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Racconti surreale

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Lo strano destino

Syd aveva 26 anni, viveva in una remota cittadina del Lazio, la sua casa era isolata, in disparte. Lontana dalla mondanità, appartata nella solitudine e nella quiete. Era una casa coloniale costruita durante il ventennio, possedeva circa14 ha di terreno. Lontana da occhi indiscreti, qui syd poteva sbizzarrirsi nelle sue strane abitudini.

ordine, ordine ed ordine! Continuava ad urlarsi in testa, il soqquadro lo turbava. Ogni cosa a suo posto! Classifica! incasella! Etichetta! Ci sono quei libri horror mischiati con i fantasy! Dannazione! Non ci si capisce nulla! Chie è quell'idiota che li riposti in quel modo? Non andiamo da nessuna parte senza un po' di disciplina! E così continuava a classificare le sue cose traendone un senso di quiete e soddisfazione
Mancava qualcosa? Perché si ostinava ad ordinare le cose? Stava cercando un nonsoche, attraverso quelle azioni? Si era ostinato nella ricerca di un tassello che lo avrebbe reso libero.

Finito di mettere a posto i libri scese giu in cucina, dove sorseggiò un bicchiere d'acqua. Andò ad accendere la televisione. Poche immagini, qualche spezzone di pubblicità, lo spot del cacao che si scioglie nel latte, quello del maggiordomo che serve la signora nella sua limousine. Era tutto così strampalato, egli pretendeva di trovare un filo conduttore tra i vari spot, talvolta lo trovava. Dapprima lo spot del cioccolato, poi quello della crema per i brufoli. Era una congiura? Continue trasmissioni di cucina, dove le pietanze sono fritte e rifritte, seguite da trasmissioni di medicina e salute. bah Rifletteva ed osservava, gli spot erano sempre gli stessi. Nonostante notasse l'evolversi del messaggio, sempre più coinvolgente, sempre più ammaliante. Sebbene avesse sviluppato degli anticorpi potenti, ora anche lui iniziava a farsi incantare dallo shampoo alle erbe. Per i suoi capelli ispide, ricci e neri era l'ideale.

. Si trovava a casa solo, abbandonato prese la sua chitarra e iniziò a suonare. Non era mai an

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   0 commenti     di: Giulio


Anamnesi

“Cercherò di essere franco con lei Signor..”
“Antonio”
“Antonio, già. I suoi parenti.. i suoi amici, le persone che le sono vicino. Bhe, come dire..”
“Sto ascoltando, non faccia giri di parole.”
“Ok. Reputano che lei sia pazzo.”
Il dottore finalmente staccò gli occhi dalla cartellina che teneva in mano con fogli gialli contenenti piccoli numeri scritti con minuzia in tabelle monocrome. Attese in silenzio una reazione dell’interlocutore, celando lo sguardo dietro i suoi occhiali, ponendosi in modo che la luce filtrante dalla finestra si riflettesse sulle lenti. Una mossa sicuramente studiata e più volte messa in pratica.
Il Sig. Antonio attraversò degli stadi emotivi in rapida successione. In un primo momento rimase perfettamente in silenzio, come se aspettasse che il dottore continuasse. Poi sorrise, sbuffando dalle narici, di quelle risate spontanee coperte da un velo agrodolce. Cercò punti di riferimento nella stanza. Nulla. Solo pareti bianche, di cui una interamente ricoperta da uno specchio immenso, luci al neon spente, un quadro con colori vivaci, forse di Mirò. La sua sedia, ovvio, molto scomoda, che mal si accompagnava alla lussuosa poltrona in pelle su cui il dottore prendeva alacremente appunti. Per ogni sua mossa. Lo scrutava in silenzio con una contrazione nervosa della bocca dovuta forse ad un tic o ad un eccessivo stress di lavoro. Lo psichiatra teneva d’occhio il microfono accanto alla sua postazione periodicamente, aspettando forse che una qualche luce rossa si accendesse. E forse per l’arredamento così scarno, forse per il fatto di vedersi riflesso in quello specchio così misero di fronte all’ampollosità del dottore in camice bianco, ma soprattutto perchè quegli occhi non lo degnavano di uno sguardo che non fosse strettamente clinico, che fu la rabbia a prendere il sopravvento tra le emozioni provate dal Sig. Antonio. Cominciò ad ansimare, rosso in viso bloccato da una rabbia dovuta all’umiliazione che

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   1 commenti     di: Graziano Ciocca


