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Racconti sulla tristezza

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Un tempo

Ogni giorno lei passava, tutta sola e senza fretta, forse senza speranze, quelle d'amore del tutto esaurite, quelle di vita non ancora, io credo.
Camminava in riva al mare, lenta, guardava l'orizzonte. Forse talvolta una lacrima le scendeva bagnando la sua guancia, sulla sabbia poi cadeva... e svaniva.
La natura la consolava, sentiva il soffio del vento accarezzarle i lunghi capelli neri, l'acqua le fasciava i piedi, la faceva sentire leggera e, per un attimo, la spensierava.
Ora avvolta da un legno riposa in pace, molti freschi fiori la incoronano. Si sono accorti solo ora di quanto fosse principessa?
Una foto la ricorda, sul suo volto un sorriso; da quanto non la vedevo sorridere. Almeno adesso è più felice; su là in alto, una nuova stella risplende.

   3 commenti     di: Enrico Casetta


L'identita

Sto aspettando te.
Non so chi sei, e... ne da dove vieni.
Potresti essere lo stesso,
Opurè con un altra faccia.
Da una vita aspetto e cerco, l'equilibrio del mio silenzio.
La pace del mio animo.
Siamo forti e sinceri, ma solo sulla carta.
E mi domando: "Dove è la verità?"
E qui su questo foglio di carta.
Inconsapevole e tuttavia lucida, con la mente chiara senza vergogna.
Vorrei tutto e niente.
Senza affaticare.
E tu, chi sei?
Cosa vuoi?
Niente di quell che mi aspetta.
Il dolore invade tutto il corpo, cerco disperatamente qualcosa su qui sedere. Le forze mi abbandonano. Mi sento debole e molto fragile. Arrivi e tutto finisce. Sono rinnata, sono un altra persona, ma con la stessa faccia. sono felice... spero! La speranza prima di morire.



Il nonno racconta

Ieri nonno raccontava una storia di un tempo che fu, in un borgo di New York. ad Astoria viveva un uomo di nome Cantù, di mestiere faceva il barbiere e di sera andava a cantare, delle volte cantava alle fiere, e d'estate sulle spiagge. Era estate e in una notte serena con la luna piena la fortuna lo baciò, stava raccogliendo un fiore del prato, quando nell'alzarsi vide una donna, era bella, più bella del sole e nel buio gli sembrò la Madonna. Rimase freddo senza parole impietrito a guardare stordito quella donna tanto bella. Poi si accorse che in lontananza c'era un'ombra, sforzando la vista vide che era il povero Vito, e s'accorse che la mano gli tremava, ancora più in là, una bambina spingeva una cariola piena a metà, quella sera faceva un po' fresco, la guardò gli fece pena e le chiese: "Bimba, dove vai a quest'ora, è tardi e tu sei piccolina, non hai casa? dov'è la mamma?" La bimba rispose: " signore ho freddo, fame e mi sento male, sono sei ore che aspetto la mamma, la sto cercando in ogni ospedale." Prese in braccio la piccola e la portò a casa, chiese a sua moglie di farle una zuppa e di metterla a letto per farla riposare.
Quella notte d'estate, arrivò pure un temporale e la pioggia fece rallentare le ricerche, cercò negli hotel, nei bar, nelle piazze, poi si avventurò nelle periferie alla ricerca di questa mamma che ha abbandonato la figlia, ma nulla, solo due cani randagi sui marciapiedi dei quartieri, allora decise di ritornarsene a casa per chiamare la Polizia.
L'indomani cominciarono le ricerche, ovunque per mare e per monti, ma quella donna non si trovò, allora tornato a casa, sconsolato il vecchio signor Cantù trovò la bambina che quando lo vide gli corse incontro chiedendo " Hai trovato la mia mamma" lui affranto da questo dolore, s'inginocchia e con le lacrime agli occhi si stringe al petto la bambina.
Dicono che ogni vita ha il suo fato e forse era questo il suo destino, il vecchietto la prese per figlia, e gli spianò un p

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   1 commenti     di: Vito Bologna


