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Racconti sulla tristezza

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Quando la guerra ha gli occhi vedri

QUANDO LA GUERRA HA GLI OCCHI VERDI

Un campo profughi, una guerra nata quasi tra l'indifferenza, una delegazione umanitaria. Un'esperienza che ti segna per sempre.

Uno sguardo pulito, occhi verdi bellissimi che mi guardavano senza particolare curiosità. In piedi, immobile in attesa di capire cosa avessi in testa. Non chiedeva spiegazioni era abituata a subire, ad aspettare che fossero gli altri a decidere. Ero arrabbiato, sorpreso, imbarazzato. Un cocktail che si trasformò ben presto in un forte malessere, vista annebbiata, improvviso blocco allo stomaco, dovetti mettercela tutta per non vomitare. Per fortuna le porte dell'ascensore si aprirono.
"Quanti anni hai?" La voce era acida come la mia bocca, un sapore acre quasi insopportabile.
"Diciotto."
"Da quanto tempo fai questa vita?"

Ma che cazzo te ne frega, chi sei suo padre? Domani riparti, non la vedrai mai più, di che ti impicci?

"Dal giorno del mio compleanno. Tre mesi."

Ti sei fatta un bel regalo.

Chiedere perché, sarebbe stato grottesco. Anche se era difficile pensare di potermi sentire più ridicolo di quanto già mi sentissi. L'avevo notata al campo profughi, troppo bella per passare inosservata, stringeva un bambino, lo teneva in braccio quasi fosse un giocattolo, Non l'aveva mai lasciato. Seguiva il cerimoniale un po' in disparte, non sembrava infastidita ma nemmeno interessata. Mi era sembrata l'unica persona normale di tutto il campo, noi compresi.

Aveva lo stesso atteggiamento, anche davanti alla vetrina dove l'avevo rivista. Al posto del bambino la borsetta, guardava la gente che affollava la piazzetta senza sottrarsi ma senza mostrare particolare interesse. Capelli biondi, quasi rossi, luminosi nonostante i troppi lavaggi e il pessimo shampoo. Era bella, molto bella, senza un filo di trucco, vestita in modo dimesso, pulita, niente che lasciasse trasparire il mestiere.

Non mi sarei accorto di niente se non avessi visto il soldato allungare la banconota e prenderla s

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   23 commenti     di: Ivan Bui


Confessione d'amore

... a Te sacrifico ogni mio pensiero, mentre come scintilla silente trapasso la profondità del tuo cuore affinché, goccia dopo goccia, sgorga Amore. Stringere la tua mano, morire dei tuoi baci... bramo le tue labbra, sospiro nel desio delle tue verità occulte! Fammi Paradiso, fammi Inferno. Modellami con la tua Passione!
Non temere i miei occhi, non temerli ora che li hai visti e in essi hai letto; e prova ad ascoltare la loro voce. Son l'Eterno che si frantuma in mille istanti figli del tempo. Sono il tuo dio, sono il tuo demone. Per te divento luce. Per te divento ombra.
Ho cavalcato in mezzo a diavoli affamati, sprezzante delle fiamme che non conoscono spengimento. Ho sopportato con fierezza il bollore del sangue che impietoso mi inondava le vene. Ancor' oggi bramo i tuoi morsi, più che mai voglio che mi graffino le ossa, squarciandomi le carni e bruciando il mio corpo. Immagino e sogno l'umido del tuo tocco, allorché come cagna appassionata, perennemente votata alla ricerca di una dignità oramai per sempre smarrita, mi lecchi l'anima.
Ti penso e ne soffro. Ti penso e non riesco a non farlo. Mi consumo, nella mente, in tutto me stesso. Nulla di me è immune da tale dolore. Mi fa male. Ovunque.
Ti cerco, come tenero infante senza malizia. Ingenuo e illuso. Ti sogno. E maledico l'attimo del mio risveglio. Provo a riaddormentarmi, mentre inesorabile mi sfugge l'ultimo barlume di un romanzo ad arte creato dalla mia immaginazione...
Non mi chiedo più il perché. Non osteggio più questa mia follia d'amore. La sento amica. La sento parte della mia persona. Non è cosa estranea alla mia vita, ma mai, fin ad ora, mi ero mai accorto di lei. Sono troppo preso da te. Dalla felicità che puoi donarmi. Dalla tua magica arte nel fare sentire libero questo povero schiavo del tuo cuore, di quella carne sanguinante che lo riveste, tenendolo stretto, in una morsa che lascia senza respiro, che cattura e ingoia anche il più impercettibile suono del suo battito.

