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<title>Ultime opere di   su PoesieRacconti.it</title>
<description>Le ultime opere di   pubblicate nel sito</description>
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<lastBuildDate>Sat, 29 Oct 2011 12:14:09 +0100</lastBuildDate>
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<item><title>poesia - Pensa</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Pensa.<br />Se si potesse fermare,<br />il tempo e la storia.<br />Analizzare<br />uomini ed emozioni,<br />idee e tentazioni,<br />delle nazioni nostre<br />i motti e le insurrezioni <br />della gente,<br />dormiente,<br />che vive e non crede <br />di poter cambiare.<br /><br />Pensa.<br />Di fermare il mondo.<br />Assumere la convinzione,<br />in un attimo, <br />di fermare le nazioni,<br />gli eserciti,<br />le bombe,<br />le uccisioni.<br />Con voglia e forza, <br />finalmente cambiare.<br /><br />Pensa come sarebbe bello <br />poter raccontare,<br />di torti e morti,<br />come di mostri<br />estinti,<br />estirpati.<br />Ma mai dimenticati.<br /><br />Ora pensa,<br />Senza pregiudizi, <br />condizioni, <br />paure.<br />Basta un attimo soltanto<br />per cambiare. <br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6934"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6934</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6934</guid><category>poesia</category><pubDate>dom, 08 apr 2007 23:43:18 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Uomini arcobaleno</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Sono tornato a casa<br />da un mondo ostile.<br />Sono rientrato assaporando<br />la calda sicurezza famigliare,<br />il tepore del focolaio domestico,<br />ma è diverso da come lo lasciai.<br /><br />Sono tornato a casa<br />da un mondo ostile,<br />ed ho trovato ancora odio.<br />La gente per le strade<br />a gridare pace<br />ma i suoi modi seminavano<br />guerra e insulti,<br />odio e divisione.<br /><br />Sono tornato a casa <br />da un mondo ostile.<br />Ho provato a parlare <br />agli uomini arcobaleno,<br />raccontando<br />di vite salvate negli ospedali da campo,<br />dei bambini che correvano felici<br />senza il pericolo delle mine,<br />della speranza negli occhi della gente.<br />Parlavo, ma loro non capivano,<br /> raccontavo d’amore e vita e loro sentivano<br /> bombe e morte<br />e mi maledivano per la mia uniforme<br />nascondendosi dietro i loro vessilli,<br />ghermito come uno scudo,<br />a tenere fuori di loro<br />il mondo che non era dei loro colori.<br /><br />Sono tornato a casa<br />in un mondo ostile.<br />Ed ho trovato nel mio riflesso<br />il nemico dell’uomo:<br />se stesso.<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6569"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6569</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6569</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 27 mar 2007 20:01:28 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Fratelli</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Ho visto la terra diventare polvere.<br />Ferro, fuoco.<br />Cannoni cantare le liriche del demonio,<br />uccelli grassi di nero metallo levarsi in un cielo rosso,<br />le sirene gridare di paura.<br /><br />Ho visto i miei compagni rannicchiarsi nel fango,<br />piangere e ridere,<br />urlare e cadere,<br />credere ed obbedire.<br /><br />Tutti immersi in quell’inferno,<br />soli e impauriti al pensiero della morte,<br />l’oscura ombra del nemico su di noi.<br /><br />Della trincea ho levato lo sguardo all’altra sponda del Piave<br />rossa e ribollente di fuochi e fumi.<br /><br />Lì ho visto il mio nemico ghignare feroce e beffardo.<br /><br />Ho pensato alla mia famiglia sotto il suo tallone,<br />sotto le sue bombe,<br />dentro i suoi campi.<br />E l’animo mio s’è destato, la paura svanita.<br />Ho guardato i miei compagni ed ho visto determinazione<br />rabbia,<br />voglia di non retrocedere.<br /><br />Il boato dei cannoni e scomparso al trillo forte della tromba.<br />Al luccicare della sciabola sguainata in mano al comandante.<br />I suoi occhi spiritati,<br />la sua pelle pallida fradicia di sudore misto a fango.<br />Uno di noi.<br />Fratelli nella guerra. Abbiamo urlato tutti ad unisono:<br />non un passo addietro!<br />A quel grido siamo scattati tutti.<br /><br />Come una marea grigia ha rotto gli argini,<br />travolgendo paura e dolore.<br />Il nemico e caduto,<br />L’amico e morto,<br />il camerata perso.<br />Sono rimasto qui, con il moschetto caldo<br />ancora stretto in mano,<br />ha guardare negli occhi il volto privo di vita del mio nemico<br />solo ora mi rendo conto che il mostro tanto odiato,<br />e come me,<br />uno di noi.<br />Un altro fratello nella guerra<br />Ho pianto per tutti noi.<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6544"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6544</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6544</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 27 mar 2007 07:25:45 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Luna</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Luna piena.<br />Astro fuggente<br />che segna l'inizio di una bella annata.<br />Lei che splende con raggi di perla<br />che sorge e s’alza<br />nobile, nel cielo notturno.<br />Gli occhi umidi seguono emozionati<br />il culmine dello zenit.<br />Lei, che m’inebria di luce benevola,<br />parla con soffi di vento,<br />accarezza le chiome degli alberi,<br />sospinge i banchi di candide nuvole,<br />risvegliando d’incanto la natura.<br />I mille animali della notte prendon coraggio e vengono fuori dai nidi<br />felici di vivere per Lei.<br />Io che rubo loro<br />la vita e il coraggio,<br />emergo dalle nere ombre della notte,<br />il petto peloso e gli artigli splendenti,<br />il lungo muso e gli occhi volti<br />a Lei,<br />che stregò mille e mille altri di me.<br />Spalanco le fauci rivolgendogli il mio ululato.<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6368"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6368</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-6368</guid><category>poesia</category><pubDate>mar, 20 mar 2007 18:11:47 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - LA BESTIA CHE GRIDO’ AMORE IN FONDO ALL’ANIMA</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>“lei è già stato innamorato, non è vero? Più di una volta, non è vero? <br />Si, si, ma non sa ancora cosa sia l’amore. Non lo sa, le dico. Una volta magari avrà pianto per tutta una notte? E dormito male per un mese intero? Magari avrà scritto delle poesie e una volta o l’altra avrà giocato un pochino con l’idea del suicidio? Si lo so com’é. Ma questo non è amore, sa. L’amore è un'altra cosa.”<br />Hermann Hesse; “sull’amore”, pagina 85<br /><br /><br />1<br /><br />Notte, piove. <br />Gocce pesanti battono forti sull’unica finestra dell’appartamento al quinto piano di un fatiscente palazzo. Sto appoggiato al vetro, oltre vedo tutto il golfo di Palermo, le luci delle navi ormeggiate oscillano con paurosi rollii sotto i colpi delle onde che sconvolgono il mare. Grandi, cinte da creste di spuma bianca che s’alzano con spettacolari spruzzi verso il cielo nero quando impattano sui moli deserti. In lontananza risplende la luce intermittente di un faro.<br />-    Non riesci a dormire?… guarda che domani dobbiamo lavorare, cerca di riposare.<br />La voce assonnata di Saverio si diffonde ovattata nell’ambiente saturo del rumore continuo della pioggia; rimane invisibile nel buio della stanza. Ritorno sul tavolino dove ho smontato il mio fucile, anche al buio ne riconosco ogni sua parte spigolosa, un odore particolare, semplici sfumature come la vita.<br />-    Lo sapevo, tornare dopo tanto tempo ha risvegliato qualche ricordo, vero? <br />-    Si.<br />Saverio ora è in piedi. Si avvicina al piccolo frigo che sta nell’angolo tra l’armadio e il muro, tira fuori una birra che svuota con lunghe sorsate, poi lo sguardo va oltre la vetrata. La zona nord della città è una lingua di terra circondata dal mare, fanno senso i palazzi del litorale illuminati come giganteschi alberi di natale in cemento armato, le strade immerse nel traffico. Una nostrana, squinternata, Las Vegas che incurante della tempesta sembra voler cercare uno svago ad ogni costo.<br />-    Anche la sera in cui siamo partiti c’era una tempesta, pioggia, vento e rimorso; non dirmi che ci pensi ancora?<br />Non gli rispondo. Lui fa finta di nulla e torna a sdraiarsi, ci mette un attimo per addormentarsi. Neppure il fragore dei tuoni sembra infastidirlo. Io invece non lo sopporto: come invidio la sua beatitudine! Questo posto risveglia in me troppi ricordi, un giuramento che tengo chiuso nel profondo del mio animo, nel suo angolo più oscuro, un debito non ancora risolto. Rimonto tutti i pezzi del fucile e lo ripongo in una borsa metallica rosso che sa tanto di inoffensiva cassetta degli attrezzi. M’infilo nel letto, chiudo gli occhi, ascolto il suono della pioggia, dei tuoni, del vento. Come un’antica ninna nana, mi addormento sperando di non sognare. <br /><br />Un autobus in movimento, due file di sedili, i compagni della 1° A. Sono nuovamente in questo luogo.<br />-    Lasciami in pace, non ti voglio!<br />Nelle orecchie rimbalza ancora quella voce, dura, carica di rancore; fa male sempre allo stesso modo. S’aggiungano poi gli sbeffeggiamenti dei compagni di classe, non sanno quanto le loro parole diano furore alla tempesta di emozioni che mi sta sconvolgendo. Il sunto ultimo di quel turbine emotivo è uno solo: odio. Non pensavo che un sentimento tanto diverso potesse essere forte e devastante quanto l’amore, né che avrei potuto odiare qualcuno con tanta forza, cosi determinato da poterne desiderarne la morte, ora, immediata, e provarne godimento. Bastava guardarla abbracciata con un altro, tre sedili più avanti a me. Si stringevano, baciavano, bocca nella bocca, lingua su lingua. Lei sorride divertita rivolta verso di me, come a prendendosi gioco del mio dolore. Dentro l’odio crebbe ancora, divenne una da supplicare a Dio, o il Diavolo, chiunque potesse esaudire il mio desiderio di morte.<br />-    Guardate Marco, che faccia!<br />-    Ti piacerebbe essere al posto di Giorgio, vero?<br />-    Invece stai qua a roderti mentre loro sì divertono…<br />Scostai tutti e tre con una spallata, uno di loro ruzzolò a terra nello stretto corridoio ricavato tra le due fila di sedili. Protestarono ma io già non ascoltavo più le loro voci, sentivo solo il fuoco dell’odio, “Devono morire tutti!”. Mi diressi verso la parte anteriore dell’autobus, percorrevamo sulla strada litoranea, il sole scendeva a picco sul mare calmo, con i suoi colori smorti. Sembrava una fantastica cartolina pubblicitaria, di quelle che si propinano ai novelli sposini in viaggio di nozze. Il volto di Mario, l’autista, non aveva poi tanto di così romantico, colorato da quei toni, appariva più simile ad un novello Caronte che guida la sua barca carica d’anime dannate. Nei sedili accanto la prof. Mania dorme stressata dal viaggio… buffo nome il suo, vero?<br />-    Che cosa succede Marco, guido troppo veloce?<br />-    No, mi piace la velocità.<br />-    Vedo che la dietro i tuoi compagni si stanno divertendo!<br />Tirò su lo sguardo allo specchietto laterale che inquadrava parte dei sedili posteriori. Giorgio e Silvia che si baciavano avvinghiati. Dietro ancora i tre i volti beffardi che mi prendevano in giro, sbeffeggiavano il mio dolore. Ridevano di me!<br />-    Marco dovresti stare anche tu la dietro a divertirti, non hai la ragazza?<br />-    No.<br />Bastò poco. Non avrei mai creduto che potesse essere così facile, bastava seguire la voce dell’odio e tutto avvenne, senza tanti tentennamenti. Diedi uno spintone al braccio destro di Mario, il volante fece quasi un giro prima di fermarsi. Mario mi fissò con occhi grandi e increduli, quasi cercasse di quantificare la realtà di quel gesto attraverso la mia immagine, uno sguardo che esprimeva stupore e paura, incredulità e disperazione… bellissimo! Ricordo che gli sorrisi prima dello schianto. <br /><br />2<br /><br />Il mattino.<br />Sally fissò preoccupata la rampa di scale che scendeva verso la strada: tre scalini larghi ma ancora coperti da un fine patina d’acqua piovana. Sospirò, con un preciso movimento delle braccia puntellò le stampelle in modo da far poggiare sul gradino prima la gamba destra e poi quella sinistra. Nel medesimo modo, bilanciando attentamente i sui movimenti, scese sul secondo gradino.<br />  ( Non sembrava così difficile... prima ), pensò mordicchiandosi il labbro inferiore. Barbara le stava accanto seguendo con apprensione ogni movimento. Avrebbe desiderato prenderla sotto braccio ed aiutarla a scendere con calma, ma le rimbalzava in testa il severo rimprovero che s’era presa la prima volata che aveva provato ad aiutare l’amica. Sally non voleva l’aiuto di nessuno, si aspettava di essere trattata esattamente come prima di subire l’incidente, non intendeva ridiscutere in futuro quella decisione. Anche il terzo gradino fu saltato in un attimo; Sally guardò raggiante l’amica.<br />-    Andiamo?-, chiese sorridendo Barbara nascondendo la sua apprensione.<br />-    Certo!<br />Lentamente iniziarono a percorrere Via Roma. Il fresco dei suoi portici e il viale alberato, che divideva i due sensi di circolazione, erano ancora più godibile in quell’Agosto caldo che stava soffocando Palermo. Nel cielo limpidissimo il sole risplendeva alto e forte, non rimaneva alcun segno della paurosa tempesta della sera prima tranne che per il profumo pungente di terra bagnata che il docile vento di scirocco spargeva per aria. Le strade del centro erano invase da passanti e biciclette, per la seconda domenica consecutiva il sindaco aveva ordinato il blocco della circolazione di tutte le autovetture per fare abbassare il livello dell’ozono nell’aria, la città così aveva guadagnato in vivibilità come mai prima. Le due amiche camminavano parlando e ridendo delle ultime storie della loro vita, degli amici, i pettegolezzi su questo o quel divo. Da uno dei portici un elegante uomo scese verso un BMW 320 nero, vi salì sopra e per qualche attimo gli sguardi s’incrociarono perplessi. Il cellulare dello sconosciuto squillò e gli sguardi si lasciarono, una la sgradevole sensazione di dejà-vu tubò Sally; la macchina era identica a quella che l’aveva investita. <br />-    Ieri avrei giurato che la pioggia sarebbe scesa per un mese intero è invece guarda che splendida giornata. Questa sera andiamo al mare?<br />-    Sally, ma fino a poco fa dicevi di non voler andare da nessuna parte.<br />-    Il mio umore è diventato variabile come il tempo. Scusami, ma spesso non riesco a capire cosa mi vada o no.<br />-    Credo che non deve essere facile per te riabituarti a vivere normalmente.<br />-    Sai a cosa non riesco veramente ad abituarmi? Alla gente, al suo volermi aiutare in qualsiasi cosa faccia. Voglio dire, prima sé ne fregavano tutti di cosa volevo o no, ora basta che provi a fare un passo che tutti corrono a chiedermi: “ti serve aiuto?”; “aspetta, lascia fare a me”. Sono per me diventate frasi di uso comune come “buon giorno” o “buona sera.<br />-    Almeno ti aiutano ad affrontare i problemi.<br />-    La loro è solo ipocrisia che non mi serve.<br />Barbara abbozzò un sorriso sentendosi a disagio. Sally aveva dentro una rabbia che sembrava distorcergli la realtà, temeva che questa sua testardaggine avrebbe potuto fargli molto male. Parlargliene però non era facile, rischiava di scatenare un nuovo litigio, forse era meglio non insistere e riportare il discorso sul mare e gli amici.<br />-    Credo che sta sera al mare saremo in tanti, oltre a Sandra e Luana, verranno pure Giacomo e tutta la sua banda. Vedrai che ci divertiremmo!<br />-    Bene…<br />-    Non sembri particolarmente contenta.<br />-    Il modo con cui mi guarda quella gente non mi piace. Mi fissano sempre le cicatrici sulle gambe mettendomi a disagio. Mi sembra quasi di essere un mostro! Anche Giacomo…<br />Sally si bloccò come se stesse per dire uno sproposito di cui s’era subito pentita.<br />-    Io credevo che vuoi due stesse insieme.<br />-    Ti sbagli!<br />-    Ricordo che veniva spesso a trovarti all’ospedale, e i suoi atteggiamenti sembravano ben più che quelli di un semplice amico. Vi frequentavate anche prima …<br />-    Come fai ad essere così ipocrita?! Vorrei che lui mi volesse bene, ma non accetterò mai la sua compassione mascherata d’amore!<br />Mentre urlava rivedeva mentalmente le immagini di quel giorno maledetto. Il loro litigio, lei che fuggiva, la macchina che compariva dal nulla investendola. Era sicura: Giacomo fingeva di amarla solo per maschere i suoi sensi di colpa. Lasciò cadere le stampelle a terra e portò le mani al volto, piangeva, barcollava, si lasciò cadere e Barbara la prese al volo con uno scatto prodigioso. Le lacrime gli solcavano le guance pallide. <br />-    Pensi che sia bello vivere così? Accudita da tutti perché sei una storpia. Avrei preferito che quella maledetta macchina mi avesse uccisa invece che lasciarmi in questo stato di totale inutilità. Mi sento così fragile e insicura!<br />Barbara recuperò un fazzoletto dalla borsetta a tracolla e asciugò delicatamente dal viso dell’amica quelle lacrime disperate. L’altra serrò ancora l’abbraccio, lasciandosi andare a sfogare una frustrazione che si teneva dentro da chissà quanto tempo.<br />-    Vuoi sapere cosa penso? Io credo che il suo sia un sentimento genuino, e non sarà certo la tua gamba o le stampelle a cancellarlo, né i sensi di colpa a confonderlo. Devi dargli fiducia, a te e a lui, avere il coraggio di credere nei sentimenti altrimenti, lo perderai e rimarrai davvero sola con le tue paure.<br />-    Non… non credo di sentirmi abbastanza forte…<br />-    Io credo che in questo caso sia più utile lasciarsi guidare dai sentimenti, parlargli con il cuore in mano. Vedrai, sarà più facile di quanto tu possa credere.<br />Quel confidarsi era basto a tranquillizzarla; Sally tornò a sorridere ringraziando l’amica per il prezioso aiuto. Recuperarono le stampelle e ripresero a camminare. Sentivo le loro voci affievolirsi man mano che s’avvicinavano alla piazza centrale, per poi confondersi con il chiassoso degli altri giovani che lì le aspettavano. Sotto i portici, immobile nel mondo d’ombra in cui sono immerso, cerco di capire le emozioni di quelle ragazze. Mi domando cosa sarei oggi se anche io, a suo tempo, avessi avuto un amico capace di aiutarmi nei momenti difficili. <br />-    Mark, che diavolo fai lì impalato?! Muoviti che è già tardi!