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Racconti surreale

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La televisione uccide

Era un pomeriggio qualunque. Non avevo niente da fare e stavo seguendo un programma di Talkshow dove due uomini di colore stavano litigando per una donna. "Mamma mia, non c´e più niente di interessante in televisione" dissi al soggiorno vuoto e cambiai canale. Decisi di fare un po' di zapping e sorvolai velocemente i canali seguenti: Un documentario sulle formiche, un telegiornale, servizi sulla partita di calcio che ci sarebbe stata la sera. Ritornai sul canale del Talkshow. Gli ospiti erano cambiati, al posto dei due uomini di colore ora stavano litigando un uomo grasso, sulla trentina, i capelli lunghi fino alle spalle, con ampie macchie di sudore sotto le ascelle e sua moglie, in evidente stato di gravidanza e, come per ogni Talkshow che si rispetti stavano bisticciando. "Possibile che durante questi programmi televisivi debbano sempre e solo litigare?" chiesi e formai una pistola con il pollice e l'indice della mia mano sinistra. Mirai alla testa del ospite inquadrato in quel momento e feci finta di premere il grilletto simulando anche la detonazione con la bocca. Successe l'incredibile... L'uomo, che da quel che appresi si chiamava John stava accusando sua moglie di averlo tradito con un loro vicino, cadde improvvisamente a terra, colpito in fronte da qualcosa che gli fece esplodere la testa schizzando la prima fila del pubblico di sangue e pezzi di materia grigia... Guardai a bocca aperta la mia mano che formava ancora l'arma da fuoco e lo schermo, dove il pubblico stava correndo verso l'uscita. "Non può essere successo" dissi "no, no, non posso essere stato io..." ma l'evidenza era li, davanti a me sullo schermo, nello studio di quel talkshow, dove il cameraman, preso dalla paura, aveva lasciato nella fretta l'inquadratura sul cadavere. La moglie era inginocchiata vicino a suo marito e gli stava confessando che il bambino non era suo, ma del vicino... Cambiai canale. Un reporter dai capelli lunghi stava chiedendo ad un passante cosa ne pensasse di com

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   7 commenti     di: David Gruber


Bowling

Bill e Steave si erano dati appuntamento nella parte posteriore del night club Le Son Bon, sulla Ocean Drive, il sole stava per lasciare il posto ad una nuova serata che tutto era al di fuori che fresca, durante il giorno la temperatura era salita a 104 F., e Patty tardava ad arrivare, i due erano visibilmenti incazzati e all'arrivo di Patty non glielo nascosero, ma lei era la capa, poteva permetterselo.
La potente SUV della Chica, come la chiamavano l'intera banda si soffermo' un attimo, prese a bordo i due ragazzi e si dissolse in pochi secondi dirigendosi verso Smith Avenue, dalla medesima all'incrocio con Bellevue dove all'angolo c'e' una trattoria Toscana giro' per Palm Beach West e giu' a tutta randa.
Arrivati a Giustino Beach entro' nel mall The Skorpion, dove c'e' una gelateria, da Gaetano, in cui si assaporano dei gelati al biscotto deliziosissimi. I tre si sedettero, Bill ordino' un cono al pistacchio e Steave uno alla fragola, Patty inconfutabilmente il biscotto, Patty amava i gelati al biscotto, a volte non le bastava uno.
Avevano un appuntamento con un contrabbandiere di birilli da bowling, riusciva a importare i birilli direttamente da Hong-Kong senza farli passare dalla dogana, i tre avevano un cliente che gestiva un bowling in Virgen Grass, il quale pensava che ogni qualvolta, durante il gioco venivano buttati giu' i li dovesse cambiare con dei nuovi, era un business non indifferente per la banda.
Quel giorno il contrabbandiere non si reco' all'appuntamento e i tre il giorno seguente appresero dalla stampa che un aereo cargo proveniente da Hong-Kong si schianto' su un locale nella zona di Virgen Grass, l'intero quartiere fu invaso da migliaia di birilli da bowling.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Alieni

