username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti sulla tristezza

Pagine: 1234... ultimatutte

FELICIA E IL COMANDANTE.

Nel chiaroscuro della stanza i due corpi si dividevano, sottraendosi finalmente a quel vapore reciproco.
Felicia dopo qualche secondo si alzò dal letto avvolgendo il suo corpo da gatta nel lenzuolo.
Il comandante la guardò voltando di poco il capo e dopo la prima tirata di un sigaro puzzolente appena acceso esclamò: “Che fai ti copri? Penso di avere visto già abbastanza, non credi?” "Lei si girò di scatto e lo guardò con occhi severi: “Ecco bravo hai visto anche troppo allora! Il mio letto ti ha offerto il privilegio, ma solo il mio letto, e questo non ti da il diritto di guardare oltre quello che io voglio.” Disse lei.
Felicia, l’india, l’eterno sospiro dietro i suoi passi, gli sguardi bramosi di ogni uomo della città.
Il comandante si rivestì, indossò la sua divisa, i suoi stivali polverosi come la sua esistenza, e infine la pistola posata precedentemente sul comodino vicino al letto.
“Felicia, Felicia,” la chiamò, mentre lei dalle trasparenze di una tenda faceva intravedere il suo profilo sinuoso levarsi di dosso con acqua e sapone quel pomeriggio di sudore e sesso, che con l’amore aveva poco in comune.
Lei non rispose. Canticchiava una vecchia canzone che sentiva sempre da sua madre quando lei ancora ragazzina si faceva spazzolare i suoi ricci capelli.
Il comandante allora uscì, lasciandosi alle spalle l’odore di muffa e sudore della casa di Felicia, portandosi dietro una sensazione di vuoto, come se avesse tentato di pescare un pesce con le sole mani. Tutto quello che aveva di Felicia era solo il ricordo breve del suo odore, della sua pelle, ma niente di più. Forse era quello che voleva, solo qualche ora da dedicare ai suoi sensi e solo ai suoi.
Del resto era il comandante della caserma non l’ultimo dei soldati e poi sua moglie non era più così giovane e soprattutto non era, e mai sarebbe potuta essere, Felicia. Perché chiedere qualcosa che sapeva di non poter ottenere? Andava bene anche così.

Il sole del pomer

[continua a leggere...]



Tra le pagine di un vecchio libro

Sfogliando oggi un vecchio romanzo giallo del 1974, comprato per tre euro da un bancarellaro estivo tanti anni fa, tra le pagine ingiallite ho trovato un foglio di quaderno, giallo anch'esso, riempito fitto fitto... una brutta copia, forse; ho letto: lo sfogo di un anonimo: increscioso, e triste (mai arrivato al destinatario, forse) però meritevole d'esser letto. Eccolo.

Monza, 24 ottobre 1976

"Oggi son sconvolto, giovinetto, oggi giovane uomo, che mi rubasti l'anima.
Amico, mi allontanai (speravo, solo temporaneamente) da te, quasi vent'anni fa, rassegnato all'idea che quell'incontro fisico inconfessabile, che solo la fantasia mi consentiva di compiere, era impossibile da ottenere: anelato solo da me, credo... era indispensabile, per sopravvivere, interrompere quella tortura; e che taglio doloroso, fu! Non mi volesti vedere mai più.

Col trascorrere dei lustri, sempre sperando di rincontrarti, tuttavia sempre più libero dalla morsa dell'infatuazione, mi son convinto nel profondo che quell'atto piacevolissimo, mai tradotto in realtà, così da me tanto desiderato e da te giustamente rifiutato, sarebbe stato sbagliato e fuorviante. Per lungo tempo, ed in parte ancor oggi, mi son vergognato e colpevolizzato per averlo desiderato, e, soprattutto per aver cercato di irretirti, di preparare il terreno. Il danno maggiore era tuttavia evitato. Credo. Potrai mai perdonarmi?

Ho poi capito che quel tipo di mie pulsioni (Oh Dio mio, perchè m'hai fatto co 'sta brutta sbrecciatura?) potevano, e dovevano, esser controllate e contenute nelle fantasie da cameretta, per ridar spazio, nel mio cuore e nel mio tempo libero, alle ragazze: pur sempre quasi inafferabili, corrispondenti all'identità di genere cui apparteniamo.

