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Racconti surreale

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Rabbia repressa

"Ehi, voi!", gridai qualche metro più in là.
Quelli si voltarono, risero tra loro, e si scambiarono un segno d'intesa. Poi uno dei due fissò la ragazza che aveva davanti e che teneva per la gola. L'altro venne verso di me.
Passo tranquillo, quasi indifferente.
"Vuoi prendere parte al gioco?", mi chiese.
Mi avvicinai al tizio col sorriso da stronzo stampato in faccia e inclinai la testa come fanno i cani.
Gli afferrai delicatamente una mano. Poi con l'indice feci un disegno astratto sul suo palmo.
"Mi fai il solletico", disse ridendo.
Sempre con la mano nella sua, mi avvicinai all'orecchio e sussurrai: "Perché non sai cosa ti faccio adesso."
Mi fissò quasi sconcertato, senza capire bene. Gli sorrisi a mia volta e con tutta la forza di cui disponevo, ricalcai il disegno astratto fatto in precedenza con l'unghia piantata dentro la sua carne. Poi gli tirai indietro le quattro dita della mano.
Si mise a gridare dal dolore ma non mi bastò.
"Vuoi ancora giocare?", gli domandai.
Afferrai alla mia destra, una pistola. Con un calcio lo fiondai a terra e lo costrinsi a guardarmi.
"SEI IMPAZZITA, TROIA?", urlò.
I miei occhi s'illuminarono.
Lo afferrai per i capelli con una mano, con l'altra gli sferrai un pugno in pieno viso e sentii le mie nocche schiantarsi violentemente contro l'osso del suo naso.
"Ti piace passare il tempo a stuprare ragazze indifese? Ora sono io a divertirmi."
Mi fissò col sangue al naso, la bocca e il lembo della maglietta sporchi.
Buttai lontano la pistola e cominciai a riempirlo di calci e pugni. Prima al ventre, poi alle gambe ed infine al viso, e ad ogni colpo sentivo la mia rabbia sfogarsi.
Quando vidi una quantità consistente di sangue sull'asfalto pensai potesse bastare.
Se ne stava a terra, ma respirava ancora. Volevo che rimanesse vivo. Sarebbe stata la sua punizione.
In lontananza l'altro urlava qualcosa e teneva per un braccio una ragazza con la maglietta strappata e che piangeva.
Mi avvicinai.
"Ch

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   11 commenti     di: Roberta P.


Brus

Ghunter prese la bici e corse a comprare le medicine per il suo gatto, anche stanotte aveva avuto le visioni. Brus, il gatto, di notte e' sonnanbulo e crede di essere un clown del circo. Ghunter ne ha le palle piene di questo felino non lo fa dormire la notte per fargli vedere il numero, se il suo padrone accenna ad addormentarsi Brus lo graffia. Ghunter si sveglia la mattina a pezzi, si deve preparare per il suo numero e non puo' sbagliare, l'acrobata se sbaglia muore, il clown no.
Torno' al caravan Ghunter con le medicine del gattaccio e gli mise una pillola nella macinata cruda. Oh! penso' Ghunter, stanotte potro' dormire.
Torno' stanco al caravan Ghunter dallo spettacolo serale, ed il circo era affollatissimo quella sera, si corico' saluto' Brus e cadde in un profondo sonno.
La mattina si sveglio' e non vide il gatto, apri' la porta del caravan e scorse un clown camminare, gli fischio' e gli disse Brus corri, torna a casa.
Brus che strano nome per un gatto!

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Il bianco roditore

Non era stata piena di sorprese, fino a quel momento, la vita di Nino. Figlio di una benestante famiglia dell'entroterra toscano, con terreni e proprietà immobiliari, che per emanciparsi dal suo essere figlio unico, si era trasferito in città, dopo aver vinto un concorso in una banca locale.
Avrebbe avuto, col tempo, la possibilità di avvicinarsi di nuovo al paese natale, ma non ne aveva fatto di nulla. D'altra parte la scelta di allontanarsi da casa non avrebbe avuto senso se alla prima occasione se ne fosse tornato al paese.

