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<title>Ultime opere di Nicolò Giani su PoesieRacconti.it</title>
<description>Le ultime opere di Nicolò Giani pubblicate nel sito</description>
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<item><title>racconto - La Morte Cammina Lenta</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Nosferatu">Nicolò Giani</a></strong></p><p>Da bambino, vivevo in un piccolo paesino di campagna, della bassa padana romagnola. Mi ricordo che il paese era pieno di bambini, tanti bambini con cui giocare. Giocavamo sempre, correvamo e ci rincorrevamo in bicicletta su e giù per i campi. Ma mi ricordo molte altre cose di quel posto: mi ricordo che ogni pomeriggio, alla stessa ora passava una vecchia, con una enorme gobba, coperta da un lungo scialle nero, che le copriva anche il volto. Camminava lenta, molto molto lenta. Mentre camminava, guardava sempre in basso, e mostrava il suo volto soltanto quando alzava lo sguardo, per sorridere ai bambini, e per bussare alle porte del paese. Dicevano che era la "Vecchia dei doni", ed era chiamata così perché  portava sempre dei regali a tutti i bambini del paese. Amava i bambini più di se stessa, era gentile e premurosa nei confronti di tutti noi. Quando scendeva dalla campagna e arrivava nella via del paese, si guardava intorno per cercarci, e se non ci trovava in giro, bussava a tutte le porte, per chiedere di noi. Tutti quanti facevano festa quando lei veniva, perché aveva sempre qualcosa per noi. Persino io, che avevo paura di lei, per il suo vestire e il suo fare, cominciai ad avere fiducia, quando per la prima volta alzò lo sguardo verso di me, e vidi il suo viso rugoso ma che traspariva dolcezza e amore, e anche lei: "Questo è per te". Mi regalò un giocattolo, un trenino, a quell'epoca andavamo matti per queste cose. Tuttavia, il mistero circondava la sua figura: nessuno sapeva nulla di lei, nè chi fosse, nè come si chiamasse, nè dove fosse nata. Si diceva soltanto, che abitasse in una casa enorme immersa nella campagna. Nessuno si avvicinava o bussava a quella casa, nemmeno noi bambini, per chiedere qualche dono direttamente a lei, poiché era tradizione che li portasse lei a noi. <br />Nessuno indagò mai su chi fosse questa donna, d'altronde a noi le cose andavano bene così come stavano: lei portava i doni a noi, e nessuno le faceva domande. Tutto ciò andò bene, per tutto quanti, per anni e anni. Finchè un giorno, il 20 Gennaio del 1927, si sparse  la voce che un bambino, che per curiosità era andato a cercare la casa della vecchia dei doni, non tornò più a casa. Allora tutti quanti i paesani, compresi i miei genitori, si ritrovarono infuriati per parlare dell'accaduto: furono talmente pieni di ira per l'accaduto, che non poterono fare a meno di incolpare della scomparsa del bambino la vecchia dei doni. Tutti sapevano dove abitava. Allora si precipitarono con le fiaccole a casa della vecchia, ma nell'enorme casa non si intravedeva neanche una piccola luce accesa, come se non vi abitasse nessuno. I paesani sfondarono la porta, ed entrarono, cercando la vecchia nei meandri di quella enorme e lugubre casa. Ma della vecchia dei doni non vi era alcuna traccia. Allora, accecati ancor più dall'ira per non averla trovata credendola scappata, bruciarono la casa.<br />Molti pensarono dopo quella notte, che la vecchia fosse scappata, o addirittura che non esistesse neppure, che fosse il frutto della fantasia dei bambini e di qualche altro pazzo, e che il bambino fosse morto per un incidente. Ma la vendetta della vecchia non si fece attendere. La notte successiva, vidi lei, camminare ancora per le strada del paese: era insolito che venisse di notte quando i bambini dormono. Aveva con se i suoi sacchi, bussava ad ogni porta, entrava nelle case, e usciva con il sacco pieno. Ebbi un brutto presentimento, per cui, mentre si stava per avvicinare a casa mia, io corsi fuori di casa e fuggii. Entrai nella via del paese, lei mi vide: continuò a fissarmi e a camminare, a fissarmi e a camminare, finchè, dopo aver corso per qualche centinaio di metri, non uscii dal paese. Mi svegliai il giorno dopo, tornai in paese, bussai a tutte le porte, ma queste erano tutte aperte: entrai, e con mio grande terrore, scoprii da me, che nessuno, era in casa. <br />Tornai 10 anni dopo, in quel paese, nel 1937. Allora avevo 20 anni, e quel luogo non mi spaventava più come da bambino. E