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Racconti surreale

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La montagna

Si erge minacciosa oltre le siepi, vi sono alberi di molti tipi. Vedo campi interi inclinarsi sempre di più al cospetto della montagna gigantesca che si innalza di fronte a me. I primi a cedere sono gli alberelli più piccoli, eccetto gli olivi e le viti che continuano a crescere arrampiscandosi sulle vaste colline. Poi anche gli alberi più resistenti cedono, e quando perfino l'erba è esausta di arrampicarsi su quei ripidi sentieri, allora vi è solo fredda roccia e nebbia. Sì, più si sale sù per quella montagna, e più quella sembra concentrarsi sull'essenziale, spogliandosi della natura vanitosa e piena di piaceri.
La montagna imperscrutabile è spirituale e ha bisogno di Silenzio e concentrazione. Essa non si accontenta delle gioie mutevoli di sua Madre, la terra, e sebbene non possa disprezzarle, nè farne a meno essendo parte del suo grembo possessivo, non cessa mai di desiderare con passione le gioie eterne dello Spirito. Ma tanto è forte il legame con sua madre che non trova riposo, nemmeno a quelle altitudini l'atmosfera terrestre la lascia concentrarsi. Liberarsi dell'erba era stato fin troppo semplice, ma ora le nubi bagnavano le sue pareti gelandole, e i venti soffiavano così forte che era difficile perfino ascoltare il proprio pensiero. Fischiavano come trombe impazzite, scivolate via all'Angelo del Giudizio, rubate dalla sacca di Eolo.
Così per quanto fosse estenuante immaginare un altezza ancora maggiore, la montagna con grande resistenza e concentrazione si svincolò dai venti siderali e si elevò ancora più un alto, in un mondo fatto di ghiacci e cristalli di ogni forma. La montagna finalmente serena, restò a lungo accocolata nelle neve soffice e nelle foreste di ghiaccio. Di tutte le realtà che nascevano nel seno di sua Madre, la terra, le altezze glaciali erano quelle che più la aiutavano nel suo scopo spirituale. Si rilassò talmente tanto che non seppe mai quanto tempo restò addormentata sotto i ghiacci, e mentre un giorno se ne

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Il feto

Dato il bacio della buonanotte i genitori uscirono, e Manfred rimase solo in casa, come molte altre volte. Quando sentì il rumore dell’auto che si allontanava, scese dal letto e si diresse in camera dei genitori, per guardare la tv. Per un ragazzino di undici anni era decisamente troppo presto per andare a letto: i suoi amici andavano a letto alle undici! Accese la tv e girò tutti i canali cercando qualcosa di interessante.
Ogni tanto tendeva l’orecchio per accertarsi di non sentire i passi dei genitori che salivano le scale e quindi evitare di essere scoperto dai genitori, ma di solito non tornavano prima di mezzanotte, quindi poteva stare tranquillo.
Come al solito, nel momento cruciale della scena, arrivava la pubblicità; Manfred pensò quindi che fosse il caso di approfittarne per andare in bagno. Per cui scese dal letto dei genitori e si diresse verso il bagno.
Mentre tirava lo sciacquone e usciva (naturalmente senza lavarsi le mani) sbadigliò profondamente, chiudendo gli occhi e spalancando la bocca, senza possibilità di impedirlo. “È la stanchezza della giornata, non certo sonno” pensò mentre riapriva gli occhi ed entrava di nuovo nella camera dei genitori. Ma il suo pensiero venne troncato di netto perché qualcos’altro aveva attirato la sua attenzione: la moquette era bagnata, per non dire completamente inzuppata. D’istinto si allontanò dalla zona bagnata e fece due passi indietro. La moquette era impregnata di qualcosa di viscido. La luce che emanava la tv gli permetteva di scorgere i bordi della macchia… Ma non solo. Scorse qualcos’altro per terra che prima non c’era. Una specie di corda lucida, attorcigliata in un punto; da un capo finiva sotto il letto, e dall’altro terminava… con un bambino. Un piccolissimo bambino bianco e lucido, rannicchiato e immobile.
« N… Non può essere… Sto sognando…» sussurrò Manfred, immobilizzato dal terrore. Voleva chiudere gli occhi, per non vedere quel bambino che non poteva esse

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   5 commenti     di: GozzaGugh


Zone d'ombra. Un epistolario. (I)

Barcellona, 13 ottobre 2007.

