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Racconti sulla tristezza

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Sola con i tuoi pensieri

Ci sono giorni in cui ti senti solo,
solo con i tuoi mille pensieri.
E non riesci a far nulla per uscirne fuori
Per liberarti di quelle piccole vocine che ti rimbombano continuamente nella mente.
Accendi la tele, ma non riesci a seguirla per più di due minuti di fila;
accendi lo stereo ma è solo peggio, ogni canzone accende in te piccoli indelebile ricordi.
Prendi in mano il telefono pensando a chi chiamare e ti ritrovi a parlare con tua madre che non fa altro che accentuare ulteriormente il tuo malumore con le sue opinioni dirette.
Allora presa dal panico,
ti vesti con gli stessi abiti usati il giorno prima che trovi ancora lì, appoggiati sul divano perché non hai trovato la voglia di sistemarli,
ed esci.
Vaghi per le strade senza una meta;
non pensi a dove vai, la tua mente è intasata da tutt'altri pensieri.
Ti senti invisibile o meglio gli altri lo sono,
niente sembra esistere attorno a te,
non ti accorgi di nulla
nemmeno degli sguardi dei passanti;
e non ti accorgi nemmeno delle lacrime che piano piano nascono dai tuoi occhi per poi morire a bordo della sciarpa.
Poche lacrime
ma che sembrano pesare molto.
Non ti preoccupi del trucco che sporca il tuo viso,
non ti spaventa il pericolo di essere osservata,
non ti importa nemmeno di non essere consolata
perché ci sei tu, solo tu
e solo tu conosci il segreto che nascondono i tuoi pensieri.

   3 commenti     di: Roberta Batti


Angelina

Vorrei averti conosciuta meglio, quante cose avrei potuto imparare da te se solo non fossi stata così presa dai miei problemi, dal mio lavoro; è un errore che commettiamo spesso e, a volte, troppo volentieri per evitarlo. Ora che l’inverno per te è calato, sento crescere un grande gelo dentro di me, come se con te se ne fosse andata ogni speranza.
Hai avuto una vita difficile ed affascinante, lo so, me la raccontasti quel giorno sotto al portico della tua casa, con la freschezza e l’orgoglio che si crede solo una dodicenne possa avere. Quasi un secolo di vita, chissà se io ci arriverò mai, avevi un cuore grande, ne sono certa, hai cresciuto tuo fratello e per lui hai lavorato sodo, hai visto due guerre e sei stata la prima donna in tutta la valle a superare l’esame per la patente.
Ricordo quel giorno d’estate sotto al tuo portico, la prima volta che ti vidi, mi colpirono i tuoi capelli argentei e lunghi raccolti dietro la nuca, come si usava una volta e i tuoi occhi limpidi come quelli di una ragazzina ma dall’espressione dolce e sincera come quelli di una nonna.
Pensavo di aver tempo per dirti addio, avrei dovuto dirti addio sfiorandoti la guancia ruvida con un bacio, guardando quegli occhi dolci che non mi avrebbero riconosciuto ma forse non sarebbe stato un addio ma solo un arrivederci.
Perdonami zia Angelina se sono stata poco presente nella tua vita, forse è solo perché ci siamo incontrate tardi, quando il fiore dei tuoi anni era ormai maturo, forse è colpa della mia pigrizia o probabilmente le cose dovevano andare come sono andate.
Vorrei tanto poterti abbracciare ma oggi te sei andata e chissà se tornerai a trovarmi, chissà se riuscirei ad aspettarti in quel luogo magico che si trova a metà strada fra il sonno e la veglia ma non penso che verresti, ora hai trovato finalmente un po’ di riposo.

   3 commenti     di: Miriam Angel


L'ultimo allerino

Annego i miei pensieri in quel liquido dorato, che nel bicchiere semivuoto, fisso costantemente. Cerco di scovare, voglio capire ma a poco a poco la mente mi si offusca.
Sono deriso da automi con la coscienza ammaestrata che circondano la mia triste figura. Con i loro occhi accusatori, il loro sorriso ipocrita, con i loro volti uguali e menti stilizzate……. giudicano.
Parole stanche mi ruotano attorno e tristi accordi vagano nel locale, ma riesco sentire solo lei. Si, sta arrivando, percepisco la sua presenza, solo io posso, non gli altri. Loro non vedono, non sentono, solo io, poiché sono l’ultimo della specie.
Ricordi mi assalgono la mente mentre appoggio sulle labbra, il boccale per un altro sorso di vita. Ricordi, ricordi di un passato lontano quando nell’aria vagabondava, quel termine beffardo per cantare di un puro spirito ebbro e gioioso….. allerino, si diceva. Io lo sono.
Un altro sorso….
Ora è più vicina. Intravedo dietro di me la sua ombra, l’ombra della bestia, che per tutta la vita mi ha inseguito rimanendomi dietro le spalle.
Un altro sorso…..
Cerco un volto amico vicino a me, ma trovo solamente vite clonate che come attori, recitano la loro falsa realtà. Purtroppo tutto ciò esiste.
Un altro sorso…
La bestia è qui. La sua ombra è su di me, ma questa volta non fuggirò, poiché voglio vederla finalmente negli occhi. Inclino la sedia, lascio cadere all’indietro la nuca e incrocio il suo sguardo, il suo viso…… buffo mi assomiglia.
L’ultimo sorso….
Ho terminato il mio boccale, lasciandoci dentro solo alcuni rimpianti. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Mi lascio coccolare dalla danza che la bestia ha creato per me. Avvolto dalla sua ombra, lentamente mi accascio sul tavolo con il sorriso sulle labbra.
Di me, resterà soltanto l’ombra, l’ombra dell’ultimo degli allerini.



