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Racconti sulla tristezza

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Verità

Era una serata di maggio, sono andata da lui a raccontargli cosa mi è successo. Pensavo che sta godendò quello che dico. Non era cosi! Non dimenticherò mai che leer che ho sentito l'odio... non dimenticherò mai. Non pensavo che era cosi... Non sapevo nulla di lui, non sapevo nulla di lui...



Immobile esistenza

Piano dondola la sedia
mentre supina e ad occhi chiusi
lascio che la musica si impossessi dell'universo.

Scomparso il mondo, cancellato il giorno, dimenticata la notte...

Fluttuano solo le note come in una danza senza fine,
aggraziate, leggere, evanescenti...

Rosse come solo il sangue della passione,
candide come solo le piume di un angelo,
salate come solo le lacrime dei peccati.

Note che si rincorrono e poi si abbracciano
e combaciano, una all'altra, come due labbra che si sfiorano
si sentono, si bramano...

Come due labbra, si.
Umide, affamate... che si prendono, si muovono, si penetrano.

Sto qui ad ascoltarle... silenziosa, dondolante.

Come ascolterei il sussurro di un dipinto
che racconta, ad una parete immobile, la sua stessa immobile esistenza,
immaginando i suoi invisibili movimenti, le sensazioni, tutto...

Note che si muovono come trasportate da uno strano vento
che mi scompiglia i capelli, mi asciuga le guance, mi mormora storie..
e trascina la mia passione dentro la sua stessa passione,
tingendomi l'anima di rosso
e poi di bianco
e poi bagnandola di sale
e di labbra
e di te...
Ed io dondolo piano...
gli occhi chiusi che ascoltano, cercano, vagano
sulla melodia che mi trascina ancora a quelle labbra che combaciano, una
all'altra,
e che si sfiorano, si sentono, si bramano...
insieme alle note che si immergono, si confondono, si innalzano...
e all'improvviso mi precipitano addosso
schiantandosi su di me, e dentro di me frantumandosi,
trasformandosi in gocce di un caldo, umido sudore...

Ora la musica tace e sulla sua ultima nota grida il silenzio.
Tra le mie labbra la passione,
le piume,
il sale.
E il tuo sapore

   0 commenti     di: Giulia Aurora


Hotel Royal

Sotto le finestre del primo piano, il fiume melmoso di auto suoni lampeggianti stridori andava scemando.
Gli ultimi tram arancioni sfrigolando lanciavano scintille tiepide nella notte. La città si stava allestendo per il Santo Natale.
Le tende scostate appena erano di uno scuro velluto rosso, pregne di polvere e fumo.
La donna, gli occhi fissi come quelli delle sentinelle, stava immobile appoggiata, aggrappata alle tende, così in silenzio, sola nella stanza, pietrificata nella notte; non aspettava nulla, cosa c’era da aspettare, non c’era nulla da aspettare, era tutto finito.
Respirava lenta quell’odore pungente di polvere e fumo che si staccava dalla tende, ogni volta che la sua mano premuta sulla stoppa tremava in minuscole scosse.
Sotto forma di particelle invisibili agli occhi, la donna respirava incurante quella nebbia di polvere e fumo.
Il rumore ovattato oltre le vetrate sembrava il rimbombo di un cuore, la vena che pulsa senza stancarsi su per il collo, nelle tempie.
Non stava guardando niente di particolare, cosa ci sarebbe stato da guardare d’altronde, in quel groviglio di buio (un fondale finto di cartone, una scena di teatro) qualche lampione troppo alto, le macchine rare che sfrecciavano elettrizzate, e graffiate di nuvole grigie.
Nessuna finestra accesa di fronte, dove sarebbe stato possibile sbirciare la vita. Nessuna sagoma nel marciapiede di sotto. Solo la notte cocente dell’inverno in quella città sconosciuta.
Sconosciuta, ma la migliore per la loro faccenda. Forse cara, ma tutto era andato senza problemi, nessun intoppo, perfetto.
La donna, senza scostare lo sguardo da quel niente così attentamente scrutato, prese una sigaretta dal tavolo affianco e l’accese.
Ala polvere e al fumo stantii delle tende, ci aggiunse il vapore fresco e un po’ acido della prima boccata.
Ci resteremo anche domani, me l’ha promesso, certo, in questa città che già odio, che odiavo pria ancora di venirci.
Ha detto che mi porterà a veder