nonostante questa storia fosse finita sui giornali e su ogni rivista come un'inspiegabile mistero, ero ormai enormemente convinto, che la vecchia dei doni non fosse mai esistita. Non avevo bisogno perciò di fare chiarezza sul mistero, ma sentivo piuttosto il desiderio di tornare alle mie origini. Qualcosa era cambiato: il paese era di nuovo abitato, da poche persone. Quando arrivai non volli nemmeno accennare a qualcuno, se in paese si parlava ancora dei fatti misteriosi di dieci anni prima. Questo finchè non mi sedetti al bar, e il proprietario mi riconobbe, ma io non riconobbi lui. Si avvicinò al mio tavolo, dicendomi che sapeva chi ero, si ricordava il mio nome. Tuttavia io non mi ricordavo il suo: mi disse semplicemente, che lui era uno degli scampati, a quei fatti misteriosi. Tutti quanti erano scampati ai fatti per fortuna, e dopo tanti anni in cui erano stati via per dimenticare, erano ritornati. Ma chi era tornato qui, mi disse, lo aveva fatto per necessità o per amore per questo paese, ma se avessero potuto mi disse, nessuno sarebbe più tornato. E mi rivelò il particolare più inquietante: chi aveva figli, figli piccoli,  tornò senza  i bambini. Rimasi al bar con lui fino a notte fonda, dopodichè mi coricai in una stanza sopra il bar che lui mi offrì per una notte. Ma prima di dormire, non potei fare a meno di chiedergli, perché nessuno era tornato coi bambini. Allora guardò l'orologio, mi indicò fuori dalla finestra, e io alzai lo sguardo: vidi una vecchia con uno scialle nero, che camminava lenta. Perché lei, è ancora viva. E cerca i suoi bambini.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7605"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7605</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7605</guid><category>racconto</category><pubDate>Thu, 09 Sep 2010 09:21:29 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Gli Invasati</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Nosferatu">Nicolò Giani</a></strong></p><p>Era notte quando  io e Lucas giungemmo a quella ripida salita. Quella sera volevamo provare una nuova e bizzara esperienza, con un gruppo di amici: una seduta spiritica in un vecchio castello, immerso tra le montagne trentine, appartenuto ad un nobile locale del XVII secolo, che si diceva, fosse sceso a patti con il diavolo: avrebbe venduto la sua anima al principe delle tenebre in cambio della vita eterna, e del potere assoluto. Il patto venne siglato, e il nobile arrivò a vivere fino all'età di 100 anni, senza invecchiare in un giorno. Inoltre si dice, che i poteri magici dati dal demonio, andavano aldilà di ogni immaginazione: gli abitanti del paese vicino, rumoreggiavano che fosse capace di muovere oggetti  a suo piacimento con la sola forza della mente, alcuni servi dicevano di averlo visto muovere tavoli, lampade, armadi, quadri, senza nemmeno sfiorarli. Altri addirittura, dicevano che fosse in grado di manipolare il tempo, attribuendo a lui gli improvvisi cambiamenti climatici che si registrarono nella valle in quel tempo: era talmente inebriato dal suo potere, da credersi un dio. Ma una notte, il diavolo mancò fede al patto: fece sparire tutta la famiglia del signore, dopodichè si materializzò davanti a lui, tuonandogli ghignante che da quel momento in poi avrebbe continuato a vivere la sua eternità in quel castello, non più da vivo, ma da morto. Da quel momento, il nobile scomparve per sempre, e con lui tutta la sua famiglia e la sua dinastia. Nessuno dei loro corpi venne mai ritrovato: questa strana scomparsa era riportata negli annali del paese, mentre la  leggenda era soltanto tramandata oralmente tra gli abitanti della valle. Leggenda o verità, di fatto quel maniero non venne mai più visitato da nessuno per secoli. Durante le due guerre mondiali, divenne rifugio per italiani, partigiani, e infine per nazisti in fuga. Nessuno di loro  tuttavia, si dice, una volta entrato, ne uscì più. Soltanto uno, un caporale nazista: si dice che scese dal castello al villaggio, andò in chiesa, e urlò parole senza senso, in un linguaggio incomprensibile, dopodichè tentò di aggredire i fedeli riuniti per la messa, ma venne fermato da un gruppo di partigiani locali, e infine, si suicidò, sparandosi in testa con la sua pistola. Da quel giorno, il castello venne chiuso per sempre, le porte vennero sbarrate, e i sentieri chiusi. Ma quella sera, i due nostri amici Jack e Susan, appassionati