<br />Saverio mi aspetta in macchina, si sbraccia dal portello aperto del suo adorato BMW. Ripone frettolosamente il cellulare in tasca e, chiuso lo sportello, accende il motore che romba potente.<br />-    Dai, sbrighiamoci che siamo in ritardo!<br />-    Saverio oggi c’è il blocco della circolazione. Non credi che qualche pattuglia potrebbe fermarci e scoprire qualcosa.<br />-    Tranquillo, vedi quel distintivo giallo sul parabrezza?<br />-    Si!<br />-    Bene quello è il nostro lasciapassare, possiamo andare dove vogliamo senza alcuna limitazione; ora però salta su che stiamo perdendo tempo.<br />Mi decido a salire sull’auto ponendo la cassetta degli attrezzi rossa sul sedile posteriore; un attimo dopo la macchina parte. Dopo qualche vicolo deserto ci troviamo immersi nel traffico, molto più caotico del solito.<br />-    Accidenti al maledetto blocco della circolazione… guarda che caos, come si fa a mantenere l’ordine in una città con tutto sto casino!<br />Saverio è teso. Avverte anche lui quella sensazione di pesantezza e ansia che da un po’ di tempo pare soffocare l’ambiente.<br />-    Sta per scoppiare una nuova guerra tra le famiglie; è noi ne saremmo la scintilla!<br />-    Già.<br />Lo dice forzando un tono scanzonato, quasi non gli importasse nulla di ciò che accadrà dopo. Il semaforo diventa rosso costringendoci a fermarci. Davanti a noi scorrono decine di persone, nei loro sguardi si riflette la routine quotidiana, guardandole provo ad immedesimarmi in loro, pensieri, sogni, aspirazioni. Riesco quasi a leggergli l’anima ma quello che ci trovo non è bello, sa di tristezza e solitudine, abbandono e rimpianto. L’altro sentimento predominate è il rammarico per qualcosa di perso, ma il più forte riamane l’odio e l’invidia. Qualche volta però mi capito di trovare qualcosa di buono, una luce nel buio, come in quelle due ragazze di poco fa, nel loro animo ho percepito speranza. <br />- Per uccidere un uomo la mente deve stare libera è concentrata!<br />Saverio si è accorto subito del mio stato di confusione, non posso proprio nascondergli nulla, forse anche lui riesce a leggere l’anima umana. Devo cancellare i dubbio, annullare la realtà. Quando il semaforo scatta sul verde, sono nuovamente io.<br /><br />3<br /><br />La sera.<br />Sopra il portone di noce nera finemente intarsiato, troneggia la gigantesca immagine di S. Giovanni Battista, patrono della chiesa dell’Annunziata Redenzione. La funzione delle 17 si è appena conclusa, i pochi fedeli attraversano il portone e con calma, scendono la bianca scalinata che porta alla piazza del santo. Per ultimo esce lui: Salvatore Manto, boss della famiglia Carmine.<br />Si avvolge con cura nell’elegante giaccone color amaranto, si sistema il capello e dà un’occhiata d’intesa alle quattro guardie del corpo che gli stanno attorno; O.K. si può andare. Scendono la gradinata senza fretta, con passi calcolati e l’aria guardinga, pronti a scattare per ogni evenienza. Le guardie gli stanno addosso, le loro giacche sono lisce e irrigidite dai giubbetti antiproiettile mentre le pistole sporgono vistosamente dalla cintola dei pantaloni ostentando una presuntuosa sicurezza. Attraverso il viale, un pesante Mercedes Kompressor avanza a velocità ridotta. L’auto fa un giro di ricognizione attorno alla piazza per fermarsi nel punto più vicino alle scale, mantenendo il motore acceso; l’uomo seduto accanto al guidatore scende ad aspettare il boss vicino al portello posteriore. La testa di Salvatore oscilla al centro del mirino, appare e scompare dietro le sagome dei gorilla, per quanto possono essere dei professionisti abituati a convivere con lo spettro della morte percepisco chiaramente nei loro occhi i segni della paura. Nessuno di loro, per quanto ben pagato, ora vorrebbe trovarsi lì a rischiare di prendere una palla in fronte, sanno bene che io sono nascosto da qualche parte nell’ombra, e colpirò quando meno se lo aspettano. <br />-    Riesci a sparargli?<br />Salvatore ha finito le scale, appena duecento metri lo separano dal Mercedes blindato; l’uomo accanto all’auto apre lo sportello guardandosi attorno. <br />-    I gorilla lo coprono bene, non riesco a centrarlo.<br />Saverio sta alla seconda finestra accanto alla mia. Guarda teso con il binocolo stretto nelle mani, suda copiosamente, le mie parole lo irrigidiscono ancora di più. Mi piace tenerlo sulle spine!<br />-    Mark, sai cosa ci fa la famiglia se non lo uccidiamo?<br />-    Si... ma sparare ora è troppo rischioso, potrei mancarlo.<br />Salvatore intanto attraversa lentamente la piazza, ora abbozza un timido sorriso convinto di avercela fatta, anche oggi.<br />-    Ho piena fiducia in te ma assicurami che puoi colpirlo!<br />La macchina è raggiunta. I gorilla si spostano per fare entrare il boss, Salvatore appare raggiante, quasi a dire: è bella la vita!<br />-    Mark?<br />-    Si!<br />Tiro il grilletto e nonostante il silenziatore, il “tunf” del colpo che esplode mi lacera le orecchie. Attraverso le lenti del mirino vedo la scena svolgersi in un battito di ciglia, precisa a come l’avevo calcolata. Il proiettile colpisce Manto sul destro della tempia, la testa gli esplode in una bolla liquida rossastra, brandelli d’ossa e cervello si spargono come un enorme gavettone, imbrattando le guardie immobili attorno a lui. <br />-    Madonna! ", Commenta sbigottito Saverio osservando gli effetti del proiettile esplosivo. - Dovevo immaginarlo che era il tuo solito giocare al gatto con il topo, avresti potuto farlo secco in qualsiasi momento, vero?<br />-    Si.<br />-    Miseria! Non riuscirò mai ad abituarmi a questa tua mania! Ora però smonta tutto e filiamocela da qui.<br />Saverio ora ride facendo svolazzare per aria il binocolo con ampi gesti delle mani. Recupero il bossolo del proiettile e smonto il fucile, riponendo entrambi nella cassetta degli attrezzi. Saverio intanto perlustra l’andito.<br />-    La via è libera, possiamo andare!<br />Chiudo la porta segnata N°10 badando di non lasciare impronte, da fuori risuonano l’eco delle sirene di polizia e ambulanze che sopraggiungono. Seguo la sagoma di Saverio attraverso l’andito, diretto verso l’uscita d’emergenza che dà sui vicoli nel retro del palazzo; la nostra via di fuga.<br /><br />4<br /><br />Altrove.<br />Dopo aver tanto camminato dentro un oscuro sentiero ricavato dall’intreccio d’intricati rovi aguzzi e verdi rampicanti contorti, ecco che l’improvvisa luce del sole quasi mi acceca; per qualche attimo sono costretto a proteggermi gli occhi con la mano. Appena la vista si abitua alle nuove condizioni luminose mi trovo ad ammirare, sbalordito, la valle che si stende dinanzi. I caldi colori dei prati fioriti e i fitti frutteti, pur dall’alto della collina su cui mi trovo mi sembra quasi di poterne sentire il profumo dei fiori. Il sentiero prosegue alla mia destra immergendosi nuovamente in quell’assurda gabbia che pare sprofondare nelle viscere della terra; per abbandonarlo questo è l’unico punto libero, non mi rimane che decidermi.<br />Scendere non è facile, le rocce che formano i margini della collina sono larghe ma invase dai rovi, colano giù dal sentiero come una cascata verde, le spine pungono dolorosamente strappandomi i vestiti, quasi vogliono persuadermi nel desistere. Con grande fatica raggiungo la valle, subito il profumo dei prati mi avvolge, soave proprio come m’sembra da lassù. Guardandomi attorno scopro d’esser penetrato in un enorme giardino, più in là scorgo che i frutteti sono carichi d’enormi frutti maturi dall’aria appetitosa. Mi avvicino voglioso di assaggiarne uno accorgendomi però di essere sceso in una particolare parte del giardino che dall’alto della rupe non avevo notato. Tutto attorno a me svettano decine di pietre verticali, alte all’incirca un metro e parzialmente ricoperti dalla vegetazione. Ci cammino in mezzo con la stesa angoscia con cui ricordo le mie visite al cimitero, quei monoliti bianchi sembrano proprio una distesa d’anonime lapidi. Avvicinandomi mi pare di scorgere delle immagini, ovali con visi sbiaditi dal tempo. Sfiorandone la superficie con le mani sento nei polpastrelli delle finissime incisioni, caratteri tanto contorti e consumati che sono ormai incomprensibili. Quelle lapidi sembrano siano state disposte da qualche pazzo becchino, divertitosi a sparpagliarle qua e là. L’agitazione cresce in me, così come in qualsiasi altro cimitero, abbandonarlo diventa una priorità che spinge le mie gambe a correre lontano.<br />Il frutteto che avevo visto prima è svanito come un miraggio, per ora basta allontanarmi da quelle pietre e dalle sgradevoli sensazioni che sprigionano, lascio che sia la bellezza del luogo a cancellare ogni mia perplessità. Ci sono molti corsi d’acqua, in uno di questi mi fermo ad ammirare dei cigni che sembrano rincorrersi, accanto ad un enorme scafo, inclinato su di un fianco. Lo guardo sbalordito, le sue assi nere sembrano testimoniare un’antichità ancestrale, ne rimango affascinato dall’assurda idea che può essere nientemeno che la mitica l’Arca di Noè; da dove mi venga poi questa sensazione non lo so. La sua sagoma contrasta in maniera stridente con i colori dei prati e l’azzurro di un cielo splendente come mai visto, le nuvole di un bianco che all’orizzonte sembrano fondersi con il chiarore del cielo, ed esso con i prati che si muovono lievi sotto le carezze del vento. L’erba sembra danzare con tale armonia da ricordare, nei movimenti, l’ondeggiare placido del mare… mi piaceva tantissimo il mare. Forse perché ci andavo con Silvia, credo che sia da allora che ho iniziato ad amarla. Abitava a non più di venti metri da me, sin da bambini eravamo affiatati ed ogni scusa era buona per stare insieme. Ricordo che le domeniche d’estate prendevamo l’autobus delle 8.30, passavamo al mare tutta la giornata. Giocare sulla spiaggia, tra le onde che c’investivano spumeggianti, lasciandoci rotolare sulla sabbia bagnata. Mi siedo in quell’ipotetico bagnasciuga e chiudendo gli occhi, nel buio della mente, rivivo quel momento in maniera tanto intensa da riuscire quasi a sentire il rumore del mare, il suo sciabordare sulla riva e l’odore forte della salsedine salire su nelle narici. La nostra promessa. <br />-    Staremmo sempre insieme?<br />-    Si.<br />Alle superiori quel rapporto così speciale mutò, lei cambiò in maniera imprevedibile… voleva che io la odiassi, perché? Le cose sono andate sempre peggio, non avrei mai immaginato d’arrivare a provocare l’incidente per spezzare quel terribile dolore. Ancora lo sento torcesi dentro, come una bestia in fondo all’anima affamata ma incapace di sfamarsi. Non voglio rimanere solo ma neppure riprovare le stesse terribili sensazioni.<br />Riapro gli occhi, attorno a me il mondo è nuovamente mutato. Sembra di stare in uno di quegli strambi film di fantascienza degli anni cinquanta sulle dimensioni parallele e altre balle simili, robe assurde, se non mi ci trovassi intrappolato dentro magari potrei anche riderci su. Pur riuscendoci però smetterei immediatamente per non disturbare una donna vestita di nero accanto ad un’alta quercia, a circa trecento metri da me. Riesco a distinguere sul suo viso il luccichio delle lacrime, piange. Alzandomi in piedi provo un senso di disagio, impaurito dalla stranezza di tutto ciò, perché dovrebbe essermi impossibile vedere le lacrime che gli bagnano il viso se lei mi da le spalle. In che razza di posto sono finito? Le paure svaniscono spazzate vie da una folata di vento che mi schiaffeggia il viso, scompigliandomi i capelli, penso solo alle lacrime sul suo viso e l’improvviso desiderio di raggiungerla diventa una necessità impellente, come se la sua presenza fosse in qualche modo determinate per stabilire il mio destino. Con quella convinzione inizio a camminare. Passo dopo passo le stranezze continuano, attorno a me il paesaggio sembra non cambiare mai, quasi mi ruotasse lentamente attorno, poi in un attimo la distanza è colmata, il cuore mi salta in gola trovandomi improvvisamente dinanzi a lei. La prima impressione è sconcertante: mi sembra di conoscere questa donna! Indossa uno strano vestito nero, lo stile ricorda gli abiti del periodo Vittoriano visti in vecchi disegni sui libri di storia, la sua sagoma si muove appena dinnanzi alla “lapide”. Movimenti leggeri, sufficienti a scorgere una piccole porzioni della pietra, compresa la nitida immagine al suo centro: il ritratto di una giovane ragazza dai capelli rossi.<br />-    Ciao!<br />La mia voce squilla inopportunamente festosa, sorprende entrambi. Lei si volta lentamente stupita di non essere più sola, il suo sguardo ha una forza che incute paura, mi da un brivido indescrivibile.<br />-    Ciao... cosa fai qui?<br />-    Non lo so, sono sceso da quella collina laggiù...<br />Mi volto per indicargliela, ma dietro di me c’è solo pianura a perdita d’occhio. Lei inclinò il capo e sorrise maliziosamente come se sapesse chissà cosa; un sorriso bellissimo.<br />-    Sei uno “nuovo”, non ricordo d’averti preso, sarà stato uno degli altri. In questo luogo è facile perdersi; posso guidarti io se non ti faccio troppa paura.<br />-    Non ho paura di te!<br />Quella risposta la stupì, come se avessi detto chissà cosa.<br />-    Dovresti… non sai chi sono?<br />-    Una bellissima ragazza!<br />Sorpresi entrambi per la seconda volta. Non capivo come mi fosse sfuggita quella frase cosi esplicitamente spontanea, tutto mi sembrava così maledettamente semplice, come se la conoscessi da sempre.<br />-    Scusami, non volevo essere invadente, è questo posto che mi mette a disagio.<br />-    Questione di gusti.<br />Lei si avvicinò tenendo lo sguardo basso a fissare ancora la pietra, la sua piccola immagine. Quando si voltò verso di me il suo sguardo era tornato gelido e distante, direi quasi diffidente.<br />-    In ogni caso nessuno, a parte “noi”, può restare in questo luogo, dovrò riportarti indietro.<br />-    Devi proprio?<br />-    Si.<br />Con la mano mi fece un cenno per seguirla. Camminavamo uno al fianco dell’altro, in silenzio. Diceva di volermi riportare indietro ma in realtà stavamo andando verso un altra parte.<br />-    Vivi sola qui?<br />-    La solitudine è l’ultimo dei miei problemi.<br />-    Ecco… io non riesco a decidermi sul cosa sia peggio: la solitudine o soffrire per colpa degli altri.<br />-    Temo che il tuo tormento sia inutile. Nonostante ti ostini a sforzarti non potrai mai capire pienamente l’altro, seppur involontariamente prima o poi lo ferirai e alla fine sarà la solitudine l’unico loro dolore. Tanto vale abituarsi a questo stato.<br />-    Quindi pensi che anche io possa ferirti?<br />-    Certo! Ho molta più esperienza di te. Apparire agli occhi degli altri come una persona sensibile e gentile è quanto di più facile ci sai nella vita, invece vivere credendo veramente in quello che si fa non è roba da tutti. Tu non puoi certo essere diverso dagli altri.<br />Pronunciò quella frase con un’espressione dura e spietata. In quel momento pensai che il suo ragionamento non era sbagliato, se io non mi fossi esposto con Silvia non avrei sofferto, facile come teoria, anche se dentro di me sentivo che ciò era sbagliato.<br />-    Scusami, vorrei capirti. In fondo tutti noi cerchiamo qualcuno in cui credere, che ci dia forza e aiuto a colmare la solitudine. Se questo è solo un bisogno fisico che senso bisogna dare alla vita.<br />-    Nessuno. Dimmi la verità: sei riuscito a trovare una persona speciale che non ti faccia sentire solo?<br />Il suo viso si colorò di un interesse vivo, mi guarda come se si aspettasse da me chissà quale risposta.<br />-    Si… ma poi ci siamo persi.<br />-    Ti ha fatto soffrire?<br />-    Tantissimo…<br />-    Nella vita non esistono regole, ognuno può fare come vuole senza rispetto per l’altro. Ora che sei rimasto solo immagino che cercherai un’altra compagna, ma come credi che andrà a finire? Soffrirai ancora provando e riprovando, finché non ti stancherai di soffrire e allora ti accontenterai di chiunque altro pur di non trascorrere il resto della vita solo. Chiameresti quella misera convivenza amore? No, è solo un palliativo per illudersi di non aver paura della morte.<br />Quelle parole mi colpirono con una forza dirompente mandando per aria tutte le mie residue illusioni.<br />- Capisci ora che razza di bugia sia l’amore, un inganno inventato dagli uomini per sentirsi meglio. L’anima che un essere umano ama di più è sempre se stesso. Un sano, pratico egoismo.<br />Non aggiunse altro né io ribadii alcun concetto. Benché il nostro dolore apparisse così simile da far sembrare il nostro incontro tutto tranne una casualità, continuai per la mia strada, deciso in quella nuova convinzione. Ritornai nel buio da cui ero venuto.<br /><br />5<br /><br />I vicoli.<br />Le braccia incrociate sul petto, il corpo lievemente inclinato su di un lato, il fianco destro appoggiato al muro, lo sguardo serio fisso su di me, come se il mondo attorno a noi non esistesse più.<br />-    Era tutto un sogno?<br />La voce di Saverio e carica d’emozione. Aveva ascoltato il mio racconto in silenzio, parola dopo parola, quasi l’avesse vissuto in prima persona.<br />-    Credo di si, è l’unica cosa che ricordo di quegli anni passati in coma; allora avevo quattordici anni.<br />Non capisco questo bisogno di raccontargli quella vecchia storia di Silvia e dell’incidente in autobus, lui è un signor nessuno come qualsiasi altro.<br />-    Poi cosa successe?<br />-    Morì.<br />Lo stupore colora il suo viso di una tonalità indefinibile, mi guarda come avesse dinanzi un miracolato.<br />-    Al terzo anno di coma i dottori notarono una lieve ripresa, ma insufficiente per permettermi di risvegliarmi. Dopo aver ottenuto il consenso dei miei genitori decisero di effettuare una difficile operazione. Purtroppo durante l’intervento si verificò una complicazione, per quasi un minuto il mio cuore si fermò. Alla fine superai la crisi, ma per i dottori si trattò di un vero e proprio miracolo.<br />-    Incredibile…<br />-    I compagni della 1° A morirono per mano mia, nessuno l’ha mai scoperto e io tutt’oggi non mi sento in colpa per ciò… l’unico rammarico è di non essere morto assieme a loro. Dato che la morte non mi volle decisi che sarei stato un suo emissario, disprezzando i deboli e i sentimenti, ignorando ciò che gli altri chiamavano amore come una verità assoluta.