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Racconti sulla tristezza

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Non c'è un senso

Lei.. stava seduta sulla sedia, davanti aveva il pc.. Nemmeno sapeva perchè a quell'ora tarda era ancora li, nel suo inconscio sperava di vederlo entrare, di vedere il nome di lui spuntare all'angolo come sempre.. di vedergli scrivere "Ciao piccolina.."e di immaginare la sua voce che lo diceva.. e la sua espressione dolce.. ma lui non poteva entrare, non adesso, non potevano parlare, ridere, ascoltare le loro canzoni.. Lui era lontano, in troppi sensi, per troppi motivi.. Lei era inquieta, agitata.. avrebbe voluto dormire, sognare di lui.. sognare tutte le cose belle che avevano sognato insieme, che si erano raccontati con dovizia di dettagli.. tante volte.. avrebbe voluto trovarlo ancora in sogno che le stringeva le mani.. che la stringeva forte a sè, quasi a volerla portare tutta nel suo cuore.. sulla loro spiaggia privata, quella che nessuno avrebbe mai potuto trovare.. quella che nessuno avrebbe mai potuto capire.. Un sms.."ci vorrà molto tempo.." Poche parole e il mondo le crolla di nuovo addosso.. quanta paura.."sono un egoista, lo rivoglio, rivoglio il mio piccolino, lo rivoglio subito" non si può, bisogna aspettare, sperare, non perdere la fede.. ma è difficile, i giorni sembrano eterni senza lui, la sua risata, la sua voce.. Lei piange.. patetica, inutile.. sente solo sensazioni che le piagano il cuore.. Vorrebbe solo andare da lui, potergli parlare, cercare di leggere negli occhi di lui il loro amore.. ma non può. Può solo aspettare, sopportare quel dolore immenso e pregare qualcuno o qualcosa che possa riportarglielo. Solo il pensiero di loro insieme può farle sopportare tutto, può accompagnarla nel cammino verso la ricerca del loro amore.

   4 commenti     di: Giada..


L'amica

“Non l’avevi ancora capito? Strano! Eppure ho fatto di tutto per fartelo capire. ” I suoi occhi vispi e grandi erano puntati nei miei ( quanto li amavo quegli occhi!). Il sorriso appena accennato tra l’amarezza e una sorta di ironia pungente mi lasciava senza fiato. Feci finta ancora di non comprendere: “ Ma che c’entra la tua amica con la nostra storia? ”
“Non prendermi per il culo, non te lo permetto. Tu sai, solo che sei un vigliacco e non vuoi ammetterlo. Hai paura. ”
“Di cosa? Io voglio capire. Per una volta parla chiaro, ti prego”. Le mani iniziavano a tremarmi ma le nascosi nelle tasche, comunque gelate, del giubbotto invernale. I miei sospetti, quegli sguardi ambigui, i comportamenti oltremodo strani e apparentemente insignificanti. Tutto si stava rivelando nella sua brutale realtà.
“Ma dai! ” Si girò stizzita dall’altra parte della panchina di legno. Lo sguardo perso in un punto imprecisato del parco silenzioso e vuoto. Non c’era anima viva e una sorta di atmosfera desolata e plumbea attorniava le siepi incolte e gli alberi scheletrici.
Mi avvicinai a lei dolcemente stringendole una mano: “So che passi molto tempo con lei ma non è stato mai un problema. Te lo giuro! Volevi i tuoi spazi e te li ho dati. Anche quando uscivate il sabato sera io non fiatavo e me ne stavo a casa a guardare la partita. L’ho fatto per te. Perché ti amo! ”
Lei rispose con una smorfia di disprezzo girandosi di nuovo verso di me. Il cuore nel petto sembrava voler sfondare la gabbia toracica e con uno slancio violento volare via nel cielo, pesante di nuvole grigie. “ Io e la mia amica stiamo insieme. Non fare lo “gnorri”. Non recitare. Non ci casco. Ti odio quando fai così. Tu lo sapevi ma hai fatto finta di niente. Te ne sei fregato. Mi fai schifo. ”
Forse lo sapevo, forse no. In quel momento il tempo si era comunque fermato. Il parco era diventato una distesa di ghiaccio. Il mio aspetto pallido e smorto come quello di una stat

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   6 commenti     di: Eduardo Vitolo


Il viaggio

Mi rigiro un’altra volta, le coperte mi abbracciano come fossero animate, radici abbarbicate al mio corpo. Il respiro s’accorcia. Sotto le palpebre chiuse, le pupille vibrano intermittenti secondo un ritmo sconosciuto. È un momento che conosco. Lento mi raggiunge il sogno, sempre lo stesso.

