“Sporco negro! ”
Quante volte hai sentito questa frase?!
Quante volte hai abbassato gli occhi per la vergogna?!
Quante volte hai stretto i denti come in una morsa per
non lasciarti sfuggire la rabbia che avevi dentro?!
E le risate di scherno, e le tirate di orecchi, e gli schiaffi
sulla testa, espressione del disprezzo e della prepotenza?
Solo i tuoi occhi velati di lacrime lasciavano trapelare
la tua malinconia, la tua tristezza, la tua insofferenza.
“Lavati che puzzi! ”
Facile per voi che avete due bagni per tre persone,
facile per voi che avete sempre l’acqua calda,
facile per voi che avete chi vi lava e vi stira i panni,
facile per voi che avete un armadio pieno di vestiti.
Difficile per me, per me che vivo insieme a 20 persone
in due stanze, per me che devo lasciare il materasso
dove dormo alle sei del mattino
perché ci deve dormire un altro che torna dal lavoro notturno,
difficile per me che non ho l’acqua calda nell’unico bagno
per venti, difficile per me che non ho altri vestiti se non questi.
Non riuscivi a credere che ragazzi come te potessero
essere tanto crudeli, non riuscivi a capire perché secondo
loro bianco è meglio di nero, non riuscivi a capire perché
i grandi non fermassero quella spirale di violenza;
anche a te piaceva la biondina del primo banco,
ma come fa uno sporco negro ad avvicinarsi ad una bella
ragazza bianca?
“Bastardo! Torna al tuo paese! ”
E tu ci sei tornato davvero al tuo paese, in quella grande
isola a forma di uovo gigante nell’Oceano Indiano;
ci sei tornato quando hai visto tua madre e il tuo
fratellino a terra, in una pozza di sangue, sull’asfalto
di una città chiamata Roma, una città che aveva fatto
delle conquiste e delle prepotenze la sua grandezza,
e che oggi vive delle squallide imprese di quattro
bulletti di periferia contro i più deboli,
o dei sogni nostalgici di mitici imperi di cartone.
Tua madre, quella madre che ti accarezzava quando
tornavi a casa piangendo, adesso non c’era più,
e si era portato con sé, nel suo tragico, disperato volo,
quel piccolino che voleva giocare a far le lotte con te
sul suo piccolo materassino consunto.
Addio Italia, terra di dolore, terra di violenze, terra di
silenzi colpevoli e di lucide follie,
addio biondina del primo banco con i tuoi occhi grandi,
le tue labbra colorate e i tuoi capelli al vento.
Ti sognerò quando tirerò le reti sulla mia misera barca
da pescatore, là nella mia grande isola,
là dove dovrò lottare per sopravvivere, ma là dove forse
sarò felice, perché potrò lavarmi nell’acqua dei fiumi e
più nessuno potrà dirmi:
“Lavati che puzzi, sporco negro! ”.