La ragazza dalle manine viola

Mentre nel mondo milioni di esseri umani lottavano per sopravvivere -tale è infatti il loro scopo su questo pianeta- ed un ingente numero di essi periva o si ergeva vittorioso, su un'insignificante cittadina della Russia orientale stava nevicando da qualche oretta. Molti passeggiavano mano nella mano, lasciando le proprie impronte sul fresco tappeto candido, altri giocavano a palle di neve o si affrettavano verso casa con le sporte della spesa che penzolavano ad ogni passo.
Tutto normale, quindi.
No, nient'affatto, signori. Conoscete forse di che materia sia fatta la normalità? Potete, magari, misurarla con criterio scientifico, oppure portarmene un campione dentro ad un vasetto di vetro? Sfido chiunque a farlo, attenderò un qualsiasi responso. In ogni caso, stavo narrandovi di come in un luogo insignificante, in un giorno insignificante, degli insignificanti esseri umani stessero riempiendo un attimo della propria giornata con azioni ordinarie. Bene. C'era tra loro, s'intende, non in loro compagnia, né in loro presenza o semplice colpo d'occhio, una ragazza. Pallida, col naso rosso e le gote infiammate di porpora, ferma dietro i cespugli colle mani congestionate immerse nella neve.
Ora voi mi chiederete: e cosa ci faceva una giovane seduta in terra a sorbirsi il freddo mentre gli altri stavano in compagnia a scaldarsi? Eh, forse non vi è parso "normale"? Sì, ne sono certo: lì in fondo, mentre ancora non avevo finito di raccontare, avevano già cominciato a vociare "che stranezza! Che stranezza! È forse pazza?". Adesso, sistemate le bretelle e l'acconciatura e sgranchita la schiena sulla sedia, ditemi: sapete forse che aspetto abbia la stranezza? Cosa sia curioso o bislacco? Non mi serve un esempio fisico, sia chiaro. Io pretendo -e lo affermo con tono perentorio- il concetto di "strano" dentro ad un barattolo. Sì, sì, assieme alla "normalità", così si risparmia qualche spicciolo per il recipiente. Io sono sempre qui che aspetto, ben

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   1 commenti     di: Federica


tu!

Ti prego non farmi piangere.
Ti prego, non farlo...
sento già il freddo gelido della paura scorrere veloce lungo la mia schiena...
e quell'odore... l'odore della paura... il mio passato... gli attacchi di panico...
io non piango... non piango... non piango... non so piangere...

<<e ora cos'altro vuoi?>> la mia voce era lontana, insolitamente acuta, ma ferma, forte, sicura...
non sembrava la mia...
<<cos'è quel tono di sfida?>>. Il solito. Non era cambiato. 5 anni. 5 anni erano passati dall'ultima volta che ci siamo visti... ma, a parte qualche pelo in più sul volto, non era cambiato. Lo stesso sguardo limpido di quando aveva 21 anni... gli stessi occhi... profondi e penetranti...
<<bé allora? Non mi saluti? Non ci vediamo da quanto..?! 4? 5 anni?>>... non sapeva proprio contenersi... il solito idiota... il solito stupido... inopportuno, dissacrante, imprevedibile cretino...
<<non ci vediamo da 5 anni... quando te ne sei andato non mi hai neppure detto “ciao”... in 5 anni non una mail, un sms, una telefonata o un biglietto o qualunque altra cosa... niente! Niente! Ora che vuoi da me?>>
La mia voce era forte, rabbiosa, era... era come non mi aspettavo che fosse... era insopportabilmente espressiva... non doveva essere così... non era giusto dargli questa soddisfazione... io non provavo più niente per lui... niente!!!
ma lui... lui ha sempre avuto quest'effetto su di me... non posso mentirgli... non riesco a nascondergli neppure le cose che non so...
d'un tratto, prima che me ne accorgessi, me lo trovai a fianco... addosso...
le sue braccia mi stringevano forte... la mia bocca affondava nella sua spalla... e tutte le lacrime che non sapevo di poter piangere, iniziarono a sgorgare feroci, ad inondare le mie guance rosse...
ora la mia voce era scomparsa... le parole erano sparite... l'odore violento della paura era stato sostituito dal suo di odore... il suo odore... c'era da perdersi... amavo quell'odore... l'odore di casa...
<<se non ti ho

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Gino

Gino quella mattina si alzò dal suo mobile formato da una struttura portante che sosteneva un materasso su cui si stendeva per dormire che erano già le 12. Per questo motivo andò subito nella stanza in cui si preparano e si cuociono i cibi, e grazie al gran daffare che si era dato il suo maggiordomo, trovò già il piatto pronto: un cadavere di pollo abbrustolito ma non troppo con vari tuberi commestibili di forma tondeggiante. Niente male. Dopo il pasto principale della giornata, andò a fumare sulla struttura sporgente dal muro esterno di casa sua accedendovi attraverso una portafinestra. Codesta struttura era circondata per protezione da un parapetto di squisite fattezze. Mentre accendeva il suo rotolino cilindrico di tabacco trinciato, avvolto in un foglietto di carta sottile a lenta combustione, la sua attenzione fu catturata da un raro esemplare femminile di genere umano: codesto esemplare era situato sulla struttura sporgente del muro esterno della sua casa, situato esattamente di fronte a quella di Gino.
Questa sua intensa esperienza psichica, accompagnata da reazioni fisiche e comportamentali, gli fece smarrire la facoltà propria dell’uomo di stabilire connessioni logiche tra idee, che costituisce la base della conoscenza e del discernimento. Così dalla struttura sporgente si diresse mettendo un piede davanti all’altro verso la porta di casa, e dopo aver percorso quegli elementi architettonici formati da un piano orizzontale e da una parte verticale suonò l’apparecchio telefonico che permette la comunicazione fra i diversi locali di uno stabile. Il raro esemplare femminile di razza umana fu sì contenta della visita, che aprì la porta di grandi dimensioni che costituiva l’entrata principale e lo invitò nella propria dimora.
Non appena i due furono a poca distanza tra loro, si guardarono nelle parti visibili dei loro rispettivi bulbi oculari e sbocciò un sentimento intenso ed esclusivo reciproco basato sul desiderio erotico e sull’affet

