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Racconti surreale

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God is an Astronaut

Un giorno Dio, stufo di osservare la sua piccola creazione - un piccolo pianeta color blu che gira attorno ad una stella arancione di dimensioni medie: si esatto, solo un sistema planetario -, decise di immergersi nell'esplorazione dell'iperspazio. Non si mise né il casco né la tuta - come sarebbe di routine -, né uso - cosa ancor più incredibile! - un'astronave. O, perlomeno, non fece uso dell'equipaggiamento nel senso nostro della cosa. Piuttosto, estrinsecò dalla sua essenza immutabile l'immagine di un astronauta.
— Che buffa creatura. — Si disse, dopo averla osservata attentamente. — Appare proprio goffo ed impaurito. Ma fa niente, non deve essere niente più che la metafora visiva - e dunque anche sinestesia - dell'idea dello spirito che ha deciso di uscire al di fuori sé, ed indagare la natura esterna alla creazione.
Non so da dove iniziare, ma mi hanno sempre affascinato sia le stelle di neutroni che i buchi neri, quei grossi imbuti galattici dalla quale niente sfugge! - pensò - raffigurandosi l'immagine spaventosa di una voragine nello spazio tempo che inghiotte ogni cosa le passa accanto. - Ma il suo pensiero fu talmente intenso che fece riverberare una nebulosa lì accanto: colori fosforescenti e luci stroboscopiche esplosero come un faro nella notte. Così le onde elettromagnetiche più veloci dell'universo, sottoforma di fittissimi raggi di luce, si sparsero nel vuoto galattico circostante, viaggiando fino ai capi del cosmo -.
— Per la mia Essenza divina! — proruppe spaventato Dio, — quelle luci arriveranno sicuramente sul pianeta Terra, e la loro intensità sconvolgerà tutte le loro scienze in un sol colpo. Millenni umani di tempo per farli uscire dalla barbarie delle superstizioni... — scosse la testa - l'immagine estrinsecata di testa - visibilmente. — Mi sono curato di persona per lo sviluppo del loro sapere, e per allontanare strane follie dalle loro menti squilibrate. E ora, cosa combino — continuò — rovino tutto

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   0 commenti     di: Jan Janas


Visioni volontarie

Ero come un barbone, steso su una panchina al parco a sopportare la fame, la stanchezza, l’afa. Divennero irraggiungibili i ricordi delle estati passate da ragazzo, a sudare dietro a un pallone. C’era una madre con la sua piccola creatura tra le braccia e il verso continuo delle cicale offuscava a me questa contemplazione, rendendomela come di sogno, visione mistica dell’abbandono e dell’amore inconsapevole che di volta in volta si rinnova, nelle lacrime e nei sorrisi. Il sole scendeva dietro la piccola stazione ferroviaria e il cactus bruciava al respiro del vento; il treno fischiava senza fermarsi: nessuno era sceso, nessuno era salito. Nell’aria immobile solo i colori e i profumi producevano un vortice di vita variegata. C’era una ragazza seduta di fronte a me, mancina, scriveva a testa bassa con l’aspirazione di diventare scrittrice: era bella, ma svanì in un colpo come la fortuna quando passa e non bussa alla tua porta.
E la vecchina, si! L’avevo già vista addormentarsi in chiesa tra i mille dolori della sua età: il sonno la colse quasi d’improvviso senza spiegazioni, senza illusioni pure. E poi la vidi raccogliere i suoi stracci, pochi, e tornare a girare sui marciapiedi della solita città.
Da molti giorni il poeta stava affacciato alla finestra, a guardare le nuvole passeggere, i piccoli uccelli a cinguettare nel nido, le notti stellate sottolineate dalla brezza marina. Qualcuno mi diceva che fosse in un periodo di profonda ispirazione per la sua imminente nuova opera; io, intanto, ascoltavo nella mia stanza i Radiohead e quelle parole di propaganda mi sembravano tante fesserie, dette dai furfanti per abbindolare gli sciocchi. Almeno così sembrava mi stesse dicendo Kipling, che nel frattempo si era seduto all’angolo della camera in procinto di tirare dalla sua pipa. E io avevo un’insospettata voglia di sigaro. Così tolsi le mani dalla mia testa per cercare di resistere al sonno mancato durante la notte e continuai a partecipare a