<br />-    Da allora non ti sei più innamorato?<br />-    No.<br />Saverio inclina all’indietro il capo, poggiandolo al muro, fissando la luce che pioveva dal cielo tra i palazzi.<br />-    Io rinunciai all’amore a diciassette anni, ma non ci fu nulla di mistico in quella scelta. La mia famiglia fa questo mestiere da generazioni, le sparatorie da noi sono la regola, così spesso ci scappa il morto. Non potevo accettare l’idea che la sua vita poteva essere determinata dalle mie scelte, così decisi che era meglio per entrambi rinunciare. Ancor oggi, ripensandoci, la sento come la scelta più difficile di tutta la mia vita.<br />Ora mi guarda dritto negli occhi, quasi cercasse conferme nella mia faccia delle sue paure.<br />-    Dimmi la verità: sei diventato un killer perché non temi il nulla dell’animo?<br />-    Si.<br />-    T’invidio. Io non ho mai avuto la possibilità di scegliere, la morte mi spaventa. Vorrei illudermi che prima o poi possa avere un’occasione di riscatto e vivere come uno qualsiasi. Sarebbe bello avere una seconda possibilità, no?<br />-    Forse.<br />Il telefonino di Saverio squilla, spezzando quella strana atmosfera d’intimità che si era creata attorno a noi. Apre la linea e parla al cellulare, la sua voce s’incrina incupendosi progressivamente. Lo osservo mentre un altro ricordo sale dal profondo dell’anima, chiudo gli occhi e le immagini mi scorrono dinanzi come la pellicola di un film.<br /><br />6<br /><br />Fermata dell’autobus n°31.<br />Il grande vaso di marmo grigio, stonava per eleganza e bellezza, rispetto alla rachitica pianticella che qualcuno vi aveva interrato dentro, incurante forse dell’indicibile confronto. Sul suo bordo, ornato da una fascia argentata, siede la minuta figura di una ragazza. Lo sguardo è rivolto verso il basso, perso in un attimo di disperazione, i capelli neri mossi, ondulati anch’essi verso il basso. Tra i ciuffi, il brillare improvviso delle lacrime che gli scorrono veloci sulle guance pallide; il suo viso si alza, fissandomi carico d’incredulità.<br />-    Perché mi respingi, non capisci che ti amo!<br />Resto immobile, dinanzi alla porta aperta dell’autobus, incapace di capire cosa mi trattenesse ancora lì ad ascoltare la sua dichiarazione d’amore.<br />-    Lasciami in pace!<br />Stroncai così quella discussione. Senza aggiungere altro salì sull’autobus, dietro di me i portelli pneumatici si chiusero con un sibilo ma sentivo ancora il suo sguardo gravarmi sopra, forse sperava in un mio ripensamento. Mi voltai e gli risi in faccia, volevo spezzargli definitivamente il cuore, volevo che mi odiasse, che capisse quale bugia è l’amore. Invece i suoi occhi, le sue lacrime, la sua espressione, mi colpirono alzando il dubbio in me. Tutti a scuola mi conoscevano come il più schivo, un solitario incapace di stringere una qualsiasi forma di relazione sociale con chiunque, eppure quella ragazza aveva scelto me, l’ultimo di quel liceo. Era davvero molto bella, anche così scompigliata in quella momentanea oscura disperazione, avrebbe potuto scegliere chiunque altro e riuscire a conquistarlo facilmente, invece lei preferiva me. Preferiva me. Forse era sincera ed io uno stupido testardo, magari il suo amore avrebbe riscattato la mia felicità, in fondo mi chiedeva soltanto di crederci e dargli una possibilità. Non dovevo fare chissà che cosa, bastava scendere dal bus e correre ad abbracciarla, lei non mi avrebbe respinto. Con un sorriso si sarebbe stretta a me e io sarei stato felice. Happy End. <br />Mi sono ritrovato in piedi, con la mano stretta sul comando d’apertura d’emergenza della porta posteriore, pronto e determinato a tirarla. Guardai il mio riflesso sullo specchio della porta, avevo stampato in faccia un sorriso da ebete come mai avevo visto. Ripensai a come avrei potuto perderla in qualsiasi momento, soffrire ancora, e ciò mi terrorizzò. La paura d’amare cancellò ogni voglia di provare a dirgli “Mi piaci”, divennero parole da non pronunciare mai più. L’autobus partì, allontanandomi da lei. Dal sedile posteriore in cui ricadi la vidi affondare la faccia nelle mani protese per sorreggerne la testa, e scoppiare in lacrime, da non so dove sbucò un’altra ragazza che l’abbracciò cercando di consolarla. Stupida! I sentimenti sono inutili, ti danno solo dolore e sofferenza, non ha senso vivere così, questa lezione t’insegnerà ha non commettere più questi errori. Le lacrime m’invasero gli occhi ugualmente, socchiudendoli appoggiai il capo al gelido vetro, dentro di me sentì il suo dolore diventare il mio e imprecai perché nonostante tutto era ricaduto nel medesimo errore. Decisi che avrei dimenticato tutto, cancellato come se non avessi mai provato niente. L’amore; che sentimento inutile.<br /><br />7<br /><br />I vicoli.<br />Riapro gli occhi lentamente. Il ricordo di Monica è già sparito, non voglio raccontare a Saverio anche questo, non voglio dirgli che io la mia seconda possibilità ho preferito bruciarla.<br />-    Bene, bene, bene. Finalmente vi abbiamo trovati.<br />-    Che diavolo succede? Sono più di venti minuti che stiamo qui fermi ad aspettarvi, Don Mancuso non è contento per questo ritardo!<br />-    Si calmerà, vedrai…<br />I tre tipi hanno l’aria molto pericolosa, trasmettono uno sgradevole senso di morte che anche Saverio pare percepire, forse perché sono emissari della famiglia Manto, avrà paura di un loro ripensamento e neppure io sono tranquillo. Lo spilungone poi mi guarda ghignate come di chi ne sa una più del diavolo.<br />-    I patti erano chiari, noi facevamo fuori il vostro capo così ora la frangia dei Giamazzi potrà prendere il sopravento e unirsi alla nostra nella guerra contro le altre famiglie.<br />-    Certo Saverio, tutti sanno che i Belli e i Gautieri volevano Manto morto da parecchio ma per sancire l’alleanza le famiglie chiesero a Don Mancuso un atto di, come possiamo chiamarlo… fiducia!<br />Saverio capisce subito come stanno andando le cose, riesce a camuffare bene la sua apprensione con quella faccia da spaccone che si ritrova, ma quando i due tizzi dietro lo spilungone tirano fuori le loro pistole…<br />-    Siamo stati venduti?<br />-    Un patto di sangue richiede sempre un poco del medesimo. Il vostro poi è il migliore… certo non mi aspettavo che Don Mancuso accettasse cosi facilmente alla richiesta, evidentemente vuoi due non siete insostituibili. Avanti tu, scendi da quel cassonetto e getta le armi qui, ai miei piedi!<br />Lo spilungone ghigna trionfante, aspetta un minimo pretesto per impallinarci a dovere. Scendo dal cassone con cautela, mi avvicino lentamente al gruppo, Saverio sta alla mia destra, non serve neppure guardarci per intenderci. Lo spilungone al centro e gli altri due sui lai, il primo ghigna meglio di Joker e gli altri si guardano annoiati attorno in cerca d’eventuali curiosi; perfetto!<br />Basta un attimo e scattiamo all’unisono estraendo le pistole, sappiamo che non c’è scampo ma che anche nella morte ci vuole onore, almeno c’è né porteremmo dietro il più possibile. Ora tutto sembra svolgersi al rallentatore, come le scene di un film dagli innumerevoli ciak ripetuti. Gli uomini con le pistole alzano le armi e iniziano a sparare, considerando il vantaggio che avevano su di noi hanno una mira ridicola, non riuscirebbero a colpire un furgone neanche standogli di fronte. Saverio becca l’uomo a destra, tre proiettili tutti sparsi dal collo al volto. Il Mio lo prendo sul petto, sorpreso di tanta rapidità… ma Joker dove è finito?<br />-    Dietro il cassone dei rifiuti, sulla destra! Sulla destra!<br />Urla Saverio mentre spara. Mi volto cercando di dargli un minimo di copertura, vedo Joker sbucare da dietro il cassone, ride ancora, stringe tra le mani un lungo oggetto scuro, lo alza contro di noi e fa partire una raffica accecante… ha un fucile mitragliatore! La prima falciata disegna un arco di fuoco bianco per aria, la seconda e ben più letale, avverto i proiettili caldi mentre mi colpiscono sul fianco sinistro, non posso fare ameno di cadere a terra. La terza raffica me l’aspettavo in pieno volto, il classico colpo finale, invece parte verso tutt’altra direzione, il suo bersaglio ora è Saverio. Alzo la Beretta e sparo tutti i proiettili rimasti nel caricatore contro Joker. Ora silenzio.<br /><br />8<br /><br />I vicoli, dieci anni prima.<br />La faccia di Saverio ha sempre un’espressione imbronciata quando pesta qualcuno, come se gli dispiacesse menare la gente. Almeno così mi sembrò la prima volta che lo vidi a “lavoro”, mentre scaricava violentissimi calci al corpo riverso ai suoi piedi.  <br />-    Non lo farò più, dillo a Don Mancuso: restituirò tutto lo giuro!<br />Il ragazzo a terra vomitava sangue mentre supplicava pietà, strisciando tra le immondizie, non mi faceva compassione né pena benché fosse la prima volta che assisteva ad un simile spettacolo. Ricordo l’adrenalina che saliva a mille mentre Saverio mi guardava dicendomi: finiscilo tu! Mi diede una pistola e osservo il mio comportamento, era bella la sensazione che dava il freddo metallo stretto in mano, il dondolio del mirino che oscillava, alzandosi, verso la testa di Mariano riverso a terra.<br />-    Ti prego, non uccidermi!<br />Non ebbi esitazioni, il colpo fu simile ad una cannonata, da quella distanza ravvicinata la testa di Mariano esplose come un cocomero cascato da un carrettino. La mia prima volta, sette anni fa in questi stessi vicoli, fu allora che capì come avrei vissuto il resto della mia vita.<br /><br />9<br /><br />Ancora vivo.<br />Respiro faticosamente con il lezzo delle immondizie che sale su per il naso. Stringo i denti per il dolore portando le mani sul fianco sinistro nel tentativo di arginare quel fuoco che vi divampa. Mi giro, guardo il sangue caldo che cola copioso macchiandomi mani e vestiti, scioccamente cerco di tamponarlo con un fazzoletto raggomitolato. Alzandomi le gambe tremano maledettamente come fossi ubriaco, respiro piano cercando di recuperare lucidità ma non ne ho il tempo, con un filo di voce Saverio mi chiama.<br />-    Mark…<br />Dolorosamente mi avvicino al suo corpo steso a terra. Pochi metri oltre ecco Joker, anche da morto continua bellamente a ghignare con il mitragliatore fumante stretta ancora in pugno. Saverio è immerso in una piccola pozzanghera di sangue che si allarga velocemente sotto di lui. <br />-    Ti ha colpito?<br />-    Si, sul fianco.<br />-    Cose che capitano nel nostro mestiere.<br />Sorride, il viso stranamente felice, ma forse sono io che mi sento strano a guardarlo in quella posizione.<br />-    Mark, per me sei sempre stato più di un amico. Sin dal primo giorno che Don Mancuso ti affidò a me… ormai sono stanco di questa vita, stanco di uccidere e rischiare, meglio morire, devi fuggire prima che arrivino gli altri. Ti ricordi dove è la macchina?<br />-    Si.<br />-    Sotto il sedile del guidatore troverai la mia agenda, dentro c’è un indirizzo, Laura Sogliano, ti aiuterà a nasconderti e a curarti. Ora vai!<br />Lasciarlo così mi fa ancora più male della ferita, è una sensazione straziante, desidero solo allontanarmi, correre via urlando perché non capisco cosa stia succedendo al mio mondo.<br /><br />10<br /><br />Mia madre.<br />All’ultimo anno delle superiori la mamma fu convocata a conferire con il mio insegnante di filosofia, un tale di nome Ovidio Summa. Il prof gli parlò della mia incapacità di comunicare con gli altri compagni, gli raccontò anche di cosa era accaduto il giorno prima alla fermata del bus con Monica. Solo dopo scoprì come poteva sapere del fatto: lui era il padre. Al rientro da quel colloquio fui costretto anche io ad affrontarne uno che non mi piacque. Stavamo nella sala da pranzo, la luce filtrava sbilenca dalla finestra che dava sul giardino affollato di piante di nespola. Lei stava seduta, il suo sguardo andava dalla tovaglia rossa alla mia figura immobile, in piedi davanti al televisore spento. Lei non si era neppure cambiata dopo essere rientrata a casa.<br />-    Sei gay?<br />Mi sorprese, ma lo stupore sparì in una sonora risata.<br />-    Ti preoccupi di questo, di cosa possa pensare la gente; sei ridicola!<br />-    Rispondimi!<br />Sbatté con violenza la mano sul tavolo. Il suo viso era cupo, livido dalla rabbia e dalla vergogna di chi sa d’essere stata catturata in fallo.<br />-    No, se questo ti fa sentire meglio.<br />-    Spiegami allora perché ti sei comportato così male con quella ragazza!<br />-    Non m’interessava.<br />Lei appariva già stanca di quel discorso che sembrava non portare da nessuna parte. Fece ruotare la testa e lo sguardo verso l’orologio a parete; presto sarebbe dovuta rientrare al suo posto di donna delle pulizie presso il palazzo di giustizia.    <br />-    Non pensi che un giorno ti pentirai d’aver rinunciato ai tuoi sentimenti?<br />-    No.<br />Fece un sospiro, poi rise, una smorfia amara.<br />-    Ancora la maledizione di quell’incidente, è passato tanto tempo ma non sei riuscito a vincerlo. Marco io ti voglio aiutare a non commettere errori di cui un giorno potresti pentirti.<br />-    Che bel gesto! Mi domando però come pretendi di aiutarmi quando nella vita ai fatto tanti di quegli errori che ancora ti porti dietro il rimorso. Come il matrimonio con papà!<br />Rimase di sasso, ammutolita, immobile come una statua di cera.<br />-    Sei riuscita ad ucciderlo con la tua freddezza… costretto a cercare l’amore che gli negavi in altre donne, finché la sua sincerità verso di te gli è stata fatale. Lui ti amava; è questo genere d’errore che vuoi impedirmi di compiere?<br />-    Basta! Finiscila!<br />-    Ma certo! Vuoi insegnarmi tutti i trucchi del mestiere, come ingannare e raggirare perché alla fine i sentimenti possono essere utilissimi anche per campare alle spalle degli altri.<br />-    BASTAAAA!!!<br />Quell’urlo fu il segno della mia vittoria, rappresentavano la fine di un rapporto che ormai nessuno di noi riusciva più a sopportare. Specialmente io. <br />-    Infangare la memoria di tuo padre con simili menzogne non ti rende certo migliore di lui.<br />-    Dicono che gli errori dei genitori ricadono sui figli.<br />-    Noi allora in cosa abbiamo sbagliato?<br />-    Forse nel mettermi al mondo.<br />-    Forse.<br />Lei si alzò dal tavolo tenendo lo sguardo basso in un volto devastato dal rimorso e dal disgusto, quando tornò a guardarmi negli occhi brillava una nuova luce.<br />-    Domattina, quando torno, non voglio più vedere la tua brutta faccia, vattene fuori di casa mia!<br />Non aggiunse altro, uscì convinta di avermi messo in difficoltà, convinta che così avrei abbassato la testa, alla stessa maniera di mio padre, ma ancora si sbagliava. Lasciai quella casa con un motto di pura gioia, finalmente libero, a sentirsi sconfitta questa volta fu lei. <br /><br />11<br /><br />Ancora vivo<br />La luce del sole filtra sbilenca tra i caseggiati, sembra anch’essa sporca e oleosa, o forse é l’affanno per la corsa che mi fa apparire tutto più brutto. Guardo verso i mie piedi immersi in ogni sorta d’immondizia, li fisso mentre ascolto il rantolo del mio respiro. Nel fianco sinistro un fuoco mi divora le carni concedendomi fitte di dolore sempre più forti. Avvolgendo la giacca attorno alla ferita ho tentato di praticarmi una fasciatura di fortuna ma il sangue continua a scendere inzuppandomi i vestiti, così come le mani. Le guardo tremare scosse dalla paura mentre sto appoggiato ad un lercio bidone dei rifiuti. Dai vicoli dietro di me il rumore di spari, due colpi secchi, sicuramente il resto degli uomini di Joker hanno trovato il povero Saverio, concedendogli finalmente il colpo di grazia. Non gli sarà difficile trovarmi, gli basterà seguire la scia di sangue che mi sto lasciando dietro e la partita sarà chiusa. Faticosamente mi tiro su, da qualche parte ci deve esser il passaggio per i parcheggi ma questi vicoli mi sembrano tutti uguali. Imbocco una viuzza alla mia destra scegliendola a caso, fortunatamente si rivela giusta, vengo fuori da quel maledetto labirinto e dinnanzi mi si stende l’enorme parcheggio dove Saverio ha lasciato la macchina. Barcollo, muovendomi tra le macchine, su di una mi appoggiato per non cascare a terra lasciandoci una bellissima impronta della mia mano destra imbrattata di sangue. Cerco di orientarmi ma nella penombra del crepuscolo le macchine sembrano tutte uguali, occorrono parecchi minuti per trovare il BMW di Saverio.<br />-    Le chiavi? Le aveva Saverio…<br />Colto dal furore sferro una violentissima gomitata sul finestrino del lato guida mandandolo in frantumi, l’allarme comincia ad urlare doloroso. Saverio tiene una chiave di riserva, gli avrò detto almeno cento volte che nel portaoggetti non serviva a nulla; se perdeva l’originale poi come l’apriva la macchina?  Fortunatamente non ha mai voluto darmi retta. La infilo girandola con forza, il motore s’avvia con un rombo quasi volesse esplodermi sotto il cofano. Innesto la prima e le ruote girano a mille stridulando sull’asfalto, emanano fumo acre di plastica bruciata che invade l’abitacolo. Cerco di guidare con calma, il traffico scarso mi permette di evitare troppi giri, ogni movimento mi provoca fitte ancora più forti. Due semafori dopo riesco ad imboccare la strada costiera.<br /><br />12<br /><br />Via Zara, 16.<br />Il campanello all’ingresso suonò con uno squillo acuto e forte che si propagò per tutta la casa. Sally fissò la porta perplessa di trovarsi già lì, probabilmente aveva sceso le scale fantasticando sull’incontro con il suo bel Giacomo, ormai era un chiodo fisso. Sorrise compiacendosi di come alla fine era riuscita a seguire il consiglio di Barbara. La sua amica aveva ragione su tutto, era stata così stupida nel ostinarsi a non credere nella bontà dei suoi sentimenti. L’odio che provava per il mondo che era cambiato l’aveva spinta ad isolarsi, convincendola che gli altri la guardassero con disprezzo. Ciò era vero ma non per la sua menomazione fisica bensì per l’atteggiamento ostile che teneva, presa finalmente coscienza di ciò gli fu facile ritrovare se stessa, riguadagnarsi la fiducia degli amici e l’amore di Giacomo. Il campanello suonò ancora.<br />-    Si, arrivo!<br />Camminando veloce verso la porta, incrocio distrattamente lo sguardo del suo riflesso sullo specchio a parete accanto all’ingresso; si bloccò colpita dal fatto che in questo non portava più le stampelle. Tornò allo specchio al quanto perplessa, l’immagine non mutò; solo allora s’accorse che non stava più usando le stampelle per camminare. Lo shock fu forte, fissava incredula quel riflesso assurdo, che lo divenne ancora di più quando apparve, dietro di se, il riflesso di una figura femminile vestita di nero. Si voltò di scatto ancor più spaventata.