In autostrada, ignoro il traffico intenso del sabato notte. Ho gli occhi puntati sul mezzo che mi precede, lo sto seguendo da un paio d’ore senza mai lasciarmi distanziare. È un’ambulanza.

È un’ambulanza, e trasporta mio padre. Accanto a lui, affogata dall’angoscia, c’è seduta mia madre, il suo viso mostra una rigida tranquillità da offrire a mio padre nella barella lì accanto.

Ogni tanto, dal vetro posteriore, vedo un braccio alzarsi ad accennare un saluto: pare un ramo mosso dal vento, è un gesto distratto che mia madre fa’ per rassicurarci, tutto bene ragazzi, state tranquilli….

Ma non va tutto bene, chiusa nel suo cuore a doppia mandata c’è la verità che per lungo tempo ha tentato di nascondere. Pietoso sforzo per risparmiare ai propri figli la sofferenza.

Malgrado il pieno agosto, la sera ormai inoltrata rinfresca l’aria. Rabbrividisco, il presentimento di ciò che accadrà è un pesante abbraccio.

Sono trascorsi pochi mesi, veloci e lenti al tempo stesso, dal giorno in cui un medico ha formulato la sua diagnosi. Mesi trascorsi a rilento tra visite, terapie, illusioni. Giorni infiniti pieni di sgomento e paura, in un continuo alternarsi di speranza e disperazione. Veloce è stato invece l’arrivo dell’estate, e della fine del ciclo di cure.
“E ora?” Ci siamo chiesti cercando di capire quale fosse il seguito, quale il prossimo evento da affrontare.
“Ora non resta che aspettare qualche tempo e poi magari ripetere la cura” era l’inverosimile risposta a cui ho voluto credere con ostinata convinzione.
La verità era un’altra, chiara ed evidente ma non per me. Poco tempo ancora, per lui. Qualche mese, fors

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Gli occhi di chi ha visto un fucile puntato contro

Durante la guerra'' mia nonna disse: ''Avevo solo dieci anni, non c'era niente per nutrirsi. Quando un giorno ci fu un bombardamento e mitragliarono la strada, uccisero tante vite umane, di cui una cosa mi è rimasta nella mente e la ricorderò per sempre... Scesero dalle caserme abbattute dalle bombe, tutti questi tedeschi con il viso ricoperto di sangue, di polvere. In quel momento non vidi il mio nemico ma bensì fratelli ed esseri umani''
Mi disse.
''Sono arrivati gli Americani, ci hanno portato con loro. Quando arrivammo a casa, avevo appena scoperto di aver un fratello in meno. Il dolore mi sorpassò... È come se una parte di me, se ne andasse via col vento... Lasciando solo un eterno ricordo. Lasciando solo lacrime... Quelle lacrime che ti divorano l'anima, quelle lacrime che non riuscivi a trattenere. Di colpo è come se ti sei ritrovata da sola, ero al punto di urlare, ma non avevo neanche l'energia, la forza di far uscire quel male che ancora mi era rimasto in corpo, suggellato. Come quando dentro ad uno scrigno ci metti qualcosa.
Lì dentro a quello scrigno avevo messo la speranza che svanì di colpo dopo quella giornata intera, che sembrava non passar mai...
Che le tenebre, le cose oscure, avevano preso vita e avevano attaccato la felicità, che se ne stava lì in attesa, guardando tutto il male venire su di noi...
Vedendo tutte quelle lacrime scendere, è come se si fosse aperto il petto... Il bene che provavo per mio fratello non si poteva sostituire con niente al mondo... Dalla finestra, affacciata, guardavo i volti delle persone, senza più un sorriso, senza più quella gioia, quella voglia di vivere che circolava nell'anima. Era una pugnalata al cuore. È come se un fiore appassisce... È come se un colpo di vento viene, e la porta sbatte fortemente... Il rumore della porta, nel momento in cui si sente, ti fa paura e inizia a battere il cuore... Ed a ogni battito era una paura in più. E questo, anche per le bombe, appena ne tiravano una giù

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   3 commenti     di: Martina Di Toro


