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Racconti sulla tristezza

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Il cruccio della massaia

L'utensile da cucina che sibila scosse i nervi della sua sorvegliante assorta, quasi assopita, nell'osservazione di una specie di limone con la scorza molto grossa, e le scolorì il viso. Lei, che governava con lo scettro quella popolazione gagliarda e ribelle di arnesi dal collo duro e di derrate per molti ospiti, orgogliosa e fiera, si sentì come un asino rinchiuso in un recinto che echeggia di ragli e latrati, tra peli di cavallo moltiplicantisi per cento, da soli, e soffi d'aria calda appena uscita da centinaia di froge appaiate e concordi, su note grottescamente armoniche, come lo scalpiccìo ritmico di un pedinatore.
Alzò gli occhi dal libro dei precetti fondamentali della massaia e guardò l'albero di cachi, i cui rami carichi di frutti gialli e arancioni si protendevano fino a sfiorarle il bucato appena steso, e pensò che ormai erano pronti, come ogni anno, in quell'inizio d'autunno caldo ma non troppo, piacevole dopo la calura estiva, mitigato da leggeri, improvvisi aliti di vento e da voli di nubi bianche, talvolta nere e cupe.
Sì, tutto era come sempre, eppure ogni cosa appariva mutata, meno bella o meno brutta di prima, come se tra le cose e i suoi occhi vi fosse un velo opaco che impediva di godere o dolere appieno di tutto quanto.
Una cataratta lattiginosa e grigiastra s'addensava sul cocuzzolo del monte, poi più giù sui colli ammantati di prati, fino a circondare gli alberi e la campagna, fino all'ultimo pezzettino intorno al pozzo dove sorgevano le prime case come funghi solitari.
Provò pena, ma senza dolore, piuttosto una sorta di contrita malinconia per tutte le cose, per tutto il creato, per una incredibile successione di cose che parevano dimenticate.
Le venne voglia di disegnare le scene dei suoi sogni ad occhi aperti, forme dai colori cangianti come bolle di sapone, aerodinamiche, sculture pronte a spiccare il volo.
Ma lei era solo l'eterna ripetente che l'errore fatale riconduceva punto e a capo, all'origine di un lungo

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FELICIA E IL COMANDANTE.

Nel chiaroscuro della stanza i due corpi si dividevano, sottraendosi finalmente a quel vapore reciproco.
Felicia dopo qualche secondo si alzò dal letto avvolgendo il suo corpo da gatta nel lenzuolo.
Il comandante la guardò voltando di poco il capo e dopo la prima tirata di un sigaro puzzolente appena acceso esclamò: “Che fai ti copri? Penso di avere visto già abbastanza, non credi?” "Lei si girò di scatto e lo guardò con occhi severi: “Ecco bravo hai visto anche troppo allora! Il mio letto ti ha offerto il privilegio, ma solo il mio letto, e questo non ti da il diritto di guardare oltre quello che io voglio.” Disse lei.
Felicia, l’india, l’eterno sospiro dietro i suoi passi, gli sguardi bramosi di ogni uomo della città.
Il comandante si rivestì, indossò la sua divisa, i suoi stivali polverosi come la sua esistenza, e infine la pistola posata precedentemente sul comodino vicino al letto.
“Felicia, Felicia,” la chiamò, mentre lei dalle trasparenze di una tenda faceva intravedere il suo profilo sinuoso levarsi di dosso con acqua e sapone quel pomeriggio di sudore e sesso, che con l’amore aveva poco in comune.
Lei non rispose. Canticchiava una vecchia canzone che sentiva sempre da sua madre quando lei ancora ragazzina si faceva spazzolare i suoi ricci capelli.
Il comandante allora uscì, lasciandosi alle spalle l’odore di muffa e sudore della casa di Felicia, portandosi dietro una sensazione di vuoto, come se avesse tentato di pescare un pesce con le sole mani. Tutto quello che aveva di Felicia era solo il ricordo breve del suo odore, della sua pelle, ma niente di più. Forse era quello che voleva, solo qualche ora da dedicare ai suoi sensi e solo ai suoi.
Del resto era il comandante della caserma non l’ultimo dei soldati e poi sua moglie non era più così giovane e soprattutto non era, e mai sarebbe potuta essere, Felicia. Perché chiedere qualcosa che sapeva di non poter ottenere? Andava bene anche così.