<br />-    Lei chi è?<br />-    Mi spiace, Sally, sono venuta a prenderti.<br />-    Cosa?! Io non capisco...<br />Fissava la sconosciuta e si chiedeva cosa fare. Pensava a mille cose, dietro la porta c’era Giacomo, poteva urlare o tentare di uscire ma... poi vide cosa c’era per terra, disteso dietro la donna in nero. Alla base della scala il suo corpo inerme stava sdraiato scompostamente sul pavimento, le stampelle lontane, lo sguardo sbarrato che fissava inespressivo il soffitto. Il respiro assente.<br />-    Sono morta?<br />-    Si. Scendendo dalle scale sei caduta. Tua madre è nel giardino, rientrerà tra un minuto trovandoti lì. Credo sia meglio che tu venga con me ora, così potrai risparmierai almeno quest’altro dolore.<br /> Il campanello suonò per la quarta volta.<br />-    No… non voglio! Ti prego lasciami stare, io l’amo... voglio stare con lui, non puoi dirmi che devo lasciarlo proprio ora che mi sento felice!<br />-    Io non posso fare nulla. Mi dispiace piccola, non vorrei separavi ma devo.<br />-    No, non è giusto.<br />Lo sguardo di Sally si fece cupo, andava irrequieto dalla donna alla porta. Lacrime argentate solcarono il suo viso pallido di bambina indifesa ormai rassegnata. Dietro la porta Giacomo si faceva insistente.<br />-    Sally perché non apri? Ho sentito un colpo.<br />Dal giardino vicino giunsero altri rumori. La mamma annaffiava le rose, incuriosita da tutto quel trambusto, stava per rientrare, vedeva già la sua sagoma in controluce nella porta vetrata che dava sul retro. Per un attimo provò ad immaginare la sua reazione, quella di Giacomo o di Barbara e non riuscì a sostenere quel pensiero.<br />-    Ti prego portami via.<br />Prese la mano della donna in nero e svanì.<br /><br />13<br /><br />Al tramonto.<br />La macchina fila veloce nella strada deserta passando dalla luce di un lampione al buio che lo separa dall’altro, una monotonia rotta solo dal rombo del motore. La ferita al fianco continua a dare dolori fortissimi, il tampone che gli premo contro é ormai inutile, il sangue scendere caldo e appiccicoso anche se meno copioso di prima. Sorrido, ho perso troppo sangue e sento il corpo farsi debole, la testa stordita continua a propormi le parole di Saverio e vecchi ricordi. Ora non so dire chi avesse ragione: io o mia madre? Con tutti gli errori che commettiamo in vita sarà normale ripensare alle scelte fatte in punto di morte? Dovrò chiedere perdono a Dio? Forse è colpa del destino, quell’eterno burlone che gioca con le nostre vite. Ora mi ritrovo su questa strada, non è un caso che sia la stessa che quattordici anni fa segnò la vita dei miei compagni e la mia. Azzardando un confronto m’è difficile dire chi tra tutti noi sia stato più fortunato, forse loro. Ormai sono troppo confuso, non riesco più a distinguere cosa sia la realtà e quale il ricordo, la paura, il sogno. La strada mi si stende dinanzi ma non la vedo quasi più; c’è una curva là davanti?<br />Il BMW perde stabilità pochi metri prima della curva. Sbanda a desta, poi a sinistra, andando a sbattere contro le protezioni che lo separano dalla carreggiata opposta. L’urto violentissimo disintegrano il muso dell’auto, frammenti di carrozzeria e parti del radiatore vanno per aria, cristalli di vetro si spargono ovunque. L’automobile compie due piroette su se stessa prima di fermarsi. Pochi istanti ed un’esplosione trasforma il rottame in una palla di fuoco che si alza maestosa nel cielo. Le fiamme, gialle, alte, danzano sulla strada illuminando il litorale.<br /><br />14<br /><br />Altrove.<br />Piangeva. Ancora lacrime, scivolano calde sulle mani che coprono il viso, copiose come il dolore che nel cuore la fa sentire male, rimpiangendo di aver accettato quel patto scellerato con Lui.<br />-    Capisco il tuo dolore.<br />Alzò il viso riconoscendo quella voce. Si voltò e vide un uomo vestito di un aderente abito nero vicino a se, appoggiato alla grande quercia. Avvertì dentro come un fuoco che trasformò in un attimo il dolore in rabbia.<br />-    Sei venuto a godere della mia sofferenza!<br />-    Io ho voluto solo darti una seconda possibilità.<br />-    Per farmi cadere addosso tutto l’odio degli uomini?<br />Ormai era l’ira a guidare i movimenti della donna, l'aspetto mutò assumendo le sembianze di un grande scheletro avvolto in una mantella sfilacciata, armata di una lunga falce che brandì contro il suo interlocutore. La falce squarciò l’aria con un sibilo, diretta sul volto dell’uomo, fermandosi incredibilmente a pochi centimetri da lui che rimase impassibile; solo gli occhi esprimevano un profondo dolore.<br />-    Non ho mai detto che sarebbe stato facile essere la Morte.<br />Lo scheletro s’accorse solo ora della gravità del gesto che stava compiendo e istintivamente lascio la presa della falce che cadde pesantemente sull’erba.<br />-    Perdonami...<br />-    No, sono io che dovrei chiedere perdono, a tutti vuoi.<br />La riacquistata lucidità la fece lentamente ritornare nella sua forma originale, sconvolta dal dolore si accovacciandosi tremante ai piedi dell’uomo.<br />-    Basta, non c’è la faccio più! Quello che ho provato quando sono andata a prendere quella ragazza mi ha sconvolto. Sono stanca di prendere quelle povere anime e sentirmi responsabile del loro dolore. Ti prego: spezza il patto!<br />-    Non posso.<br />-    Sì che puoi!<br />-    Così facendo la tua anima si perderà vanificando i tuoi sacrifici.<br />Quell’uomo misterioso sembrava credere veramente in ciò che diceva, una sicurezza che la metteva a disagio, ma al tempo stesso la rendeva ancora più curiosa verso di lui. <br />-    Da quando sono arrivata in questo posto mi sono sforzata di capirti, e stato l’unico motivo per accettare il tuo patto. <br />-    Vorresti capirmi?<br />-    Si, parlami della tua storia… chi sei realmente.<br />-    Quando giunsi al mondo io non conoscevo il Potere, ciò che vuoi umani chiamate amore. Alla mia specie era negata questa forma di vita così, non capendola, noi la disprezzavamo, distruggendo le vite che per lei vivevano. Furono un uomo ed una donna ad insegnarmi il vero valore di ciò che mi mancava, ma quando l’appresi iniziai a cambiare e scatenai l’ira dei Creatori. Per tale peccato fummo esiliati.<br />-    Scacciati dalla vostra casa?<br />-    Peggio, perseguitati e uccisi, odiati come esseri infettati da un male incurabile e contagioso. Io ho dovuto combattere per difendere il mio e il vostro diritto a vivere, e nonostante tutto sono riuscito solo a guadagnare un rinvio sull’inevitabile fine. Le vostre azioni determinare il giudizio finale.<br />L’uomo in nero si avvicinò alla pietra accarezzandone la superficie levigata. La donna non poté fare a meno di provare un brivido osservando le sue mani, le profonde cicatrici simili a buchi, che le segnavano in maniera indelebile.<br />-    Queste lapidi rappresentano le anime di tutti coloro che si sono persi, incapaci di credere nel Potere. Questi poveretti passano di vita in vita cercando ciò che forse non troveranno mai.<br />Lo sguardo tornò sulla donna inginocchiata dinanzi a lui.<br />-    Anche tu ti saresti persa. Io sono responsabile della vostra condizione, ma non capisco gli umani che non riescono a credere. Perché non vuoi credere Alicia?<br />-    La mamma, ricordo ancora le sere che litigava col papà.  Io stavo nascosta sotto il letto della mia camera, la porta era chiusa, ma sentivo ugualmente le loro urla e avevo paura. Quando la mamma rimaneva sola spesso si ubriacava e parlava del suo dolore, ripeteva sempre la stessa frase: gli uomini sanno solo farti male, l’unica anima che un essere umano ama di più è se stesso.<br />-    Che cosa successe poi.<br />-    L’odio crebbe con me. Non potevo continuare a sopportare i continui tradimenti di mio padre, ma ancora più insopportabile era il perdono che la mamma gli concedeva ogni volta.<br />-    Così reagisti al posto suo…<br />-    Non fu un’azione volontaria, forse la paura, o la rabbia. Quella sera stavano litigando vicino alla rampa delle scale, la mamma lo pregava in ginocchio di non tradirla ancora, che così facendo la stava ammazzando piano… e lui come rispose alle sue suppliche?<br />-    Ridendo!<br />-    Si, rideva e la sbeffeggiava perché era in suo potere, lei l’amava ancora, sperava che prima o poi lui sarebbe cambiato, ma era solo una bugia dettata dalla disperazione.<br />-    Tu lo spingesti giù dalle scale.<br />-    Forse una bambina di dieci anni non può concepire una simile mostruosità. Semplicemente accade. In qualche maniera mio nonno sistemò le cose con la polizia, era stato un tragico incidente, nulla di più. La mamma però era li, vide tutto e da allora cambiò atteggiamento nei miei riguardi, come se io fossi la causa di tutto il suo dolore. Con il passare degli anni, il peso accusatorio del suo sguardo, ma ancor più doloroso era il mutismo perpetuo in cui s’era rinchiusa, mi seppellirono nel dolore.<br />Alicia vedeva l’uomo nero nell’ottica distorta, tremolante, delle lacrime. Era sempre difficile parlargli di quelle cose e riuscire a sostenere il suo sguardo, così come sempre lo abbassava, a guardare le lacrime che cadevano ai suoi piedi.<br />-    L’unico amore che desideravo era quello di mia madre ma lei non volle più aprirmi il cuore… odiavo gli uomini che l’avevano fatta soffrire, odiavo quell’inganno chiamato amore e per paura di tutto ciò diventai una suicida. Dante a quale girone mi avrebbe mandato? Alla fine sono qui per aver infranto le tue regole. Sai solo riempirti la bocca di belle parole o dietro tutto questo c’è un senso ben più alto.<br />Lo fissò con un motto di puro disprezzo, non per quello che era bensì per la figura che rappresentava: gli uomini. <br />-    Avete costruito un mondo fatto di valori e priorità persino nell’amore, stabilendo cosa sia bene o male, e per giustificare le vostre scelte vi siete convinti che così fosse il volere di Dio.<br />-    Ci sbagliavamo?<br />-    Si, io non ho mai stabilito alcuna regola, avete dimenticato il significato del Potere e creato questa prigione. Posso solo chiedere agli smarriti come te di fare un patto, diventando un emissario della morte, perché questa è la via più veloce per salvarsi. Per quanto riguarda Dante non so bene dove sia ora.<br />L’uomo in nero sfiorò il viso della donna con un movimento leggero della mano, gli sorrise cercando di trasmettergli un po’ di serenità.<br />-    Vuoi umani pensate d’essere soli, materialmente forse lo siete, ma spiritualmente io non vi ho mai perso di vista, purtroppo non c’è modo che vuoi possiate sapere queste cose. Io non ho il potere di comunicarvele. Non posso tendevi le braccia, ne parlarvi… ma vuoi potete! Potete abbattere ogni distanza se ci crederete veramente perché nessuno su questa terra può vivere da solo. Io, nonostante tutto, rimango uno spettatore, incapace di influenzare gli eventi, ma vuoi potete cambiare tutto in qualsiasi momento. Basta crederci.<br />Silenziosamente com’era arrivato l’uomo nero svanì, dietro la quercia, lasciandola sola. Rimanevano però nell’aria ancora le sue parole, leggere come un soffio di vento.<br />-    Quando arriverà il momento credi nel Potere, solo allora sarete liberi.<br /><br />15<br /><br />Eden.<br />Cammino. L’erba grigia scricchiola sinistramente sotto i miei piedi come fossero fili di plastica bruciata. Mi blocco dinanzi a tanta desolazione, all’orizzonte il cielo in tinte viola è solcato da nubi nere, si confonde oscenamente con la terra bruciata facendo apparire tutto terribilmente simile ad un incubo. Ricordo la macchina che correva seguendo la strada, la debolezza, l’incapacità di riuscire a rimanere sveglio…  ma ora dove sono? In lontananza scorgo una figura scura appena distinguibile nel grigiore generale, tra le mani le brilla la lama sinuosa di una lunga argentea falce. La Morte, in un attimo mi è dianzi. Avverto il suo alito caldo e dolciastro soffiarmi in volto, terrorizzerebbe chiunque sovrastandolo con la sua enorme mole, io invece mi ritrovo confuso, stupito da pensieri che non riesco a capire. Emozioni, paure, sogni. Alzo lo sguardo, fisso perplesso le sue orbite vuote nel bianco screpolato di quel teschio indecifrabile, gli strani pensieri non mi danno tregua, mi martellano oscenamente la testa come volessero rivelarmi non so cosa. Forse una traccia, un indizio perso nel tempo, il ricordo di quella donna vestita di nero che piangeva, forse dovrei fare come lei, piangere e supplicare pietà.<br />-    Sono la morte, ne sogno né visione, semplicemente la morte. Tu mi conosci bene, ma capisco che come gli altri fingi che io non esista.<br />La sua voce mi scuote come il boato di un tuono lasciandomi esterrefatto.<br />-    Non hai paura di me?<br />Quella domanda risuona familiare.<br />-    No.<br />-    Non temi il nulla?<br />-    Tutta la mia vita è stata nulla, il tuo non può essere peggiore.<br />Attimi di silenzio, stiamo semplicemente uno dinanzi all’altro. Un vento inesistente scuote la sua mantella nera facendo ballare per aria brandelli sfilacciati di stoffa. <br />-    Rispetto la tua serenità, almeno non mi hai lagnata con inutili suppliche di pietà; faremo in fretta.<br />La falce dondolò tra le sue mani, alzandosi nell’aria con maestosa imponenza, ora è perpendicolarmente sopra la mia testa, pronta a calarmi addosso.<br />-    Vuoi esprimere un ultimo desiderio?<br />-    Si, vorrei rivedere lei.<br />-    Lei chi?<br />-    La donna vestita di nero che piangeva.<br />-    Cosa vorresti dirgli? <br />-    Che io la amo.<br />Rimase immobile in quella scomoda posizione, colpita in pieno dalle mie parole, percepì il dubbio nel suo volto osseo, mentre i miei ricordi divenivano sempre più chiari e la convinzione in loro più solida.<br />-    Come fai a dire una cosa simile, proprio tu che hai sempre rifiutato l’amore?<br />-    Non lo so, o meglio è un sensazione che mi tengo dentro da sempre, come un fuoco tenue ma vivo. Anche quando la incontrai la prima volta sentivo la stessa cosa ma per codardia non volli convincerla dei miei sentimenti.<br />-    Certo, avevi paura di soffrire ancora.<br />-    No, avevo più paura di ferirla, perché prima o poi, anche involontariamente, l’avrei in qualche modo ferita, e per questo avrei sofferto anche io. Ma anche così so d’averla fatta soffrire…<br />-    Basta con queste stupidaggini! Calando la falce su di te scenderà il giudizio per le colpe di cui ti sei macchiato in vita!<br />La figura scura si mosse rapida senza esitazioni. La falce dondolò all’indietro, prese il giusto slancio, e calò in avanti fendendo velocissima l’aria, calandomi addosso. Non so dire a cosa pensassi di preciso in quel momento, non m’importava gran che della falce, del giudizio o di quant’altro, ma sentivo chiaramente il desiderio di rivedere quella donna. Era come una voce sconosciuta che mi urlava dentro, così come allora, la convinzione che il nostro incontro avrebbe determinato il futuro di entrambi. La falce si conficcò in profondità tra l’erba scura davanti ai miei piedi senza scalfirmi minimamente. La Morte lasciò la presa, il manico della falce vibrava energicamente per il contraccolpo, lei si mosse stupita vedendomi intatto nonostante la lama mi avesse in pratica tranciato in due. Incredula cadde in ginocchio dinanzi a me, portando le mani ossee sul viso.<br />-    Io sento i tuoi sentimenti, sono gli stessi di allora, ora capisco: la falce non può giudicarti.<br />-    Non so cosa stia succedendo, sento solo il desiderio di vederla ancora, e non capisco per quale motivo, perciò ti prego: se sai dove sia conducimi da lei.<br />Le lacrime m’invasero gli occhi, per quanto ricordo non avevo mai pianto per qualcuno, ora cercare di contenerle era impossibile, non so per quale motivo ma il pensiero corse subito a Monica, sarei fuggito ancora? No, questa volta voglio andare fino in fondo, sono pronto ad affrontare tutto, anche quest’orribile scheletro se sarà necessario, ma non voglio più aver paura di ciò che provo. Mai più. Per quanto incredibile non ci fu bisogno di combattere o d’altre discussioni, vidi nelle orbite vuote di quel teschio screpolato dal tempo, il luccicare di una lacrima. La seguì mentre si muoveva lentamente scendendo giù dagli alti zigomi, attraverso la lunga mandibola per fermarsi sull’appuntato mento osseo, come indecisa se fermarsi o cadere. Solo un attimo per spiccare il volo, poi giù, attraverso l’aria rarefatta fino a raggiungere e sparire tra l’erba nera, frammentandosi in decine di piccole perle argentate. <br /><br />PLINK!<br /><br />Ero sbalordito, dinanzi mi ritrovai non più la morte, né la donna in nero che piangeva, ma una nuova figura. Un candido vestito bianco l’avvolgeva seguendo docilmente le linee del suo corpo. I capelli rossi sciolti, appena mossi, il viso lungo di un rosa caldo, i suoi occhi neri ammantati di lacrime che mi fissavano, increduli. Era la stessa ragazza che avevo incontrato nella valle ma al tempo stesso non lo era, ma forse in questo luogo tutti noi assumiamo una forma ogni volta diversa. Anche il mondo attorno a noi era radicalmente mutato, ora nuovamente la vallata fiorita, l’Arca, la luce dolce di una splendida scala di cristallo che saliva, scomparendo nel lontano chiarore del cielo.<br />-    Non è un sogno, vero?!<br />Lei pronunciò quelle parole con un filo di voce, quasi avesse paura che un tono tropo alto potesse risvegliarla in una realtà diversa.<br />-    No.<br />Gli tesi la mano per aiutarla ad alzarsi e ancora mi persi a contemplarla, mi appariva così bella è fragile.<br />-    Lui mi ha sempre detto che sarebbe bastato credere, seguire la voce del cuore, per essere liberi, ma non avrei mai creduto in nulla di così facile.<br />-    Ora che né facciamo di questa libertà, non possiamo vivere qui?<br />-    No, non possiamo, ma la scala…<br />Entrambi guardammo la lunga gradinata di cristallo, appariva luminosa come un raggio di sole di primo mattino.<br />-    Dove porta quella scala?<br />-    In un luogo dove si avverano i sogni; vorresti venirci con me?<br />-    Si.