E poi? Tu, ragazze e fidanzate a volontà, chè quella bellezza scultorea non soltanto nel mio cuore faceva facile breccia! Tu, quasi solo disgusto e riprovazione, pe' quelle mie mi

[continua a leggere...]



Tramonto di Novembre

Sono quasi le 5; mi trovo ancora in casa con mille impegni che mi aspettano fuori. Devo avvisare Gino che ci sono le patate da caricare; comprare il formaggio dal pastore; pagare la magliaia... Infilo il cappotto per andare al telefono pubblico, all'osteria.
Esco nel cortile squallido e attraverso il villaggio. Case grigie, diroccate con muri di mattoni corrosi; dalle fessure alle finestre si vede un filo di luce e il fumo esce dai comignoli. Ma altre case sono abbandonate e sono fredde e buie Più oltre si stende la campagna desolata con stoppie.
Un vecchio intabarrato spinge una carriola di legna da ardere. Un fosso d'acqua corre lungo gelsi e salici squarciati. Svolto bruscamente l'angolo dell'ultima casa e mi fermo allibito.
Il tramonto di Novembre irrompe nella mia anima, sconvolgendola. Pensieri, impegni, preoccupazioni sono subito dimenticati.
Una ferita di luce attraversa il cielo versando oro e rame nel piombo della sera. Carri di nuvole spandono inchiostri turchini, rosetta, porpora, azzurognolo. Torrioni obliqui rosseggiano fra muraglie violacee. Da un ribollire di nubi spumeggianti si elevano cappelli stregoneschi, draghi e una raggiera di madreperla.
Il tramonto di Novembre atterrisce l'anima con colori imputriditi che squarciano il cielo in macchie di disperazione. Tutto il mistero dell'esistenza è riproposto qui. Il sole rosso marcio è una sfera delle visioni dove vedo tutto il mio passato, i giorni sprecati, gli anni finiti, gli amori e le illusioni.
E il futuro è anch'esso davanti a me. Un futuro di tedio, di sofferenze, di lunghi momenti di solitudine e di spegnimento.
C'è un grande silenzio intorno. Il tramonto di Novembre è come un sipario alzato sulla precarietà della vita, sull'inutilità degli sforzi, su giovinezza e amori fuggiti. Sulla soglia del tempo percepisco un senso di vuoto, di disfatta. Le bellezze sono sfiorite, le gioie estinte e dalle loro ceneri è formato lo spettro del mio futuro, quello che mi aspetta e ne

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: sergio bissoli


solo con la mia solitudine

E così ogni sera esco da quel portoncino attento ad attraversare perchè già una volta ci hanno provato a farmi fuori, riprovateci sarete più fortunati. Il mio sguardo incrocia quello di una commessa che ormai pur non conoscendomi mi conosce bene, uno sguardo che ogni volta mi fa pensare che stia guardando un fantasma o qualcosa di simile sembra cotta hey sveglia sono solo un uomo. Saluto i ragazzi del bar i miei pusher preferiti mi state ammazzando con il vostro caffè. Ed eccomi qui la mia fermata è li la vedo potrei fare una linea retta invece devo circumnavigare una piazza per arrivarci per un motivo che tra un po' vi spiegherò quanti maledetti bus ho perso per sta storia. Finalmente il mio viaggio è finito e come Colombo bacio la terra e mi ritrovo in piedi, al freddo, stanco con lo stomaco che brontola pretende anche lui e i miei occhi che a stento restano aperti sono fissi su uno spettacolo che quella piazza mi offre e come un bimbo che guarda palloncini perdersi mi incanto...
Bande di ragazzi su motorini che fanno la gara a chi lo impenna di più e stanno li ore ed ore padroni della piazza senza un cappello, una sciarpa e a volte senza neanche un giubbino ma vestiti del loro sorriso stupido da imbecilli e io invece sono solo con la mia solitudine al gelo, con sciarpa cappello e giubbino con il freddo che mi ha gelato anche la barba e l'ultima cosa a cui penserei è a sorridere. Vorrei solo essere trascinato dal vento come una foglia morta via da qua. Poi il déjà vu continua ed ecco spuntare dal nulla gruppetti di ragazze dove la volgarità è il loro pregio migliore sfilano con vestiti sgargianti con le te*te al vento e con pantaloni stretti giusto per attirare l'attenzione. A volte hanno in mano un telefonino e mettono a tutto volume una canzone dell'ultimo cantante neomelodico, la storia è sempre la stessa lui che piange per padre in prigione, lui che piange per lei che lo ha lasciato, lui che è felice perchè ha trovato la donna perfetta a q

[continua a leggere...]