Il bastardo abbandonato

Il bastardo abbandonato

C’era una volta… già, in effetti, c’era… chi può negarlo? Ma…

(Non è detto che non si corra un rischio quando si comincia col dire: “C’era una volta…”, infatti si può dare la fondata impressione che una volta, c’era… e che adesso non c’è più.
Pertanto non inizieremo in questo modo, lettori cari (anche se i fatti narrati, ormai, magari li ha già, da gran tempo, dimenticati forse anche il protagonista di questa storia), poiché ancora c’è. Eh, sì, poverino, c’è.
Non diremo in che condizioni, per riguardo alla sensibilità delle lettrici più compassionevoli.
Si va a conoscerlo. Pronti? Bene, allora mano ai fazzoletti, ché forse, più avanti, ci si intenerisce un poco).
***
Insomma, c’era un omettino piccolo (e maluccio in arnese, ma maluccio assai, eh!), corredato di tutte le principali malattie, tra le quali alcune di importanza internazionale, che cercava un posto di lavoro.
E lo cercava nella sua divisa ufficiale: una giacchetta a quadrettini, di quelle che usavano?" una volta dismesse dal fratello più grande o dal cognato facoltoso?" qualche decennio orsono, un paio di calzoni in tinta, di due taglie più grandi come la giacca, berrettuccio di pelo accartocciato d’animale (e di colore) indefinibile ma certamente suicida, mocassini la cui consunzione era solo parzialmente velata da uno strato simbionte di polvere antica, un borsello, infine, in finta pelle di bue morto di crepacuore, ch’era l’immancabile complemento della sua livrea di ragioniere computista provetto.

(Si dirà, inoltre, ma solo allo scopo di restituirgli un poco del bagliore incerto della sfilacciata dignità, ch’egli aveva un nome. Ah, sì! Eccome! Il fatto poi che l’Autore non lo ricordi in questo momento, nulla toglie, nondimeno, all’integrità morale dell’omino in questione…)
***
Ma insomma, come fu, come non fu, un giorno si presentò, rigirandosi il berrettucci

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Lo Sconosciuto allo specchio

L'orologio sul comodino segnava le 04. 30. Non era un giorno come gli altri. Eric scese dal letto, andò davanti allo specchio e fissò l'immagine riflessa. Si lavò la faccia con acqua fredda, come per scrollarsi di dosso la sera prima. Rialzò lo sguardo sullo specchio e vide dietro di se un uomo mascherato che gli puntava una pistola alla testa.
"Cazzo!" Urlò Eric in preda al panico.
Lo sconosciuto spinse più forte la pistola sulla sua testa.
"Non urlare, o la tua testa salterà in aria." Disse. Parlava piano, in modo quasi educato, un modo che contrastava con quel che stava succedendo.
"Chi sei?" Disse Eric, e un leggero tremolio partì dalla mano destra per diffondersi in tutto il corpo.
"Qua le domande le faccio io."
Eric annuì silenzioso.
Cosa voleva quello sconosciuto da lui? Ma poi come aveva fatto ad entrare in casa sua? Non aveva idea di chi potesse essere, eppure, quella voce così calma... Gli ricordava qualcosa. Qualcosa che non riusciva a classificare. Qualcosa che non riusciva a ricordare.
"Rossana." Disse piano l'uomo.
Lentamente qualcosa si riaccese nella mente di Eric. Qualcosa tornò a galla nella marea di pensieri nella testa del ragazzo.
"Cosa sai della sua morte?" Domandò l'uomo trattenendo quasi le lacrime, ma senza scomporsi troppo.
"Niente..." Disse Eric cominciando a piangere.
"Balle!" Urlò. "Io lo so. Sei stato tu!"
Eric fece no con la testa mentre le lacrime scendevano abbondanti sulle sue guance.
"Quella mattina al lago. Eravate insieme, solo tu e lei. Ma lei non è più tornata. L'hai affogata, lo sappiamo entrambi!"
A quel punto i ricordi invasero completamente la mente di Eric.
Una mattina di sole, una gita al lago, lui addormentato sulla riva del lago, e Rossana, bella come sempre, l'unica donna che Eric avesse mai amato. Lei nel suo costume rosa che decise di fare il bagno nel lago.
"Io dormivo." Disse il ragazzo tra le lacrime.
"Non continuare a mentirmi." Disse calmo l'uomo. Poi perse la pazienz

