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Racconti sulla tristezza

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Autobus

Sono sull'autobus che scende lungo Via Assarotti.
Seduta contromano, oltre la porta centrale.
Una donna di colore giovane, bella, capelli neri, occhi segnati, tiene in braccio una bambina di tre anni, direi. Capelli afro, però decolorati (con l'acqua ossigenata?), un occhio strabico. Verso l'interno. Non bella. Sarà sua madre la donna?
La donna mastica gomma, nervosamente, con occhio vacuo gira il capo verso il finestrino e poi verso l'interno. Quando la bambina si gira verso di lei, più di una volta lo fa, lei stira le labbra in un sorriso innaturale.
Ho provato dolore.



La giornata di un pensionato vecchio, vedovo e solo

Il risveglio avviene a qualsiasi ora della notte o del mattino, apri gli occhi e accanto a te, nel lettone non c'è nessuno, ti dai il "buongiorno", vai a lavarti i denti e nel bicchiere "c'è un solo spazzolino" il tuo. Prendi il caffè e non hai nessuno che ti porge lo zucchero. Ti vesti e regolarmente, indossi i calzini spaiati e non t'accorgi, metti la camicia ma ha una macchia sul davanti, nessuno ti dice cambiala.. Esci a prendere il giornale e le persone che incontri e che conosci ti dicono "Salve, come va", "bene", rispondi, poi se ne vanno di fretta come se tu avessi una malattia contagiosa. Rientri, leggi il giornale, commenti a voce alta le notizie da solo. Metti in lavatrice i panni, neri, bianchi, rossi, tutto assieme; fatto il ciclo a 90° gradi! quando li stendi, te li ritrovi con tonalità di colore che vanno dal grigio topo al giallo foglia morta. Cucini in un padellino quattro rigatoni, che quando bollono sembra ti guardino con tristezza. Mangi e davanti a te c'è una sedia vuota..., il boccone per un attimo ti si ferma in gola. Finisci il pranzo, e metti a lessare le patate per la cena, ti appisoli, e ti svegli dopo due ore con un odore di patate bruciate; nel tegamino non c'è una goccia d'acqua solamente tre masse informi carbonizzate. Vai dal medico; gli anziani, di solito quelli che vivono soli, vanno spesso dal medico più che altro per scambiare qualche pettegolezzo con gli altri pazienti in sala d'aspetto. Torni a casa, ma ti fermi per un bicchiere di vino al solito bar dove c'è la banconiera giovane e carina che ti fa un sorriso e scambia con te un paio di battute spiritose; unico momento lieto della giornata. Rientri a casa prepari la cena, più che preparare consiste nell'aprire una busta con dell'insalata e scoperchiare una scatoletta di carne, così la cena è servita!
Ti metti davanti alla TV e regolarmente ti addormenti per un po' sul sofà, ti svegli e vai a letto, chiaramente non riesci a prendere sonno, ti alzi giri per la casa

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   2 commenti     di: lucio


La Triste Storia di Andrè ed Elleeyn

Sopra la collina color smeraldo il vento pascolava allegramente; un turbine di uccelli e vespe danzava nell'aria fresca di una giornata di fine estate.
C'era un vecchio salice proprio nel punto più alto della collina.
Ed ecco che un aquilone svolazza e si impiglia nei rami dell'albero secolare; una bambina di circa dieci anni si mise a sbuffare: “Uffa... Me lo hanno regalato da un giorno e già è finito il divertimento”.
La bambina indossava un vestito unico bianco coperto da una serie di fiorellini rosa e arancioni; i lunghi capelli scuri risaltavano rispetto al corpicino.
“Se vuoi posso darti una mano io” disse una voce proveniente dall'oscuro fogliame dell'albero.
La bambina si chiuse in un silenzio impaurito e balbettò: “V-vuoi aiutarmi tu alberello? ”.
Un'ombra scese velocemente lungo il tronco: un ragazzino, forse un po' più grande di lei, afferrò il filo dell'aquilone e lo tirò verso se stesso.
L'aquilone cadde a terra lentamente come una piuma dorata dal sole.
La bambina, con piccoli passi, andò a prendere il suo regalo ritrovato.
“Grazie per aver ripreso il mio aquilone... Sei stato gentile... ” disse la bambina al ragazzino.
Di tutta risposta il ragazzino arrossì leggermente e strinse le spalle: “Non è nulla... Si può dire che è stata una sciocchezza”.
Il ragazzino mise le mani dietro alle sottili bretelle marroni che reggevano un paio di jeans malconci.
“Come ti chiami? ” disse senza pietà la bambina.
Lo sguardo del ragazzo ritrovò l'imbarazzo precedente: “I-io mi chiamo Andrè... E tu? ”.
La bambina sorrise e disse:“Io mi chiamo Elleyn, molto piacere” e si chinò prostrando la gonna.
“Beh” disse il ragazzo:“Credo che ora devo tornare a casa... Ciao E-elleyn... ” e con uno scatto macchinoso si girò, tentando di nascondere le sue guance infuocate.
“Se vuoi ti posso accompagnare a casa io Andrè... ” e si attaccò al braccio del ragazzino.
“Ehi ehi! Staccati Elleyn! Sono un maschio