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   9 commenti     di: Duca F.


Nonna mia

Te ne sei andata, portando con te una parte di me. Mi e difficile credere che non potrò mai accarezzarti, coccolarti, dirti che ti voglio tanto bene, che sei la nonna più bella e buona del mondo, difficile accettare la tua mancanza, pensare che non potrò abbracciarti, sentire la tua voce, il tuo incoraggiamento per andare avanti. E rimasto un gran vuoto e silenzio dentro di me.



L'ultimo allerino

Annego i miei pensieri in quel liquido dorato, che nel bicchiere semivuoto, fisso costantemente. Cerco di scovare, voglio capire ma a poco a poco la mente mi si offusca.
Sono deriso da automi con la coscienza ammaestrata che circondano la mia triste figura. Con i loro occhi accusatori, il loro sorriso ipocrita, con i loro volti uguali e menti stilizzate……. giudicano.
Parole stanche mi ruotano attorno e tristi accordi vagano nel locale, ma riesco sentire solo lei. Si, sta arrivando, percepisco la sua presenza, solo io posso, non gli altri. Loro non vedono, non sentono, solo io, poiché sono l’ultimo della specie.
Ricordi mi assalgono la mente mentre appoggio sulle labbra, il boccale per un altro sorso di vita. Ricordi, ricordi di un passato lontano quando nell’aria vagabondava, quel termine beffardo per cantare di un puro spirito ebbro e gioioso….. allerino, si diceva. Io lo sono.
Un altro sorso….
Ora è più vicina. Intravedo dietro di me la sua ombra, l’ombra della bestia, che per tutta la vita mi ha inseguito rimanendomi dietro le spalle.
Un altro sorso…..
Cerco un volto amico vicino a me, ma trovo solamente vite clonate che come attori, recitano la loro falsa realtà. Purtroppo tutto ciò esiste.
Un altro sorso…
La bestia è qui. La sua ombra è su di me, ma questa volta non fuggirò, poiché voglio vederla finalmente negli occhi. Inclino la sedia, lascio cadere all’indietro la nuca e incrocio il suo sguardo, il suo viso…… buffo mi assomiglia.
L’ultimo sorso….
Ho terminato il mio boccale, lasciandoci dentro solo alcuni rimpianti. Tutto il resto è fumo negli occhi.
Mi lascio coccolare dalla danza che la bestia ha creato per me. Avvolto dalla sua ombra, lentamente mi accascio sul tavolo con il sorriso sulle labbra.
Di me, resterà soltanto l’ombra, l’ombra dell’ultimo degli allerini.



Spogliarellista davanti la scrivania

E mi chiedevo se sarei mai stata felice. Poi pensavo che la maggior parte delle persone si chiede questo almeno una volta nella vita senza ottenere risposta. Una domanda senza replica mi univa a milioni di persone: ma il legame andava oltre. La mia esistenza umana e tutto quello di buono o di cattivo esiste mi legava agli altri? Gli altri chi... Einstein, Leopardi, Marconi, Flaubert, Giovanni Paolo II, un bambino in Africa, un pastore sardo, un insegnante irlandese, un monaco buddista... chissà se loro erano riusciti a definire la felicità... per lo meno a spiegare a se stessi l'oggetto per il quale faticavano, respiravano, amavano ogni giorno. Io dopo ventitreenni non ci ero ancora riuscita; ma non sapevo neanche se la cercavo, mi impegnavo, faticavo per sfiorare almeno l'idea di lei, della Felicità...
Spesso mi veniva in mente un flash del mio passato... avrò avuto 8-10 anni non ricordo bene ed era festa nel mio paese... una festa che attirava i bambini per via delle giostre. Le mie sorelle vi si recarono ma io mi rifiutai; sentivo solo una grandissima tristezza che mi opprimeva come un macigno. Mi sedetti sul marciapiede raggomitolata a guardare il tramonto e mi sentivo molto triste, davvero. Quasi inconsapevolmente non mi rendevo conto di questo micro-dolore che germogliava in me; sapevo solo che era lì che dovevo stare, era quello il posto giusto e nessun altro al mondo quello che in cui dovevo essere. Dovevo assistere il sole nella sua fase terminale, nel suo morire... ed anche se l'angoscia mi faceva compagnia, non lo vivevo come un problema... vivevo e basta... era il mio modo di vivere.
Guardando questa scena di vita remota con gli occhi di oggi posso concludere che quel giorno di fine estate, quando i bambini sono tutti felici perché non c'è la scuola, possono uscire andare sull'altalena e mangiare zucchero filato, piangere per un capriccio, io mi sono auto esclusa dalla vita, dall'azione, dal condividere il proprio tempo con gli altri. Prefer