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Carezza violenta

In un giorno, passato
e oramai lontano,
ho sentito il calore con cui
mi hai preso la mano.
Impotente era il mio corpo,
ma cosciente la mia mente.
La voglia era tanta,
così come il vento
e tornar giù, non volevo,
Vedevo dall'alto,
tanti campi d'asfalto,
ma un po' più in la,
poca traccia di civiltà.
Insieme ad altri son saltato,
incurante del cosa avrei trovato.
La vela era aperta,
ma ho capito in un momento,
che prendevo quota,
anziché perderla controvento.
Quante le cose che si pensano lassù,
pregando per il solo voler venir giù.
Un po' su, un po' giù,
un po' la, un po' qua,
pensando a come e quando finirà.
di colpo il vento sparisce,
e l'aria si alleggerisce,
Sorrido infelice,
e mi guardo intorno,
pensando che oggi,
e forse il giorno.
Ma un attimo dopo,
la vita è rinata,
un caldo e forte
soffio di vento,
ha messo fine al mio tormento,
adagiandomi violentemente,
ai forti rami,
di un albero forte e possente.

   5 commenti     di: danilo


Sogno Spento - Spento Sogno

La porta si chiuse con un sonoro tonfo alle sue spalle.
"La porta!"
Gli urlò da dietro le pesanti lastre di vetro opacizzato una voce.
"Al diavolo, te e la porta" pensò lui, alzando la mano in cenno di informale scusa verso il provenire delle monotone grida.
O forse questa volta l'aveva proferito ad alta voce? Poco gli importava, ormai era consuetudine quella maledetta corrente, e i suoi momentanei scatti di nervi trovavano sbocco in maniere che non potevano non venire notate, un insulto sarebbe stato il minimo da aspettarsi. Lo sapevano, pensava.
"Quindi, me ne fotto" pensava.
Di sicuro lo sapevano, non poteva essere altrimenti, che lui, ora, da fuori quella porta, si era appena svegliato. Che le loro voci, da familiari stress passavano a un mormorio convulso di ronzante gente, come quella che incroci per strada, non udibili se non facendoci attentamente caso, come per impicciarsi di faccende altrui non importanti e che non sono minimamente rivolte a te. Forse, al massimo, da voltarsi e incrociare con gli occhi quella persona che le ha pronunciate e accorgersi in silenzio che non sono interessanti quanto credevi. Voci da voltarsi e continuare per la propria strada.
Si accese una sigaretta, guardando su un davanzale una foglia secca che rotolava e volava via. E il vento che gli impediva di accendere l'accendino al primo sfregamento, sapeva di bagnato e di buongiorno.
Faceva freddo, era pomeriggio tardo, ma era un bel pomeriggio in cui non aveva niente da fare.
Era divincolato dai normali impegni quali ognuno è costretto a sopperire, ogni giorno, per un pomeriggio. Lasciandosi alle spalle la porta e le preoccupazioni, aveva dinnanzi a se qualche ora senza pensieri; la macchina l'aveva appena ritirata dal meccanico ed era perfetta, a casa sua non c'erano lavori urgenti di riordino e pulizia, pratiche da sbrigare, commissioni, appuntamenti.. niente. Ne di buono, ne di cattivo.
Da poco, era libero da quella gabbia che chiamiamo vita.

In tangenziale,

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   0 commenti     di: G. Von D.


Quando fui ingannato dalle rane giganti, e non parlai più con Giustina la matta

Sono seduto sulla tazza del mio gabinetto; un gabinetto molto bello, mi è costato un occhio della testa ma è bello, troppo bello.
È di vetro, ma all’interno del vetro, ovviamente separato dalla parte superficiale, ci sono delle comuni puntine, e ce ne sono di tutti i colori; sono davvero carine anche se non ci puoi mai stare tanto tranquillo, insomma è un modo come un altro per ricordarmi che fin dalla mattina devo stare attento a ogni cosa che faccio.
Sono seduto quando ad un certo punto la mia bella tazza con le puntine si allarga, e penso “cazzo adesso finisco nella mia merda” ed effettivamente il pensiero mi fa davvero schifo.
Però la tazza s’allarga sempre di più, non ci posso fare niente e allora cerco di aggrapparmi con le mani al bordo, per non cadere.
Guardo sotto, e vedo un enorme vortice, grande chilometri e chilometri, e l’acqua gira gira non si ferma mai. Il fondo della tazza non si vede, c’è solo il vortice ed io che cerco di non cadere, ma so che tra poco cedo porca miseria, e non so che fare sono in preda all’ansia e alla paura.
E poi cado.

