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Racconti surreale

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Un impervio tragitto onirico

Ti rapirò, a breve, e fuggiremo nel bosco. Celati, tra gli alberi, fingeremo d'esser su un altro pianeta. Tra il vermiglio dell'autunno - sebben poco pittoresco - ci nasconderemo dal sole giudice, che con fare sentenzioso scalderà l'erba umidiccia. Un telo stenderemo sulla rugiada e penseremo d'esser su un litorale, dove le nuvole, offese, sono scomparse alla vista. E quando il bagliore della luna farà luccicare acerbe le gemme, solo allora suggelleremo l'etereo patto. Lì, spegneremo il mondo, quando il terremoto creperà il suolo. Lì, indosseremo i mantelli e, al trotto, fuggiremo il flusso maligno di spiriti indiscreti, accorsi per calunniare da ogni qual dove. Una volta trovato riparo, compagni di attitudini scambieremo occhi compiaciuti, trasportandoci in un luogo trascendente, dove il giusto ed il petto si fondono in una deliziosa rarità. L'usignolo canterà, con la banda, per noi una sinfonia così dolce da perderci nel suo incanto. Rincorrendoci ricorderemo passati momenti, arricchendoli di confessioni inaudite e dettagli mai ascoltati. Con sembianze meravigliate e meravigliose rideremo del riso dell'altro, pensando altrettante cose fatate, senza dunque dichiararle, stavolta. Nel sonno ascolteremo l'incessante tintinnio delle gocce lacrimate dai tronchi, nel picchiare ritmico dei petti. Per la selva osserveremo altri piccoli amanti farci strada, seguendoli verso un altro universo fantasioso. Nella tempesta la nostra capanna durerà, traballante, ma lo farà. Nel sole i rami non si spezzeranno. Saranno scossi dal vento, ma non cederanno. Ed in questi mesi noi si vivrà d'immateriale. Ti chiederò, infine, di far giuramento. Quando ti sveglierai, ti pregherò, non indurti a pensar che sia stato solo il bagliore di un miraggio. Aspetterai allora di cader, nuovamente, tra le braccia di Morfeo.

   1 commenti     di: Clara Macor


L'atomo vecchio amico

Era un corpuscolo microscopico, ma nella vita si faceva valere, aveva personalita', invettiva; ma... aveva quella magagna, il corpuscolo, sognava di diventare un giocatore di futbol americano, eh... sogni, tutti noi abbiamo dei sogni, e anche lui ne aveva diritto, perdinci se ne aveva diritto, forse più degli altri, ma negare un sogno e' il delitto più grosso che puoi fare all'umanita', si all'umanita', ma non ad un corpuscolo. Forse ad un simile atomo possiamo negargli di sognare, che sogna a fare, che puo' fare un atomo, uno solo, tanti e' un'altro discorso, e allora vai a fare in culo corpuscolo te e i tui sogni del cazzo, puf! Giocatore di futbol americano!

Le sorti del corpuscolo furono ben diverse, altro che futbol americano, fu accellerato in un sistema di arricchimento dell'uranio in Iran.

   3 commenti     di: Isaia Kwick


La Stirpe

Quella sera l'aria avvolgeva con la sua tiepidezza i campi arsi dal sole e il mio umore stava lentamente tornando ai livelli abituali. Truman, un amico conosciuto due anni fa durante un viaggio d'affari, non poteva avere un'idea migliore a ospitarmi presso la sua casa di campagna. Mi disse che quella non era la solita campagna, era "la" campagna... e non potevo dargli torto. C'era nell'atmosfera di quell'assembramento di graziose cascine una particolare, indefinibile "magia", ovvero uno di quei posti dove realtà e fantasia si mescolavano e creavano nello spettatore più sensibile una sorta di sopore benefico che causava una certa assuefazione... un luogo ancora incontaminato dalla modernità e operosità dei grandi agglomerati. Ma c'era di più. Un alone di bellezza d'altri tempi permeava terra e cielo come a formare una vasta "cupola", un'area quasi del tutto estranea a ciò che si presentava oltre l'orizzonte.
Me ne stavo accovattato su una comoda sdraio a rimirare il sole calante gettare la sua ombra rossastra sulle piante, sui rovi, sui sassi...
Non mi vergognavo ad ammettere che non me ne sarei andato da lì con facilità anche se la miglior cosa da fare era quella di recuperare quanto prima le forze. Quell'incidente non ci voleva: aveva scosso atrocemente i miei nervi in un periodo alquanto cruciale della mia vita lavorativa. L'aereo che portava me e altri tre collaboratori verso la meta fissata per quel pomeriggio aveva avuto un serio danno strutturale in fase di atterraggio provocando il distacco di una parte della fiancata destra. Su 110 passeggeri ci furono otto vittime e una ventina di feriti. L'uomo che sedeva accanto a me si ruppe l'osso del collo rimanendo ucciso all'istante... mai nella mia vita riuscii a vedere la morte a pochi centimetri e ne uscii malconcio in quanto oltre a una seria frattura al braccio, ebbi un grave shock psicologico. Da allora vidi la vita sotto un altro aspetto. La forma che davo alla realtà era di as

