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Racconti surreale

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Ulisse ( parte 1)

Dormire. All'apparenza la cosa più semplice del mondo, la vita si ferma quando si dorme.
Ma il sogno è un'altra dimensione! Anche se della nostra mente sono un mondo da vivere da creare... Sei un Dio.
Ho passeggiato con Angeli e camminato con creature mitiche,
Combattuto guerre e costruito cattedrali.
E il risveglio, la realtà stessa è deludente, nel sogno, ho conosciuto me stesso!
Perso, nello spazio onirico, per anni come Ulisse ho vagato per terre e mondi alla ricerca di risposte a domande che nascono insieme a noi: chi sono? Da dove vengo? Perché ho questo carattere? E più dormivo, più sognavo, più entravo dentro di me, fino a comprendere dopo 20 anni, chi ero.
Non erano i postumi di una canna o di una pasticca, e molto più di un sogno lucido: la mia odissea!

   1 commenti     di: Daryl


La casa gialla è in fondo alla via

Una donna sulla cinquantina con un paio di cesoie da giardino le indicò la strada: “La casa gialla è in fondo alla via! ”
Miranda alzò una mano.
“La ringrazio! ”
Tirò su il finestrino della Jeep e avanzò lungo la strada.
Quel posto non la metteva particolarmente a suo agio, ma lo trovava ideale per il suo lavoro.
In fondo sarebbe dovuta rimanere lì solo il tempo necessario per la stesura del libro che il suo agente le aveva imposto di scrivere.
L’annuncio l’aveva letto sul giornale locale, e le era parsa un’idea fattibile. Poteva permettersi molto di più, dati i risultati delle vendite dei suoi libri, ma non era una megalomane e credeva fermamente che la semplicità fosse una delle virtù più importanti.
Diede uno sguardo al biglietto che teneva in mano e fissò l’abitazione. L’annuncio aveva attirato la sua attenzione nel momento in cui aveva messo gli occhi sul giornale.
“Affittasi abitazione in Via dei Ciliegi, due piani, ammobiliata, euro 200 al mese”.
Parcheggiò l’auto e scese. Una casa gialla non la vedeva da quando sua madre le aveva mostrato quella nella quale abitava da ragazza.
Scese ad osservarla. Le chiavi le erano state consegnate dall’agenzia. Aprì il cancelletto, e diede un’occhiata al giardino. Piccolo ma ben tenuto per essere un terreno che non riceveva cure da più di tre anni. Salì i tre gradini in pietra, ed inserì la chiave nella serratura. Poi spalancò la porta.
L’interno si presentava buio. Entrò e si richiuse la porta alle spalle. Tastò il muro in cerca dell’interruttore ma quando lo cliccò, la luce non si accese.
Allora riaprì la porta per farsi strada verso le finestre. Quando spalancò le imposte, vide l’interno. I mobili erano stati coperti con delle lenzuola bianche. Il posto era bello e anche se doveva soggiornarvi per poco, fu felice della scelta che aveva intrapreso.
Dopo aver disfatto le valige, e dopo cena, decise di mettersi già a lavoro.
Aveva preso post

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   7 commenti     di: Roberta P.


Ombra Anarchica

E vorrei rimanere sola ad ascoltare il silenzio. Vorrei ascoltare il suono di tutto ciò che ha da dirmi. Voglio sentire la sua voce che mi entra nelle orecchie, che mi canta ciò che succede nel mondo, che mi porta il profumo di tutta quella gente che non conosco.
E vorrei rimanere da sola, perché il mondo mi circonda e mi soffoca.
E vorrei rimanere in silenzio, perché tutta questa gente fa troppo rumore e non mi fa ascoltare il vento.

E vorrei rimanere in mezzo alla gente, perché ho paura del silenzio. Nel silenzio si ascoltano i propri pensieri, e le mie paura adesso sono troppo grandi, troppo forti, troppo precoci per essere udite. Le mie paura hanno anche paura di esistere, si spaventano della loro ombra, inorridendo di fronte al loro riflesso.

Se la solitudine poi non mi lasciasse da sola forse ascolterei il vento. Ma sapere di non poterlo raccontare a nessuno è un’idea che mi rende pazza. Pazza perché non riesco a concepirla, ad accettarla, perché ho bisogno di un qualcosa, di un qualcuno che non conosco e che tuttavia so che mi appartiene.

