aveva solo mal di pancia e per questo non mangiava.
Uscendo di casa avvertì il contatto con l'aria tiepida di quel mattino d'estate.
Decise che quel giorno non sarebbe andato a scuola.
Aspettò nascosto tra gli alberi del vicino parco che la madre uscisse per andare al lavoro e rientrò nell'abitazione. Raggiunse la sua camera e si mise a sedere davanti allo specchio, guardandosi il viso.
Se la sua teoria era valida, l'altro sarebbe comparso alle sue spalle.
Aveva voluto invertire i ruoli.
Si girò verso la porta, ma non c'era nes

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: alba radiosa


Jack Tower: il non ritorno

La biografia di Jack Tower è stata scritta a quattro mani. Non da due persone, ma da un essere amorfo e senza rimorso in possesso di quattro arti superiori.
Ignota e piuttosto ignobile è rimasta la sua identità. Forse non ha avuto il coraggio, dato che il materiale è scarso di soddisfacenti episodi. Sappiamo solo della sua sfortunata nascita, non avvenuta da parto femminile, ma per combinazione di scarti industriali uniti ad atomi di ammoniaca vaganti nell'atmosfera.
Fece studi irregolari e regalati, fu un bambino prodigio alle scuole alimentari, affamato di conoscenza e di cosce di tacchino. Prese una laurea dal cestino dei rifiuti e si fregiò del titolo di dottore. Indossò un camice bianco già sporco di sangue, fu così assunto in una macelleria, ma fece la fine del pollo facendosi spennare di quei pochi quattrini che non aveva guadagnato.
Jack, se fosse una persona normale dubiteremmo del concetto di normalità.
È divenuto eroe con la certezza che nessuno potrebbe mai chiedere il suo aiuto. Il suo tratto distintivo è l'ombrello al braccio nei giorni di sole e un incerto vagare nelle notti di plenilunio. Non ha fissa dimora né un pasto caldo assicurato, se non contro furti e incendi di cui fa volentieri il testimone falso in tribunale per racimolare qualche euro.
Le poche parole che ha pronunciato nella sua inesistenza sono irriferibili o meglio depositate in varie questure d'Italia, dove ha il piacere di passare le ore più fredde della notte.
Questo è Jack, ma anche peggio, se volete.



Il sogno americano

A Hittingeigh, una piccolissima cittadina in Virginia succedono cose strane.
Non sono io che lo dico ma direttamente lo sceriffo della contea di Hitti Hatto il sergente Gatto, dalle inconfondibili origini italiane. Occhi azzurri capelli biondissimi e mascella quadrata, alto una cifra, il padre altoatesino per cui niente da accepire.
Ma veniamo ai fatti; circa una quindicina di giorni fa arrivo' in paese con un calesse a quattro cavalli a iniezione diretta, una bellissima bionda pure lei, ma non di padre altoatesino ma comunque una topa non indifferente che getto' nello scompiglio l'intera comunita'.
La farmacia del luogo del Dott. Kilter, di origine tedesche ma di mamma pakistana, ebbe un incremento di vendite di profilattici intorno al 320% in piu', questo dato non sfuggi' all'attento operatore di borsa, il Sig Kan Ku Lee di origine cinese, ma ben integrato nella comunita' della contea Hitto Hatto, che opera direttamente in borsa tramite il treid on lain, una complessa tecnologia digitale di cui nessuno, tranne il cinese sapeva capire.
La bionda come venne chiamata si stabili' in una vecchia fattoria, dal nome un po' buffo, Ia Iao.
Alla fattoria succedavano cose strane, gli abitanti della cittadina notoriamente tristi e annoiati, uscivono felici e contenti senza distinzioni di sesso.
Lo sceriffo ando' alla fattoria e chiese i documenti alla gentile signorina e annoto' il nome e cognome nella sua agenda;
Artur Goeff nato a Bolzano, e scopri' che erano paesani. Che piccolo il mondo penso' lo sceriffo.

   0 commenti     di: Isaia Kwick



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Surreale.