Il sole del pomer

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La bimba nascosta

Ricordo quando ero piccola, quando giravo per strada a manina con la mia mamma, e le persone si fermavano per dirmi che ero carina, che ero una bella bimba, poi mi giravo e li vedevo allontanarsi fino a scomparire.
Gli occhi di quella bambina che vedevano tutto a colori, non vedeva l'immensa cattiveria delle persone.
Ho provato a cercare quella bambina dentro di me, quella bambina che pensava al paradiso come se fosse tra le nuvole e ci fossero mille angioletti, le colombe e tutte le cose belle.
Quella bambina se ne andata, e scomparsa lasciando il posto a un'adolescente che non sa cosa vuole nella vita, che vive i sogni di altri, che non e brava in niente, che non si reputa bella, ne attraente, che non riesce a conquistare un ragazzo, in nessuna maniera.
Al suo esterno e presente solo una maschera, una maschera con il sorriso; All'interno una persona fragile, che piange ininterrottamente notte e giorno, piange perchè non sa se a veri amici, piange perchè non trova il ragazzo, piange perchè a preso un brutto voto, piange sempre.
Magari prima o poi questa persona smettera di piangere, e trovera la via giusta da seguire.

   1 commenti     di: stella nera


La casa alla terra

Normalmente il viaggio tra Chieti, la città dove abito, e Montepiano, il paese dei nonni paterni, non dura più di sei ore. La mattina partiamo verso le sette e arriviamo puntualmente a ora di pranzo.
Le sei ore di viaggio, soste comprese, trascorrono spesso velocemente tra battute e scherzi vari.
Il babbo è sempre il primo a creare l'atmosfera giusta iniziando con qualche barzelletta, poi la mamma che gli fa da spalla e, infine, noi, io e mia sorella, che ci aggreghiamo al coro.
Questa volta, invece, sembra interminabile. Siamo partiti anche più presto del solito, appena ci è giunta la notizia, da zio Nicola, che il nonno è deceduto prima che facesse giorno. Siamo partiti nemmeno mezz'ora dopo, il tempo di svegliarci del tutto e vestirci.
Papà, sin dalla partenza non ha detto nemmeno una parola, concentrato alla guida non ha mai distolto lo sguardo dalla strada. Mamma, anche lei in silenzio, ogni tanto gli ha fatto sentire la sua presenza con una leggera pressione della mano sul braccio, lui ha risposto declinando più volte il capo.
Marika al mio fianco si è riaddormentata, lei ha solo dodici anni e, forse, non avverte completamente la gravità di quanto è successo. Io, di anni ne ho già venti, ho anche la patente, spesso papà mi fa guidare ma oggi non credo che mi dirà qualcosa e, francamente, non ho voglia di mettermi al volante.
La strada è quasi sgombra, poco traffico, in fin dei conti siamo a metà settimana a metà di ottobre, anche per i pendolari è ancora presto. Preferisco allora chiudere gli occhi, ma non per dormire, voglio pensare al nonno, che ormai non c'è più.
Lo rivedo, allegro e buontempone come sempre, una vecchia quercia di ottantadue anni, alta e massiccia. Ultimamente i tanti malanni che lo affliggevano si sono aggravati tutti insieme e già da questa estate i dottori ci avevano avvisati che la sua salute stava peggiorando sempre di più. Papà scrollava le spalle, impotente e rassegnato, poi faceva una grande carezza su

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Verità

Era una serata di maggio, sono andata da lui a raccontargli cosa mi è successo. Pensavo che sta godendò quello che dico. Non era cosi! Non dimenticherò mai che leer che ho sentito l'odio... non dimenticherò mai. Non pensavo che era cosi... Non sapevo nulla di lui, non sapevo nulla di lui...