come noi da luoghi maledetti ed esoterismo, vollero tentare con noi questa pazzia, all'insaputa dei locali: avevano trovato un sentiero alternativo, adatto per salirvi in auto, anche se man mano che salivamo, era sempre più tortuoso, ripido, e pieno di sassi. Di lì nessuno era mai salito d'altronde, e non ci aspettavamo certo di trovare una strada asfaltata con tanto di striscie. Ma per fortuna avevamo dei fuoristrada, noleggiati per l'occasione. Jack e Susan ci aspettavano davanti al castello, erano andati loro in avanscoperta per assicurarci che il terreno fosse percorribile dalle nostre jeep. Arrivammo a destinazione: il castello era enorme, più di quello che ci saremmo immaginati. Era rimasto praticamente intatto nella struttura dal XIII secolo, periodo in cui si insediò la famiglia del nobile scomparso,  per cui si presentava come un maniero in pieno stile medievale,  con tanto di ponte levatoio. Jack e Susan nel frattempo avevano cercato il modo per aprire quel portone chiuso da mezzo secolo: l'enorme portone era bloccato da un'enorme trave inserita tra le maniglie d'apertura, che ne impediva l'apertura. Fortunatamente la trave non  era particolarmente pesante, e in quattro avremmo potuto facilmente sfilarla: "Siete arrivati finalmente! Forza dateci una mano" ci chiese Jack appena scesi dall'auto.<br />Prendemmo la trave da un estremo e tentammo di sfilarla tutti  insieme. Tirammo con forza e quasi ci cadde sui piedi. Era più pesante di quello che pensavamo. A quel punto dovevamo solo aprire il portone: io e Lucas prendemmo una maniglia, Jack e Susan l'altra. Dopo un enorme sforzo, il portone si aprì emettendo un enorme cigolio che credo avesse svegliato tutta la valle, e fu un miracolo che nessuno si accorse della nostra presenza in quel luogo proibito. Entrammo nel maniero, tenendo sempre le nostre torce accese scrutammo la sala d'ingresso: era enorme. "Accidenti, questo posto è fantastico!" urlò Jack, visibilmente esaltato da quella situazione, che a me invece inquietava "Si è fantastico Jack, ma vediamo di non farci sentire che qui rimbomba tutto, altrimenti questa fantastica esperienza durerà  meno di una notte", "Rilassati, questa volta ho organizzato tutto: nessuno si azzarderà a pensare che siam stati qui! Ora dobbiamo solo cercare la sala del conte". Il conte scomparso aveva una sala in cui compiva le sue magie, e i suoi riti esoterici. E' lì che si dice ebbe il patto con il diavolo, ed è proprio lì che scomparve. La pazza idea di Jack, era tentare di comunicare con il suo spirito, nella stessa notte in cui avvenne la scomparsa. Jack e Susan, la sua ragazza medium, erano fanatici di questi esperimenti, e ci avevano già trascinato in questi loro rituali occulti più di una volta, e nei luoghi più disparati e spaventosi del mondo. Ne io Lucas credevamo  veramente a queste cose, e il nostro scetticismo era confermato dal fatto che il più delle volte dal fatto che questi esperimenti si erano spesso rivelati fallimentari, tant'è che solo sotto insistenza di Jack avevamo accettato anche questa volta. Ma stavolta era diverso: quel luogo emanava davvero un aria di morte, di terrore, di malvagità. Ogni angolo era pieno di polvere, e ragni di ogni tipo infestavano ogni mobile del castello, persino le finestre, enormi, di vetro, come quelle delle chiese. Nelle finestre, come in ogni quadro era raffigurato lui: il conte, in posa da solo, od assieme alla sua famiglia. Non sapevo se credere o no alle sue leggende in quel momento. Ma qualcosa di vero c'era. E me lo sentivo.<br />Salimmo al piano superiore, i nostri passi anche se felpati, rimbombavano in tutto il castello, per via del legno marcio. La stanza era in fondo al corridoio. Aprimmo la sua porta: si spalancò davanti a noi quello che sembrava essere un enorme soggiorno, all'apparenza uguale all'intero castello per via della polvere, dei mobili marci e infestati dai ragni e da vari insetti, e dei quadri, raffiguranti sempre la stessa persona, il che non faceva altro che confermare la megalomania di quest'uomo. L'unica nota stonata all'interno di quella sinfonia di putrefazione, marciume, morte era un tavolo: un piccolo tavolo, tondo, in legno, con sopra una sorta di tovaglia rossa, ricamata: "Eccolo, è lui!" disse Jack. Si riferiva al tavolo, con cui il conte faceva i suoi esperimenti, e comunicava col regno delle tenebre. Il tavolo sembrava rimasto, uguale, identico, intatto, pulito