Mentre viaggiava sull'autostrada Lea pensava a tutte quelle giovane donne sparite, le sembrava strano, tutte in quei luoghi che lei stava attraversando, tutte dopo l'imbrunire; aveva paura, sperava di arrivare dalla cugina prima che la luna diventasse alta nel cielo, ma era partita tardi da casa, cercò con la mente il ricordo di qualche motel sulla sua strada, non voleva rimanere da sola, avrebbe affittato una camera per le ore notturne. Ecco in lontananza si intravedeva l'insegna del motel, Lea pigiò il piede sull'acceleratore, desiderava arrivarci il prima possibile, ma all'improvviso la sua macchina non rispondeva più ai suoi comandi, per quando Lea tenesse stretto il volante, la macchina sterzava verso sinistra, ci fu un bel sobbalzo e la macchina, a velocità elevata, scavalcò la cunetta che delimitava la carreggiata e si inoltrò nella boscaglia. Lea teneva il piede sul freno, voleva fermare quell'assurda corsa, ma la macchina non rispondeva ai suoi comandi, il panico si impadronì di lei, non sapeva cosa stava succedendo. lL'auto continuava a viaggiare a zig-zag evitando gli alberi e gli arbusti fino ad una radura dove si bloccò letteralmente, Lea uscì dall'auto, si guardò intorno, che posto lugubre, spianato, senza vegetazione, c'era uno strano odore nell'aria e poi all'improvviso, al centro della radura una colonnina sbucò dal terreno e si innalzava in quella oscurità. Quando tutta la colonnina fu emersa per circa un 2 metri di altezza, emise una luce bluastra che illuminò tutto intorno. Lea si accorse di non essere sola, c'erano altre auto, e donne che come lei si guardavano stupite, Lea ebbe un conato di vomito e istintivamente calo il capo per vomitare, in quel mentre un raggio rosso attraversò tutta la radura investendo con la sua luce tutte le donne. Lea alzò il capo, passò la mano sulla bocca amara come per pulirsi dopo aver vomitato e si rivolse alla donna a lei più vicina, ma guardandola ebbe paura, quella donna aveva gli occhi strani

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   3 commenti     di: bruna lanza


Fuga nel bosco

Tutti in paese credevano che Aradia fosse una strega.
Ma suo malgrado era solo una ragazza sfortunata, la quale di tutte le accuse che le venivano rivolte era colpevole solo di una: la sua bellezza sovrannaturale.
Così eccola in fuga nuovamente, avvolta nel suo mantello, sul suo cavallo nero mentre si fa strada nel fitto fogliame del bosco. Per lei il bosco è più sicuro di qualunque luogo abitato da uomo. Un branco di lupi affamati è preferibile a una folla di uomini superstiziosi, se non altro i primi sono mossi dalla fame e non dall'odio e la paura.
Alle sue calcagna, da qualche altra parte del bosco profondo, c'è il suo eterno persecutore, che già diverse volte se l'è lasciata sfuggire, e avvolto nella sua veste nera di odio, è pronto a seguirla in capo al mondo pur di non lasciare viva l'amante di Satana. L'inquisitore non sa che è il Diavolo stesso a infondergli tanto odio, e maschera la sua ossessione per la bella Aradia con la missione divina che forse un tempo aveva chiamato il suo animo, ma che ormai già da tempo era sepolta da montagne di perversione. È così quando si cerca Dio e ci si arma di buone intenzioni, spesso si finisce per essere gli sguatteri del diavolo incapaci di un azione sincera.
Così mentre Aradia fuggiva nei boschi prestando attenzione al minimo rumore, l'inquisitore non badava nemmeno più allo scorrere del tempo, al susseguirsi degli alberi, ma un demone feroce urlava come le belve della foresta nelle sue orecchie, e gli occhi intrisi di rossa stanchezza erano fissi sulle traccie del cavallo della giovane. Più Aradia gli sfuggiva e più era convinto della sua natura diabolica, e Satana aveva affollato così tanto i pensieri dell'inquisitore che alla fine nella sua mente si era aperto un varco da cui poteva entrare e uscire a piacimento l'inferno intero.
Aradia non temeva l'inquisitore, sapeva che egli era solo una marionetta del suo nemico invisibile. Non era mai riuscita a dare un nome a quel nemico,

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il divorzio

Un uomo che aveva stabilito di essere stato deluso dalla vita un giorno si recò da essa deciso a farsi valere, di protestare insomma contro quella che egli considerava una vera e propria truffa.
:-Non mi hai mai dato niente di tutto ciò che volevo-esordì aggredendola:-e nemmeno niente di quello che non volevo, se è per questo-aggiunse sarcastico:-è stato tutto uno sbaglio...
un enorme, stupidissimo sbaglio e ora io non ci sto più.
Voglio che le nostre strade si separino... non desidero più andare avanti;del resto non l' ho mai chiesto-
:-perchè? ... secondo te io avrei chiesto di accompagnarmi a te?è stato il caso, soltanto il caso- replicò filosoficamente la vita.
Era una bella donna dal fascino complesso che sorrideva solo a tratti, persa in una sorta di soffusa, dolorosa malinconia che pur aveva in sè qualcosa di estremamente magnetico, irresistibile che era impossibile non notare.
:-Sarà pur vero che io non ti ho mai dato nulla, Giancarlo- ammise conciliante:-ma c'è anche da dire che tu a corteggiarmi non hai mai neppure pensato-.
:-Questo non è vero!-si oppose vivamente Giancarlo:-io avrei voluto farlo... te lo giuro, ho anche pensato di scriverti una lettera d' amore ma... ero confuso!! non sapevo se ne valesse veramente la pena!-confessò turbato.
:-In tal caso-rispose la vita accigliandosi lievemente:-non hai che lamentarti di te stesso, perchè vedi, io sono una donna un po' difficile:riesco a darmi solo a chi mi apprezza-