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   2 commenti     di: Linda Tonello


La montagna

Una mattina come tante. Sveglia alle 6. 30, alle 7. 00 alla stazione e poi via, a prendere il treno per andare a scuola. Era proprio questo che pensava Gianni, una di quelle solite mattinate di fine marzo, col cielo limpido, e sai che l'unica cosa che ti aspetta è una deprimente interrogazione di latino, che sicuramente andrà male. La scuola di Gianni si trovava in un altro paese, non molto lontano, un 15 minuti scarsi di viaggio. E in quei 15 minuti Gianni, in quella deprimente mattina uguale a tutte le altre se non per il fatto che il cielo era privo di nuvole, decise di ripassare un po'. Era da circa una settimana che c'erano nuvole, che pioveva, che tuonava, e l'unica cosa da fare era stare in casa a studiare... Comunque, partito il treno, prese dallo zaino il libro di latino, e cominciò a ripassare. Che noia... stanco di tutte quelle capricciose desinenze della terza declinazione da mandare a memoria, tolse gli occhi dal libro e guardò dal finestrino. La conosceva bene quella strada, e sapeva che, appena imboccata la curva, poteva trovarsi davanti la montagna, che da tanto non vedeva perché le nubi, nei giorni precedenti, la coprivano totalmente.
La vista della montagna era il momento clou del viaggio. In qualche modo, a Gianni piaceva ammirarla, in quel periodo era appena innevata sulla cima. Guardandola pensava: chissà quant'è distante, chissà quanto sarà alta, chissà da quanto tempo si trova lì... e pensando tutte queste cose il treno aveva già imboccato la curva, e gli occhi di Gianni si stavano preparando alla vista della montagna. Ma evidentemente si era confuso: non era quella la curva giusta, perché la montagna non c'era. Nella curva giusta c'era, su un lato, un albero di ulivo con una particolare forma del tronco. No, si era sbagliato: l'ulivo c'era. E allora perché la montagna non compariva? Cercò meglio: la montagna non c'era. Era scomparsa una montagna! Forse era ancora stordito dal sonno, quindi chiese a quello seduto di fronte a lu

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   1 commenti     di: Aidi Freedom


Stella cadente (seconda parte)

Poi sentì un rumore e sollevando il viso vide, che era proprio lui, si avvicinò e mentre gli lanciava un sorriso, lo salutò con gioia. Un saluto subito ricambiato anche da lui, seguito da un dolce abbraccio.
"Mi dispiace per quello che è successo, non volevo, mi sei mancata tanto."
"Anche tu mi sei mancato tanto."
Poi arrossendo un pochino sorrise e abbassò la testa, lui si accorse della sua emozione e le prese la mano dicendo: "Vieni facciamo una passeggiata insieme." Lei disse di sì così mano nella mano si avviarono.
L'atmosfera era misteriosa e molto romantica, mentre camminavano, avevano molte cose da raccontarsi che non si accorsero che la notte era quasi finita, ma non appena vide spuntare il sole lei disse: "Devo tornare a casa se mio padre ci vede si arrabbia." E lui rispose: "Hai ragione!" poi raccolse un fiorellino per regalarlo a lei insieme a un profondo bacio che durò un attimo, ma sembrava non finire mai.
Come la sua mamma, anche Stellina aveva finito, era un po' stanca, ma mentre si avviava verso il castello, decise di fermarsi un momento in riva al mare e rinfrescandosi un pochino, persa nei suoi pensieri, vide sugli scogli Tuono. Osservando che non ci fosse nessuno in giro, decise di avvicinarsi. Per un attimo il sole fu coperto dalle nuvole, grazie a sua sorella, che si era accorta di loro due e voleva ricambiare il favore. Lo salutò e così fece anche lui con un dolce sorriso, invitandola a sedersi accanto a lui. Come il fratello, pose le sue scuse per ciò che aveva fatto, ma lei lo aveva già perdonato, perché l'amore che provava per lui era più importante e anche se non glielo aveva dichiarato apertamente, lui lo aveva già capito. Tra loro stava fiorendo qualcosa di magico ed era un amore struggente. Entrambi crearono una tenerezza infinita e guardandosi intensamente negli occhi, unirono istintivamente le mani e scambiarono un bacio. Poi si salutarono e Stellina tornò al castello per riposarsi.
Passò un po' di tempo, ma n

