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Racconti sulla tristezza

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Il silenzio degli innocenti

Il nostro posto in vita è stato determinato in precedenza,
ma le azioni corrette sono il frutto delle nostre mani.

Il peso è diventato insopportabile. Giornate trascorse a cercare risposte sempre uguali: non puoi, non devi tacere, non puoi far finta di niente. Cammini e cerchi di non pensare, sai di non poter trovare risposte diverse. Cammini fino a sfinirti ma i pensieri sono più veloci dei tuoi passi, ti precedono, sono invisibili ma li senti sulla pelle. Il giorno finisce ma tu sai di non avere via d'uscita. La notte é un incubo popolato da mostri, ombre senza corpi. Sudore, brividi e quel senso di malessere che non dà scampo. I pensieri non hanno bisogno di riposo e se ti addormenti si trasformano in incubi.

Mi alzo dal letto e guardo fuori dalla finestra è notte fonda, una notte piena di luci. Il cielo punteggiato di stelle sembra imitare Van Gogh: mille tonalità di blu si rincorrono, un gioco d'ombre avvolge il paesaggio quasi a volerlo conservare il più a lungo possibile. Forse per difenderlo dalla luce del giorno. Un contrasto impietoso con la sofferenza che mi angoscia. Mi paralizza.

Anche ieri, Francesca, la bambina dei miei vicini é "caduta" procurandosi un livido spaventoso al viso. Un volto spaurito e privo di quella felicità che dovrebbe essere un diritto per tutti, in particolare per una bimba di sette anni. La madre ha cominciato a dare spiegazioni, particolari non richiesti, un intrigo confuso e poco credibile. Lo sguardo quasi implorante incrocia il mio ma non riesco a provare comprensione. Anche il padre sente il bisogno di recitare la sua parte, sgrida la piccola per la sua sbadataggine, ma nel contempo la fa volare e la stringe forte. Francesca ha un'espressione terrorizzata e sembra sul punto di gridare ma non le esce nemmeno una sillaba.

... il rumore del silenzio è insopportabile.

La vedo camminare con lo zainetto insieme alle compagne di scuola. Mai un gesto fuori posto, mai uno sla

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   16 commenti     di: Ivan Bui


L'angelo in più

La cerimonia è fissata per le dieci e trenta. È ancora presto - mi alzo, tanto non ho chiuso occhio tutta la notte, come ormai da tante notti. Preparo un caffè forte.
In casa c'è silenzio, Federico e Margherita stanno ancora dormendo. Mi pare di sentire ancora la voce di Manuela, mi pare di vedere il suo sorriso. Mia moglie era bella. Non perché fosse mia moglie, ma lo era davvero. Una bellezza naturale, non folgorante, bisognava guardarla con attenzione per carpire la bellezza così delicata che era in lei. Me la ricordo quando nella sua stanza faceva decoupage, la sua grande passione dopo quella del restauro. Riusciva a ritagliare sempre qualche momento da dedicare a questo suo amore. Era bellissima col grembiule bianco, chinata sul tavolo, mentre le sue mani creavano. Qualche volta mi chiedeva con garbo se potevo prepararle un caffè e poi lo gustavamo insieme. Io guardavo i suoi lavori, li commentavo, davo qualche consiglio che lei non seguiva, e poi la lasciavo lavorare.
Manuela se n'è andata - una settimana fa. Ha lottato fino alla fine contro il male che l'ha distrutta.
Ho lottato fino alla fine per non perderla. Più forte era la speranza e il desiderio di farcela, più i risultati erano deludenti. La malattia ha proseguito da se, senza ascoltare nessuno, ignorando farmaci e terapie. A una settimana di distanza mi trovo solo, sgomento, svuotato, con la voglia di battere la testa e i pugni sul muro e con la consapevolezza di non poterlo fare. Non ora perlomeno.
Perché tra tre ore Federico passa la prima comunione.
Sembra una storia montata su misura, una beffa del destino, un film sadico - invece è solo la realtà. Ancora non me ne rendo conto, eppure è così. Devo farmi forza, Manuela avrebbe voluto così. Ha fatto solo in tempo a preparare il cestino con le bomboniere da lei confezionate. È bellissimo, non poteva essere altrimenti.
Fatto con amore e per amore. Ha lavorato gli animaletti in ceramica, li ha colorati e sistemati nel c