Il cruccio della massaia

L'utensile da cucina che sibila scosse i nervi della sua sorvegliante assorta, quasi assopita, nell'osservazione di una specie di limone con la scorza molto grossa, e le scolorì il viso. Lei, che governava con lo scettro quella popolazione gagliarda e ribelle di arnesi dal collo duro e di derrate per molti ospiti, orgogliosa e fiera, si sentì come un asino rinchiuso in un recinto che echeggia di ragli e latrati, tra peli di cavallo moltiplicantisi per cento, da soli, e soffi d'aria calda appena uscita da centinaia di froge appaiate e concordi, su note grottescamente armoniche, come lo scalpiccìo ritmico di un pedinatore.
Alzò gli occhi dal libro dei precetti fondamentali della massaia e guardò l'albero di cachi, i cui rami carichi di frutti gialli e arancioni si protendevano fino a sfiorarle il bucato appena steso, e pensò che ormai erano pronti, come ogni anno, in quell'inizio d'autunno caldo ma non troppo, piacevole dopo la calura estiva, mitigato da leggeri, improvvisi aliti di vento e da voli di nubi bianche, talvolta nere e cupe.
Sì, tutto era come sempre, eppure ogni cosa appariva mutata, meno bella o meno brutta di prima, come se tra le cose e i suoi occhi vi fosse un velo opaco che impediva di godere o dolere appieno di tutto quanto.
Una cataratta lattiginosa e grigiastra s'addensava sul cocuzzolo del monte, poi più giù sui colli ammantati di prati, fino a circondare gli alberi e la campagna, fino all'ultimo pezzettino intorno al pozzo dove sorgevano le prime case come funghi solitari.
Provò pena, ma senza dolore, piuttosto una sorta di contrita malinconia per tutte le cose, per tutto il creato, per una incredibile successione di cose che parevano dimenticate.
Le venne voglia di disegnare le scene dei suoi sogni ad occhi aperti, forme dai colori cangianti come bolle di sapone, aerodinamiche, sculture pronte a spiccare il volo.
Ma lei era solo l'eterna ripetente che l'errore fatale riconduceva punto e a capo, all'origine di un lungo

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Così complicata

L'ho saputo solo ieri.
Sono state esattamente queste le sue parole. E io, ora, le rivolgo a te : l'ho saputo solo ieri. Avrò una sorellina. Tutti mi chiedono se sono felice.
- Ehi, sei felice, Desy?
- Ehi, scommetto che sarai al settimo cielo!
- Ehi, non sei felice? Volevi una sorellina e ti è stata data!
Ehi, ehi, aspettate un attimo! Che ne sapete voi, se sono felice o no?


E'bella.
Non ho altre parole per descriverla.
Ha gli occhi blu di gatto, un nasino e una bocca e delle ditina talmente piccole che si vedrebbero meglio al microscopio.
Ho sentito le tue urla, mamma, io ero fuori dalla sala parto, c'erano due porte che ci dividevano e un corridoio stretto e lungo, ma io ti ho sentita. E quando tu hai urlato, io ho serrato gli occhi. Papà non c'era. Lui a queste cose preferisce non assistere, dice che sono "cose da donne", però quand'è ora di ficcartelo dentro non ci pensa due volte. Beh, ma solo perchè quelle, invece, sono cose da uomini.
Ho serrato gli occhi e stretto i denti e per un momento mi è sembrato di percepire il tuo dolore. Mi sono sentita squarciare in mezzo alle gambe come se un asse metallica avesse colpito dritto dritto lì, con un colpo secco, ben assestato. Mi sono portata la mano alla pancia e ho avuto paura per te. Mi sono chiesta : e io, mamma, quanto male ti ho fatto? Mi sono sentita in colpa. Mi sono approfittata di te, lo sai? Ho invaso il tuo corpo di bambina e ti ho reso adulta, ti ho fatto dannare per i tuoi chili in più e per i vestiti che non avresti avuto più modo di indossare. Ti facevo venir voglia di qualcosa nei momenti più inopportuni, più sbagliati, apposta, per farti sapere che c'ero, che ero lì, dentro di te, e che avevo bisogno di attenzioni. Ho preso dimora nel tuo ventre e scalciavo, ogni volta, prima di dormire per trovare la posizione più comoda, giusta. E tu non mi hai mai detto niente. Mai un rimprovero. Volevo stare a lungo dentro di te, mamma, là dentro stavo al sicuro, sempre con