   4 commenti     di: carmela arpino


Gino

Gino quella mattina si alzò dal suo mobile formato da una struttura portante che sosteneva un materasso su cui si stendeva per dormire che erano già le 12. Per questo motivo andò subito nella stanza in cui si preparano e si cuociono i cibi, e grazie al gran daffare che si era dato il suo maggiordomo, trovò già il piatto pronto: un cadavere di pollo abbrustolito ma non troppo con vari tuberi commestibili di forma tondeggiante. Niente male. Dopo il pasto principale della giornata, andò a fumare sulla struttura sporgente dal muro esterno di casa sua accedendovi attraverso una portafinestra. Codesta struttura era circondata per protezione da un parapetto di squisite fattezze. Mentre accendeva il suo rotolino cilindrico di tabacco trinciato, avvolto in un foglietto di carta sottile a lenta combustione, la sua attenzione fu catturata da un raro esemplare femminile di genere umano: codesto esemplare era situato sulla struttura sporgente del muro esterno della sua casa, situato esattamente di fronte a quella di Gino.
Questa sua intensa esperienza psichica, accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali, gli fece smarrire la facoltà propria dell’uomo di stabilire connessioni logiche tra idee, che costituisce la base della conoscenza e del discernimento. Così dalla struttura sporgente si diresse mettendo un piede davanti all’altro verso la porta di casa, e dopo aver percorso quegli elementi architettonici formati da un piano orizzontale e da una parte verticale suonò l’apparecchio telefonico che permette la comunicazione fra i diversi locali di uno stabile. Il raro esemplare femminile di razza umana fu sì contenta della visita, che aprì la porta di grandi dimensioni che costituiva l’entrata principale e lo invitò nella propria dimora.
Non appena i due furono a poca distanza tra loro, si guardarono nelle parti visibili dei loro rispettivi bulbi oculari e sbocciò un sentimento intenso ed esclusivo reciproco basato sul desiderio erotico e sull’affet

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   4 commenti     di: Marina Romano


Se solo non fosse vero

Quello che sto per narrarvi, fu per me una fonte di incubi per settimane e anche ora, che tengo la penna in mano dopo un anno, rivivo perfettamente quella situazione.
Cosa assai più strana della mia esperienza è che tutt'ora mi sfugge il motivo per cui mi trovavo sul ponte Vittorio Emanuele primo a guardare le acque torbide del Po scorrere sotto di me.
Ricordo soltanto l'effetto che faceva la Gran Madre. Quella presenza che ti ricordava che sei solo una nullità. Ricordo anche le luci soffuse dei lampioni, che a stento illuminavano il ponte nella notte di Torino. E per le strade non c'era suono che potesse interrompere quel silenzio. Non c'era odore, a parte quello che si respira a Torino, che io stesso respiro ogni giorno, ma che in quella notte era più tenue.
Ebbene sì: guardavo quelle acque torbide, perché volevo buttarmici dentro, perché odiavo la mia vita. Una vita quotidiana, stupida, fatta di casa e di lavoro, di vestiti puliti che a fine giornata s'impregnano di sudore e puzzano.
Tutt'ora mentre scrivo codeste parole, mi sento assai stupido per i pensieri che avevo in mente, ma non è la causa dei miei pensieri a essere fonte eterna di incubi, ma ben altro; che forse sbaglio a scrivere, perché voi che leggete, potreste esserne attaccati. Ma si tratta di un bisogno essenziale per la mia salute, che solo strisciando la penna su carta può, forse, attenuare il mio dolore.
Misi le mani sul cornicione del ponte, pronto ad alzarmi su di esso e posare i piedi sul cemento e sentire per un ultima volta l'aria baciare il mio viso. Ma venni trattenuto dal farlo. Non per paura, o per ripensamento alla mia decisione, ma per ben altro.
La Gran Madre si fece sentire con la sua presenza e io la osservai per un attimo, come se ella mi volesse parlare. E fu li che abbassai lo sguardo, vedendo per prima la luce gialla intermittente del semaforo e infine un uomo venirmi in contro. Costui che ho ancora paura a citare, aveva un ghigno disegnato sul suo viso.
Era

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   1 commenti     di: Fabrizio



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