<br />Nello slanci del momento le nostre labbra si unirono, cogliendo finalmente quel bacio che avevo sempre desiderato. Nel silenzio di quel luogo ci avvicinammo alla luce della scala di cristallo che sembrava chiamarci, come se ci aspettasse da sempre. Passo dopo passo percorremmo tutti gli scalini finché anche noi non diventammo parte della luce.<br /><br />16<br /><br />Eden.<br />L’uomo vestito di nero stava immobile accanto all’alta quercia, fissava la lapide bianca con un sorriso di piacere. Nella nuda roccia l’immagine di una donna dai capelli rossi lentamente scomparve.<br />- Grazie per aver creduto alle mie parole, ora siete liberi.<br />Era felice, altri due spiriti s’erano incontrati raggiungendo il giardino celeste. Guardando la scala si domandava se il suo potere sarebbe bastato, se gli uomini avevano la forza sufficiente per credere o se si fossero persi ignorando il richiamo del cuore. La valle era disseminata di centinaia di lapidi, anime smarrite il cui numero preciso neanche lui conosceva, temeva troppe. La sua felicità fu soffocata dallo sconforto e gli occhi si riempirono di lacrime.<br />-    Non puoi piangere per tutti gli uomini. Persino Dio si disinteressa di loro ormai, e tu non puoi certo prenderne il posto.<br />Alzò lo sguardo stupito. Da un fitto frutteto alla sua destra vide emergere la figura di un altro uomo, biondo, dall’aderente abito bianco simile al suo; se non fosse per questi particolari sarebbero stati due perfetti gemelli. Gli si avvicinò sorridendo, cordiale come un amico benché il loro ultimo incontro si fosse concluso in una furibonda lite. L’uomo in nero lo guardava incredulo di ciò che i suoi occhi gli facevano vedere. L’altro guardò compiaciuto le immensità della vallata, i suoi frutteti, la sagoma nera della grande arca, ma ciò che ammirava maggiormente era la splendente scala di luce. Forse riusciva anche a sentire nelle parole del vento il canto delle anime, il suono della loro felicità, e anche lui parve felice di ciò.<br />-    Ti ricordi quando siamo arrivati?<br />-    Si. Avevamo un compito semplice, eseguito migliaia di volte.<br />-    Non potevano presentarsi delle complicazioni, gli umani sono tutti uguali, sembrano fatti con lo stampino. Quando però ti rifiutasti di distruggerli, io non riuscivo a capirti il motivo della tua scelta.<br />Non sembra cambiato, almeno nell’aspetto, forse e venuto qua per attaccarmi e prendersi la sua rivincita, ma negli occhi i sentimenti che rispecchiano sono totalmente l’opposto dell’odio. Il viso contratto in una smorfia sembra quasi esprimere un pentimento profondo, come di chi sa d’aver sbagliato.<br />-    Dopo la nostra lite mi incuriosì sulle cause del tuo cambiamento. Nelle profondità della terra, dove mi avevi scaraventato, incontravo molte anime perse, venivano da me a cercare delle risposte sul Potere, sul come uscire da quel limbo di solitudine. Io però non capendoli ero incapace di rispondergli…<br />Il suo sguardo era carico di dolore, fissava la scala di luce, ma i suoi pensieri parevano indecifrabili.<br />-    Finché un giorno sei sceso tra gli uomini per vivere, soffrire ed amare come loro. Pensa che sacrificando la tua vita per dargli una speranza tu fossi impazzito del tutto. Quel tuo gesto però mi aprì la mente, iniziai a cambiare e molto tempo dopo anche io scesi sulla terra per vivere come umano. <br />-    Tu sei arrivato a tanto?<br />-    Ti dirò di più, l’ho fatto più volte di quanto credi, solo così sono riuscito finalmente a capire il significato del Potere. Ora per questo ti dico grazie.<br />-    Lucifer; fratello mio.<br />Si abbracciarono, lasciandosi trasportare dalle emozioni, dalle lacrime, dalla gioia. Dal giorno dell’esilio non avevano più avuto contatti, l’uno contro l’altro, per millenni, ora tutto ciò era finito.<br />-    Presto giungerà il giorno dell’unificazione, i Creatori dovranno accentare il Potere, ciò che persero per divenire Dio. Quel giorno finalmente Padre, Figlio e Spirito si riuniranno.<br />-    Sai Lucifer, non ho paura di ciò. Anche se tutti noi saremo distrutti per causa delle nostre scelte, so che da qualche parte nell’universo altri uomini continueranno a credere nel potere.<br />-    Fino a quando sarà cosi noi avremo ragione.<br />Rimasero in silenzio guardando la valle. I movimenti dei prati scossi dalla brezza del vento, il risuonare dei canti, le risate di felicità che dalla scala di luce si propagavano in ogni dove, cercando di arrivare, sulle ali di quella brezza, sino al cuore degli uomini, sulla lontana Terra. <br /><br /><br />Dedicato a Monica. Un grazie ovunque tu sia.<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-1027"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-1027</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-1027</guid><category>racconto</category><pubDate>mar, 05 dic 2006 17:51:27 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Maledetti!</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Ricordo gli occhi di mio nonno.<br />Fessure piccole e umide<br />Sguardo spento,<br />perso.<br />Parlava di un posto lontano,<br />Col del Rosso.<br />una montagna<br />una trincea<br />una guerra<br />semila morti<br />Nonno la guerra è finita,<br />dissi semplicemente.<br />Lui sorrise per tanta ingenuità,<br />la guerra non finisce mai.<br />siamo una razza maledetta,<br />la guerra non finisce mai…<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-3973"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-3973</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-3973</guid><category>poesia</category><pubDate>lun, 18 set 2006 22:30:25 +0100</pubDate></item>
<item><title>poesia - Lacrime</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Da piccolo<br />mi sono messo a piangere,<br />ed ero solo. <br />Nessuno mi veniva a dir niente.<br />Le lacrime sembravano farmi compagnia<br />come se chiamassi qualcuno.<br />Anche se piangevo<br />la solitudine non aveva importanza.<br />Certe volte riesco a dimenticare<br />ciò che mi fa male.<br />Oggi ho voglia di piangere.<br />Solo.<br />Piangere.<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-2936"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-2936</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-2936</guid><category>poesia</category><pubDate>ven, 16 giu 2006 13:10:45 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - La preda</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>1<br /><br />05: 24 A.M.<br />Mike Ostin stava seduto sul duro lettino a strisce bianco/blu, nella cella n°123 del penitenziario di Teodosio; Virginia. Rinchiuso nel braccio della morte aspettava paziente l’esecuzione. La sua colpa? Essere un serial killer, di quelli sadici, cattivi, che alle sue vittime faceva tanti giochini lunghi e dolorosi prima di lasciarli morire dissanguati. Aveva iniziato da bambino, allora si divertiva a scuoiare vive le lucertole che catturava, le legava ben bene, poi le affettava, striscia dopo striscia; un lavoro da certosino. Ovviamente alla mamma questo passatempo non piaceva, ciò che gli piaceva invece era punirlo, percuoterlo a sangue, sino allo sfinimento, ogni scusa era buona per soddisfare questa sua perversità. Povera mamma, in fin dei conti non sbagliava, era davvero cattivo e lei fu la prima ad essere fatta a pezzi! <br />Gli occhi azzurri di Ostin vagarono frenetici nel vuoto della cella, soffermandosi, sui muri spogli mentre i pensieri correvano, correvano, correvano. Sentiva nuovamente il bisogno che alimenta il piacere, nel rimembrare tutte le sue gloriose esecuzioni. Era stato fermato a dodici, tutte donne bionde, dalla candida pelle bianca, ma molto presto avrebbe ripreso la sua opera. Non potevano trattenerlo, figuriamoci giustiziarlo, nessuno poteva costringerlo a restare in un posto per più di quanto volesse e ora si era stancato. Era giunta l’ora di uscire, così come aveva fatto le altre volte. Lo sguardo cadde sulla Bibbia che teneva sulle ginocchia, con la mano accarezzò la copertina di cuoio nero, liscia e lucida, gli ricordava la pelle di una ragazza nera che aveva scuoiato alcuni anni fa, solo che questa non urlava ogni volta che la toccava. Don Ambrogio, il prete del carcere, affermava che il sacro testo lo avrebbe aiutato nei momenti di sconforto, tanto più che l’esecuzione era fissata per la sera stessa; 19: 00 P.M. Quella sì che era una cosa davvero cattiva! Rise, aprì la Bibbia a pagina 24, versetto 17.<br />  “ ... mentre percorreva la via per Damasco, Isaia si tormentava sul volere del Signore che in sogno gli aveva detto...”<br />La frase era troncata da un lungo e sinuoso bisturi conficcato tra la carta, risplendeva baciato dalla luce mentre faceva dondolare il sacro testo tra le mani, muovendolo dolcemente in modo che piccole porzioni di luce lo colpissero in vari punti, facendolo risplendere come un piccolo firmamento.<br />Sorrise convinto che quella era la chiave per uscire da lì; finalmente poteva riprendere la sua caccia! <br /><br />2<br /><br />L’ispettore Gordon Scalia si frugò nelle tasche del lungo e consumato impermeabile, riuscì a recuperare un vecchissimo pacchetto di Malboro accartocciato, dentro tre sigarette.<br />  (Meglio, fumare fa male...), pensò avvicinando la fiamma dell’accendino alla sigaretta, tremava un po’ stretta tra le labbra. Diede tre lunghe tirate rendendo l’estremità del bianco involtino di carta rosso e ceneroso, dense nubi grigie salivano verso il soffitto saturando l’aria.<br />  - Ehi Gordon, non sai che fumare fa male?<br />  - Si, ma sto cercando di smettere…<br />Il detective Steven Charlers gli si avvicinò con passo veloce, come il solito sfoggiava un impeccabile vestito in doppio petto, e l’immancabile sorriso splendente da star pubblicitaria di dentifrici. Odiava visceralmente quello spilungone dalla battuta pronta e spiritosa, lo faceva sentire ancora più pezzente di quanto lo era realmente, guardandolo più volte si domandava se fosse realmente un poliziotto o un modello di Valentino che giocava a fare lo sbirro. Lo odiava ancor di più da quando aveva catturato il maledetto Ostin. Gli aveva dato la caccia per sei lunghi anni, per tre volte era riuscito a fuggire dopo l’arresto, la sua vita era stata rovinata da quel rincorrersi che sembrava non avere mai fine, non poteva mandar giù il fatto che fosse stato proprio lui, l’ultimo arrivato, a catturare la sua “preda”. Era arrivato anche a pensare che il vecchio Ostin si fosse volutamente fatto catturare da Steven, ultimo dispetto di un vecchio nemico. <br />  - Allora, oggi è il gran giorno: frittata mista! -, riprese Steven più sarcastico del solito espandendosi nel suo miglior sorriso Durbans; quasi lo abbagliava.<br /> - Scommetto che non vedi l’ora!<br /> - Certo, guarda come saltello di gioia.<br />Gordon allargò le braccia per rendere ancora più esplicita la sua staticità.<br /> - Ha! Ha! Ha! Sempre le solite battute spiritose -, così dicendo gli mollò una pacca sul bisunto impermeabile sollevando piccole nubi di polvere.<br />  - Già...<br />Steven rise ancora quasi piegandosi in due, Gordon gettò in un angolo la cicca e s’infilò un’altra sigaretta in bocca voltandogli disgustato le spalle.<br />  - Aspetta, aspetta...-, mormorò l’altro con le lacrime agli occhi mentre cercava di fermarlo. - ...davvero non rimani a vedere l’esecuzione?<br />  - No!<br />Lo spilungone parve sorpreso, infilò le mani in tasca e si fece terribilmente serio.<br />  - Sinceramente non ti capisco.<br />  - Mi sarei stupito del contrario.<br />Gordon gettò la sigaretta proprio sotto il cartello rosso con la scritta “Vietato fumare” e s’incamminò verso l’uscita. <br /><br />3<br /><br />Una donna dai lunghi capelli biondi raccolti in un perenne disordine, un viso scavato dall’ingeneroso passare del tempo che gli conferiva un’età doppia di quella reale. La pelle bianca, decadente, sotto due occhi spiritati dalla pazzia, e quella voce stridula e sibillina che rimbalzava per le stanze.<br />  - Sei cattivo Mike: bisogna punirti! <br />La donna sembrava un enorme orco fatto di buio e gelo, sovrastava il piccolo fagotto di carne e stracci che tremava ai suoi piedi, con il terrore che a malapena gli lasciava uscire dalla bocca sconnesse suppliche di perdono.<br />  - Mamma ti prego non farmi male... sarò buono, prometto!<br />Lei non l’ascoltava, sollevava per aria quell’esile braccio che non sembrava capace di tanta forza, ma quando calava fendendo l’aria la striscia di cuoio nero che reggeva produceva un sibilo cupo, poi uno schiocco forte e un lancinante urlo di dolore. Quel braccio instancabile continuava nella sua corsa pazza, avanti e indietro, per ore. Ad ogni passaggio portava via un pezzo di quel piccolo corpo martoriato mentre negli occhi del bambino rimaneva, confusa dalle lacrime, quella sagoma oscura e il luccichio sinistro della fibbia argentata che colpiva. Poi c’era quella frase orribile, sempre seguita dallo stesso suono. <br />  - Sei cattivo...<br />SWISH!<br />  - Cattivo...<br />SWISH!<br />  - Cattivo...<br />SWISH!<br />  - Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivooooo!!!!!...<br />SWISH!SWISH!SWISH!SWISH!SWISH!<br />  - No, mamma basta!<br />Sudava, tremava, piangeva. I grandi occhi azzurri sembravano torrenti in piena per le lacrime che aveva versato. Mike rimase immobile fissando le sbarre, e il nulla oltre, seduto sul letto con in mente ancora quelle immagini, l’incubo che lo tormentava quasi ogni notte, lasciandogli al risveglio la vocina stridula che gli rimbalzava nel cervello come una palla impazzita.<br /><br />Cattivo!  Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo!  Cattivo! Cattivo! <br /><br />  - Basta!<br />Portò le mani tremolanti a coprire le orecchie, ma la voce come sempre non spariva, continuava rimbombante per ore e ore come un’eco lontano. Ricordò come la prima volta fu facilissimo zittirla, era bastato afferrare la striscia di cuoio al volo, mentre la madre la faceva fendere l’aria, e tirare a sé quel fragile corpo che lo reggeva, precipitandola sul coltello che teneva in mano. Nel trambusto generale era caduto sul pavimento, la mamma era troppo concentrata nel dare sfogo alla sua furia per accorgersi che l’aveva raccolto. Non poteva certo immaginare una sua ribellione. Lei era sta la prima, la sua agonia durò mezz’ora, immersa in una pozza di sangue sempre più grande con quella lama ficcata nel ventre che bruciava, bruciava, bruciava... per tutto il tempo continuò a ripetere una sola parola: cattivo.<br />Da allora quella voce lo perseguitava, di notte o di giorno, e in tutto quel tempo non aveva trovato altro modo per zittirla che uccidere ancora, tutte quelle pazze che tormentavano i loro bambini, lui in fondo li liberava da quegli abusi. Avrebbero dovuto essergli grato, altro che giustiziarlo!<br />Era   convinto   che,  prima   o  poi,  avrebbe   trovato  un   modo  per  zittire definitivamente quella dannata voce, allora finalmente avrebbe trovato la pace.<br /><br />4<br /><br /> La guardia nera, dal brillante nome di Albert Morton incisa sulla targhetta argentea che teneva appuntata sulla divisa, si fermò dinanzi al cancello sbarrato alle 18: 45. Disse solo poche parole: è ora!<br />Il cancello n° 123 si aprì automaticamente, Albert e altri due compagni entrarono con le catene e le manette per bloccare il prigioniero.<br />  - Sono pronto!-, disse Ostin alzandosi dal letto sorridendo. Le guardie lo ammanettarono piedi e polsi sotto lo sguardo intimorito del prete; nessuno notò il bisturi che teneva nascosto.<br /><br />5<br /><br />Il lungo corridoio che conduceva alla stanza delle esecuzioni, in un orrendo verde pallido, più conosciuto come “ il sentiero della morte”, una delle ultime cose che i condannati vedevano. Il piccolo corteo avanzava lentamente, in quell’ambiente silenzioso la voce del prete de declamava in latino i salmi della redenzione suonavano sinistramente. Dietro il prete seguivano quattro guardie, poste agli ipotetici vertici di un quadrato il cui centro era il prigioniero Mike Ostin. La sua espressione esprimeva una noia paurosa, come se non fosse lui il condannato ma qualcun altro, tutti quelli che gli stavano accanto ma che ancora non sapevano; sorrise divertito a quella constatazione.  <br />  - Che ridi, stronzo, tra dieci minuti ti attacchiamo a quindicimila volt!<br />Ghignò il gigante nero posto sul suo lato destro.<br />  - La vostra stupidità è esilarante, muso nero.<br />Lo sguardo spavaldo di Ostin incrociò quella della guardia, sorrise ancora più convinto. <br />  - Che cosa hai detto?<br />  - Oltre che negro di merda sei pure sordo.<br />Albert ci mise un attimo ad afferrarlo per il colletto della tutina rossa da “braccio della morte”, e a sbatterlo contro la parete, tirando a se quel viso odioso, quasi naso contro naso.<br />  - Se ti faccio rosso a furia di manganellate ti piacerei di più!<br />  - Morton metti immediatamente a terra il prigioniero e riprendi il tuo posto.<br />Il Capo delle guardie stava sulla sinistra, a circa un metro e venti di distanza, Albert era abbastanza distratto dalla situazione mentre gli altri due stavano svogliatamente dietro, il prete… chi se ne fotteva del prete!<br />  - Sai muso nero…-, riprese Ostin facendo scattare come una molla la faccia di Morton nuovamente verso di lui. - … non credo che il rosso mi si addica, ma chissà che sul tuo bel nero non sia perfetto! <br />Ostin gli piantò velocissimo le mani sotto la gola, il gigante Albert scivolo lentamente verso il pavimento senza emettere un fiato. Un finissimo fiotto di sangue gli colò dall’angolo destro della bocca dischiusa, perdendosi nel rosso della divisa di Ostin.<br />  - Albert, che hai, ti senti male?<br />Le due guardie si avvicinarono per soccorrerlo senza accorgersi di nulla, portandosi sui fianchi dell’ormai defunto collega. Un ottimo bersaglio!<br />  - Lui ormai sta bene, al vostro posto mi preoccuperei d’altro.<br />Così dicendo fece saettare il bisturi prima a destra sul volto della seconda guardia, poi a sinistra colpendo la terza dalla gola al petto disegnando per aria una sorta di rozza “z”. Per un attimo si trovò a contemplare quanto fosse tagliente quel piccolo oggetto che teneva in mano. Albert ormai era morto, giaceva inginocchiato a terra, con il volto immerso nel suo stesso sangue, quasi volesse leccarlo via dal pavimento. La seconda guardia si dimenava come un ossesso schizzando sangue ovunque, teneva le mani calate sul volto ed urlava: i miei occhi! I miei occhi! <br />Il terzo invece fu un lampo, cadde in ginocchio a terra tenendosi l’enorme squarcio che gli aveva aperto al collo nell’impossibile tentativo di tamponare la ferita, un attimo dopo era morto. Il capo delle guardie probabilmente non aveva capito molto di quanto era accaduto, vide semplicemente i suoi uomini cadere morti a terra, in un mare di sangue, quando si rese conto che Ostin era riuscito a liberarsi estrasse finalmente la pistola determinato ad abbatterlo. L’alzò per prendere la mira e colpire ma fece in tempo solo a vedere il bisturi fendere l’aria, puntando dritto contro di lui.