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Racconti surreale

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Il quadrifoglio d'asfalto

Confesso che, da sempre, sono affetto da una certa distrazione e, spesso, bado poco alle cose pratiche, anche perché, quasi sempre, sono perso nei miei sogni e nei miei pensieri un poco strampalati.
Così mi prendo la completa responsabilità di ciò che è accaduto e ammetto che, se mi e capitato di restare senza benzina sull'autostrada, lontano da ogni stazione di servizio, è unicamente stato per la mia dabbenaggine e per la mia disattenzione.
Per fortuna la macchina mi si era fermata proprio un centinaio di metri prima dell'uscita di Celate.
Non avrei dovuto quindi impiegarci molto a percorrere la strada che mi separava dal casello d'uscita, e chiedere aiuto al casellante o a qualcun altro che mi potesse reperire un po' di benzina da introdurre nella tanica che mi ero portato con me dopo averla tirata fuori dal bagagliaio.
Faceva molto caldo in quel giorno di piena estate, e l'asfalto friggeva sotto la suola delle mie scarpe, mentre camminavo lungo la corsia d'emergenza in direzione della stazione di pedaggio.
Avevo coperto solo la distanza che separava la mia automobile dormiente dall'imbocco della diramazione d'uscita, che già mi ero coperto di sudore e faticavo a respirare, a causa dell'afa e dei miasmi d'idrocarburi che il calore del sole distillava dall'asfalto, e da quelli che provenivano dai tubi di scarico delle tante autovetture di passaggio.
Gettai lo sguardo oltre il guard rail per controllare quanto mancasse al casello e mi accorsi che, come in tante altre uscite autostradali, il raccordo era strutturato in modo che la pista d'uscita compiesse un largo percorso circolare prima di raggiungere la stazione.
Così doveva essere, sia per la corrispondente uscita nel senso di marcia inverso dell'autostrada, sia per le due corsie d'ingresso nelle due direzioni.
Insomma, tutto il complesso delle piste di raccordo andava a formare quella tipica struttura a quadrifoglio così ben identificabile da chi può osservarla dall'alto.
In buona sostanza,

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   1 commenti     di: Tinelli Tiziano


Il muro innamorato

I muri non sognano. È di pubblico dominio, tutti lo sanno. Lo ribadisce la maestra ai bambini, spiegando che un muro è un oggetto inanimato, non parla, non pensa, non dorme e soprattutto non sogna.
Niente in contrario con quanto affermato dalla signora maestra, anzi, la ragione e la scienza sono dalla sua parte e anche il nostro caro vecchio muro. Ma perché allora ha la sensazione di aver già visto da qualche parte quella ragazza? Perché guardandola (anzi non guardandola, ricordiamo che i muri non hanno occhi) gli è venuto alla mente, o meglio, ai mattoni, un immagine di lei, bianca e di carta, che si sbriciola davanti a lui (esso, direbbe la maestra). Comunque, mettendo da parte i suoi non pensieri e il suo non sogno, il nostro vecchio sta continuando la sua disperata ricerca della verità sull'amore. Questa mattina si sta bene: l'aria è fresca, ma sta arrivando l'estate e presto il parco si riempirà di bambini e famiglie in vacanza e lui potrà divertirsi guardandoli giocare.
Il nostro muro si crogiola al sole beato, guardandosi intorno in cerca di divertimento quando a un tratto nota una piccola bambina dalle trecce bionde e con un delizioso vestitino rosso di ciliege, accucciata sotto di lui insieme a un altro bimbo dal viso rosso e i capelli arruffati. Curioso comincia a tendere l'orecchio (oops, sì, lo so che i muri non hanno orecchie) per cogliere la conversazione che si sta svolgendo sotto di lui.
-saai che sei bella con le tlecce?- biascica il bambino.
-anche tu sei belloo- risponde la bimba con una vocina sottile. Il bambino allora, che chiameremo Tommi, si china sul prato e, strappata una margherita, la tende alla bambina, (che chiameremo Sofia) chiedendo:
-Vollesti essele la mia fidanzata?- e detto questo avvicina il viso paffuto a quello di Sofia e le spalma un bel bacio cioccolatoso sulla guancia.
Sofia, spaventata da tanta irruenza, getta il fiore e scappa verso la mamma, lasciando il povero Tommi con un palmo di naso.
Inutile dire c