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   0 commenti     di: F S


Così complicata

L'ho saputo solo ieri.
Sono state esattamente queste le sue parole. E io, ora, le rivolgo a te : l'ho saputo solo ieri. Avrò una sorellina. Tutti mi chiedono se sono felice.
- Ehi, sei felice, Desy?
- Ehi, scommetto che sarai al settimo cielo!
- Ehi, non sei felice? Volevi una sorellina e ti è stata data!
Ehi, ehi, aspettate un attimo! Che ne sapete voi, se sono felice o no?


E'bella.
Non ho altre parole per descriverla.
Ha gli occhi blu di gatto, un nasino e una bocca e delle ditina talmente piccole che si vedrebbero meglio al microscopio.
Ho sentito le tue urla, mamma, io ero fuori dalla sala parto, c'erano due porte che ci dividevano e un corridoio stretto e lungo, ma io ti ho sentita. E quando tu hai urlato, io ho serrato gli occhi. Papà non c'era. Lui a queste cose preferisce non assistere, dice che sono "cose da donne", però quand'è ora di ficcartelo dentro non ci pensa due volte. Beh, ma solo perchè quelle, invece, sono cose da uomini.
Ho serrato gli occhi e stretto i denti e per un momento mi è sembrato di percepire il tuo dolore. Mi sono sentita squarciare in mezzo alle gambe come se un asse metallica avesse colpito dritto dritto lì, con un colpo secco, ben assestato. Mi sono portata la mano alla pancia e ho avuto paura per te. Mi sono chiesta : e io, mamma, quanto male ti ho fatto? Mi sono sentita in colpa. Mi sono approfittata di te, lo sai? Ho invaso il tuo corpo di bambina e ti ho reso adulta, ti ho fatto dannare per i tuoi chili in più e per i vestiti che non avresti avuto più modo di indossare. Ti facevo venir voglia di qualcosa nei momenti più inopportuni, più sbagliati, apposta, per farti sapere che c'ero, che ero lì, dentro di te, e che avevo bisogno di attenzioni. Ho preso dimora nel tuo ventre e scalciavo, ogni volta, prima di dormire per trovare la posizione più comoda, giusta. E tu non mi hai mai detto niente. Mai un rimprovero. Volevo stare a lungo dentro di te, mamma, là dentro stavo al sicuro, sempre con

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   5 commenti     di: Argeta Brozi


La giornata di un pensionato vecchio, vedovo e solo

Il risveglio avviene a qualsiasi ora della notte o del mattino, apri gli occhi e accanto a te, nel lettone non c'è nessuno, ti dai il "buongiorno", vai a lavarti i denti e nel bicchiere "c'è un solo spazzolino" il tuo. Prendi il caffè e non hai nessuno che ti porge lo zucchero. Ti vesti e regolarmente, indossi i calzini spaiati e non t'accorgi, metti la camicia ma ha una macchia sul davanti, nessuno ti dice cambiala.. Esci a prendere il giornale e le persone che incontri e che conosci ti dicono "Salve, come va", "bene", rispondi, poi se ne vanno di fretta come se tu avessi una malattia contagiosa. Rientri, leggi il giornale, commenti a voce alta le notizie da solo. Metti in lavatrice i panni, neri, bianchi, rossi, tutto assieme; fatto il ciclo a 90° gradi! quando li stendi, te li ritrovi con tonalità di colore che vanno dal grigio topo al giallo foglia morta. Cucini in un padellino quattro rigatoni, che quando bollono sembra ti guardino con tristezza. Mangi e davanti a te c'è una sedia vuota..., il boccone per un attimo ti si ferma in gola. Finisci il pranzo, e metti a lessare le patate per la cena, ti appisoli, e ti svegli dopo due ore con un odore di patate bruciate; nel tegamino non c'è una goccia d'acqua solamente tre masse informi carbonizzate. Vai dal medico; gli anziani, di solito quelli che vivono soli, vanno spesso dal medico più che altro per scambiare qualche pettegolezzo con gli altri pazienti in sala d'aspetto. Torni a casa, ma ti fermi per un bicchiere di vino al solito bar dove c'è la banconiera giovane e carina che ti fa un sorriso e scambia con te un paio di battute spiritose; unico momento lieto della giornata. Rientri a casa prepari la cena, più che preparare consiste nell'aprire una busta con dell'insalata e scoperchiare una scatoletta di carne, così la cena è servita!
Ti metti davanti alla TV e regolarmente ti addormenti per un po' sul sofà, ti svegli e vai a letto, chiaramente non riesci a prendere sonno, ti alzi giri per la casa

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   2 commenti     di: lucio



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