<br /><br />6<br /><br />Cinquanta secondi; tutto si era concluso in neanche un minuto. Ostin contemplò soddisfatto il suo operato, nonostante i due mesi passati in cella non aveva perso la sua tipica eleganza di movimento; n’era felice. Avanzò di cinque passi verso il corpo del capo delle guardie, lo rigirò a faccia in su osservandolo dubbioso; non andava bene! Prese saldamente l’estremità del bisturi e la strappò via dall’occhio destro del cadavere, un pezzo di cornea si lacerò e ruzzolò giù. Peccato! Proprio sull’ultimo s’era sbagliato, aveva mirato al cuore, invece aveva colpito da tutt’altra parte. Si consolò costatando che aveva lo stesso raggiunto il suo obiettivo, poi poteva ancora migliorarsi con il prete.<br /><br />7<br /><br />  - Aiuto! Aiutatemi!!!<br />Don Ambrogio aveva corso come un matto per tutto il corridoio, fino al cancello sbarrato da cui si accedeva ad una biforcazione. Quella a destra portava verso la stanza delle esecuzioni mentre quella a sinistra conduceva ad un’uscita al cortile esterno. Nella gabbiola dove si trovavano i monitor di controllo e i comandi d’apertura automatica dei cancelli non c’era nessuno; dove erano finiti tutti?<br />Guardava frenetico oltre le sbarre, sperava che da un momento all’altro qualcuno sarebbe accorso, attratto da tutte quelle urla. Ma non arrivò nessuno.<br />  - Don Ambrogioooo!<br />La sagoma rossa di Ostin si avvicinava lentamente, nella destra stringeva ancora il  luccicante bisturi  imbrattato di sangue, nella sinistra  un mazzo di chiavi tintinnanti.<br />  - Don Ambrogioooo… perché fugge? Ieri era tanto ansioso di redimermi, non avrà mica paura di incontrare Dio.<br />  - Stai lontano, io non ti ho fatto nulla di male!<br />  - Come tutti.<br />Ostin sembrava un enorme demone rosso, Don Ambrosio si strinse con le spalle sulle sbarre, quasi volesse tentare di passarci attraverso, avvertiva come l’assalitore pregustava la sua paura, la sua sofferenza, come una droga, gli dava piacere e gioia. Un demone assetato di sangue… <br />  - Ti prego, non farlo, il Signore non vuole!<br />(Il Signore non vuole…)<br />Quella frase.<br />(Cattivo!)<br />La mamma.<br />(Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo!) <br />La voce stridula e petulante gli investì il cervello come una scarica elettrica, lasciò cadere le chiavi a terre e si portò la mano libera alla testa. Barcollò stordito, e in fine cadde sulle ginocchia, sofferente come fosse stato colpito da una manganellata alla tempia.<br />(Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo! Cattivo!) <br />  - Noooooo! Basta maledetta puttana, bastaaaaaa!!!<br />Don Ambrogio lo fissava sbigottito, il suo assalitore gli stava inginocchiato dinanzi, in lui non vedeva più quella luce maligna che fino ad un attimo prima lo avvolgeva, ora sembrava soffrire terribilmente; dalla bocca contorta dal dolore colava sangue e saliva. Poi la sua espressione mutò improvvisamente, assumendo un ghigno divertito tipico dei folli e prese ad urlare esaltato.<br />  - Si… ho capito! Ho capito!-, rise abbracciando il prete, strofinandolo al suo vestito lercio di sangue e saliva. Si sentiva anche un forte odore d’escrementi.<br />  - Sai, la mamma mi tormenta da sempre ma ora so come farla stare zitta, ora finalmente ho capito. Era così semplice! Così semplice!<br />Rise, poi il suo urlo lacerò l’aria.<br />  - Mamma ora vengo su a spaccarti il culo!<br />Si posò il bisturi sulla gola e scattò veloce da sinistra ha destra con un movimento brusco che gli squarciò la pelle molle. Un enorme sbuffo di sangue investì in pieno Don Ambrogio accecando per un attimo, senti il suo sapore amarognoli riempirgli la bocca, disgustato avvertì il corpo di Ostin che gli cozzava sopra.<br />Cinque minuti dopo un gruppo di guardie finalmente arrivò, Don Ambrogio era sempre lì, immobile. Per quanto gli domandassero cosa fosse successo lui rimase muto. Non si riprese mai più dallo shock.<br /><br />8<br /><br />“ Segnaliamo a tutte le auto del settore quattordici, la presenza di una Ford Skorpion color grigio metallizzato, targa KA1356GT, presumibilmente diretta a nord. In tutta la zona sono stati istituiti posti di blocco, ricordiamo la pericolosità dell’individuo, armato, le sue generalità…”CLIK! <br />I grandi fari della Ford Skorpion squarciavano appena il buio della notte che copriva la strada e il mondo, lasciando il guidatore solo dinanzi ai suoi pensieri. Gordon ripensava agli ultimi avvenimenti, alla sua vita insensata, non tanto diversa da quella del suo alter ego Mike Ostin. Non doveva andare così, non aveva previsto quel tipo di finale; ora cosa gli rimaneva? Nulla. Ostin era riuscito ha fuggire nell’unico posto dove non sarebbe mai potuto andarlo a pescare. Quell’idiota di Steven non aveva mai sospettato nulla, sicuramente se non avesse lasciato quella lettera con la confessione non sarebbe mai riuscito ad unire tutti gli indizi che per sei anni aveva sparso, faceva tutto parte della partita, peccato non aver mai trovato un terzo giocatore alla loro altezza. Ostin uccideva, lui lo catturava, lo aiutava a fuggire e si ricominciava da capo. Ora però non aveva più senso continuare, ormai la polizia gli dava la caccia, ora toccava ha lui fuggire, farsi acchiappare. Chissà fare la parte di Ostin avrebbe potuto essere anche divertente se dall’altra parte non ci fosse quell’idiota di Steven Charlers. Forse poteva ricominciare… <br />No, l’arbitro ormai aveva fischiato: la partita era finita. Poteva giocare a fare Rambo, forzare tutti i posti di blocco, combinare un casino assurdo prima d’andarsene… ma anche quell’idea non gli piaceva, poi lui non era tanto pazzo. Fermò La macchina su un grande ponte di ferro rosso, la sua architettura era orribile, Gordon la scrutò attentamente mentre scendeva dall’auto, pensò che perfino lui avrebbe potuto progettare qualcosa di meglio. Oltre la balaustra, lo strapiombo pareva un enorme voragine, si perdeva nel buio della notte come un pozzo senza fondo; salì sopra la balaustra. Il vento lì soffiava forte, era difficile mantenere l’equilibrio, doveva comunque resistere il più possibile, faceva parte del nuovo gioco che aveva appena intuito, solo che in questo le regole non le aveva dettate lui. No, stavolta a condurre il gioco era il maledetto Ostin. Rise, pensava che in questo modo avrebbe evitato il confronto, lui non si arrendeva di certo, lo avrebbe raggiunto e preso a calci in culo sino al giorno del giudizio, non poteva essere battuto, Gordon Scalia era troppo furbo. Fece un piccolo passo e si trovò a vorticare nel vuoto. Era difficile orientarsi, vide il ponte roteargli attorno, stralci di cielo e cime d’alberi, come se tutto fosse stato frullato da un enorme centrifuga. Ad un certo punto gli parve di vedere il fiume, era tanto vicino da poterne contare anche le pietre, ogni dannato sassolini, anche i granelli di sabbia.<br />SPLASH! <br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-600"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-600</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-600</guid><category>racconto</category><pubDate>mer, 07 giu 2006 14:56:37 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - il Ragno</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>1<br /> <br /> - Vieni su ad aiutarmi!<br />Giovanni levò lo sguardo dalla tavoletta di cioccolato che stava divorando con gusto alla finestra della mansarda. Da quel piccolo oblò la faccia di suo padre sporgeva in fuori seria e sudata; gli ricordava tanto la testa di uno dei cinghiali imbalsamato che aveva il nonno nella casa ad Aosta; gli venne da ridere ad un simile accostamento.  <br /> - Allora, ti decidi a salire?<br /> - Si, si. Papà, arrivo.<br />Si mise in bocca il restante pezzo di cioccolata ed entrò in casa sbuffando. Così come ogni anno erano iniziate le terribili grandi pulizie, suo padre da buon ex Marines del San Marco aveva preparato per bene il “piano di battaglia”; sveglia all’alba e sgobbare sino al tramonto. In compenso però i pasti erano ricchi e abbondanti. Salendo al piano di sopra si domandava com’era possibile ammassare in soffitta ogni sorta di cianfrusaglia, scatolame e ferrovecchio che il padre poteva ritenere utile per un futuro riutilizzo. Proposito che puntualmente ogni anno era smentito giacché tutta quella roba finiva inesorabilmente nel camion del vecchio Vannucci, soprannominato da tutti “Drehermen” per la sua passione per la birra, con destinazione la discarica comunale. Non era meglio buttare subito via quella roba inutile invece di ammassarla? <br />Ovviamente no, secondo la filosofia del padre “Tutto può essere utile!”; si, buonanotte!<br />A tali condizioni non poteva che fare come Garibaldi rivolgendosi al re: “Obbedisco!”.<br /><br />2<br /><br />Fasci di luce trasversali filtravano immobili dai lucernai aperti illuminando le nubi di polvere che vorticavano per aria, simile a microscopici coriandoli bianchi che precipitavano a terra. In quella luminescenza spiccano le impolverate superfici d’infinite scatole accatastate una sull’altra, vecchi mobili, e chissà che altro. I giochi chiaroscuri che rendono più tenebrosi gli angoli di buio e conferiscono argentei riflessi ai filamenti delle tante ragnatele. Giovanni le osservò immobile pensando che non n’aveva mai visto così tante tutte assieme. Sorrise all’idea che il suo valoroso padre temeva mortalmente quelle innocue bestioline, misteri della natura umana! Evocando a se tutta la mitica pazienza degli avi iniziò a trafficare con le decine scatole che ingombravano la mansarda. La disposizione era semplice: quelli già ispezionati dal padre si trovavno addossate al muro, tutte le altre andavano portate sulla terrazza nel retro. Lì, per mezzo di uno scivolo, venivano fatte scendere dentro il cassone del Iveco. In fondo alla mansarda notò che la porta del terrazzo era spalancata, da fuori le voci di suo padre Augusto e del Vannucci giungevano incomprensibili; si avvicinò incuriosito. Fuori suo padre depositava cautamente scatole e scatolette sul lucente scivolo, osservandole scorrere giù verso il cassone del Iveco. Lì il Vannucci si esibiva in plastiche prese da vero portiere di serie A, afferrando al volo le scatole, alternando una chicchera con Augusto ad un sorso dell’immancabile Dreher. Ovviamente i discorsi riguardavano il loro passato nella marina, di quanto erano stati bravi e forti ai loro tempi. Sembrava quasi di sentire i racconti di due reduci dal Vietnam!<br />Da come barcollava il Vannucci pareva anche oggi sul punto di prendersi una bella sbornia. Normalmente non faceva più di un viaggio al giorno, non era una scelta lavorativa dettata dal fatto che la discarica era piuttosto lontana, ma dal fatto che trangugiando tutta quella birra non riusciva più a distinguere le strade. Veramente, quando era proprio cotto, non riusciva a distinguere neppure il suo Iveco da una panda…<br />Giovanni ritornò con lo sguardo dentro la mansarda, guardandola da lì tutta quella roba ammucchiata pareva infinita, quasi fosse aumentata rispetto a prima. Sbuffando si decise ad iniziare la sua parte di lavoro declamando un’altra massima cara a suo padre:<br />Prima inizi e prima finisci!<br /><br />3<br /><br />Le scatole sembravano non finire mai! In tutta la mattina si era fermato solo per un breve spuntino ed ora che erano quasi le sedici Giovanni sentiva lo stomaco reclamare un vero, sostanzioso, pasto. Fermatosi ad ascoltare la sinfonia di mugolii e gorgoglii che salivano dal ventre, s’appoggiò ad una scatola, asciugandosi con un lembo della camicia la fronte bagnata di sudore impastato con polvere. L’unica consolazione era che finalmente la giornata stava finendo; ormai rimanevano soltanto le scatole sul terrazzo da depositare nello scivolo. Forse una quarantina di minuti sarebbero bastati per ultimare il lavoro e mettersi finalmente a tavola. Galvanizzato dalla succosa prospettiva raccolse l’ennesima scatola, la posò sullo scivolo, e la osservò slittare velocissima verso il basso sino ad arrivare al fondo del cassone con un sonoro Sbot! <br />Con tutte quelle scatole che aveva visto scivolare giù gli era venuta una splendida idea, una sua classica genialata. Lasciando per ultimo un vecchio materasso, si era ripromesso che per il gran finale sarebbe sceso anch’egli dallo scivolo. Una manovra molto rischiosa, doveva tener conto della velocità di caduta, ogni movimento doveva essere coordinato, se avesse sbattuto sugli alti bordi o si fosse rovesciato sicuramente sarebbe caduto giù. Continuando a spostare le scatole cercava di affinare le dinamiche di quella folle idea, una delle tante per cui era diventato leggendario con gli amici; così come quella volta in cui il Toni lo sfidò ha percorrere in bicicletta l’alto muro di cinta delle Acciaierie Mensa; quasi un chilometro di muratura alta due metri. La sfida si disputò di notte per giunta, per evitare gli sguardi indiscreti degli operai; fu un’esperienza esaltante. Per il povero Toni invece sei punti di sutura sull’arcata sopraccigliare destra, risultato della paurosa caduta dopo aver percorso pochi metri sul muro. Ovviamente la sua famiglia, e quelle degli amici, non approvava tale comportamento. Suo padre Augusto cercava in ogni modo di raddrizzare quella contorta mentalità, la giudicava un’assurda sfida al pericolo, ignorando invece la sua voglia d’emulare un padre così straordinario. Per lui era un vero mito. Nel primo cassetto della credenza teneva la sua foto, in alta uniforme della marina, indossata nel giorno del congedo, era il più grande e segreto tesoro, sottratto furtivamente dall’album fotografico del genitore. Aveva fatto solenne giuramento che, appena raggiunta la maggiore età, avrebbe fatto domanda per partire volontario in marina, al battaglione S. Marco.<br />Un movimento improvviso lo bloccò mentre sollevava l’ennesima scatola; si domandò cosa fosse. Guardò incuriosito il grigio pavimento, era sicuro d’aver visto una cosa saltare giù dalla scatola e non ci mise molto a trovarla. A non meno di dieci centimetri dal suo piede destro vide un grosso ragno. Aveva uno strano colore che sfumava dal grigio al viola e dieci lunghe zampette nere; praticamente era la cosa più strana che avesse visto in tutta la sua vita. <br /> (Che cavolo è questo? Mi sembrava di ricordare che i ragni avessero otto zampe e non dieci!), pensò mentre fissava lo strambo insetto che si dondolava sui lunghi arti, quasi non sapesse dove andare… o forse si stava preparando per spiccare un balzo? <br />Di ragni nella mansarda n’aveva visto a decine, certo quello era strano, gli veniva voglia di schiacciarlo, distruggerlo, farlo sparire. Posò lentamente la scatola a terra, il ragno parve incurante dei suoi movimenti, continuava imperterrito con il ritmico, fastidiosissimo, dondolio. Alzò il piede destro e lo portò sopra l’insetto.<br /> - Mi spiace piccolo…-, disse Giovanni sorridendo. - …sembri troppo pericoloso perché continui a campare.<br />Detto ciò il piede calò lentamente sul povero insetto.<br /> - Non puoi neppure immaginare quanto!<br />La voce comparsa dal nulla lo gelò all’istante lasciandolo inebetito con il piede sollevato a pochi centimetri dal suolo. Impaurito si guardò attorno per capire chi avesse   parlato, ma il terrazzo era angosciosamente deserto. Solo lui e il ragno.<br /> (Sparito!)<br />Si guardò ben attorno con un crescente senso di disagio. <br /> (Non può essere stato così svelto.)<br />Per quanto si sforzasse il curioso insetto sembrava sparito nel nulla, come se non fosse mai esistito; incominciò anche a dubitare d’averlo realmente visto. Decise infine di lasciar perdere.<br /> (Quante storie per uno stupido ragno!)<br />Rise! Convincendosi con quel gesto di poter cancellare tutta l’angoscia che lo aveva improvvisamente assalito. Anche la strana voce non era mai esistita, pura allucinazione per la troppa fame. Confortato da tutte quelle elucubrazioni riprese la scatola fantasticando sul tipo di premio da chiedere al padre come ricompensa per il massacrante lavoro ottimamente svolto.<br /> (Gli chiederò il permesso di andare in disco con gli amici, questa volta non potrà dire di…)<br />I pensieri s’interruppero lì, mentre stava chino sulla cassa da sollevare. Lo sguardo posato sull’abnorme forma di quel malefico ragno immobile, sul jeans della gamba destra.<br /> (Maledizione!)<br />Non poté dire o fare altro. Velocissimo il ragno s’infilò oltre l’orlo dei pantaloni, lo sentì zampettare mentre risaliva la caviglia; poi un pizzico, e un senso di bruciore che dalla gamba gli invase il corpo.<br />Gli effetti furono immediati. Una sensazione di vertigine contorse il mondo attorno a lui, come se una forza sconosciuta lo stesse sollevando per aria. Preso dal panico incominciò a barcollare, i suoi sensi sparirono e la vista divenne scura come la notte.<br /> - Mio Dio…no…aiuto!…<br />Urlò con tutto il fiato che aveva in gola ma né il padre né il mezzo ubriaco Vannucci lo sentirono. Nessuno vide il suo corpo cadere sul grigio pavimento de terrazzo, accasciandosi tra le scatole, privo di sensi.<br /><br />4<br /><br />Sul terrazzo il corpo di Giovanni stava immobile sotto il sole d’ottobre freddo e spettrale. Il volto color cenere, le labbra viola colanti di saliva densa, spasimi irregolari che scuotevano bruscamente il corpo, il respiro lungo e affannoso. Poco più su della caviglia destra, sotto lo spesso strato dei jeans da lavoro, sporgeva appariscente la protuberanza pulsante creata dal ragno. Seguiva il ritmo del respiro di Giovanni scuotendo sinistramente la stoffa… <br /><br />5<br /><br />L’oscurità.<br />Quel buio silenzioso fu stravolto da un oggetto luminoso, una sorta di lungo e affilato coltello bianco. Fluttuò in quel nulla fermandosi al centro della visuale. Non ne capiva il significato o perché fosse lì, qualsiasi posto fosse. Non sapeva cosa fare, pensare, cercare… ma il fatto stesso di essere cosciente di se e della sua condizione gli riempiva l’animo di un angoscia lacerante. Un dolore tanto forte che non poteva sostenere. Oltre il nulla e il dolore aveva quello strano oggetto; nessun altro pensiero. No; uno c’era: sta cambiando!