L'ospedale

Entri per un normale controllo, sei fiducioso, aspetti con trepidazione i risultati,
poi si presenta il medico e ti da la notizia che non avresti voluto sentire.
Inizia il ricovero, entri nella stanza a testa bassa con il morale a terra guardi i tuoi compagni che a sua volta ti osservano, si rompe il ghiaccio e cominci a parlare, capisci che c’è disponibilità nei tuoi confronti, si formano delle amicizie brevi ma forse le più vere perché nate dalla sofferenza comune.
Quando qualcuno esce è sempre un piccolo distacco che ti tocca, e tu sei li attaccato a quelle macchine infernali che ti iniettano dentro il tuo corpo veleni che ti fanno stare male indebolire quasi da non riuscire a camminare.
Passano i giorni e speri che sia sempre quello giusto per tornare a casa ma non è così, il morale è sempre più basso, aspetti l’arrivo di tua moglie e dei parenti per poterti sfogare lo sai che fai stare male anche loro ma non ce la fai a fare diversamente, sono passati 15 gironi dal ricovero, le tue vene non reggono più si rompono fanno male i bracci si colmano di lividi, ogni piccolo ago è un macigno che si abbatte nel tuo corpo, la disperazione si fa grande, piangi ti vergogni ma non puoi farne a meno, e i giorni passano altri compagni escono e tu sei ancora li e nel frattempo perdi ogni speranza la rassegnazione entra dentro di te non riesci più a reagire e speri che il ritorno a casa sia prossimo prima che sia troppo tardi.
L’ospedale cura ma ti uccide psicologicamente, ti rende una larva sei in balia delle loro mani che in questo momento hanno su di te tutti i poteri.

   7 commenti     di: andrea venturi


Il nonno racconta

Ieri nonno raccontava una storia di un tempo che fu, in un borgo di New York. ad Astoria viveva un uomo di nome Cantù, di mestiere faceva il barbiere e di sera andava a cantare, delle volte cantava alle fiere, e d'estate sulle spiagge. Era estate e in una notte serena con la luna piena la fortuna lo baciò, stava raccogliendo un fiore del prato, quando nell'alzarsi vide una donna, era bella, più bella del sole e nel buio gli sembrò la Madonna. Rimase freddo senza parole impietrito a guardare stordito quella donna tanto bella. Poi si accorse che in lontananza c'era un'ombra, sforzando la vista vide che era il povero Vito, e s'accorse che la mano gli tremava, ancora più in là, una bambina spingeva una cariola piena a metà, quella sera faceva un po' fresco, la guardò gli fece pena e le chiese: "Bimba, dove vai a quest'ora, è tardi e tu sei piccolina, non hai casa? dov'è la mamma?" La bimba rispose: " signore ho freddo, fame e mi sento male, sono sei ore che aspetto la mamma, la sto cercando in ogni ospedale." Prese in braccio la piccola e la portò a casa, chiese a sua moglie di farle una zuppa e di metterla a letto per farla riposare.
Quella notte d'estate, arrivò pure un temporale e la pioggia fece rallentare le ricerche, cercò negli hotel, nei bar, nelle piazze, poi si avventurò nelle periferie alla ricerca di questa mamma che ha abbandonato la figlia, ma nulla, solo due cani randagi sui marciapiedi dei quartieri, allora decise di ritornarsene a casa per chiamare la Polizia.
L'indomani cominciarono le ricerche, ovunque per mare e per monti, ma quella donna non si trovò, allora tornato a casa, sconsolato il vecchio signor Cantù trovò la bambina che quando lo vide gli corse incontro chiedendo " Hai trovato la mia mamma" lui affranto da questo dolore, s'inginocchia e con le lacrime agli occhi si stringe al petto la bambina.
Dicono che ogni vita ha il suo fato e forse era questo il suo destino, il vecchietto la prese per figlia, e gli spianò un p

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   1 commenti     di: Vito Bologna



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