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Racconti sulla tristezza

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L'incapacità di vivere

Si rallentano i pensieri, quasi pronti ad arrestarsi.
Cigolante è la sedia dove passo il tempo ogni mio giorno.
Vuoto è l'altare del mondo al mio arrivo, nulla trovo per me e in silenzio lascio che il mio corpo si fermi a terra alla ricerca di lacrime che non arriveranno.
Abbandonate le luci fastose, gli abiti della festa e le ricercatezze di un prima che non abita più qui, resta il buio straziante negli occhi. L'amaro boccone che non riesco ad ingoiare.
L'estenuante fatica di stare al mondo è tornata. È una forza irruente, è incontenibile dolore, è il padre è il suo bastone ed è l'incapacità mia più grande a cui non so reagire.
Il paesaggio non è neve ma arida terra consumata come fosse brace.
Notte fonda in questo lugubre luogo interiore. Nessun cammino che necessita di luna e stelle. Solo sonno profondo senza rugiada al risveglio tanto odiato.



Ardito, il cane e la serpe

Le poche casette, tutte con i tetti bassi e le tegole rosse, erano sparse ai piedi del piccolo monte.
La primavera si era appena vestita d'estate e gli alberi in frutto e le piante fiorite erano un tripudio di colori. Nella più piccola casetta, un unico piano composto da due stanze ed un bagnetto, viveva Ardito, un anziano pensionato ; piccolo di statura, dai pochi capelli bianchi che ormai non tingeva più da tempo e da un sottilissimo filo argentato sulle labbra, una specie di baffo.
Di temperamento burbero, incattivito dagli eventi accadutogli.
Da giovane era stato all'estero in cerca di fortuna ma, mai ambientatosi, molto presto era ritornato al paese, aveva aperto un piccolo laboratorio artigianale che a stento gli permetteva di vivere. Vicino ai trent'anni s'era sposato con una donna molto bella e che ben presto incominciò a tradirlo, si separarono dopo pochi anni e la venuta al mondo del figlio Vincenzo.
Ardito non seppe mai se lui ne fosse veramente il padre. Avrebbe voluto non esserlo, Vincenzo un tossicodipendente manesco che non faceva altro che spillargli denaro fino al giorno che lo trovarono in una vecchia cinquecento, l'ago conficcato nelle vene e gli occhi sbarrati e rivoltati.
La vita non gli era stata amica ed adesso era quasi contento di essere solo anche se molte volte la solitudine lo portava a pensare, a pensare al passato e a stare male.
La mattina scorreva veloce, il tempo della spesa, la lettura di un quotidiano, il preparare il pranzo.
Il pomeriggio invece era molto monotono specie nelle lunghe giornate estive.
Quel pomeriggio era sull'uscio di casa e vide che dall'altro lato della strada, un grosso cane, un vecchio meticcio, dal pelo bianco e rosso arruffato, lo fissava, in un primo momento pensò di scacciarlo ma rientrò invece in cucina prese degli avanzi uscì e senza avvicinarsi più di tanto li lanciò verso il grosso cane che impaurito in un attimo scomparve.

Pazienza si disse, rientrò. Poco dopo affacciatosi alla

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   0 commenti     di: andrea


Il solitar pensiero

Tarda... tarda... Il beccaccino a ritirarsi al suo nido. È triste e questo suo malumore, purtroppo, non cesserà mai più, poiché la sua vita è stata troncata, in una calda giornata di primavera. Venuta l'alba, l'arrivo di due cacciatori caricati di fucile, portano morte al loro passaggio. Due beccaccini adulti, si riversano gementi in terra, caricati dal peso della sofferenza ad abbandonare il lor figliolo. Si libravano leggiadri e spensierati, nell'aria; intenti a volteggi, disegnando cerchi attorno ai rami degli alberi. Il beccaccino ancor pulcino, incapace di prendere il volo, li osserva dabbasso e nel farlo un pensiero dolce sfiora la sua mente. Immagina i sui genitori trasformarsi in due candide barchette, navigando nel lungo mare, per poi disperdersi tra le onde e affondare. Come la caduta dei suoi genitori sul selciato. In quell'inesorabile discesa senza fine, il beccaccino ripensa alla sua vita, assieme a loro. Riflette, a tutti i bei momenti che condivisero. Il caldo abbraccio della madre, e la stretta rassicurante del padre. Per l'ultima volta. Mai più ... mai più, sentirà il loro tocco sulle timide piume. Tarda... tarda... Il beccaccino a ritirarsi al suo nido... Perché, sa, che mai più nessuno, lo attenderà.