<br />Ai lati del coltello di luce s’aggiunsero due cuspidi bianche e scintillanti, simili a dei coltelli più piccoli. Su le loro lucenti superfici iniziarono a scorrere delle immagini. Un bambino di cinque anni su di una bicicletta, un triciclo azzurro… sorride felice mentre gira in circolo in un prato verde. Sull’altro la forma di una gigantesca torta, illuminata solo dalle candeline colorate accese, il numero sette decorato con la cioccolata; il viso felice di un bambino che emerge dalla penombra e, con un soffio, spegne le candeline urlando soddisfatto.<br />Ai lati di questi incredibili visori a forma di cuspide se n’affiancano altri due, simili al primo coltello, a questi altri quattro più piccoli sui lati. Ad un ritmo esponenziale gli oggetti si susseguirono fino a riempire tutto l’orizzonte.<br />Ora il nulla è colmo d’immagini, un enorme muro di cuspidi che proiettano frammenti dei ricordi di Giovanni, la sua mente le guarda mentre il muro di cristallo si piega su se stesso, imprigionandolo. Sembra solido ma quando il pensiero lo sfiora ecco che ondeggia, si sfascia, crollandogli a dosso. Le migliaia d’immagini lo coprono come infiniti mattoncini di un lego mandato per aria. Giovanni che va al mare; Giovanni mentre prende il bus dopo la scuola; Giovanni che esce con gli amici; Giovanni che gioca a pallone… le immagini ricoprono l’Io di Giovanni. Per ultima rimane la figura snella e scattante del ragno a dieci zampe… poi il nulla torna freddo a coprire tutto. Anche la coscienza di se medesimo sparì.<br /><br />6<br /><br />Un angolo scuro stagliato contro un qualcosa di lontano e grande, tinto con sfumature di rosso e viola. Lo regge una piccola piramide bianca con al centro un buco nero. Vicino le sagome d’enormi quadrati scuri lo sormontano, limitandone la visibilità, inclinata sulla destra, di quella strana struttura così famigliare. Gia vista…<br />Senti dolore quando si muore? Forse si… sicuramente provi angoscia, paura, pensi a tante cose e a nulla mentre il panico raggiunge vette inimmaginabili. Ma Giovanni era realmente morto? Era certo che quel ragno avesse scritto la parola fine alla sua vita. Invece gli occhi vedevano ancora, lentamente quello strano panorama prese a ruotare, radrizzandosi. Gli oggetti acquistano forme e dimensioni reali, così improvvisamente si trovò a contemplare pile di scatole ammassate tutt’attorno a lui, davanti alla facciata a piramide della mansarda. Sopra il cielo che si stava iniziando a tingere dei colori della sera, con il sole, basso sull’orizzonte, che si nascondeva dietro le nuvole. Si rese conto d’essere ancora vivo! <br />Avrebbe voluto urlare tutta la sua gioia, ma dalla bocca uscì poco più di un gorgoglio. Rivedere il sole fu bellissimo anche se quella felicità lasciò subito posto alla coscienza che la sua disavventura non era ancora finita. Dalla posizione del sole intuì che era rimasto svenuto per almeno tre ore, possibile che in tutto quel tempo suo padre non si fosse accorto di nulla? Riprovò ad urlare, gridare: sono qui, aiutatemi! <br />La bocca gorgogliava ancora, la sentiva impastata, piena di bava densa e appiccicosa, non riusciva neppure a passarsi una mano sul viso per ripulirsi da quanto era intontito.<br /> (Dio, Dio… devo essere messo davvero male! Non posso stare qui ad aspettare di morire, devo riuscire ad alzarmi…)<br />Disperatamente cercò di muoversi, di fare qualche rumore per attirare l’attenzione degli altri, ma non riuscì neppure in questo. L’ansia rese il respiro affannoso mentre il pensiero che la morte che si faceva prossima finì per stordirlo ulteriormente.<br /> (… non voglio morire… non voglio!)<br />Tutte le emozioni che avevano contraddistinto quegli ultimi minuti divennero insignificanti, anzi sparirono istantaneamente nel momento in cui Giovanni vide il suo corpo emergere da dietro gli scatoloni, prenderne uno e depositarlo sullo scivolo; lo guardava passivo scivolare giù.<br /> (Quello sono io!)<br />Osservare se stessi fu una brutta esperienza, sicuramente la peggiore di tutte quelle che negli ultimi minuti aveva vissuto. L’altro Giovanni si muoveva in maniera strana, bastavano pochi passi per evidenziarne un impaccio fanciullesco, quasi fosse un bambino che imparava a camminare. Prese un’altra scatola e la posò sullo scivolo con grande difficoltà. Poi un’altra, qui però il viso di Giovanni si volto, con uno scatto quasi meccanico, verso di lui e pronunciò una parola, scandendone bene le lettere.<br /> - Salve!<br />Veramente quella parola gli si era formata direttamente nel cervello. L’ennesima stranezza che andava a confermargli quanto quel mondo fosse irreale. Augurandosi di risvegliarsi al più presto decise di stare al gioco e provò a rispondere mentalmente al saluto.<br /> (Salve.)<br /> (Scommetto che ti domandi cosa sta succedendo.)<br /> (Effettivamente si.)<br /> (Semplicemente mi serviva un corpo, così mi sono preso il tuo. Certo ho ancora qualche difficoltà motoria ma con un po’ di pratica imparerò; credi che questo sia tutto un sogno?)<br /> (Incubo, delirio, allucinazione… chiamala come ti pare!)<br /> (Voi umani siete incredibilmente scettici… se ti riesce prova a voltarti per guardare dietro di te.)<br /> (Va bene!)<br />Giovanni iniziò la manovra. Un semplice movimento rotatorio di centottanta gradi, una sciocchezza che avrà fatto almeno un miliardo di volte senza starci tanto a pensare; eppure non ci riusciva! Negli incubi anche i movimenti più elementari sono impossibili, spesso ti manca la voce e capitano le cose più incredibili. Era convinto che quella realtà fosse fasulla ma continuò ad impegnarsi nella manovra, era curioso di vedere cosa voleva mostragli l’altro lui. Sentiva le gambe incredibilmente leggere e lunghe, coordinarne i movimenti gli costò un’immane fatica, non capiva se era in piedi o strisciasse scompostamente al suolo. Gli occorsero parecchi interminabili secondi ma finalmente a voltarsi. Dall’altra parte s’ergeva un enorme specchio impolverato che non aveva mai visto prima, d'altronde uno specchio alto almeno dieci metri se lo potevano permettere in pochi! I suoi lati erano tutti smussati e scheggiati, facendo da apripista ad una lunga e sinuosa crepa che arrivava sino alla sua base. Seguì con lo sguardo quel ripido fulmine congelato nel vetro sino ad incrociare il riflesso del suo corpo dietro di lui. Immediato tornò il disagio, sensazione che si trasformò in stupore e nuovamente in terrore quando vide dinanzi a se il riflesso del ragno. <br /> (Non è possibile…), pensò d’alzare una gamba sperando che il riflesso del ragno non facesse la medesima cosa, invece… anche quello alzò una delle sue zampette pelose. <br /> (Io sono il ragno?!)<br /> - Sicuramente uno scambio vantaggioso! -, il corpo che era appartenuto a Giovanni parlò con insopportabile enfasi.<br /> (Tu chi diavolo sei… perché hai preso il mio corpo?)<br /> (Non ti serve sapere altro, d'altronde per quello che devo fare il corpo di un ragno non era il più indicato), rise. Una risata piena e alta, come mai prima s’era accorto di possedere. <br /> ( Uccidimi e facciamola finita!)<br /> (No, voglio studiare le tue reazioni).<br />L’espressione sul volto di Giovanni mutò in un attimo, come se si fosse destato da un lungo sonno, appariva ora stanca ma normale. Provò anche a muoversi e tutti i gesti erano più naturali.  <br /> - Giovanni, che combini?<br />Giovanni si sporse oltre il bordo del terrazzo, guardò i due uomini che stavano immobili sul cassone di un camion parzialmente riempito di scatole e vecchi utensili.<br /> - Figliolo va tutto bene?-, insistette suo padre con un misto d’apprensione e nervosismo. Stava per tramontare il sole e intendeva ultimare i lavori prima che ciò accadesse.<br /> - Tranquillo papà va tutto bene!<br /> - Allora riprendi a mandare giù la roba prima che il Vannucci sia completamente ubriaco!<br />Rise a quella battuta osservando l’altro, il Vannucci rispose aprendo un’altra birra. Giovanni si avvicinò alle ultime casse ammucchiate vicino al ragno, s’inchinò a sollevarne una.<br />- Vedi, nessuno s’è accorto dello scambio, ora io sono te!<br /> ( No, no, no, nooooooooooooooo!!!!!)<br />La realtà, atroce, sconvolgente, divenne un dolore pulsante, fortissimo, che gli spaccava il cervello. Il ragno Giovanni sentiva che la sua piccola testa sarebbe esplosa, sperava che ciò accadesse almeno quella mostruosità che stava vivendo sarebbe cessata. Non potendo urlare per sfogare quell’immenso dolore incominciò a correre più veloce che poteva sulle sue lunghe zampe. Sbatté prima sul vetro e poi sulla scatola accanto. Si rovesciò ma subito tornò in piedi riprendendo a zigzagare tra le casse di legno, senza una meta precisa, senza altro scopo se non quello di allontanarsi da quel luogo maledetto. Lui ormai non era più il quattordicenne Giovanni Ninni ma solo un ragno.<br /><br />7<br /><br />Il Iveco s’avviò con un rombo sommesso emanando corpose nuvole di fumo nero dallo scappamento mangiato dalla ruggine. Da dentro l’abitacolo veniva fuori un nauseabondo odore di tabacco e birra ma il Vannucci sembrava non farci caso, come se si trovasse immerso in una nuvola balsamica. A debita distanza stavano Augusto e Gianni osservavano le complesse manovre d’avviamento.<br /> - Vista l’ora, se voglio trovare la discarica regionale ancora aperta dovrò farmi una corsetta.<br />La sigaretta accesa che il Vannucci teneva penzolante tra le labbra seguiva i movimenti lenti della bocca mentre parlava; Giovanni rimase allibito da quello spettacolo. <br /> - Per il carico mi pagherai un altro giorno.<br /> - Come vuoi Alex.<br />Nell’attimo in cui innestò la prima molò la frizione e premendo a fondo l’acceleratore. La povera macchina fremette tutta sotto l’azione dovuta all’accelerazione improvvisa, il motore ruggì feroce quasi volesse esplodere. Le ruote anteriori girarono a vuoto sul ghiaino affondandovi lievemente, scagliandone a decine per aria, poi fecero presa sul terreno e la pesante macchina si mosse, uscì dal viale e si avventò sulla strada in una gigantesca nuvola di fumo nero e polvere. Augusto e Gianni rimassero allibiti da quella feroce manovra, ma ancor di più nel veder il camioncino arrampicarsi su per le coline, sbandando pericolosamente ogni volta che imbucava sparato qualche curva.<br /> - Speriamo bene. -, borbottò Augusto passandosi una mano tra i capelli impolverati.<br /> - Allora figliolo, andiamo finalmente a mangiare?<br /> - Certo…<br />Pronunciò quella risposta in maniera poco convinta mentre seguiva il padre entrare in casa. Cercava nei suoi ricordi qualche informazione sul tipo di comportamento da mantenere in quello strano rituale che Augusto chiamava “mangiare”. <br />La sala da pranzo era ampia, la tavola centrale imbandita con piatti, posate e bicchieri, un ambiente in cui si sentiva a disagio. Per quanto si sforzasse era sempre in ritardo con i tempi del padre, così notevolmente fuori posto che incominciò a sospettare che il padre nutrisse dubbi sulla sua reale identità. Forse gli uomini erano in grado di sentire la differenza tra parenti così stretti, forse avrebbe dovuto ucciderlo subito? Sperava di no.<br /> - Giovanni siediti pure mentre io recupero le cibarie!<br />Subito s’era accomodato alla destra del padre, gli sembrava la posizione più ovvia. Augusto stava trafficando in cucina e ben presto tornò spingendo un carrello carico di pentole fumanti.<br /> - Per fortuna che tua madre ha preparato tutto prima di uscire altrimenti avremmo dovuto passare la fame!<br /> - Già…<br />Si trovò dinanzi un piatto colmo di strani pezzetti chiari e scuri immersi in una sorta di salsa fumante. Prese una posata e cominciò a frugarla incuriosita. Augusto lo guardava interdetto.<br /> - Giovanni che fai, non ti piace lo stufato?<br /> - Sì certo…<br />Raccolse uno dei pezzetti chiari e lo porto alla bocca poco convinto di ciò che stava facendo. Iniziò a masticarlo cautamente.<br /> - Sono patate… buone!<br /> - Certo che sono buone, tua madre e la migliore cuoca della regione!<br />Giovanni annuì in segno d’assenso pienamente convinto mentre masticava entusiasta ogni cosa, sembrava quasi che mangiasse per la prima volta in vita sua. Augusto decise di non pensarci troppo, si alzò dal suo posto e tornò nella cucina dirigendosi verso il frigo, una bella birra fresca era l’ideale! Aprì l’anta del frigo e recuperate due birre, si voltò per tornare a tavola ma non fece in tempo a fare due passi che un grosso ragno sbucò da sotto una credenza piazzandosi proprio dinanzi a lui; per un attimo rimasero entrambi immobili.<br /> ( Papà?!)<br />Augusto odiava i ragni, erano gl’insetti che più detestava e temeva, questo poi aveva un’aria così insolita con i suoi strani colori.<br /> ( Papà aiutami ti prego!)<br />Augusto si avvicino cautamente e senza pensarci tanto gli calò sopra la suola dei pesanti anfibi che calzava. L’immobile insetto schiattò con un sonoro “Crak!”.<br /> - Schifoso!<br /> - Papà, che cosa succede?<br /> - Niente figliolo, solo un ragno, però si è fatto schiacciare come un idiota.<br />Sollevò lo scarpone e vide che l’insetto s’era allargato in un’appiccicosa chiazza violacea. Le lunghe zampe si muovevano ancora.<br /> - Schifoso… dopo mi toccherà pure pulire per terra.<br />Tornò a sedersi al tavolo posando le bottiglie di birra accanto al figlio. Dimenticò quasi subito quel piccolo insetto che stava morendo sul pavimento della cucina.<br /> (Grazie papà).<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-525"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-525</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-525</guid><category>racconto</category><pubDate>mer, 03 mag 2006 21:22:30 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Ricordi</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>Il cielo è di un blu incredibilmente bello, sfavillante cornice al disco solare, grande, tondo, caldo  <br />Fiiiii!!!<br />L'arbitro fischia il fallo alzando la mano al cielo. Guardandolo sdraiato da terra la sua posa a un non so che di Biblico, mi ricorda tanto Mosè mentre sta per aprire le acque del mar Rosso con il suo bastone. Sollevo la testa, il campo mi si stende dinanzi in grigia terra battuta, sulla rete di recinzione ci sono poche persone, curiosi, discutono sul fallo appena fischiato dall'arbitro; mi alzo guardandoli mentre con le mani scuoto i pantaloncini carichi di polvere. La punizione sarà battuta dal limite dell'aria di rigore. Dietro la barriera di quattro uomini scorgo la figura di Mirko, lui sta lungo la linea della porta, nel suo sguardo brilla la luce della determinazione, non ha più nulla del burlesco degli allenamenti. Mi fissa con sguardo minaccioso, di sfida, come a dirmi: prova a segnarmi! Gli avversari dispongono le marcature sugli altri miei compagni, non conosco bene nessuno di loro, sono tutti volti sconosciuti sul campo, tra il vento e la polvere, loro però non fanno parte della nostra sfida. Walter mi si avvicina con la palla tra le mani, gli fa fare due giri, mi guarda dritto in faccia chiedendomi: vuoi batterla tu?<br />Si.<br />L'arbitro indica che la punizione deve essere battuta di prima, al suo fischio, controlla la distanza della barriera richiamando i giocatori che non rispettano il limite dei nove metri e quindici. Quando tutto gli sembra regolare finalmente si allontana e fischia la battuta; parto con la breve ricorsa e calcio cercando di dare alla palla il giusto effetto. Penso alle decine di volte in cui mi sono allenato nella battuta, cerco di colpire la palla dosando la forza in modo che si alzi e voli proprio dove voglio indirizzarla. L'impatto è violento, tante piccole zollette bianche partono per aria, altra polvere s'aggiunge alla polvere. La palla si alza, gira frenetica sopra le teste dei giocatori formanti la barriera, qualche d'uno salta, ma non possono ostacolare il suo volo. Dalle loro scomode posizioni riescono ad ammirare solo una porzione dello splendido arco che la palla disegna per aria diretta verso la porta. Mirko contrae il viso e digrigna i denti come se avesse visto la palla partire solo all'ultimo momento, intuendo in quella traiettoria ardita il giusto effetto per batterlo. Masticando chissà quali imprecazioni fa un passo alla sua sinistra e con un balzo è anch'egli per aria, volando come un uccello senz'ali. Per attimi rimangono entrambi sospesi per aria quasi si muovessero in una moviola in 3D; la palla conclude la sua traiettoria sotto l'incrocio dei pali, scivola accarezzando la rete prima di rimbalzare sul fondo. Anche Mirko finisce in fondo al sacco sospinto dalla testardaggine del suo volo, battuto da quel tiro beffardo, tra la polvere e il rammarico svanisce. Guardo con stupore la palla muoversi appena a ridosso della rete, mi volto per cercare il conforto dei compagni di squadra per quell'assurdità, ma incredibilmente nel campo non c'è più nessuno; sono spariti tutti.<br /> <br /><br />Anche il perimetro del campo è deserto, le panchine sono vuote, spariti anche quei pochi che stavano lungo le rugginose reti di recinzione. Poco oltre scorgo le biciclette di Stefano e Walter, alcune macchine tra cui spicca una Tempra bianca che non ricordo di aver mai visto prima. Lo sguardo va verso il cancello d'ingresso giusto in tempo per vedere due figure entrare, incamminandosi verso di me. Con stupore scopro che uno è l'amico Cristian, indossa l'ormai immortale maglietta di Batistuta, regalatagli tanti anni prima. Da quando lavora in Germania e un poco ingrassato, ora la maglietta gli sta gonfia sulla pancia, non ha più quel fisico asciutto e agile di quando giocavamo ancora assieme. L'altro lo riconosco a fatica: è Luca! Ora porta gli occhiali scuri da fighetto e i capelli a spazzola, fa tintinnare le chiavi della macchina mentre mi si avvicina, sorridendo alla vecchia maniera da "Pokèmon", come direbbe Emiliano. Li abbraccio entrambi, con commozione, era da tanto tempo che non ci vedevamo. Cristian comincia a parlare nel suo solito modo infuocato, sbracciandosi a destra e a manca, battute a raffica con qualche parola di tedesco, per colorire ancora di più i suoi racconti di vita tedesca. Luca come sempre preferisce ascoltare al parlare, intervenendo solo per qualche battuta scherzosa. Attorno a noi tre non c'è più nessuno, ma ormai non me ne curo più, dopo tanto tempo ci siamo rincontrati ed é bello riuscire ancora ad emozionarsi per le tante storie da raccontare, per i mille ricordi condivisi sin da bambini, proprio lì, in quel grande campo della vita. <br /><br />2<br /><br />Fotografie.