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   6 commenti     di: Andrea Vitali


Senso di desolazione

Con questo termine si possono intendere svariate cose. Nel caso della depressione può trattarsi di uno dei modi per provare a definire quella sensazione di vuoto esistenziale che induce molti a farla finita, insieme alla sofferenza che l'accompagna. Bisogna anche tenere a mente i vari livelli di depressione. In caso di depressione grave quel senso di desolazione lo si prova indifferentemente da qualsiasi fattore esterno, altrimenti sono proprio questi fattori a far si che la desolazione raggiunga livelli similmente critici. Io soffro di una depressione persistente da circa un decennio, ma solo la mia situazione personale può aver contribuito a scatenarla e protrarla fino ad oggi. È desolazione quando intorno a me è rimasta solo mia madre: nel giro di una dozzina d'anni ho avuto diversi lutti familiari, la perdita definitiva di qualunque amico, lo sfumare di qualsiasi ambizione sentimentale (almeno in merito a quelli che dovrebbero essere gli anni della gioventù), la perdurante disoccupazione che tinge il mio futuro di tinte sempre più fosche. Mi sento un peso morto della società, un fallito troppo svuotato di energie per tentare solo di continuare a tentare d'imboccare l'ennesima via d'uscita. Se mi guardo intorno vedo fin troppe persone realizzate, con vite complete e con un senso compiuto.

Ogni volta che rifletto lucidamente sulla consistenza effettiva di questo senso di desolazione, sento che non dovrei più esitare a prendere un coltello e affondarmelo in gola, ma mi trattiene sempre il senso di colpa nell'infliggere ulteriore dolore a mia madre, che già soffre a sapermi infelice, ma che non può fare a meno di spronarmi a reagire come ha sempre fatto: a suon di pungolate risentite e inducendomi a moltiplicare gli sforzi per cercare lavoro (anche se spesso si tratta della prospettiva di lavori schifosi, che ridurrebbero gli anni universitari a mero tempo sprecato). Ogni volta che accade finiamo col litigare e l'impulso di farla finita torna irruent

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   2 commenti     di: Luigi Lucantoni


Amore perduto

Non riesco a dimenticare il vuoto che mi hai lasciato, quando mi hai detto addio...
Senza ragione e senza un perché... e adesso per amore sto morendo...
Ê stato un'amore breve, ma il dolore é immenso. Così come si dice l'amore é spesso amaro. Tu eri per me la stella della sera e quella del mattino, eri la mia gioia, quando stavo con te mi sentivo vivo, amato, ma il tuo ricordo non é necessario, non basta per farti ritornare da me...
È difficile guarire di colpo da un'amore così... non esiste medicina... non esiste rimedio, se non amare di più!
Muoio al pensiero di saperti con un'altro...
E vivere senza di te, é vivere senza felicità!
Vorrei essere per te il più grande amore mai provato, con la consapevolezza che non potrà mai ripetersi!! Ma quando il tuo amore non é ricambiato, é solo sventura...
E scrivere é inutile...
Ma ho capito che in amore il solo fallimento consiste nel non tentare più... perché Tu solo sei la mia Felicità!!