come se delle forze superiori lo avessero protetto dal tempo. Sopra, una candela, spenta, si vedeva la cera colata negli anni ai suoi piedi. Jack posizionò subito le sedie intorno al tavolo: è lì che si sarebbe svolta la nostra "seduta". Il sedere nello stesso tavolo dove sono avvenuti tutti i misfatti della leggenda mi turbava alquanto, ma ormai non avevo altra scelta: la seduta dove farsi, e con tutti i presenti, per non mancare di rispetto agli spiriti, almeno così diceva Jack. Susan accese le candele, portate per l'occasione, una per persona. Poi si sedette, e inizio il rituale:" Siamo tutti qui riuniti, per entrare in comunicazione con il regno dell'aldilà, in cui si trova l'anima del conte che un tempo qui dimorò, e con cui chiediamo un occasione per parlare" "Conte, se sei tra noi dacci un segno della tua presenza". Ma a dimorare era solo il silenzio in quell'istante "Conte, se ci sei dacci un segno della tua presenza" Ma tutto tacque. Così ripetè per la terza volta la chiamata, e disse: "Conte, se ci sei, entra in me, e parla ai presenti attraverso la mia voce". Ancora tutto taceva. Ci guardammo intorno, per scoregere il minimo movimento, ma ancora nulla. Ci aspettavamo che fosse il tavolo a sbattere, almeno così era sempre accaduto in ogni seduta. Sentimmo qualche colpo e pensavamo venisse dal tavolo, speravo venisse dal tavolo: ma fummo presi dal terrore, io per primo, quando ci accorgemmo che non era così. Vedemmo sbattere i mobili, si percuotevano da soli, si alzavano e si abbassavano sempre più velocemente. Dopodichè  si spalancarono le enormi finestre: attraverso di esse entrava  vento, pioggia, e si sentiva tuonare il temporale; poi sentimmo una voce ridere: rideva a squarciagola, ghignava, ci terrorizzava e sembrava godere a vederci terrorizzati. E mentre rideva guardammo le candele in tutta la stanza: si accendevano, si spegnevano e poi vidimo i quadri: si muovevano, si dibattevano, mentre io notavo con terrore un particolare: il conte, nelle immagini, rideva. All'improvviso si fermò tutto: tutto si spense, tutto tornò in un silenzio tombale. Ci eravamo alzati tutti, tutti quanti allontanati per il terrore, tranne Susan: era lì, con le braccia e la faccia distese sul tavolo. Jack si avvicinò, e disse: "Susan, tutto a posto?". Si avvicinò col braccio per tirarla su. La mano si avvicinava, ma non fece in tempo a toccarla, che una voce rauca e stridula allo stesso tempo, uscì dalla bocca di Susan, ghignando: "Sono qui, mi avete trovato". A quel punto Susan si voltò con uno scatto: i suoi occhi erano diventati rossi, era piena di rughe, dalla bocca usciva bava e litri di sangue, e le unghie, "Dio mio!" pensai: erano diventate lunghe, nere, appuntite. Con un altro scatto infilzò Jack con un mano e con l'altra gli trafisse gli occhi:" Ora siete tutti miei, questa è la mia vendetta!" urlò mentre rideva e trafiggeva Jack, e mentre tra le sue unghie vedevo gli occhi di Jack infilzati, anche questi vidi con orrore che cominciava a trasformarsi: cominciò ad uscirgli sangue, bava, e liquidi dalla bocca, dopodichè gli occhi gli divennero rossi, e anche le unghie cominciarono a crescergli. Vidi Lucas correre contro Susan tentando di fermarla, ma una forza invisibile lo spinse dall'altra parte della stanza: finì tramortito con, una candela gli cadde sulla mano e cominciò a carbonizzarsi. A quel punto Susan e Jack puntarono lo sguardo verso di me: "Tu sarai il prossimo!" mi gridarono ghignando. Io scappai, più in fretta che potevo. Scesi le scale, scivolai, mi rialzai in fretta poiché vidi che mi stavano raggiungendo. Ero uscito dal portone, ma inciampai e caddi: pensai che Susan e Jack mi avessero ormai in pugno, finchè non vidi Lucas rincorrerli di nuovo con un bastone. Ma Jack lo trafisse con le unghie, infilzandolo da una parte all'altra, squarciandolo dalla pancia fino in su. Dopodichè anche Susan si avventò su di lui, trafiggendogli il volto. Riuscii a malapena sentirgli dire "Scappa Mark, non pensare a me!", prima che vidi anche lui trasformarsi in una cosa come loro.