Per cosa? Voleva vivere in città, non al paesello, dove tornava spesso il fine settimana dai suoi.
Certo che poteva andare anche meglio la sua avventura, perché non aveva legato molto né con i colleghi e neanche fuori.
Si godeva la sua libertà che era però anche il suo limite. La sua misoginia aveva fatto il resto

La sola compagnia che sopportava era quella di un criceto bianco.
Bianco, sì. Perché erano stati sempre bianchi, per lui i criceti, per distinguerli meglio dai volgari topi, dai tarponi, di colore dal marrone al grigio scuro. Il colore era essenziale per allontanarli dalla loro famiglia di origine e renderli più accettabili.
E lui li aveva sempre avuti. Morto uno ne comprava un altro uguale, da tenere nel suo open space attrezzatissimo, dove si ritirava dopo il lavoro. Il nome per tutti lo stesso: Gigio.

Chissà cosa lo affascinava di quei piccoli animali e della loro vita, confinata nelle piccole gabbie. Costretti a mangiare solo semi di girasole da stivarsi nelle gote per nasconderli, per istinto, sotto un pezzo di stoffa in un angolo, oppure impegnati nell'attività frenetica di correre sulla ruota fissata alla gabbia: il loro minuscolo angolo di libertà condizionata, non rendendosi conto dell'imbroglio.

"Povero, Gigio"- disse un giorno Nino - "Mi dispiace vederti così illuso nel tuo correre, vorrei spiegarti!"
"Se almeno ci fosse un modo..."

Il piccolo animale allora, improvvisamente, gli rispos

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Royal il guerriero

Royal era un abitante di un villaggio molto ricco ma che un giorno venne assaltato da zombie, scheletri armati di freccie e mostri verdi che esplodono chiamati crepeer.
Tutti morirono ma Royal riuscì a sopravvivere e giurò vendetta. Allora si armò di spada di diamante e cavallo. Così si dirisse verso il castello di Herobrine, il capo di tutti i mostri e dopo una battaglia a forze eguali, Herobrine venne sconfitto e da quel giorno regnò pace sulla terra, chiamata anche VITA

   1 commenti     di: vladimiro


E Dio disse

Il sole sorse di nuovo senza un motivo sulla valle della morte. Le anime disgraziate uscirono dai loro rifugi gridando alla palla di fuoco di andare via. Quel simbolo di vita era odiato da loro, lontane da qualsiasi religione, relegate al di là di ogni mondo o paradiso immaginabile. Soffrivano nella loro solitudine, perché nessuna poteva vedere la sua compagna di sventura, né era permesso di ascoltare i lamenti altrui.
Il niente oscuro e ogni tanto quella luce bastarda che ricordava loro che da qualche parte c'era la vita, e loro erano le uniche sfigate vomitate in un fazzoletto di terra senza confini.

Dio volse gli occhi vero il basso e le vide urtarsi contro senza che se ne rendessero conto, le sentì supplicare aiuto e bestemmiare.
Si compiacque e disse: "Questo è bello."

   14 commenti     di: Ethel Vicard


Un giorno vedrai (seconda parte)