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   5 commenti     di: Argeta Brozi


pensieri di una notte d'estate

A volte ti capita di sederti a pensare, e capisci che in quel silenzio che ti sta attorno milioni di pensieri volano da una parte all’altra della stanza, idee non tue, concetti che non ti appartengono, emozioni che non fanno parte di te, ma che ti sfiorano riducendo la tua mente e il tuo corpo in terra arida. Ti senti confuso, triste, ti chiedi il perché di tutto quello, perché tutto succede a te, le mani ti vanno ai capelli, prendi il cuscino, guardi fuori dalla finestra e contempli le luccicanti stelle di una calda notte d’estate, e una lacrima cade dai tuoi occhi. Ti rendi poi conto che forse c’è qualcuno, da qualche parte, che sta peggio di te, e l’idea di egoismo ti circonda entrandoti dentro, filtrando nelle serrature che avevi chiuso accuratamente e che si sono spalancate come per magia. Allora ti senti partecipe di una favola, l’incredibile protagonista di una storia di amore, di emozioni, di sentimenti eterni e infiniti, e speri con tutto te stesso che sia come le fiabe che la mamma ti leggeva quando eri piccolo, e che presto arriverà la tanto attesa e agognata frase: “E vissero tutti felici e contenti”. Ti rendi conto di voler tornare bambina, perché in fondo le ginocchia sbucciate fanno davvero meno male dei cuori infranti.
Scuoti la testa, prendi lo stereo e accendi la musica, ne hai abbastanza di quel silenzio, perché tu sei una personalità allegra e dinamica, ami il divertimento e la felicità, ma ogni canzone, ogni testo, ogni brano ti ricorda qualcosa, qualcosa che vuoi dimenticare, ma che sai impossibile. E allora ti arrendi, ti arrendi a quella tristezza che in quella notte ti fa compagnia, distesa con te nel letto, e i pensieri tornano sovrani a comandare la tua fragile mente. Ti chiedi come sia possibile, un momento prima ti senti la regina del mondo, potresti fare qualunque cosa, poi vedi gli altri andare avanti, prendere le persone che tu stessa hai portato nella loro vita, e perderle entrambe in una volta sola. Cerchi al

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   6 commenti     di: Anna Bona


Ragazza triste

Lasciate che vi racconti una storia. La storia di come una ragazza avrebbe potuto diventare una ragazza felice e senza pensieri. Una ragazza normale. Invece di sentirsi respinta e non voluta. Tanto tempo fa e troppe volte. Talmente tante e sempre peggiori, che questa ragazza che avrebbe potuto essere felice, è invece diventata una ragazza triste. Che ora, dopo tanto piangere perché non si sentiva voluta - ora, ora che non ha più ragione di piangere perché qualcuno che la vuole c'è, ora lei piange.
Piange e non ha un motivo. Lei non lo sa più perché. Forse è abitudine. Forse è autocommiserazione. Prova pena per se stessa? La ragazza non lo sa. Però sa - e questo fa male - che non è più capace di sentirsi felice. Ora è contenta. Ma sa che nonostante avesse molti meno motivi di adesso, anni fa lei si era sentita felice. E sa distinguere la felicità dalla contentezza. Perché quella volta si sentiva volare, leggera leggera, trovava un motivo per sorridere in ogni cosa. E non era razionale. La lasciava scorrere ed era in pace. Niente poteva turbarla. Quella di adesso non è la stessa sensazione. E la ragazza sa anche che dovrebbe essere questo il momento in cui la si prova.
E allora, ancora una volta, fa l'unica cosa che sa fare quando respirare fa male e il cuore brucia e sta per esplodere. La ragazza si sdraia per terra, rannicchiata su se stessa. Chiude forte gli occhi. Ha bisogno di sentire che c'è una superficie sotto di lei. La ragazza tocca il pavimento, il palmo della mano aperto. Gli occhi ancora chiusi. Serrati. Respira a fondo se no il cuore scoppia. E c'è il pavimento sotto e più giù non si può andare. Puoi solo risalire. Prova a risalire. Provaci con tutte le tue forze, ragazza triste, perché non c'è nessuno che ti tirerà su.

   1 commenti     di: Elena Canta



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