<br />La macchina si spegne con un sibilo lanciando fuori dalle sue interiora di plastica e silicio la foto di noi tre sul campo di calcio, scattata in una calda serata di Luglio di tantissimi anni fa. Questo risveglio è stato molto faticoso, i miei occhi impiegano molti minuti a riabituarsi alla realtà. Forse perché sto facendo troppi "viaggi" di seguito senza riposarmi abbastanza. La luce tiepida filtra sbilenca in quel grande rettangolo di cemento armato che è la mia stanza. Dinanzi a me solo la porta blindata, sotto il sedere il letto su cui mi sono svegliato, quasi sessantasette ore fa. Appoggio il casco/visore sul letto, tutt'attorno a me decine di foto, frammenti di ricordi congelati nella carta patinata. Rappresentano l'unico legame rimastomi del mio mondo, un impetuoso fiume d'immagini ed emozioni la cui furia va oltre le mie forze, così mi lascio semplicemente trasportare, mentre lentamente affondo; senza speranza di salvezza. Quella specie di sogno/ricordo indecifrabile mi ha lasciato uno strano torpore, un misto di nausea e mal di testa tipica delle mie nottate insonni passate davanti al computer. Per quanto mi sforzi non ricordo di aver mai vissuto quell'incontro, anzi rincontro, giacché non lì vidi mai più dopo la partenza. Partì anch'io, ma non andai mai in nessun altro luogo al di fuori di questa stanza, ne vidi o conobbi altri al di fuori di me. I computer erano il mio mondo, la mia vita, lavorai per anni, con entusiasmo e passione. Ricordo ancora il giorno dell'attivazione, io e altri undici prescelti dovevamo "viaggiare" nel tempo, un sonno criogenico ci avrebbe risvegliato vent'anni dopo, in perfetta salute. Così sarei riuscito a coronare un sogno inseguito sin da bambino: riuscire a vedere il futuro.<br /> <br />La camera criogenica fu costruita in un vecchio bunker antiatomico alla periferia di Torino, faceva tutto parte del programma di ricerca del CNR per cui lavoravo. Allora ero eccitatissimo all'idea di vedere quel mondo futuro, le sue strade, la sua società, la sua tecnologia. Al mio risveglio ero solo, nessuno dello staff tecnico o medico, nessuno degli altri miei compagni di viaggio. La porta blindata della camera era bloccata, sono solo riuscito ad aprire le paratie che coprivano la finestra blindata e lo spioncino della porta. Oltre quei vecchi vetri blindati vidi i locali invasi dalla polvere, una finissima sabbia gialla aveva coperto tutte le superfici, nessun essere vivente, solo silenzio. Per alcuni attimi rimasi senza fiatare, per quanto mi sforzassi non riuscivo ad immaginare cosa aveva potuto scatenare una simile devastazione; i locali sembravano abbandonati da molto tempo. Diedi uno sguardo oltre la finestra, questo futuro non è certo ciò che mi aspettavo, il mondo che si scorgeva oltre il vetro è morto, la terra bruciata percossa da impetuosi venti a quasi 200 chilometri orari, palesemente incapace di ospitare qualsiasi forma di vita. Appoggiai la schiena al muro e mi lasciai scivolare fino al pavimento, cosa poteva essere stato a ridurre il mondo in quelle condizioni. Una guerra? Una catastrofe naturale? Cosa!<br />I computer che riuscì ad attivare mi diede la sconcertante notizia che invece del tempo stabilito sono trascorsi quasi duecento anni dall'attimo in cui mi addormentai. Non fu in grado di dirmi a cosa sia dovuto un simile errore, né cosa abbia distrutto il mondo o che fine abbiano fatto gli altri diciannove "viaggiatori". Ho però scoperto che la fuori non potrò sopravivere che per pochi minuti. Tra due ore esaurirò la mia riserva d'aria e allora la porta blindata si aprirà automaticamente. <br />Non oso giudicare la mia scelta neppure ora, guardo il mondo esterno e ripenso a tutte le esperienze che ho perso, al valore di una vita bruciata per un sogno che forse non poteva valere tanto. Non capisco neppure per chi sto lasciando questo video diario, forse ormai sono l'ultimo uomo sulla terra <br />Mi rimangono solo le fotografie, i volti delle persone che hanno avuto un qualche significato nella mia vita. Le osservo sparpagliate sulla coperta e il sorriso leggiadro di una ragazza dai capelli neri fa capolino dal gruppo. Scosto le altre, guardo rapito quel volto, il suo sorriso e dolce, con il capo inclinato sulla sinistra e i capelli scompigliati dal vento, inginocchiata sul prato del parco, trattiene tra le mani la pelosa figura di un piccolo cane dal pelo rosso.<br />- Monica <br />Pronuncio quel nome con un sussulto del cuore. Ricordo ancora i momenti felici, gli attimi passati a ridere per le battute, i giochi   lei è qui, sta in una di queste camere, forse proprio in quella affianco. Forse è sveglia o forse è morta da tanto tempo, purtroppo non ho alcuna possibilità di comunicare con le altre camere. Ma se lei è ancora viva e sta usando il casco/sogno posso ancora incontrarla e parlargli, almeno per dirgli addio. Infilo la fotografia nella fessura della macchina per il sonno indotto, capace di farti vivere scenari precalcolati in base agli imput inseriti nella sua memoria. Il programma di simulazione si avvia automaticamente, imposto il timer per tre ore. Non mi rimane altro da fare che allacciare il casco per la realtà virtuale e partire per l'ultimo viaggiò di un sognatore; quando le porte blinde si apriranno sarò con lei. <br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-453"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-453</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-453</guid><category>racconto</category><pubDate>mer, 29 mar 2006 14:41:42 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - La fine</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Bia73"> </a></strong></p><p>La luce filtra sbilenca tra le assi di legno che formano quel cubicolo scuro che è il capanno degli attrezzi. Stano per aria come decine di lame bianche sospese nel nulla, sembrano tanto solide da poter tagliare la realtà se gli capita di passargli accanto. Dalla mia posizione posso ammirare il cappio che dondola tra loro, legato alla base della trave portante. Sembra quasi chiamarmi con voce invitante: vieni!<br />(Sei sicuro di volerlo fare?)<br />Oggi è una splendida giornata. Nel parco in cui lavoro come giardiniere ci sono tanti prati verdi e aiuole fiorite, famiglie e bambini che giocano felici. <br />(Non è ancora giunta la tua ora.)<br />- BASTA!<br />Il mio urlo rimbalza tra le assi, persino il cappio sembra colpito dalla sua forza che pare fargli aumentarne il rollio. La voce dentro la mia testa continua a parlare.<br />(Non sono stato io a decidere, nessuno a colpa )<br />- Certo, sono le stesse parole che ha usato il dottore per dirmelo  non è colpa di nessuno.<br />Quel momento mi ritorna in mente con una forza dirompente, quasi sia ancora lì, in quell'ospedale, ad aspettare il responso della visita. La sala bianca, nell'aria un forte odore di medicinali, dovrebbe dare l'idea di pulito, invece riesce a rendermi ancora più stordito. Sui muri sono appesi poster d'anatomia umana, enormi scaffali pieni di scatole medicinali, una scrivania, un computer acceso, qualche sedie, il letto su cui sono sdraiato. La vita dalla visuale del malato non è piacevole, e fatta soprattutto di paura e apprensione. Il dottore entra con passo veloce nella stanza. Con un gesto della mano mi fa segno di rimanere sdraiato, bloccando sul nascere il tentativo di mettermi in piedi. Sembra molto giovane, potremmo essere quasi coetanei, ma il suo sguardo è spento, freddo in maniera innaturale, come se avesse visto cose capaci di spegnergli ogni emozione se non la rassegnazione.<br />- La sua TAC è uscita molto bene. Ora abbiamo un quadro abbastanza chiaro della situazione clinica. Come si sente ora?<br />- Meglio, ma il mal di testa continua a stordirmi.<br />- Capisco.<br /> Le gelide premure che mi rivolgeva aumentavano ancor di più il disagio. Lo osservo armeggiare davanti ad un grande panello illuminato, appese lastre fotografiche di quello che dovrebbe essere il mio cervello.<br />- Guardi, proprio qui, nella zona occipitale destra. Questa è la causa del suo precario stato di salute: un tumore.<br />Quella parola è come una cascata gelata che mi travolge. Non so controbattere a ciò, né parole per definire il mio stato d'animo. Rimango in silenzio ad ascoltare. <br />- La situazione è grave. Un ipotetico intervento chirurgico può esserle fatale, in questi casi i trattamenti con chemioterapia sono i più indicati. <br />- Posso sperare in una guarigione?<br />- Può è deve, ma e giusto sapere che le sue probabilità di guarigione sono dieci su cento. Mi spiace! La signorina Matilde le saprà indicare tutte le terapie e i trattamenti previsti. In ogni caso è libero di fare ciò che vuole.<br />Spense il panello luminoso con la stessa semplicità in cui dichiarò finita la mia vita. Da allora sono passati due anni. Ora mi verrebbe da ridere al pensiero di come reagirebbe quel dottore nel vedermi ancora vivo e in perfetta forma fisica. L'unica differenza, a parte l'emicrania lacerante, è che ora quel tumore, dopo essere tanto cresciuto, riesce a parlarmi. Forse ora riuscirei a scuoterlo, a provocare in lui delle reazioni. Sicuramente mi prenderebbe per pazzo.<br />(Quando deciderai di usarla?)<br />- Cosa?!<br />(L'energia che mi stai assorbendo, non vorrai sprecarla morendo)<br />- Pensi che mi possa fregare qualcosa di ciò!<br />(Dovresti invece, è per suo merito se sei ancora vivo. Sicuramente ora saresti già morto se ti fossi sottoposto alla chemioterapia)<br />- Morirò comunque <br />(Prima o poi tutti devono morire)<br />- Già <br />Il cappio continua a dondolare sempre più lento. Gli sto dinanzi, pronto a salire su quel dannato sgabello, basta allungare le mani per infilarmelo attorno al collo. Ci vuole coraggio anche per farla finita, anche quando sai di non aver più speranze eppure, testardamente, continui a sperare. Ci provo ogni giorno solo per fermarmi sul primo gradino, osservare quel cappio dondolante come un pendolo, ipnotizzandomi. I miei pensieri corrono dietro i sogni che non potrò mai realizzare, a tutte le cose che non potrò vedere e fare, al nulla che dopo m'avvolgerà  come facevo prima a vivere ignorando quest'angoscia? In realtà, poiché l'uomo è in grado di dimenticare, riesce a vivere cancellando le paure, vive le sue illusioni è spera che una qualche via di fuga può esistere. Per quanto mi sforzi rimane sempre e solo quel vuoto, non esiste nessuna ragione di fronte alla morte, solo rassegnazione. <br />- Che cosa sei?<br />(Un essere vivente come te)<br />- Io non ammazzo per vivere<br />(Io devo)<br />- Perché?<br />(Non conosco una risposta)<br />- Da dove vieni?<br />(Da un luogo chiamato "luce", lì ci sono affidate le vite degli uomini. Qualche volta capita di incontrare persone come te, in grado di sentirci, e vi è concesso il potere di compiere scelte che influiranno sul destino degli altri; siete appena lo 0,003% di tutta la popolazione)<br />- Io sarei uno di quei fortunati?<br />(L'energia che stai accumulando ti permetterà di intervenire sulla realtà modificandola in meglio, o anche in peggio. Praticamente poi fare quello che vuoi!)<br />- Ma niente per me stesso.<br />(Esatto)<br />Gli faccio queste domande da quando ha incominciato a parlarmi. Oggi voglio fargli una domanda che non gli ho mai posto.<br />- Come ti chiami?<br />(Non ho un nome proprio, ma vuoi umani ci chiamate Angeli)<br />- Capisco.<br />Sorrido. Da qualche tempo non faccio che pensare che dovrei usare l'energia per evitare questo dolore a tutti gli altri come me, è un'idea che mi affascina. Focalizzo quel pensiero affinché la sua forma diventi nitida anche per lui.<br />(Vuoi davvero farlo?)<br />- Sostieni che posso fare di tutto.<br />(Sì certo, ma l'energia potrebbe non bastarti, la sprecheresti morendo inutilmente nello sforzo. Forse sarebbe meglio ripiegare su qualcosa di più semplice)<br />- No, o così altrimenti nulla.<br />(Fai come meglio credi)<br />La porta si apre con un leggero cigolio. Il parco è animato dalle urla di decine di bambini che scorrazzano tra i prati, sulle panchine le mamme parlano dell'ultima puntata di Beautiful. Per le strade regna il solito caotico traffico di chi a sempre tanta fretta e pochissimo tempo; l'immagine perfetta di un mondo che non sa dove andare.<br />(Sei davvero convinto di poter decidere per tutti cosa sia bene o male?)<br />- Non sono Dio, se mai uno sia veramente esistito, ma non intendo tornare indietro.<br />(Non pensi che sia un comportamento egoista? La tua paura ti sta confondendo.)<br />- Forse, ma di una cosa sono sicuro: tutti hanno paura di morire.<br />Avanzo silenzioso per il prato, ogni tanto qualche signora mi riconosce e saluta, rispondo con un cenno cortese del capo. Non so bene cosa cercare o dove andare, semplicemente giro per il giardino forse per convincermi che ciò che sto per fare è veramente giusto. Sotto una gigantesca quercia decido di fermarmi, respirando la sua aria fresca e frizzante. Il suo effetto è inebriante, quasi avesse la facoltà di cancellare tutti i miei dubbi, una strana euforia mi mette addosso una voglia matta di correre. Mi pare quasi di rivedermi bambino, libero e spensierato, che non può e non deve pensare nulla. A pensarci bene forse quella è l'età più falsa, tutti si prodigano per far apparire la vita ciò che non è facendoti desiderare di diventare subito grande, ma quando sei cresciuto rimpiangi quel tempo che pare volato via in un batter di ciglia. Mi tornano in mente le parole del mio vecchio professore di lettere, citava sempre questa frase: "Gli esseri umani provano sempre dolore, e poiché il loro cuore duole, provano sofferenza anche nel vivere."<br />Il sole filtra tra il denso fogliame, basta uno sguardo e anche così, seminascosto, ti acceca in un istante. <br />(Non so dirti cosa sia giusto o sbagliato, se dopo possa esista un inferno per i malvagi e un paradiso per i giusti. Posso però assicurarti che tutto accade per un motivo ben preciso)<br />Sorrido a ciò che la voce mi dice, a modo suo vuole infondermi coraggio.<br />- Pensi che dopo, quando sarò morto, potremmo incontrarci?<br />( Non lo so, non dipende da me)<br />- Certo, dipende solo da me.<br />Esco dall'ombra della quercia e alzo lo sguardo al cielo, fisso quella palla infuocata che è il sole. Gli occhi mi bruciano quasi all'istante, una calda luce bianca cancella tutto, il calore penetra nei nervi e arriva sino al cervello; sono solo pochi secondi di tremendo dolore. Sono cieco, forse anche per colpa dell'energia che fluisce fuori dal mio corpo, nonostante tutto mantengo concentrato tutto me stesso sul sole. Paurosi spasmi mi scuotono il corpo sempre più forti, dalla bocca inizia a colarmi una densissima bava. Tra tutto il caos che mi sconvolge la mente e il corpo rimane solo una cosa chiara: il sole.<br />- Aiuto! Aiuto! Sta male: chiamate un'ambulanza!<br />Sono per terra senza nemmeno essermene reso conto. Ormai non ho più il controllo del mio corpo, non capisco più nulla, sento la gente corrermi attorno, le loro voci concitate, sconvolte ed eccitate. In lontananza risuona una sirena in avvicinamento.<br />(Ci stai riuscendo! Continua così, resisti!)<br />Quelli che sembrano dei medici si fanno largo tra la folla, sono in due, mi chiedono qualcosa ma non riesco a capirli, provo a farfugliare qualche parola.<br />- Il  sole <br />- Cosa?! Che sta dicendo?<br />- Non lo so, ma il suo cuore batte come un tamburo, dobbiamo dargli un calmante altrimenti <br />I due medici non fanno in tempo a dire o fare altro, come un palloncino troppo gonfio il cuore esplode squarciando il petto che lo conteneva, spruzzando sangue ovunque. La gente scappa inorridita, alcuni svengono, molti urlano increduli. Il dottore che era in piedi rimane come congelato dalla scena, guarda incredulo quel corpo squarciato. Il collega inginocchiato accanto al cadavere, l'unico rimasto immobile, coperto di sangue su quasi tutto il corpo; l'altro cerca di scuoterlo dallo stato di shock. <br />- Stai bene?<br />Non risponde, continua a fissare quel corpo squartato da chissà quale forza e non riesce a credere che sia davvero successo. <br />- Non è possibile -, non riesce ad aggiungere altro, poi nota un particolare ancora più strano. L'erba attorno al cadavere sembra cambiare colore, da toni più chiari a più scuri, ma osservando meglio il fenomeno si accorge che non è solo l'erba a cambiare tonalità ma tutto, come se apparisse sotto una luce anomala. Allora alzò lo sguardo al cielo, oltre la sagoma del compagno accanto a lui, e vide il sole che brillava in maniera strana. L'incredulità che gli colora il volto si trasforma in stupore, lo stupore in paura.<br />-  che stai guardando? -, gli chiede preoccupato l'altro.<br />- Il Sole  mio Dio  guardalo!<br />Si voltò anche lui verso il cielo, mettendosi una mano sopra gli occhi per schermarli dalla luce accecante. Un gesto che, in quel momento, tutti i presenti si trovarono a replicare, non possono certo immaginare che in mezzo mondo tutti fanno altrettanto. Nel cielo terso la palla di fuoco splendente sembrava scossa da una mano invisibile, trema, lunghe lingue di fuoco gialle si espandono contorcendosi per lo spazio, disegnando paurosi archi vorticosi. <br />Un attimo dopo esplode!<br />La potenza della luce sprigionata acceca tutti senza che questi se ne rendano conto, nella loro retina è rimasta impressa l'immagine del sole che si spacca in due, un'onda di luce che si propaga ad una velocità cento volte quella della luce. Il primo a svanire è il piccolo Mercurio, quindi Venere, la Terra è colpita all'altezza dell'equatore. Giove e Saturno oppongono una resistenza di solo pochi millesimi superiore prima d'essere soprafatti. Dopo che l'onda inghiottì anche Plutone del vecchio sistema solare non resta altro che una manciata di polvere. Tra lo spazio e detriti di quel nuovo nulla un pensiero vagò da un capo all'altro dell'universo.<br />(Ora siamo tutti nella luce, evviva!)<br />Poi rimase il silenzio.<br />* FINE *<br /></p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-425"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-425</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-425</guid><category>racconto</category><pubDate>dom, 12 mar 2006 15:53:26 +0100</pubDate></item>
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