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   4 commenti     di: Marina Romano


L'A-Morale della storia

C'era una volta un fattore. Cioè uno che ha una fattoria. L'uomo viveva del suo lavoro, del proprio sudare tra bestie e campi. Aveva anche un cavallo, un bel cavallino giovane, un morello brillante, forte e grosso. Lavoravano insieme nei campi e lui gli accarezzava la stella che aveva tra gli occhi palluti, grossi e lucidi come uova al tegamino.
Un brutto giorno (è così che si dice) il cavallo (si chiamava Sig. Jack, l'avevo già detto?) non voleva saperne di alzarsi. Restava steso, indolente e indifferente elle urla del bravuomo e addirittura alle pacche di incitamento che il fattore gli rifilava sulla coscia muscolosa.
Lo guardava di sfuggita e poi tornava a poggiare pigramente il testone.
Il fattore, preoccupato e infastidito dal contrattempo (ma lui era infastidito come principio di vita. Una brava persona per carità, ma così... nervosetto), chiamò subito il suo amico veterinario; grosso luminare della veterinariologia e tenuto - e temuto - in gran considerazione in tutto il paesetto.
Il dottorone arriva lesto e dopo uno sguardo alla bestia e un paio di boccate alla pipa diagnostica emette il verdetto: "trattasi di ectoparassiti funestevoli e furfanti, la bestiola andrà trattata con semi di lino ben cotti e due di queste compresse... una al mattino ed una alla sera. Se non vi saranno miglioramenti apprezzabili, il Sig. Jack verrà abbattuto al terminare del quinto giorno dall'odierno".
Il maiale, che aveva assistito a tutta la discussione, corse dal cavallo per invitarlo ad alzarsi o sarebbero stati guai seri: "amico, non scherzare. Noi animali siamo vivi finché siamo utili. Mica siamo come gli uomini che vivono anche quando non servono più a nessuno, a noi c'accoppano ecco cosa. Alzati, dammi retta o qui finisce male". Il Sig. Jack mosse la testa quel poco necessario a emettere uno sbuffo, nel quale il maiale non mancò di notare una vena di sarcasmo, e subito tornò al dolce poltrire.
I giorni successivi non portarono al buon fattore

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Le pagine gialle del mio cervello

Lessi le pagine gialle del mio cervello. Cercavo qualcosa, o forse cercavo solo me stesso.
Aprii una pagina a caso.
Feci scorrere il dito tra i primi nomi.
-Ahdif… mmm… lui mi ha dato solo problemi. Qui c’è il numero di Franco… no, non mi sembra il caso di disturbare proprio lui. Ecco il numero del chiosco sulla spiaggia … ma il relax non mi serve. Stella … no, o almeno non ancora. Il numero di Dio… quello lo conosco a memoria è 3334… ma non mi serve ora, non ho problemi di spirito. E questo cos’è? ‘Fanciulletto del cervello, assistenza cerebrale ’ … questo mi piace!
Composi il numero che non posso rivelarvi per evitare una sanzione per pubblicità occulta: i Moderatori Emotivi sono molto severi, mi farebbero il culo. Quindi guardate nelle vostre pagine gialle cerebrali.
-Ecco squilla… Pronto, sei fanciulletto?
-Si.
Mi rispose con voce rauca da fumatore.
-Chiamo per…
Non sapevo cosa dire. Non conoscevo il perché della telefonata.
-Guarda che se hai chiamato per uno scherzo, ti avverto che ho il telefono sotto controllo: non ci sto niente a beccarti.
-No… sono serio… è solo che non conosco il motivo della chiamata!
Sospirò.
-Bene un’ altra pecorella smarrita… Facciamo così, comincia con qualche domanda…
-Ok!
-Vai …
Cominciai.
-Ti manca la mamma, giovane fanciulletto del mio cervello?
-No.
-Ti manca papà?
-No.
-E quella sorella a cui vuoi tanto bene?
-Neppure.
-Ti manca il sole in questo mondo buio?
-… No.
-Ti manca sentire?
-Si.
-Cosa sentivi?
-Ho sempre avuto il vizio di mixare tutte le emozioni …. Non so cosa sentivo…
-Potrebbe essere un problema?
-No, anzi. Se non conosci certe emozioni significa che hai ancora la possibilità di sorprenderti.
-Ah!
-Ascolta, chiudi gli occhi.
-Fatto.
-Mi vedi?
Chiusi gli occhi e riuscii a intravedere una sagoma minuta.
Cercai di concentrarmi. Tutto diventava più nitido.
Finalmente vedevo: avevo un bambino di sette anni davanti a me con un s

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