<br />A quel punto scappai senza più voltarmi,  salii in macchina, l'accesi di fretta e schiacciai fino in fondo l'accelleratore. Scesi fino a fondovalle, in paese non c'era nessuno. A un certo punto finii nella piazza del paese, vidi la chiesa, dentro era tutto acceso, forse c'era una messa. Spalancai le porte ero completamente esausto, terrorizzato, non mi reggevo in piedi, e allora caddi. Tutti  i presenti si voltarono, il prete camminò verso di me, mi rialzò e chiese: "Ragazzo, che cosa succede dimmi?" "Aiutatemi, vi prego, sono stato al castello. I miei amici..." . Cercai di parlare ma non riuscii a finire la frase. Allora il prete mi tese le mani sulle spalle e disse: "Stai tranquillo, adesso andiamo insieme a cercare aiuto". Ringraziai. Mi sentii quasi rassicurato, cercai di fidarmi di quel prete e di quelle persone. Finchè non vidi le loro unghie...</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7143"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7143</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-7143</guid><category>racconto</category><pubDate>Fri, 25 Jun 2010 14:19:02 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Il Parto</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Nosferatu">Nicolò Giani</a></strong></p><p>La storia che mi accingo a raccontare è il resoconto di un'esperienza terribile che vissi io con la mia defunta moglie più di 20 anni fa. Nonostante  non vi siano rimasti testimoni vivi in grado di confermare quello che sto per dire, io c'ero. Credetemi, o prendetemi per pazzo: ciò è accaduto veramente.<br />25 Ottobre 1989. Io e Mary stavamo attraversando le foreste dell'Oregon, sulla strada per il confine con il Canada: volevamo  andare a trovare dei nostri amici a Vancouver. Eravamo partiti da Los Angeles di mattina. Ormai era tarda notte su quell'autostrada, e speravamo di incontrare un vicino Motel dove fermarci. Ma non c'era nulla sulla strada, nemmeno una stazione di servizio. Andavamo a rilento, guardardonci intorno nella speranza di leggere qualche indicazione utile a trovare un luogo in cui passare la notte. Quando improvvisamente  la macchina si sbilanciò verso destra, e sentimmo un fischio. Feci per frenare, ma non avevo il controllo del veicolo: l'auto sbandò verso destra, Mary gridò:frenai più che potei, finchè non sbattemo su un cartello, e ci fermammo bruscamente. Mary era ancora un po' sconvolta, ma si era calmata. Le dissi: "Scendo, a controllare, tu resta in macchina". Vidi la ruota anteriore destra dell'auto complemente sgonfia: "Qualcosa deve averci bucato la gomma!" le dissi ad alta voce. Eppure l'asfalto era liscio, e non mi pareva di aver visto ne un sasso ne qualche altro oggetto sulla strada. Feci per tornare in macchina, quando la mia attenzione si spostò verso il cielo: era strano, sembrava che delle nuovole scure si stessero avvicinando molto, ma molto velocemente:non avevo mai visto qualcosa del genere. Improvvisamente dalle nuvole sbucarono 3 luci rosse molto vicine tra loro: sembravano muoversi verso di me, e più si muovevano, più la loro intensità aumentava. Non riuscii a muovere un dito, rimasi fermo a guardare. Mary scese dalla macchina, anche lei impietrita, con lo sguardo rivolto verso l'alto. A un certo punto, le 3 luci erano proprio sopra le nostre teste, vicine, vicinissime: sembravano 3 occhi diabolici che ci osservavano. A un certo punto, tutto intorno si illuminò: tutto si colorò di rosso, quella maledetta luce accecante sembrava inglobare ed assorbire tutto. Mi voltai verso sinistra, e vidi che anche la macchina stava sparendo in quella luce. E vidi Mary, "O mio dio, che sta succedendo" pensai, mentre anche lei svaniva nella luce: mentre veniva assorbita, vidi che tentava di gridare, ma non sentivo niente:"Noo Mary!! Sono qui!"  urlai mentre cercavo di tenderle la mano per aiutarmi, ma non poteva sentirmi, e neanch'io sentivo me stesso. Non sentivo nessun rumore, non vedevo niente apparte quella luce. Avevo perso qualunque senso, qualunque percezione; dopodiché mi sentiì sollevare, sollevare, sempre di più da qualcosa, da una forza, che mi tirava per le braccia, per le gambe, la sentiì dovunque. Volli gridare, ma non ce la feci, non ce la feci...