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   5 commenti     di: Ely xx


Il bastardo abbandonato

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Tremo

Quando parlo con qualcuno dico sempre: -Tanto ci sono abituata a stare sola. La cosa più ingiusta è ripetere quella frase a me stessa. La verità è che non ci si abitua mai. Non puoi abituarti a restare sola. Nessuno merita una cosa così brutta. Ogni volta che si arriva al punto in cui qualcuno ti abbandona, ogni volta provi la stessa tristezza della volta prima e puoi spiegarlo al mondo intero come ti senti ma mai nessuno capirà il vuoto che senti dentro. Hanno sempre mille scuse e mai nessuno che ci provi a mettersi nei tuoi panni. Arrivi a un punto in cui ti arrendi, anche se non vorresti, lo fai perché tanto sarà sempre la solita delusione. Non ti cerca mai nessuno per "un caffè" e mai nessuno ti chiede realmente come stai, ma non illuderti non ti ci abituerai mai. Ti arrendi e basta. Ti senti schiacciata da tutto e tutti perché stare sola è la cosa più brutta che ti può capitare. Non riesci nemmeno a urlare la tua frustrazione, ma solo a nasconderla. Io scrivo. Io scrivo ma non mi basta più, non più. Vorrei uscire, gridare al mondo la mia voglia di vivere ma ormai mi sento così sola che la voce mi si blocca in gola e la ingoio. Va giù così lentamente che mi sento soffocare. Qua nessuno si salva da solo. Non ti ci abituerai mai. La musica non mi basta più. Avrei solo bisogno di un abbraccio e di qualcuno che mi dicesse: -Lotteremo insieme. Bisogna solo essere forti e realizzarsi col freddo che ricopre il cuore per poter dire un giorno: -Ho voglia di vivere questa vita! È dura ma io non mi arrendo, perderei anche me stessa.

   1 commenti     di: Valentina Iengo


IL VINCITORE.

Quella sera aveva bevuto veramente troppo, ma la sua mole statuaria gli permetteva di stare immobile, come se niente fosse, con la nuca appoggiata sulla parete, in fondo alla stanza e con le gambe divaricate ma saldamente piantate sul pavimento. Erik era un gigante, una massa di muscoli ben torniti, forse per questo motivo la quantità di alcool ingerita, che avrebbe spedito a dormire chiunque altro non lo aveva ancora steso. Non era solito bere, si; ogni tanto si concedeva delle bevute con qualcuno al bar degli irlandesi, ma niente di speciale. Eppure quella sera aveva deliberatamente esagerato, era entrato in tutti i bar che incontrava nel suo cammino e in ognuno di questi aveva bevuto in maniera smisurata. Alla fine decise di acquistare una bottiglia di vodka e farsi compagnia con quella fino a casa. Nella sua stanza il buio era interrotto da una pallida luce proveniente dall’esterno, che rischiarava uno stretto e lungo rettangolo di pavimento e arrivava quasi alle sue scarpe, laggiù, in fondo alla parete. Erik stava in quella posizione da un pezzo, ma quando si è così ubriachi la percezione del tempo è alterata. Forse un’ora forse meno, chissà. La stanza gli ondeggiava davanti agli occhi, leggermente, forse in un’altra situazione avrebbe trovato anche piacevole quel sibilo sottile che gli stazionava nelle orecchie. Pensava Erik, ripercorreva gli ultimi sei mesi trascorsi in maniera confusa, pescando nella sua memoria volti, discorsi, ma soprattutto se stesso.
Eravamo a maggio ormai e da dicembre, ogni giorno, Natale e Capodanno a parte, dove da buon cattolico irlandese aveva festeggiato, si era rotto il culo come un matto, pensando alla giornata di oggi. Venerdì 28 maggio. Era sei intensissimi mesi che pensava a quella data, era il suo obbiettivo che doveva raggiungere a tutti i costi. Aveva trascurato un po’ tutti in quel periodo, parlava solo di quello, e solo di quello gli parlavano le persone che gli stavano attorno. L’unica che per qualche