È bene parlare chiaro, Andrea.
Forse ci sono arrivata tardi, ma ho capito il tuo gioco. Un gioco assurdo, crudele.
Ancora una volta, dopo tanti anni dalla nostra storia, ti ho cercato io. La nostra storia, ti ho detto tante volte, è stata per me importantissima. Con te, per la prima volta, ho conosciuto l'amore. Che significa soffrire e far soffrire. Ho sperimentato, nella mia vita, ambedue queste condizioni. Di certo tu mi hai fatto soffrire.
Ora siamo maturi, adulti. Io, come te, ho una vita non banale, ho affetti intensi, ho una famiglia felice. Ho un lavoro che mi gratifica, ho anch'io tante aspettative per i miei figli.
Io, Andrea, non avevo, non ho bisogno di te. Ciò che mi ha spinto, un'altra volta, a cercarti, è stato il desiderio di offrire la mia amicizia, il mio affetto, a te, ad una persona che mi ha conosciuta da adolescente, ad una persona che sentivo ancora vicina. Perchè mi piace ascoltarti, sapere di te, ed anche, sinceramente, dirti di me, della mia vita. Volevo poter condividere i nostri pensieri, le esperienze, i successi, le nostre ansie.
Perchè? Perchè io ti voglio bene. Semplicemente, limpidamente. Ti voglio bene. Vorrei che tu facessi altrettanto, che nutrissi per me gli stessi sentimenti. Perchè non ne sei capace?
È così, A, tu non ne sei capace. Ricordati di tutto quanto mi hai detto e scritto in questi quattro mesi. Prima mi hai fatto proposte indecenti, ed io ho sorvolato, poi hai buttato tutto il fango possibile su Piero, mio marito. Tu, dici di te stesso, sei un intellettuale, che tiene molto alle parole. E le parole, non c'è dubbio, tu le sai usare. Nel senso che con l'ironia, con la tua personale allusiva e sfuggente retorica, hai saputo esprimere verso di me tanto livore. E spargere tanto veleno su di noi. Su di noi, ma soprattutto su te stesso, Andrea.
E poi: questa puerile, teatrale venerazione di me; e la delirante - scusami - ricostruzione del nostro rapporto, perfino delle

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Sogni o, illusioni?

Ho sognato di inseguire i miei sogni, ma ero in sovrappeso e non riuscivo a raggiungerli, sudavo, ero in affanno, poi qualche sogno ha rallentato la sua corsa e sono riuscito ad agguantarne un paio, quando ho aperto le mani per leggerli, il primo era di quando ero bambino e consisteva nel desiderio di far sparire tutte le persone cattive, ma si è fatto prendere in ritardo di qualche anno, anche se a pensarci bene, tutte le persone a cui mi riferivo, sono sparite davvero.. ora! Il secondo sogno che ho nell'altra mano, si riferisce al mio periodo di scuola superiore, sognavo di essere sempre promosso e con buoni voti come alle medie, è vero sono stato sempre promosso, ma per due volte a Settembre! Anche di questo sogno ora non so che farmene. Riprendo a correre ed i miei sogni si allontanano sempre di più, inizia la salita e per me diventa sempre più difficile, ad un tratto vedo rotolare verso di me un grande sogno, il quale man mano che si avvicina, diventa sempre più piccolo, fino ad alzarsi da solo ed avvicinarsi alla mia mano destra, la apro e lo afferro ma continuo a correre. La curiosità è forte e dopo un po' apro la mano ed osservo il sogno, è strano non riesco a decifrarlo, poi tutto ad un tratto capisco e.. lo getto via "che razza di scherzo è questo! Non era un mio sogno!"Rallento la corsa fino a fermarmi ed ho un intuizione geniale, chiudo gli occhi, mi concentro e sogno che tutti i miei sogni vengano a me, senza che sia io a rincorrerli. Aspetto qualche secondo e non accade nulla poi sento un rombo, sempre più vicino, non ho il coraggio di aprire gli occhi, ad un tratto tutto tace, apro prima un occhio poi l'altro e... sono circondato dai miei sogni, tutti di forma sferica, di vari colori e dimensioni, sono disorientato e non so da dove iniziare, decido di cominciare dal più piccolo, lo prendo, lo leggo, consiste nel mio desiderio di dimagrire, appena finisco di leggerlo dimagrisco davvero, divento un figurino, altro che novanta chili ora ne pes

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   2 commenti     di: leopoldo


Il garante

Eduard, figlio di calabresi nato in Australia si trova in una cazzo di storia per niente semplice. Mandato in Mexico per fare da garanzia ad una partita di droga, arrivata a destinazione si e' volatilizzata. Adesso si trova ostaggio del cartello Mexicano.
I suoi paesani dicono che la merce e' stata sequstrata dalla Guardia di Finanza, ma non producano prove, al quarto giorno gli scagnozzi del cartello minacciano Eduard di tagliarli un orecchio e inviarlo ai suoi paesani: una bella cazzo di storia, Eduard tradito dai suoi stessi compari. Il cartello e' ben strutturato e gode di ampie agevolazioni ad alti livelli, il controllo soprattutto degli aeroporti e la possibilita' di accedere alle informazioni, anche di tipo riservato, pertanto informano Eduard che nel caso fosse successo quello che dichiarano i suoi compari, le autorita' italiane avrebbero avuto l'obbligo di mettersi in comunicazione con le autorita' Mexicane, bhe' autorita' diciamo il cartello stesso. Eduard lo sa che tutto era stato rispettato e per questo veniva tenuto in ostaggio, e ne hanno diritto di farlo, e Eduard lo sa che hanno diritto di farlo, sa pure che ci puo' rimettere le penne se la merce non esce fuori.
Al quinto giorno, niente sulla stampa, nessuna comunicazione alle autorita' Mexicane, e la partita di droga non esce fuori. Al sesto giorno Eduard viene trovato da un ciclista, morto in un fossato a Citta' del Mexico. Ma Eduard non poteva rimanere in Australia invece di andare a fare da garante per una cazzo di partita di droga! Poi non so, ma questo Eduard; mi stava pure simpatico anche se non so chi cazzo sia questo deficente. A volte penso che la gente e' proprio strana, io sarei voluto nascere in Australia, grandi spazi, senso di liberta' metropoli moderne, ma poi, avrei visto dal vero i Kanguri, povero Eduard ma chi cazzo ce lo ha mandato in Mexico?