<br />Mi svegliai poco dopo alla fermata di un'autobus, all'alba in un paesino di montagna. Non avevo nessun ricordo, eppure mi sembrava di aver dormito solo per qualche minuto. Vidi Mary, accanto a me, non si era ancora svegliata. Allora andai verso di lei, cercai di svegliarla, scuotendola, urlandole, finchè non aprì gli occhi:"Amore mio. Cosa è successo, dove ci troviamo?" mi chiese confusa. Ma io non sapevo niente, nulla, e risposi "Non ne ho idea. Ma è stato terribile, qualunque cosa sia stata". Della macchina non vi era più traccia. E non vi era nessuno intorno. Fortunatamente, incontrammo uno sceriffo locale, in macchina. Non sembrava tuttavia vederci di buon occhio, ci guardava storto, e ci chiese:"Di dove siete? Che ci facevate lì per terra?". Probabilmente ci aveva preso per dei barboni, o dei vagabondi, non avevamo nemmeno un bell'aspetto, e i nostri vestiti erano tutti strappati. Ma quella notte, era stato tutto così surreale che non ci importava, volevamo solo capire, sapere qualcosa, ma soprattutto, tornare a casa. Gli risposi chiedendoli:" Dove siamo? Che giorno è?". Lo sceriffo si mise a ridere, probabilmente pensava che fossimo persino ubriachi, e disse:" E' lunedì, 28 Novembre, e siamo nella bellisima cittadina di Newby, nel Montana!" , " Che cosa??" , pensai tra me, era passato addirittura un mese! Non mi ricordavo niente, nulla, mi sembrava che fosse passato qualche minuto, forse addirittura qualche secondo, da quella terribile notte. "Fareste meglio a passare in centrale da me, noi non vogliamo gentaglia come voi in giro" ci intimò lo sceriffo. E fù ciò che fecimo, senza pensarci due volte: non mi ricordavo nulla, non sapevo nulla, ne tantomeno lo sceriffo o qualcun altro ci aiutò a capire cos'era successo quel giorno. Sta di fatto, che un mese della mia vita era sparito.<br />I mesi che seguirono, Mary scoprì di essere incinta. Fu il periodo più bello della mia vita, perché mi aiutò a dimenticare l'accaduto. I test che fece provarono che il bambino godeva di ottima salute: nessuna malformazione, ne malattia. Sembrava tutto perfettamente normale, anzi, troppo normale. Il 16 Settembre dell'anno dopo, ebbe finalmente le doglie. Era tutto perfetto: il bambino non sarebbe nato nè anticipo, nè in ritardo, ma quello era il giorno esatto, il giorno, e perfino l'ora prevista. E ciò fu doppiamente bello, ma anche  strano ed inquietante. Era mezzanotte quando raggiungemmo l'ospedale. Mary venne mandata subito in sala parto, e io potei assistere, e venni con lei. Il dolore aumentava, Mary continuava a gridare, ma cercava di spingere il più che poteva, "Coraggio, manca poco", la rassicurava il dottore, mentre io la accarezzavo, e le dicevo "Andrà tutto bene". A un certo punto cominciò a vedersi la testa: venne fuori, piano piano sempre di più, finalmente cominciava ad uscire, stava uscendo... ma vidi l'orrore: non era una testa umana.</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6431"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6431</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6431</guid><category>racconto</category><pubDate>Sun, 07 Mar 2010 08:28:13 +0100</pubDate></item>
<item><title>racconto - Il Bosco</title><description><![CDATA[<p>di <strong><a href="http://www.poesieracconti.it/community/utenti/Nosferatu">Nicolò Giani</a></strong></p><p>Fin da piccolo Alessandro aveva paura delle streghe. Ogni sera leggeva storie su queste creature diaboliche, prima di addormentarsi. Quando ormai aveva chiuso gli occhi, sognava di entrare nella foresta, in volo: i suoi piedi non toccavano terra, mentre da lontano vedeva una casa, fatta di pietre, e con delle fiochi luci accese, e si avvicinava sempre di più ad essa. Fuori dalla porta usciva lei: uno scialle lungo sulle spalle, un mantello che le scendeva fino a piedi e che copriva tutto il corpo. Dopodichè alzava lo sguardo verso di lui: non poteva guardarla, tentava di chiudere gli occhi, ma da quel volto, riusciva a scorgere i suoi occhi, gialli, e diabolici, uno sguardo compiaciuto verso di lui. Quando ormai era molto, molto vicino, alzava le braccia verso di lui, mostrando delle mani rugose, con dita lunghe strette, che si muovevano e gesticolavano, come per fargli capire che lo voleva, lo desiderava. Le sue dita putride lo toccavano, le unghie quasi si infalavano per la carne... ma si svegliava.<br />Anche quel giorno Alessandro si svegliò dopo l'incubo. Si svegliò mentre era in macchina, perchè non era un giorno come tutti gli altri:era il giorno del trasloco. I suoi genitori avevano deciso di trasferirsi per lavoro: a Milano avevano un negozio d'antiquariato, che era fallito, ma per loro fortuna avevano trovato un'occupazione come commessi in un altro negozio d'antiquariato in una cittadina a sud di Milano. Avrebbero voluto trasferirsi in quella cittadina, ma i prezzi delle case non erano assolutamente accessibili a loro, finchè il padrone del nuovo negozio gli rivelò che aveva da tempo intenzione di vendere a poco prezzo una villetta in uno sconosciuto paese dei dintorni. Quando videro la casa ne furono entusiasti, tuttavia vi era qualcosa di strano:  egli non disse nulla riguardo al paese. Sembrò invece piuttosto entusiasta quando seppe che erano interessati alla casa,  e si sentì  addirittura liberato da un enorme peso quando decisero definitivamente di comprarla:evidentemente, aveva una tale fretta di venderla che non volette dilungarsi in ulteriori dettagli, ma anzi sembrava proprio che non volesse più avere a che fare con quella casa... ne ancor meno, con quel paese.