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Il mio boia

Boia…mi attendi su un patibolo costruito su incertezze…pulisci la tua scure e quasi scorgo dolore nel tuo sguardo…dolore per me.
Quante volte posso morire?
Quando ero piccola la mia mamma mi ha detto che si muore una volta soltanto…eppure 2 volte mi hai già uccisa e prima di te altri hanno fatto lo stesso…
Forse la morte dell’anima non segue lo stesso tassativo criterio…
Uccidimi mio boia…mille volte calpesta i resti di un cuore in frantumi, con ogni tua parola, con ogni tuo sorriso, con ogni tuo respiro…
Quello che io scambio per un dolce sguardo di pietà, è la tua sensazione di appagamento mentre il mio sangue ti tiene al caldo…
Il panno bianco passa sulla lama fredda…fa un dolce fruscio mentre mi inginocchio e appoggio il viso sul mio ultimo cuscino…tremo, ma non perché avverto la paura, non ancora…mi sembra di udire il battito del tuo cuore …che dolce morte sarebbe se questo ceppo fosse il tuo petto.
…il riflesso del sole sulla lama mi acceca e per qualche secondo mi dimentico anche della mia triste sorte…
ma so cosa mi aspetta, me lo sentivo ancora prima di essere accompagnata dai primi raggi di un pallido mattino fino alla tua scure.
Sentivo i tuoi passi nel rinascere dei miei pensieri, coricata nel mio letto tra le mie coperte, coccolata da un buio troppo breve, sentivo la tua voce e il tuo rifiuto…
Ti guardo negli occhi e so che sarai tu il mio assassino, amore mio.
Uccidi ogni mia speranza con un solo colpo, non concedermi la tortura di un tuo nuovo bacio.
Ma il tuo compito non è certo facilitarmi il trapasso…di nuovo le tue labbra…di nuovo il tuo respiro…di nuovo il calore, prima del gelo della morte.
Ma la tua scure non mi uccide, tu non punti alla base dei miei sentimenti, non sradichi le radici della mia inutile permanenza su questo pianeta a cui non appartengo.
Dolore.
Mi invade come il morso di un serpente, dilaga il veleno in tutto il corpo, parte da un luogo sconosciuto di me e mi mozza il

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   9 commenti     di: Alessia Lotto


Così complicata

L'ho saputo solo ieri.
Sono state esattamente queste le sue parole. E io, ora, le rivolgo a te : l'ho saputo solo ieri. Avrò una sorellina. Tutti mi chiedono se sono felice.
- Ehi, sei felice, Desy?
- Ehi, scommetto che sarai al settimo cielo!
- Ehi, non sei felice? Volevi una sorellina e ti è stata data!
Ehi, ehi, aspettate un attimo! Che ne sapete voi, se sono felice o no?


E'bella.
Non ho altre parole per descriverla.
Ha gli occhi blu di gatto, un nasino e una bocca e delle ditina talmente piccole che si vedrebbero meglio al microscopio.
Ho sentito le tue urla, mamma, io ero fuori dalla sala parto, c'erano due porte che ci dividevano e un corridoio stretto e lungo, ma io ti ho sentita. E quando tu hai urlato, io ho serrato gli occhi. Papà non c'era. Lui a queste cose preferisce non assistere, dice che sono "cose da donne", però quand'è ora di ficcartelo dentro non ci pensa due volte. Beh, ma solo perchè quelle, invece, sono cose da uomini.
Ho serrato gli occhi e stretto i denti e per un momento mi è sembrato di percepire il tuo dolore. Mi sono sentita squarciare in mezzo alle gambe come se un asse metallica avesse colpito dritto dritto lì, con un colpo secco, ben assestato. Mi sono portata la mano alla pancia e ho avuto paura per te. Mi sono chiesta : e io, mamma, quanto male ti ho fatto? Mi sono sentita in colpa. Mi sono approfittata di te, lo sai? Ho invaso il tuo corpo di bambina e ti ho reso adulta, ti ho fatto dannare per i tuoi chili in più e per i vestiti che non avresti avuto più modo di indossare. Ti facevo venir voglia di qualcosa nei momenti più inopportuni, più sbagliati, apposta, per farti sapere che c'ero, che ero lì, dentro di te, e che avevo bisogno di attenzioni. Ho preso dimora nel tuo ventre e scalciavo, ogni volta, prima di dormire per trovare la posizione più comoda, giusta. E tu non mi hai mai detto niente. Mai un rimprovero. Volevo stare a lungo dentro di te, mamma, là dentro stavo al sicuro, sempre con

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   5 commenti     di: Argeta Brozi



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