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Umiliazione

Lividi rami d'alberi spogliati,
bagliori paonazzi all'orizzonte.
(Al patibolo vanno i condannati
nell'aureola di simili tramonti).

Velluti rossi sui divani tetri.
Nappe pulverulente di portiere.
Bevono qui, battendo insieme i vetri,
l'ufficiale, il mercante, il biscazziere.

Quelle povere stampe di giornale
non le ha mai carezzate mano umana.
Ma la mano agitò del criminale
la corda della piccola campana.

Risuonano sui soffici tappeti
sproni e risate spente dalle porte.
È una casa fra queste due pareti?
dice proprio così l'umana sorte?

Il convegno m'illude o mi delude?
Perché pallida sei come un lenzuolo?
Perché sulle tue spalle fredde e nude
l'agonia si riverbera del sole?

Le tue labbra si specchiano nell'oro
dell'icona col sangue che gela
(è a questo che noi diamo il nome amore?)
in una linea esigua di cera.

Nel grembo del crepuscolo malato
giù si sprofonda trionfale il letto.
Tu fischi sempre benché mozzi il fiato
la vertigine folle della stretta.

Vibran nel fischio tuo inni di strazio.
Ancora - senti - un tintinnio di sproni.
Striscia per terra come un boa sazio
il tuo vestito giù dalla poltrona.

Io non sono il tuo uomo né il tuo amore.
Fiera tu sei, o angelo mio breve.
Senza tremare piantami nel cuore
il tuo aguzzo tacco alla francese.

 


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