L'abbraccio del tramonto

L'uomo della ritrosia affranto e amareggiato s'incammina verso la collina adorna di ulivi. Al mattino si era ripromesso di recarsi in quel luogo per ammirare il tramonto del sole. Non aveva saputo però mantenere, lungo il giorno, la serenità che questo proposito cosi poetico gli infondeva. Affranto e amareggiato arrivò trafelato sulla cima della collina. Sprezzante gettò nel vuoto sottostostante la sigaretta che aveva lasciata consumare inerme, tra le dita, lungo il tragitto. Beata lei che sta volando! Sospirò! Il sole troneggiava umile li all'orizzonte! Troppo lontano. Troppo lucente. Se solo avessi ora lo stesso stato d'animo di stamattina!.. Saprei aprezzare questo spettacolo!
Troppe volte nella vita idealizziamo la meta. Non ci accorgiamo che ciò che rende importante i nostri traguardi è la pienezza con cui viviamo il percorso. Quando non si manifesta questa condizione quel momento tanto sospirato non ci "possiede" e in esso non riusciamo ad "appartenerci"!



pensieri di una notte d'estate

A volte ti capita di sederti a pensare, e capisci che in quel silenzio che ti sta attorno milioni di pensieri volano da una parte all’altra della stanza, idee non tue, concetti che non ti appartengono, emozioni che non fanno parte di te, ma che ti sfiorano riducendo la tua mente e il tuo corpo in terra arida. Ti senti confuso, triste, ti chiedi il perché di tutto quello, perché tutto succede a te, le mani ti vanno ai capelli, prendi il cuscino, guardi fuori dalla finestra e contempli le luccicanti stelle di una calda notte d’estate, e una lacrima cade dai tuoi occhi. Ti rendi poi conto che forse c’è qualcuno, da qualche parte, che sta peggio di te, e l’idea di egoismo ti circonda entrandoti dentro, filtrando nelle serrature che avevi chiuso accuratamente e che si sono spalancate come per magia. Allora ti senti partecipe di una favola, l’incredibile protagonista di una storia di amore, di emozioni, di sentimenti eterni e infiniti, e speri con tutto te stesso che sia come le fiabe che la mamma ti leggeva quando eri piccolo, e che presto arriverà la tanto attesa e agognata frase: “E vissero tutti felici e contenti”. Ti rendi conto di voler tornare bambina, perché in fondo le ginocchia sbucciate fanno davvero meno male dei cuori infranti.
Scuoti la testa, prendi lo stereo e accendi la musica, ne hai abbastanza di quel silenzio, perché tu sei una personalità allegra e dinamica, ami il divertimento e la felicità, ma ogni canzone, ogni testo, ogni brano ti ricorda qualcosa, qualcosa che vuoi dimenticare, ma che sai impossibile. E allora ti arrendi, ti arrendi a quella tristezza che in quella notte ti fa compagnia, distesa con te nel letto, e i pensieri tornano sovrani a comandare la tua fragile mente. Ti chiedi come sia possibile, un momento prima ti senti la regina del mondo, potresti fare qualunque cosa, poi vedi gli altri andare avanti, prendere le persone che tu stessa hai portato nella loro vita, e perderle entrambe in una volta sola. Cerchi al

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Anna Bona


Autobus

Sono sull'autobus che scende lungo Via Assarotti.
Seduta contromano, oltre la porta centrale.
Una donna di colore giovane, bella, capelli neri, occhi segnati, tiene in braccio una bambina di tre anni, direi. Capelli afro, però decolorati (con l'acqua ossigenata?), un occhio strabico. Verso l'interno. Non bella. Sarà sua madre la donna?
La donna mastica gomma, nervosamente, con occhio vacuo gira il capo verso il finestrino e poi verso l'interno. Quando la bambina si gira verso di lei, più di una volta lo fa, lei stira le labbra in un sorriso innaturale.
Ho provato dolore.




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Tristezza.