Un giorno arriveremo...

- Da Quanto tempo non senti l’odore del mare? -
Saverio si prese un po’ di tempo prima di rispondere
- Da 6 anni Jack, sono 6 anni –
- E da quanto non ti senti libero? –
- Non mi sono mai sentito libero Jack, in un modo e nell’altro questa vita è sempre stata scritta da qualche parte –
Jack si accese una Lucky Strike e fece un lungo tiro.
- E se provassimo ad andarcene? Saresti pronto a mollare tutto, a rimetterti in gioco? –
- Mollare tutto? Io ho solo una madre che non ha mai saputo dirmi chi è mio padre. Non ho niente da perdere Jack –
- Non dovrai avere paura, lo sai questo? –
Saverio sorrise e senza guardare l’amico rispose
- Lo so, ma non avrò paura –
Jack fece una lunga pausa nella quale finì la sua sigaretta.
Era una bella giornata resa tersa dal vento che soffiava.
- Sarà dura, dovremo sopportare giorni di fatica e superare non so quante colline, e in tutto questo la buona sorte non viaggerà quasi mai insieme a noi –
Saverio annuì senza interrompere l’amico
- Nei giorni d’arsura, quando il sole rovente inaridisce i campi, ci saranno mercanti di liquore che ci offriranno da bere, ma spesso saranno solo un miraggio, uno scherzo della nostra mente stanca. -
Jack si accese un’altra Lucky Strike, fece tre tiri e passò la sigaretta all’amico, e dopo qualche secondo di silenzio riprese il suo discorso
- Dovremo viaggiare sui treni come clandestini, tra polvere e zanzare, e non avremo pistole per difenderci.
Spesso dovremo sopportare la fame, ma sono sicuro che prima o poi arriveremo –
Saverio buttò la sigaretta e guardò l’amico
- Arriveremo dove Jack? –
- Dove non dovremo più scappare, dove ci sarà odore di terra, tequila e libertà. –
- Ho voglia d’innamorarmi Jack, ho voglia d’amare una donna come non ho fatto mai in vita mia –
Jack si voltò a guardare l’amico e si accorse che i suoi occhi erano lucidi e pieni di sogni, gli sorrise con quel sorriso sporco che aveva fatto tre

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Giovane spleen

Suo padre compare all'entrata della stanza scortato dal collaboratore, quasi infastidito dall'aria di nebbia mattutina e da quella figlia, "donnetta instabile sempre più simile a sua madre", che l'ha chiamato in preda ad uno dei soliti disguidi e finte dimenticanze. Compare col viso contratto in un sorriso forzato a denti stretti, raggomitolato nel suo giaccone invernale da lavoro, troppo vecchio per essere buttato. Tra le guance, dolci e tenere fossette sembrano richiamarlo all'infanzia, come segni indelebili del suo modo di essere nonostante si ostini ad avere 50 anni circa. Con un lieve timore si affaccia alla stanza, nascosto nel giaccone e difeso dalle fossette, e sorride in cerca di qualcuno che possa aiutarlo in quell'assurda situazione. "Sei la solita", sembra dire a sua figlia, "la solita rompiscatole". Suo padre è un bambino cresciuto, un ragazzino spensierato imprigionato nel ruolo di operaio, padre, marito. Poca voglia di competere con sua moglie, quasi trovasse in lei lo stesso vigore della propria madre che, per anni ed anni, prima di quell'incontro, lo aveva nutrito, sgridato e pulito, come quando vostra madre vi puliva col tovagliolo le macchiette di sugo ai lati della bocca.
Suo padre ha paura di risvegliarsi dal suo sogno di giovinezza, non osa avvicinarsi alle faccende futili e ai piccoli litigi tra fratelli; "lasciatemi vivere in pace, non svegliatemi" sembra supplicare da quegli occhi ammorbiditi e furbi.
Ed è tra il sonno del padre che la madre infuriata scatena la sua ira; e tuoni, fulmini e lampi vengono lanciati da quel cielo offuscato ormai dall'abitudine e dalla stanchezza. È un veterano di guerra, sua madre. È l'anziano soldato, sua madre. Infreddolita dal gelido clima di casa, colpevole di aver cresciuto figli e padri, sua madre scalpita nelle sue poche forze in attesa di un obiettivo inesistente. Un veterano contro i mulini a vento, sua madre. Sua madre che specchia la propria figlia in un lago inquinato dal p