Se il mondo mi facesse compagnia forse eviterei di ascoltare il vento per poi sentirmi più sola di prima.

Sono un’ombra solitaria e anarchica.
Sono un’ombra.
Un’ombra solitaria e anarchica che per poter vivere aspetta il funerale del sole.

   22 commenti     di: Ethel Vicard


UN BAR INCOMPRESO

C’era una volta, un bar che vendeva di tutto e di più. Infatti, tutto il paese, non riusciva a capire il motivo per cui il proprietario (un anziano di nome Mario) lo chiamasse ancora “bar Bistefani”
Bistefani era un riferimento per tutti i cittadini e turisti.
Un brutto giorno, però Mario morì, dopotutto aveva 98 anni e la città morì con lui……
Oggi la sua anima viaggia nell’infinito mondo, riservato ai morti.
Qui, Mario, conobbe una miriade di persone nuove, assassini, panettieri, casalinghe, muratori, preti, ascensoristi (tra cui uno che si chiamava Antonello) ecc.
Ma non fu soddisfatto della sua vita, in quanto non ebbe tempo di trasformare il suo bar in qualcosa di eccezionale.
Ma questo lo pensava solo lui, difatti tutti i suoi compaesani erano molto riconoscenti del suo lavoro.
Ma lui no.
Ed era questo che contava di più nella giuria dove si condannavano i morti, a vivere una vita migliore o peggiore.
Gli giurati avevano delle precise regole da rispettare, le seguenti:
1) controllare se il morto fosse contento o triste;
2) non essere corrotti (non si sa bene da che cosa, perché i soldi non esistono nell’aldilà);
3) non mangiare durante la grande decisione;
4) dormire solo dopo il loro, faticoso, lavoro.

Regole del tutto inutili lasciate a loro da un omino che passava di lì; ma loro credettero che venissero dal loro padrone.
Comunque stavamo dicendo, che i giurati non capivano la tristezza di Mario, ma dopotutto non lo capiva nemmeno lui, ed è per questo che decise di lasciar perdere tutto e fare finta di niente.
FINE

   6 commenti     di: allen leonardo


Stella cadente (terza e ultima parte)

Stellina la rassicurò di nuovo, dicendole che era un complimento e quando capiterà l'occasione, l'aiuterà lei a conoscerlo. Parlando il tempo passò velocemente, così arrivarono a scuola, entrarono in classe e Stellina si presentò come nuova alunna senza problema. Cominciò a conoscere le compagne con accanto Azzurra, un po'in imbarazzo come al solito, che cercava di comunicare le sue emozioni e le sue idee con lo sguardo, ma forse non bastava.
Poi sedute l'una vicino all'altra iniziarono le lezioni, ma loro continuarono a parlare.
Stellina disse: "Spero di aver fatto una bella impressione come loro l'hanno fatta a me."
" Certo che hai fatto una buona impressione!"
" Cosa ne pensi di Elexa?"
"Non la conosco molto bene, ma penso che sia una ragazza dolce e sicura di sé."
"Lo penso anch'io, infatti è lei che mi ha colpito di più."
"Poi c'è Miki la più vivace, Alice che è semplice, ma in fondo sono tutte molto simpatiche e gentili come i ragazzi."
Arrivata l'ora dell'intervallo, Stellina si unì alle compagne che parlavano e anche Azzurra trovò la forza di avvicinarsi ed entrare nei loro discorsi. Cominciò così a conoscerle meglio e a vederle di più, poiché certe volte usciva con loro a mangiare la pizza, al cinema a vedere film e in discoteca a ballare.
Un pomeriggio, invitò a casa sua Elexa, per studiare un po' insieme e andare a fare una passeggiata, scambiarono qualche parola e si divertirono molto. Insomma era bastata la presenza di Stellina, per buttare giù una parete di ghiaccio tra lei e i compagni, facendo provare ad Azzurra, le emozioni di vivere accanto ad amici che le vogliono bene.
Ormai era passato quasi un mese dal giorno del suo arrivo e visto che Azzurra quella mattina era più carina del solito, Stellina decise di farle conoscere il ragazzo che le interessava. Aveva una pettinatura particolare, un vestito speciale e un leggero trucco che la faceva perfetta. Salirono sull'autobus come al solito e notarono che era solo cos?