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   2 commenti     di: Stella


L'ufficio del tempo

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La Compieta

Leonetto Sarcini e la sua famiglia si chiudevano in casa alle sei del pomeriggio, dopo il ritorno del genero dal lavoro.
Mezzora dopo si mettevano a tavola per la cena, consistente in caffellatte e fette Wamar da inzupparci, poi poco altro che non fosse la TV dei primi anni ottanta.
Marito, moglie, figlia e genero; l'ora della chiusura dell'appartamento era la "Compieta".
Dopo le sette del pomeriggio, suonare alla porta, comportava una procedura di apertura di mandate, chiavistelli e spranghe che inibivano chiunque pensasse di osare farlo.

Capitò che una sera di pasqua la terra tremasse. Una bella scossa forte subito dopo l'ora di cena. Per gli altri, perché per la famiglia Sarcini era notte inoltrata.
Dal palazzo di tre piani ci fu un fuggi fuggi giù per le scale e verso lo spartitraffico della strada di fronte, ritenuto luogo sicuro perché distante dai palazzi.
Ogni inquilino era uscito alla rinfusa. Tutti si erano portati le chiavi di casa e della macchina in previsione di una notte fuori, altri, sorpresi sul divano, si erano portati anche il telecomando della televisione.
Ma Leonetto e i suoi?
Dallo spartitraffico non era possibile contattarli, i cellulari non c'erano; all'epoca, a mala pena c'era il Duplex.
Possibile che non avessero sentito con tutta la confusione che c'era stata per le scale?

Mentre tutti dalla strada guardavano verso l'appartamento, alla fine uscirono, vestiti a festa come per andare a messa.
Soprabito per gli uomini con cappello in testa e vestito della domenica per le donne.
No, non scesero! Fecero la loro comparsa affacciandosi al terrazzo e guardando stupiti tutto il quartiere che li faceva segno ad ampi gesti di scendere.

Loro, imperterriti, continuarono a salutare dal balcone come una famiglia reale.
Il portone di casa, cascasse il mondo, si sarebbe aperto solo la mattina dopo.



Spazzatura

Era notte. L'una forse, o forse le 2. Il gelo immobilizzava gli arti e portava con se un vento accecante. Era una notte di gennaio, e andava tutto come da copione. Cartoni per terra, giochi in disuso, vecchie bambole di pezza abbandonate.
Più in fondo organico, tante bucce di frutta, banane, mele, pere, qualche lisca di pesce e formaggi ammuffiti.
Poi sarebbe stato il turno della plastica, e là si che c'era da divertirsi, si passava dai bicchieri alle confezioni di caramelle gommose, piatti e posate. Ma la lista non finiva qui, quel ballo di plastica sarebbe durato tutta la nottata.
Ma si interruppe, quella notte. C'era altro da aspettarsi. Niente di così prezioso, intendiamoci, e nemmeno niente di così raro. Ma chissà perché con quel gelo, sembrava la cosa più sorprendente in quel piccolo universo.
Respirando fumava dal freddo e gli ritornò in mente una vecchia canzone della sua giovinezza, la canticchiò tristemente, ma senza troppa nostalgia, mentre cercava di rannicchiarsi su di sé per cercare un po' di tepore. Ma alla fine decise che avrebbe dato un'occhiata al nuovo soggetto che abitava quel mondo.
C'era del sangue, accozzaglie di organi interni non meglio identificati, che facevano l'amore con i tovaglioli di carta. Evidentemente anche la carta si era entusiasmata per l'arrivo di quel nuovo ospite, tanto da abbandonare il vecchio partner Vomito di bebè.
Peli, anche quelli ovunque, proprio una grossa novità. Quelli non si trovano mica in posti così grossolani.
Conducono una non-esistenza agiata, non fanno parte del piccolo universo. Eh sì, preso nella sua interezza non era affatto male come novità :una carogna di gatto.
E così lo scenario si chiudeva illuminato dalla flebile luce della luna.
Una notte come le altre, come da copione.
Chissà come c'è arrivato lì quel micio, come viveva, come moriva giorno dopo giorno, se era stato lasciato sul ciglio di una strada e poi niente più. Già.. niente più.
Ma questo in fi