Mi ritrovo in un fiume in piena, sono in Spagna, nel Medioevo, l’anno con precisione non lo so, e non so nemmeno come ci sono finito, ma sono che sono in Spagna, e sono in questo fiume in piena e non so dove sto andando e penso che sono ancora in pigiama e che stavo solo cacando.
Ad un certo punto quando non so più che pensare vedo da lontano arrivare un cavaliere: c’ha l’armatura, i vessilli spagnoli, che non so nemmeno io come faccio a conoscerli, e vedo che in mano ha un giavellotto. Penso “ma che vuole da me? che gli ho fatto?”.
Non faccio in tempo a pensarlo che comincia a lanciare il giavellotto, e io cerco di nuotare più veloce nel verso della corrente, anche se non so dove va, che devo fare, nuoto e nuoto, e non so se bestemmiare o pregare. Il cavaliere spagnolo ad un certo punto non mi lancia più giavellotti, li avrà finiti penso, e allora mi sollevo un po’

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La vita

All'incrocio tra via Mazzini e Piazza Trento Trieste i loro sguardi si incrociarono.
In quell'eterno istante tutto si fermò.
Poi successe qualcosa ed ecco che l'inseguitore incominciò a inseguire l'inseguito.
Uno dietro l'altro di corsa su per via Mazzini poi giù per Pelagio Pelagi e in fondo a sinistra per via Massarenti.
Tra i due la distanza rimaneva sempre costante: 20 metri che diventavano a volte 12 e a volte 33.
Ogni tanto l'inseguito si voltava indietro per guardare l'inseguitore, per vedere se nei suoi occhi continuasse a esserci quella voglia di inseguire.
L' inseguitore, a sua volta, approfittava di quei momenti per guardare gli occhi dell'inseguito, voleva capire se in essi c'era l' intenzione di continuare a scappare dall'inseguitore.
Arrivarono a porta San Vitale.
Entrambi erano stanchi e sudati ma ciò era l'impressione che poteva avere qualcuno che li guardava da fuori poiché in loro non c'era il minimo segno di stanchezza.
Era da tanto tempo che aspettavano questo momento e adesso che erano così vicini dal raggiungerlo avevano perso contatto con il mondo reale. Erano entrati in un mondo tutto loro (dove la fatica e i problemi non esistevano) e in esso avevano scoperto energie mai immaginate prima.
Nel frattempo erano arrivati in piazza Aldrovandi dove l'inseguitore aveva svoltato a destra, giù per Giuseppe Petroni.
Le persone per strada non si rendevano conto di cosa stesse succedendo. Vedevano correre un uomo e quando passava l'altro si erano già dimenticati di aver visto passare il primo.
In Piazza Verdi l'inseguitore stava per girare a sinistra in via Zamboni ma vedendo che c'era una manifestazione decise di proseguire dritto fino a via Indipendenza dove una volta arrivato la tagliò imboccando via riva Reno.
L'inseguitore aveva perso terreno, non lo vedeva più ma sapeva benissimo dove era passato.
Sapeva che non era andato su per via Zamboni a causa della manifestazione ma sa

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   5 commenti     di: Giacomo Pesaro


Calma e pacatezza (alle poste)

L’ufficio postale era affollato quel giorno. Era sabato. Ma a ben pensarci era sempre così: tranne che in rari casi, a qualsiasi ora ci si andasse si trovavano poche persone agli sportelli e decine e decine in attesa dietro di loro.
Pensionati che attendevano la possibilità di ritirare la pensione, altri che speravano di prelevare o versare dai propri libretti postali. E poi ancora gente con bollette in mano, con lettere da spedire, vaglia postali, raccomandate, lettere minatorie, pacchi contenenti antrace... Alcuni anche con posta non propria da riconsegnare. Nessuno invece era lì per acquistare uno qualsiasi dei prodotti che l’azienda tentava di vendere: cd musicali, calendari, collezioni di francobolli, film…
Dopotutto, da quando in qua le poste erano divenute in centro commerciale?
Probabilmente il frutto di accurate analisi di mercato, di riflessioni e domande a cui le Poste Italiane avevano cercato di dare risposta.
Una risposta sbagliata.
E al contempo persisteva nell’offrire alla clientela un servizio scadente, inefficiente. Era più che evidente osservando le espressioni dei clienti in coda: alcuni erano lì dentro da pochi minuti, molti erano in attesa da ore. Una graziosa signorina, addirittura, stava allattando un bambino, concepito, portato in grembo e partorito in attesa del proprio turno.
Secondo alcune voci poi, qualcuno degli anziani era entrato in pensione mentre attendeva il suo turno per pagare una bolletta truffa della Telecom.
Ma di questo gli operatori al di là del vetro non si curavano. Come dargli torto? Non era mica colpa loro. Certo, un po’ di responsabilità l’avevano pure ma non era un loro problema. Anzi, sembrava che se la passassero benone nonostante la moltitudine di gente e tutti gli sportelli recanti la scritta “Aperto”.
Beh, in effetti quelli presidiati erano solamente due o tre, ma anche questo sembrava non essere un problema loro. Alla fin fine, i clienti in fila non avevano idea delle oscure di

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