   1 commenti     di: Isaia Kwick


Nell'oscurità

-Non farlo! Sacrilegio! Urbi Et Orbi!-
Perentorio, Sofoclo ammonì la figlia.
Marcella Dell'Otre, un cognome assai scomodo, lo squadrava carica di un odio generazionale che solo tra genitori e figli può essere annoverato.
-Mi avevi promesso che con l'ottenimento della laurea avrei potuto...-
-Taci! In questa casa comando io e non ammetto repliche!-
Si sa d'altronde, la crisi economica aveva messo in ginocchio tre quarti del globo, già era un miracolo fare "la prima", figurarsi le repliche.
Ma Marcella Mica Mollava, Mentì, Ma Mollare Mai.
La madre intanto, gli occhi gonfi di lacrime napulitane, da dietro un paravento le faceva cenno di avvicinarsi.
Di soppiatto, sgattaiolando furtiva, si avvicinò a quell'oggetto da cui era partito il cenno. Dietro, ancora sgomenta, la mamma Eraclita sgambettava impaziente.
-Dimmi quanto...-
-Oh mamma, ma io...-
-Non ti devi...-
-Ti voglio un sacco...-
Ma la notte stessa fuggì. Solo le stelle le erano testimoni.
La natura doveva fare il suo corso del resto, ed ormai affacciata alla tenera età di quarant'anni, Marcy, il vezzeggiativo era d'obbligo, avrebbe deflagrato tutta l'energia compressa in famiglia.
E sembrò anche facile agli inizi, ma dato che non tutte le ciambelle riescono col buco, tanto va la gatta al lardo e chi più ne ha più ne metta, il castello crollò miseramente.
Una megera un giorno riuscì, con l'inganno, a predirle il futuro. Naturalmente era lapalissiano che il tutto aveva secondi, se non terzi, fini.
-Attenta! Venere è in transito, Marte in sosta vietata attende Giove sul primo binario. Niente di buono all'orizzonte...-
-Oddio! Mi aiuti la prego! Cosa dovrei fare?-
Marcella, tra Felata e Incisa Val d'Arno, era ancora più spaventata.
Magari ci fosse stata la tata. Ma non l'avrebbe certo invitata e men che meno accudita.
Paola però non si diede per vinta, e passata la paura ricominciò a chiamarsi Marcella, un nome a cui lei si era affezionata anzitempo.
Salì in

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   0 commenti     di: Glauco Rossi


Ombra Anarchica

E vorrei rimanere sola ad ascoltare il silenzio. Vorrei ascoltare il suono di tutto ciò che ha da dirmi. Voglio sentire la sua voce che mi entra nelle orecchie, che mi canta ciò che succede nel mondo, che mi porta il profumo di tutta quella gente che non conosco.
E vorrei rimanere da sola, perché il mondo mi circonda e mi soffoca.
E vorrei rimanere in silenzio, perché tutta questa gente fa troppo rumore e non mi fa ascoltare il vento.

E vorrei rimanere in mezzo alla gente, perché ho paura del silenzio. Nel silenzio si ascoltano i propri pensieri, e le mie paura adesso sono troppo grandi, troppo forti, troppo precoci per essere udite. Le mie paura hanno anche paura di esistere, si spaventano della loro ombra, inorridendo di fronte al loro riflesso.

Se la solitudine poi non mi lasciasse da sola forse ascolterei il vento. Ma sapere di non poterlo raccontare a nessuno è un’idea che mi rende pazza. Pazza perché non riesco a concepirla, ad accettarla, perché ho bisogno di un qualcosa, di un qualcuno che non conosco e che tuttavia so che mi appartiene.

Se il mondo mi facesse compagnia forse eviterei di ascoltare il vento per poi sentirmi più sola di prima.

Sono un’ombra solitaria e anarchica.
Sono un’ombra.
Un’ombra solitaria e anarchica che per poter vivere aspetta il funerale del sole.

   22 commenti     di: Ethel Vicard



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