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   0 commenti     di: vito ferro


sfacelo

Sfacelo
Le pupille nelle pupille, girano e si rigirano su se stesse, osservando ogni più piccolo meandro di interiorità  cosa cercano? Risposte non ce ne sono, o forse ce ne sarebbero troppe e troppo poche. In momenti come questo mi verrebbe voglia di annientare la realtà che mi circonda o di annientarmi nella realtà cui appartengo. Non ci sono più ideali né strade da seguire, tanto meno fini da perseguire o strategie da adottare. Ogni volta attendo quel qualcosa che sicuramente domani accadrà e che domani si risolverà ma quel domani di ieri è già oggi ed il domani di oggi sarà inequivocabilmente identico ad oggi. Inefficace. Ogni sforzo, ogni più piccolo passo avanti si dimostra poi fittizio e privo di fondamenta seriamente forti. Non se ne esce più così! Avrei voglia di gridare la mia disperazione al mondo ma un mondo in grado di aiutarmi, il mio mondo avrebbe sicuramente a sua volta più voglia di me di urlare la sua inquietudine e…così via. Si scappa, si cerca di rimandare a domani ogni più piccola ricerca di soluzione, nella speranza del domani. Ma io non voglio un domani, io voglio l’oggi. Già troppi oggi ho sciupato nell’attesa di quel domani tanto agognato e tuttora lo aspetto. Aspettare e rimandare: gli unici motti dei nostri giorni sempre alla ricerca di soluzioni.
“vediamo come va domani!”
“aspettiamo e si vedrà”
“non avere fretta una soluzione si troverà”
Ma nel frattempo ci rendiamo conto che la nostra vita passa, che le nostre occasioni ci passano sotto il naso senza che nemmeno ce ne accorgiamo? Ed un giorno ci ritroveremo a rimpiangere tutte le volte che abbiamo pensato al domani come una cura miracolosa ad ogni malattia senza riuscire a far nulla di costruttivo. Ma il problema è che non sempre c’è qualcosa di costruttivo da fare, non ci sono sempre soluzioni positive. Purtroppo.
Sono stanca, mi alzo ogni mattina con la grinta di…e poi basta uno sguardo per farmi ripiombare in quel baratro nel quale

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   5 commenti     di: sonny sastri


[Senza titolo]

Ed eccola qui. Sola, davanti al pc. Gli occhi umidi, il cuore che batte forte... Una frase le ritorna sempre in mente, l'ha studiata a scuola tanto tempo fa, in filosofia. Non le piaceva tanto la filosofia ma questa frase l'ha affascinata, l'ha stregata, l'ha colpita. "La vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia", diceva il buon Shopenahuer. "Già", pensa, "credo che lui avesse capito tutto della vita". Perché oscilla, si chiederà qualcuno? e la felicità? dove la mettiamo? La felicità sta in mezzo. Quando diventa troppa si trasforma subito in noia e quando è assente... Si teme, si piange, ci si dispera. Per motivi futili, diciamocelo, ma tutti abbiamo un buon motivo per essere infelici. Lei ne ha, forse uno, forse due, forse tanti. Forse è lei la causa di tutto, ma non sa come uscirne. E poi si sente stupida, pensa a quelle persone che stanno male, che stanno male veramente, che hanno fame, che hanno problemi fisici, che vengono maltrattati. Lei è giovane, carina. Lavora (e in tempo di crisi...!!!). Ha un ragazzo. Una bella famiglia, con i suoi difetti, certo, ma bella e unita. Ma si sente sempre insoddisfatta. Sa cosa vuole dalla vita e non sa come realizzarsi. Pensa, pensa tanto. Parla, per lo più di supidaggini, i suoi problemi è abituata a tenerseli per sé. Avrebbe voglia di stare abbracciata a qualcuno, ma non ha il coraggio di chiedere un abbraccio. Quanto si è stupidi a volte!!! Si fa le domande, ed è così brava che si dà anche le risposte. A volte si chiede perché ci siano tante persone che parlano, parlano... e invece di sfogare i loro problemi a qualcun altro, non se li tengano per sé. Perché ognuno ha i suoi problemi... Lei, forse, più di quelli che non vorrebbe ammettere a se stessa.

   3 commenti     di: ale ale


Un giorno arriveremo...