Tramonto di Novembre

Sono quasi le 5; mi trovo ancora in casa con mille impegni che mi aspettano fuori. Devo avvisare Gino che ci sono le patate da caricare; comprare il formaggio dal pastore; pagare la magliaia... Infilo il cappotto per andare al telefono pubblico, all'osteria.
Esco nel cortile squallido e attraverso il villaggio. Case grigie, diroccate con muri di mattoni corrosi; dalle fessure alle finestre si vede un filo di luce e il fumo esce dai comignoli. Ma altre case sono abbandonate e sono fredde e buie Più oltre si stende la campagna desolata con stoppie.
Un vecchio intabarrato spinge una carriola di legna da ardere. Un fosso d'acqua corre lungo gelsi e salici squarciati. Svolto bruscamente l'angolo dell'ultima casa e mi fermo allibito.
Il tramonto di Novembre irrompe nella mia anima, sconvolgendola. Pensieri, impegni, preoccupazioni sono subito dimenticati.
Una ferita di luce attraversa il cielo versando oro e rame nel piombo della sera. Carri di nuvole spandono inchiostri turchini, rosetta, porpora, azzurognolo. Torrioni obliqui rosseggiano fra muraglie violacee. Da un ribollire di nubi spumeggianti si elevano cappelli stregoneschi, draghi e una raggiera di madreperla.
Il tramonto di Novembre atterrisce l'anima con colori imputriditi che squarciano il cielo in macchie di disperazione. Tutto il mistero dell'esistenza è riproposto qui. Il sole rosso marcio è una sfera delle visioni dove vedo tutto il mio passato, i giorni sprecati, gli anni finiti, gli amori e le illusioni.
E il futuro è anch'esso davanti a me. Un futuro di tedio, di sofferenze, di lunghi momenti di solitudine e di spegnimento.
C'è un grande silenzio intorno. Il tramonto di Novembre è come un sipario alzato sulla precarietà della vita, sull'inutilità degli sforzi, su giovinezza e amori fuggiti. Sulla soglia del tempo percepisco un senso di vuoto, di disfatta. Le bellezze sono sfiorite, le gioie estinte e dalle loro ceneri è formato lo spettro del mio futuro, quello che mi aspetta e ne

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   1 commenti     di: sergio bissoli


La clessidra

La vita è come una clessidra, tanti granelli che scivolano via
uno dopo l'altro, inesorabilmente
C'è ancora tempo! ti ripeti e vorresti fermare quella lenta caduta
vorresti che qualche granello s'incastrasse, creasse un ingorgo.
Perché a volte sei felice, perché vorresti afferrare quella felicità anche coi denti
per trattenerla eternamente.
Vorresti attaccarti a quella felicità con la pancia, come un antico cordone ombelicale
che ti da vita e speranza.
Ma alla fine, maledirai quel dio impietoso o indifferente, perché non hai più tempo
o aspetterai quell'ultimo granello, che come una pioggia nel deserto ti tolga la sofferenza
quale unica compagna di vita.
Purtroppo quando l'ultimo chicco di vita si sarà depositato, nessuna mano
pietosa rovescerà la clessidra per te.

   6 commenti     di: Marco Uberti


L'ultimo allerino

Annego i miei pensieri in quel liquido dorato, che nel bicchiere semivuoto, fisso costantemente. Cerco di scovare, voglio capire ma a poco a poco la mente mi si offusca.
Sono deriso da automi con la coscienza ammaestrata che circondano la mia triste figura. Con i loro occhi accusatori, il loro sorriso ipocrita, con i loro volti uguali e menti stilizzate……. giudicano.
Parole stanche mi ruotano attorno e tristi accordi vagano nel locale, ma riesco sentire solo lei. Si, sta arrivando, percepisco la sua presenza, solo io posso, non gli altri. Loro non vedono, non sentono, solo io, poiché sono l’ultimo della specie.
Ricordi mi assalgono la mente mentre appoggio sulle labbra, il boccale per un altro sorso di vita. Ricordi, ricordi di un passato lontano quando nell’aria vagabondava, quel termine beffardo per cantare di un puro spirito ebbro e gioioso….. allerino, si diceva. Io lo sono.
Un altro sorso….
Ora è più vicina. Intravedo dietro di me la sua ombra, l’ombra della bestia, che per tutta la vita mi ha inseguito rimanendomi dietro le spalle.
Un altro sorso…..
Cerco un volto amico vicino a me, ma trovo solamente vite clonate che come attori, recitano la loro falsa realtà. Purtroppo tutto ciò esiste.
Un altro sorso…
La bestia è qui. La sua ombra è su di me, ma questa volta non fuggirò, poiché voglio vederla finalmente negli occhi. Inclino la sedia, lascio cadere all’indietro la nuca e incrocio il suo sguardo, il suo viso…… buffo mi assomiglia.
L’ultimo sorso….
Ho terminato il mio boccale, lasciandoci dentro solo alcuni rimpianti. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Mi lascio coccolare dalla danza che la bestia ha creato per me. Avvolto dalla sua ombra, lentamente mi accascio sul tavolo con il sorriso sulle labbra.
Di me, resterà soltanto l’ombra, l’ombra dell’ultimo degli allerini.




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