L'ospedale

Entri per un normale controllo, sei fiducioso, aspetti con trepidazione i risultati,
poi si presenta il medico e ti da la notizia che non avresti voluto sentire.
Inizia il ricovero, entri nella stanza a testa bassa con il morale a terra guardi i tuoi compagni che a sua volta ti osservano, si rompe il ghiaccio e cominci a parlare, capisci che c’è disponibilità nei tuoi confronti, si formano delle amicizie brevi ma forse le più vere perché nate dalla sofferenza comune.
Quando qualcuno esce è sempre un piccolo distacco che ti tocca, e tu sei li attaccato a quelle macchine infernali che ti iniettano dentro il tuo corpo veleni che ti fanno stare male indebolire quasi da non riuscire a camminare.
Passano i giorni e speri che sia sempre quello giusto per tornare a casa ma non è così, il morale è sempre più basso, aspetti l’arrivo di tua moglie e dei parenti per poterti sfogare lo sai che fai stare male anche loro ma non ce la fai a fare diversamente, sono passati 15 gironi dal ricovero, le tue vene non reggono più si rompono fanno male i bracci si colmano di lividi, ogni piccolo ago è un macigno che si abbatte nel tuo corpo, la disperazione si fa grande, piangi ti vergogni ma non puoi farne a meno, e i giorni passano altri compagni escono e tu sei ancora li e nel frattempo perdi ogni speranza la rassegnazione entra dentro di te non riesci più a reagire e speri che il ritorno a casa sia prossimo prima che sia troppo tardi.
L’ospedale cura ma ti uccide psicologicamente, ti rende una larva sei in balia delle loro mani che in questo momento hanno su di te tutti i poteri.

   7 commenti     di: andrea venturi


Così complicata

L'ho saputo solo ieri.
Sono state esattamente queste le sue parole. E io, ora, le rivolgo a te : l'ho saputo solo ieri. Avrò una sorellina. Tutti mi chiedono se sono felice.
- Ehi, sei felice, Desy?
- Ehi, scommetto che sarai al settimo cielo!
- Ehi, non sei felice? Volevi una sorellina e ti è stata data!
Ehi, ehi, aspettate un attimo! Che ne sapete voi, se sono felice o no?


E'bella.
Non ho altre parole per descriverla.
Ha gli occhi blu di gatto, un nasino e una bocca e delle ditina talmente piccole che si vedrebbero meglio al microscopio.
Ho sentito le tue urla, mamma, io ero fuori dalla sala parto, c'erano due porte che ci dividevano e un corridoio stretto e lungo, ma io ti ho sentita. E quando tu hai urlato, io ho serrato gli occhi. Papà non c'era. Lui a queste cose preferisce non assistere, dice che sono "cose da donne", però quand'è ora di ficcartelo dentro non ci pensa due volte. Beh, ma solo perchè quelle, invece, sono cose da uomini.
Ho serrato gli occhi e stretto i denti e per un momento mi è sembrato di percepire il tuo dolore. Mi sono sentita squarciare in mezzo alle gambe come se un asse metallica avesse colpito dritto dritto lì, con un colpo secco, ben assestato. Mi sono portata la mano alla pancia e ho avuto paura per te. Mi sono chiesta : e io, mamma, quanto male ti ho fatto? Mi sono sentita in colpa. Mi sono approfittata di te, lo sai? Ho invaso il tuo corpo di bambina e ti ho reso adulta, ti ho fatto dannare per i tuoi chili in più e per i vestiti che non avresti avuto più modo di indossare. Ti facevo venir voglia di qualcosa nei momenti più inopportuni, più sbagliati, apposta, per farti sapere che c'ero, che ero lì, dentro di te, e che avevo bisogno di attenzioni. Ho preso dimora nel tuo ventre e scalciavo, ogni volta, prima di dormire per trovare la posizione più comoda, giusta. E tu non mi hai mai detto niente. Mai un rimprovero. Volevo stare a lungo dentro di te, mamma, là dentro stavo al sicuro, sempre con

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   5 commenti     di: Argeta Brozi



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