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Ragazza triste

Lasciate che vi racconti una storia. La storia di come una ragazza avrebbe potuto diventare una ragazza felice e senza pensieri. Una ragazza normale. Invece di sentirsi respinta e non voluta. Tanto tempo fa e troppe volte. Talmente tante e sempre peggiori, che questa ragazza che avrebbe potuto essere felice, è invece diventata una ragazza triste. Che ora, dopo tanto piangere perché non si sentiva voluta - ora, ora che non ha più ragione di piangere perché qualcuno che la vuole c'è, ora lei piange.
Piange e non ha un motivo. Lei non lo sa più perché. Forse è abitudine. Forse è autocommiserazione. Prova pena per se stessa? La ragazza non lo sa. Però sa - e questo fa male - che non è più capace di sentirsi felice. Ora è contenta. Ma sa che nonostante avesse molti meno motivi di adesso, anni fa lei si era sentita felice. E sa distinguere la felicità dalla contentezza. Perché quella volta si sentiva volare, leggera leggera, trovava un motivo per sorridere in ogni cosa. E non era razionale. La lasciava scorrere ed era in pace. Niente poteva turbarla. Quella di adesso non è la stessa sensazione. E la ragazza sa anche che dovrebbe essere questo il momento in cui la si prova.
E allora, ancora una volta, fa l'unica cosa che sa fare quando respirare fa male e il cuore brucia e sta per esplodere. La ragazza si sdraia per terra, rannicchiata su se stessa. Chiude forte gli occhi. Ha bisogno di sentire che c'è una superficie sotto di lei. La ragazza tocca il pavimento, il palmo della mano aperto. Gli occhi ancora chiusi. Serrati. Respira a fondo se no il cuore scoppia. E c'è il pavimento sotto e più giù non si può andare. Puoi solo risalire. Prova a risalire. Provaci con tutte le tue forze, ragazza triste, perché non c'è nessuno che ti tirerà su.

   1 commenti     di: Elena Canta


Una ragazza triste

Ero seduta sul letto. Il mio sguardo puntava fuori alla finestra. Guardavo la pioggia cadere, era una mia abitudine. Mi piaceva. Ogni goccia era come una lacrima, ma a sua differenza non faceva male al cuore.
Mi alzai e mi affacciai. Una folata di vento mi tirò indietro i capelli, e mi portò a guardare dall'altro lato. Ma non c'era niente di bello da vedere. Solo strade e palazzi. L'aria era fredda, e ciò era positivo. Odiavo il caldo.
Tornai al letto e guardai l'ora sul cellulare che avevo lasciato sul comodino. Le 7. 30. Dovevo vestirmi in fretta, altrimenti avrei fatto tardi a scuola. E di acchiapparsi le ramanzine dei prof proprio non mi andava. Almeno non quel giorno.
Aprii l'armadio. Presi una di quelle felpe maschili che mi piacevano tanto e un paio di jeans scuri. Misi le scarpe da ginnastica e presi la matita per occhi. Mi truccai poco, poi cercai di aggiustare i capelli. Erano castani, lunghi e mossi, incorniciavano perfettamente il mio viso pallido formando un evidente contrasto. Mi odiavo. Odiavo i miei lineamenti spigolosi e miei occhi anonimi e inespressivi. Odiavo il mio non riuscire in niente. Ero sempre sbagliata, sempre troppo bassa, sempre troppo grassa o troppo magra. Sempre sola... nessuno sembrava trovare qualcosa di interessante in me. Mi ritenevano noiosa e deprimente.
Ma potevo benissimo cavarmela da sola, non avevo bisogno di nessuno.
Presi il mio zainetto viola e uscii dalla stanza. Mentre percorrevo il corridoio sentivo i miei genitori urlare... il rumore di un piatto rompersi... altre urla... un pianto, di una voce troppo dolce per essere di mio padre...
Respirai profondamente e mi affrettai ad uscire di casa. E subito ero in strada, camminavo a passo veloce con le cuffie nelle orecchie. Nel mio lettore mp3 solo brani di musica classica. Secondo me quella era la musica migliore. Riusciva a comunicare senza dir parola. Era capace di farti provare emozioni incredibili...
C'erano studenti davanti a me, e dietro. Ne ero cir

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   4 commenti     di: Roxy xD



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