<br />Non poteva avere certo tutti i torti : Baseggio, questo era il suo nome, non compariva su nessuna cartina stradale o geografica. Ufficialmente, sembrava che non esistesse. E ciò era inquietante. Eppure vi erano stati per vedere la villa: il paese fantasma era distante circa 5 km dalla cittadina in cui lavoravano. Un'unica stretta e pericolosa stradina  di campagna, sembrava il solo modo per arrivarci. La macchina andava lentamente per evitare di sbandare e di sobbalzare troppo per i sassi, o peggio forare una gomma. Il furgone dei traslochi, ancora più lento poiché trasportava decine di mobili fragili, la seguiva. Alessandro poco dopo essersi svegliato chiese :"Siamo arrivati?" "No, ma manca poco, un quarto d'ora circa " disse il padre sorridendo, ma nemmeno lui aveva idea di quanto tempo ci volesse veramente, visto quanto andavano a rilento in quella maledetta strada.<br />Alessandro aveva 10 anni, frequentava la quinta elementare a Milano. Se le circostanze del trasloco sembravano essere strane ed inquietanti, l'unico problema concreto di questo cambiamento era lui:infatti a Milano si era fatto ormai molti amici a cui era affezionato, e perderli  sarebbe stata per lui un'esperienza "traumatica". Era questo sicuramente quello a cui pensava di più in quel momento:d'ora in poi avrebbe visto di meno i suoi amici, o forse mai più. E inoltre, non avrebbe di certo fatto subito nuove amicizie, almeno non in quel paese. I suoi gli avevano infatti accennato ad un fatto inquietante, che a suo volta  gli era stato rivelato dal proprietario della casa, quando gli chiesero se Alessandro avrebbe potuto avere la "compagnia" di altri ragazzini nel paese: per uno strano e oscuro motivo, da secoli non c'erano più bambini a Baseggio.<br />Ma Alessandro non era il solo bambino in famiglia: aveva anche un fratellino, Micheal, di appena 8 mesi: se il trasloco per Alessandro era un problema, per lui invece era soluzione migliore: a un bambino della sua età, così pensavano papà e mamma, non avrebbe fatto altro che bene respirare un po' di aria pulita di campagna.<br />Arrivarano nel paese intorno alle 4:00 di pomeriggio:il tempo non era dei migliori, le nuvole grigie coprivano il cielo e solo qualche timido spiraglio di luce usciva attraverso queste. Inoltre, si iniziò a sentire qualche tuono di temporale. Baseggio era un paese inesistente: le uniche costruzioni umane del luogo erano 2 o 3 case di contadini, e una piccola fattoria con una stalla per cavalli. Ai lati della strada, videro per la prima volta quella che sembrava essere l'unica popolazione del paese:vecchi contadini, che stavano tornando a casa dal lavoro, si fermarono a fissare la macchina, con uno sguardo strano, estremamente serio: era un misto di stupore, e di diffidenza."Probabilmente", disse il padre,"non hanno mai visto estranei  in questo posto!", ridendo per sdrammatizzare quella strana situazione. Uno di questi fissò Alessandro, con uno sguardo ancora più emblematico, ancora più serio, ancora più strano.. mentre si faceva il segno della croce. Ma Alessandro girò subito lo sguardo verso il finestrino, per osservare il paesaggio: vide tutto intorno al paese, un enorme bosco, un'enorme e fitta foresta. Non riuscì a scorgere nulla all'interno di essa talmente era fitta:ciò che si vedeva era solo una profonda oscurità.<br />La villetta si scorgeva in lontanza, ormai erano distanti solo qualche centinaio di metri. Anche da lontano si notava la sua bellezza: sembrava grande, spaziosa, e il paesaggio di campagna da cui era circondata, era veramente qualcosa di eccezionale. La macchina e il furgone dei traslochi parcheggiarono in uno spiazzo davanti alla casa. Alessandro e i suoi scesero subito per guardarla: il padre di Alessandro fece un unico commento:"E' perfetta! Ti piace Alessandro?"," Si, non è male papà", rispose a bassa voce senza accennare neanche un sorriso. E non perché non fosse convinto della risposta:semplicemente, in quel momento la casa non era il primo dei suoi pensieri. D'altronde era ancora triste per la decisione dei suoi, di cambiare vita, e casa, e di conseguenza cambiargli ambiente ed amicizie. E poi tutto intorno era così strano, così strano...