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   3 commenti     di: Giulia Andreoli


La risposta

Io lo guardo senza dire una parola.
Flavio ha gli occhi chiusi, ma so che in realtà è sveglio. Guardo la flebo di morfina. È quasi finita.
Tutto è quasi finito, penso.
Mi volto verso la finestra e vedo che piove. Che sta quasi diluviando, che il cielo è nero ma squarciato ogni tanto da lampi che risplendono terribili in quell'oscurità.
Nessuno dovrebbe andarsene così, con questo tempo, penso.
Flavio apre gli occhi e abbozza un sorriso. Stanco, ma è pur sempre un sorriso bellissimo.
E io non capisco il perché, ma mi viene da incazzarmi. Mi verrebbe da gridare "Ma che cazzo c'hai da ridere? Non lo capisci che stai morendo?".
Ma non dico nulla e gli sorrido di rimando. Ho il sospetto che fra i due sorrisi, quello del mio amico sdraiato in un letto d'ospedale del reparto di oncologia, sia l'unico sincero.
«Come va? », chiedo. Mi rende conto quasi subito dell'assurdità della domanda.
«Cioè no, lascia stare - cerco di sviare il discorso - lo immagino come puoi stare».
«Ah si? E come posso stare» dice Flavio.
«Bhe... insomma», bofonchio, ma non so cosa dire.
«Sto», dice semplicemente Flavio.
«Stai? ».
«Sto. E tanto mi basta. ».
Io annuisco, non convinto di aver compreso, ma contento che lui sia ancora lucido.
Flavio inclina la testa verso la flebo appesa al supporto vicino al letto: «Questa roba è favolosa. Davvero. Vuoi farti un giro anche tu? », dice, con un passabile entusiasmo.
«Grazie, magari dopo».
C'è una frazione di secondo in cui penso che magari si, un giro me lo farei anche, se servisse a non sentire tutto questo male. Ma so che non è un male fisico il mio, è qualcosa dentro che si sta crepando, come la superficie ghiacciata di un lago.
«Ti va di parlare? », domanda Flavio.
«Se va a te, e se non sei stanco».
«No, te l'ho chiesto io, no? ».
«Allora va bene. Di cosa vuoi parlare? ». Ma temo la risposta.
«Secondo te che cos'è la vita? ».
Non rispondo. Abbasso lo sguardo e mi fisso i piedi.
«La v

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lucciole

A ricordare le lucciole dentro ai tuoi occhi, che mi parevano danzare in fuochi spenti.
Non ci aspetteranno più le notti a dormire sui pavimenti e il sole, quando al risveglio, sembrava abbagliare quello che le nostre mani vigliacche non avevano ancora distrutto.
Cosa rimane delle nostre belle parole, cosa rimane se non pugnali e sangue sporco?!
Vorrei poterti dire tutto il luccichio che è rimasto, ma s’è dissolto da tempo, dentro me.
Allora provo a calpestarti un altro po’, per farti crollare l’idea di me e della mia finta santità, eppure sbaglio, nuovamente cado, perché a soffrire non son più la sola.
Vorrei comprensione, allora mi compatisco, ma ciò che vorrei veramente è che mi odiassi, perchè sarebbe più semplice brillare nell’unica strada che mi rimane.
Vorrei che mi perdonassi, per non essere stata la luce che credevi, ma se soltanto potessi risplendere in tutti i tuoi giorni, senza me, faresti cadere a terra, in un tonfo sordo, tutti i miei sassi.

   6 commenti     di: robibreak.



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