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   7 commenti     di: sara zucchetti


Insolite apparenze - Parte prima

Questa è la storia di due ragazzi. Uno ha dodici anni, l'altro venti; uno è bruno, l'altro è biondo; uno non ha le lentiggini, l'altro sì; uno è scontroso, l'altro è socievole; uno è reale, l'altro no.
Benicio abitava tra gli ulivi e la terra rossa della Sicilia. Sua madre e suo padre erano i proprietari di un tabacchino a pochi isolati dalla propria casa.
Il fratello maggiore viveva e studiava legge a Messina, e per le feste e le vacanze estive li andava a trovare.
Mentre sua madre era del posto, suo padre era emigrato dal Portorico durante gli anni Sessanta.
Benicio non amava stare a contatto con le persone. Infatti, tutti i giorni dopo la scuola, mentre i compagni di classe si radunavano nelle varie case per giocare tra loro, lui preferiva passeggiare tra il verde inesplorato, in cerca di solitudine.
Con un bastone che teneva sempre da parte per le lunghe passeggiate, s'incamminava su per le verdi colline, accompagnato dal ripetitivo cicaleccio che ormai conosceva a memoria.
I capelli scuri e la pelle olivastra, facile all'abbronzatura, l'aveva ereditata da suo padre, mentre la virtù più importante gli era stata tramandata, quella della comprensione, da sua madre,
Per avere dodici anni era già ben formato. Non praticava sport o altro, ma quando arrivava l'estate, l'unica cosa che gli importava era andare a nuotare nel mare dove era cresciuto in compagnia del fratello, dei cugini e degli amici.
Una volta arrivato in cima alla salita, la sua fronte grondò sudore, e col dorso della mano si pulì la fatica. Poi piantò facilmente il bastone nel terreno. Tese l'orecchio e le sentì di nuovo: le cicale.
Dopo si voltò e fissò l'orizzonte.
Da lassù era a circa venti metri d'altezza. Poteva vedere il paese e il verde abbracciarlo. Anche il mare vedeva da lassù.
Guardò l'orologio. Erano le tre del pomeriggio.
"Sei pazzo..."
Benicio si voltò.
In piedi davanti a lui, se ne stava un ragazzotto dai capelli biondicci e finissimi.
"Ch

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   2 commenti     di: Roberta P.


La vita segreta dei pesci

Avete mai osservato dei pesci in un acquario? Cosa fanno tutto il giorno. Nuotano. Girano. Faranno, in un giorno, lo stesso percorso almeno mille volte, ma poi? Non possono girare in tondo in eterno. Si stancheranno dopo un po', e mi chiedo se sanno di essere in trappola. Inizialmente pensavo che i pesci non si rendessero conto di nulla, ma, osservandoli bene, mi sono resa conto che nel loro piccolo anche loro si accorgono di quello che accade. Fissando il vetro della loro prigione chiedendo, anzi implorando, di poter uscire e rivedere un'ultima volta un habitat a loro consono. Ecco cosa siamo; anime imprigionate in un corpo che fissano il mondo sperando in una liberazione che arriverà solo con la morte, cosa considerata negativa nel pensiero comune, ma, per me la possibilità di trovare un habitat ideale. Ma per il momento non mi sento ancora pronta per un salto così grande.

Ogni persona è un grande bunker, pieno d'informazioni riservate, divise con pochi. Forse il mio è leggermente troppo protetto, non riesco, neanche di mia spontanea volontà, a far trapelare informazioni. Mi limito a registrare i comportamenti altrui cercando di decifrarli con calma nel mio piccolo bunker estraniandomi dagli altri. Ormai i miei compagni avranno capito che non sono molto aperta, almeno aperta, perché se no sono ancora più stupidi di quel che io, nel mio bunker, ho capito. Sono stupidi, sì. Questa parola va a pennello alle mie conoscenze; tutti a far capire i loro sentimenti fidandosi di tutti, io mio chiedo perché. Perché? Perché devono andare in giro a raccontare le loro storie a tutti senza un minimo di buon senso, senza che il pensiero che qualcuno possa rivelare in giri i loro sentimenti più intimi alle crude opinioni delle persone. Piacere, sono Alisée; è un nome francese, l'ho ereditato da mia madre che, per l'appunto, era francese. Ha incontrato mio padre quando lui era in viaggio d'affari a Nîmes. Si sono sposati dopo due mesi. Un po' presto, no? Crescend

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   3 commenti     di: Emma Akuerkjhgf



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