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   0 commenti     di: Fabiana Caserra


il cristallo. CAP I

I CAP.
la notte calava silenziosa, i soli rumori che si potevano sentire
erano quelli di edgar, un gatto davvero egocentrico, ogni notte sdraiato sul letto speravo, speravo, speravo che il vero mondo prendesse il vero me.
non ero adatto a quella vita e lo sapevo, da ben 16 anni, ogni notte chiudendo gli occhi mi veniva alla mente un sogno ricorrente, un altra famiglia qualcosa che da sempre desideravo, ma più la luce del desiderio si faceva vicina più tutto diventava surreale e irrangiungibile.
passavo la notte così, poche ore di sonno, e pensieri rivolti ad un qualcosa, un qualcosa, che.. , che non saprei definire.
non ho mai conosciuto i miei genitori, ne li ho mai visti in faccia,
diciamo che questo prende parte al mio non avere una propria identità, dove vivo? dove vivo, ci sono molti ragazzi come me, la maggior parte passa il tempo sola, altri si avvicinano solo per litigare mentre alcuni non escono proprio dalle loro camere. vivo in un orfanotrofio.
e anche se tutti viviamo nello stesso posto, non ci sentiamo una vera famiglia, e mai ci sentiremo tali.
l'unica persona con cui condivido un bel rapporto, da definirsi quasi amichevole, è Katelyiin, ha 16 anni come me, i capelli biondo cenere, con un corpo snello e molto grazioso.
è come se fossimo fratelli, o almeno da parte mia è sempre stato così e sempre lo sarà.
da quando avevamo 12 anni architettavamo ogni notte un modo di fuga da quella galera.
avevamo deciso che saremmo scappati in inghilterra all'età di 16 -17 anni, ma la pazienza di far scorrere altro tempo si era interrotta, facendo in modo che il 1 novembre del 2o12 saremmo fuggiti il più possibile lontano.
e così i giorni passavano arrivati al 1 novembre l'ansia era a mille, mi ricordo ancora come ci eravamo vestiti, kate indossava un vestito nero lungo con sotto delle scarpe bianche tutte sporche e tappezzate da stracci per tappare i buchi, mentre io nel mio miglior completo, quasi come dovessi sfoggiare il mio fascino

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Morte e Vita

Questa è la storia dell'angelo Morte dalle nere ali e dell'umana Vita dalla rosea pelle...

Seduto sulla bianca acqua di cotone, Morte dalle nere ali osservava gli umani, immortali ma non grandi di spirito, quand'ecco che vide una donna dalla bionda chioma, gli occhi smeraldinii e ricoperta da un roseo candore, l'angel Morte rimase affascinato dalla stupenda bellezza, a quella d'un angelo pari. Quell'amore sia pur vero era proibito da una divina imposizione, Morte scese sulla terra e segui la dolce Vita, egli dai suoi occhi non poteva esser colto in quanto angelo dall'astratta essenza. La osservò, lei ignara suonò la sua dorata cetra, le dolci note scandirono il tempo, una dolce felicità ammaliò Morte dalle nere ali, tant'è che, ignorando il suo supremo padrone, si svelò a Vita dal roseo candore, agli occhi dell'umana si rivelò il più bello degli uomini, lungi capelli neri come la pece, un corpo dal marmoreo colore e un fisico possente. Il loro amore fu vero e passionale, Morte cinse la vita della sua amata con dolcezza e baciò la sua rosa bocca, la sua pelle era calda e morbida, i suoi capelli profumavano più delle rose, in quel momento si compì l'atto del supremo amore...

Felice Morte, dalle nere ali, tornò al cielo salutando la sua dolce amata, il supremo padrone avendo colto il peccato dell'angelo, lo chiamo a sè e gli disse:
-O Morte dalle nere ali, tu hai trasgredito alla mia legge, sarà la tua amata a pagare per il tuo insolente peccato, ella morirà
A quel punto crebbe l'ira dell'angelo - O no mio grande signore, pur a costo d'ammazzarvi con le mie stesse mani, voi non toccherete la dolce Vita
-Come osi - rispose il supremo padrone - rispondermi con tanta insolenza, dovresti perder la vita in questo stesso istante
-E strappatemela pur la vita, che senz'amor per me ha perso ogni senso, ma vi prego mio signore non punite la dolce Vita inconsapevole della suprema legge - Morte si inginocchiò e pianse lacrime amare davanti al suo signor

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   3 commenti     di: Marco Ambrosini



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