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   4 commenti     di: sara zucchetti


All'antico caffè della piazza

Snocciolavo il Rosario fra le dita, pregavo che tutto andasse liscio, mi ci ero buttato a capofitto senza pensarci due volte e come un cane chow chow iniziai a spolverare tutta la spazzatura che riuscivo a raccogliere perché non sopportavo che quella letterata fosse tanto e aimè tanto più brava di me, non potevo accettare quelle critiche sui miei scritti, dovevo fare qualcosa per offendere il suo orgoglio, anche ferendola mentalmente con scurrili parole da scaricatore di porto, che avrebbero fatto arrossire anche i più libertini esseri della terra; insomma lei non doveva più frequentare quel salotto letterario che era L'Antico caffè della piazza.
Mi ricordo che era il lontano 1910 e decisi di raccogliere tutta la documentazione e anche gli screzi che l'erudita donna aveva lasciato in altri salotti letterari, così avrei potuto confondere le acque, perché avrei agito sotto falso nome, mettendo una maschera come si usava in quel tempo, facendo di tutto per non farmi riconoscere; detto fatto, mi accorsi che ne aveva creati tanti scritti e anche degli screzi, con un'autore di quella famosa sala letteraria che non rammento il nome.
Così iniziò il mio piano diabolico; perseguitai quella donna per tanti anni credendo inizialmente che fosse un'altra persona di mia conoscenza, invece mi sbagliavo, ormai però ero entrato nella parte, non mi interessava niente, ci avevo preso gusto a torturarla, ferendola da tutte le parti.
Poi un giorno l'aria era diventata irrespirabile, perché la donna di cui ho raccontato fino a questo istante, si ribellava, senza mai arrendersi, anzi, offendeva anche la mia amante, - la chiamerò per comodità la mia gattina e gli darò un colore - nero - mi piace il nero come il pelo selvaggio (anche se grigio in realtà) della mia gattina; però questo non potevo accettarlo mettere la mia gattina nera davanti agli insulti, era inaccettabile, così un giorno di comune accordo, insieme ad altri commensali di lettura del caffè della piaz

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   0 commenti     di: Tore Martino


Il titolo del farmacista

Don Peppe ovviamente non faceva miracoli, ma le sue opere assomigliavano ai miracoli più degli effetti dei sermoni di don Nicola, il parroco.
Don Peppe era l’anziano farmacista del paese. Avvolto perennemente da un odore di sigaro toscano, in una minuscola farmacia rurale color seppia anni ’50, don Peppe stazionava ricurvo dietro al bancone, mai in attesa di clienti. Quando qualcuno degli avventori apriva la porta della farmacia, dopo aver rispettosamente bussato come se entrasse in una casa privata, lui alzava la testa e puntava le mani sul banco, fino a baricentrarsi sullo sguardo del cliente e poi, con una lieve correzione, mentre questi si levava il cappello e cominciava ad articolare i saluti di rito, don Peppe dirigeva lo sguardo occhialuto sulla capigliatura del nuovo arrivato.
Dai tempi dell’università aveva una sola passione: le mescole. Diceva che la sua era passione per il mondo e che gli bastava quella (infatti non era sposato e, a sua detta, non aveva neanche altri vizi), perché ogni oggetto conoscibile è una mescola di elementi più o meno semplici, e che questi elementi, quando non si legano agli altri per diventare i cosiddetti composti, si parlano come ci si parla in un qualsiasi gruppo di conoscenti, con l’intento di alimentare simpatie o antipatie, amicizie interessate o meno, ritrovandosi sempre di più ad essere se stessi proprio in virtù della presenza degli altri. Lui, elemento esterno, osservava il progredire di questi rapporti fra elementi e a volte faceva da sensale, da attizza-fuoco e da imbonitore, a seconda dello stato d’animo in cui versava e, certamente, della bontà del sigaro toscano che si trovava a fumare.
Don Peppe riceveva spesso la visita di don Nicola. In paese, insieme ai maestri della scuola elementare, erano i soli che sapessero di latino, e questo li rimescolava in brevi ed intense partite a tressette al riparo del bancone, delle quali era segno e testimone il continuo oscillare del bilancino, ben vi

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