<br />Dedicarono tutto il pomeriggio a scaricare mobili e bagagli. Per quel giorno poteva bastare:  erano tutti stanchi per il viaggio. La sera mangiarono poco, e andarono subito a dormire. Alessandro  non voleva però prendere subito sonno : era la prima notte in quella sua nuova e spaziosa stanza, e poi la fuori pioveva e tuonava. Guardò fuori e vide il bosco. Era strano: più lo guardava più ne era incuriosito, più cercava di scorgere qualcosa con lo sguardo, più sembrava avvicinarsi a lui, più lo osservava, più il bosco sembrava osservare lui, quasi avesse degli occhi. Era così strano, così attraente ma spaventoso contemporaneamente. Non voleva addormentarsi, aveva paura di addormentarsi... non voleva addormentarsi,  ne era terrorizzato solo all'idea. A un certo punto, mentre lo guardava, si sentì sollevare dal letto: usci dalla finestra, in volo. Non cercò di aggrapparsi a nulla, non sembrava averne la forza. Scese verso terra, ma si sentì sempre trasportato da quella msiteriosa forza: non era più trasportato con il corpo, ma la sua mente lo intimava ad andare. A un certo punto, sentì un richiamo ripetersi, sempre forte:"Vieni con me! Unisciti ai tuoi amici" diceva una voce di donna, rassicurante, mentre si addentrava nel bosco. Entrò nella foresta, tutto cominciava a farsi più scuro e tetro. Gufi,  pipistrelli, volpi, lupi, creature della notte dominavano in quegli alberi, svolazzavano su di lui e lo osservavano. Da lontano vide una casetta, con le luci, come quella dei suoi sogni. Ma questo era diverso dai suoi sogni: la stessa voce continuava a chiamarlo incessantemente. Tutto ad un tratto, a questa voce se ne sommarono altre: urla incessanti, pianti, lamenti, grida, si girò intorno per cercare una via d'uscita e vide qualcosa di terribile: teste di bambini urlanti intagliate sui tronchi del alberi, piccoli corpi impiccati, e del sangue,"Dio quanto sangue", usciva copiosamente dagli alberi, sangue di cui quelle bestie del bosco si saziavano, mentre usciva a zampilli dalle teste dei bimbi;e poi lei, vide anche lei, quella cosa uscire dalla casa, vide la sua ombra, e poi la sua sagoma, i suoi occhi gialli, i suoi orribili artigli intrinsi di sangue, riuscì a  quasi a vedere il suo volto. E all'improvviso, dal mantello tirò fuori qualcosa:aveva Micheal tra le braccia "Noooo, lui nooo!" gridò Alessandro: mentre erano le 7 di mattina, ed era nella sua camera. Era stato solo un brutto sogno. Uscì dal letto, andò a farsi la colazione. Era un nuovo giorno, nella nuova casa, e quello sarebbe stato il suo primo giorno di scuola nella cittadina poco distante. Dopodichè, come tutte le mattine nella vecchia casa, fece da  "babysitter" al suo fratellino: andò a svegliare Micheal, per dargli il latte dal biberon: aprì lentamente la porta, si avvicinò alla piccola culla in fondo alla stanza piano piano, e quando fu con il biberon sopra la culla, sorridendo come se fosse sua madre sollevò la copertina:ma Micheal non c'era!! Cacciò l'urlo più forte che poteva, il biberon cadde di botto: non c'era più, era sparito, dov'era andato? Improvvisamente, la culla si riempì di sangue, che proveniva dal nulla: sangue rosso scuro grondava d'appertutto, la copertina e perfino il pavimento della stanza diventarono rossi. A tutto quel sangue, si mischiarono le grida dei bambini, tutte quelle grida del sogno, quelle urla, quei lamenti, quei pianti, "Oddio, Noo!" pensava. La finestra si spalancò, con gli occhi fuori dalle orbite guardò fuori: dagli alberi del  bosco uscì una risata stridula e diabolica: e dopo la risata, sentì la sua voce:"Verrai anche tu con me!".</p><p style="text-align:center"><a href="http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6422"><b>Vota e commenta</b></a></p>]]></description><link>http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6422</link><guid isPermaLink="true">http://www.poesieracconti.it/racconti/opera-6422</guid><category>racconto</category><pubDate>Fri, 05 Mar 2010 21:42:38 +0100</pubDate></item>
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