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Il posto era diventato una specie di cenacolo per scrittori con e senza fortuna. (Contava quanto li univa, non ciò che li divideva). C'erano libri ovunque. E divani, poltrone, lett, cuscini, scrivanie. Chi entrava si fermava a leggere, scrivere, pensare e qualche volta anche a dormire sottolo stesso tetto che aveva visto leggere, scrivere, pensare e dormire Fitzgerard, Hemingway, Joyce, Miller. Le loro anime e i loro pensieri avevano impregnato piastrelle e scaffali, intonaci, stoffe e specchi. E, in qualche modo, qualcosa del loro turbamento e del loro genio, trasudava da legni, stoffe, maioliche, dorsi lucidi e consumati di edizioni ormai introvabili. Volumi che ricordavano che l'uomo e la sua storia sono sempre gli stessi, ma che le parole di certe anime hanno il potere di renderli, ogni volta, sconosciuti e capaci di sorprendere. Molte trale parole sorprendenti avevano trovato posto su quegli scaffali.

 


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