A Fiordiluna piacevano tanto le canzoni così decise di aiutarli, anche se aveva paura pure lei. Lo disse subito a DO e lui ne fu contento. Poi Presentò i suoi amici a Fiordiluna: c'era RE anche lui quasi capo, infatti, DO e RE erano i più bassi e i più saggi. C'erano MI e FA la coppietta: MI una dolce ragazza e FA un bravo uomo.
SOL un gran simpaticone, LA un'alta signora e infine SI il più piccolo e il più tenero bimbo. (Però non avevano sembianze umane, erano tutte note musicali. Poco visibili, ma che si sentivano vibrare. Esempio Do nota bassa e LA nota alta). Fiordiluna li trovava davvero simpatici, ma poi le venne in mente il drago: si avvicinò insieme a DO per vederlo e si spaventò per l'aspetto orribile che aveva. Meno male che dormiva come un ghiro! "Da sola non ce la farò, devo cercare aiuto" pensò Fiordiluna. In quel mentre una noce cadde dall'albero e subito lo scoiattolo scese a prenderla l'albero si trasformò in persona umana e Fiordiluna rimase a bocca aperta. I canterini appena la videro furono felici e la presentarono a Fiordiluna. "Lei è la fata AMORINA che vive nel mondo della fantasia, ma quando qualcuno ha bisogno di aiuto arriva con amore da un albero, da un fiore o da qualsiasi cosa della natura".
Questa fatina era molto saggia anche se giovane, simpatica, bella e brava. Era vestita da petali di fiori rosa, in testa aveva una corona di perle di conchiglie e aveva scarpette di foglie verdi. Fiordiluna l'ammirava molto. Però affermò che non poteva aiutarli e spiegò perché: " solo una canzone nata dal vero amore può calmare il drago, la mia magia purtroppo non può far niente".
Pensando e ripensando, andarono alla spiaggia e là sulla sabbia passarono il tempo senza idee. Arrivò sera e Fiordiluna non sapeva dove poter dormire, così chiese aiuto ai canterini, che la portarono alla grotta lì vicino.
Fiordiluna aveva un po' paura, ma prese un lumino ed entrò trovando subito un giaciglio; appoggiò delle foglie rassettando

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   4 commenti     di: sara zucchetti


L'ombra

La telefonata di Filippo fu davvero inaspettata, tanto che ripetei più volte "Filippo chi?" alla cornetta.
"Nicola, come non mi riconosci? Sono Filippo, il tuo compagno di banco al professionale!"
"Filippo...? Ah sì! Che stonato che sono! Caspita, è una vita che non ci sentiamo, come stai?"
In effetti dopo le prime battute avevo riconosciuto la voce di quello che per tre anni aveva condiviso il banco con me alle scuole professionali. Dopo la qualifica io avevo continuato fino al diploma e lui, invece, aveva lasciato prendendo la qualifica. Dopo l'estate si era trasferito con la famiglia in un'altra città seguendo il padre appuntato dei carabinieri. Da allora non lo avevo più visto e nemmeno sentito, di lui avevo ricevuto sporadiche notizie da conoscenze comuni secondo cui si era messo a fare il meccanico aprendo un'officina con un socio.
"Nicola mio, che piacere mi fa sentirti dopo tanti anni, quanti sono, venticinque?"
"Uno in più Filippo, ventisei, per la precisione. Ma dimmi un po' cos'hai fatto in tutto questo tempo?"
"Lavoro, caro mio, lavoro e sempre lavoro"
"Si, ho saputo che hai un'officina meccanica dalle parti di l'Aquila"
"Beh sì, in effetti fino a sei mesi fa, poi mi sono trasferito"
"Ah sì, dove?"
"Qui, Nicola, sono ritornato a casa!" afferma ridacchiando.
"Sei qui da sei mesi? Possibile che non lo abbia saputo?"
"Sì, ho comprato un'autofficina qui in città, ti ricordi dov'era il gommista della Pirelli? Ebbene ho comprato il locale e adesso ho un'officina tutta mia"
"Non lo sapevo, ma sai è dall'altra parte della città ed è una zona che bazzico raramente. Da sei mesi, hai detto? E ti vanno bene le cose?"
"Alla grande Nicola, alla grande. Sai, volevo chiamarti appena tornato ma sono stato preso fino al collo e solo adesso ho trovato il tempo di farlo. Fortuna che hai ancora il tuo vecchio numero di casa"
"Sì, non l'ho cambiato, ma dimmi come stai in salute, hai famiglia, figli?"
"Sono un uccello libero Nicò, tu, invece ho s

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