- Da Quanto tempo non senti l’odore del mare? -
Saverio si prese un po’ di tempo prima di rispondere
- Da 6 anni Jack, sono 6 anni –
- E da quanto non ti senti libero? –
- Non mi sono mai sentito libero Jack, in un modo e nell’altro questa vita è sempre stata scritta da qualche parte –
Jack si accese una Lucky Strike e fece un lungo tiro.
- E se provassimo ad andarcene? Saresti pronto a mollare tutto, a rimetterti in gioco? –
- Mollare tutto? Io ho solo una madre che non ha mai saputo dirmi chi è mio padre. Non ho niente da perdere Jack –
- Non dovrai avere paura, lo sai questo? –
Saverio sorrise e senza guardare l’amico rispose
- Lo so, ma non avrò paura –
Jack fece una lunga pausa nella quale finì la sua sigaretta.
Era una bella giornata resa tersa dal vento che soffiava.
- Sarà dura, dovremo sopportare giorni di fatica e superare non so quante colline, e in tutto questo la buona sorte non viaggerà quasi mai insieme a noi –
Saverio annuì senza interrompere l’amico
- Nei giorni d’arsura, quando il sole rovente inaridisce i campi, ci saranno mercanti di liquore che ci offriranno da bere, ma spesso saranno solo un miraggio, uno scherzo della nostra mente stanca. -
Jack si accese un’altra Lucky Strike, fece tre tiri e passò la sigaretta all’amico, e dopo qualche secondo di silenzio riprese il suo discorso
- Dovremo viaggiare sui treni come clandestini, tra polvere e zanzare, e non avremo pistole per difenderci.
Spesso dovremo sopportare la fame, ma sono sicuro che prima o poi arriveremo –
Saverio buttò la sigaretta e guardò l’amico
- Arriveremo dove Jack? –
- Dove non dovremo più scappare, dove ci sarà odore di terra, tequila e libertà. –
- Ho voglia d’innamorarmi Jack, ho voglia d’amare una donna come non ho fatto mai in vita mia –
Jack si voltò a guardare l’amico e si accorse che i suoi occhi erano lucidi e pieni di sogni, gli sorrise con quel sorriso sporco che aveva fatto tre

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Quando la guerra ha gli occhi vedri

QUANDO LA GUERRA HA GLI OCCHI VERDI

Un campo profughi, una guerra nata quasi tra l'indifferenza, una delegazione umanitaria. Un'esperienza che ti segna per sempre.

Uno sguardo pulito, occhi verdi bellissimi che mi guardavano senza particolare curiosità. In piedi, immobile in attesa di capire cosa avessi in testa. Non chiedeva spiegazioni era abituata a subire, ad aspettare che fossero gli altri a decidere. Ero arrabbiato, sorpreso, imbarazzato. Un cocktail che si trasformò ben presto in un forte malessere, vista annebbiata, improvviso blocco allo stomaco, dovetti mettercela tutta per non vomitare. Per fortuna le porte dell'ascensore si aprirono.
"Quanti anni hai?" La voce era acida come la mia bocca, un sapore acre quasi insopportabile.
"Diciotto."
"Da quanto tempo fai questa vita?"

Ma che cazzo te ne frega, chi sei suo padre? Domani riparti, non la vedrai mai più, di che ti impicci?

"Dal giorno del mio compleanno. Tre mesi."

Ti sei fatta un bel regalo.

Chiedere perché, sarebbe stato grottesco. Anche se era difficile pensare di potermi sentire più ridicolo di quanto già mi sentissi. L'avevo notata al campo profughi, troppo bella per passare inosservata, stringeva un bambino, lo teneva in braccio quasi fosse un giocattolo, Non l'aveva mai lasciato. Seguiva il cerimoniale un po' in disparte, non sembrava infastidita ma nemmeno interessata. Mi era sembrata l'unica persona normale di tutto il campo, noi compresi.

Aveva lo stesso atteggiamento, anche davanti alla vetrina dove l'avevo rivista. Al posto del bambino la borsetta, guardava la gente che affollava la piazzetta senza sottrarsi ma senza mostrare particolare interesse. Capelli biondi, quasi rossi, luminosi nonostante i troppi lavaggi e il pessimo shampoo. Era bella, molto bella, senza un filo di trucco, vestita in modo dimesso, pulita, niente che lasciasse trasparire il mestiere.

Non mi sarei accorto di niente se non avessi visto il soldato allungare la banconota e prenderla s

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   23 commenti     di: Ivan Bui



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